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	<title>agli incroci dei venti &#187; Licia Lambelli</title>
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		<title>Gli insegnati di sostegno, insegnanti di serie B</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Sep 2007 19:04:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Licia Lambelli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 4 agosto è stato un anniversario importante per la scuola italiana: trent’anni fa è stata promulgata la legge 517 che ha sancito il diritto all’integrazione degli alunni diversamente abili nelle scuole elementari e medie, diritto poi riconosciuto, anche agli alunni delle scuole superiori grazie alla sentenza  della Corte Costituzionale n.215 del 1987. E da allora, credo di strada se ne è fatta davvero tanta, se oggi a differenza di allora, nessun genitore pensa di andare a protestare dal dirigente scolastico, perché nella classe di suo figlio c’è un alunno disabile. Una storia, quella dell’integrazione delle persone disabili, che non coinvolge solo la scuola, ma anche tutta la società, come la corposa normativa testimonia e che rappresenta una grande conquista di civiltà ponendo l’Italia fra i primi paesi al mondo.<br />
Tutto bene allora? Non proprio….<br />
<span id="more-65"></span><br />
Fin dalla promulgazione della 517 venne istituita la figura di un insegnante che, grazie ad un apposito corso di formazione, allora biennale, aveva il compito di facilitare l’integrazione degli alunni disabili. Da allora i corsi di specializzazione, a seconda del periodo storico, hanno cambiato moltissime volte, materie di studio, durata, ente promotore… e l’insegnante è stato chiamato insegnante d’appoggio, insegnante di sostegno, fino ad arrivare alla definizione odierna di insegnante specializzato.<br />
In un articolo apparso qualche giorno fa su l’inserto “Salute” di  “Repubblica” si puntava giustamente il dito di uno stato d’animo molto diffuso fra gli insegnanti specializzati: molti di essi si sentono di serie B.<br />
Una  delle grandi contraddizioni,  anche solo  in termini linguistici è proprio questa: come fa un insegnante specializzato  a sentirsi di serie B, rispetto a un collega non specializzato? Intanto viene da chiedersi se nel nostro Paese, esiste un’altra categoria di professionisti, che una volta che abbiano speso tempo, competenze, denaro per ottenere una specializzazione, cerchino nel corso della loro carriera, di tornare ad essere, “professionisti non specializzati”, di fatto moltissimi insegnanti appena possono chiedono di tornare ad essere “insegnanti comuni” con conseguenze pesanti per l’effettiva integrazione: moltissime esperienze, e “ buone prassi” vanno dimenticate e non diventano patrimonio comune della scuola; circa il  50% di questi insegnanti è precario e non può assicurare nessuna continuità,  di questi moltissimi iniziano la carriera  di insegnanti specializzati  senza nessuna esperienza pregressa.<br />
Le ragioni di questo malessere sono tante e alcune storiche.<br />
Innanzitutto negli anni 80 la drastica riduzione degli insegnanti di educazione tecnica e fisica, portò ad un  loro esubero e alla necessità di trovare una collocazione a tutti questi docenti perdenti posto, i quali vennero quasi obbligati a diventare “ insegnanti di sostegno”. Personalmente non credo alla vocazione o all’insegnamento come missione, credo piuttosto alla necessità di una forte formazione legata ad una certa attitudine, attitudine ad esempio ad intrecciare relazioni, attitudine alla mediazione, a saper gestire un gruppo. Tutto questo viene amplificato quando si parla di insegnante specializzato: l’incontro con l’handicap, la diversità, la malattia degenerativa, è un incontro arricchente per molti, ma per altri è un incontro che può minare le proprie certezze, un incontro difficile da gestire, almeno sul piano emotivo. Pensiamo quindi quali conseguenze possa avere avuto “costringere” centinaia di insegnanti a diventare insegnanti di sostegno piuttosto che perdere il posto di lavoro o ottenerlo molto lontano da casa.<br />
Anche oggi non è molto diversa la situazione: accettare “il sostegno” come comunemente si dice, vuol dire per i precari avere la supplenza comoda vicino a casa, un orario di servizio fatto su misura (spesso del docente e non dell’alunno) e la scorciatoia più facile per arrivare al tanto agognato posto a tempo indeterminato.<br />
