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	<title>agli incroci dei venti &#187; Cultura</title>
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	<description>cultura politica societa'</description>
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		<title>Una storia bastarda</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 13:47:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dino silvestroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
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		<description><![CDATA[Gian Ruggero Manzoni – Una macchia nel sole Edizioni del Girasole. Ravenna, 2009 – pp. 277 Attraversano la guerra in sella alle loro amate moto. La guerra attraversa le loro teste tracciando la trama del romanzo. Narratore e protagonista traghettano gli avvenimenti storici, che hanno segnato l’Italia dal 1943 al ’45, dalle pagine della Storia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2010/07/una-macchia-nel-sole.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-662" title="una-macchia-nel-sole" src="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2010/07/una-macchia-nel-sole-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a></p>
<p><small>Gian Ruggero Manzoni – Una macchia nel sole<br />
Edizioni del Girasole. Ravenna, 2009 – pp. 277</small></p>
<p>Attraversano la guerra in sella alle loro amate moto. La guerra attraversa le loro teste tracciando la trama del romanzo. Narratore e protagonista traghettano gli avvenimenti storici, che hanno segnato l’Italia dal 1943 al ’45, dalle pagine della Storia al sopravvivere quotidiano. Il narratore, cronista occasionale ma non casuale, non si preoccupa di individuare lo sviluppo degli avvenimenti, ma di trascrivere lo stato d’animo delle persone sbandate da quella guerra, che si è trasformata da conflitto fra Stati a Resistenza armata, per diventare guerra civile e delitto privato. La Storia resta sempre nello spazio bianco fra le righe, quasi una storia bastarda raccontata con parole dialettali piegate alla lingua italiana, poiché i tumultuosi stati d’animo per essere descritti hanno bisogno di parole precise come quelle di un linguaggio tecnico. Un fatto è quello che ci racconta Gian Ruggero Manzoni, una storia quella che leggiamo noi.</p>
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		<title>Un ricordo</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Jul 2010 05:46:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dino silvestroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Josè Saramago]]></category>
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		<description><![CDATA[Eccolo il tuo momumento. Tu non l’avevi richiesto ma appena la tua dipartita si è diffusa nel mondo, subito lì,  pronti con il coccodrillo, non in senso giornalistico, ma nel senso che l’Osservatore Romano ha cercato di mordere chi non poteva più parlare. Eccolo il tuo momumento: sono le pagine che hai scritto. Non hai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Eccolo il tuo momumento. Tu non l’avevi richiesto ma appena la tua dipartita si è diffusa nel mondo, subito lì,  pronti con il coccodrillo, non in senso giornalistico, ma nel senso che l’Osservatore Romano ha cercato di mordere chi non poteva più parlare. Eccolo il tuo momumento: sono le pagine che hai scritto. Non hai mai detto: ho ragione. Hai sempre parlato di stare solo da una parte e da quella di vedere il mondo, non di condannarlo. Ti sei sbagliato come tutti, però degli sbagli sei riuscito a farne scalino per avanzare. Mi mancherà la tua feroce ironia, filtrata dal sarcasmo dei vecchi che sanno e pensano tutte le mattine che quello sarà il primo giorno di quelli che restano da vivere. Però tu hai sempre scritto per un domani possibile solo se il presente viene cambiato.  Caro Josè Saramago tu non hai bisogno di un momumento. Grazie per le pagine scritte.</p>
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		<title>il cristo cancellatore non è risorto</title>
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		<pubDate>Wed, 26 May 2010 15:46:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dino silvestroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
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		<category><![CDATA[libri d'artista]]></category>
		<category><![CDATA[novità editoriali]]></category>

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		<description><![CDATA[aldo merce – il cristo cancellatore non è risorto. Edizioni Lumacagolosa. Borgo Faina – Villanova, 2010. Stampato su carta Canson in 50 esemplari numerati e firmati. Tutto era stato scritto! Siamo nel ’68, anno dove anche i muri sono pieni di parole. Le parole occupano  tutte le superfici, eppure Emilio Isgrò * con la materialità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2010/05/cristo_cancellatore.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-655" title="il cristo cancellatore" src="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2010/05/cristo_cancellatore-217x300.jpg" alt="" width="217" height="300" /></a></p>
