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	<title>agli incroci dei venti &#187; redazione</title>
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		<title>Schiavitu&#8217; online</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 14:43:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[.: (a cura di Simone Morgagni) Elementi per una nozione “espansa” di schiavitù: tecnologie di sorveglianza e servitù involontaria, dialogo con P.A.Chardel, G.Periès and M.Tibon-Cornillot, in Il senso della Repubblica. Schiavitù, FrancoAngeli, Milano, 2009. .: Simone Morgagni &#8211; La schiavitù e l’informazione. Google e le nuove tecnologie della ricerca, in Il senso della Repubblica. Schiavitù, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>.: (a cura di <a title="sproloqui semiosici" href="http://www.simonemorgagni.it/">Simone Morgagni</a>) <a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2010/01/MORGAGNI_Dialogoschiavitù.pdf">Elementi per una nozione “espansa” di schiavitù: tecnologie di sorveglianza e servitù involontaria</a>, dialogo con P.A.Chardel, G.Periès and M.Tibon-Cornillot, in <em>Il senso della Repubblica. Schiavitù</em>, FrancoAngeli, Milano, 2009.</p>
<p>.: <a title="sproloqui semiosici" href="http://www.simonemorgagni.it/">Simone Morgagni</a> &#8211; <a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2010/01/MORGAGNI_Googleschiavitù.pdf">La schiavitù e l’informazione. Google e le nuove tecnologie della ricerca</a>, in <em>Il senso della Repubblica. Schiavitù</em>, FrancoAngeli, Milano, 2009.</p>
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		<title>Dali&#8217; Featuring Vezzoli</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 14:25:14 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[di Chiara Astolfi Che cosa accomuna due personalità distanti cronologicamente e culturalmente come quelle di Salvador Dalì e Francesco Vezzoli? È a questa domanda che intende rispondere la mostra “Dalì featuring Vezzoli” allestita al Moderna Museet di Stoccolma fino al 17 gennaio 2010. L’esposizione, articolata in due filoni (uno, dedicato al padre del surrealismo e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Chiara Astolfi</p>
<p>Che cosa accomuna due personalità distanti cronologicamente e culturalmente come quelle di <a title="Salvador Dalì" href="http://www.salvadordali.it/intro.html">Salvador Dalì</a> e <a title="Francesco Vezzoli - Moderna Museet " href="http://www.modernamuseet.se/Portratt/Konstnarer/Francesco-Vezzoli/">Francesco Vezzoli</a>? È a questa domanda che intende rispondere la mostra “Dalì featuring Vezzoli” allestita al <a title="Moderna Museet " href="http://www.modernamuseet.se/">Moderna Museet</a> di Stoccolma fino al 17 gennaio 2010.<br />
<span id="more-630"></span>L’esposizione, articolata in due filoni (uno, dedicato al padre del surrealismo e l’altro al giovane artista italiano), mira a identificare le componenti di quella sottile linea rossa che unisce questi due artisti e i loro lavori. Ne risulta una riflessione sul mondo dello <em>star system</em> sul rapporto tra arte e pubblicità, tra cinema e televisione, tra arte e  contemporaneità.<br />
Come non forse tutti sanno, Dalì non fu solo un pittore, ma si occupò di cinema, pubblicità, moda e design, con spirito eccentrico e visionario. Mantenne rapporti privilegiati con le celebrità della cultura popolare, si fece ritrarre in loro compagnia e prese i loro volti come soggetti per le sue opere, celebrando per celebrarsi e compiacendo per compiacersi. In &#8220;<em>Shirley Temple</em>, il più giovane mostro sacro del cinema&#8221;, ad esempio, il volto della bambina prodigio viene estratto dalle pagine di una rivista per essere sovrapposto ad un corpo di leonessa, come la mitologia greca voleva rappresentata la figura della sfinge, animale sacro per eccellenza.<br />
Nelle opere di Vezzoli ritroviamo la stessa passione e la stessa curiosità nei confronti degli eroi popolari, ma, pur essendo inseriti in una dimensione onirica che ricorda i lavori del maestro spagnolo, sono trasportati in un limbo che aleggia tra leggenda e quotidianità. Le sue <em>celebrities </em>sono affiancate a personaggi da copertina di rotocalco, ai protagonisti della contemporanea TV spazzatura e, ripulite da ogni velleità mitizzante, vivono drammi umani, piangono e perdono sangue.<br />
L’ossessione per i divi, l’utilizzo del mezzo cinematografico e televisivo, la propaganda pubblicitaria auto-celebrativa sono solo alcuni degli aspetti che accomunano i due artisti: sta allo spettatore ricercare nel percorso espositivo, attraverso una trentina di opere di Dalì e le opere di Vezzoli dell’ultimo decennio (tra ricami, arazzi, manifesti e video), le restanti particolarità che li accomunano.</p>
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		<title>La Carta di Trento</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 10:25:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[carta di Trento]]></category>
		<category><![CDATA[obiettivi del millennio]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli obiettivi del millennio La Dichiarazione del Millennio dell’ONU sollecita i governi a perseguire obiettivi che assicurino lo sviluppo umano globale. La società civile deve fare una costante pressione affinché le nazioni mantengano le promesse e, nel contempo, deve adoperarsi per fare proprie le priorità e le attenzioni proposte dalle Nazioni Unite. Per questo la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Gli obiettivi del millennio</strong><br />
La Dichiarazione del Millennio dell’ONU sollecita i governi a perseguire obiettivi che assicurino lo sviluppo umano globale. La società civile deve fare una costante pressione affinché le nazioni mantengano le promesse e, nel contempo, deve adoperarsi per fare proprie le priorità e le attenzioni proposte dalle Nazioni Unite.</p>
<p><span id="more-625"></span>Per questo la Carta di Trento segue i temi posti in agenda dalla Campagna del Millennio: il 2008 è stato dedicato all’Ottavo Obiettivo del Millennio (lavorare per una partnership globale) ed il 2009 ha focalizzato il Settimo Obiettivo (assicurare la sostenibilità ambientale). Il percorso è a ritroso. Un obiettivo all’anno, fino al 2015, anno in cui ci prefiggiamo di ridurre drasticamente<br />
la povertà.</p>
<p><strong>La Carta di Trento</strong><br />
Il mondo è cambiato. La Carta di Trento è un tentativo di rilettura del tempo presente per ripensare assieme, nei suoi aspetti essenziali ed identitari – al di là della contingenza normativa e ell’esigenza di una nuova legge in materia – la “cooperazione allo sviluppo”.<br />
È, questo, un movimento che avvertiamo in più luoghi, a segnalare un’esigenza difficilmente eludibile. Abbiamo, dunque, tentato di delineare alcuni tratti che a noi sono parsi fondamentali per dare forma alla “cooperazione che vorremmo”: ad una nuova visione e ad una nuova pratica della cooperazione.<br />
Tratti, a cui altri potrebbero essere aggiunti, che auspichiamo siano tradotti, in futuro, in esplicite indicazioni normative.<br />
Metodologicamente, il testo che segue è l’esito di un’elaborazione comune, avvenuta tra attori di cooperazione internazionale impegnati a diverso titolo nell’attività di solidarietà internazionale.</p>
<p><small>Promotori della Carta di Trento</small></p>
<p><a title="Download" href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2009/11/CartaTrento2009_ita.pdf">Testo completo della &#8216;Carta di Trento&#8217; (Versione 2009) in Italiano (in .pdf)</a></p>
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		<title>L’educazione al “noi”: per una cittadinanza responsabile</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 10:07:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Societa']]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alberto Conci Mi sono chiesto spesso, nel mio lavoro con i ragazzi, quali potrebbero essere i cardini e gli spazi per un’educazione alla cittadinanza responsabile. Non so se questo derivi dal fatto che con il passare degli anni si focalizzano con maggior chiarezza alcune questioni che si considerano essenziali e irrinunciabili. O se tutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="SAIT" href="http://www.saittn.it/sait/public/index.htm">Alberto Conci</a></p>
