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	<title>agli incroci dei venti &#187; Lettura</title>
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	<description>cultura politica societa'</description>
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		<title>Una storia bastarda</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 13:47:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dino silvestroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gian Ruggero Manzoni – Una macchia nel sole Edizioni del Girasole. Ravenna, 2009 – pp. 277 Attraversano la guerra in sella alle loro amate moto. La guerra attraversa le loro teste tracciando la trama del romanzo. Narratore e protagonista traghettano gli avvenimenti storici, che hanno segnato l’Italia dal 1943 al ’45, dalle pagine della Storia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2010/07/una-macchia-nel-sole.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-662" title="una-macchia-nel-sole" src="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2010/07/una-macchia-nel-sole-202x300.jpg" alt="" width="202" height="300" /></a></p>
<p><small>Gian Ruggero Manzoni – Una macchia nel sole<br />
Edizioni del Girasole. Ravenna, 2009 – pp. 277</small></p>
<p>Attraversano la guerra in sella alle loro amate moto. La guerra attraversa le loro teste tracciando la trama del romanzo. Narratore e protagonista traghettano gli avvenimenti storici, che hanno segnato l’Italia dal 1943 al ’45, dalle pagine della Storia al sopravvivere quotidiano. Il narratore, cronista occasionale ma non casuale, non si preoccupa di individuare lo sviluppo degli avvenimenti, ma di trascrivere lo stato d’animo delle persone sbandate da quella guerra, che si è trasformata da conflitto fra Stati a Resistenza armata, per diventare guerra civile e delitto privato. La Storia resta sempre nello spazio bianco fra le righe, quasi una storia bastarda raccontata con parole dialettali piegate alla lingua italiana, poiché i tumultuosi stati d’animo per essere descritti hanno bisogno di parole precise come quelle di un linguaggio tecnico. Un fatto è quello che ci racconta Gian Ruggero Manzoni, una storia quella che leggiamo noi.</p>
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		<title>il cristo cancellatore non è risorto</title>
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		<pubDate>Wed, 26 May 2010 15:46:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dino silvestroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[aldo merce – il cristo cancellatore non è risorto. Edizioni Lumacagolosa. Borgo Faina – Villanova, 2010. Stampato su carta Canson in 50 esemplari numerati e firmati. Tutto era stato scritto! Siamo nel ’68, anno dove anche i muri sono pieni di parole. Le parole occupano  tutte le superfici, eppure Emilio Isgrò * con la materialità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2010/05/cristo_cancellatore.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-655" title="il cristo cancellatore" src="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2010/05/cristo_cancellatore-217x300.jpg" alt="" width="217" height="300" /></a></p>
<p>aldo merce – il cristo cancellatore non è risorto. Edizioni Lumacagolosa. Borgo Faina – Villanova, 2010. Stampato su carta Canson in 50 esemplari numerati e firmati.</p>
<p>Tutto era stato scritto! Siamo nel ’68, anno dove anche i muri sono pieni di parole. Le parole occupano  tutte le superfici, eppure Emilio Isgrò * con la materialità di un gesto riesce ad allargare l’area della lettura: “cancella le parole”. Non le inventa tantomeno le modifica, cancella parole creando una pagina totalmente nuova che evita ogni possibilità di ri/lettura: tutto deve essere letto per la prima volta. Il Cristo Cancellatore scaccia ogni possibile pigrizia dal lettore, non ammette mercanti (riletture) nel tempio (pagina). Nel cogliere questo processo della lettura e il suo progressivo  scaricarsi  verso la rilettura  sta l’azione del libro di Aldo Merce con le pagine senza parole,  totalmente cancellate dove non è ammesso leggere, forse neanche rileggere.<br />
Dino Silvestroni</p>
<p><small>* Emilio Isgrò – Il Cristo Cancellatore. Romanzo semplice. Testo di Pierre Restany. Milano.  Galleria Apollinaire, 1968</small></p>
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		<title>Chi siamo, italioti miei?</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 16:24:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Aldo Merce</dc:creator>
				<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[intercultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Chi siamo, italioti miei? Bonus tracks di Paola Amadesi e Marina Sangiorgi. Introduzione di Tahar Lamri. Edizioni Discanti. Bagnacavallo (RA), 2010. Racconti che raccontano. Un piacevole libro da incontrare. Certi libri si incontrano come le persone, magari al caffè (attenti a non versarlo sulle pagine). Il piacere della lettura è dato dalla semplicità delle storie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2010/04/Chi-siamo-italioti-copertina.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-651" title="Chi siamo, italioti miei? - copertina" src="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2010/04/Chi-siamo-italioti-copertina-199x300.jpg" alt="" width="199" height="300" /></a><br />
<small>Chi siamo, italioti miei? Bonus tracks di Paola Amadesi e Marina Sangiorgi. Introduzione di Tahar Lamri. Edizioni Discanti. Bagnacavallo (RA), 2010.</small></p>
<p>Racconti che raccontano. Un piacevole libro da incontrare. Certi libri si incontrano come le persone, magari al caffè (attenti a non versarlo sulle pagine). Il piacere della lettura è dato dalla semplicità delle storie che non fotografano la realtà, ma descrivono storie quotidiane filtrate da ogni carattere di notizia. Geografie e dialetti diversi si mischiano per costruire nuovi ricordi.  Le persone e i personaggi dei racconti sviluppano storie che almeno una volta si possono leggere senza pre/giudizi. Scelgo a conferma delle mie righe il racconto: “Non per lui”, dove lo straniero non è la “badante”: leggere per credere.</p>
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		<title>Perche&#8217; non abbiamo avuto figli</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 12:16:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[Punto rosa]]></category>

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		<description><![CDATA[Introduzione del libro &#8220;Perché non abbiamo avuto figli. Donne “speciali” si raccontano&#8221; scritto da Paola Leonardi. Un libro che propone tante riposte alla domanda che molte donne che non hanno fatto la scelta della maternità si sono sentite rivolgere: perché non sono diventate madri e, ancor più spesso e con maggior stupore, come mai non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><small><strong>Introduzione del libro &#8220;Perché non abbiamo avuto figli. Donne “speciali” si raccontano&#8221; scritto da Paola Leonardi. Un libro che propone tante riposte alla domanda che molte donne che non hanno fatto la scelta della maternità si sono sentite rivolgere: perché non sono diventate madri e, ancor più spesso e con maggior stupore, come mai non abbiano avuto nemmeno il desiderio di diventarlo</strong></small></p>