<p>aldo merce – il cristo cancellatore non è risorto. Edizioni Lumacagolosa. Borgo Faina – Villanova, 2010. Stampato su carta Canson in 50 esemplari numerati e firmati.</p>
<p>Tutto era stato scritto! Siamo nel ’68, anno dove anche i muri sono pieni di parole. Le parole occupano  tutte le superfici, eppure Emilio Isgrò * con la materialità di un gesto riesce ad allargare l’area della lettura: “cancella le parole”. Non le inventa tantomeno le modifica, cancella parole creando una pagina totalmente nuova che evita ogni possibilità di ri/lettura: tutto deve essere letto per la prima volta. Il Cristo Cancellatore scaccia ogni possibile pigrizia dal lettore, non ammette mercanti (riletture) nel tempio (pagina). Nel cogliere questo processo della lettura e il suo progressivo  scaricarsi  verso la rilettura  sta l’azione del libro di Aldo Merce con le pagine senza parole,  totalmente cancellate dove non è ammesso leggere, forse neanche rileggere.<br />
Dino Silvestroni</p>
<p><small>* Emilio Isgrò – Il Cristo Cancellatore. Romanzo semplice. Testo di Pierre Restany. Milano.  Galleria Apollinaire, 1968</small></p>
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		<title>Chi siamo, italioti miei?</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 16:24:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Aldo Merce</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[intercultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Chi siamo, italioti miei? Bonus tracks di Paola Amadesi e Marina Sangiorgi. Introduzione di Tahar Lamri. Edizioni Discanti. Bagnacavallo (RA), 2010. Racconti che raccontano. Un piacevole libro da incontrare. Certi libri si incontrano come le persone, magari al caffè (attenti a non versarlo sulle pagine). Il piacere della lettura è dato dalla semplicità delle storie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2010/04/Chi-siamo-italioti-copertina.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-651" title="Chi siamo, italioti miei? - copertina" src="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2010/04/Chi-siamo-italioti-copertina-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a><br />
<small>Chi siamo, italioti miei? Bonus tracks di Paola Amadesi e Marina Sangiorgi. Introduzione di Tahar Lamri. Edizioni Discanti. Bagnacavallo (RA), 2010.</small></p>
<p>Racconti che raccontano. Un piacevole libro da incontrare. Certi libri si incontrano come le persone, magari al caffè (attenti a non versarlo sulle pagine). Il piacere della lettura è dato dalla semplicità delle storie che non fotografano la realtà, ma descrivono storie quotidiane filtrate da ogni carattere di notizia. Geografie e dialetti diversi si mischiano per costruire nuovi ricordi.  Le persone e i personaggi dei racconti sviluppano storie che almeno una volta si possono leggere senza pre/giudizi. Scelgo a conferma delle mie righe il racconto: “Non per lui”, dove lo straniero non è la “badante”: leggere per credere.</p>
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		<title>Dali&#8217; Featuring Vezzoli</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 14:25:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Vezzoli]]></category>
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		<description><![CDATA[di Chiara Astolfi Che cosa accomuna due personalità distanti cronologicamente e culturalmente come quelle di Salvador Dalì e Francesco Vezzoli? È a questa domanda che intende rispondere la mostra “Dalì featuring Vezzoli” allestita al Moderna Museet di Stoccolma fino al 17 gennaio 2010. L’esposizione, articolata in due filoni (uno, dedicato al padre del surrealismo e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Chiara Astolfi</p>
<p>Che cosa accomuna due personalità distanti cronologicamente e culturalmente come quelle di <a title="Salvador Dalì" href="http://www.salvadordali.it/intro.html">Salvador Dalì</a> e <a title="Francesco Vezzoli - Moderna Museet " href="http://www.modernamuseet.se/Portratt/Konstnarer/Francesco-Vezzoli/">Francesco Vezzoli</a>? È a questa domanda che intende rispondere la mostra “Dalì featuring Vezzoli” allestita al <a title="Moderna Museet " href="http://www.modernamuseet.se/">Moderna Museet</a> di Stoccolma fino al 17 gennaio 2010.<br />
<span id="more-630"></span>L’esposizione, articolata in due filoni (uno, dedicato al padre del surrealismo e l’altro al giovane artista italiano), mira a identificare le componenti di quella sottile linea rossa che unisce questi due artisti e i loro lavori. Ne risulta una riflessione sul mondo dello <em>star system</em> sul rapporto tra arte e pubblicità, tra cinema e televisione, tra arte e  contemporaneità.<br />
Come non forse tutti sanno, Dalì non fu solo un pittore, ma si occupò di cinema, pubblicità, moda e design, con spirito eccentrico e visionario. Mantenne rapporti privilegiati con le celebrità della cultura popolare, si fece ritrarre in loro compagnia e prese i loro volti come soggetti per le sue opere, celebrando per celebrarsi e compiacendo per compiacersi. In &#8220;<em>Shirley Temple</em>, il più giovane mostro sacro del cinema&#8221;, ad esempio, il volto della bambina prodigio viene estratto dalle pagine di una rivista per essere sovrapposto ad un corpo di leonessa, come la mitologia greca voleva rappresentata la figura della sfinge, animale sacro per eccellenza.<br />