<p>Mi sono chiesto spesso, nel mio lavoro con i ragazzi, quali potrebbero essere i cardini e gli spazi per un’educazione alla cittadinanza responsabile.</p>
<p>Non so se questo derivi dal fatto che con il passare degli anni si focalizzano con maggior chiarezza alcune questioni che si considerano essenziali e irrinunciabili. O se tutto derivi dalla consapevolezza di quanto siano importanti i processi educativi per la costruzione di un mondo più responsabile.</p>
<p><span id="more-623"></span>Fatto sta che questa mi sembra un’urgenza pedagogica non più procrastinabile.</p>
<p>Il punto di partenza non è indifferente, poiché i ragazzi che oggi frequentano le scuole superiori sono i primi veri “figli della seconda repubblica”: nati dopo tangentopoli, giunti all’età della ragione quando sono crollate le torri gemelle, hanno vissuto tutta la loro vita in un mondo segnato da una crescente disaffezione per la politica, dal tramonto delle grandi ideologie e dal ritorno della guerra in vaste aree del pianeta. Piuttosto presentisti, in generale conoscono abbastanza poco della storia recente e vivono questa democrazia malata come un dato di fatto, senza interrogarsi troppo sull’importanza delle istituzioni democratiche per la convivenza civile e senza indignarsi se sono calpestate.</p>
<p>Si mantengono a una certa distanza dalla vita politica, che appare loro per molti aspetti incomprensibile, ma questa distanza si riduce considerevolmente se solo si ha la pazienza di accompagnarli in percorsi di riflessione nei quali si sentano protagonisti.</p>
<p>Certo, lo spettacolo quotidiano di una politica troppo rissosa – e la controtestimonianza di molti uomini politici… – non aiuta a comprenderne il valore e a maturare atteggiamenti responsabili; ma proprio il rischio che la spettacolarizzazione del peggio produca nei ragazzi una certa narcosi e li chiuda in una vita tutta centrata su sé stessi e sui propri bisogni quotidiani ci deve far riflettere sulla necessità di farsi carico di un’educazione alla cittadinanza responsabile. Perché il problema maggiore, forse, sta proprio nel pericolo che una generazione intera, disillusa dalla politica e sentendosi impotente di fronte alle grandi tragedie internazionali, decida di concentrarsi totalmente su sé stessa e sulla propria realizzazione personale. E su questo non mancano le responsabilità degli adulti, che così spesso dimenticano il valore irrinunciabile del “noi”, dell’“assieme a”, del “con” e del “per” gli altri nella realizzazione del sé.</p>
<p>La questione mi sembra molto seria e non credo possa essere liquidata affidandola a qualche ora di educazione civica a scuola, perché si tratta di un problema che va ben oltre la conoscenza sommaria delle istituzioni e che impegna non solo tutta la scuola (e nella scuola non solo gli insegnanti di educazione civica), ma più ampiamente tutti i settori della vita civile con i quali i giovani hanno a che fare. Ed è chiaro che non serve l’apologia della Costituzione o delle istituzioni democratiche, non solo perché spesso appare smentita dai comportamenti di coloro che quelle istituzioni più di altri dovrebbero rappresentare e difendere, ma anche perché il linguaggio apologetico funziona ben poco sul piano educativo, quando non ottiene addirittura effetti di rifiuto.</p>
<p>In quest’ottica rimane ancora attuale la domanda che quattro anni fa, in un piccolo saggio (Imparare la democrazia, Torino-Roma 2005), si poneva <a title="Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gustavo_Zagrebelsky">Gustavo Zagrebelsky</a>, chiedendosi se nell’Italia repubblicana non sia mancata «un’autentica pedagogia democratica ». Domanda cruciale, alla quale Zagrebelsky rispondeva suggerendo un piccolo decalogo a fondamento di una pedagogia attenta alla cittadinanza responsabile. Vale la pena di riprendere brevemente quei punti, che ancora oggi sono così attuali.</p>
<p>La democrazia, sostiene Zagrebelsky, non può che essere relativistica. Ciò non significa che essa non abbia degli irrinunciabili punti di riferimento sui quali poggiare: essa “deve credere in sé stessa e non lasciar correre sulle questioni di principio, quelle che riguardano il rispetto dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani e dei diritti che ne conseguono, e il rispetto dell’uguale partecipazione alla vita politica e delle procedure relative. Ma al di là di questo nucleo, essa è relativistica nel senso preciso della parola, cioè nel senso che i fini e i valori sono da considerare relativi a coloro che li propugnano e, nella loro varietà, tutti ugualmente legittimi”.</p>
<p>Non si tratta quindi di scivolare in un nichilismo senza punti di riferimento, ma di accettare il valore che in questa cornice esprime ogni singola persona umana.</p>
<p><strong>La cura delle personalità individuali</strong></p>
<p>L’attenzione ai singoli e alla loro uguaglianza di diritti non può condurre alla massificazione. Al contrario “una democrazia che vuole preservarsi dalla degenerazione demagogica deve curare nel massimo grado l’originalità di ciascuno dei suoi membri e combattere la passiva adesione alle mode. L’originalità che non deve essere concepita come stramberia, amore estetizzante della stravaganza ma, etimologicamente, come seria capacità di dare inizio, origine a un progetto, a un rinnovamento che produce vita nuova e combatte la passiva e animalesca ripetitività”. Sul piano educativo questa attenzione al singolo assume un enorme valore e implica cambiamenti di stile tanto profondi quanto innovativi.</p>
<p><strong>Lo spirito del dialogo</strong></p>
<p>La prospettiva del dialogo rimane in democrazia essenziale. Sul piano del metodo, perché si tratta di imparare che il ragionare assieme è coessenziale alla democrazia stessa, indicandoci la necessità di non cadere nei due errori opposti dell’intestardirsi e del lasciar perdere; e sul piano dei contenuti, in quanto ci insegna che la verità va faticosamente conquistata assieme agli altri e che per questo è importante “rallegrarsi di essere scoperto in errore.</p>
<p>Chi, al termine, è ancora sulle sue stesse iniziali posizioni, infatti, ne esce com’era prima; ma chi è stato indotto a correggersi ne esce migliorato, alleggerito dell’errore”.</p>
<p><strong>Lo spirito dell’uguaglianza</strong></p>
<p>L’uguaglianza che caratterizza una democrazia non va intesa come annullamento della propria singolarità, ma come rifiuto del privilegio, come riconoscimento che alla base della convivenza non può che esserci un’ uguaglianza di tutti di fronte alla legge (“isonomia”). È questo, sul piano pedagogico, un punto delicato, perché spesso gli atteggiamenti di sfiducia nei confronti della democrazia passano proprio dall’impressione che la società rimane divisa in caste e che l’uguaglianza non sia un principio realizzato.</p>
<p><strong>L’apertura verso chi porta identità diverse</strong></p>
<p>“La democrazia esige, afferma Zagrebelsky, che le identità particolari siano ininfluenti rispetto alla pari partecipazione alla vita sociale; esige, in breve, di essere potenzialmente multi-identitaria”. Questo significa da un lato che la tolleranza è un livello minimo, ma non la realizzazione della democrazia; e dall’altro che una democrazia matura deve porre al centro, come criterio discriminante, il linguaggio dei diritti di cittadinanza di ciascuno. In questo senso è importante riflettere sul concetto stesso di identità che “se può e deve valere ai fini del riconoscimento e della protezione delle diverse culture, deve considerarsi completamente non rilevante con riguardo alla partecipazione alla vita pubblica e al riconoscimento dei diritti relativi”.</p>
<p><strong>La diffidenza verso le decisioni irrimediabili</strong></p>
