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	<title>agli incroci dei venti &#187; Punto rosa</title>
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	<description>cultura politica societa'</description>
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		<title>Perche&#8217; non abbiamo avuto figli</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2009 12:16:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Punto rosa]]></category>

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		<description><![CDATA[Introduzione del libro &#8220;Perché non abbiamo avuto figli. Donne “speciali” si raccontano&#8221; scritto da Paola Leonardi. Un libro che propone tante riposte alla domanda che molte donne che non hanno fatto la scelta della maternità si sono sentite rivolgere: perché non sono diventate madri e, ancor più spesso e con maggior stupore, come mai non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><small><strong>Introduzione del libro &#8220;Perché non abbiamo avuto figli. Donne “speciali” si raccontano&#8221; scritto da Paola Leonardi. Un libro che propone tante riposte alla domanda che molte donne che non hanno fatto la scelta della maternità si sono sentite rivolgere: perché non sono diventate madri e, ancor più spesso e con maggior stupore, come mai non abbiano avuto nemmeno il desiderio di diventarlo</strong></small></p>
<p>Per anni c’è stata una cartella viola sul mio tavolo da lavoro, con una bella etichetta non qualunque, con scritto “L’altra madre. Il valore della maternità simbolica”, dove riponevo appunti e materiali che andavo raccogliendo sul tema di Madri e non Madri.</p>
<p>Quando poi ho lasciato la terra emiliana d’origine per questa casastudio affacciata sul mare delle Cinque Terre (“luogo di guarigione e giardino d’arte”), dove ho trasferito da Milano sia il Centro Autostima che la “Scuola biennale di formazione in Socio-Psicologia delle Donne”, l’intuizione iniziale è diventata progetto di scrittura. E il luogo non è ininfluente per il pensare, per il fare.</p>
<p><span id="more-582"></span>Il titolo, un po’ criptico, è allora diventato<strong> Perché non abbiamo avuto figli. Donne “speciali” si raccontano .</strong><br />
Un libro che propone tante riposte alla domanda che molte donne come me si sono sentite rivolgere: perché non siamo diventate madri e, ancor più spesso e con maggior stupore, come mai non abbiamo avuto nemmeno il desiderio di diventarlo.</p>
<p>Il tema su cui mi sono interrogata è quello delle “donne senza figli”, argomento che sembra essere uno dei nuovi tabù di questa società liquida e di non poca importanza, perché la pressione sociale è ancora elevata e i pregiudizi nei confronti di chi figli non ha, ancora numerosi.<br />
Come scrive <strong>Susie Reinhardt </strong>“Chi non vuole diventare madre è esposta in continuazione a congetture circa i motivi: le donne senza figli sono forse incapaci di trovare un partner adatto oppure di allacciare una relazione stabile? Vogliono sfuggire alle loro responsabilità? Sono egoiste che desiderano vivere libere, indipendenti e sulle spalle degli altri, senza pensare alla propria pensione? O, semplicemente, non sopportano i bambini?”.</p>
<p>Questo argomento impellente e intrigante, ma anche difficoltoso, mi ha indotta a guardare dentro me stessa, inducendomi a <strong>esplorare le ragioni più profonde che mi hanno portata a non avere figli e a sentirmi madre simbolica, anziché madre biologica.</strong></p>
<p>La passione e la curiosità, affiancate comunque alla fatica per questo libro, nascono dal desiderio di voler mettere le mani su qualcosa di poco conosciuto anche a me stessa per far affiorare qualcosa di nascosto, qualcosa da sradicare, da vivere comunque in leggerezza.<br />
Desiderio che parte da riflessioni personali più che intellettuali; dal bisogno di riconoscere valore a quella che è stata “l’intelligenza del corpo”, che mi ha indotta ad ascoltare le mie ragioni più profonde, al di là di ogni convenzione sociale; desiderio che sgorga dalla capacità di attribuire valore a ciò che per altri può essere disvalore.</p>
<p>Con la precisazione che se la mia vita è stata spesso attraversata da ambivalenze (e non ambiguità), a cui attribuisco un valore positivo – perché significa saper prendere in considerazione gli eventuali dubbi e desideri, anche contrapposti tra loro – in questo caso, sulla maternità biologica appunto, ho sempre avvertito una certezza: i figli non sono un progetto di vita per me.</p>
<p>Pensavo che avrei lasciato queste riflessioni per la vecchiaia avanzata, quando fossi stata vieille-vieille, una sorta di autobiografia da ottuagenaria, ma ne ho sentito poi l’urgenza, per consegnarla alle numerose e giovani donne senza figli, sempre più inclini a non volerne o a metterne in discussione la scelta.</p>
<p>A quelle che dicono di desiderarli, ma che poi non restano incinte (non sterili, ma non feconde), ipotizzando una certa ambivalenza sulla maternità biologica (lo desidero ma non lo voglio, lo voglio ma non lo desidero…) spesso difficile da riconoscere.<br />
Alle trentenni dunque, o quasi quarantenni con l’orologio biologico tintinnante, nonostante gli aiuti delle nuove tecnologie riproduttive che ci vorrebbero madri anche all’età delle nostre nonne.<br />
A quelle giovani di cui si dice che non farebbero figli – perché tutte tese alla carriera, al lavoro e ai soldi che mancano per metter su casa – che, stando alle ultime ricerche europee, sembra non ne facciano anche per la difficoltà di trovare coetanei disposti a condividere il peso e l’onere dei bambini.</p>
<p>Ma ne ho sentito l’impellenza anche per le donne ampiamente uscite dall’età della riproduzione, le mie coetanee over sixty.<br />
Quelle senza desideri di maternità biologica, mai sperimentata, spesso mai desiderata, che tanta inquietudine spargono tra coloro – uomini e donne – che ancora credono e vedono con compassionevole superiorità chi appunto figli e figlie non ha voluto metterne al mondo; donne che si sentono complete, socialmente e affettivamente realizzate anche senza prole, senza dover sventolare nessun’altra bandiera rivendicativa per inneggiare ad altre presunte superiorità.</p>
<p>È questa, dunque, un’indagine su un tema sociale fino a ora poco affrontato nel nostro Paese, nonostante l’Italia abbia la media statistica di figli per donna più bassa del mondo (l’1,35 ciascuna) secondo gli indici Istat 2008, ma soprattutto è un <strong>approfondimento delle motivazioni psicologiche e sociali</strong> di noi che qui ci raccontiamo: motivazioni profonde, che partono dalla nostra soggettività, e che ci hanno indotte a <strong>mettere in discussione quella che sembra l’inevitabile sovrapposizione dell’identità femminile con la maternità.</strong></p>
<p>Un’analisi che è nata durante quel fondamentale percorso di consapevolezza individuale e collettiva, i “formidabili anni Settanta”, che ha lasciato eredità importanti al mondo intero e che è sfociata in questo libro che è dedicato a chi pensa che, come mi ha detto Natalia Aspesi, “per una donna felicità non sempre faccia rima con maternità”.</p>
<p>Andando dritta al problema, ho cercato donne che potessero raccontare la loro esperienza con apertura di cuore e di mente: con una traccia di intervista che mettesse a fuoco il punto in questione, correlandolo alla personalità del personaggio e facendo emergere situazioni esistenziali quasi mai convenzionali.<br />
Un’intervista che permettesse un dialogo, uno scambio di esperienze, con coloro che, come me, non erano madri.</p>
<p>E ho trovato donne particolari, famose al grande pubblico o note solo a qualche élite, comunque “importanti e significative” per i messaggi che hanno trasmesso negli ultimi decenni attraverso i loro interessanti percorsi di vita (opere, progetti, idee, pensieri fondamentali per l’evoluzione e la crescita di alcune generazioni): <strong>Natalia Aspesi, Letizia Bianchi, Piera Degli Esposti, Ida Dominijanni, Elisabetta Donini, Margherita Giacobino, Laura Grasso, Leslie Leonelli, Lea Melandri, Luisa Passerini, Rossana Rossanda, Rosalba Terranova, Chiara Zamboni, Adriana Zarri.</strong></p>
<p>Dalle loro interviste ricche e corpose, divertenti e serie, avvincenti e stimolanti, e dalla lettera di Rossana Rossanda, emerge un concetto di “materno” intrigante, anche e perché diversificato.<br />
E si delineano ritratti di donne vivaci, molto concrete, capaci di parlare di sé e trasmettere emozioni con sagacia, apertura, immediatezza e sincerità; donne “speciali” che mettono in evidenza la ricchezza delle differenze nell’universo femminile.</p>
<p>Alle interviste, che rappresentano la struttura portante del libro, abbiamo aggiunto le nostre due, mia e di Ferdinanda Vigliani, che con me ha condiviso questa esperienza, intervistandoci reciprocamente, perché entrambe ci sentiamo parte del grande gruppo di donne che non hanno avuto/voluto figli e ci piaceva sentirci vicine e accomunate nell’identità.</p>
<p>[...]</p>
<p>Da quando il movimento delle donne ha elaborato il concetto di maternità simbolica, mi pare che lo si possa attribuire in particolare a chi madre biologica non è, recuperando il valore del “materno” che, per quanto messo in discussione, è pur sempre un valore.<br />
Dalle interviste emergono le risposte a questi interrogativi e tra una domanda e l’altra si parla di mistica della maternità, del ruolo materno, dell’istituto della maternità, di denatalità.</p>
<p>L’idea di fondo è che, consapevoli o meno, sono sempre più numerose le donne senza figli che non solo non si sentono “mancanti” – e anzi vivono la loro completezza come donne – ma ancor più rappresentano un nuovo modello di identità femminile, ponendosi con la loro vita e le loro scelte, come possibili esempi di femminilità “altra”, per altre donne.</p>