Nelle opere di Vezzoli ritroviamo la stessa passione e la stessa curiosità nei confronti degli eroi popolari, ma, pur essendo inseriti in una dimensione onirica che ricorda i lavori del maestro spagnolo, sono trasportati in un limbo che aleggia tra leggenda e quotidianità. Le sue <em>celebrities </em>sono affiancate a personaggi da copertina di rotocalco, ai protagonisti della contemporanea TV spazzatura e, ripulite da ogni velleità mitizzante, vivono drammi umani, piangono e perdono sangue.<br />
L’ossessione per i divi, l’utilizzo del mezzo cinematografico e televisivo, la propaganda pubblicitaria auto-celebrativa sono solo alcuni degli aspetti che accomunano i due artisti: sta allo spettatore ricercare nel percorso espositivo, attraverso una trentina di opere di Dalì e le opere di Vezzoli dell’ultimo decennio (tra ricami, arazzi, manifesti e video), le restanti particolarità che li accomunano.</p>
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		<title>&#8221;Vignette&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Aug 2009 11:36:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Tomaso Marcolla]]></category>

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		<description><![CDATA[Il libro raccoglie una  selezione di opere digitali dell&#8217;artista Tomaso Marcolla realizzate assemblando fotografia e computer grafica. Con testi di Gianni Sinni e  Anna Cordella Tomaso Marcolla ci propone le sue “Vignette”, vere e proprie opere d’arte che trasudano maestria e ingegno sin dalla prima immagine. Aprendo il libro ci si rende conto di come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_594" class="wp-caption alignnone" style="width: 460px"><a rel="attachment wp-att-594" href="http://www.agliincrocideiventi.it/2009/vignette/copertina_vignette_grande1/"><img class="size-full wp-image-594" title="Copertina del libro" src="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2009/08/copertina_vignette_grande1.jpg" alt="&quot;Vignette&quot; - Tomaso Marcolla. Lupo Editore, 2009" width="450" height="514" /></a><p class="wp-caption-text">&quot;Vignette&quot; - Tomaso Marcolla. Lupo Editore, 2009</p></div>
<p>Il libro raccoglie una  selezione di opere digitali dell&#8217;artista Tomaso Marcolla realizzate assemblando fotografia e computer grafica.<br />
Con testi di<a title="Biografia di Gianni Sinni" href="http://www.cristinachiappini.com/redwineandgreen/image/lcd_sinni/bio.htm"> Gianni Sinni</a> e  Anna Cordella</p>
<blockquote><p>Tomaso Marcolla ci propone le sue “Vignette”, vere e proprie opere d’arte che trasudano maestria e ingegno sin dalla prima immagine. Aprendo il libro ci si rende conto di come ognuna delle scene rappresentate costituiscano dei veri e propri romanzi, poiché ognuna di esse dà lo spunto a didascalie infinite. È così che Marcolla riproduce dei capolavori, vignette di grande impatto, in cui gli argomenti salienti fanno capolino dalle pagine e travolgono il lettore in tutta la loro complessità. Ci troviamo così a contemplare immagini di cronaca passata e presente, e in certi casi anche futura. <em>(Anna Cordella)</em></p></blockquote>
<blockquote><p>&#8230;</p>
<p>I lavori di Tomaso Marcolla sono un coerente esempio di &#8230; pratica militante che cerca di dare attuazione ad una delle più ambiziose affermazioni del mestiere: il design può cambiare il mondo.<br />
O almeno può provarci.  <em>(<a title="Biografia di Gianni Sinni" href="http://www.cristinachiappini.com/redwineandgreen/image/lcd_sinni/bio.htm">Gianni Sinni</a>)</em></p></blockquote>
<p><a title="TOMASO MARCOLLA - ART GALLERY" href="http://www.marcolla.it">www.marcolla.it</a><em><br />
</em></p>
<blockquote><p><em></em></p></blockquote>
]]></content:encoded>
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		<title>Perche&#8217; non abbiamo avuto figli</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 12:16:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Punto rosa]]></category>

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		<description><![CDATA[Introduzione del libro &#8220;Perché non abbiamo avuto figli. Donne “speciali” si raccontano&#8221; scritto da Paola Leonardi. Un libro che propone tante riposte alla domanda che molte donne che non hanno fatto la scelta della maternità si sono sentite rivolgere: perché non sono diventate madri e, ancor più spesso e con maggior stupore, come mai non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><small><strong>Introduzione del libro &#8220;Perché non abbiamo avuto figli. Donne “speciali” si raccontano&#8221; scritto da Paola Leonardi. Un libro che propone tante riposte alla domanda che molte donne che non hanno fatto la scelta della maternità si sono sentite rivolgere: perché non sono diventate madri e, ancor più spesso e con maggior stupore, come mai non abbiano avuto nemmeno il desiderio di diventarlo</strong></small></p>