<p>Per educare al dialogo e alla cittadinanza responsabile occorre coltivare la disponibilità a “ritenere reversibile ogni decisione (sempre esclusa quella sulla democrazia medesima)”. Questa disponibilità a rivedere le decisioni e a dialogare non è un segno di debolezza, ma una condizione essenziale per la convivenza democratica. Si tratta qui di una questione delicata, difficile da realizzare ma al tempo stesso irrinunciabile in un Paese come il nostro, che così spesso si lacera nello scontro fra persone che considerano i propri valori come non negoziabili.</p>
<p><strong>L’atteggiamento sperimentale</strong></p>
<p>In questa prospettiva è chiara l’importanza di quello che Zagrebelsky chiama “atteggiamento sperimentale” che implica da un lato lo sforzo di mettere da parte le tentazioni manicheiste di dividere la realtà fra bene e male e dall’altro l’impegno a interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte e delle proprie posizioni.</p>
<p><strong>L’atteggiamento altruistico</strong></p>
<p>È questo un aspetto fondamentale. Non solo perché “la democrazia è la forma di vita comune di esseri umani solidali tra loro” e perché “l’emarginazione sociale è contro la democrazia”, ma soprattutto perché al fondo della democrazia sta “l’idea che nessuno possa essere lasciato indietro, abbandonato a sé stesso e alle difficoltà della sua vita particolare”. Questo, che è un elemento così trascurato in una società che sembra spesso dire ai giovani che devono imparare a emergere e a farcela da soli, non è un elemento accidentale della democrazia, “che può esserci o non esserci, a seconda delle politiche del momento”, ma ne costituisce l’anima stessa.</p>
<p><strong>La cura delle parole</strong></p>
<p>È proprio l’importanza del dialogo nella democrazia a imporre la cura delle parole. Questa, ricorda ciascuno dei suoi membri e combattere la passiva adesione alle mode. L’originalità che non deve essere concepita come stramberia, amore estetizzante della stravaganza ma, etimologicamente, come seria capacità di dare inizio, origine a un progetto, a un rinnovamento che produce vita nuova e combatte la passiva e animalesca ripetitività”. Sul piano educativo questa attenzione al singolo assume un enorme valore e implica cambiamenti di stile tanto profondi quanto innovativi.</p>
<p>Zagrebelsky, vale sul piano della quantità come su quello della qualità. Sul piano quantitativo, perché “il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia. […] Più sono le parole che si conoscono, più ricca è la discussione politica e, con essa, la vita democratica.</p>
<p>Quando il nostro linguaggio si fosse rattrappito al punto di poter pronunciare solo sì e no, saremo pronti per i plebisciti; e quando conoscessimo solo i sì, saremmo nella condizione del gregge che può solo obbedire al padrone”. E sul piano della qualità, perché nella democrazia “le parole non devono essere ingannatrici, affinché il dialogo sia onesto”.</p>
<p>Al centro di questa sfida educativa, per quel che posso vedere, sta l’educazione al “noi” che, come sostiene il filosofo francese <a title="Wikipedia - Francia" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jean-Luc_Nancy">Jean-Luc Nancy</a>, è l’unica strada per scoprire non solo il senso della vita assieme, ma anche quello della propria esistenza personale.</p>
<p><small>Unimondo, 27 ottobre 2009</small></p>
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		<title>Recuperare il valore delle proprie risorse</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 09:47:59 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Vincenzo Andraous Il carcere può dire qualcosa di importante, può riappropriarsi della sua funzione di salvaguardia della collettività: “ dal carcere ci si può licenziare con merito, oppure rimanere detenuti per ripetizione, ma non si può ripetere  la stessa classe quando si è stati promossi a essere se stessi a pieni voti “. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Vincenzo Andraous<br />
Il carcere può dire qualcosa di importante, può riappropriarsi della sua funzione di salvaguardia della collettività: “ dal carcere ci si può licenziare con merito, oppure rimanere detenuti per ripetizione, ma non si può ripetere  la stessa classe quando si è stati promossi a essere se stessi a pieni voti “.</p>
<p><span id="more-621"></span>In queste poche righe sono condensate tutte le contraddizioni su cui poggia l’intera organizzazione penitenziaria, e non solo, queste parole mostrano il volto dell’indifferenza, un plotone di esecuzione nei riguardi di una umanità che è impossibile cancellare.<br />
Chi commette una ingiustizia ha bisogno di essere riammesso nel consorzio civile attraverso l’unica via possibile, la consapevolezza della riparazione, ma perché questo possa diventare pane quotidiano per ogni detenuto, in quanto persona,  occorre riconsegnare normalità al metodo umano della rivisitazione del proprio vissuto, la violenza non viene mai dal di dentro, ma dal di fuori di noi stessi.<br />
Nei riguardi del carcere bisognerà parlare anche in termini umani, di speranza possibile, non solamente con la voce delle emergenze e delle  indicibilità moltiplicate all’infinito, riducendo le misure risocializzanti a meccanismi da operetta, farneticando sull’istituto di riordino come dell’indulto. Per la prima volta nella sua storia, l’indulto non ha prodotto o innalzato la recidiva, quanti ne hanno usufruito non sono tornati a delinquere,  non sono rientrati in massa in carcere, ma anzi molti dei beneficiari hanno optato per una scelta di vita consona alle leggi del vivere civile.<br />
Sul carcere si continuano a perpetrare inesattezze evidenti, che fanno sembrare i detenuti-numeri che non potranno mai imparare a combattere l’abitudine del male,  eppure il carcere è  una parte di società che ha bisogno di avere strumenti di educazione, di quella pedagogia che disegna momenti in cui è possibile raccontare di sé, e nel farlo crea occasioni di ripensamento, una ripartenza della propria dignità personale.<br />
C’è chi è così perduto nel “mondo dell’illiceità”, da risultare primo tra gli ultimi, in un futuro così  insopportabile da  compiere il passo più terribile del suicidio.<br />
Un carcere malato, insostenibile, è un carcere delle ideologie, dei  mercanti di esistenze, popolato di persone non più normali, eppure “dal carcere si può essere licenziati con merito o essere detenuti ripetenti “, così dovrebbe essere, così potrebbe essere, così al momento non è.<br />
La pena e il carcere stanno a giustizia, a umanità, anche quella ristretta, rinchiusa, dimenticata, pena e carcere per chi ha contravvenuto, per recuperare alla stessa umanità e allo stesso consorzio civile.<br />
Una realtà che dovrebbe indurre a chiederci se è giusto e onesto, guardare sempre e solamente al male che circonda il pianeta sconosciuto, se magari non sia possibile muoversi con una ritrovata dignità, proprio tra i guasti e le smemoratezze che costituiscono il lazzaretto disidratato, non solo per renderlo più vivibile e onorevole, ma soprattutto per mettere alla prova i  luoghi comuni, per dimostrare che le persone possono diventare migliori, recuperando  il valore delle proprie risorse: il tempo recluso può formare al rispetto delle Istituzioni, e queste al rispetto della dignità umana.</p>
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		<title>Fine pena mai</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Sep 2009 10:57:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Societa']]></category>
		<category><![CDATA[ergastolo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous Si fanno sempre raffronti tra chi entra ed esce dal carcere,  si addita l’uno o l’altro a seconda del temporale politico in atto, discutendo se sia giusto aiutare il detenuto a ravvedersi, fin’anche mortificando il  perdono, sebbene convissuto con reciproca  consapevolezza. Ergastolo, &#8220;fine pena mai&#8221;, il dazio da pagare per il male [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Andraous<br />