<p><strong>Rinunciando ai figli non si rinuncia alla propria identità femminile</strong>; al contrario queste donne rappresentano esempi sempre più diffusi di modelli “nuovi” in cui potersi identificare.</p>
<p>La scelta individuale di ognuna di loro si trasforma in una possibile scelta per tante altre, agendo così sul collettivo.<br />
Le donne senza figli potrebbero rappresentare un modello di realizzazione non soltanto come donne, ma anche come madri. Diffondendo il concetto di maternità simbolica e dando un senso diverso al concetto di maternità, diverso da quella biologica: quello di madri senza figli.</p>
<p>Paola Leonardi ,  Ferdinanda Vigliani &#8211; <a title="Franco Angeli" href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_Libro.asp?CodiceLibro=239.197">Perché non abbiamo avuto figli. Donne &#8220;speciali&#8221; si raccontan</a>o. Franco Angeli, 2009</p>
<p><small><a title="il paese delle donne" href="http://www.womenews.net/">Il paese delle donne, 27 luglio 2009</a></small></p>
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		<title>In pensione a 65 anni</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 14:22:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Rita Massarenti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Punto rosa]]></category>
		<category><![CDATA[pensione]]></category>

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		<description><![CDATA[In una delle ultime interviste il nostro Presidente del Consiglio ha dichiarato che la UE ha chiesto all’Italia di equiparare l’età pensionabile delle donne a 65 anni.  la lettura di questo richiamo europeo è stato letto come un momento di grande opportunità per spezzare l’iniquità sulla valutazione della posizione della donna nel mondo del lavoro. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In una delle ultime interviste il nostro Presidente del Consiglio ha dichiarato che la UE ha chiesto all’Italia di equiparare l’età pensionabile delle donne a 65 anni.  la lettura di questo richiamo europeo è stato letto come un momento di grande opportunità per spezzare l’iniquità sulla valutazione della posizione della donna nel mondo del lavoro. Altro particolare interessante, dietro di lui, mentre parlava,  una bionda ed elegante signora  scuoteva la testa in segno di grande condivisione con questa dichiarazione.<br />
<span id="more-531"></span><br />
Ho grande perplessità che una equiparazione di questo tipo possa dare opportunità per spezzare l’iniquità rispetto alla donna in ambito lavorativo . Qui di seguito tenterò di spiegare le mie perplessità, convinta di non essere esaustiva riguardo al problema, gli darò una struttura sul modello di brainstorming:<br />
negli altri paesi europei esiste un’organizzazione pubblica di sostegno alla donna lavoratrice, che al confronto noi possiamo considerarci notevolmente indietro, e non voglio quantificare.<br />
se non ci saranno riforme al riguardo, le donne, con figli, si troveranno a dovere trottate per un tempo più lungo nella loro esistenza, e  con minor probabilità di dedicare tempo ad alzare la testa e dire qualcosa al riguardo, perchè impegnate o insieme ai propri compagni o sole a dover quadrare tempi e finanze. a doversi dividere fra lavoro e famiglia e avendo  pochissimo tempo per sè e ancor più minor tempo per diventare maggiormente consapevoli dei processi  sociali e collettivi alti che toccano la popolazione al femminile, e non solo..<br />
La media europea sulla occupazione femminile, dati Eurostat 2006 è pari al 57,2%, con la  Danimarca, al primo posto, con un  73,4% , danno l’Italia al penultimo posto, ferma al 46,3% , preceduta da paesi come Bulgaria, Polonia, Ungheria,  Slovacchia, Grecia e siamo seguiti solo da Malta  Dati pubblicati sul “Sole 24 Ore”. questo dato ci qualifica al riguardo in modo chiaro..<br />
Ad oggi, alla luce della crisi in atto, i dati potrebbero anche essere proporzionalmente peggiori.<br />
Penso che qualunque persona che lavori in azienda sappia che uno dei cavalli di battaglia sia ancora “le donne fanno figli “ e questo basta per giustificare la sperequazione in termini di carriera ed opportunità e quindi anche di miglioramenti economici e di conseguente maggiore indipendenza per la donna.<br />
Questo sembra basti a  giustificare la sperequazione, invece di cogliere da questo dato ineluttabile nuove politiche aziendali  che possono aprire  nuove opportunità di gestione del persone.<br />
Da qui il fenomeno che molte donne decidono di rinunciare a fare figli per fare carriera, fenomeno in crescita.<br />
Tengo a precisare che noi donne abbiamo sposato, fatto nascere, cresciuto le persone , i clienti i fornitori gli imprenditori i politici e quanti altri, che muovono. il mondo  e  se per qualche bizzarra coincidenza noi donne smettessimo tutte insieme di fare figli come andrebbe la situazione?.<br />
A tutt’oggi in Italia, e non solo,  siamo considerate di seconda categoria, al di là delle dichiarazioni.<br />
C’è una cultura in atto e strisciante, ma neanche tanto, che sta cercando di vendere l’abilità femminile nello scoprire seni, gambe e quant’altro ballando e cantando, dando spazio in modo sempre più allargato in trasmissione televisive a diatribe da portineria  (senza offesa per tutte le persone professano questo lavoro),   e si sta cercando di smontare, con tagli ben precisi di finanziamenti  pubblici, in ambiti che promuovano lo studio per tutti, la cultura, l’evoluzione culturale,.<br />
Sembra che invece di tentare di abbattere indici di ignoranza (ignorare) e di analfabetismo tutt’ora presenti in Italia, con indici ancora troppo alti,  per una nazione civile come  dichiariamo di essere.,  si voglia sponsorizzare il contrario e le  prime a fare le spese di questa politica, dopo  la consapevolezza del proprio ruolo  come  popolo, sono le donne, che ancora non sono  considerate a tutti gli effetti come forza e potenza del tessuto della nostra nazione.<br />
In questi pochissimi  giorni da Presidente degli Stati Uniti Barack Obama abbia dato un forte esempio di una virata a favore della coscienza collettiva, in termini di libera scelta da parte della donna di interrompere o meno  una gravidanza. Obama ha inquadrato il problema in un’ottica di scelta personale,  a prescindere dalle credenze religiose.<br />
Ha tagliato in un sol colpo tutti i tentativi di prevaricazione di un gruppo rispetto ad un altro. sgonfiando le divisioni e i settarismi,  ma dando ad ogni donna  la possibilità di scelta,  nel suo ambito privato personale e nel pieno rispetto di qualunque sia la propria eventuale credenza religiosa.<br />
Provate a confrontare questa civile modalità con le idee di alcune  religioni secondo cui devono nascere anche figli nati da una violenza carnale,  senza minimamente preoccuparsi di cosa significa una cosa del genere per una donna e per il nascituro, visto che  questo  tipo potere è tutto al maschile.<br />
Come  giustamente dice Barack Obama è il tempo delle responsabilità e del diritto da parte di ogni persona, a prescindere dallo status sociale che   “tutti siamo liberi e tutti meritiamo una possibilità di perseguire  la felicità in tutta la sua pienezza”  (dal suo discorso al momento dell’insediamento)<br />
E tornando a casa nostra al tema iniziale è necessario che i nostri politici e gli italiani si prendano in mano le loro relative responsabilità, mi riferisco, per i politici, ad uno spirito di servizio, invece di  manovrare senza  trasparenza  e manipolando a proprio favore il potere che si trovano a gestire, in barba alla delega che il popolo italiano  ha dato loro per governare il paese Italia.<br />
E dall’altra il popolo italiano faccia sentire il proprio pensiero e volontà al riguardo.<br />
e  in particolare le donne riguardo  a questo tentativo di togliere loro ulteriore potere e presenza nella vita pubblica,  chiedendo quello che una nazione civile è in grado di costruire per sostenere  la donna in generale e quella che lavora in particolare,  Basti andare a curiosare quello che succede negli altri paesi europei.<br />
Il punto non è tanto  la pensione a 65 anni per le donne,  per dare opportunità di uguaglianza, ma cosa si sta facendo per promuovere una cultura della non prevaricazione e della divisione ma del rispetto, di pari  rispetto nei riguardi dell’uomo e della donna, come umani, nei vari ambiti di vita  sia privati che professionali e pubblici.<br />
Barack  Obama sta aprendo anche alla equità economica per le donne, con gesti non solo formali, rinforzando il pensiero che l’impossibile diventa possibile, e queste chiare intenzioni  aprono  porte di grandi possibilità in tanti luoghi, ambiti e categorie ,  quindi  anche per le future generazioni femminili, e di conseguenza anche  di  maggiore equilibrio per l’umanità.</p>
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		<title>Una mattina in classe, a parlare di stupro</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Mar 2009 20:10:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[di Monica Lanfranco &#8220;Cosa si può fare quando chi ha potere abusa di chi non ne ha? Almeno farsi avanti, e gridare forte la verità. Farsi avanti per se stessi, farsi avanti per gli amici, farsi avanti anche se si è da soli&#8221;. E’ uno dei passaggi più significativi di North country – storia di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="Monica Lanfranco" href="http://www.monicalanfranco.it/">Monica Lanfranco</a></p>
<p>&#8220;Cosa si può fare quando chi ha potere abusa di chi non ne ha? Almeno farsi avanti, e gridare forte la verità. Farsi avanti per se stessi, farsi avanti per gli amici, farsi avanti anche se si è da soli&#8221;. E’ uno dei passaggi più significativi di North country – storia di Josie, film fortemente voluto dall’attrice Charlize Theron che interpreta la parte della prima donna che fece causa negli Stati Uniti per molestie sessuali alla miniera dove lavorava, creando così un precedente per l’introduzione nell’ordinamento nordamericano delle class action, (le azioni di categoria) incentrate sui diritti sessuati.<br />
