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di Vincenzo Andraous

Ricordo le parole di  un grande Magistrato:, “ Il discorso sulla sicurezza è diventato un’ossessione, ma non bisogna aspettarsi la soluzione dei problemi da un maggior numero di caserme ( io aggiungerei di carceri ), e sebbene sia giusta e congrua l’azione delle Forze dell’ordine, non dovremmo mai perdere di vista l’essere umano, la fragilità della vita umana”.
Quando penso al carcere, mi viene in mente quel nobile russo dell’era zarista a nome Oblomov, di cui mi ha raccontato don Franco Tassone della comunità “Casa del Giovane “: era una brava persona, non fece mai male ad alcuno, tanto meno lo si sentì mai lamentarsi. Semplicemente, non faceva nulla, sopravviveva a se stesso, nel più totale disconoscimento del fare, così tutto ciò che gli apparteneva decadeva per usura del tempo e nell’introvabilità di una scelta.
Questo immobilismo è oggi denominato come la patologia dell’ oblomovismo.
Oblomov aveva un sacco di progetti, di architetture mentali, ma morì senza avere costruito nulla, lasciando ai posteri ruderi e miserie.
Sicurezza non è un ramo staccato dal vivere civile.
Sicurezza sta a significare il coraggio con cui affrontare l’insicurezza, che è anche e soprattutto solitudine e mancanza di relazioni umane.
Sicurezza non può essere lo strumento con cui chiedere alla giustizia penale di risanare ogni contraddizione.
Infatti per chi varca la soglia di un carcere, la pena avrà un termine, quella persona uscirà, ma tutto quello che viene prima e deve venire dopo, deve riguardare un intervento che coinvolga l’intera società.
Le scelte di politica criminale non possono essere dissociate da precise politiche sociali.  Se ciò non è, allora equivale ad ammettere, per tecnici del diritto ed editorialisti di fama, che reprimere e rinchiudere conviene assai di più che recuperare, rieducare, risocializzare.
Conviene, perché costa meno in termini finanziari, costa meno in risorse umane specializzate, costa meno in termini di ideali cristiani e democratici.
Infine, comporta meno rischi da correre, è inevitabile che sia così.
Eppure la storia è vita, e la vita non è uno slogan elettorale, ci rammenta cosa eravamo, chi siamo, e cosa vorremmo essere.
Un carcere a misura di uomo significa concedere la possibilità di rivedere con occhi e sguardi nuovi ciò che è stato, e soprattutto di intendere il proprio riscatto e riparazione, non come l’assunzione di un servizio statuale, che come tale rimane uno scarabocchio sulla carta, ma dovrà essere inteso come una vera e propria conquista di coscienza.
Rieducare non deve essere un traguardo per pochi privilegiati, ma una realtà costante, alimentata dalla capacità di mediare i principi del vivere civile alla quotidianità.
Ritengo non più dilazionabile l’urgenza di coniugare in modo autentico teoria e prassi, sicurezza e risocializzazione, in quanto entrambe le istanze sono elementi costitutivi della nostra collettività.
Forse, oltre la condivisione dei principi morali, i quali sono logicamente immutabili, sarebbe più consono e umano condividere le modalità e le sfumature, che invece  purtroppo cambiano sovente.

(libera traduzione a cura COALIT)

Ciò che l’America fa nelle proprie prigioni in linea di massima e’ affar proprio, ma non sempre. Come questo mese, quando a Jose Medellin, cittadino messicano condannato a morte per lo stupro di gruppo e l’omicidio di due adolescenti avvenuti 15 anni fa a Houston, e’ stata somministrata un’iniezione letale nel carcere di Huntsville, in Texas.
La morte di Medellin ha scatenato un’immediata protesta da parte del Messico, che aveva chiesto che nel caso di Medellin, così come in quello di altri 50 cittadini messicani rinchiusi nei bracci della morte americani, fosse applicato quanto previsto dai trattati in essere, firmati anche dagli USA, in materia di relazioni consolari.
La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja negli ultimi 5 anni per ben due volte ha chiesto agli USA di riesaminare le condanne a morte emesse nei confronti di cittadini stranieri e la Casa Bianca aveva chiesto al Texas quantomeno di ritardare l’esecuzione [di Medellin], ma nonostante cio’ la scorsa settimana il Texas ha disobbedito a George Bush e al mondo pochi minuti dopo il mancato accoglimento di un appello dell’ultimo minuto da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti.
Secondo il “Death Penalty Information Centre”, alla fine dello scorso anno erano 132 i cittadini stranieri in attesa di esecuzione capitale negli USA. Nonostante il gruppo piu’ nutrito sia rappresentato dai cittadini messicani, sono presenti anche i cittadini di altri 38 Paesi, fra cui Germania e Francia.