Si fanno sempre raffronti tra chi entra ed esce dal carcere,  si addita l’uno o l’altro a seconda del temporale politico in atto, discutendo se sia giusto aiutare il detenuto a ravvedersi, fin’anche mortificando il  perdono, sebbene convissuto con reciproca  consapevolezza.</p>
<p>Ergastolo, &#8220;fine pena mai&#8221;, il dazio da pagare per il male fatto agli altri, una pena che affligge, punisce e separa dalla collettività, che sancisce la fine di un tempo che non passa mai, un tempo che non esiste. Che non ti assolve.</p>
<p><span id="more-617"></span><br />
Sbarre appese alla memoria per ricordare; 30 o 35  anni di carcere scontato, decenni di ferro sbattuto sui rimorsi che lasciano un segno, un&#8217;apnea che restringe i polmoni e costringe l&#8217;uomo a straripare in universi sconosciuti.<br />
Un mondo fatto di domani che non ci sono, una negazione che rinvia alla morte di ogni umanità, creatività e fantasia, in carcere da tanti anni e la scena su questo palcoscenico sotterraneo di carne e sangue, é lo specchio di un qualcosa a cui nessuno intende guardare.<br />
Nonostante il carcere e questa condanna che scorre circolarmente in un inseguimento a ritroso,  occorre ritrovare il senso di una capacità di partecipazione, di accoglienza, in un sentire autentico, e non perché si é disperati, per sfuggire gli attimi in cui ci si sente estranei tra tanti, alienati a tal punto da non capire più nulla.<br />
L’uomo come ogni essere vivente è in continua evoluzione, eppure qualcuno si ostina a pensare che esista la persona deviante irrecuperabile, allora la società come deve adoperarsi affinché questa trasformazione possa avverarsi?<br />
Espiazione non può essere mera sopportazione di un male imposto, ma riconciliazione con se stessi e gli altri, una trasformazione che coinvolge l’interezza dell’uomo.  A volte c&#8217;é questo sorprendente incontro con gli altri che ci attende, c&#8217;é lo stupore di ritrovarsi al cospetto dell&#8217;universo interiore in noi, che ci conduce sul sottile confine che delimita la scelta di rinnovarsi, di cambiare, ricorrendo alle proprie forze, alle proprie energie.<br />
In questo carcere che stenta a recuperare alla società, finché esso stesso non sarà recuperato dalla società, c’è bisogno di accompagnare il dolore con le parole di una giustizia equa,  per imparare ad accettarlo come intorno, a colorarlo con il lavoro, la scrittura, la mediazione, i rapporti umani finalmente sbocciati, mantenuti e cresciuti, nel tentativo di modificare questa dimensione disumanizzante in un luogo ancor aperto ad alternative di conoscenza e mutamento interiore.<br />
Si va in carcere perché si è puniti, non per essere puniti, il carcere c’è, è là, ma si tende a ignorarlo, non è percepito come un problema  sociale, non riguarda la parte buona, che preferisce rimuovere: ma questo atteggiamento produce un distacco profondo tra carcere e società.<br />
Ergastolo e carcere, spesso una sofferenza per lo più amministrata, imposta e sempre meno vicina a un dolore &#8220;vissuto in due&#8221;.<br />
Ergastolo e nuovi impegni, nuove responsabilità,  al di là della gabbia che circonda, mostrando la differenza dell&#8217;uomo della condanna, dall&#8217;uomo della pena, e convincersi che occorre affidarsi a una pena che sia solo un tragitto di vita, che parta dalla dignità della persona, dalle sue capacità e risorse.</p>
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		<title>&#8221;Vignette&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Aug 2009 11:36:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Tomaso Marcolla]]></category>

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		<description><![CDATA[Il libro raccoglie una  selezione di opere digitali dell&#8217;artista Tomaso Marcolla realizzate assemblando fotografia e computer grafica. Con testi di Gianni Sinni e  Anna Cordella Tomaso Marcolla ci propone le sue “Vignette”, vere e proprie opere d’arte che trasudano maestria e ingegno sin dalla prima immagine. Aprendo il libro ci si rende conto di come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_594" class="wp-caption alignnone" style="width: 460px"><a rel="attachment wp-att-594" href="http://www.agliincrocideiventi.it/2009/vignette/copertina_vignette_grande1/"><img class="size-full wp-image-594" title="Copertina del libro" src="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2009/08/copertina_vignette_grande1.jpg" alt="&quot;Vignette&quot; - Tomaso Marcolla. Lupo Editore, 2009" width="450" height="514" /></a><p class="wp-caption-text">&quot;Vignette&quot; - Tomaso Marcolla. Lupo Editore, 2009</p></div>
<p>Il libro raccoglie una  selezione di opere digitali dell&#8217;artista Tomaso Marcolla realizzate assemblando fotografia e computer grafica.<br />
Con testi di<a title="Biografia di Gianni Sinni" href="http://www.cristinachiappini.com/redwineandgreen/image/lcd_sinni/bio.htm"> Gianni Sinni</a> e  Anna Cordella</p>
<blockquote><p>Tomaso Marcolla ci propone le sue “Vignette”, vere e proprie opere d’arte che trasudano maestria e ingegno sin dalla prima immagine. Aprendo il libro ci si rende conto di come ognuna delle scene rappresentate costituiscano dei veri e propri romanzi, poiché ognuna di esse dà lo spunto a didascalie infinite. È così che Marcolla riproduce dei capolavori, vignette di grande impatto, in cui gli argomenti salienti fanno capolino dalle pagine e travolgono il lettore in tutta la loro complessità. Ci troviamo così a contemplare immagini di cronaca passata e presente, e in certi casi anche futura. <em>(Anna Cordella)</em></p></blockquote>
<blockquote><p>&#8230;</p>
<p>I lavori di Tomaso Marcolla sono un coerente esempio di &#8230; pratica militante che cerca di dare attuazione ad una delle più ambiziose affermazioni del mestiere: il design può cambiare il mondo.<br />
O almeno può provarci.  <em>(<a title="Biografia di Gianni Sinni" href="http://www.cristinachiappini.com/redwineandgreen/image/lcd_sinni/bio.htm">Gianni Sinni</a>)</em></p></blockquote>
<p><a title="TOMASO MARCOLLA - ART GALLERY" href="http://www.marcolla.it">www.marcolla.it</a><em><br />
</em></p>
<blockquote><p><em></em></p></blockquote>
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		<title>Mafia: un’estate molto calda, tra polemiche, memorie e appelli</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Aug 2009 18:13:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Alessio Di Florio E&#8217; stata un&#8217;estate molto calda sul fronte della memoria delle vittime della mafia. L&#8217;anniversario che ha scatenato più polemiche è certamente stato quello della strage di via D&#8217;Amelio, dove rimase ucciso Paolo Borsellino, insieme con la sua scorta. Le dichiarazioni di Riina e di Massimo Ciancimino, figlio dell&#8217;ex sindaco di Palermo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Alessio Di Florio</p>
<p>E&#8217; stata un&#8217;estate molto calda sul fronte della memoria delle vittime della mafia. L&#8217;anniversario che ha scatenato più polemiche è certamente stato quello della <a title="wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_via_d%27Amelio">strage di via D&#8217;Amelio</a>, dove rimase ucciso Paolo Borsellino, insieme con la sua scorta. Le dichiarazioni di Riina e di Massimo Ciancimino, figlio dell&#8217;ex sindaco di Palermo condannato per mafia Vito, sono state per giorni al centro dell&#8217;attenzione mediatica. Riina ha accusato apparati dello Stato di essere i mandanti della strage, della quale lui sarebbe innocente. Massimo Ciancimino è tornato a parlare di trattative tra Stato e mafia a ridosso dell&#8217;estate 1992.<br />
<span id="more-590"></span><br />
Durissime parole sono state pubblicate sulla vicenda da PeaceLink. <a title="peacelink" href="http://www.peacelink.it/sociale/a/30008.html">L&#8217;associazione pacifista ricostruisce nei dettagli la vicenda dell&#8217;arresto di Riina</a> (che secondo Ciancimino sarebbe avvenuto al termine della trattativa) e attacca i giornalisti che hanno dato spazio ed importanza ad una vicenda ormai chiarita definitivamente (così come anche su Unimondo abbiamo documentato negli anni scorsi). Tutta la polemica è stata innescata da Salvatore Borsellino, fratello del magistrato. Nel giorno dell&#8217;anniversario ha organizzato una manifestazione, disertata dai palermitani ma alla quale hanno partecipato centinaia di persone, nella quale ha posto in evidenza la sparizione dell&#8217;agenda rossa del fratello, dove erano appuntati sicuramente dettagli importanti delle indagini in corso.</p>