<p>Per anni c’è stata una cartella viola sul mio tavolo da lavoro, con una bella etichetta non qualunque, con scritto “L’altra madre. Il valore della maternità simbolica”, dove riponevo appunti e materiali che andavo raccogliendo sul tema di Madri e non Madri.</p>
<p>Quando poi ho lasciato la terra emiliana d’origine per questa casastudio affacciata sul mare delle Cinque Terre (“luogo di guarigione e giardino d’arte”), dove ho trasferito da Milano sia il Centro Autostima che la “Scuola biennale di formazione in Socio-Psicologia delle Donne”, l’intuizione iniziale è diventata progetto di scrittura. E il luogo non è ininfluente per il pensare, per il fare.</p>
<p><span id="more-582"></span>Il titolo, un po’ criptico, è allora diventato<strong> Perché non abbiamo avuto figli. Donne “speciali” si raccontano .</strong><br />
Un libro che propone tante riposte alla domanda che molte donne come me si sono sentite rivolgere: perché non siamo diventate madri e, ancor più spesso e con maggior stupore, come mai non abbiamo avuto nemmeno il desiderio di diventarlo.</p>
<p>Il tema su cui mi sono interrogata è quello delle “donne senza figli”, argomento che sembra essere uno dei nuovi tabù di questa società liquida e di non poca importanza, perché la pressione sociale è ancora elevata e i pregiudizi nei confronti di chi figli non ha, ancora numerosi.<br />
Come scrive <strong>Susie Reinhardt </strong>“Chi non vuole diventare madre è esposta in continuazione a congetture circa i motivi: le donne senza figli sono forse incapaci di trovare un partner adatto oppure di allacciare una relazione stabile? Vogliono sfuggire alle loro responsabilità? Sono egoiste che desiderano vivere libere, indipendenti e sulle spalle degli altri, senza pensare alla propria pensione? O, semplicemente, non sopportano i bambini?”.</p>
<p>Questo argomento impellente e intrigante, ma anche difficoltoso, mi ha indotta a guardare dentro me stessa, inducendomi a <strong>esplorare le ragioni più profonde che mi hanno portata a non avere figli e a sentirmi madre simbolica, anziché madre biologica.</strong></p>
<p>La passione e la curiosità, affiancate comunque alla fatica per questo libro, nascono dal desiderio di voler mettere le mani su qualcosa di poco conosciuto anche a me stessa per far affiorare qualcosa di nascosto, qualcosa da sradicare, da vivere comunque in leggerezza.<br />
Desiderio che parte da riflessioni personali più che intellettuali; dal bisogno di riconoscere valore a quella che è stata “l’intelligenza del corpo”, che mi ha indotta ad ascoltare le mie ragioni più profonde, al di là di ogni convenzione sociale; desiderio che sgorga dalla capacità di attribuire valore a ciò che per altri può essere disvalore.</p>
<p>Con la precisazione che se la mia vita è stata spesso attraversata da ambivalenze (e non ambiguità), a cui attribuisco un valore positivo – perché significa saper prendere in considerazione gli eventuali dubbi e desideri, anche contrapposti tra loro – in questo caso, sulla maternità biologica appunto, ho sempre avvertito una certezza: i figli non sono un progetto di vita per me.</p>
<p>Pensavo che avrei lasciato queste riflessioni per la vecchiaia avanzata, quando fossi stata vieille-vieille, una sorta di autobiografia da ottuagenaria, ma ne ho sentito poi l’urgenza, per consegnarla alle numerose e giovani donne senza figli, sempre più inclini a non volerne o a metterne in discussione la scelta.</p>
<p>A quelle che dicono di desiderarli, ma che poi non restano incinte (non sterili, ma non feconde), ipotizzando una certa ambivalenza sulla maternità biologica (lo desidero ma non lo voglio, lo voglio ma non lo desidero…) spesso difficile da riconoscere.<br />
Alle trentenni dunque, o quasi quarantenni con l’orologio biologico tintinnante, nonostante gli aiuti delle nuove tecnologie riproduttive che ci vorrebbero madri anche all’età delle nostre nonne.<br />
A quelle giovani di cui si dice che non farebbero figli – perché tutte tese alla carriera, al lavoro e ai soldi che mancano per metter su casa – che, stando alle ultime ricerche europee, sembra non ne facciano anche per la difficoltà di trovare coetanei disposti a condividere il peso e l’onere dei bambini.</p>
<p>Ma ne ho sentito l’impellenza anche per le donne ampiamente uscite dall’età della riproduzione, le mie coetanee over sixty.<br />
Quelle senza desideri di maternità biologica, mai sperimentata, spesso mai desiderata, che tanta inquietudine spargono tra coloro – uomini e donne – che ancora credono e vedono con compassionevole superiorità chi appunto figli e figlie non ha voluto metterne al mondo; donne che si sentono complete, socialmente e affettivamente realizzate anche senza prole, senza dover sventolare nessun’altra bandiera rivendicativa per inneggiare ad altre presunte superiorità.</p>
