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Cultura e umanità della rete

La rete non è fatta di macchine, cavi, software, procedure e protocolli. È fatta di persone.

di Giancarlo Livraghi [1]

Una sintesi di annotazioni pubblicate in libri e articoli fra il 1997 e il 1998

Verrà il giorno in cui non ci saranno più modem (con i sistemi digitali non c’è nulla da modulare o demodulare), i codici di trasmissione saranno diversi da quelli di oggi (anche isdn sembrerà un’anticaglia), i computer saranno qualcosa di più serio (e più semplice, spero) di quegli sgangherati accrocchi che stiamo usando, tutti i software che conosciamo saranno caduti nel dimenticatoio, probabilmente ci saranno più comunicazioni “via etere” che “via cavo”… e forse troveranno perfino qualcosa di meglio di quel robusto protocollo TCP/IP che da più di vent’anni sta reggendo gloriosamente il peso della crescita dell’internet. Insomma le tecnologie cambiano, spesso in modo imprevedibile (soprattutto dovrebbero cambiare [2]per darci qualcosa di meglio di quello che abbiamo). Ma le tecnologie sono solo strumenti. Il valore della rete è lo scambio umano; una cosa che non cambia così facilmente, perché la natura (e la cultura) della nostra specie è sostanzialmente la stessa da migliaia di anni.

Riscopriamo con gusto, grazie alla rete, modi di essere e di agire che hanno radici profonde nel nostro DNA e nella nostra cultura. L’era industriale, con la sua monotona ripetitività e la sua tendenza a rendere tutto uguale, è stata solo una breve parentesi nella nostra lunga storia; ed è finita. È ancora difficile capire com’è fatto il mondo nuovo in cui stiamo entrando, ma due cose sembrano sicure: è molto diverso da tutto ciò che abbiamo sperimentato finora, ma molto simile a ciò che la nostra natura ci porta a essere. Se non fossimo istintivamente nomadi, non ci sarebbe un millesimo del traffico aereo (e anche di superficie) che abbiamo. Se non avessimo una tendenza spontanea alla comunità e allo scambio, nessuno si sognerebbe di fermare per strada una persona sconosciuta per chiedere “da che parte si va per piazza Carneade?” Se non ci fosse in noi una naturale curiosità, saremmo ancora annidati nelle caverne o arrampicati sui rami in qualche foresta… e non esisterebbe la rete.

Scusatemi se prendo il discorso, apparentemente, un po’ alla larga; ma credo che per capire bene il significato di ciò che facciamo oggi non sia sbagliato dare un’occhiata alla nostra storia.

Il quarto cambiamento nelle comunicazioni umane

Si tratta di una rivoluzione? Credo di si. Ci sono state tre grandi rivoluzioni [3] nella storia delle comunicazioni umane. Questa potrebbe essere la quarta.

La prima rivoluzione fu l’invenzione della scrittura. Si passò gradualmente dalla comunicazione per immagini alla scrittura ideografica, e poi all’alfabeto: cioè si trovò il modo per trasmettere e conservare non solo segni e simboli, ma anche parole e numeri. Circa cinquemila anni fa. Fu un cambiamento radicale nella cultura della nostra specie: perché essere umani vuol dire comunicare (questo è vero anche di molte altre specie viventi, in qualche modo di tutte; ma in particolare della nostra).

La seconda fu la nascita dell’editoria. L’invenzione di un sistema per la fusione dei caratteri mobili, dovuta principalmente a Gutenberg, aprì la strada a un italiano, Aldo Manuzio; che non era uno stampatore, ma fu il primo editore della storia. La diffusione di libri stampati, di “edizioni critiche” dei classici come di opere di nuovi scrittori, l’uso di nuovi caratteri molto più leggibili; poi la nascita dei periodici e più tardi dei quotidiani… un mondo che a noi sembra scontato, ma per più di nove decimi della storia dell’umanità nessuno riusciva neppure a immaginare. L’editoria nacque cinquecento anni fa; ma dobbiamo arrivare al nostro secolo perché la capacità di leggere e scrivere sia una cosa diffusa e non riservata a pochi privilegiati.

La terza fu la nascita della comunicazione istantanea. Prima il “telegrafo senza fili” di Marconi, poi la radio e il telefono, poi la televisione. Ci sembra impossibile immaginare un mondo in cui una notizia non possa viaggiare in un batter d’occhio da un angolo all’altro del pianeta; ci sembra impensabile non poter parlare, semplicemente componendo un numero su una tastiera, con qualcuno che vive in Australia (e fra non molto, in un modo o nell’altro, dovranno crollare i prezzi delle comunicazioni internazionali). Ma per il 99 per cento della nostra storia non è stato così. È vero che ai tempi di Giulio Cesare c’era un sistema telegrafico, che con fuochi sui punti elevati permetteva di comunicare in una notte da Roma all’estremo delle Gallie e viceversa; e che da secoli e secoli si comunica a distanza con i tamburi o i segnali di fumo. Ma non è la stessa cosa; e in Europa molte delle arti e tecniche del mondo antico andarono perdute durante il Medioevo. Insomma è passato solo un attimo, rispetto alla storia dell’umanità, da quando sono nati i mezzi di comunicazione cui oggi siamo abituati. E potrebbe di nuovo cambiare tutto…. se saremo capaci di capire e usare le nuove possibilità che la tecnologia ci offre.