<p>In un<a title="peacelink" href="http://www.peacelink.it/editoriale/a/30050.html"> ampio editoriale</a> la vicenda viene paragonata a quella dei testimoni di giustizia Pino Masciari (che è stato costretto nei mesi scorsi ad uno sciopero della fame) e Piera Aiello, cognata di Rita Atria, la giovanissima collaboratrice di Paolo Borsellino suicidatasi dopo l&#8217;assassinio del magistrato. Piera rischia quotidianamente la vita, dopo che due carabinieri hanno indicato la sua abitazione ai boss mafiosi di Partanna e la revoca della scorta.</p>
<p>E, un altro <a title="Rita Atria" href="http://www.ritaatria.it/LeggiNews.aspx?id=935">anniversario importante, è stato proprio quello della morte di Rita</a>. L&#8217;associazione che porta il suo nome, per ricordarne il sacrificio, ha inaugurato il 26 luglio scorso una targa a Roma in viale Amelia, iniziativa realizzata con il preziosissimo contributo di Antonella Serafini, mediattivista antimafia e curatrice del sito Censurati.it.</p>
<p>Da non dimenticare <a title="Unimondo" href="http://www.unimondo.org/Notizie/Libera-e-Articolo-21-appello-alla-Tv-Non-oscurate-la-memoria-di-don-Diana">le polemiche sull&#8217;omicidio di don Peppino Diana</a>. Articolo 21 e Libera Informazione hanno lanciato l&#8217;appello &#8220;<strong><a title="Articolo 21" href="http://www.articolo21.info/8802/notizia/la-rai-e-tutta-linformazione-mantengano-viva-la.html">Non oscurate la memoria di don Diana</a></strong>&#8221; e hanno invitato il servizio pubblico a dedicare uno speciale sulla figura del <a title="wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Diana">sacerdote ucciso quindici anni fa dalla camorra</a>.</p>
<p>Infine, nei giorni scorsi <strong><a title="Libera" href="http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1451">Libera ha rilanciato l’appello per sostenere il giornale ‘I Siciliani’ per non mortificare un&#8217;informazione libera</a></strong>, per non registrare un&#8217;altra vittoria della mafia e di quel sistema mafioso che Fava ed i suoi amici e giornalisti hanno continuato a combattere. Il 3 gennaio 1984 la mafia uccise Pippo Fava, giornalista antimafia e direttore de &#8216;I Siciliani&#8217;. Qualche mese dopo la cooperativa che gestiva la rivista fallì e i collaboratori si dovettero accollare i vari debiti. <a title="Fondazione Fava" href="http://www.fondazionefava.it/">Un appello diffuso dalla Fondazione Fava denuncia</a> che &#8220;oggi, a un quarto di secolo dalla morte di Fava, alcuni di loro (Graziella Proto, Ele &#8211; na Brancati, Claudio Fava, Rosario Lanza e Lillo Venezia, membri allora del CdA della cooperativa) rischiano di perdere le loro case per il puntiglio di una sentenza di fallimento&#8221;. Il creditore principale de &#8216;I Siciliani&#8217; è un ente regionale siciliano, l&#8217;Ircac, disciolto diversi anni fa. <a title="Libera" href="http://www.libera.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1451">La Fondazione ha aperto un conto corrente</a> dove è possibile effettuare donazioni per sostenere Graziella Proto e gli altri.</p>
<p><a title="Unimondo" href="http://unimondo.opencontent.it/">Unimondo</a>, 21 agosto 2009</p>
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		<title>2 agosto 2009</title>
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		<pubDate>Sun, 02 Aug 2009 18:19:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[strage di Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[stragi]]></category>

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		<description><![CDATA[Discorso di Paolo Bolognesi in occasione del 29° anniversario della strage di Bologna 29 anni fa, in questa stazione, fu perpetrato un orrendo crimine: una bomba collocata da terroristi fascisti causò 85 morti e 200 feriti. I presenti si trovarono immersi in un gran polverone che non permetteva di vedere nulla, poi abbassatasi la polvere, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><small>Discorso di Paolo Bolognesi in occasione del 29° anniversario della strage di Bologna</small></strong></p>
<p>29 anni fa, in questa stazione, fu perpetrato un orrendo crimine: una bomba collocata da terroristi fascisti causò 85 morti e 200 feriti.</p>
<p>I presenti si trovarono immersi in un gran polverone che non permetteva di vedere nulla, poi abbassatasi la polvere, ai loro occhi, apparve, in tutta la sua gravità, lo scempio prodotto.</p>
<p>Solo la volontà  e l’abnegazione dei soccorritori limitarono la tragedia che, pure, fu tanto grave ed enorme. Fu grazie a loro, se molte vite umane furono salvate quel giorno.</p>
<p>Mentre la città  tutta si profondeva negli aiuti alle vittime, c’era chi, ai vertici della sicurezza, operava per nascondere prove o inventare piste che poi verranno a distanza di anni riproposte come nuove.</p>
<p>Anni di indagini e processi meticolosi hanno permesso di individuare, in parte, chi usò la violenza e la crudeltà, esseri umani che hanno concepito e voluto quella carneficina.</p>
<p>I loro nomi sono:<a title="wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Francesca_Mambro"> <strong>Francesca Mambro</strong></a><strong> e <a title="wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Valerio_Fioravanti">Valerio Fioravanti</a>, capi dei <a title="wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Nuclei_Armati_Rivoluzionari">Nuclei Armati Rivoluzionari</a> e il loro sodale <a title="wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luigi_Ciavardini">Luigi Ciavardini</a></strong></p>
<p>Poi vi sono coloro che hanno operato per nascondere la verità ed impedire ai magistrati che gli esecutori fossero scoperti, tutti distintisi nel tentativo di allontanare gli inquirenti dalla matrice dell’attentato; essi sono il <strong>Gran maestro della <a title="wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/P2">Loggia massonica P2</a> <a title="wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Licio_Gelli">Licio Gelli</a>, il faccendiere <a title="wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Pazienza">Francesco Pazienza</a>, il <a title="wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Pietro_Musumeci">generale Musumeci</a> e il colonnello Belmonte al vertice del SISMI (Servizio Segreto Militare)</strong></p>
<p><strong><span id="more-586"></span></strong></p>
<p>Da anni ormai assistiamo, alla vigilia di ogni anniversario, alla esplosione di enormi polveroni che ci ricordano quello creato dall’esplosione della bomba, polveroni che cercano di nascondere lo scempio politico e morale che sta dietro questa strage.</p>
<p>Già al momento delle indagini e nella fase processuale, i depistaggi, le coperture, le reticenze da parte di organi dello Stato , sono stati innumerevoli, causando ritardi che sicuramente hanno allontanato dalle loro responsabilità i mandanti e gli ispiratori politici in spregio alla completa verità.</p>
<p>Da molti anni a questa parte, anziché produrre riflessioni che possono portare a guardare oltre gli esecutori, si creano piste così dette alternative, senza costrutto che servono solo a fuorviare i meno informati confidando nella non conoscenza e sulla labile memoria, dato il lungo tempo trascorso. In prima fila ad alimentarli c’ è il Presidente Emerito Senatore Cossiga che il 2 agosto del 1980 era Presidente del Consiglio.</p>
<p>Nell’ottobre dell’anno scorso, i magistrati che si occupano della strage hanno interrogato il Presidente Emerito Senatore Cossiga che subito ha abbandonato le sue certezze per derubricare il tutto a voci e sentito dire. E’ veramente singolare che, chi ha ricoperto cariche così importanti, si abbassi a sostenere l’innocenza di criminali quali Mambro e Fioravanti sulla base di dicerie di corridoio. Anche questo va collocato nella categoria delle distrazioni e delle conseguenti perdite di tempo che purtroppo impediscono di guardare oltre gli esecutori.</p>
