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Il gusto dell’inattuale

Viaggio e sorpresa non sono sinonimi, però l’uno senza l’altra è come aver un’esperienza mal riuscita. L’inaspettato è il maggior premio di un viaggio, naturalmente supponendo un esito positivo, anche se a logica, potrebbe essere l’opposto.
E’ certamente un modo di vedere soggettivo, indizio di buona fortuna avuta, ma confermato dal libro di Paolo Rumiz ‘La leggenda dei monti naviganti’.

Rumiz ha intrapreso un lungo viaggio in automobile. Settemila chilometri, sempre in quota, lungo strade secondarie, attraversando le Alpi da est a ovest e seguendo gli Appennini da nord a sud.
Ha visto luoghi, abitati, persone, nature sconosciute e ne ha tratto un resoconto che, benché commissionato dal quotidiano La Repubblica e previsto in libro fin dalla concezione, preserva straordinariamente vivacità e immediatezza. Probabilmente la sorpresa è stata così forte anche per lui da imporsi a pianificazione e disegno preventivo.

Se talvolta un libro è sostitutivo della realtà, questo permette fughe deliziose, tutte sorprendenti.

Paolo Rumiz
La leggenda dei monti naviganti
Feltrinelli, 2007

di Ettore Masina

I primi giorni, guardando alla televisione i loro cortei, ci sembrava di udire lo scalpiccìo dei piedi nudi dei monaci birmani. Avevano deposto i sandali per camminare così, in segno di umiltà o forse per somigliare di più ai poveri che volevano difendere o anche per dire che quelle strade erano diventati luoghi sacri. Mostravano, rovesciate, le ciotole in cui elemosinando raccolgono abitualmente il loro cibo: voleva dire che rifiutavano i doni degli uomini della dittatura militare perché fosse chiaro che non volevano sembrare garanti di una fede esibita nei templi e violata nelle camere di tortura. Anche, ci sembrava di udire le preghiere recitate per le strade: gli uomini e le donne della contemplazione erano usciti dalle loro incantevoli pagode per difendere la giustizia, ma non c’era contrasto fra azione e contemplazione, la preghiera era diventata voce di libertà.
Poi i Potenti hanno mandato i loro soldati, i monaci sono stati portati via: certamente molti rinchiusi nelle carceri, moltissimi confinati nei loro templi: preghino, preghino e non si occupino di politica. Nelle strade sono rimasti i morti. Qualche fotografia mostra monaci riversi nel fango, scomposti, con occhi sbarrati ai quali nessuno si cura di calare le palpebre. Nelle foto non si vede se hanno accanto le loro ciotole. Io penso che noi dovremmo deporvi qualche briciola di amorosa attenzione.

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Si parla troppo poco di quanto sta accadendo in Darfur. I nostri politici, almeno fino a non molto tempo fa, non sapevano nemmeno dove fosse, né cosa fosse. Tutti ricorderete, infatti, la tragica figuraccia fatta da alcuni rappresentanti del nostro governo intervistati da un’inviata delle “Iene” nell’ottobre scorso. Alla domanda “Che cosa è il Darfur?” nessuno dei parlamentari intervistati fu in grado di dire che si tratta di un Paese martoriato dalle guerre. Qualcuno disse persino, più o meno, che “Darfur è un modo di dire, che si usa quando si intende qualcosa che va di fretta, insomma uno stile di vita frettoloso”. Penoso, non c’è che dire.

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Vincenzo Andraous

Non sono un giudice, nè una vittima, ma non sono neppure un ipocrita: gli anni trascorsi in carcere, i nuovi gesti, gli atteggiamenti e i comportamenti di tutti i giorni, nel tentativo di svolgere prevenzione e contemporaneamente essere un uomo migliore, mi costringono a dire qualcosa sul detenuto che, condannato all’ergastolo, ha ingannato se stesso e quelli che hanno creduto in lui.
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Cultura convergente

Dove collidono i vecchi e i nuovi media

di Henry Jenkins

Prefazione
di Wu Ming

Nel migliore dei mondi possibili, la pubblicazione di questo libro scuoterebbe come un terremoto il dibattito italiano su Internet e le nuove tecnologie di comunicazione. Se non produrrà nemmeno uno scarto, significa che quel dibattere è una parvenza di vita, finestre sbattute dal vento in una villa disabitata, mortorio al cui confronto un poltergeist è il Carnevale di Rio. Continua a leggere »

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