<p>È questa, dunque, un’indagine su un tema sociale fino a ora poco affrontato nel nostro Paese, nonostante l’Italia abbia la media statistica di figli per donna più bassa del mondo (l’1,35 ciascuna) secondo gli indici Istat 2008, ma soprattutto è un <strong>approfondimento delle motivazioni psicologiche e sociali</strong> di noi che qui ci raccontiamo: motivazioni profonde, che partono dalla nostra soggettività, e che ci hanno indotte a <strong>mettere in discussione quella che sembra l’inevitabile sovrapposizione dell’identità femminile con la maternità.</strong></p>
<p>Un’analisi che è nata durante quel fondamentale percorso di consapevolezza individuale e collettiva, i “formidabili anni Settanta”, che ha lasciato eredità importanti al mondo intero e che è sfociata in questo libro che è dedicato a chi pensa che, come mi ha detto Natalia Aspesi, “per una donna felicità non sempre faccia rima con maternità”.</p>
<p>Andando dritta al problema, ho cercato donne che potessero raccontare la loro esperienza con apertura di cuore e di mente: con una traccia di intervista che mettesse a fuoco il punto in questione, correlandolo alla personalità del personaggio e facendo emergere situazioni esistenziali quasi mai convenzionali.<br />
Un’intervista che permettesse un dialogo, uno scambio di esperienze, con coloro che, come me, non erano madri.</p>
<p>E ho trovato donne particolari, famose al grande pubblico o note solo a qualche élite, comunque “importanti e significative” per i messaggi che hanno trasmesso negli ultimi decenni attraverso i loro interessanti percorsi di vita (opere, progetti, idee, pensieri fondamentali per l’evoluzione e la crescita di alcune generazioni): <strong>Natalia Aspesi, Letizia Bianchi, Piera Degli Esposti, Ida Dominijanni, Elisabetta Donini, Margherita Giacobino, Laura Grasso, Leslie Leonelli, Lea Melandri, Luisa Passerini, Rossana Rossanda, Rosalba Terranova, Chiara Zamboni, Adriana Zarri.</strong></p>
<p>Dalle loro interviste ricche e corpose, divertenti e serie, avvincenti e stimolanti, e dalla lettera di Rossana Rossanda, emerge un concetto di “materno” intrigante, anche e perché diversificato.<br />
E si delineano ritratti di donne vivaci, molto concrete, capaci di parlare di sé e trasmettere emozioni con sagacia, apertura, immediatezza e sincerità; donne “speciali” che mettono in evidenza la ricchezza delle differenze nell’universo femminile.</p>
<p>Alle interviste, che rappresentano la struttura portante del libro, abbiamo aggiunto le nostre due, mia e di Ferdinanda Vigliani, che con me ha condiviso questa esperienza, intervistandoci reciprocamente, perché entrambe ci sentiamo parte del grande gruppo di donne che non hanno avuto/voluto figli e ci piaceva sentirci vicine e accomunate nell’identità.</p>
<p>[...]</p>
<p>Da quando il movimento delle donne ha elaborato il concetto di maternità simbolica, mi pare che lo si possa attribuire in particolare a chi madre biologica non è, recuperando il valore del “materno” che, per quanto messo in discussione, è pur sempre un valore.<br />
Dalle interviste emergono le risposte a questi interrogativi e tra una domanda e l’altra si parla di mistica della maternità, del ruolo materno, dell’istituto della maternità, di denatalità.</p>
<p>L’idea di fondo è che, consapevoli o meno, sono sempre più numerose le donne senza figli che non solo non si sentono “mancanti” – e anzi vivono la loro completezza come donne – ma ancor più rappresentano un nuovo modello di identità femminile, ponendosi con la loro vita e le loro scelte, come possibili esempi di femminilità “altra”, per altre donne.</p>
<p><strong>Rinunciando ai figli non si rinuncia alla propria identità femminile</strong>; al contrario queste donne rappresentano esempi sempre più diffusi di modelli “nuovi” in cui potersi identificare.</p>
<p>La scelta individuale di ognuna di loro si trasforma in una possibile scelta per tante altre, agendo così sul collettivo.<br />
Le donne senza figli potrebbero rappresentare un modello di realizzazione non soltanto come donne, ma anche come madri. Diffondendo il concetto di maternità simbolica e dando un senso diverso al concetto di maternità, diverso da quella biologica: quello di madri senza figli.</p>
<p>Paola Leonardi ,  Ferdinanda Vigliani &#8211; <a title="Franco Angeli" href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?CodiceLibro=239.197">Perché non abbiamo avuto figli. Donne &#8220;speciali&#8221; si raccontan</a>o. Franco Angeli, 2009</p>
<p><small><a title="il paese delle donne" href="http://www.womenews.net/">Il paese delle donne, 27 luglio 2009</a></small></p>
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		<title>Un Simenon d&#8217;annata</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Apr 2009 15:42:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Ghismunda Quello che mi piace della grande narrativa del Novecento è che in essa non succede mai nulla. Né avventure né colpi di scena e nemmeno eroi e lieto fine, come in tanta narrativa ottocentesca, specchio di un mondo borghese fiducioso nell&#8217;esistenza di un ordine e di una concatenazione logica degli eventi che il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="La voce di Ghismunda" href="http://ghismunda.blog.tiscali.it/">Ghismunda</a></p>