Molti Paesi decidono di non concedere l’estradizione di prigionieri verso gli Stati Uniti, se il reato commesso e’ passibile di pena capitale e se le leggi dello Stato richiedente l’estradizione prevedono la pena capitale. La Gran Bretagna ha concesso l’estradizione di Neil Entwistle, cittadino inglese, recentemente giudicato colpevole dell’omicidio di sua moglie e di sua figlia in Massachusetts, uno dei pochi Stati americani senza la pena di morte.
Non soltanto gli Stati del Sud applicano la pena capitale. Sono 36 gli Stati americani le cui leggi prevedono questa pena, fra cui Stati liberali come lo Stato di New York ed il Maryland, mentre sono soltanto 14 quelli senza braccio della morte (oltre a Washington DC).
Dal 1976, anno in cui la Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncio’ a favore della reintroduzione della pena capitale da parte dei singoli Stati, al 1° agosto di quest’anno sono state giustiziate 1.115 persone, di cui il 38% afro-americane, una percentuale del tutto sproporzionata in relazione alla percentuale di popolazione di afro-americana residente negli USA (13%). L’anno in cui sono state eseguite piu’ condanne a morte e’ stato il 1999,
con 98 esecuzioni.
Negli ultimi 30 anni il Texas ha giustiziato quattro volte piu’ prigionieri di qualsiasi altro Stato (a seguire la Virginia). E’ vero che la regione chiamata “il Sud del Paese” e’ piu’ propensa a giustiziare rispetto ad altre aree degli USA. Pero’ non tutti gli Stati che hanno l’opzione di mettere a morte i detenuti scelgono di farlo. Il New Hampshire, ad esempio, e’ uno Stato con la pena di morte, ma non pratica esecuzioni capitali da decenni.
Stanno aumentando le pressioni affinche’ la pena capitale venga abolita, in parte grazie al riconoscimento che il rischio di mettere a morte una persona innocente non puo’ essere ignorato, e questo, a sua volta, in seguito al miglioramento di tecnologie forensi e all’uso del test del DNA utili nel determinare l’innocenza o la colpevolezza. Il tasso di esonero di condannati a morte e’ stato in media di 3,1 all’anno fino al 1999, schizzato poi a 5 all’anno oggi.
Gli abolizionisti hanno anche messo in evidenza i costi esorbitanti che i contribuenti sostengono per ogni caso capitale.
Tutto questo, tuttavia, e’ ben lontano da un vero cambiamento di mentalita’.
Gli abolizionisti sembrano fare un passo indietro ogni due passi in avanti. Recentemente hanno subito un duro colpo quando, in aprile, la Corte Suprema degli USA ha posto fine ad una breve moratoria nazionale sulle esecuzioni in attesa del pronunciamento in merito alla costituzionalita’ dell’iniezione letale (il metodo di esecuzione piu’ usato), decretata pena non insolita e non crudele.
Il Texas e’ stato il primo Stato a riprendere le esecuzioni.
Tuttavia, anche questo puo’ essere considerato un piccolo passo in avanti, anche se in base ai sondaggi gli americani favorevoli alla mena capitale continuano ad essere di piu’ (seppur sempre meno rispetto al passato).
Un momento importante fu il 2003, quando il Governatore uscente dell’Illinois, Gorge Ryan (poi condannato per corruzione) commuto’ tutte le condanne dei prigionieri rinchiusi nel braccio della morte in quel momento. In precedenza [Ryan] aveva decretato una moratoria sulle esecuzioni, in seguito alla scoperta di errori e discriminazioni razziali nel procedimenti. Tuttavia, le speranze che l’Illinois si sarebbe mosso verso l’abolizione in seguito sono andate deluse.
Un evento storico si e’ verificato lo scorso dicembre, quando il New Jersey e’ diventato il 1° Stato americano ad eliminare ufficialmente la pena di morte dal proprio Statuto dalla reintroduzione della pena capitale nel 1976.
Anche i legislatori di altri quattro Stati – Maryland, New Mexico, Montana e Nebraska – stanno discutendo da un anno a questa parte se abolire o meno la pena di morte. Il Maryland ha annunciato la formazione di una speciale commissione che eseguira’ uno studio di fattibilita’.
E’ la Cina ad essere in cima alla lista dei Paesi del mondo per numero di esecuzioni (ufficialmente vi ha fatto ricorso per 470 volte lo scorso anno, anche se il numero e’ molto piu’ altro secondo Amnesty International), seguita dall’Iran e dall’Arabia Saudita. Fra i Paesi industrializzati, soltanto gli USA, il Giappone e la Corea del Sud continuano a fare ricorso alla pena di morte. Convincere gli Stati Uniti ad abolire la pena di morte e’ diventata una questione
della massima importanza per gli attivisti che operano in difesa dei diritti umani in tutto il mondo. Ma come dimostrato dall’esecuzione di Medellin, cio’ che il resto del mondo pensa degli Stati Uniti non conta granche’ per gli americani.