<p>Per anni c’è stata una cartella viola sul mio tavolo da lavoro, con una bella etichetta non qualunque, con scritto “L’altra madre. Il valore della maternità simbolica”, dove riponevo appunti e materiali che andavo raccogliendo sul tema di Madri e non Madri.</p>
<p>Quando poi ho lasciato la terra emiliana d’origine per questa casastudio affacciata sul mare delle Cinque Terre (“luogo di guarigione e giardino d’arte”), dove ho trasferito da Milano sia il Centro Autostima che la “Scuola biennale di formazione in Socio-Psicologia delle Donne”, l’intuizione iniziale è diventata progetto di scrittura. E il luogo non è ininfluente per il pensare, per il fare.</p>
<p><span id="more-582"></span>Il titolo, un po’ criptico, è allora diventato<strong> Perché non abbiamo avuto figli. Donne “speciali” si raccontano .</strong><br />
Un libro che propone tante riposte alla domanda che molte donne come me si sono sentite rivolgere: perché non siamo diventate madri e, ancor più spesso e con maggior stupore, come mai non abbiamo avuto nemmeno il desiderio di diventarlo.</p>
<p>Il tema su cui mi sono interrogata è quello delle “donne senza figli”, argomento che sembra essere uno dei nuovi tabù di questa società liquida e di non poca importanza, perché la pressione sociale è ancora elevata e i pregiudizi nei confronti di chi figli non ha, ancora numerosi.<br />
Come scrive <strong>Susie Reinhardt </strong>“Chi non vuole diventare madre è esposta in continuazione a congetture circa i motivi: le donne senza figli sono forse incapaci di trovare un partner adatto oppure di allacciare una relazione stabile? Vogliono sfuggire alle loro responsabilità? Sono egoiste che desiderano vivere libere, indipendenti e sulle spalle degli altri, senza pensare alla propria pensione? O, semplicemente, non sopportano i bambini?”.</p>
<p>Questo argomento impellente e intrigante, ma anche difficoltoso, mi ha indotta a guardare dentro me stessa, inducendomi a <strong>esplorare le ragioni più profonde che mi hanno portata a non avere figli e a sentirmi madre simbolica, anziché madre biologica.</strong></p>
<p>La passione e la curiosità, affiancate comunque alla fatica per questo libro, nascono dal desiderio di voler mettere le mani su qualcosa di poco conosciuto anche a me stessa per far affiorare qualcosa di nascosto, qualcosa da sradicare, da vivere comunque in leggerezza.<br />
Desiderio che parte da riflessioni personali più che intellettuali; dal bisogno di riconoscere valore a quella che è stata “l’intelligenza del corpo”, che mi ha indotta ad ascoltare le mie ragioni più profonde, al di là di ogni convenzione sociale; desiderio che sgorga dalla capacità di attribuire valore a ciò che per altri può essere disvalore.</p>
<p>Con la precisazione che se la mia vita è stata spesso attraversata da ambivalenze (e non ambiguità), a cui attribuisco un valore positivo – perché significa saper prendere in considerazione gli eventuali dubbi e desideri, anche contrapposti tra loro – in questo caso, sulla maternità biologica appunto, ho sempre avvertito una certezza: i figli non sono un progetto di vita per me.</p>
<p>Pensavo che avrei lasciato queste riflessioni per la vecchiaia avanzata, quando fossi stata vieille-vieille, una sorta di autobiografia da ottuagenaria, ma ne ho sentito poi l’urgenza, per consegnarla alle numerose e giovani donne senza figli, sempre più inclini a non volerne o a metterne in discussione la scelta.</p>
<p>A quelle che dicono di desiderarli, ma che poi non restano incinte (non sterili, ma non feconde), ipotizzando una certa ambivalenza sulla maternità biologica (lo desidero ma non lo voglio, lo voglio ma non lo desidero…) spesso difficile da riconoscere.<br />
Alle trentenni dunque, o quasi quarantenni con l’orologio biologico tintinnante, nonostante gli aiuti delle nuove tecnologie riproduttive che ci vorrebbero madri anche all’età delle nostre nonne.<br />
A quelle giovani di cui si dice che non farebbero figli – perché tutte tese alla carriera, al lavoro e ai soldi che mancano per metter su casa – che, stando alle ultime ricerche europee, sembra non ne facciano anche per la difficoltà di trovare coetanei disposti a condividere il peso e l’onere dei bambini.</p>
<p>Ma ne ho sentito l’impellenza anche per le donne ampiamente uscite dall’età della riproduzione, le mie coetanee over sixty.<br />
Quelle senza desideri di maternità biologica, mai sperimentata, spesso mai desiderata, che tanta inquietudine spargono tra coloro – uomini e donne – che ancora credono e vedono con compassionevole superiorità chi appunto figli e figlie non ha voluto metterne al mondo; donne che si sentono complete, socialmente e affettivamente realizzate anche senza prole, senza dover sventolare nessun’altra bandiera rivendicativa per inneggiare ad altre presunte superiorità.</p>
<p>È questa, dunque, un’indagine su un tema sociale fino a ora poco affrontato nel nostro Paese, nonostante l’Italia abbia la media statistica di figli per donna più bassa del mondo (l’1,35 ciascuna) secondo gli indici Istat 2008, ma soprattutto è un <strong>approfondimento delle motivazioni psicologiche e sociali</strong> di noi che qui ci raccontiamo: motivazioni profonde, che partono dalla nostra soggettività, e che ci hanno indotte a <strong>mettere in discussione quella che sembra l’inevitabile sovrapposizione dell’identità femminile con la maternità.</strong></p>
<p>Un’analisi che è nata durante quel fondamentale percorso di consapevolezza individuale e collettiva, i “formidabili anni Settanta”, che ha lasciato eredità importanti al mondo intero e che è sfociata in questo libro che è dedicato a chi pensa che, come mi ha detto Natalia Aspesi, “per una donna felicità non sempre faccia rima con maternità”.</p>
<p>Andando dritta al problema, ho cercato donne che potessero raccontare la loro esperienza con apertura di cuore e di mente: con una traccia di intervista che mettesse a fuoco il punto in questione, correlandolo alla personalità del personaggio e facendo emergere situazioni esistenziali quasi mai convenzionali.<br />
Un’intervista che permettesse un dialogo, uno scambio di esperienze, con coloro che, come me, non erano madri.</p>
<p>E ho trovato donne particolari, famose al grande pubblico o note solo a qualche élite, comunque “importanti e significative” per i messaggi che hanno trasmesso negli ultimi decenni attraverso i loro interessanti percorsi di vita (opere, progetti, idee, pensieri fondamentali per l’evoluzione e la crescita di alcune generazioni): <strong>Natalia Aspesi, Letizia Bianchi, Piera Degli Esposti, Ida Dominijanni, Elisabetta Donini, Margherita Giacobino, Laura Grasso, Leslie Leonelli, Lea Melandri, Luisa Passerini, Rossana Rossanda, Rosalba Terranova, Chiara Zamboni, Adriana Zarri.</strong></p>
