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Gian Ruggero Manzoni – Una macchia nel sole
Edizioni del Girasole. Ravenna, 2009 – pp. 277

Attraversano la guerra in sella alle loro amate moto. La guerra attraversa le loro teste tracciando la trama del romanzo. Narratore e protagonista traghettano gli avvenimenti storici, che hanno segnato l’Italia dal 1943 al ’45, dalle pagine della Storia al sopravvivere quotidiano. Il narratore, cronista occasionale ma non casuale, non si preoccupa di individuare lo sviluppo degli avvenimenti, ma di trascrivere lo stato d’animo delle persone sbandate da quella guerra, che si è trasformata da conflitto fra Stati a Resistenza armata, per diventare guerra civile e delitto privato. La Storia resta sempre nello spazio bianco fra le righe, quasi una storia bastarda raccontata con parole dialettali piegate alla lingua italiana, poiché i tumultuosi stati d’animo per essere descritti hanno bisogno di parole precise come quelle di un linguaggio tecnico. Un fatto è quello che ci racconta Gian Ruggero Manzoni, una storia quella che leggiamo noi.

Un ricordo

Eccolo il tuo momumento. Tu non l’avevi richiesto ma appena la tua dipartita si è diffusa nel mondo, subito lì,  pronti con il coccodrillo, non in senso giornalistico, ma nel senso che l’Osservatore Romano ha cercato di mordere chi non poteva più parlare. Eccolo il tuo momumento: sono le pagine che hai scritto. Non hai mai detto: ho ragione. Hai sempre parlato di stare solo da una parte e da quella di vedere il mondo, non di condannarlo. Ti sei sbagliato come tutti, però degli sbagli sei riuscito a farne scalino per avanzare. Mi mancherà la tua feroce ironia, filtrata dal sarcasmo dei vecchi che sanno e pensano tutte le mattine che quello sarà il primo giorno di quelli che restano da vivere. Però tu hai sempre scritto per un domani possibile solo se il presente viene cambiato.  Caro Josè Saramago tu non hai bisogno di un momumento. Grazie per le pagine scritte.

aldo merce – il cristo cancellatore non è risorto. Edizioni Lumacagolosa. Borgo Faina – Villanova, 2010. Stampato su carta Canson in 50 esemplari numerati e firmati.

Tutto era stato scritto! Siamo nel ’68, anno dove anche i muri sono pieni di parole. Le parole occupano  tutte le superfici, eppure Emilio Isgrò * con la materialità di un gesto riesce ad allargare l’area della lettura: “cancella le parole”. Non le inventa tantomeno le modifica, cancella parole creando una pagina totalmente nuova che evita ogni possibilità di ri/lettura: tutto deve essere letto per la prima volta. Il Cristo Cancellatore scaccia ogni possibile pigrizia dal lettore, non ammette mercanti (riletture) nel tempio (pagina). Nel cogliere questo processo della lettura e il suo progressivo  scaricarsi  verso la rilettura  sta l’azione del libro di Aldo Merce con le pagine senza parole,  totalmente cancellate dove non è ammesso leggere, forse neanche rileggere.
Dino Silvestroni

* Emilio Isgrò – Il Cristo Cancellatore. Romanzo semplice. Testo di Pierre Restany. Milano.  Galleria Apollinaire, 1968


Chi siamo, italioti miei? Bonus tracks di Paola Amadesi e Marina Sangiorgi. Introduzione di Tahar Lamri. Edizioni Discanti. Bagnacavallo (RA), 2010.

Racconti che raccontano. Un piacevole libro da incontrare. Certi libri si incontrano come le persone, magari al caffè (attenti a non versarlo sulle pagine). Il piacere della lettura è dato dalla semplicità delle storie che non fotografano la realtà, ma descrivono storie quotidiane filtrate da ogni carattere di notizia. Geografie e dialetti diversi si mischiano per costruire nuovi ricordi.  Le persone e i personaggi dei racconti sviluppano storie che almeno una volta si possono leggere senza pre/giudizi. Scelgo a conferma delle mie righe il racconto: “Non per lui”, dove lo straniero non è la “badante”: leggere per credere.

È stato durante uno dei miei viaggi vacanza in Francia che ho scoperto come da quelle parti l’Italia fosse conosciuta soprattutto per la mer. Me lo ha fatto capire in maniera esplicita monsieur Chez, proprietario – gestore dell’hotel C* nella splendida provenzale Arles. Dopo avere espresso apprezzamenti lusinghieri per gli italiani, intesi come popolo (peraltro non sollecitati e pertanto ancora più graditi, soprattutto da parte di un francese non del tutto immune da sindrome sciovinista), era passato a decantare i nostri governanti, che aveva definito “de mer”. Io, a quel tempo illetterato novizio della lingua di Montaigne e Continua a leggere »

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