Ancora nessun candidato alla casa Bianca si e’ espresso contro la pena di morte, nemmeno uno liberale come Barack Obama. Il rischio e’ quello di perdere le elezioni. Tuttavia, se eletto, Obama potrebbe influenzare il dibattito e far almeno in modo che vengano emanate leggi a salvaguardia degli innocenti.

Fonte: The Independent

Norma antiprecari

Riceviamo dall’Avv. Giovanni Giovannelli e volentieri pubblichiamo

Egregio signor Presidente,
                                            mi rivolgo a Lei in nome e per conto di numerosi lavoratori da me assistiti e tutelati nell’ambito di varie controversie, alcune pendenti davanti ai Giudici del Lavoro di merito o di legittimità, altre ancora in fase stragiudiziale. La caratteristica comune è quella di avere per oggetto la domanda di accertamento della nullità, o della illegittimità, o della inefficacia di termini e proroghe apposte a uno o più contratti di lavoro, sempre deducendo la violazione dei limiti posti dal Decreto Legislativo 368/2001 e dalla vincolante Direttiva Europea di cui il Decreto costruisce attuazione necessaria e dovuta. I lavoratori precari costituiscono la fascia meno protetta, più debole e più martoriata in questa nostra Repubblica che i padri costituenti vollero, fin nell’esordio, fondata invece sul lavoro. E questi lavoratori, sfidando la naturale paura che accompagna qualunque rivendicazione in assenza di garanzie, chiedono con speranza ai Giudici di riconoscere il loro diritto ad essere riconosciuti stabili dipendenti del datore che ha fatto cattivo uso (id est: abuso) della legislazione in tema di contratto a termine. Le violazioni, da parte anche di aziende potenti e di grandi dimensioni, sono state accertate dalla Magistratura; numerosi lavoratori hanno raggiunto l’obiettivo che si prefiggevano, o con sentenza o con utili conciliazioni dettate anche dalle sentenze di accoglimento.
                        Con una legge della Repubblica si pretende ora, cancellando i diritti e violando la Costituzione, di assestare un colpo durissimo alle speranze e alle istanze dei precari, a vantaggio (scandaloso) della parte datoriale che ha violato la legge e che rivendica di non averne conseguenze. Si tratta, signor Presidente della Repubblica, dell’art. 21 della legge di conversione del Decreto n. 112/2008. La legge, su cui viene posta la fiducia così negando emendamenti e dibattito, tra breve sarà sottoposta alla Sua firma; questa istanza e questo appello contengono la formale ed esplicita richiesta di non firmare questo sopruso che offende la Carta Costituzionale.
                      L’art. 21 (inserito nel vasto mare di norme con il palese disegno di evitare il dibattito e porre l’opinione pubblica e i danneggiati davanti al fatto compiuto) si pone, a prima vista e indiscutibilmente, in clamoroso contrasto con i principi costituzionali e con la direttiva dell’Unione Europea, vincolante ed approvata dalla Repubblica Italiana. Ed è altresì in contrasto anche con la giustizia sostanziale oltre che con il buon senso. L’art. 21 è uno dei provvedimenti più gravemente iniqui della nostra storia parlamentare; saremo costretti a vergognarcene negli anni futuri e provocherà l’inasprimento degli animi insieme a un senso di sfiducia generale verso le istituzioni. E’ giusto che le istituzioni lo sappiano.
                   Confidano i miei assistiti (ma anche, non ho dubbi, i moltissimi sodali che versano nelle stesse condizioni) che Lei, signor Presidente, saprà negare la Sua necessaria firma all’art. 21, rimettendo la materia a nuovo esame della Camera e del Senato, sottolineando che un simile provvedimento costituirebbe una ferita troppo grave alla società civile e che dunque deve essere modificato.
                  Già il testo originario del Decreto Legge (emendato dall’art. 21 nella conversione) lasciava perplessi per solide ragioni. Il Decreto violava i principi costituzionali posti a base della decretazione d’urgenza, per la totale carenza dei requisiti della necessità non prorogabile e della incompatibilità con il corso ordinario delle norme di legge. Nessuna persona sensata (anche se non giurista) potrebbe ravvisare urgenza improrogabile di abrogare un comma (quello che definisce “ordinario” il contratto a tempo indeterminato) copiato dalla Direttiva vincolante dell’Unione Europea o di aggiungere una coda misteriosa e barocca ad un altro comma (l’estensione del contratto a termine alle attività normali e consuete di un’azienda: coda già riconosciuta dalla giurisprudenza di merito e dunque inutile). La stampa (grande e piccola) si è contraddistinta prima per il rumoroso silenzio, poi per l’informazione tardiva (quando la Camera aveva già approvato il testo) e inesatta, infine per la mancata pubblicazione della norma e lo scippo di informazione ai lettori.