<p>Dalle loro interviste ricche e corpose, divertenti e serie, avvincenti e stimolanti, e dalla lettera di Rossana Rossanda, emerge un concetto di “materno” intrigante, anche e perché diversificato.<br />
E si delineano ritratti di donne vivaci, molto concrete, capaci di parlare di sé e trasmettere emozioni con sagacia, apertura, immediatezza e sincerità; donne “speciali” che mettono in evidenza la ricchezza delle differenze nell’universo femminile.</p>
<p>Alle interviste, che rappresentano la struttura portante del libro, abbiamo aggiunto le nostre due, mia e di Ferdinanda Vigliani, che con me ha condiviso questa esperienza, intervistandoci reciprocamente, perché entrambe ci sentiamo parte del grande gruppo di donne che non hanno avuto/voluto figli e ci piaceva sentirci vicine e accomunate nell’identità.</p>
<p>[...]</p>
<p>Da quando il movimento delle donne ha elaborato il concetto di maternità simbolica, mi pare che lo si possa attribuire in particolare a chi madre biologica non è, recuperando il valore del “materno” che, per quanto messo in discussione, è pur sempre un valore.<br />
Dalle interviste emergono le risposte a questi interrogativi e tra una domanda e l’altra si parla di mistica della maternità, del ruolo materno, dell’istituto della maternità, di denatalità.</p>
<p>L’idea di fondo è che, consapevoli o meno, sono sempre più numerose le donne senza figli che non solo non si sentono “mancanti” – e anzi vivono la loro completezza come donne – ma ancor più rappresentano un nuovo modello di identità femminile, ponendosi con la loro vita e le loro scelte, come possibili esempi di femminilità “altra”, per altre donne.</p>
<p><strong>Rinunciando ai figli non si rinuncia alla propria identità femminile</strong>; al contrario queste donne rappresentano esempi sempre più diffusi di modelli “nuovi” in cui potersi identificare.</p>
<p>La scelta individuale di ognuna di loro si trasforma in una possibile scelta per tante altre, agendo così sul collettivo.<br />
Le donne senza figli potrebbero rappresentare un modello di realizzazione non soltanto come donne, ma anche come madri. Diffondendo il concetto di maternità simbolica e dando un senso diverso al concetto di maternità, diverso da quella biologica: quello di madri senza figli.</p>
<p>Paola Leonardi ,  Ferdinanda Vigliani &#8211; <a title="Franco Angeli" href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?CodiceLibro=239.197">Perché non abbiamo avuto figli. Donne &#8220;speciali&#8221; si raccontan</a>o. Franco Angeli, 2009</p>
<p><small><a title="il paese delle donne" href="http://www.womenews.net/">Il paese delle donne, 27 luglio 2009</a></small></p>
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		<title>Un Simenon d&#8217;annata</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Apr 2009 15:42:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[di Ghismunda Quello che mi piace della grande narrativa del Novecento è che in essa non succede mai nulla. Né avventure né colpi di scena e nemmeno eroi e lieto fine, come in tanta narrativa ottocentesca, specchio di un mondo borghese fiducioso nell&#8217;esistenza di un ordine e di una concatenazione logica degli eventi che il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="La voce di Ghismunda" href="http://ghismunda.blog.tiscali.it/">Ghismunda</a></p>
<p><a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2009/04/le_campane_di-bicetre.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-522" style="margin-left: 12px; margin-right: 12px;" title="Copertina del libro: Le campane di Bicêtre - Georges Simenon" src="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2009/04/le_campane_di-bicetre.jpg" alt="Copertina del libro: Le campane di Bicêtre - Georges Simenon" width="200" height="316" /></a></p>
<p>Quello che mi piace della grande narrativa del Novecento è che in essa non succede mai nulla. Né avventure né colpi di scena e nemmeno eroi e lieto fine, come in tanta narrativa ottocentesca, specchio di un mondo borghese fiducioso nell&#8217;esistenza di un ordine e di una concatenazione logica degli eventi che il romanzo può e deve riprodurre, a scopo di evasione, consolazione o di semplice conoscenza. A dominare, nel romanzo del Novecento, è l&#8217;interiorità e l&#8217;analisi, tortuosa e serrata, implacabile, di una coscienza; il punto di vista, molteplice e soggettivo, dell&#8217;autore/personaggio; la mancanza di certezze tanto scientifiche quanto religiose; il senso di precarietà dell&#8217;esistenza; la giornata di tanti Ulisse/Bloom, smarriti nella routine e nel caos delle metropoli moderne o di tanti Josef K., alle prese con l&#8217;angoscia e il non senso di un mondo estraneo e persecutorio. Non si esce dall&#8217;io e da come lui sente e ragiona e più spesso sragiona, chiamando in causa il nostro io e la nostra percezione del mondo, in un confronto e percorso di conoscenza sempre aperto, inesauribile. Affascinante. E poi c&#8217;è il tempo, quella cosa che, proustianamente, torna, a ricomporre nella memoria i frammenti  baluginanti di vite trascorse. Ma per questo occorre un&#8217;occasione speciale. Non è indispensabile, forse, arrivare a chiudersi in una stanza dalle pareti di sughero per recuperare in qualche modo il tempo perduto, ma una &#8220;sospensione&#8221;, un evento eccezionale, a volte traumatico, che rompe e stacca dall&#8217;ordinaria amministrazione, ci vuole. Per tornare a vedere. Per tornare a pensare. &#8220;Quando, in quale momento &#8211; si chiede René Maugras nel suo letto d&#8217;ospedale &#8211; si perde la percezione degli odori, dei suoni, delle gemme che si schiudono?&#8221; A volte, può essere proprio la malattia il momento privilegiato del recupero di se stessi. Passando attraverso gli altri, raschiandone via la superficie per &#8220;arrivare a vedere più chiaro in se stesso&#8221;.<br />
<span id="more-521"></span><br />
