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Redazione del paese delle donne

La prostituzione si è spostata dalla strada alle “case al chiuso”

Sarà in libreria il prossimo 14 marzo il volume “All’aperto e al chiuso Prostituzione e tratta. I nuovi dati del fenomeno, i servizi sociali, le normative di riferimento”. Il libro raccoglie i risultati di una ricerca condotta da Parsec Consortium nel biennio 2005-2006 che ha studiato le trasformazioni del fenomeno prostituzione a livello nazionale.

Il traffico di esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale, assieme al traffico di armi e di droga, è diventato uno dei principali mercati illegali su scala mondiale.
Il fenomeno ha subito in questi ultimi anni una trasformazione strutturale che ha prodotto un cambiamento radicale del rapporto tra i diversi attori sociali coinvolti e ha determinato una maggiore segmentazione interna al fenomeno.
Le modalità di esercizio della prostituzione si sono estese determinando cambiamenti dei luoghi dove viene praticata, dei rapporti sociali e delle forme di contrattualizzazione tra le vittime e gli sfruttatori.

Le organizzazioni criminali hanno sviluppato un modus vivendi accettabile per le donne coinvolte nei meccanismi di sfruttamento con l’obiettivo di “umanizzare” lo sfruttamento sessuale ed evitare conflitti incontrollabili che possono mettere in crisi la stabilità delle stesse organizzazioni. Una vera e propria “ricerca del consenso” che è diventata fattore costitutivo del rapporto di prostituzione.

Nel frattempo la prostituzione si è spostata dalla strada alle “case al chiuso”, in risposta alla repressione giudiziaria innescata dalla legge Bossi-Fini mirata contro le donne straniere che esercitano la prostituzione in strada, perché più visibili.
La prostituzione allora si mimetizza ma estende il proprio raggio di influenza su nuovi gruppi nazionali, primi tra tutti quello delle donne maghrebine e quello delle donne cinesi.

Il libro raccoglie i risultati di una ricerca condotta da Parsec Consortium nel biennio 2005-2006 che ha studiato le trasformazioni del fenomeno a livello nazionale, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, e ha costruito una vera e propria “mappa sociale” del mercato romano della prostituzione che rappresenta, da solo, quasi un quinto dell’intero fenomeno nazionale.
La ricerca presenta anche le esperienze realizzate a sostegno delle vittime della tratta sessuale e le metodologie di lavoro sperimentate proprio al fine di attivare percorsi per la loro fuoriuscita dai circuiti della prostituzione.
In particolare, il Progetto Roxanne del Comune di Roma, programma di intervento che ha coinvolto le istituzioni locali, le forze dell’ordine, gli operatori della sanità, gli operatori sociali e i mediatori culturali, finalizzato al reinserimento sociale e lavorativo delle vittime della prostituzione.

Francesco Carchedi, Vittoria Tola (a cura di)

All’aperto e al chiuso
Prostituzione e tratta
I nuovi dati del fenomeno, i servizi sociali, le normative di riferimento
Ediesse, 2008

il pese delle donne, 11 marzo 2008

di Ines Valanzuolo

I diari di tre donne vissute tra gli anni sessanta/settanta nell’ultimo film di Alina Marazzi

L’anteprima dell’ ultimo film di Alina Marazzi, presentato a Roma il tre marzo, è stata accolta come un evento da ricordare e valutare in rapporto alla “miseria”del presente ma aggiungerei, soprattutto, da godere.

Sono infatti “rose” quelle che ci offre la produzione filmica sapiente ed ironica di Alina Marazzi, proprio quelle “rose” che l’abitudine alla rinuncia spesso oggi ci impedisce di chiedere.

Ci consente di ripercorrere anni di ricerca faticosa e felice, di emozioni e cambiamenti, finalmente liberati dalla retorica didattica, ideologica, religiosa, partitica, patriarcale, matriarcale, fraterna e sororale. Ci rassicura dell’esistenza di donne che si sono informate e formate, e informano e formano, su una produzione culturale di donne o su donne, considerate per il loro esistere e significare.

Con leggerezza. Italo Calvino in “Lezioni americane” a proposito della leggerezza nel linguaggio letterario dice “…nel momento in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire che devo cambiare il mio approccio , devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica”.