<span id="more-487"></span><br />
I fatti sono del 1989, ma ciò che il film racconta è cronaca di oggi: il sessismo in un microcosmo lavorativo tutto maschile, i pregiudizi nei confronti di una giovane madre single, la diffidenza e la mancanza di solidarietà da parte dei colleghi, e soprattutto delle colleghe, la solitudine di chi per prima alza la voce nei confronti di abusi che non sono riconosciuti come tali.</p>
<p>La protagonista ha anche un figlio adolescente, avuto in seguito ad uno stupro da parte di un insegnante, quando era appena sedicenne, e come di consueto c’è chi avanza il dubbio che lei se la sia cercata. L’avvocato, che si chiede come ci si possa difendere dagli abusi dice in modo diverso quello che la womanist femminista nera Alice Walker scrisse a proposito della condizione delle afroamericane ne Il colore viola: ”Le persone spesso cedono il loro potere pensando di non averne affatto”.</p>
<p>E’ proprio questa la sensazione che lasciano i due incontri, che fanno parte di un percorso più ampio di formazione sulla differenza di genere in alcune scuole genovesi, finanziato nell’ambito del progetto Rigenera. <strong>Che molti giovani non sappiano il potere che hanno</strong>, che non siano stati formati ed educati alla possibilità di fare scelte, e che le uniche strade per dirsi siano quelle più facili, violente e di superficie.</p>
<p>Una delle scuole del progetto è il Bergese, Istituto Professionale per i Servizi Alberghieri e Turistici, circa 700 giovani lo frequentano nella popolosa delegazione di Sestri Ponente. La scuola è attivissima, ero già stata lì per l’esame finale delle ultime classi, che nel caso dell’alberghiero è una cena completa, un’occasione speciale ed emozionante nella quale tutte le future e i futuri maturandi si cimentano in sala con l’armamentario che sarà il loro futuro lavoro: il servizio, l’abbigliamento e la postura, la cucina, l’attenzione verso i commensali. Il progetto Rigenera prevede incontri con alcune classi, e la scelta è quella di servirsi di un film da vedere insieme per entrare direttamente nel tema della violenza maschile contro le donne, per provocare reazioni e dibattito tra ragazze e ragazzi.</p>
<p><strong>Così come in altre scuole salta subito all’occhio che non ce la fanno a stare fermi e attenti per più di pochi minuti</strong>: il fatto di non separarsi mai né dal cellulare né dall’ipod, e l’essere abituati alle interruzioni in tv sembra avere indotto una mutazione antropologica rispetto alle generazioni precedenti. Molti insegnanti mi confermano che la percentuali di disturbi dell’attenzione è altissima.</p>
<p>Con le quarte (sono circa una sessantina) la scintilla scocca ancora prima del film: quando cito le cifre sulla violenza e le molestie in Italia e nel mondo un ragazzo salta su come una molla: ”Va bene parlare di stupro, però le ragazze a volte esagerano. Non mi va bene che se, per esempio, io bevo un po’ una sera, incontro una anche bevuta, e poi dopo succede qualcosa, al mattino lei venga fuori con la storia che l’ho stuprata.” Ci siamo. Una ragazza, seguita da altre, risponde arrabbiata al compagno: il fatto di avere alzato il gomito non giustifica il saltare addosso ad una ragazza, perché un ragazzo è più forte fisicamente e può imporsi. Butto lì anche la questione dell’abbigliamento: essere provocanti e svestite è un’attenuante per il violentatore? Su questo si dividono quasi nettamente: le ragazze rivendicano il fatto di potersi vestire come vogliono, (tranne una minoranza che sostiene che se ti metti troppo in vista te la vai a cercare, e si prendono un lieve applauso da parte di un gruppetto di maschi), mentre i ragazzi, tranne uno, si descrivono come ‘più animali’ delle femmine, e quindi incapaci di trattenersi. La deriva parte da qui, <strong>dalla convinzione che comunque esista una ‘naturale’ predisposizione del maschio all’incontinenza istintuale</strong>: hanno solo sedici, diciassette, anni e già sono certi che maschile sia sinonimo di pulsione sessuale selvaggia. Attenzione: quando passo all’ovvia conclusione, che cioè stanno dicendo che tutti gli uomini sono potenziali violentatori, ecco che non ci stanno. Nonostante le cifre che ho fornito siano lì, scritte su un grande foglio bianco, e inchiodino gli uomini italiani in grande maggioranza su quelli stranieri, (e gli uomini della cerchia familiare più di quelli sconosciuti) come autori abituali degli abusi scatta la ribellione. No, non è vero: gli stupratori sono gli altri. Rumeni, albanesi, di certo non gli italiani, non quelli ‘come loro’ sono i veri violenti. Dopo il film, che dice con chiarezza che sulla violenza contro le donne c’è spesso una tacita connivenza della comunità, scatta in classe la difesa del territorio. Ecco le motivazioni: intanto il film è ‘vecchio’ (la vicenda è del 1989, il film è stato girato nel 2005). Poi la violenza che racconta è esagerata, e ora non è più così, le donne lavorano dappertutto, non c’è più discriminazione. “Lo sa cosa ci vuole per rimettere le cose a posto? &#8211; dice a voce alta uno dei ragazzi più chiacchieroni, la faccia pulita e infantile. &#8211; Più armi, pena di morte e castrazione, ma non quella chimica, quella fisica, magari in piazza, così, per dare l’esempio”. <strong>La matassa è intricatissima</strong>: stupro, sicurezza, razzismo, violenza generale, paura, odio, impotenza si intrecciano, in un mix reso ancora più micidiale dall’assenza di informazione e di approssimazione mediatica.</p>
<p>Il giorno dopo ci sono le quinte. Anche qui la prima reazione è di difesa: nel film si parla di Stati uniti, c’è la miniera di mezzo, certo che non è un posto da donne, e comunque ora tutto è tranquillo nel mondo del lavoro. Quando accenno al fatto che oggi, in Italia, ci sono aziende che fanno firmare alle giovani donne dichiarazioni nelle quali loro si impegnano a non restare incinte pena il licenziamento si ammutoliscono, così come cala il silenzio quando snocciolo i numeri della violenza in famiglia.</p>
<p>L’impressione è che, se si riesce a fare fermare quel tanto che basta la loro attenzione sulla materialità e concretezza dell’argomento, se il parlare delle relazioni tra uomini e donne passa dalla lontana teoria alla pratica dei loro rapporti, dei loro corpi, allora la musica cambia. Una ragazza con grande coraggio racconta che un fidanzato la riempiva di lividi, e che per molto tempo, dopo la rottura lui l’ha perseguitata. La reazione dei compagni è quasi unanime: quello non era normale. Però, grattando sotto la superficie, ecco che riemerge l’adagio dell’animalità maschile: in fondo bisogna capire che i maschi sono più reattivi, e quindi uno schiaffo ci può stare, la gelosia è brutta ma è anche sintomo di attaccamento, l’amore non è bello se non è litigarello, le donne dicono spesso no con la bocca ma in fondo un po’ bisogna forzarle. Hanno diciotto, vent’anni ma esprimono concetti analoghi a quelli dei loro nonni.</p>
<p><strong>E’ un antico, raggelante ritornello</strong>: le donne sono una fortezza da espugnare, gli uomini degli arieti che a testa bassa partono e non si possono fermare. Del resto se la loro formazione ai sentimenti e alla sessualità resta dominata dalla televisione della De Filippi e dai telefilm perché stupirsi? Almeno questa scuola sta provando a intercettarli, ma quante sono le scuole in Italia dove questo accade?</p>
<p><a title="mareaonline.it" href="http://www.mareaonline.it">www.mareaonline.it</a></p>
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		<title>Due donne un giardino e infiniti muri</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Dec 2008 12:38:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Chiara Palmisani Diverse nei costumi e gli stili di vita, una indossa il velo e trascorre il suo tempo occupandosi del suo frutteto di limoni, l’altra indossa abiti occidentali e passa le giornate ad arredare la sua nuova casa e a pianificare una festa d’inaugurazione. Proprio il posto dove sorge questa casa fa sì [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="il paese delle donne" href="http://www.womenews.net/spip3/spip.php?auteur737">Chiara Palmisani</a></p>
<p>Diverse nei costumi e gli stili di vita, una indossa il velo e trascorre il suo tempo occupandosi del suo frutteto di limoni, l’altra indossa abiti occidentali e passa le giornate ad arredare la sua nuova casa e a pianificare una festa d’inaugurazione. Proprio il posto dove sorge questa casa fa sì che le esistenze delle due donne si sfiorino e non solo. Infatti, la casa di Mira e del marito è proprio al confine con la Cisgiordania e precisamente con il giardino di limoni di Salma. I servizi segreti decidono che tutti gli alberi di limoni del giardino debbano essere abbattuti, per la sicurezza e l’incolumità del Ministro della Difesa israeliano. <strong>Basta un ordine per cancellare in un lampo l’unica fonte di sostentamento e la principale ragione di vita di una donna palestinese.</strong><br />
<span id="more-440"></span><br />
La battaglia legale che Salma intraprende per impedire alle autorità israeliane di abbattere i suoi limoni rivela tutto il suo coraggio e la sua risolutezza. Salma è una donna dotata di grande forza d’animo e volontà di autodeterminazione. I suoi gesti, i suoi occhi e i suoi silenzi dicono molto di più di tante parole. Una donna contro l’esercito israeliano, <strong>una donna che ha solo la sua terra per cui lottare</strong>, il posto dei suoi ricordi di bambina, luogo di inestimabile valore simbolico e affettivo. Il giardino è l’unico luogo su cui Salma può esercitare la sua autorità e derubarla di quegli alberi di limoni non rappresenta per lei solo un danno economico, ma <strong>una violazione della sua libertà</strong>.</p>