<em><strong>&#8220;Le campane di Bicêtre&#8221;</strong></em> di <strong>Georges Simenon</strong> è un capolavoro nel senso novecentesco testé illustrato. Il protagonista, René Maugras, è un uomo arrivato, potente, direttore di importanti testate giornalistiche, temuto e vezzeggiato da ministri e artisti di fama. Durante uno dei primi martedì di ogni mese, in cui è solito ritrovarsi a cena con i suoi amici nella saletta privata dell&#8217;esclusivo Grand Véfour, viene colpito da un ictus e portato, incosciente, all&#8217;ospedale psichiatrico di Bicêtre, da dove riemergerà lentamente alla coscienza e ad una vita colta e riassaporata in ogni dettaglio, a partire dal suono delle vicine campane, che scandiscono il ritmo regolare di un&#8217;esistenza affatto diversa dal passato e dipendente, in tutto e per tutto, dal personale medico e infermieristico che lo circonda. René non si stacca dal letto e il lettore non si stacca dal libro, attirato com&#8217;è da esperienze e pensieri profondamente umani e veri, in cui è inevitabile riconoscersi e commuoversi. A René non accade nulla, se non il normale decorso di una malattia che molto lentamente, attraverso le varie fasi della riabilitazione, lo porterà al parziale recupero del suo corpo. Ma la forzata immobilità accende quella che Proust chiama la &#8220;memoria involontaria&#8221;, l&#8217;affiorare improvviso e senza ordine di ricordi e immagini di un passato più o meno remoto, come di chi sfogli a casaccio un album di vecchie fotografie in bianco e nero.  Ad ogni immagine (perché proprio quella e non un&#8217;altra?), un&#8217; &#8220;intermittenza&#8221; del cuore e un lavorio incessante della mente, che scava impietosa nelle pieghe della vita e arriva a porsi le domande fondamentali, quelle che fanno tremare le vene e i polsi e che, nella routine quotidiana, si preferisce eludere, rimandare o francamente ignorare. Sei soddisfatto di te? Sei felice? Lo sei stato almeno una volta, felice di quella <em>&#8220;perfetta felicità, una felicità gratuita, che si riceve con totale innocenza e che si vive senza rendersene conto?&#8221;</em>. E ancora: a che scopo vivere? Cosa hai realizzato, partito dal niente, cominciando (il suo &#8220;fiuto&#8221; che tutti gli invidiano &#8230;) &#8220;col raccogliere pettegolezzi come si fruga nelle pattumiere&#8230;&#8221;? Ed hai veramente amato e come? <em>(&#8220;Probabilmente farebbe ridere gli amici confessando loro che, ai suoi occhi, nonostante gli anni e le molteplici esperienze, la donna conserva il proprio mistero, l&#8217;incanto, e lui è ancora tentato, pensando all&#8217;amore, di usare le parole del catechismo: l&#8217;atto carnale&#8230;&#8221;)</em>; insomma, Maugras è deciso a determinare, <em>&#8220;con tutta l&#8217;obiettività possibile, ciò che resta di cinquantaquattro anni della vita di un uomo&#8221;</em>. Il prete dell&#8217;infanzia era soliti ripetergli: <em>&#8220;Tutto conta&#8230; Niente si perde&#8230;&#8221;</em>. Ma è davvero così?</p>
<p>Simenon riesce a farci entrare, con grande finezza espressiva e sensibilità, nella psiche di quello che per lui è l&#8217;essere più sconcertante del mondo: l&#8217;uomo ammalato, colui che, dopo il verdetto, &#8220;non vedrà mai più la vita sotto la stessa luce&#8221;. Attraverso René Maugras, conosciamo alcuni dei sentimenti più frequenti da cui si viene assaliti in una camera d&#8217;ospedale, a pagamento o pubblica non fa differenza: il panico, l&#8217;impotenza, la vergogna; il desiderio di essere lasciato in pace, l&#8217;insofferenza verso l&#8217;ottimismo di circostanza mostrato da parenti e amici in visita; la paura di guarire, di tornare al mondo di fuori&#8230; E soprattutto loro, i medici, colti dal paziente durante quella sorta di &#8220;cerimonia religiosa&#8221; che è la visita del Professore seguito dal codazzo ossequiente di studenti e semplici dottori: <em>&#8220;In fondo si trattava di un gioco crudele. Una mano indifferente sollevava il lenzuolo e scopriva corpi febbricitanti, malformazioni, piaghe da decubito, mentre il professore, con la voce che aveva in cattedra, esponeva le proprie opinioni al riguardo e gli allievi prendevano appunti. Il gruppo passava lentamente da un letto all&#8217;altro seguito da sguardi che in qualche caso erano a malapena umani e non esprimevano più che una paura animale. Ciascuno aspettava il proprio turno, tendeva l&#8217;orecchio, si sforzava di capire i commenti del medico che, per quanto li riguardava, avrebbero potuto essere pronunciati anche in latino &#8230;  Tra tutti loro  c&#8217;è un grande scambio di sguardi. Naturalmente, lui ne è escluso.  Quello che avviene non lo riguarda, anche se avviene in lui, nel suo corpo &#8230; A Maugras viene da fare una battuta che dentro di sé trova divertente. Per certi medici il sogno non sarebbe la malattia senza il malato?&#8221; </em>La malattia rende gli uomini davvero tutti uguali e la ricchezza, il privilegio della camera privata, dell&#8217;infermiera personale, i pigiami di seta con le iniziali ricamate a sinistra, così stonati mentre, come tutti gli altri, è in fila per la rieducazione, appaiono a Maugras la vera eccezione, un tradimento, il simbolo di un&#8217;esistenza lontana dalla realtà. Di un&#8217;esistenza immorale.</p>
<p>Un grande romanzo. Non perdetevi il suono delle campane di Bicêtre.</p>
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		<title>Kleiner Mann</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Apr 2009 13:27:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Ghismunda &#8220;In un mondo nel quale si possono contare circa venti milioni di disoccupati e in un paese dove la gioventù che esce dalle scuole si vede sbarrata ogni via e ogni occupazione proficua, la storia di un disoccupato diventa quasi simbolica e ci interessa di per sé&#8221;. Se un lettore, oggi, trovasse tali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="La voce di Ghismunda" href="ghismunda.blog.tiscali.it/">Ghismunda</a></p>
<p><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">&#8220;In un mondo nel quale si possono contare circa venti milioni di disoccupati e in un paese dove la gioventù che esce dalle scuole si vede sbarrata ogni via e ogni occupazione proficua, la storia di un disoccupato diventa quasi simbolica e ci interessa di per sé&#8221;. Se un lettore, oggi, trovasse tali parole, a mo&#8217; di presentazione, nella seconda di copertina, troverebbe interessante e sicuramente attuale il libro. Forse lo comprerebbe. Poi, a casa, scoprirebbe che la storia narrata non è ambientata (e scritta) nei nostri tempi, ma nel periodo che va dalla primavera del 1930 all&#8217;inverno del 1932. Nell&#8217;ultimo periodo della Repubblica di Weimar, quando il numero dei disoccupati tedeschi raggiunse i sei milioni. E quando mezzo chilo di burro costava tremila marchi. Nel gennaio del 1933 Hitler è nominato cancelliere e assume la guida del governo.<span> </span>Il nesso è evidente.</span><br />