Che cosa c’è di nuovo? Una cosa che tutti sappiamo, ma di cui forse non abbiamo ancora capito in pieno il valore: la comunicazione “interattiva”.

Il grande sviluppo dei “mezzi di massa” nel ventesimo secolo ha cambiato radicalmente il mondo. Così velocemente che nonostante l’immensa letteratura sull’argomento non abbiamo ancora capito bene come funzioni il sistema; né come i mezzi “tradizionali” (stampa, radio, televisione) possano e debbano cambiare per adattarsi alle nuove possibilità offerte dalle tecnologie. Ma nonostante i molti cambiamenti che verranno (la televisione a 500 canali, i giornali “su misura”, le emittenti radio sempre più specializzate, eccetera) i mezzi di comunicazione cui siamo abituati sono e rimangono a senso unico: pochi parlano, molti leggono o ascoltano.

Siamo ancora nel mezzo della terza rivoluzione, e già si affaccia la quarta: un sistema in cui chiunque può parlare con chiunque altro e tutti hanno lo stesso “diritto di voce”. Quella cosa che oggi chiamiamo internet.

La “telematica”, o comunicazione interattiva, esisteva prima che si diffondesse l’internet come la conosciamo oggi. La molteplicità dei BBS, le reti universitarie, i newsgroup Usenet, eccetera. Prima che le connessioni internet fossero disponibili a tutti c’era già una cultura della rete. Un po’ iniziatica, riservata a pochi appassionati, come i radioamatori… ma una vera cultura, in cui non si parla solo di tecniche, protocolli, software e connessioni.

Poi è arrivata, improvvisa e velocissima, la diffusione di un nuovo sistema. World Wide Web, la ragnatela. Quella che oggi sembra essere l’unica faccia dell’internet. Un grande progresso, ma con un rischio di deformazione. Molti sembrano pensare che l’internet sia solo un’immensa biblioteca. Certo, lo è; ma quello è solo uno degli aspetti della rete, e non il principale.

La “rivoluzione possibile”

La vera “rivoluzione” sta nello scambio. Il bello è che non dobbiamo aspettare che qualcuno assalti la Bastiglia o inventi l’aeroplano. Ognuno di noi può farsi la sua piccola rivoluzione su misura, e tutti insieme possiamo cambiare il mondo senza neppure accorgerci che lo stiamo facendo.

Incontrarsi e conoscersi in rete è un po’ diverso [4] dall’incontro “fisico” cui siamo abituati, ma è un incontro umano, con possibilità di scambio, di dialogo, di aggregazione che nessun altro strumento di comunicazione finora aveva mai offerto. Con la possibilità di gestire vivere comunità umane che spesso sono legate al territorio ma che possono espandersi, per affinità di interessi, in tutti gli angoli del pianeta.

Siamo appena agli inizi. Meno di due persone su cento, nel mondo, sono in grado di collegarsi. Tutta la cosa è troppo nuova perché se ne siano potute capire e realizzare in pieno le possibilità. Eppure vale la pena di guardare anche indietro, perché la cultura dei “pochi” che stavano in rete cinque o dieci anni può insegnarci cose che non è bene dimenticare. Come la netiquette [5]che non è un “galateo” ma un’intelligente raccolta di criteri pratici per capirsi meglio. Come l’umorismo, l’autoironia, la voglia di scherzare su tutto e su tutti… un valore da non perdere in questo mondo pieno di gente che si prende troppo sul serio.

Insomma credo che sia importante ragionare insieme sulla cultura della rete, cioè sui valori umani. Far tesoro di quello che si è imparato e scoprire continuamente qualcosa di nuovo. Parlare di cose serie e anche non; talvolta il “cazzeggio” è più utile, e più divertente, di tanti ragionamenti pseudo-seri e un po’ noiosi.

C’è una frase citata da spesso da Silvio Ceccato [6] (che da tanti anni insegna non solo cibernetica, ma anche umanità). Quando l’ho riportata in rete ha avuto un certo successo; alcuni l’hanno adottata come “tag”. Dice così:

Se tu mi dai una moneta e io ti do una moneta ognuno di noi ha una moneta. Se tu mi dai un’idea e io ti do un’idea ognuno di noi ha due idee.

Questa è la ricchezza che la rete ci offre. Proviamo a farla crescere insieme?

 

ndr. Giancarlo Livraghi che ci ha concesso il privilegio della sua amicizia ci ha lasciati il 22 febbraio 2014 [7]