<p>La moglie del Ministro della difesa israeliano, coglie l’importanza della battaglia di Salma e in cuor suo solidarizza con lei. Anche lei, anche se dall’altra parte del giardino di limoni, in una posizione di apparente privilegio, è vittima in realtà di un sistema politico decisionale maschile, soggiogata dal suo <strong>ruolo di moglie di un uomo importante assente</strong> e freddo, controllata a vista da bodyguard, che prendono ordini solo dal marito e non dal lei, che è pur sempre una donna. Una donna occidentale, <strong>apparentemente più emancipata</strong> e più fortunata per estrazione economica ma che è in una <strong>condizione esistenziale tendenzialmente speculare</strong> a quella della protagonista palestinese. Piano piano le due donde iniziano a empatizzare. La battaglia di Salma darà a Mira la capacità dire “no” a una condizione di infelicità e solitudine, da cui prima di allora non era stata in grado di uscire.</p>
<p>Il film, presentato all’ultimo Festival del Cinema di Torino e <strong>vincitore del premio del pubblico all’ultimo Festival di Berlino</strong>, mette in scena il dramma del conflitto tra Israele e Palestina, attraverso la storia di una donna che cerca di arginare l’occupazione delle sue proprietà da parte degli invasori e di una donna israliana che dall’altra impara cosa significa lottare per ciò che si vuole per la propria vita. Queste due donne si muovono <strong>in un mondo fatto di uomini</strong>, soldati israeliani o dotti palestinesi, che cercano di impedire loro di scegliere cosa sia il bene o il male per se stesse. Di uomini che decidono et imperano, costruiscono muri e recinti reali o simbolici attorno alle “loro” donne e innalzano barriere tra i popoli come unica possibilità di risoluzione dei conflitti.</p>
<p>Salma si oppone a suo modo a questo sistema fondato solo sulla prepotenza e l’autoritarismo ed esprime la sua autoderminazione scegliendo lei stessa <strong>quando indossare o non indossare il velo</strong>. In alcuni momenti del film decide di non averne bisogno perché non vuole mettere un filtro tra lei e gli altri; in altre scene invece indossa il velo e lo annoda con decisione sotto al mento perché vuole mostrare la sua distanza e la sua impermeabilità dinnanzi a determinati contesti. E’ lo strumento con cui decide di accorciare o riaffermare le distanze tra se stessa e gli altri.</p>
<p><strong>Tutto il film, è una continua abolizione vs costruzione di barriere</strong>, creazione vs diminuzione delle distanze. Un esempio è l’innalzamento di un altissimo muro al confine tra la proprietà di Salma e la casa del Ministro israeliano, ormai rimasto solo. Un muro immenso, un grigio desolante al posto del verde e del giallo che dominavano il bel giardino di limoni. L’uomo è muto e solo davanti al suo muro. Ma il silenzio del suo autismo è assordante. A lato di quest’innalzamento di barriere un altro muro è però stato demolito. La stretta di mano tra Mira e Salma è la rottura massima di qualsiasi barriera tra le due civiltà che esse rappresentano. <strong>La stretta di mano tra due donne che provengono da due mondi profondamente antagonisti</strong>. La speranza di un dialogo tra due popoli storicamente in lotta</p>
<p><small><a title="il paese delle donne" href="http://www.womenews.net/">il paese delle donne, 28 dicembre 2008</a></small></p>
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		<title>La &#8221;follia&#8221; delle donne</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Nov 2008 18:34:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[La follia delle donne]]></category>
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		<category><![CDATA[Silvia Golfera]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia_Golfera]]></category>

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		<description><![CDATA[di Carla Mazzioli Cocchi (psicoterapeuta) Dice l’autrice a proposito delle protagoniste di questi nove racconti: &#8221;Le mie donne sono tutte un po’ malate. Non sono pienamente padrone di sé, né vittime. Esplorano tutte le variazioni possibili dei ruoli, nella coppia e nella vita. L’esistenza non sembra aver loro assegnato un posto definito, che devono invece [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Carla Mazzioli Cocchi (psicoterapeuta)</p>
<p><a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2008/11/la_donna_invisibile1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-360" title="la_donna_invisibile1" src="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2008/11/la_donna_invisibile1.jpg" alt="" width="239" height="400" /></a></p>
<p>Dice l’autrice a proposito delle protagoniste di questi nove racconti: &#8221;Le mie donne sono tutte un po’ malate. Non sono pienamente padrone di sé, né vittime. Esplorano tutte le variazioni possibili dei ruoli, nella coppia e nella vita. L’esistenza non sembra aver loro assegnato un posto definito, che devono invece cercare pian piano dentro e fuori di sé&#8221;.<br />
<span id="more-358"></span><br />
È con le sue stesse parole che desidero iniziare questa breve introduzione, perché esse descrivono esattamente le protagoniste di questi affascinanti e inquietanti racconti. E proprio così ci si sente leggendoli: affascinati e inquieti. Una fascinazione che non consente al lettore di staccarsene fino all’ultima riga. Un’inquietudine che deriva dalla natura stessa dei personaggi e dei fatti che vengono descritti  e narrati: una riflessione, spesso amara, sulla difficile condizione della donna oggi, proiettata, in un tempo brevissimo, in un contesto di relazioni che la costringono a un ruolo di combattente in prima linea nella battaglia per l’emancipazione e la trasformazione di sé e, di conseguenza, del mondo. Ma è proprio dal mondo e nel mondo che queste donne traggono quella che l’autrice chiama la loro “malattia”.<br />
Come non vedere la distanza che i genitori di Anna erigono fra loro, “coppia tranquilla”, stretta in un legame forse simbiotico, e la figlia, di natura sensibilissima, tanto da renderla “donna invisibile”? E chi avrebbe potuto salvare l’equilibrio della propria psiche se al pari di “Marina” fosse cresciuta con una madre “sbrigativa e scontrosa, imprevedibile come il tempo. Una creatura insondabile”?<br />
La descrizione delle protagoniste di queste storie è assolutamente mirabile. Non credo si possano avere dubbi riguardo alla loro parentela con certe “fotografie” che Dostojevskij ci regala dell’anima dei suoi indimenticabili personaggi. Così come impossibile sarà per il lettore, ad esempio, dimenticare l’incontro di Lea con Fatima, creatura che porta in sé la tragedia di tante donne che solo ora cominciano a sentire la necessità di contrastare una violenza tanto consolidata, da apparire naturale.<br />
Ogni giorno, nella mia pratica professionale, ascolto le appassionate parole, spesso rotte dal pianto, di donne come Anna, Marina, Fatima, Bora…che nel racconto sciolgono i nodi di un’esistenza inceppata. Leggendo questa prosa, densa di suoni poetici, attraverso le intuizioni dell’autrice, simili a quelle di un’addetta ai lavori della Psiche, non è difficile comprendere le ferite e le rughe del cuore, che la vita deposita sulle nostre esistenze.</p>
<p>Da quando ho letto questi racconti mi capita di desiderare a volte qui accanto a me, nel mio studio, l’autrice, per condividere con lei l’analisi delle tante donne che, commettendo un errore culturalmente ancora diffuso, chiedono di sanare quella malattia che non è altro che la dolorosa sofferenza di anime in trasformazione che lottano, inconsapevolmente, per il bene di tutti e che ancora accettano di essere credute pazze.</p>
<p><strong><small>Silvia Golfera &#8211; La follia delle donne. Ibiskos, 2008</small></strong></p>
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		<title>Donne e tecnologie: superiamo gli stereotipi!</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Oct 2008 18:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Punto rosa]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michela Balocchi L’8 settembre si è tenuta a Milano la conferenza Women&#38;Technologies: research and innovation realizzata nell’ambito dell’IFIP WCC World Computer Congress (www.wcc2008.org). La giornata aveva lo scopo di fare il punto sulla presenza delle donne nel mondo della scienza e delle nuove tecnologie, sui loro contributi all’innovazione, alla creazione e produzione di ICT, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Michela Balocchi</p>
<p>L’8 settembre si è tenuta a Milano la conferenza Women&amp;Technologies: research and innovation realizzata nell’ambito dell’IFIP WCC World Computer Congress (www.wcc2008.org). La giornata aveva lo scopo di fare il punto sulla presenza delle donne nel mondo della scienza e delle nuove tecnologie, sui loro contributi all’innovazione, alla creazione e produzione di ICT, sui passi avanti fatti nel superamento degli stereotipi di genere in questo ambito, e sulle buone pratiche di avvicinamento delle giovani alle nuove tecnologie attraverso un confronto a livello internazionale.</p>
<p>I temi trattati sono stati “Donne e ICT in Europa”, “Art and affective computing”, “Interazione e dialogo nelle Comunità sul Web del futuro”, “Innovazione nelle imprese e nelle istituzioni” (www.womentech.info). L’approccio alle nuove tecnologie &#8211; insieme alla risoluzione dei problemi di genere connessi al loro uso, creazione e produzione &#8211; è stato generalmente un approccio olistico e multidiscipliare, attraverso cui si è sottolineata la necessità di considerare gli aspetti sociologici della scienza così come il fatto che essa stessa <strong>è un prodotto umano e non neutro al genere.</strong></p>