<span id="more-507"></span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';"><span></span><strong><em><strong>&#8220;E adesso, pover&#8217;uomo?&#8221;</strong></em> </strong>di <strong>Hans Fallada</strong>, ristampato oggi da <strong>Sellerio</strong> nella prima versione integrale italiana, può efficacemente sostituire barbosi manuali di storia nei capitoli dedicati alle cause economico-sociali che portarono all&#8217;avvento del nazismo. Ma non solo: aiuta, altrettanto efficacemente, a capire il presente, soprattutto in relazione ad una tipologia umana molto diffusa, innocua e pericolosa al tempo stesso che, in tempi di crisi e di paura, si butta a destra, pur restando intrinsecamente apolitica e qualunquista. <em>&#8220;Oh, sì, lui è uno fra milioni di altri, i ministri gli rivolgono i loro discorsi, lo esortano a sopportare le privazioni, a fare dei sacrifici, a sentirsi un tedesco, a portare i suoi soldi alla cassa di risparmio e a votare per il partito che è al governo. Lui lo fa o non lo fa a seconda dei casi, ma non crede a quel che dicono. Neanche una parola. Ne è profondamente convinto, loro vogliono tutti quanti qualcosa da me, per me però non vogliono far nulla&#8221;</em>. Tale categoria è meglio espressa dal tedesco del titolo originale, che dalla sua traduzione italiana: il kleiner Mann, protagonista del romanzo, più che il &#8220;pover&#8217;uomo&#8221;, è l&#8217;uomo qualunque, comune, l&#8217;uomo della strada, il piccolo-borghese dallo stipendio misero ma sicuro, l&#8217;impiegato (o, per dirlo come Fallada, l&#8217;impi<strong>a</strong>gato), il colletto bianco ostile tanto al capitale (che invidia, <em>&#8220;le grandi macchinone le sfrecciano davanti veloci&#8230;&#8221;</em>) quanto all&#8217;operaio (che teme, loro &#8220;<em>si chiamano compagni e si aiutano l&#8217;un l‘altro&#8230;&#8221;</em>); ceto medio, insomma, che di fronte al rischio incombente della disoccupazione e della proletarizzazione, cerca ordine, forza e riscatto, nonché antidoto alla noia, nell&#8217;ideologia del Popolo, del das Volk come classe unificata, come Tutto identitario; e nella cultura del Nemico, che bussa alle porte o ce l&#8217;hai già in casa: ein Volk, ein Reich, ein F</span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">ü</span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">hrer. Ein F</span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">üh</span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">rer soprattutto.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">Il romanzo ebbe un clamoroso successo negli anni Trenta. Ne venne tratto anche un film, &#8220;</span><em><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">Little Man, What Now?&#8221; </span></em><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">per la regia di <strong><span style="font-weight: normal; font-family: 'Verdana','sans-serif';"><strong>Frank Borzage</strong> e</span></strong> <strong><span style="font-weight: normal; font-family: 'Verdana','sans-serif';">Margaret Sullavan</span></strong> e <strong><span style="font-weight: normal; font-family: 'Verdana','sans-serif';">Douglas Montgomery</span></strong> come attori protagonisti. </span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">Costituiva l&#8217;esempio più riuscito di quella &#8220;Nuova Oggettività&#8221;, a cui la letteratura tedesca, dopo la disfatta della guerra e i deliri soggettivistici dell&#8217;espressionismo, voleva tornare in nome di un sano e costruttivo realismo. In realtà, il successo popolare del romanzo, che non è un capolavoro, lo si doveva alla contaminazione &#8220;romantica&#8221; del soggetto sociale rappresentato: le difficoltà e l&#8217;inarrestabile caduta di Johannes Pinneberg, il protagonista, sono narrate all&#8217;interno della sua storia d&#8217;amore con la dolce Emma M</span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">ö</span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">rschel, detta L</span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">ä</span><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">mmchen, agnellino. Erano i problemi di coppia, di chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese con un bimbo in arrivo, a commuovere i lettori; era il lieto fine, quel ritorno all&#8217; &#8220;antico amore&#8221; che paga e consola, quella <em>spes contra spem</em>, pur in mezzo alle ristrettezze e alla catastrofe, a rassicurare e farsi leggere. Quell&#8217;ottimismo lacrimevole, così tanto propagandato in questi giorni, che fa promesse e consenso. E audience. Sempre.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0pt; line-height: normal; text-align: justify;"><em><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';">&#8220;E adesso, pover&#8217;uomo?&#8221;</span></em><span style="font-size: 10pt; font-family: 'Verdana','sans-serif';"> va riletto, oggi, con il senno di poi, in chiave critica e, oserei dire, &#8220;preventiva&#8221;, per non diventare, magari inconsapevolmente, come i coniugi Pinneberg: agnellini fuori, nazisti dentro.</span></p>
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		<title>Anteprima</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Dec 2008 11:52:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Legalita']]></category>
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		<description><![CDATA[CONSIDERAZIONI SULLA DEMOCRAZIA   CRIMINALE  IL GOVERNO E L’ACCUMULAZIONE NEL TEMPO DELLA GLOBALIZZAZIONE, DEI PRODOTTI IMMATERIALI E DELLE MOLTITUDINI di Giovannelli Mimesis Edizioni   Premessa   Scriveva Hegel nel 1821 (Grundlinien der Philosophie des Rechts): omnis definitio in jure civili pericolosa (Digesti, I, X, 17). E, in fatto, quanto più sono incomposte e contraddittorie in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><small><strong><em>CONSIDERAZIONI SULLA</em></strong></small></p>
<p><strong><em>DEMOCRAZIA   CRIMINALE </em></strong></p>
<p><small>IL GOVERNO E L’ACCUMULAZIONE NEL TEMPO DELLA GLOBALIZZAZIONE, DEI PRODOTTI IMMATERIALI E DELLE MOLTITUDINI</small></p>
<p>di <a title="mimesisedizioni" href="http://www.mimesisedizioni.it/archives/000561.html">Giovannelli</a></p>
<p><a title="Mimesis Edizioni" href="http://www.mimesisedizioni.it/">Mimesis Edizioni</a></p>
<p> </p>
<p>Premessa</p>
<p> </p>
<p>Scriveva Hegel nel 1821 (Grundlinien der Philosophie des Rechts): <em>omnis definitio in jure civili pericolosa (Digesti, I, X, 17). E, in fatto, quanto più sono incomposte e contraddittorie in sé le prescrizioni di un diritto, tanto meno in esso sono possibili definizioni, poiché queste devono, piuttosto, contenere determinazioni universali; ma queste rendono immediatamente evidente nella sua semplicità l’opposto, qui l’ingiusto</em> (Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, 1913, pagina 18, traduzione di Francesco Messineo).<br />
<span id="more-432"></span><br />
Le istituzioni democratiche del ventunesimo secolo non sono riuscite ad elaborare e ad offrirci una convincente teoria costituzionale; neppure esiste una filosofia che leghi insieme, con la necessaria coerenza, i provvedimenti legislativi di volta in volta adottati. Ogni singolo problema viene rincorso e risolto, nella contingenza, senza mai esaminare, tenendole nel dovuto conto, le conseguenze collaterali, in assenza dunque di un ragionevole progetto, di una prospettiva. E i governanti ci appaiono come i discendenti del <em>particulare</em> enunciato dal Guicciardini più che del luciferino Principe reso immortale dal Machiavelli. Ma, annotava Guicciardini: <em>Come il fine dei Mercanti è più delle volte il fallire; quello dei Naviganti il sommergere: così spesso di chi lungamente governa è il capitar male</em> (cfr. Più consigli, et avvertimenti di M. Fr. Guicciardini, LXXI, Parigi, Morello, 1576)</p>