                              Non è un semplice “incidente”; e non è una “sanatoria” con effetti che riguardano il passato. L’art. 21 della legge di conversione si spinge ben oltre e viola clamorosamente la Costituzione, con ben due disposizioni inserite ad arte nei lavori di Commissione tenuti segreti al pubblico. Con la veste di “interpretazione autentica” si vuol cancellare la possibilità (in danno dei lavoratori precari) di ottenere per via giudiziaria l’accertamento di un rapporto lavorativo stabile quando emerga la violazione della legge che regola la scadenza temporale. L’applicazione dell’art. 1419 c.c. (primo comma) al contratto a termine, gabellato per “interpretazione”, è stato negato dalla giurisprudenza, con orientamento granitico ed univoco, di legittimità e di merito. La Corte Costituzionale, per ben due volte, con decisioni interpretative di rigetto che concernevano il più dubbio caso del tempo parziale, ha escluso con solare chiarezza la legittimità di una tale costruzione giuridica, bollandola come estranea e contraria alla Carta. La nullità del contratto si traduce infatti in una sorta di inammissibile conseguenza premiale in favore di chi aggira le norme e a danno di chi subisce il torto. Pinocchio derubato viene arrestato dai carabinieri. La Consulta ha deliberato che le clausole accessorie debbono sopravvivere perché questa è l’unica interpretazione costituzionalmente ammissibile.
                                      Peraltro il D. Lgs. 368/2001 prevede anche ipotesi di “inefficacia” (come la mancata indicazione delle ragioni analitiche che legittimano in astratto una scadenza) e si tratta di caso ben diverso rispetto alla “nullità” (che è l’unico caso di cui all’art. 1419 c.c.). Ma l’interpretazione “autentica” travolge anche queste ipotesi, a vantaggio delle imprese che hanno violato le regole, a danno di chi è stato vittima della violazione. E’ una norma che si pone contro la Direttiva dell’Unione e che costituisce un caso grave di “retroattività” antigiuridica. Lei, signor Presidente, non può consentirlo.
                                   L’articolo 21 della legge di conversione introduce, sempre con effetto retroattivo da applicarsi anche alle cause in corso, una sanzione del tutto nuova a fronte della accertata violazione delle regole e delle norme che limitano, secondo le disposizioni dell’Unione, l’uso del contratto a termine. La sanzione sostituisce l’accertamento del contratto definitivo con una sorta di “bonus” a carattere di penale, da un minimo di 2,5 mensilità a un massimo di sei mensilità. Migliaia di lavoratori riammessi in servizio con sentenza dei giudici della Repubblica saranno ora, con retroattività, espulsi e il danno liquidato nelle decisioni ridotto. E anche i datori di lavoro che lealmente hanno riconosciuto l’errore si sentiranno beffati e risulteranno danneggiati dalla concorrenza di chi invece delle leggi (allora in vigore) si sono fatti beffa grazie all’art. 21 della legge di conversione che riscrive il passato delle norme giuridiche. Non solo, signor Presidente, risultano in contrasto insanabile con l’art. 21 la Direttiva dell’Unione Europea e la Costituzione che Lei deve tutelare, ma viene anche calpestato un principio fondamentale di qualsivoglia stato di diritto, da Giustiniano in poi. Cade la regola tempus regit actum. Camera e Senato chiedono di cancellare un diritto già maturato dei lavoratori precari.
                                  I miei assistiti diffonderanno questo appello e lo renderanno pubblico, chiedendo che ogni sincero democratico lo sottoscriva, chiedendo che ogni sincero democratico si ribelli al sopruso. Vogliamo sperare, lo ripeto, che nel prudente ma meditato esercizio delle Sue funzioni istituzionali e costituzionali, Lei vorrà davvero negare la firma, tutelare la Carta e riconfermare la lealtà della Repubblica alla Direttiva Europea che ha recepito ed approvato. E se così non fosse dovremo tutti prenderne atto, con amarezza, ma, Le assicuro, senza rassegnazione.
                             E contestualmente procedere a formale diffida, che viene a Lei indirizzata quale Rappresentante della Repubblica Italiana, dello Stato. I lavoratori da me assistiti non accetteranno quella che ritengono una illegittima lesione, un vero e proprio sopruso. Chiederemo la rimessione alla Corte Costituzionale, ci rivolgeremo alla Corte di Giustizia e a tutti gli organismi internazionali competenti (anche con richiesta di aprire la procedura di infrazione) chiedendo la condanna della Repubblica Italiana e il risarcimento del danno.