<p><a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2009/04/le_campane_di-bicetre.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-522" style="margin-left: 12px; margin-right: 12px;" title="Copertina del libro: Le campane di Bicêtre - Georges Simenon" src="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2009/04/le_campane_di-bicetre.jpg" alt="Copertina del libro: Le campane di Bicêtre - Georges Simenon" width="200" height="316" /></a></p>
<p>Quello che mi piace della grande narrativa del Novecento è che in essa non succede mai nulla. Né avventure né colpi di scena e nemmeno eroi e lieto fine, come in tanta narrativa ottocentesca, specchio di un mondo borghese fiducioso nell&#8217;esistenza di un ordine e di una concatenazione logica degli eventi che il romanzo può e deve riprodurre, a scopo di evasione, consolazione o di semplice conoscenza. A dominare, nel romanzo del Novecento, è l&#8217;interiorità e l&#8217;analisi, tortuosa e serrata, implacabile, di una coscienza; il punto di vista, molteplice e soggettivo, dell&#8217;autore/personaggio; la mancanza di certezze tanto scientifiche quanto religiose; il senso di precarietà dell&#8217;esistenza; la giornata di tanti Ulisse/Bloom, smarriti nella routine e nel caos delle metropoli moderne o di tanti Josef K., alle prese con l&#8217;angoscia e il non senso di un mondo estraneo e persecutorio. Non si esce dall&#8217;io e da come lui sente e ragiona e più spesso sragiona, chiamando in causa il nostro io e la nostra percezione del mondo, in un confronto e percorso di conoscenza sempre aperto, inesauribile. Affascinante. E poi c&#8217;è il tempo, quella cosa che, proustianamente, torna, a ricomporre nella memoria i frammenti  baluginanti di vite trascorse. Ma per questo occorre un&#8217;occasione speciale. Non è indispensabile, forse, arrivare a chiudersi in una stanza dalle pareti di sughero per recuperare in qualche modo il tempo perduto, ma una &#8220;sospensione&#8221;, un evento eccezionale, a volte traumatico, che rompe e stacca dall&#8217;ordinaria amministrazione, ci vuole. Per tornare a vedere. Per tornare a pensare. &#8220;Quando, in quale momento &#8211; si chiede René Maugras nel suo letto d&#8217;ospedale &#8211; si perde la percezione degli odori, dei suoni, delle gemme che si schiudono?&#8221; A volte, può essere proprio la malattia il momento privilegiato del recupero di se stessi. Passando attraverso gli altri, raschiandone via la superficie per &#8220;arrivare a vedere più chiaro in se stesso&#8221;.<br />
<span id="more-521"></span><br />
<em><strong>&#8220;Le campane di Bicêtre&#8221;</strong></em> di <strong>Georges Simenon</strong> è un capolavoro nel senso novecentesco testé illustrato. Il protagonista, René Maugras, è un uomo arrivato, potente, direttore di importanti testate giornalistiche, temuto e vezzeggiato da ministri e artisti di fama. Durante uno dei primi martedì di ogni mese, in cui è solito ritrovarsi a cena con i suoi amici nella saletta privata dell&#8217;esclusivo Grand Véfour, viene colpito da un ictus e portato, incosciente, all&#8217;ospedale psichiatrico di Bicêtre, da dove riemergerà lentamente alla coscienza e ad una vita colta e riassaporata in ogni dettaglio, a partire dal suono delle vicine campane, che scandiscono il ritmo regolare di un&#8217;esistenza affatto diversa dal passato e dipendente, in tutto e per tutto, dal personale medico e infermieristico che lo circonda. René non si stacca dal letto e il lettore non si stacca dal libro, attirato com&#8217;è da esperienze e pensieri profondamente umani e veri, in cui è inevitabile riconoscersi e commuoversi. A René non accade nulla, se non il normale decorso di una malattia che molto lentamente, attraverso le varie fasi della riabilitazione, lo porterà al parziale recupero del suo corpo. Ma la forzata immobilità accende quella che Proust chiama la &#8220;memoria involontaria&#8221;, l&#8217;affiorare improvviso e senza ordine di ricordi e immagini di un passato più o meno remoto, come di chi sfogli a casaccio un album di vecchie fotografie in bianco e nero.  Ad ogni immagine (perché proprio quella e non un&#8217;altra?), un&#8217; &#8220;intermittenza&#8221; del cuore e un lavorio incessante della mente, che scava impietosa nelle pieghe della vita e arriva a porsi le domande fondamentali, quelle che fanno tremare le vene e i polsi e che, nella routine quotidiana, si preferisce eludere, rimandare o francamente ignorare. Sei soddisfatto di te? Sei felice? Lo sei stato almeno una volta, felice di quella <em>&#8220;perfetta felicità, una felicità gratuita, che si riceve con totale innocenza e che si vive senza rendersene conto?&#8221;</em>. E ancora: a che scopo vivere? Cosa hai realizzato, partito dal niente, cominciando (il suo &#8220;fiuto&#8221; che tutti gli invidiano &#8230;) &#8220;col raccogliere pettegolezzi come si fruga nelle pattumiere&#8230;&#8221;? Ed hai veramente amato e come? <em>(&#8220;Probabilmente farebbe ridere gli amici confessando loro che, ai suoi occhi, nonostante gli anni e le molteplici esperienze, la donna conserva il proprio mistero, l&#8217;incanto, e lui è ancora tentato, pensando all&#8217;amore, di usare le parole del catechismo: l&#8217;atto carnale&#8230;&#8221;)</em>; insomma, Maugras è deciso a determinare, <em>&#8220;con tutta l&#8217;obiettività possibile, ciò che resta di cinquantaquattro anni della vita di un uomo&#8221;</em>. Il prete dell&#8217;infanzia era soliti ripetergli: <em>&#8220;Tutto conta&#8230; Niente si perde&#8230;&#8221;</em>. Ma è davvero così?</p>