<p>È stato tratteggiato un breve quadro sull’ancora scarsa presenza di giovani studentesse nelle discipline tecnico-scientifiche in Italia e sulla <strong>forte asimmetria di genere</strong> presente al loro interno tra i diversi corsi: per esempio ad ingegneria, una facoltà in cui la presenza di ragazze è molto bassa, si passa dal 40% di donne nell’area bio-medica ad appena il 4% in quella meccanica (dati relativi al 2005, Badaloni). Le relatrici, che non si sono soffermate sugli effetti (pur determinanti) della socializzazione primaria e secondaria sulle scelte educative, hanno posto l’attenzione sui processi di selezione delle donne una volta inserite nei luoghi di ricerca e di lavoro: coloro che controllano l’accesso alle carriere sono prevalentemente maschi, i meccanismi di omofilia, soprattutto ai livelli alti di carriera, rimangono molto forti. Si sente la necessità di portare un’ottica di genere nei contesti decisionali e di <strong>aprire spazi alle donne per porre fine allo spreco di risorse, talenti e intelligenze femminili</strong> in questo paese. Da più parti viene sottolineata l’esigenza di un maggior equilibrio tra vita privata e lavoro, e per questo è necessario un maggior intervento mirato da parte dello Stato in collaborazione con il mondo del lavoro: si parla, per esempio, di “servizi universali” per l’infanzia (Badaloni e Locatelli), che siano presenti in ogni parte del mondo perché fare ricerca significa anche essere disponibili ad un’alta mobilità, ma la cura dei familiari ostacola la mobilità delle donne, data la persistente disparità di genere nella divisione del lavoro familiare anche tra le coppie più istruite.</p>
<p>Una recente ricerca di Bencivenga sulle donne adulte che non usano o usano poco il computer solleva il problema dell’auto-svalutazione da parte delle donne e dell’immagine che spesso hanno e danno di sé, che riflette gli stereotipi antifemminili correnti secondo cui le donne sarebbero, tra le altre cose, “naturalmente” lontane dalla tecnologia e dalla scienza. Emerge fortemente la necessità di rendere scienza e tecnologia interessanti soprattutto per le giovani e giovanissime (Pollitzer). Un modo è anche quello di <strong>trovare modelli di ruolo potenti cui poter fare riferimento in campo scientifico</strong>, innanzitutto togliendo dall’invisibilità le donne che hanno contribuito e contribuiscono ai progressi della scienza. Dal lato delle adulte, invece, è importante anche il ruolo svolto dalle figlie nell’insegnare l’uso delle nuove tecnologie alle proprie madri (Bencivenga).</p>
<p>Nella sezione pomeridiana “Art and Affective Computing: Interaction and Dialogues in Communities on the Future Web” (concomitante alla sezione “Innovation in Enterprises and Institutions”), si è parlato della rete come del più grande spazio pubblico che si sia mai conosciuto fino ad oggi, con le potenzialità e i rischi a ciò connessi (Cortiana): la rete fornisce enormi possibilità di estensione delle relazioni sociali, di allargamento, arricchimento e condivisone della conoscenza, ma a questo si collegano anche problemi di inclusione e di ineguaglianze nel suo uso e nell’accesso così come la necessità di stabilire regole chiare, una sorta di <strong>Bill of Rights di Internet</strong>.</p>
<p>A proposito di inclusione, De Cindio si è soffermata sul <strong>diritto di cittadinanza in rete</strong>, (e)-citizenship, per le donne, e sulla necessità di creare strumenti adeguati per l’allargamento della e-participation e anche della e-deliberation, cui guarda con generale ottimismo nonostante i risultati non così lusinghieri di molte delle sperimentazioni italiane di questo tipo. I dati da lei riportati sulla partecipazione dei cittadini ad alcuni siti civici della Lombardia mostrano una ancora bassa partecipazione, soprattutto laddove la pubblica amministrazione ha meno concretamente investito nei progetti, e una ancor più scarsa partecipazione delle donne: il 20% sul totale nella sperimentazione della rete civica di Mantova, il 30% a Vigevano e a Milano, il 16% a Brescia (su un totale rispettivamente di 78, 120, 2130 e 137 partecipanti). Dalle prospettive top-down alle potenzialità delle net community e del web 2.0. Bonomo si interroga sulle caratteristiche delle communities on line, sul loro funzionamento, sugli incentivi (per lo più non monetari) su cui si basano (sentirsi efficaci, ottenere riconoscimento e reciprocità), e sulle caratteristiche dei leaders delle comunità. Si domanda perché tra i leaders prevalgano ancora gli uomini anche in una comunità spazio dell’auto-imprenditorialità come quella di e-bay, in cui le barriere all’accesso (a parte quelle strutturali) sono molto basse, e in cui tra i primi contributors più della metà sono donne (il 56%), e dove, però, i primi 10 venditori rimangono uomini. Si ricorda qui <strong>l’importanza della socializzazione all’uso della rete come strumento ludico</strong> fin dalla giovane età, ma anche dell’importanza ricoperta dai “giochi di ruolo” che funzionano da laboratorio per sviluppare capacità di leadership e che sono giochi ancora svolti per lo più da giovani maschi (l’85% sul totale) intorno ai 27 anni, che vi dedicano una media di ben 22 ore alla settimana.</p>
<p>Interessante anche l’intervento di Lisetti che presenta alcuni suoi studi sull’affecting computing (filone che ha avuto molte donne pioniere dagli anni ’90 in poi) e le diverse possibilità di applicazione pratica: non solo le espressioni negli avatar, ma anche l’emotion recognition per riconoscere le emozioni nei volti di piloti d’aereo, astronauti, sommozzatori, così come le attrezzature tecnologiche per monitorare i pazienti reduci di guerra che si trovano lontani dai centri medici e per stabilire una efficace comunicazione paziente-medico in contesti difficili.</p>
<p>La giornata di convegno è stata anche l’occasione per assegnare il premio <strong>Le Tecnovisionarie® 2008</strong>, che ha visto vincitrice Fiorella Operto per il suo impegno volto a combattere le disuguaglianze di genere coinvolgendo giovani donne nella scienza e nella tecnologia, in particolare nel campo della robotica, per esempio rafforzando l’autostima delle ragazze nelle loro capacità tecniche, e creando robot con programmi capaci di catturare l’interesse femminile che è raramente orientato all’offerta tipica del mercato di robotica quasi esclusivamente focalizzato su macchinari da guerra e giochi da combattimento. E l’esperienza insegna che corsi che tengano conto di interessi “altri” e differenti da quelli tradizionalmente dominanti hanno un valore aggiunto non solo in termini di inclusione di chi si ritrova solitamente escluso, ma anche in termini di mantenimento dell’interesse di chi è già ben inserito. La robotica è una tra le discipline maggiormente dominate dalla presenza (azione e impostazione) maschile tradizionale.</p>
<p>Le menti creative di donne e uomini, però, se libere di esprimersi, possono <strong>superare certi condizionamenti e barriere ideologiche</strong>: diventa allora fondamentale trovare più spazi di accesso per le giovani e combattere vecchi stereotipi dicotomici sulle presunte diverse capacità e preferenze di donne e uomini che relegano gli uni e le altre in una rigida divisione di compiti, mansioni e conoscenze, soffocando le potenzialità delle singole persone.</p>
<p><small><a title="Server Donne" href="http://www.women.it/cms/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=493&amp;Itemid=83">Server Donne, 28 ottobre 2008</a></small></p>
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		<title>E il Novecento finisce su una nave dei clandestini</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Sep 2008 22:15:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Ines Valanzuolo L’ultimo libro di Maria Rosa Cutrufelli: il 900 in sette storie di donne. L’ultimo libro di Maria Rosa Cutrufelli “livre de chevet” non da “ombrellone”, in quattrocentosessanta pagine ricostruisce momenti particolari della storia del Novecento. D’amore e d’odio &#8211; come dice il titolo del libro &#8211; ma anche di speranze e tenerezza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Ines Valanzuolo</p>
<p><strong><small>L’ultimo libro di Maria Rosa Cutrufelli: il 900 in sette storie di donne.</small></strong></p>
<p>L’ultimo libro di Maria Rosa Cutrufelli “livre de chevet” non da “ombrellone”, in quattrocentosessanta pagine ricostruisce momenti particolari della storia del Novecento. D’amore e d’odio &#8211; come dice il titolo del libro &#8211; ma anche di speranze e tenerezza è fatta la storia d’Italia che sette donne ci consentono di conoscere e in parte rivivere.</p>
<p><strong>Nora, Elvira , Isa, Leni, Carolina, Sara, Delina </strong>contemporaneamente sono generanti, generate e maieutiche di una data indimenticabile della storia italiana del Novecento: dal 1917, anno della sconfitta di Caporetto, via via al 1922 dello squadrismo fascista a Torino nella cosiddetta “ notte di San Bartolomeo” contro le organizzazioni operaie, al 1943/46 dell’Italia del Sud tra l’armistizio e la fine della guerra, al 1972 di Bologna di operaie, studentesse e probabili connivenze tra il movimento studentesco e le Olimpiadi del “massacro” di Monaco, al 1989 della caduta del muro di Berlino, al 1994 del litorale ionico a nord di Siracusa, tra il disastro dell’inquinamento industriale e del terremoto, fino al 31dicembre del 1999 e la tragedia dei clandestini.<br />
In un lingua italiana fluida, in cui il lessico dello storico, della passione politica, accetta di ammorbidirsi nella semplicità del quotidiano, nella tenerezza dell’amore, di registrare rapidi spostamenti nel tempo e nello spazio con semplici intercalari dialettali, é un romanzo storico complesso.<br />
Il vero storico è rappresentato dalla complessa e circostanziata ricostruzione di un avvenimento particolare del Novecento, nel quale si delinea di volta in volta il vero poetico di <strong>una figura femminile che accelera il processo storico in atto</strong>, non tanto partecipando, quanto portandovi un di più di intelligenza, ricerca, coraggio, rompendo schemi, ordine sociale, convenzioni.</p>