                            La giurisprudenza europea è costante nel ravvisare la responsabilità dello Stato nazionale ogniqualvolta venga violato il principio della cosiddetta “parità delle armi”. L’art. 21 della legge di conversione consente allo stato italiano di modificare il quadro normativo in corso di giudizio, avvalendosene mediante le proprie società controllate Poste Italiane spa e Rai spa, parti nei giudizi. La stampa (tardivamente) annota che ben 27.000 (ventisettemila) sono le cause che hanno visto soccombenti le sole Poste Italiane (e dunque 27.000 saranno i precari espulsi dall’art. 21). Ma la parità delle armi violata avvantaggerà anche i concessionari dello Stato: le Autostrade, la Telecom, le municipalizzate, le società pubbliche regionali. Viene devastato il diritto positivo.
                        Quando la Corte Costituzionale e la Corte di Giustizia saranno investite del problema si porrà la questione del rischio di soccombenza e dei suoi costi; non vi è traccia della copertura di tale rischio concreto mentre è certo che la sola difesa delle società in un contenzioso così complesso avrà ripercussioni sul pubblico erario di non poco momento (attualmente le cause dei precari postali, quando assegnate a studi esterni come nella gran parte dei casi, incidono in misura di circa 15 mila Euro a posizione). E poiché non abbiamo dubbi circa il fatto che a conclusione del percorso i lavoratori vedranno riconosciute le loro ragioni contro l’arbitrio dell’art. 21 della legge di conversione copia di questo appello e di questa contestuale subordinata diffida viene inviata alla Procura presso la Corte dei Conti per le valutazioni che riterrà opportune. Ma chi pagherà domani il danno provocato oggi? Senza nasconderci che un simile provvedimento, inevitabilmente, provocherà aspro scontro sociale il cui esito neppure è seriamente prevedibile; migliaia di lavoratori resi precari con un colpo di legge retroattiva lasciano intravedere reazioni esasperate. E non va dimenticato che le morti sul lavoro sono maggiori laddove il precariato è più diffuso; l’art. 21 contiene dunque l’indiretto contributo statistico e percentuale (ma scientificamente provato) alla morte per incidente di attualmente ignoti nuovi precari individuati dall’art. 21.
                             La prego, Signor Presidente, di voler cortesemente prendere atto di questa formale comunicazione che anticipa il contenzioso a tutto campo, quale naturale ineluttabile e inevitabile conseguenza dell’entrata in vigore dell’art. 21 della legge di conversione del decreto legge n. 112/2008. I miei assistiti si augurano che, nello sciagurato caso di entrata in vigore, la ribellione (in modo legittimo naturalmente!) contro tale iniquo provvedimento dilaghi nel paese e costringa gli autori della norma ad un auspicabile retromarcia.
Confidano comunque di non rimanere soli.
Con osservanza
Milano, 21 luglio 2008
                                      avv. Giovanni Giovannelli

Il 2 agosto di 28 anni fa era un sabato, come oggi; era il 1° sabato di agosto, come il 4 agosto 1974, giorno in cui il treno Italicus fu squartato da un ordigno nei pressi di Bologna. Anche allora la bomba fascista sarebbe dovuta esplodere a Bologna, ma un ritardo imprevisto del treno, lo impedì.
Coloro che, sei anni dopo, vollero imitare quell’impresa scellerata, intesero evitare ogni possibile ostacolo al realizzarsi del loro disegno criminoso: scelsero ancora la città simbolo di democrazia civile e solidarietà sociale, Bologna, scelsero la sua stazione, scelsero le 10,25, l’ora di punta per il traffico ferroviario.
Volevano una strage, fu un’ecatombe: 85 morti e 200 feriti.
Sotto le macerie rimasero donne e bambini, giovani che volevano solo andare in vacanza, lavoratori e cittadini inermi. Tutti investiti da una terribile esplosione che, in un attimo, trasformò questo piazzale in uno scenario di morte e devastazione.
Noi parenti delle vittime perdemmo qui gli affetti più cari, molti dei feriti pagano ancora oggi le conseguenze di quell’atto vigliacco e disumano, e sappiamo che molti di voi hanno ancora negli occhi quelle scene strazianti.
Anni di indagini e processi hanno permesso di individuare le responsabilità di neofascisti, loggia massonica P2 e Servizi segreti, coinvolti a vari livelli nella strage e tutti alleati per occultarne i retroscena.
Licio Gelli, gran maestro della loggia massonica P2, il faccendiere Francesco Pazienza, gli appartenenti al SISMI, generale Musumeci e colonnello Belmonte, sono stati condannati per depistaggio. Oggi sono tutti liberi.
I neofascisti dei NAR, che hanno eseguito materialmente la strage, sono Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini; quest’ultimo condannato l’anno scorso, è l’unico in carcere (avendo iniziato la detenzione l’anno scorso) e come i suoi sodali segue il copione di professare un’innocenza smentita da fatti e prove,mantenendo il silenzio sui mandanti e ispiratori politici della carneficina del 2 agosto 1980.