<p>Simenon riesce a farci entrare, con grande finezza espressiva e sensibilità, nella psiche di quello che per lui è l&#8217;essere più sconcertante del mondo: l&#8217;uomo ammalato, colui che, dopo il verdetto, &#8220;non vedrà mai più la vita sotto la stessa luce&#8221;. Attraverso René Maugras, conosciamo alcuni dei sentimenti più frequenti da cui si viene assaliti in una camera d&#8217;ospedale, a pagamento o pubblica non fa differenza: il panico, l&#8217;impotenza, la vergogna; il desiderio di essere lasciato in pace, l&#8217;insofferenza verso l&#8217;ottimismo di circostanza mostrato da parenti e amici in visita; la paura di guarire, di tornare al mondo di fuori&#8230; E soprattutto loro, i medici, colti dal paziente durante quella sorta di &#8220;cerimonia religiosa&#8221; che è la visita del Professore seguito dal codazzo ossequiente di studenti e semplici dottori: <em>&#8220;In fondo si trattava di un gioco crudele. Una mano indifferente sollevava il lenzuolo e scopriva corpi febbricitanti, malformazioni, piaghe da decubito, mentre il professore, con la voce che aveva in cattedra, esponeva le proprie opinioni al riguardo e gli allievi prendevano appunti. Il gruppo passava lentamente da un letto all&#8217;altro seguito da sguardi che in qualche caso erano a malapena umani e non esprimevano più che una paura animale. Ciascuno aspettava il proprio turno, tendeva l&#8217;orecchio, si sforzava di capire i commenti del medico che, per quanto li riguardava, avrebbero potuto essere pronunciati anche in latino &#8230;  Tra tutti loro  c&#8217;è un grande scambio di sguardi. Naturalmente, lui ne è escluso.  Quello che avviene non lo riguarda, anche se avviene in lui, nel suo corpo &#8230; A Maugras viene da fare una battuta che dentro di sé trova divertente. Per certi medici il sogno non sarebbe la malattia senza il malato?&#8221; </em>La malattia rende gli uomini davvero tutti uguali e la ricchezza, il privilegio della camera privata, dell&#8217;infermiera personale, i pigiami di seta con le iniziali ricamate a sinistra, così stonati mentre, come tutti gli altri, è in fila per la rieducazione, appaiono a Maugras la vera eccezione, un tradimento, il simbolo di un&#8217;esistenza lontana dalla realtà. Di un&#8217;esistenza immorale.</p>
<p>Un grande romanzo. Non perdetevi il suono delle campane di Bicêtre.</p>
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		<title>Kleiner Mann</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2009 13:27:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Ghismunda &#8220;In un mondo nel quale si possono contare circa venti milioni di disoccupati e in un paese dove la gioventù che esce dalle scuole si vede sbarrata ogni via e ogni occupazione proficua, la storia di un disoccupato diventa quasi simbolica e ci interessa di per sé&#8221;. Se un lettore, oggi, trovasse tali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="La voce di Ghismunda" href="ghismunda.blog.tiscali.it/">Ghismunda</a></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">&#8220;In un mondo nel quale si possono contare circa venti milioni di disoccupati e in un paese dove la gioventù che esce dalle scuole si vede sbarrata ogni via e ogni occupazione proficua, la storia di un disoccupato diventa quasi simbolica e ci interessa di per sé&#8221;. Se un lettore, oggi, trovasse tali parole, a mo&#8217; di presentazione, nella seconda di copertina, troverebbe interessante e sicuramente attuale il libro. Forse lo comprerebbe. Poi, a casa, scoprirebbe che la storia narrata non è ambientata (e scritta) nei nostri tempi, ma nel periodo che va dalla primavera del 1930 all&#8217;inverno del 1932. Nell&#8217;ultimo periodo della Repubblica di Weimar, quando il numero dei disoccupati tedeschi raggiunse i sei milioni. E quando mezzo chilo di burro costava tremila marchi. Nel gennaio del 1933 Hitler è nominato cancelliere e assume la guida del governo.<span> </span>Il nesso è evidente.</span><br />