Questo ha fatto Alina col linguaggio filmico. E’ difficile parlare di quanto è accaduto tra gli anni sessanta/settanta nella vita delle donne senza rischiare di deformarlo sotto il peso dell’attualità di volta in volta osannante, revisionista, negazionista.
Servono altri metodi di conoscenza e di verifica. I diari di tre donne vissute tra gli anni sessanta /settanta, Anita, Teresa Valentina, presi dall’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, vengono letti con l’ausilio di materiali di repertorio dell’epoca: inchieste e dibattiti televisivi, spezzoni di film, di filmini familiari, riprese di manifestazioni, fotografie, fotoromanzi, pubblicità, musiche.

Si riesce a sorridere quando la deliziosa ragazza con sottogonne inamidate e vitino di vespa si chiede fiduciosa e trepidante quale sarà il suo futuro di sposa, amata e amante e nella magica sfera di cristallo compare il corpo nudo di una ragazza che balla su un prato circondata da ragazzi; si ride delle presuntuose e disarmanti risposte, durante inchieste e dibattiti, di uomini/patriarchi ma quando l’indicibile, l’irrapresentabile si impongono, il colore, le linee, le immagini, la musica sostituiscono efficacemente le parole ed ecco ancora la leggerezza, originale e graffiante: la sofferenza fisica, la paura, di Teresa, ragazza del sud costretta ad abortire, si racconta con piedi nudi femminili che camminano su lastre di ghiaccio.

Il Paese delle donne, 5 marzo 2008

di Rita Guma*

Antonio Bassolino, alla decisione della Procura di indagarlo per presunti reati commessi nel corso del suo mandato di commissario per l’emergenza rifiuti, tra il 2001 e il 2004, e di fronte alle attese dei colleghi di coalizione e dell’opinione pubblica su una sua scelta di lasciare l’incarico, ha risposto con un supposto “dovere” di restare al suo posto per dare il suo contributo al commissario per l’emergenza Gianni De Gennaro.

Ci si chiede innanzitutto come possa – dopo essere stato egli stesso commissario straordinario per l’emergenza rifiuti per tanti anni senza cavare un ragno dal buco – affermare l’utilità di un suo ‘aiuto’ a De Gennaro. Inoltre – al di là dell’inchiesta giudiziaria, è’ la stessa relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti in Campania approvata a dicembre 2007 a gettare una luce sinistra sulla gestione commissariale in questi anni.

In essa infatti si afferma, con esclusione delle ultime due gestioni, un “giudizio incondizionatamente negativo sull’apparato commissariale, le cui inefficienze strutturali si sono rivelate, lungo questi anni, di entità tale da pregiudicarne, in modo irreversibile, operativita’ ed efficacia. La struttura del Commissariato, infatti – dicono i parlamentari – ha finito sovente con il dirottare parti consistenti delle risorse per la propria auto-sussistenza, assumendo sempre più l’aspetto di un orpello inutile e dannoso”.

“La storia del Commissariamento, inoltre, – prosegue la relazione – ha registrato numerose ed allarmanti vicende criminose che hanno visto come protagonisti rappresentanti anche apicali dell’apparato burocratico commissariale, tanto da contribuire a radicare nei cittadini campani una percezione di sostanziale inaffidabilità, se non proprio di collusione con la criminalità di impresa e di tipo mafioso, delle istituzioni preposte alla soluzione dell’emergenza-rifiuti”.

Quindi a Bassolino, che parla di una presunta “necessità politica di andare avanti”, rispondiamo che è stata proprio la politica – cioè il parlamento guidato da una maggioranza di centrosinistra – a fargli capire che la vera necessità per lui sarebbe quella, piuttosto, di fermarsi.