<p>La globalizzazione ha distrutto ogni confine e travolto le strutture, un tempo stabili, degli stati nazionali; ma, per contrasto, nella medesima congiuntura, ha creato, in ambiti territorialmente ristretti, legami nuovi e forti, rinnovando lo spirito dei comuni e perfino delle frazioni. Non va dimenticata, e suggerisce riflessione, la rapidità con cui le comunità vengono spinte ad associarsi a seguito dell’insorgere di emergenze improvvise, siano esse politiche, ecologiche, religiose, di ordine pubblico, di difesa delle risorse economiche o della identità etnica. </p>
<p>I mutamenti hanno prodotto, senza ombra di dubbio, una profonda crisi internazionale della capacità di <em>controllo</em>, della c.d. <em>governance</em>. Si è creata, ormai, una incrinatura visibile nel rapporto fra il suddito e lo stato, fra il cittadino e l’istituzione; si va lentamente dissolvendo il senso di <em>appartenenza</em>, si riscontra con frequenza una mancanza di <em>fiducia </em>che preoccupa non poco l’apparato di dominio. Questa crisi colpisce ogni forma statale assunta dal potere, senza eccezioni, dittatori e populisti, regni e repubbliche; ed è ad oggi ancora irrisolta, anche se in apparenza (ma solo in apparenza) strutture obsolete come il “partito” o il “sindacato”, come il club o la famiglia, perseverano nel giocare un ruolo che certamente non è consentito a nessuno di trascurare, presentandosi quali “rappresentanti” delegati e in qualche modo così accettati. E’ apparenza, tuttavia. Incalzato da un bisogno urgente di democrazia (aspirazione collettiva che si veste di un significato insieme antico e nuovo) il passato riesce solo  faticosamente a sopravvivere, sussulta, reagisce con rabbia, ma si avvia verso il tramonto senza lasciare nostalgia alcuna nel cuore dei nuovi protagonisti.</p>
<p>Non è estranea a questa crisi la progressione geometrica che contrassegna lo sviluppo dei prodotti <em>immateriali</em>, per loro natura difficilmente legati ai confini e alle sedimentazioni protezionistiche nazionali. Le idee corrono; ed anche i beni immateriali sembrano avere le ali ai piedi. </p>
<p>Il primo studioso capace di codificare una teoria complessiva dei prodotti immateriali, Charles Dunoyer (1786-1862), ebbe ad osservare: <em>Non è il prodotto ciò che si consuma nell’atto medesimo in cui nasca, ma è il lavoro del produttore. In ciò le produzioni immateriali non differiscono da tutte le altre; imperocché in tutte indistintamente si consuma sempre il lavoro, e si accumula l’utilità. Sicuramente la lezione del professore vien consumata nell’atto stesso in cui si produce, ma appunto come la manodopera del vasaio impiegata sul vaso che egli ha fra le mani; le idee, intanto, inculcate dal professore, rimangono nello spirito dell’uomo, precisamente come la forma che il vasaio ha impresso sull’argilla… Non può dirsi di tutti i prodotti immateriali che essi non siano capaci di accumularsi, giacché si accresce benissimo il gusto, si accrescono le virtù, le attitudini, i talenti di ogni maniera; si aumenta il valore di una clientela, la fecondità di un’industria. Il padre che pone a tirocinio il suo figliuolo non accumula forse e per esso e per se medesimo e per la società…….I lumi, la scienza acquisita, moltiplicano ed ingrandiscono il patrimonio dell’uman genere, precisamente come la ricchezza materiale, con l’unica differenza che la prima si moltiplica con l’uso, mentre la seconda si deteriora con il consumo</em> (cfr. Della libertà del lavoro, a cura di F. Ferrara, dispensa 247, pagina LXIII, Torino, UTET, 1859).</p>
<p>La ricchezza immateriale si diffonde, dunque, e travolge gli argini. Ma le sedimentazioni precedenti resistono, vivono un contrasto fra l’impulso all’accumulazione crescente e la tendenza alla conservazione di un assetto che garantisce il dominio. Le prescrizioni del potere costituito, nelle capitali come nelle periferie, sono dunque prive di armonia e contraddittorie; conseguentemente impediscono ogni “definizione” di carattere “universale”. Appena varate rendono evidente il loro carattere intrinseco di “ingiustizia”. Il fatto che le norme siano ingiuste, peraltro, non impedisce tuttavia che trovino applicazione, così determinandone necessariamente e quasi immediatamente altre, esse pure labili, per momentanea correzione delle prime; la petizione, la corruzione e la minaccia si sono cristallizzate in una sorta di sistema a pilastri su cui poggia la scienza legislativa nel tempo della <em>globalizzazione</em>. </p>
<p>Il mosaico ramificato del potere che dirige e utilizza il meccanismo di accumulazione globale non ha alcun interesse alla <em>definizione</em> e guarda anzi con fastidio ad ogni concetto giuridico-filosofico che presenti caratteristiche di generalità e di universalità (percepite come inutili o, peggio, pericolose); le istituzioni di comando si impadroniscono allora, per propria tutela, dei concetti elementari, accettati e rispettati dalle moltitudini, quali <em>giustizia </em>o <em>democrazia</em>, con il fine neppure celato di stravolgerli, renderli innocui. Raggiungono lo scopo costantemente affiancando professionisti asserviti a oppositori compiacenti (e con qualche stratagemma prezzolati) che recitano il copione loro assegnato, poi ogni giorno diffusi via etere o sulla carta stampata. La stessa tripartizione delle funzioni elaborata dalle concezioni liberali viene criticata e accantonata dalla dottrine che esaltano l’idea di <em>mercato</em>. Il braccio tradizionalmente <em>esecutivo </em>tende a prendere via via il pieno sopravvento: riduce l’autonoma attività di quello legislativo e controlla con insolenza l’esercizio di quella giudiziaria.</p>
<p>Sia ben chiaro. Anche la struttura dominante deve misurarsi con la <em>giustizia </em>e la <em>democrazia </em>nella società che abita il villaggio globale e che vive in un’economia in parte decisiva costituita da prodotti immateriali; ma al tempo stesso non può neppure tollerare simili aspirazioni perché questa porterebbe al crollo di una già vacillante egemonia. Ha preso e prende così corpo, nel confronto dialettico, quella che abbiamo chiamato nel titolo “Democrazia Criminale”, ovvero la forma, matura e oggi quasi perfezionata, di <em>governo</em> dei sudditi nel tempo della globalizzazione. La criminalità non si pone più come antagonista rispetto alle istituzioni e le istituzioni non considerano, a loro volta, con necessaria inimicizia la rete militare ed economica dell’illegalità. Coabitano; si tollerano; collaborano; all’occorrenza perfino, con prudenza, si soccorrono. </p>