<span id="more-507"></span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';"><span></span><strong><em><strong>&#8220;E adesso, pover&#8217;uomo?&#8221;</strong></em> </strong>di <strong>Hans Fallada</strong>, ristampato oggi da <strong>Sellerio</strong> nella prima versione integrale italiana, può efficacemente sostituire barbosi manuali di storia nei capitoli dedicati alle cause economico-sociali che portarono all&#8217;avvento del nazismo. Ma non solo: aiuta, altrettanto efficacemente, a capire il presente, soprattutto in relazione ad una tipologia umana molto diffusa, innocua e pericolosa al tempo stesso che, in tempi di crisi e di paura, si butta a destra, pur restando intrinsecamente apolitica e qualunquista. <em>&#8220;Oh, sì, lui è uno fra milioni di altri, i ministri gli rivolgono i loro discorsi, lo esortano a sopportare le privazioni, a fare dei sacrifici, a sentirsi un tedesco, a portare i suoi soldi alla cassa di risparmio e a votare per il partito che è al governo. Lui lo fa o non lo fa a seconda dei casi, ma non crede a quel che dicono. Neanche una parola. Ne è profondamente convinto, loro vogliono tutti quanti qualcosa da me, per me però non vogliono far nulla&#8221;</em>. Tale categoria è meglio espressa dal tedesco del titolo originale, che dalla sua traduzione italiana: il kleiner Mann, protagonista del romanzo, più che il &#8220;pover&#8217;uomo&#8221;, è l&#8217;uomo qualunque, comune, l&#8217;uomo della strada, il piccolo-borghese dallo stipendio misero ma sicuro, l&#8217;impiegato (o, per dirlo come Fallada, l&#8217;impi<strong>a</strong>gato), il colletto bianco ostile tanto al capitale (che invidia, <em>&#8220;le grandi macchinone le sfrecciano davanti veloci&#8230;&#8221;</em>) quanto all&#8217;operaio (che teme, loro &#8220;<em>si chiamano compagni e si aiutano l&#8217;un l‘altro&#8230;&#8221;</em>); ceto medio, insomma, che di fronte al rischio incombente della disoccupazione e della proletarizzazione, cerca ordine, forza e riscatto, nonché antidoto alla noia, nell&#8217;ideologia del Popolo, del das Volk come classe unificata, come Tutto identitario; e nella cultura del Nemico, che bussa alle porte o ce l&#8217;hai già in casa: ein Volk, ein Reich, ein F</span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">ü</span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">hrer. Ein F</span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">üh</span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">rer soprattutto.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">Il romanzo ebbe un clamoroso successo negli anni Trenta. Ne venne tratto anche un film, &#8220;</span><em><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">Little Man, What Now?&#8221; </span></em><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">per la regia di <strong><span style="font-weight: normal; font-family: 'Verdana','sans-serif';"><strong>Frank Borzage</strong> e</span></strong> <strong><span style="font-weight: normal; font-family: 'Verdana','sans-serif';">Margaret Sullavan</span></strong> e <strong><span style="font-weight: normal; font-family: 'Verdana','sans-serif';">Douglas Montgomery</span></strong> come attori protagonisti. </span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">Costituiva l&#8217;esempio più riuscito di quella &#8220;Nuova Oggettività&#8221;, a cui la letteratura tedesca, dopo la disfatta della guerra e i deliri soggettivistici dell&#8217;espressionismo, voleva tornare in nome di un sano e costruttivo realismo. In realtà, il successo popolare del romanzo, che non è un capolavoro, lo si doveva alla contaminazione &#8220;romantica&#8221; del soggetto sociale rappresentato: le difficoltà e l&#8217;inarrestabile caduta di Johannes Pinneberg, il protagonista, sono narrate all&#8217;interno della sua storia d&#8217;amore con la dolce Emma M</span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">ö</span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">rschel, detta L</span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">ä</span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">mmchen, agnellino. Erano i problemi di coppia, di chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese con un bimbo in arrivo, a commuovere i lettori; era il lieto fine, quel ritorno all&#8217; &#8220;antico amore&#8221; che paga e consola, quella <em>spes contra spem</em>, pur in mezzo alle ristrettezze e alla catastrofe, a rassicurare e farsi leggere. Quell&#8217;ottimismo lacrimevole, così tanto propagandato in questi giorni, che fa promesse e consenso. E audience. Sempre.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><em><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">&#8220;E adesso, pover&#8217;uomo?&#8221;</span></em><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';"> va riletto, oggi, con il senno di poi, in chiave critica e, oserei dire, &#8220;preventiva&#8221;, per non diventare, magari inconsapevolmente, come i coniugi Pinneberg: agnellini fuori, nazisti dentro.</span></p>
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		<pubDate>Mon, 13 Apr 2009 21:42:14 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2009/04/kosovo-16-maggio-2009.gif"><img class="alignnone size-medium wp-image-505" title="kosovo 16 maggio 2009" src="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2009/04/kosovo-16-maggio-2009-196x300.gif" alt="kosovo 16 maggio 2009" width="196" height="300" /></a></p>
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