<p>E così Nora, di famiglia atea, militante <strong>pacifista</strong>, dopo la morte del marito da cui si era separata perché interventista, nel 1917 va come infermiera volontaria al fronte con la Croce Rossa. Guardata con sospetto come disfattista, denunciata dal Cappellano militare ad una ispettrice, nel dolore della morte e delle ferite che cura coscienziosamente non cerca l’espiazione per il suo comportamento nei riguardi del marito ma, nel culmine del disastro bellico, in corsia, osando dire ”bisogna avere il coraggio di chiamarli per quello che sono: morti, non caduti. Morti ammazzati…….Nora ha trovato la conferma delle sue ragioni e del torto del marito Matteo Fenoglio che era socialista ma aveva accettato la guerra..” e la forza di continuare la sua attività politica.<br />
La stessa tecnica narrativa è intrigante e complessa “suggerita”, dichiara l’autrice, da Abraham B. Yehoshua: <strong>le vicende sono ricostruite da un personaggio che narra e risponde a domande e ragioni di un interlocutore</strong> le cui parole non sono scritte ma solo ascoltate, intuite e spesso mentalmente formulate anche da chi legge emotivamente coinvolto.<br />
Queste donne quindi sono tutte raccontate da altri, spesso uomini, solo l’ultima, Delina, rispondendo per posta elettronica “diventa testimone di se stessa”.<br />
Alla fine del secolo, dicembre 1999, fotografa inviata a Crotone per seguire le vicende di 300 curdi raccolti nel Mediterraneo in attesa di permesso di sbarco, riesce ad accettare la sua storia di figlia di un italiano e di una albanese, abbandonata alla fine della seconda guerra mondiale. Il percorso ormai è segnato dalle donne che l’hanno preceduta e finalmente <strong>può raccontarsi</strong>. Ricorda: sulla nave dei clandestini in attesa “Fu come infilarsi in uno strappo della realtà…..m’infilai là dentro e navigai all’indietro..” e nel presente, perché tra quei clandestini ritrova lo stesso “odore caldo e fradicio della treccia di sua madre”, odore che” adesso arriva a folate da ogni angolo del Mediterraneo.”<br />
E il Novecento su quella nave nel Mediterraneo è veramente finito.</p>
<p>Maria Rosa Cutrufelli &#8211; <em><strong>D’amore e d’odio</strong></em>. Editore Frassinelli</p>
<p><a title="Il Paese delle donne on line" href="www.womenews.net">Il Paese delle donne on line, 8 settembre 2008</a></p>
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		<title>Che prezzo ha il (dis)onore?</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Sep 2008 11:54:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Punto rosa]]></category>
		<category><![CDATA[donne_palestinesi]]></category>

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		<description><![CDATA[Per le donne palestinesi in Israele il prezzo dell&#8217;onore è ancora troppo alto scritto per peacereporter da Margherita Drago L’11 marzo 2008 una ragazza di 19 anni veniva quasi uccisa da suo fratello, nel suo villaggio di Na’ura, vicino ad Afula in Galilea. L’omicidio era stato pianificato da tempo ma, per fortuna, la ragazza si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><small>Per le donne palestinesi in Israele il prezzo dell&#8217;onore è ancora troppo alto</small><small></small></p>
<p>scritto per <a title="porta al sito di peacereporter" href="http://www.peacereporter.it">peacereporter</a> da Margherita Drago</p>
<p>L’11 marzo 2008 una ragazza di 19 anni veniva quasi uccisa da suo fratello, nel suo villaggio di Na’ura, vicino ad Afula in Galilea. L’omicidio era stato pianificato da tempo ma, per fortuna, la ragazza si è salvata la vita fingendosi morta dopo essere stata ferita alla testa da una pallottola. Il fratello, preso in consegna dalla polizia, è stato applaudito e lodato per la sua coraggiosa azione dalla famiglia e dalle persone presenti alla scena. Il 16 marzo 2008 Sara Abu Ghanem 40 anni, è stata ferita in un altro tentato omicidio a Jawarish, quartiere di Ramla vicino a Tel Aviv. Aveva divorziato dal marito e voleva rendere ufficiale la sua relazione con un altro uomo, di religione ebraica. In sei anni Sara è la nona vittima d’onore nella famiglia Abu Ghanem. 8 donne prima di lei sono state uccise. Entrambe le storie testimoniano gli ultimi crimini d’onore registrati nel 2008 tra la comunità palestinese in Israele.<br />
In Israele le donne palestinesi sono sottoposte a tre diversi tipi di discriminazione, che si sovrappongono come degli strati sotto la quale la vittima viene seppellita. La prima discriminazione avviene in tutto il mondo per lo stesso motivo: sono donne. In secondo luogo sono donne palestinesi in Israele, e per questo cittadine di serie B, in un paese dove la loro cultura e storia collettiva non viene riconosciuta: i palestinesi in Israele vengono indicati come arabi israeliani, denominazione che generalizza appositamente la presenza palestinese in Israele. In terzo luogo sono donne palestinesi e come tali discriminate nella stessa comunità araba di appartenenza.<br />
La minoranza palestinese in Israele conta il 20 percento della popolazione e vive soprattutto in centri rurali e villaggi. A partire dalla Nakba del 1948, la nascita dello Stato di Israele, la società palestinese è passata da una leadership tradizionale a una forma politica più organizzata, che ha  cercato di lottare per l’uguaglianza dei diritti civili dei palestinesi in Israele, e di sviluppare un’agenda per unire la comunità palestinese in Israele. Cercare l’unità ha fatto sì che i problemi che le donne palestinesi affrontavano quotidianamente, inclusi i crimini d’onore, passassero in secondo piano in nome di una causa più “nobile” e importante. Parlare di crimini d’onore veniva percepito come un tentativo di rompere i delicati equilibri creatisi tra diversi gruppi politici e sociali all’interno della società palestinese, già sotto pressione del governo israeliano.<br />
Nel 1991 al-Fanar è stata la prima organizzazione femminista palestinese a protestare contro l’uccisione du una ragazza da parte del padre. Il motivo era la gravidanza della figlia al di fuori del matrimonio. Il processo mise in luce che la ragazza era stata vittima di una violenza commessa da un parente, e che il padre ne era direttamente a conoscenza. Il tabù del crimine d’onore veniva sfidato pubblicamente per la prima volta all’interno della società palestinese in Israele. Prendere coscienza dell’esistenza del problema fu un grande progresso: durante gli anni ’90 sono stati fatti molti passi avanti, attraverso la formazione di coalizioni di attiviste e intellettuali palestinesi, che si inseriscono nella comunità locale. Grazie a centri anti-violenza, centri di emergenza, assistenza sociale, psicologi e avvocati, le vittime di violenza trovano supporto, aiuto e spesso un luogo sicuro dove rifugiarsi.<br />
I crimini d’onore non sono scomparsi in Israele. Da una ricerca condotta da Women Against Violence, associazione palestinese di Nazareth, risulta che un “buon” motivo per uccidere può essere il “modo di vestire e comportarsi”, “fumare”, “lasciare la casa senza permesso”, “la richiesta di divorzio” o il “rifiuto di relazioni sessuali in matrimoni forzati”, “relazioni extraconiugali” o “voci di relazioni extraconiugali”. Eliminando l’elemento disturbatore, l’onore è ristabilito e la famiglia può continuare a essere rispettabile agli occhi della società. In una cultura dove la donna è vista come il ricettacolo dell’onore familiare, ogni suo gesto, il suo modo di parlare, di comportarsi, di vestirsi, si carica di significati e conseguenze sociali. Le bambine, le ragazze, le donne sono coscienti della loro responsabilità fin dall’infanzia. É questo il principale motivo per cui un’altissima percentuale dei crimini e delle violenze non viene denunciata. Il 55 percento delle donne non denuncia le violenze subite e il rapporto aumenta se si prende in considerazione anche la violenza sessuale all’interno del matrimonio.<br />
La voce della donna rimane silenziosa anche in tribunale. La vittima spesso non è fisicamente presente all’udienza o le sue parole vengono usate a suo discapito: il suo comportamento ha provocato l’aggressore e lo ha forzato ad usare la violenza. I tribunali israeliani non danno molto peso ai reati d’onore in quanto visti come “una tradizione araba”. Il carnefice solitamente non viene punito con una pena adeguata, spesso solo 2-3 anni di carcere. “Queste sono le loro usanze, questa è la loro tradizione”  è la frase spesso registrata in tribunale, per giustificare i crimini d’onore come una questione interna alla famiglia. La negligenza della polizia e dei servizi sociali fanno il resto.<br />
Grazie alla testimonianza della madre e di un’altra sorella, in marzo, il tribunale ha condannato a 16 anni Kamil Abu Ghanem per aver ucciso sua sorella Hamda nel 2007. Il corpo è stato ritrovato solo lo scorso gennaio. Queste due coraggiose donne hanno rotto il muro del silenzio che le circondava da troppi anni, a rischio della loro stessa vita, per interrompere la catena di omicidi nella loro famiglia. Il caso di Sara Abu-Ghanem è l’ultimo esempio, per le donne palestinesi in Israele l’onore ha ancora un prezzo troppo alto.</p>
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		<title>LE ESCLUSE di Gemma Volli: fra genere e storia</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jul 2008 00:24:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Golfera</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Maria Corti, studiosa di letteratura, considera l’autobiografia di Sibilla Aleramo, “Una donna”, uscito nel 1906, ‘una dichiarazione di guerra’. Originale “ritratto di signora” che, scegliendo di vivere ‘solo per sé’, attraversa la cultura italiana di mezzo secolo. Scelta ardua, anzi impossibile per le “Le escluse” di Gemma Volli, che pubblica la sua raccolta di novelle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Maria Corti, studiosa di letteratura, considera l’autobiografia di Sibilla Aleramo, “Una donna”, uscito nel 1906, ‘una dichiarazione di guerra’. Originale “ritratto di signora” che, scegliendo di vivere ‘solo per sé’, attraversa la cultura italiana di mezzo secolo.<br />