<p>Sappiamo che, all’epoca, tutti i direttori dei Servizi Segreti del nostro Paese avevano giurato fedeltà alla Loggia Massonica P2 e che gli stessi erano stati nominati dall’Onorevole Andreotti e dall’Onorevole Cossiga.</p>
<p>Si cerca di nascondere la verità che compare nelle carte processuali e cioè che la strage poteva essere evitata; già dal mese di maggio del 1980 si sapeva che nei primi giorni di agosto sarebbe avvenuto un attentato clamoroso. Il giudice Amato, il 23 giugno 1980, 10 giorni dopo la sua relazione davanti al CSM in cui denunciava la pericolosità dinamitarda del gruppo fascista dei NAR ( Nuclei Armati Rivoluzionari) fu barbaramente ucciso.</p>
<p>Gli organi di sicurezza, i Servizi Segreti tutti nelle mani della Loggia Massonica P2 , non solo non impedirono la strage , ma poi con false piste cercarono in tutti i modi di non far scoprire la pista fascista. Sappiamo che la Loggia Massonica P2 aveva un programma politico eversivo denominato “Piano di rinascita democratica”, abbiamo visto che questo piano è stato in gran parte attuato e molte leggi negli ultimi 15 anni sembrano trarre ispirazione da quel progetto.</p>
<p>Nel manifesto di quest’anno abbiamo scritto:</p>
<p style="text-align: center;"><strong>LA CERTEZZA DELLA PENA</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>IN QUESTO PAESE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>È RISERVATA ESCLUSIVAMENTE ALLE VITTIME</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>ED AI LORO FAMILIARI</strong></p>
<p>Infatti, nessuno di coloro, che sono stati coinvolti a vario titolo per la strage di Bologna, è attualmente in carcere. Inoltre, il diffuso clima di buonismo e perdonismo nei confronti di assassini di vario colore politico contrasta sempre più con il buonsenso e con i comuni sentimenti di giustizia.</p>
<p>La Francia non ha concesso l’estradizione per la terrorista Petrella e così ha fatto anche il Brasile per il pluriomicida Cesare Battisti. In Italia, poi, il padre fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio, ha avuto l’ardire di fare domanda all’INPS per ottenere, dallo Stato che voleva abbattere, la pensione. Se non avesse risvolti tragici, questa vicenda sarebbe ridicola e patetica. Non stupisce lo squallore morale di questi personaggi che sono sempre stati tanto disinvolti nel decidere della morte altrui, quanto attenti ai più piccoli e meschini vantaggi che possano riguardare la propria vita.</p>
<p>Quello che stupisce e indigna è invece l’impressionante lista di benefici che vengono concessi loro, una sfilza di trattamenti di favore che, nel caso degli esecutori materiali della strage di Bologna, è addirittura scandalosa e impensabile in un Paese civile.</p>
<p>La condanna di Luigi Ciavardini, quale 3° esecutore di quel massacro risale solo a due anni fa e già nel discorso del 2007 avevamo denunciato le manovre mediatiche tese a rassicurare il neofascista. Il messaggio era chiaro e noi lo avevamo reso noto già da questa piazza: “stai calmo, dichiarati innocente, non parlare dei retroscena della strage, fai come Mambro e Fioravanti e vedrai che, come loro, avrai davanti a te una brevissima carcerazione.” Detto fatto: l’equazione silenzio in cambio di libertà ha funzionato ancora una volta e già da questo anno Ciavardini è potuto uscire dal carcere con i benefici della semilibertà. Gli esecutori materiali dell’attentato sanno molte cose, lo ha ammesso lo stesso Fioravanti in un’intervista, ma non parlano e per questo vengono premiati, anche a dispetto della legalità.</p>
<p>La concessione della liberazione condizionale a Fioravanti cinque anni fa e pochi mesi fa la concessione del medesimo beneficio alla moglie, Francesca Mambro, non hanno i presupposti giuridici, sono decisioni che contrastano in modo plateale con l&#8217;ordinamento attuale. Contro questo scandalo, un grande movimento d’opinione ha costretto la Procura generale di Roma all’appello in Cassazione, ma la decisione è stata confermata: Francesca Mambro è oggi una libera cittadina, nonostante non abbia riconosciuto le sue colpe e non abbia chiesto perdono alle vittime dei suoi numerosi reati. Francesca Mambro e Valerio Fioravanti , colpevoli di strage, di 12 omicidi e innumerevoli altri reati , condannati a 6 ergastoli a testa e a più di 200 anni di carcere, sono riusciti a scontare solo due mesi per ogni morte causata. Oggi sono completamente liberi e domani potrebbero sedere in Parlamento. Questi due spietati assassini, rappresentano il simbolo dell’impunità dei terroristi in questo martoriato Paese.</p>
<p>Nonostante ciò , la trasmissione di Bruno Vespa , Porta a Porta, che qualche tempo fa si è occupata del tema della certezza della pena e delle scarcerazioni facili, non ha minimamente citato gli autori della strage di Bologna. Il motivo ormai lo hanno capito tutti: gli esecutori di quel vile attentato, godono di protezioni altissime, che è meglio non irritare.</p>
<p>Il tema della certezza della pena, che molti politicanti, all’indomani di ogni fatto di cronaca, sventolano come la soluzione di ogni problema, viene immediatamente accantonato quando in Parlamento, gli stessi politicanti, approvano leggi che tutelano, in tutti i modi, i criminali di ogni risma, non danno fondi sufficienti alle forze dell’ordine e alla magistratura.</p>
<p>Questa è  una vergogna, i cittadini vengono trattati come sudditi, il Paese non dovrebbe subire questi soprusi senza ribellarsi.</p>
<p>Vi sono poi persone come Giancarlo Calidori che, in modo spregiudicato, vantano presunte amicizie con uno degli uccisi nella strage alla stazione per dare maggior valore al loro ambiguo perdono ai terroristi Mambro e Fioravanti.</p>
<p>Meraviglia che passati Presidenti della Repubblica e presenti Presidenti della Camera si siano prestati al gioco senza verificare queste asserite amicizie, stupisce la superficialità di certi comportamenti nel nome di una sorta di pacificazione. Ribadiamo che, il peso della nostra pena che lascerà finalmente gli anni di piombo alla storia, sarà la completa verità sulle tragedie che hanno insanguinato il nostro Paese e che ne hanno ostacolato il percorso democratico. Su questi fatti deve esserci l’impegno vero per arrivare a colpire i mandanti e gli ispiratori politici delle stragi e del terrorismo, non vi possono essere scorciatoie ambigue che offendono i familiari delle vittime e disonorano le istituzioni.</p>
<p>In questo nostro Paese, dal dopoguerra ad oggi sono state eseguite 14 stragi; in nessuna si è arrivati ai mandanti e agli ispiratori politici;, delicate istituzioni dello Stato hanno operato in tutte , in modo attivo, per impedire ai giudici di giungere alla verità. La sensazione è che non si è arrivati a colpire i mandanti perché non si dovevano colpire.</p>
<p><strong>Erano protetti!!!</strong></p>
<p><strong>E lo sono tuttora!!!</strong></p>
<p>A questo proposito, sarà il regolamento per il segreto di Stato a misurare la volontà  di questo Parlamento per il raggiungimento della verità.</p>
<p>Occorre far si che, passati 30 anni dall’evento, tutti i documenti ad esso relativi ed i nominativi in esso contenuti, in possesso dei servizi segreti, della polizia e dei carabinieri, vengano catalogati e resi pubblici senza distinguere tra documenti d’archivio e quelli d’archivio corrente. Solo così il Parlamento potrà avviare una operazione di verità, altrimenti le complicità politiche nel proteggere chi ha armato la mano dei terroristi saranno palesi e tutti i cittadini potranno constatare quanta distanza ci sia tra ciò che viene affermato negli anniversari e quale sia la reale volontà di chi siede in quel consesso ove non ci dovrebbe essere posto per i complici dei terroristi.</p>