<p>Non solo in Italia ma in qualsiasi angolo del pianeta è in funzione una sorta di gigantesco e affascinante laboratorio all’interno del quale operano senza sosta i lavoratori (operai, impiegati, quadri e funzionari) del <em>delitto</em>, inteso come vero e proprio ciclo del prodotto criminale, con  le sezioni di ideazione, accumulazione, gestione, controllo e repressione. Per la legalità e l’illegalità esistono governatori e ministri in ogni singola porzione territoriale. La <em>democrazia </em>viene piegata, da entrambi i protagonisti del <em>patto</em>, a un mero ruolo di acquisizione del consenso, senza ideologie di complemento; in questa visione anche le cosche assumono una veste stabile, si presentano come un tassello del <em>migliore fra i mondi possibili</em>, come il male minore. L’estrazione di petrolio e il commercio di droga, la circolazione internazionale della manodopera o il traffico di armi si fondano esattamente sul patto che i governi legittimi e le cosche mafiose hanno stretto a prescindere dai confini e dalle frontiere, con caratteristiche in fondo abbastanza simili nella fase di esecuzione e soprattutto con l’utilizzazione quasi identica di lavoro per la produzione immateriale accanto alle braccia tradizionali. Tutto convive nel mercato mondiale gestito con il <em>patto</em>: le banche e la rete informatica, il cellulare e il mitra, l’impiegato precario del call center, il dirigente capace di coordinare e pianificare, l’operaio che movimenta le merci, l’autista, l’esperto immobiliare che provvede all’investimento del profitto, la rete di servizio (avvocati, commercialisti, giornalisti, lobbisti). La democrazia e la criminalità vengono ad essere riassunte in una sintesi senza precedenti: la Democrazia Criminale non è più <em>democrazia </em>e tuttavia non è soltanto <em>criminalità</em>. </p>
<p>E’, invece, la forma contemporanea dello Stato nell’epoca della cosiddetta globalizzazione; dunque, e per la prima volta forse, in connessione diretta con questa scelta del potere, il movimento di emancipazione delle moltitudini, potenziale e reale, non può che evolversi, fino a divenire una cosa sola, in movimento di liberazione generale dal giogo delle cosche criminali e dei loro alleati del governo istituzionale. Tagliare (o meglio ancora:  impedire) il rapporto fra <em>criminalità </em>e <em>governance </em>significa riconquistare la <em>democrazia</em> senza aggettivi; di ciò tratteremo nei capitoli che seguono.</p>
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		<title>La &#8221;follia&#8221; delle donne</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Nov 2008 18:34:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Carla Mazzioli Cocchi (psicoterapeuta) Dice l’autrice a proposito delle protagoniste di questi nove racconti: &#8221;Le mie donne sono tutte un po’ malate. Non sono pienamente padrone di sé, né vittime. Esplorano tutte le variazioni possibili dei ruoli, nella coppia e nella vita. L’esistenza non sembra aver loro assegnato un posto definito, che devono invece [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Carla Mazzioli Cocchi (psicoterapeuta)</p>
<p><a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2008/11/la_donna_invisibile1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-360" title="la_donna_invisibile1" src="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2008/11/la_donna_invisibile1.jpg" alt="" width="239" height="400" /></a></p>
<p>Dice l’autrice a proposito delle protagoniste di questi nove racconti: &#8221;Le mie donne sono tutte un po’ malate. Non sono pienamente padrone di sé, né vittime. Esplorano tutte le variazioni possibili dei ruoli, nella coppia e nella vita. L’esistenza non sembra aver loro assegnato un posto definito, che devono invece cercare pian piano dentro e fuori di sé&#8221;.<br />
<span id="more-358"></span><br />
È con le sue stesse parole che desidero iniziare questa breve introduzione, perché esse descrivono esattamente le protagoniste di questi affascinanti e inquietanti racconti. E proprio così ci si sente leggendoli: affascinati e inquieti. Una fascinazione che non consente al lettore di staccarsene fino all’ultima riga. Un’inquietudine che deriva dalla natura stessa dei personaggi e dei fatti che vengono descritti  e narrati: una riflessione, spesso amara, sulla difficile condizione della donna oggi, proiettata, in un tempo brevissimo, in un contesto di relazioni che la costringono a un ruolo di combattente in prima linea nella battaglia per l’emancipazione e la trasformazione di sé e, di conseguenza, del mondo. Ma è proprio dal mondo e nel mondo che queste donne traggono quella che l’autrice chiama la loro “malattia”.<br />
Come non vedere la distanza che i genitori di Anna erigono fra loro, “coppia tranquilla”, stretta in un legame forse simbiotico, e la figlia, di natura sensibilissima, tanto da renderla “donna invisibile”? E chi avrebbe potuto salvare l’equilibrio della propria psiche se al pari di “Marina” fosse cresciuta con una madre “sbrigativa e scontrosa, imprevedibile come il tempo. Una creatura insondabile”?<br />
La descrizione delle protagoniste di queste storie è assolutamente mirabile. Non credo si possano avere dubbi riguardo alla loro parentela con certe “fotografie” che Dostojevskij ci regala dell’anima dei suoi indimenticabili personaggi. Così come impossibile sarà per il lettore, ad esempio, dimenticare l’incontro di Lea con Fatima, creatura che porta in sé la tragedia di tante donne che solo ora cominciano a sentire la necessità di contrastare una violenza tanto consolidata, da apparire naturale.<br />
Ogni giorno, nella mia pratica professionale, ascolto le appassionate parole, spesso rotte dal pianto, di donne come Anna, Marina, Fatima, Bora…che nel racconto sciolgono i nodi di un’esistenza inceppata. Leggendo questa prosa, densa di suoni poetici, attraverso le intuizioni dell’autrice, simili a quelle di un’addetta ai lavori della Psiche, non è difficile comprendere le ferite e le rughe del cuore, che la vita deposita sulle nostre esistenze.</p>
<p>Da quando ho letto questi racconti mi capita di desiderare a volte qui accanto a me, nel mio studio, l’autrice, per condividere con lei l’analisi delle tante donne che, commettendo un errore culturalmente ancora diffuso, chiedono di sanare quella malattia che non è altro che la dolorosa sofferenza di anime in trasformazione che lottano, inconsapevolmente, per il bene di tutti e che ancora accettano di essere credute pazze.</p>
<p><strong><small>Silvia Golfera &#8211; La follia delle donne. Ibiskos, 2008</small></strong></p>
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		<title>La norma e l&#8217;oltre</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Nov 2008 18:47:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Tardetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<category><![CDATA[Gian Ruggero Manzoni]]></category>
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		<description><![CDATA[“L’albero di Mahewa” di Gian Ruggero Manzoni (Il Filo) Nelle frequentazioni quotidiane di ciascuno di noi, si viene a contatto con esistenze che si trascinano stancamente, tra lavori ordinari e decisamente poco avvincenti, piccoli e grandi problemi economici e familiari, avvolte in rapporti interpersonali costretti entro schemi irrigiditi dalle convenzioni sociali e narcotizzati dal quieto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>“L’albero di Mahewa” di Gian Ruggero Manzoni (Il Filo)<br />