*presidente nazionale
Osservatorio sulla legalita’ e sui diritti onlus

di Vincenzo Andraous

Lutrec non c’è più, lo hanno trovato privo di vita, riverso sul ciglio della strada, con la siringa nella vena e gli occhi grandi spalancati.
Questa assenza è un dolore che lacera in profondità, perché si tratta di una persona conosciuta, un giovane con tante capacità al fondo recintato delle apparenze.
Lutrec l’ho conosciuto anni fa in un oratorio, aveva 13 anni, tosto al punto giusto da farmi rammentare l’acqua ferma del lago dietro casa, uno scoglio e un ragazzino, una storia anche quella amara, ma in una vita tutt’ora nella ricerca mai stanca di un aggrappo da consolidare, da condividere e consegnare, per resistere alle proprie derive.
Ricordo bene i sussurri, i bisbigli nei riguardi di Lutrec, un presente senza passato, storpiato da chi ha meno, da chi ha poco, da chi ha nulla, come se essere nato con le dita strette a pugno, fosse già condanna, più ancora di una madre che non c’è, di un padre in galera, di un fratello che si fa coinvolgere sempre più spesso dagli spiccioli facili.
Quel giorno ritornando a casa pensavo: destinazione vicolo cieco, mentre una strana sensazione mi aggrediva alle spalle.
Noi, il mondo adulto, così presi dai medagliamenti, dai lavori in corso per ricollocare  i luccicanti curriculum, ci siamo disposti in cerchio per consigliare Lutrec, ognuno a fare valere le proprie ragioni, nessuno ad ascoltarlo veramente.
Il piccolo duro se n’è andato giovane, e questo silenzio non  rende meno opprimente il carico delle responsabilità, per non essere riusciti a tracciare un percorso di promozione umana, ove riconoscere caratteri emancipanti, aiutando Lutrec a passare da una posizione di rincalzo a una da protagonista della propria crescita personale.
Non è possibile accettare il rifiuto di vivere da parte di un adolescente, senza lottare, insieme, accettarne la resa, prima ancora d’aver iniziato a sognare, prima ancora d’esser stato scalciato da una buona fatica.
Genitori, insegnanti, educatori, impegnati anche con ciò che non vorremmo, con ciò che accentua la nostra incapacità a farci i conti, ma forse quel che è un sogno, sovente è un lamento pietoso, il tentativo di salvare dal proprio destino chi è ripiegato su stesso come Lutrec, a gambe divaricate in mezzo al piazzale dell’oratorio, a sfidare il mondo nei pochi metri di periferia, nei residui di tempo che sta inesorabilmente scemando, senza far rumore, senza dare fastidio.
Congedarsi da queste storie anonime non è facile, per farlo occorre che quel sogno nel petto di ognuno non faccia mai arrendere la volontà a continuare ad allungare la mano in una presa forte, perchè leale, dove l’attenzione sia più tenace dei fallimenti che pure interverranno, più ostinata del cieco apparire.
Lutrec e l’incontro con il  vicolo cieco, quello che non fu per scelta, ma corrisposto all’età del fuoco che brucia senza scintille d’avvertimento.
Proprio da questo capolinea di ogni speranza, occorre riconsegnare alle differenze generazionali gli strumenti di difesa per non cadere nella delusione, scandagliando il cuore senza ipocrisie, perché per reggere l’urto delle difficoltà, don Enzo Boschetti ci ha lasciato detto: si educa e si rieduca solo con l’amore a la fiducia.

Il primo marzo 1847 il glorioso Michigan aboliva la pena di morte, dimostrando così che persino negli Stati Uniti è possibile vivere senza ammazzare la gente.

Non fatevi ingannare dal silenzio piombatoci addosso dopo le celebrazioni della Risoluzione sulla Moratoria delle esecuzioni: il brutto deve ancora arrivare, visto che una sessantina di paesi forcaioli ha scritto al Segretario delle NU promettendo battaglia alla prossima Assemblea Generale.
Il capofila dei “soliti sospetti” (Cina, Corea del Nord, Islamici assortiti, Birmania, Zimbabwe, ecc.) è il “boia del mondo” Singapore e la loro posizione è estremamente solida perché, al contrario della tortura, la pena di morte non è (ancora) vietata dalle norme internazionali.
Gli incauti che, ignorando i consigli di Eric Prokosch, si sono avventurati in territori a loro sconosciuti, non sapevano che questa pena è vietata solo per i minorenni, i minorati e le donne gravide, che la Dichiarazione Universale non ne fa cenno, che l’Articolo 6 del l’ICCPR può essere letto in senso abolizionista, ma che, come le Garanzie ECOSOC, limita (ma non vieta) l’uso della pena capitale ai “most serious crimes” e che il dimenticato Secondo Protocollo è solo opzionale, anche se importante.
Insomma, l’Italia abolizionista di qualche mese fa non aveva bisogno di propaganda ma di buone letture. Purtroppo, come per la sventurata Corte Penale Internazionale di cui ricorre il decimo inutile anniversario, il danno è fatto.
I paesi forcaioli poi aggiungono che:
“Ogni stato ha il diritto inalienabile di scegliere il suo sistema politico, economico, sociale, culturale e legale, senza interferenze esterne” e che “Nulla nello Statuto delle NU autorizza queste a intervenire in materie che sono interne alla giurisdizione di uno stato.” (tradotto in italiano significa che i paesi abolizionisti sono pregati di pensare ai casi loro).
A settembre il Movimento Abolizionista italiano avrà bisogno di gente preparata e di personale competente per combattere questa battaglia, ma
“This commodity is, as always, in short supply”

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