<p>La grande speranza costituita dalla dottrina della trasparenza dettata dal Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama, anche nei confronti della CIA e degli altri servizi d’informazione americani, dovrebbe indurre il nostro Governo ad aprire senza infingimenti i nostri archivi e a chiedere collaborazione al Governo Americano sui rapporti fra CIA e servizi segreti in Italia negli anni che ci interessano.</p>
<p>Ancora oggi dobbiamo denunciare come, dopo 5 anni dalla sua approvazione, la legge 206/04 ( Nuove norme a favore delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice) non sia attuata in molte sue parti. Siamo al paradosso che, mentre Camera e Senato approvano all&#8217;unanimità ordini del giorno dettagliati in cui impegnano il Governo a completarne la sua attuazione, viene realizzato un vergognoso scaricabarile e la legge non viene attuata. Tutti gli espedienti sono buoni: vari funzionari accampano problemi procedurali, carenza nei sistemi per l&#8217; elaborazione dei dati, problematiche tecniche, nuovi quesiti a vari organi e dubbi a non finire sull&#8217;esecutività della legge. In questi giorni, il Governo ha chiesto un parere al Consiglio di Stato per l’esatta interpretazione della norma che prevede l’erogazione delle pensioni pari all’ultimo stipendio percepito per i feriti con un’invalidità pari o superiore all’80%, tutto ciò perché i dirigenti INPS si rifiutano di applicare tale norma. Questo atteggiamento inspiegabile ha determinato da parte dell’INPDAP(che aveva correttamente interpretato la norma) , la declassazione da definitiva a provvisoria della pensione già concessa dal 2006 ad un ferito invalido all’80%. Il tutto appare finalizzato a far sì che si perda tempo prezioso, disattendendo e interpretando restrittivamente le norme in essa contenute. L&#8217;anno scorso, il 23 luglio, abbiamo incontrato il Sottosegretario alla Presidenza On. Gianni Letta, gli abbiamo sottoposto l’elenco delle diverse problematiche irrisolte prospettando tutte le possibili soluzioni. Da allora, malgrado diversi incontri tecnici, nessun passo concreto in avanti è stato fatto e la richiesta di un incontro, con lo stesso Sottosegretario per un bilancio della situazione, viene sistematicamente ignorata. Recentemente abbiamo scritto al Presidente del Consiglio On. Silvio Berlusconi chiedendo un suo intervento urgente, abbiamo ricevuto una risposta limitatamente alla sola definizione delle ricostituzioni delle pensioni senza una data certa. Questa indicazione è quanto INPS e INPDAP avrebbero dovuto fare da oltre due anni e nulla è stato detto dalla Presidenza del Consiglio sugli impegni assunti in Parlamento, riguardanti le soluzioni di tutte le numerose criticità evidenziate dalle Associazioni. È deprecabile che, questo Governo, come del resto quello che lo ha preceduto,in occasione degli anniversari, dichiari la propria disponibilità a risolvere le problematiche  in sospeso e dare immediata attuazione alla legge, ma se ne dimentichi sistematicamente il giorno dopo considerando carta straccia gli impegni solennemente assunti.</p>
<p>Questo comportamento, che si ripete da ben 5 anni, la dice lunga sulla sincerità delle dichiarazioni governative che vengono fatte alla vigilia e durante gli anniversari, di partecipazione autentica ed effettiva al dolore delle vittime, ignorando il pieno riconoscimento dei loro diritti. La verità è che le vittime del terrorismo sono un peso opprimente per questi politicanti che non vorrebbero controlli, ma solo apparire in televisione il giorno degli anniversari. Il comportamento è vergognoso e da parte nostra verrà stigmatizzato in tutte le occasioni possibili. Non si tratta di antipolitica, ma di un monito a chi è chiamato dai cittadini a dirigere il Paese, affinché non transiga dal tenere un comportamento consono al suo ruolo assumendosi tutte le responsabilità che gli competono, anche quella di far attuare le leggi.</p>
<p>Sono trascorsi 29 anni dalla strage alla stazione di Bologna, in questi anni abbiamo dovuto combattere depistaggi di ogni genere. I tentativi di delegittimarci sono stati innumerevoli senza trascurare gli attacchi personali; fino ad oggi abbiamo retto e siamo ancora qui a ricordare non solo la strage fascista del 1980, ma anche l’esempio delle tante persone perbene che hanno pagato, con la vita, la militanza democratica, come i giudici Emilio Alessandrini e Mario Amato, l’agente Emanuele Petri, il sindacalista Guido Rossa i professori Massimo D’Antona, Marco Biagi e tanti altri. Tutto ciò è stato permesso perché migliaia di persone in tutto il paese ci hanno sostenuto e hanno reso possibile che la nostra voce non rimanesse isolata. In questi anni abbiamo avuto al nostro fianco persone meravigliose che ci hanno aiutato, ciascuno con le proprie capacità e ci hanno permesso di superare momenti difficilissimi ed andare avanti nella nostra incessante battaglia per la verità e la giustizia.</p>
<p>Questa piazza che ogni anno si riempie di cittadini per stare al nostro fianco e ricordare con noi le 85 vittime ed i feriti, questa piazza che in tutti questi anni non ha mai cessato di sostenerci, è la testimonianza di una società civile che crede nella giustizia, nella democrazia e nello stato di diritto, pretende come noi che assassinii e violenze non debbano mai avere coperture e che giustizia e verità siano obblighi a cui nessun potere abbia il diritto di sottrarsi.</p>
<p>Grazie di essere con noi e di condividere questa giornata di riflessione e di ricordo.</p>
<p>in <a title="Associazione tra i famigliari delle vittime della strage alla stazione di Bologna  del 2 agosto 1980" href="http://www.stragi.it/">stragi.it</a>, 2 agosto 2009</p>
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		<title>Perche&#8217; non abbiamo avuto figli</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 12:16:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Punto rosa]]></category>

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		<description><![CDATA[Introduzione del libro &#8220;Perché non abbiamo avuto figli. Donne “speciali” si raccontano&#8221; scritto da Paola Leonardi. Un libro che propone tante riposte alla domanda che molte donne che non hanno fatto la scelta della maternità si sono sentite rivolgere: perché non sono diventate madri e, ancor più spesso e con maggior stupore, come mai non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><small><strong>Introduzione del libro &#8220;Perché non abbiamo avuto figli. Donne “speciali” si raccontano&#8221; scritto da Paola Leonardi. Un libro che propone tante riposte alla domanda che molte donne che non hanno fatto la scelta della maternità si sono sentite rivolgere: perché non sono diventate madri e, ancor più spesso e con maggior stupore, come mai non abbiano avuto nemmeno il desiderio di diventarlo</strong></small></p>
<p>Per anni c’è stata una cartella viola sul mio tavolo da lavoro, con una bella etichetta non qualunque, con scritto “L’altra madre. Il valore della maternità simbolica”, dove riponevo appunti e materiali che andavo raccogliendo sul tema di Madri e non Madri.</p>
<p>Quando poi ho lasciato la terra emiliana d’origine per questa casastudio affacciata sul mare delle Cinque Terre (“luogo di guarigione e giardino d’arte”), dove ho trasferito da Milano sia il Centro Autostima che la “Scuola biennale di formazione in Socio-Psicologia delle Donne”, l’intuizione iniziale è diventata progetto di scrittura. E il luogo non è ininfluente per il pensare, per il fare.</p>
<p><span id="more-582"></span>Il titolo, un po’ criptico, è allora diventato<strong> Perché non abbiamo avuto figli. Donne “speciali” si raccontano .</strong><br />
Un libro che propone tante riposte alla domanda che molte donne come me si sono sentite rivolgere: perché non siamo diventate madri e, ancor più spesso e con maggior stupore, come mai non abbiamo avuto nemmeno il desiderio di diventarlo.</p>
<p>Il tema su cui mi sono interrogata è quello delle “donne senza figli”, argomento che sembra essere uno dei nuovi tabù di questa società liquida e di non poca importanza, perché la pressione sociale è ancora elevata e i pregiudizi nei confronti di chi figli non ha, ancora numerosi.<br />