</em><br />
Nelle frequentazioni quotidiane di ciascuno di noi, si viene a contatto con esistenze che si trascinano stancamente, tra lavori ordinari e decisamente poco avvincenti, piccoli e grandi problemi economici e familiari, avvolte in rapporti interpersonali costretti entro schemi irrigiditi dalle convenzioni sociali e narcotizzati dal quieto vivere. Si avverte, insomma, uno sgranarsi di giornate talmente uguali e prevedibili da non lasciare il benché minimo margine alla fantasia, per lasciare anche solo immaginare quello che accadrà il giorno dopo. E’ questa la norma, la vita dei cosiddetti “normali”, la gran parte di noi, con rari slanci, noiosa e prevedibile quanto si vuole, ma generalmente ordinata e, quello che più conta, tranquilla.<br />
<span id="more-343"></span><br />
Ogni tanto, anche in questo mondo ovattato, giungono voci di altri generi di esistenze, gente che ha scelto di andare “oltre”, di valicare i limiti ristretti imposti dalla norma, di affidarsi ad un modo di agire considerato comportamento asociale, devianza, spesso stigmatizzato e messo al bando dalle regole del vivere civile. Accade quando qualcuno è colto dall’insano desiderio di capire, di andare a vedere cosa c’è al di là dei confini disegnati dalle regole di un gioco per lo più incomprensibile, il gioco della vita sociale, appunto.<br />
E’ quello che accade ai personaggi di Manzoni, personaggi tragici per lo più, antieroi loro malgrado, coprotagonisti di una narrazione corale nella quale le storie di ogni singolo si incastrano perfettamente tra loro per disegnare il paesaggio di una tragedia di provincia, la tragedia di vite sommerse, per necessità o per impotenza, che ogni tanto provano il desiderio di venire a galla e respirare un po’ di voglia di esistere.<br />
In una società in cui la forza del singolo sta nell’appartenere a qualcosa o a qualcuno, club del burraco o bocciofile, comitati di affari o di malaffare, cosche o caste, l’individuo ha vita particolarmente dura, i personaggi reali o da romanzo che siano, sono sempre senza via di scampo.<br />
Il coraggio di andare “oltre” è il denominatore comune dei personaggi di Manzoni, tutti animati da una grande voglia di essere, di affermare, anche per un solo istante, la loro singolarità ed unicità, come bagliori di stelle lontane un istante prima di diventare buchi neri e svanire nella notte dell’eternità.<br />
Per chi è abituato alla lettura accattivante dei best seller, romanzi precotti da cucina internazionale, scritti per solleticare i gusti facili del grande pubblico, non è agevole il confronto con la scrittura di Manzoni, una scrittura ruvida, che non fa sconti, proponendo al lettore brani in cui le parole sembrano essere state messe lì apposta per colpire con violenza più che per accarezzare, per ricordare che, accanto a quella in cui ciascuno vive, c’è una realtà parallela nella quale difficilmente riusciremo ad penetrare, una realtà con la quale capita di dover fare i conti ogni volta che diventa notizia, spesso cronaca, soprattutto nera.<br />
Si avverte, scorrendo le pagine, tutta la simpatia che Manzoni prova per le sue creature, piccoli o grandi Nessuno, infiniti eteronimi dell’autore, le mille e più vite sognate o forse vissute in altre esistenze, capaci di riecheggiare nelle loro parole i pensieri più profondi e nascosti del loro creatore.<br />
Il sentimento dell’opera oscilla tra la disperazione di un presente inaccettabile e la speranza di un futuro in cui la società corrotta e decadente di oggi ceda il posto a culture integre, capaci di prevalere su quelle ibride e sulle non culture del nostro tempo. Una speranza e un sogno a cui non vogliamo rinunciare e che non possiamo non condividere tutti.</p>
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		<title>La Bestia</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2008 09:56:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[camorra]]></category>
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		<description><![CDATA[Raffaele Sardo &#8211; La Bestia. Prefazione di Roberto Saviano. Melampo Editore Camorra Storie di delitti, vittime e complici «Raffaele Sardo non si è lasciato stringere nella morsa per cui se parli di certe questioni infanghi la tua terra e invece se non ne parli la rispetti. Ha compreso subito la perversione di questa logica omertosa. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><strong>Raffaele Sardo</strong></em> &#8211; <strong>La Bestia</strong>. Prefazione di Roberto Saviano. Melampo Editore</p>
<p><em><strong>Camorra</strong></em><br />
<em>Storie di delitti, vittime e complici</em></p>
<blockquote><p><em>«Raffaele Sardo non si è lasciato stringere nella morsa per cui se parli di certe questioni infanghi la tua terra e invece se non ne parli la rispetti.<br />
Ha compreso subito la perversione di questa logica omertosa.</p>
<p>Custodire la memoria in terra di camorra significa custodire il vaccino contro certi poteri, non dimenticare che le maschere di chi ha dominato queste terre in passato vengono indossate dai potenti di oggi».<br />
</em><br />
dalla prefazione di <strong>Roberto Saviano</strong></p></blockquote>
<p><span id="more-334"></span></p>
<p>Macina profitti, devasta città e campagne, corrompe i poteri. Lasciando dietro di sé una striscia di sangue che non si asciuga mai.<br />
Il libro ci consegna un ritratto sconvolgente della violenza della camorra, delle impunità e anche delle complicità quotidiane. E ci offre al tempo stesso un affresco denso di pietas del mondo delle vittime, nomi e cognomi ingiustamente dimenticati. Uomini uccisi per punire, per intimidire o semplicemente per sbaglio.<br />
Don Peppe Diana, sacerdote. Salvatore Nuvoletta, carabiniere. Federico Del Prete, sindacalista. Franco Imposimato, impiegato. Attilio Romanò, informatico. Alberto Varone, commerciante. Domenico Noviello, imprenditore. Sono questi i nomi simbolici a partire dai quali l’Autore racconta la camorra dell’ultimo quarto di secolo, la crescita del “Sistema” o più propriamente della “Bestia”.<br />
Un ritratto sconvolgente ma non rassegnato. Perché anche nella Gomorra assatanata di soldi e di potere arriva una sentenza giusta emessa “in nome del popolo italiano”; c’è qualcuno, un insegnante, un giornalista, una studentessa, un prete, che difende a testa alta i valori dell’Italia civile</p>
<p><strong>L&#8217;autore<br />
</strong>Raffaele Sardo, giornalista, laureato in scienze della comunicazione, vive e lavora in provincia di Caserta. Attualmente collabora con il quotidiano <em>la Repubblica</em>. Ha pubblicato <em>Nogaro. Un vescovo di frontiera</em> per Alfredo Guida Editore (1997) ed <em>È marzo la primavera sta per arrivare. Don Peppino Diana ucciso per amore del suo popolo</em> per Edizioni Università per la legalità e lo sviluppo di Casal di Principe (2004).</p>
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