Impossibile risollevare gli insegnanti di sostegno da insegnanti di serie B a insegnanti specializzati?<br />
Non credo che esista una ricetta unica, ma credo che tanto si possa fare, partendo ad esempio dalla formazione.  Attualmente l’unica strada per diventare insegnante di sostegno è frequentare un corso di 400 o di 800 ore presso le Università.  Decisamente troppo poche per essere definiti “insegnanti specializzati”, anche se concordo pienamente con la Prof.ssa Marisa Pavone e con il Prof. Andrea Canevaro, quando sostengono che una formazione seria non si può concludere con un corso e relativo diploma, ma deve essere una formazione in itinere, da espletare durante tutto il corso lavorativo. Lo scopo di questi corsi è quindi fornire agli specializzandi, non tutto lo scibile riguardante il pianeta handicap, ma quegli strumenti per orientarsi nel pianeta handicap.<br />
Peccato che l’attuale contratto di lavoro collettivo della Scuola sancisce che la formazione si configura come un “ diritto” e non come un “dovere” e per cui aggiornarsi rimane una scelta personale e si può ben capire che chi accetta di “fare sostegno” perché è l’unica strada per entrare nella scuola, spesso non è interessato ad aggiornarsi su problematiche che sono mille miglia lontane dai propri interessi.<br />
Per questo ritengo che sarebbe utile potenziare la formazione iniziale, una formazione che sia anche selettiva, in modo da scoraggiare chi non è intenzionato a svolgere al meglio questa professione. A questo si può obiettare che il risultato di una formazione più rigorosa porterebbe a un numero sempre più esiguo di insegnanti di sostegno, ma da quando, nel 1975 sono stati organizzati i primi corsi, ad oggi, sono stati formati migliaia di insegnanti, eppure la graduatoria del sostegno è sempre esaurita.<br />
Io credo che il titolo a tutti non abbia risolto il problema di coprire tutti i posti, e al contrario abbia “indebolito” professionalmente questa figura.<br />
Chi lavora nel mondo della scuola, sa o crede  che molti insegnanti che accettano di restare nel sostegno oltre il quinquennio previsto dalla legge, lo faccia perché non ha le competenze necessarie per affrontare una classe intera…  E’ ovvio come questo pregiudizio possa pesare sulla credibilità e sull’immagine che la collettività ha di questa figura. Credo pertanto che una formazione seria e rigorosa da continuare in itinere, riqualificherebbe questo ruolo e la sua immagine.<br />
E penso anche che sarebbe auspicabile, essere in servizio nel doppio ruolo di insegnante specializzato e insegnante comune, questo permetterebbe ad ogni insegnante di non perdere di vista né i problemi che sorgono quando si lavora con un alunno disabile, né i problemi che sorgono quando si lavora con una classe. Può sembrare un discorso superficiale ma troppe volte mi sono giunte lamentele dell’insegnante di sostegno, perché gli insegnanti curriculari non capivano le esigenze dell’alunno disabile e lamentele da parte degli insegnanti curriculari, perché l’atteggiamento dell’insegnante di sostegno era troppo protettivo e non capiva le difficoltà organizzative della gestione della classe.<br />
Attualmente non esiste, questa possibilità, che potrebbe essere benissimo contemplata considerando che non esiste una classe di concorso di sostegno. Se non è possibile svolgere il doppio ruolo non ci sono motivi per non istituire tale classe di concorso che avrebbe almeno il merito di non disperdere le esperienze. Attualmente si accede alle graduatorie ad esaurimento per il sostegno  con il punteggio che si ha maturato nella propria materia. Questo significa che alcuni insegnanti dopo tanti anni di precariato, per vedersi assegnata una cattedra o il ruolo, si specializzano e grazie al punteggio regresso balzano in cima alla graduatoria, superando  (senza nessuna esperienza specifica) chi  ha molti anni di esperienza nel sostegno  e viceversa.  Mentre avere esperienza e avere una solida formazione vuol dire diventare insegnanti competenti e quindi autorevoli e quindi insegnanti di serie A.</p>
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