Come scrive <strong>Susie Reinhardt </strong>“Chi non vuole diventare madre è esposta in continuazione a congetture circa i motivi: le donne senza figli sono forse incapaci di trovare un partner adatto oppure di allacciare una relazione stabile? Vogliono sfuggire alle loro responsabilità? Sono egoiste che desiderano vivere libere, indipendenti e sulle spalle degli altri, senza pensare alla propria pensione? O, semplicemente, non sopportano i bambini?”.</p>
<p>Questo argomento impellente e intrigante, ma anche difficoltoso, mi ha indotta a guardare dentro me stessa, inducendomi a <strong>esplorare le ragioni più profonde che mi hanno portata a non avere figli e a sentirmi madre simbolica, anziché madre biologica.</strong></p>
<p>La passione e la curiosità, affiancate comunque alla fatica per questo libro, nascono dal desiderio di voler mettere le mani su qualcosa di poco conosciuto anche a me stessa per far affiorare qualcosa di nascosto, qualcosa da sradicare, da vivere comunque in leggerezza.<br />
Desiderio che parte da riflessioni personali più che intellettuali; dal bisogno di riconoscere valore a quella che è stata “l’intelligenza del corpo”, che mi ha indotta ad ascoltare le mie ragioni più profonde, al di là di ogni convenzione sociale; desiderio che sgorga dalla capacità di attribuire valore a ciò che per altri può essere disvalore.</p>
<p>Con la precisazione che se la mia vita è stata spesso attraversata da ambivalenze (e non ambiguità), a cui attribuisco un valore positivo – perché significa saper prendere in considerazione gli eventuali dubbi e desideri, anche contrapposti tra loro – in questo caso, sulla maternità biologica appunto, ho sempre avvertito una certezza: i figli non sono un progetto di vita per me.</p>
<p>Pensavo che avrei lasciato queste riflessioni per la vecchiaia avanzata, quando fossi stata vieille-vieille, una sorta di autobiografia da ottuagenaria, ma ne ho sentito poi l’urgenza, per consegnarla alle numerose e giovani donne senza figli, sempre più inclini a non volerne o a metterne in discussione la scelta.</p>
<p>A quelle che dicono di desiderarli, ma che poi non restano incinte (non sterili, ma non feconde), ipotizzando una certa ambivalenza sulla maternità biologica (lo desidero ma non lo voglio, lo voglio ma non lo desidero…) spesso difficile da riconoscere.<br />
Alle trentenni dunque, o quasi quarantenni con l’orologio biologico tintinnante, nonostante gli aiuti delle nuove tecnologie riproduttive che ci vorrebbero madri anche all’età delle nostre nonne.<br />
A quelle giovani di cui si dice che non farebbero figli – perché tutte tese alla carriera, al lavoro e ai soldi che mancano per metter su casa – che, stando alle ultime ricerche europee, sembra non ne facciano anche per la difficoltà di trovare coetanei disposti a condividere il peso e l’onere dei bambini.</p>
<p>Ma ne ho sentito l’impellenza anche per le donne ampiamente uscite dall’età della riproduzione, le mie coetanee over sixty.<br />
Quelle senza desideri di maternità biologica, mai sperimentata, spesso mai desiderata, che tanta inquietudine spargono tra coloro – uomini e donne – che ancora credono e vedono con compassionevole superiorità chi appunto figli e figlie non ha voluto metterne al mondo; donne che si sentono complete, socialmente e affettivamente realizzate anche senza prole, senza dover sventolare nessun’altra bandiera rivendicativa per inneggiare ad altre presunte superiorità.</p>
<p>È questa, dunque, un’indagine su un tema sociale fino a ora poco affrontato nel nostro Paese, nonostante l’Italia abbia la media statistica di figli per donna più bassa del mondo (l’1,35 ciascuna) secondo gli indici Istat 2008, ma soprattutto è un <strong>approfondimento delle motivazioni psicologiche e sociali</strong> di noi che qui ci raccontiamo: motivazioni profonde, che partono dalla nostra soggettività, e che ci hanno indotte a <strong>mettere in discussione quella che sembra l’inevitabile sovrapposizione dell’identità femminile con la maternità.</strong></p>
<p>Un’analisi che è nata durante quel fondamentale percorso di consapevolezza individuale e collettiva, i “formidabili anni Settanta”, che ha lasciato eredità importanti al mondo intero e che è sfociata in questo libro che è dedicato a chi pensa che, come mi ha detto Natalia Aspesi, “per una donna felicità non sempre faccia rima con maternità”.</p>
<p>Andando dritta al problema, ho cercato donne che potessero raccontare la loro esperienza con apertura di cuore e di mente: con una traccia di intervista che mettesse a fuoco il punto in questione, correlandolo alla personalità del personaggio e facendo emergere situazioni esistenziali quasi mai convenzionali.<br />
Un’intervista che permettesse un dialogo, uno scambio di esperienze, con coloro che, come me, non erano madri.</p>
<p>E ho trovato donne particolari, famose al grande pubblico o note solo a qualche élite, comunque “importanti e significative” per i messaggi che hanno trasmesso negli ultimi decenni attraverso i loro interessanti percorsi di vita (opere, progetti, idee, pensieri fondamentali per l’evoluzione e la crescita di alcune generazioni): <strong>Natalia Aspesi, Letizia Bianchi, Piera Degli Esposti, Ida Dominijanni, Elisabetta Donini, Margherita Giacobino, Laura Grasso, Leslie Leonelli, Lea Melandri, Luisa Passerini, Rossana Rossanda, Rosalba Terranova, Chiara Zamboni, Adriana Zarri.</strong></p>
<p>Dalle loro interviste ricche e corpose, divertenti e serie, avvincenti e stimolanti, e dalla lettera di Rossana Rossanda, emerge un concetto di “materno” intrigante, anche e perché diversificato.<br />
E si delineano ritratti di donne vivaci, molto concrete, capaci di parlare di sé e trasmettere emozioni con sagacia, apertura, immediatezza e sincerità; donne “speciali” che mettono in evidenza la ricchezza delle differenze nell’universo femminile.</p>
<p>Alle interviste, che rappresentano la struttura portante del libro, abbiamo aggiunto le nostre due, mia e di Ferdinanda Vigliani, che con me ha condiviso questa esperienza, intervistandoci reciprocamente, perché entrambe ci sentiamo parte del grande gruppo di donne che non hanno avuto/voluto figli e ci piaceva sentirci vicine e accomunate nell’identità.</p>
<p>[...]</p>
<p>Da quando il movimento delle donne ha elaborato il concetto di maternità simbolica, mi pare che lo si possa attribuire in particolare a chi madre biologica non è, recuperando il valore del “materno” che, per quanto messo in discussione, è pur sempre un valore.<br />
Dalle interviste emergono le risposte a questi interrogativi e tra una domanda e l’altra si parla di mistica della maternità, del ruolo materno, dell’istituto della maternità, di denatalità.</p>
<p>L’idea di fondo è che, consapevoli o meno, sono sempre più numerose le donne senza figli che non solo non si sentono “mancanti” – e anzi vivono la loro completezza come donne – ma ancor più rappresentano un nuovo modello di identità femminile, ponendosi con la loro vita e le loro scelte, come possibili esempi di femminilità “altra”, per altre donne.</p>
<p><strong>Rinunciando ai figli non si rinuncia alla propria identità femminile</strong>; al contrario queste donne rappresentano esempi sempre più diffusi di modelli “nuovi” in cui potersi identificare.</p>
<p>La scelta individuale di ognuna di loro si trasforma in una possibile scelta per tante altre, agendo così sul collettivo.<br />
Le donne senza figli potrebbero rappresentare un modello di realizzazione non soltanto come donne, ma anche come madri. Diffondendo il concetto di maternità simbolica e dando un senso diverso al concetto di maternità, diverso da quella biologica: quello di madri senza figli.</p>
<p>Paola Leonardi ,  Ferdinanda Vigliani &#8211; <a title="Franco Angeli" href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?CodiceLibro=239.197">Perché non abbiamo avuto figli. Donne &#8220;speciali&#8221; si raccontan</a>o. Franco Angeli, 2009</p>
<p><small><a title="il paese delle donne" href="http://www.womenews.net/">Il paese delle donne, 27 luglio 2009</a></small></p>
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