Scelta ardua, anzi impossibile per le “Le escluse” di Gemma Volli, che pubblica la sua raccolta di novelle nel 1938, presso l’editore Cappelli di Bologna. Provvidamente ristampata nel 2006 da Ibiskos Editrice, offre l’opportunità al lettore e allo studioso di indagare la condizione femminile nell’Italia del Ventennio e di godere di una letteratura di genere di buona qualità.<br />
Il libro mette in scena una serie di figure femminili, donne ritratte nel passaggio fra giovinezza e maturità, quando, nel tentativo di costruire la propria vita, lo scontro fra aspirazioni e vincoli psicologici e sociali, può farsi drammatico. Donne che per debolezza psicologica, economica o sociale non riescono a sostenere il conflitto, accomunate tutte dalla medesima condizione di vinte. E gli echi verghiani, nel tema di un destino inesorabile coi deboli, nello stile asciutto e nello sguardo oggettivo, certo non mancano.<br />
Se l’urlo dell’Aleramo è il segnale di una rivolta, l’amaro disincanto della Volli costituisce una specie di tregua prima del riscatto. Solo dopo la seconda guerra mondiale le italiane saranno parificate sul piano delle leggi e passeranno ancora anni prima che termini come ‘emancipazione’ e ‘femminismo’ acquistino significato non solo per le élites.<br />
Molte cose erano già cambiate, in realtà, nel periodo che intercorre fra l’uscita dei due libri. Le donne, soprattutto quelle urbanizzate, anche in seguito all’esperienza della prima guerra mondiale, si erano affacciate in maggior numero al mondo della cultura e del lavoro.<br />
Il Fascismo, pur con atteggiamenti non univoci, impone una sorta di freno, esaltando il modello di una società ‘maschia’ che attribuisce al femminile il ruolo di custode e garante dei valori maschili. Certo esistono nella pratica delle eccezioni. Negli ambienti intellettuali alcune donne giocano un ruolo importante, come in tutte le epoche, del resto. Margherita Sarfatti, entusiasta biografa del Duce, ne è un esempio. Ma anche Grazia Deledda, Ada Negri, per citare solo le più famose. La stessa Aleramo, dopo un vago antifascismo, riesce ad ottenere, per interessamento della regina Elena, nel 1933, una pensione di 1000 lire al mese. Esisteva un’Associazione nazionale fascista delle donne artiste e laureate, ma si trattava di ‘corvi bianchi’ o ‘pecore nere’ a secondo di come la si voleva intendere<br />
Ugo Volli nella bella prefazione a “Le escluse” individua nel testo un dualismo, più che sociale o di genere, (gli uomini sono pochi e generalmente ininfluenti rispetto al destino femminile), fra debolezza e forza. Osserva come ogni successo vi emerga quale frutto della “necessaria dose di insensibilità e disprezzo” (pag. 27) e che nella scelta dell’autrice di mettere in scena coloro su cui il sipario resta perennemente calato, sta la vocazione “provocatoria” e scandalosa del libro, in un contesto culturale che tende alla retorica e al trionfalismo.<br />
La maestra Paola, protagonista del racconto “Ai margini della felicità” osserva “che si fa più strada a essere cattivi, e che a esser buoni non si è apprezzati nemmeno dai propri parenti” (pag. 52). Morale che ritorna spesso: il successo come eco lontana di chi ha saputo tacitare ogni scrupolo, di chi ha oltrepassato la barriera morale che si frappone fra sacrificio di sé o degli altri.<br />
Quel salto che Sibilla Aleramo riesce a compiere rinunciando al figlio, spezzando quel ricatto sentimentale cui i personaggi di Gemma Volli non sanno tener testa.<br />
Se l’Aleramo è un simbolo di successo, “le escluse” rappresentano tutte coloro che in qualche modo la vita ha deluso, cui è stato sottratto qualcosa, in termini di affetti, di ruolo sociale, di riconoscimento. Cui resta solo la cruda coscienza del proprio soccombere.<br />
Donne sole che già nel loro contesto familiare risultano marginali, orfane o figlie su cui, per carattere o altro, le madri non hanno investito. Che non avendo goduto dell’accoglienza materna non maturano fiducia in sé stesse e il cui tentativo di rivolta resta illusorio e velleitario. Grande intuizione dell’autrice di origine triestina, che certo non ignorava le moderne teorie psicoanalitiche. Donne che stentano a trovare una propria collocazione anche all’interno di ciò che la società destina loro: il matrimonio o comunque un lavoro di cura. La cui debolezza è innanzi tutto interiore, inermi di fronte a una condanna sociale sostanzialmente condivisa.<br />
Sandra, protagonista de “Il peccato”, non a caso il racconto che chiude la raccolta, sconta con la morte della madre e un conseguente devastante senso di colpa, l’aver cercato in un amore gaio e leggero compensazione ad una vita tetra e sacrificata: “Mamma non morire, non lasciarmi sola col mio rimorso, perché io so di non meritare questa pena atroce. Io ti vorrò tanto bene, non cercherò altri affetti, non penserò ad altri che a te!” (pag. 215-216).<br />
Dora de “La vinta che ritorna” è ormai rassegnata alla regola degli affetti per cui “è legge di natura amare di più chi pretende di più, dare più amore a chi pretende più sacrificio…Perché avrebbe dovuto volerle bene sua madre, proprio a lei che non le aveva mai chiesto niente…l’unica dei suoi figli che non aveva avuto bisogno…?”(pag. 139)<br />
Quanto diversa la vicenda di Sibilla Aleramo, già da bambina indiscussa prediletta del padre, che giovanissima si muove nel mondo con “l’andatura rapida di persona affaccendata” (“Una donna” Feltrinelli 1997, pag19), sicura di sè tanto da suscitare soggezione, oltre che nei fratelli minori, alla stessa madre.<br />
Anche Sibilla è una donna sola, ma la sua è una solitudine elettiva, che la pone ai margini per così dire ‘alti’ del suo ambiente e che la spingerà a cercare oltre i propri orizzonti anime a lei simili. L’isolamento de “Le escluse” è invece il segno della loro inconsistenza sociale e psicologica, il marchio di una colpa, la condanna di chi non riesce ad intravedere alcuna alternativa alla propria condizione.<br />
Non riescono a costruire, tranne poche eccezioni, rapporti autentici, tantomeno un ambiente di riferimento, scontando spesso l’ostilità delle proprie compagne di sventura, perché, in una società che le marginalizza, la lotta è accanita. Solo la maestra Paola Sandri di “Ai margini della felicità” riesce ad intravedere per un po’ la possibilità di vivere in modo diverso, proprio attraverso la solidarietà, o almeno la simpatia di altre ragazze: “Aveva conosciuto ragazze che vivevano sole come lei, ma che lungi dall’avvilirsi, cercavano di approfittare della loro libertà…Come si divertì quell’anno! com’era soddisfatta di sé e degli altri! Soltanto quell’anno, il solo, in tutta la sua vita.” (pag. 52-54)<br />
Torna in mente la vicenda della giovane maestra Ada Negri che proprio dalla condivisione della sua esperienza con altre compagne, trova impulso a una tenace autoaffermazione.<br />
Anche la maestra Paola aveva sognato di “uscire dalla piccola vita, facendosi conoscere…in un modo o nell’altro” (pag. 46). Ma poi “ convinta dell’impossibilità di riuscire, si era rassegnata a vivere nell’ombra” (pag. 46).<br />
Impossibilità e rassegnazione sono la vera cifra di tutte le storie, donne la cui unica forza si esplica nella capacità di servire e di sopportare, nella inesorabile fatica di un lavoro modesto, senza prospettive: “tutto ciò che aveva ottenuto nella sua vita lo aveva raggiunto con lenta e costante fatica” (pag.45).<br />
Esse appartengono proprio a quella “gran folla delle inconsapevoli, delle inerti, delle rassegnate, il tipo di donna plasmato nei secoli per la soggezione” (Una donna, op. cit. pag 114), che la coraggiosa Sibilla compiange.<br />
Che Gemma Volli conoscesse il mondo di quelle donne sole, impiegate, maestre, sarte…che la vita rischia ogni momento di sommergere, lo si può rintracciare nella sua biografia. Pur nata in una famiglia benestante, la morte precoce del padre le fece probabilmente patire il venir meno della sicurezza, quel sentimento della vita come qualcosa di stabile, di cui benessere e felicità costituiscono il naturale coronamento. Il lavoro delle sorelle, le borse di studio per accedere all’Università, poi l’insegnamento in giro per l’Italia e infine l’esclusione dalle scuole superiori per una legge fascista che riteneva le donne inadeguate a formare ‘virilmente’ i giovani italiani, sono tutti elementi che possono averla spinta ad avvertire una sorta di malinconica vicinanza a quel mondo che pure non era il suo. Della sua stessa madre, costretta ad affittare alcune stanze della grande casa, si trova forse eco nel personaggio di scià Silvia del racconto “In riviera” che, incappata nella sventura del suicidio dei propri inquilini, così si difende: “Io sono di buona famiglia, non sono un’affittacamere: ma ora sono costretta, per far studiare mia figlia…capirà, sono una povera vedova” (pag. 90).<br />