Quella della menzogna e dell’omertà, d’altronde, è una strada che paga:
Francesca Mambro ha causato 95 morti, ha accumulato 6 ergastoli più 84 anni e 8 mesi di reclusione per i gravissimi reati che ha compiuto, ma dal 2001 non mette piede in carcere dove ha trascorso solo 2 mesi per ogni morto: sospensione pena per maternità, maternità che dura ormai da 7 anni. Ancora oggi, non ci è dato sapere in base a quale principio giuridico la terrorista più sanguinaria del nostro Paese abbia potuto godere di tali privilegi. Forse il diritto concesso dall’omertà di Stato a cui lei si è sempre attenuta.
Valerio Fioravanti, ha ucciso 93 persone e oltre ai sei ergastoli, gli sono stati inflitti 134 anni e 8 mesi di reclusione per gli ulteriori reati commessi. Anch’egli, come sua moglie, non ha mai aiutato le indagini, non ha mostrato alcun pentimento, ha offeso le Corti Giudicanti e si è più volte vantato di non avere rimorsi. Anche a lui, senza nessun principio giuridico, ma secondo il principio dell’omertà, è stato riservato un trattamento di favore, gli è stata concessa la liberazione condizionale.
Fra due anni il più efferato criminale della storia italiana moderna, potrà, come già è accaduto per altri terroristi, rossi o neri non importa, essere deputato della Repubblica e così legiferare in nome del popolo italiano. I cosiddetti democratici garantisti plaudiranno, siamo l’unico paese democratico con terroristi eletti in Parlamento.
Anche nell’attuale legislatura non mancano gli amici dei terroristi, Marcello De Angelis condannato per banda armata, cognato di Luigi Ciavardini, è senatore; Renato Farina, grande amico e sostenitore di Mambro e Fioravanti, spione al soldo dei Servizi segreti, condannato in relazione allo scandalo Telecom e per questo radiato con infamia dall’ordine dei giornalisti, è attualmente deputato alla Camera. Siamo l’unico Paese democratico a posizionare simili personaggi in ruoli istituzionali.
Tutti i partiti dovrebbero, per onestà intellettuale, evitare di candidare ad elezioni o a cariche istituzionali siffatti personaggi che ledono il decoro istituzionale e offendono, con la loro presenza  in Parlamento, i familiari delle vittime.
Il Parlamento ha finora legiferato più per la tutela dei malfattori che per i diritti delle vittime e la presenza di tali loschi figuri non invita certo a sperare in un cambiamento di rotta.
Nel manifesto di quest’anno abbiamo scritto:
LA TUTELA DELLA MEMORIA DELLE TRAGEDIE DELTERRORISMO
E DELLE STRAGI
E’ NECESSARIA PER AFFERMARE LEGALITA’ E DEMOCRAZIA
UN COMPITO CHE I FAMILIARI DELLE VITTIME NON ABBANDONERANNO MAI

In un paese che insegue falsi miti e sinistre figure del passato i familiari delle vittime si sono assunti il ruolo di tutelare la memoria di quel periodo. Sostituendosi a politici molte volte disattenti o distratti.

Nel corso della cerimonia svoltasi al Quirinale per il giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, assieme alle altre associazioni di vittime delle stragi abbiamo sviluppato le seguenti considerazioni:
“Dobbiamo ricordare che in Italia, dal dopoguerra ad oggi, vi sono state 14 stragi con un numero spaventoso di morti e feriti, ma che in nessuna di esse si è arrivati a colpire mandanti e ispiratori politici.
Coloro che hanno utilizzato le stragi e il terrorismo per fini politici non sono stati individuati dai processi, sono ancora tra noi e sono impuniti.
Di quei tragici eventi lascia un ricordo particolarmente amaro il coinvolgimento degli apparati di sicurezza, fenomeno talmente esteso da chiamare in causa chi aveva su di essi poteri di nomina e controllo politico.
Il coinvolgimento di uomini dei servizi segreti nei depistaggi e nelle coperture date ai terroristi e l’impedire ai giudici di arrivare alla completa verità è un punto cruciale per la comprensione di quegli anni bui e non deve essere in alcun modo accantonato.
L’attuale Parlamento deve inaugurare una nuova stagione politica finalizzata alla ricerca della verità, ove non vi sia più spazio per segreti e reticenze, anche per dare un senso alla legge n. 124/2007 che recepisce, sia pure in parte, la proposta di legge di iniziativa popolare per l’“Abolizione del segreto di Stato nei delitti di strage e terrorismo”, presentata dalle associazioni delle vittime al Senato nel lontano 1984.
Le leggi vanno applicate nella loro interezza, i decreti attuativi non debbono stravolgerne o limitarne l’esecuzione.
E’ importante che chi ha attentato alla vita democratica del Paese venga finalmente punito.
Aprire gli armadi non deve essere solo uno slogan, a questo punto vi sono anche gli strumenti legislativi per farlo senza incertezze e reticenze.
Pensiamo sia giunto il tempo per un giudizio anche politico sullo stragismo che determini l’allontanamento dalle istituzioni di chi lo ha favorito anche solo con la sua colpevole inerzia.”
Queste considerazioni sono state censurate dalla RAI TG1, incaricata della diretta televisiva, che proprio nel giorno del ricordo delle vittime, durante la cerimonia ha valutato più conveniente sostituire l’intervento delle vittime con l’intervento del direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli. Anche questo è un fatto di una gravità eccezionale, si è voluto evitare che nel Paese si sentisse la voce alta e chiara di chi vuole conoscere il nome dei mandanti, di chi più volte ha denunciato che, i direttori dei servizi segreti nostrani aderenti alla famigerata loggia massonica P2, sono stati nominati dall’allora Presidente del Consiglio On. Giulio Andreotti e dall’allora Ministro dell’Interno On. Francesco Cossiga. Non si è voluto far sapere al paese e a tutti coloro che in questi anni si sono battuti per l’abolizione del segreto di Stato nei delitti di strage e terrorismo che l’interpretazione data alla legge 124/2007 (Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto) con i decreti attuativi, rischia di fatto di far diventare eterno il segreto di Stato.
Tutto l’impegno che gran parte delle istituzioni e dei media pongono nella salvaguardia del buon nome dei terroristi, accampando ogni scusante per ciò che hanno fatto, non sembra essere casuale. Nel contempo, non è accettabile il costante impegno a svilire, umiliare, frapporre ostacoli insormontabili ai diritti dei familiari delle vittime del terrorismo: impegni presi solennemente, nella precedente legislatura, non sono stati rispettati, la legge 206 del 2004 “Nuove norme a favore delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice”, dopo 4 anni non è ancora attuata nella sua integrità; una burocrazia che si comporta in modo avvilente, cercando di scoraggiare in ogni modo le legittime richieste avanzate dalle vittime, tendenti a far applicare quanto stabilito dalla legge. Giorni fa le associazioni sono state ricevute dal Sottosegretario On.Gianni Letta, ci auguriamo che questo possa finalmente rendere attuativa la legge e le sue integrazioni senza umiliare ulteriormente i familiari delle vittime.
Un Parlamento che ha sempre qualcosa di più importante da fare, ignora sia la proposta di legge quadro per la tutela delle vittime di reato, che la modifica dell’art. 111 della Costituzione con l’inserimento della tutela delle vittime; dopo anni di promesse  queste proposte di legge sono ancora bloccate senza vedere possibilità di discussione e approvazione. Inoltre l’Osservatorio per la tutela delle vittime  di reato, chiuso nel 2003 dall’allora ministro della Giustizia Castelli, non è stato ancora ripristinato.
Questo ribaltamento dei ruoli, questa disparità di trattamento tra vittime e carnefici non è più tollerabile. E’ una situazione che non ci preoccupa solo come parenti delle vittime, ma prima di tutto come cittadini: impedire a pregiudicati per gravi reati di rappresentare il popolo nelle istituzioni è un dovere imprescindibile per chi voglia costruire una società giusta e occorre dimostrare anche alle giovani generazioni che il crimine non può costituire un mezzo per raggiungere il successo.
Per questo ci rivolgiamo in particolare ai giovani. A loro che sono il futuro vogliamo dire: abbiate il culto della memoria! Una memoria critica ma non confusa. Abbiate il senso delle radici. Perché il nostro vissuto è il seme del vostro futuro.
Da anni l’associazione si impegna in progetti formativi, per promuovere la memoria e la consapevolezza storica nelle nuove generazioni.
Proprio oggi, qui a Bologna, verrà proiettato un film sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e sull’attentato alle Twin Towers di New York dell’11 settembre 2001.
Il film è il risultato di un laboratorio sperimentale, il progetto NoWhere, che ha visto protagonisti studenti italiani e americani ed è stata realizzato assieme alla facoltà di scienze della Formazione e di Comunicazione dell’Università di Bologna e all’Università della California col contributo della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, delle istituzioni locali e dell’Assemblea legislativa della Regione Emilia Romagna. L’11 settembre lo stesso film verrà proiettato a Los Angeles e a New York.
Da quest’anno, poi, il progetto NoWhere diventa un laboratorio permanente. Non solo nelle aule dell’Università ma anche attraverso nuovi strumenti di comunicazione e di partecipazione come un blog su internet aperto a tutti e in particolare ai giovani a cui ci rivolgiamo per condividere e costruire assieme.
Con questo intento, da anni noi familiari delle vittime, con l’aiuto del CEDOST (Centro di Documentazione Storico Politico sullo Stragismo) incontriamo gli studenti nelle scuole d’Italia, pensando che anche questo sia un modo per diffondere la conoscenza dei fatti e per impedire che quanto di orribile è successo in passato possa ripetersi.
L’anno scorso, il 7 marzo, mi sono recato fra l’altro in un liceo di Verona, per parlare con gli studenti di quanto accadde qui in questa stazione e della nostra lotta per ottenere giustizia e verità.
Durante il dibattito è intervenuto un ragazzo, che ha sostenuto che i processi contro i NAR, per i quali mostrava di nutrire una certa ammirazione, erano una farsa.
Ho risposto che i processi si basavano sulle prove, che la colpevolezza di Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini era stata accertata inequivocabilmente da più Tribunali, Corti d’Appello e Cassazione, gli ho ricordato l’assassinio del giudice Mario Amato, ucciso con un colpo alla nuca mentre aspettava l’autobus e i numerosi omicidi dei NAR, che per questo non potevano certo costituire un esempio di vita.
Nella primavera di quest’anno, quello stesso giovane, è stato arrestato con altri quattro amici per aver ucciso a calci e pugni un ragazzo, colpevole solo di portare i capelli lunghi.
E’ agghiacciante ricordare che, per lo stesso futile motivo,Valerio Fioravanti aveva compiuto il suo primo omicidio: quello di Roberto Scialabba.
E’ agghiacciante pensare che ancora oggi vi siano giovani che hanno il mito e seguono l’ideologia dei NAR, terroristi violenti e vigliacchi.
E’ agghiacciante, ma non stupisce perché purtroppo anche questo è il frutto avvelenato di anni e anni di buonismo nei confronti di criminali sanguinari, dipinti come eroi romantici. E’ il risultato dei palchi e delle tribune che vengono ampiamente concessi ai terroristi che sono stati troppo spesso rappresentati come i soli depositari della verità e della memoria storica dei cosiddetti anni di piombo.
E’ il risultato di un clima di generale lassismo e di pericolosa superficialità sull’argomento anni di piombo, al punto che l’attrice Fanny Ardant, è arrivata ad affermare che le Brigate Rosse operavano per la libertà e che Renato Curcio è un eroe.
Sono ancora troppe, simili manifestazioni d’ignoranza plateale e sono poche le voci che ricordano anche ai giovani quali sono stati i veri eroi , da Vittorio Occorsio a Guido Rossa, dai giudici Emilio Alessandrini e Mario Amato, da Emanuele Petri a Marco Biagi, dai giornalisti come Walter Tobagi e Carlo Casalegno.
Il Capo dello stato Giorgio Napolitano, uomo di grande sensibilità e buon senso, il nove maggio scorso ha ricevuto i parenti delle vittime del terrorismo. Nel trentennale della morte di Aldo Moro, ha ricordato a tutti che un paese civile deve onorare le vittime e non i carnefici che hanno certamente diritto a rifarsi una vita, ma non a godere di ostentata visibilità , a salire in cattedra e, al riguardo, anche mass media e giornalisti hanno una grande responsabilità.
E a proposito di giornalismo, c’è un grande giornalista recentemente scomparso che oggi ci fa piacere ricordare, Enzo Biagi. Vogliamo ricordarlo con le parole che egli usò per descrivere Francesca Mambro:”forse nessuno è un mostro, neanche Himmler o Hitler, neanche Stalin; ma Francesca Mambro, volto quadrato, senza un segno di cosmetici,sguardo freddo e sorriso ironico,jeans,scarpe Clarks, ha qualcosa in sé di incomprensibile, di inafferrabile. L’aspetto e i modi spigolosi,il lucido disprezzo. E’ forse il personaggio più sconvolgente che ho incontrato in cinquant’anni di mestiere; e c’è dentro tutto: artisti, ladri,soldati, banditi, politici,campioni, puttane, quasi sante,grandi signore, mezze calzette, prelati, grandi truffatori, giocatori di ogni genere, roulette, carte, affari, pelle o reputazione del prossimo. Nessuno mi ha mai detto: “Non conosco la parola rimorso”; qualche tarlo, qualche pena, tutti ce l’avevano dentro”.
Con poche parole Enzo Biagi, ex partigiano, persona per bene, ha saputo descrivere e cogliere perfettamente una personalità.
Anche a lui va il nostro commosso ricordo e il nostro ringraziamento per esserci stato vicino in anni di dure battaglie e per lo stesso motivo siamo grati di cuore a tutti voi, per essere ancora qui oggi, in tanti, al nostro fianco.
Grazie

Libri mai mai visti XIII Edizione. Grattoni Lorena - Il libro della memoria: fatti un nodo al fazzoletto (per non dimenticare il 2 agosto 1980)
Libri mai mai visti XIII Edizione.
Grattoni Lorena – Il libro della memoria: fatti un nodo al fazzoletto
(per non dimenticare il 2 agosto 1980)

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