Tutte creature che Gemma ha sfiorato, donne come lei, sulla natura e sul destino delle quali si è certo interrogata. Rispetto alle quali ha probabilmente anche marcato la propria differenza, prima fra tutte il possesso di quel grande strumento di riscatto e autovalorizzazione che è la cultura. Segnata oltretutto dalla peculiarità di una storia e di un’appartenenza che, pur nell’illusione della comune italianità, andava a configurarsi come qualcosa di ‘altro’. Gemma, ebrea triestina, era nata Wohl. Come molti correligionari della città era stata un’irredentista e aveva applaudito all’assegnazione di Trieste all’Italia. Ma proprio per la sua appartenenza regionale aveva avvertito prima di altri come il nazionalismo fascista mirasse alla cancellazione di ogni diversità, macchia dell’identità nazionale, avviando una campagna d’intolleranza verso gli slavi di quelle terre. Italianizzò il suo cognome in Volli. Contemporaneamente affluivano a Trieste profughi ebrei cacciati dalla Germania, perlopiù diretti in Palestina. Gemma si dedicò con passione alla loro causa. Lei stessa nel 1935 compì un viaggio in quelle terre ancora ‘esotiche’.<br />
Insomma la radicalità della sua condizione di ebrea in un’Europa che si riscopre antisemita, procede di pari passo con l’incongruenza dell’essere donna in una società che esalta la forza virile come valore primario.<br />
La doppia empasse dell’autrice, donna e ebrea, culmina proprio nel 1938, data di pubblicazione del libro e di promulgazione delle leggi razziali.<br />
Perdita della condizione di ‘cittadina’, caduta di ruolo, ma anche di status economico, tutti elementi che sembrano risospingerla verso il mondo umile e affaticato delle escluse, ma da cui ancora una volta trova riscatto nella presa di coscienza, orgogliosa e consapevolmente assunta, della propria radice ebraica. Le donne, escluse dai privilegi, che tutto devono conquistare con la propria tenacia, meno abituate dell’uomo a fare del riconoscimento sociale misura del proprio valore, sembrano sopportare meglio dei loro compagni le situazioni difficili e i ribaltamenti della fortuna.<br />
Che Gemma Volli, dopo il 1938 si dedichi in modo esclusivo a quella vocazione di storica dell’ebraismo, che già precedentemente si era manifestata, avviene nel segno di una discontinuità solo apparente.<br />
Così l’Aleramo, dopo aver ritentato infinite volte di realizzare il sogno d’amore, quale perfetta armonia fra i sessi, si rassegna a quell’unico che sembra meno legato al capriccio del contingente, cioè quello verso l’umanità tutta, dedicandosi alla lotta politica.<br />
Insomma due intellettuali che, pur attraverso percorsi e vissuti molto diversi, partono entrambe da una riflessione sull’identità femminile, tema che ad un certo punto sembrano accantonare in nome di una appartenenza più vasta e di una lotta più urgente.<br />
Oggi in cui i diritti della donna sono di nuovo messi in discussione e in cui è necessario tornare a riaffermare quelli più elementari quali il diritto alla vita, all’istruzione, alla libertà di scelta, all’autodeterminazione, esistono di nuovo questioni più urgenti?<br />
Le vecchie ideologie predicavano che solo nell’emancipazione dell’umanità si sarebbe realizzata anche quella femminile. Dopo il crollo di tante illusioni io credo esattamente il contrario: che solo la piena libertà della donna garantisca una società libera e democratica per tutti.</p>
<p>
<a title="Libreria Universitaria" href="http://www.libreriauniversitaria.it/libri-autore_volli+gemma-gemma_volli.htm">Gemma Volli &#8211; Le escluse.    Ibiskos Editrice Risolo  2006</a></p>
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		<title>Estetica e filologia di un carcere</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jun 2008 14:04:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La prigione non è una istituzione adatta alle donne Elisabetta Liguori “Potrà in futuro esistere una società senza carcere? ”Questo interrogativo, assieme ad altri dallo stesso derivati, serpeggiava tra i sussurri della sala di Torre del Parco destinata alla giornata di studio sul tema delle “donne in carcere” il 12 giugno scorso. È passato qualche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><small>La prigione non è una istituzione adatta alle donne</small></strong></p>
<p><a title="articoli di Elisabetta Liguori - il paese delle donne" href="http://www.womenews.net/spip3/spip.php?auteur1719">Elisabetta Liguori</a></p>
<p>“<em>Potrà in futuro esistere una società senza carcere? ”Questo interrogativo, assieme ad altri dallo stesso derivati, serpeggiava tra i sussurri della sala di Torre del Parco destinata alla giornata di studio sul tema delle “donne in carcere” il 12 giugno scorso. È passato qualche giorno, ma gli accenti di quella giornata intensa mi risuonano ancora nella testa</em>.&#8221;</p>
<p>È passato qualche giorno, ma gli accenti di quella giornata intensa mi risuonano ancora nella testa.<br />
Tutto è cominciato con la pubblicazione di un film reportage e di un saggio scritto per la Pensa Multimedia e la piena realizzazione di un progetto voluto fortemente da Caterina Gerardi, Rosamaria Francavilla e Sandra Del Bene. Tre donne dai grandi occhi.<br />
Da quello tutto il resto. Il bisogno di approfondimento. Il passa parola. L’inquietudine. Donne che incontrano altre donne prima, ecc&#8230; come spesso accade. Perché le donne spesso segnano l’inizio di grandi trasformazioni. Da queste donne in carcere, in particolare, sono derivate Immagini, reazioni forti, legami, polemiche, dubbi, buoni e cattivi propositi.<br />
Ma veniamo a questa giornata intensa, dunque.</p>
<p>Moltissime le donne in sala, sin dalla mattina. Tra le presenti all’inizio s’è insinuato il sospetto che si potesse finire per parlarsi addosso. Le donne diffidano delle altre donne. Si sa. S’agitavano, si salutavano cortesi ma sospettose, protestano per le sedie scomode, confrontavano abbigliamento e acconciature. Poi, al momento del buio e della proiezione, le immagini hanno avuto il sopravvento su ogni altra resistenza o vezzo. Dopo la visione è scattata istintiva la solidarietà, la riflessione silenziosa. I quesiti.<br />
Tutto questo grazie ad un film che funziona, non v’è stato alcun dubbio a riguardo.</p>
<p>Fortunate le donne che sono riuscite a realizzarlo, incontrando tra le istituzioni coinvolte individui capaci di coglierne a pieno coraggio e potenzialità. Questo film ora c’è, esiste, resisterà nel tempo, possiamo (dobbiamo) usarlo nell’interesse collettivo, a prescindere da quello che sarà il destino futuro delle detenute che ne sono state protagoniste.</p>
<p>Personalmente, sin da subito mi sono resa conto che era valsa la pena far tre giri in macchina intorno all’isolato per trovare un parcheggio e poi decidermi ad acquistare un grattino che valesse l’intera giornata. La proiezione, infatti, ha subito generato tra i presenti un clima d’attesa, un bisogno del tutto rinnovato di capire meglio, di prendere tempo. Di utilizzare il tempo.<br />
Qualcuno in sala ha parlato di docu-fiction, facendo riferimento alla dose massiccia di realtà presente nelle riprese ed alla rappresentazione (non finzione in senso stretto) che le detenute della Casa Circondariale di Borgo San Nicola di Lecce sono state capaci di dare di se stesse.</p>
<p>Non una sezione femminile comune, sia chiaro, ma la sezione ad alta sicurezza. Quella senza privilegi. Quella più oscura. Quella che cerca di contenere soprattutto il crimine organizzato, quello più pericoloso.<br />
A distanza di giorni vedo e rivedo lo stesso riverbero nella mia testa. È la forza delle immagini. Le suggestioni visive devono aver avuto lo stesso peso dei suoni per le tre autrici di questo reportage.</p>
<p>Tutto è metallico. I colori ghiacciati, i rumori di chiavistello freddo, affiancati alle risate stracciate e grossolane e ai giri di luce solare rappresa in pochi metri quadrati. Ciascuno di questi elementi riesce a dare l’idea della sospensione, dello stop, dello spazio bianco da inventare.<br />
Voci che si alternano ad altre voci, voci che sparano, poi frenano, tutte diverse eppure armoniche. Luci omogeneamente espanse dai neon, dentro le quali le detenute intervistate, una per una o tutte insieme, non riescono a nascondersi.<br />
Piccoli dettagli di cella, stracci stesi sulle sbarre ad asciugare, rose di pezza in vasi di vetro, ciabatte che si muovono lungo corridoi grigi, unghie laccate di fresco, tatoo dettagliati come affreschi. Il ritmo del racconto offerto nei sessanta minuti di proiezione è alternato, le donne parlano a rotazione, s’inseguono, si sovrappongono, si contraddicono, così da garantire dinamismo e adesione emotiva. Nessun sentimentalismo, sia chiaro, solo malinconia e carattere.<br />
È per questo che il film ha funzionato a mio avviso. Ha carattere.</p>
<p>Subito dopo il brusio, tra i presenti e la città con noi, ha preso vita il dibattito. Preliminare l’intervento della sociologa <strong>Monica Massari</strong>, dell’Università della Calabria. La sua è stata una dettagliata analisi storico-antropologica del crimine organizzato, dagli anni 80 ad oggi, e, soprattutto, dell’evoluzione del ruolo della donna al suo interno. La visione del film aveva punto l’uditorio a questo proposito.</p>
<p><strong>Le detenute scelte per il video</strong>, con volti duri, mimica serrata e convincente, avevano lamentato una errata percezione del loro ruolo all’interno delle associazioni criminose da parte della magistratura, e il pubblico in sala aveva cominciato a chiedersi che donne fossero quelle: vittime o attrici consapevoli, protagoniste forti o fragili comparse?  Normalizzatrici involontarie di contesti famigliari deviati o sostitute determinate ed essenziali?</p>
<p>Che legge è quella che le condanna? Quello che la sociologa ha voluto evidenziare partendo dal dato numerico (la statistica ci parla di un più ridotto numero di crimini femminili, trend mai posto in discussione) è stata proprio la differenza di genere, sia fuori che dentro il carcere, e la graduale evoluzione delle forme del crimine stesso nel tempo. L’alta sicurezza, in particolare, è una minoranza nella minoranza, ma una minoranza in evoluzione.<br />
Non è mai facile per lo Stato gestire le minoranze, eppure oggi il legislatore ne sta prendendo contezza. Comincia a guardare al futuro.</p>
<p>Studia la natura del crimine, le sua particolarità, quanto le sanzioni dovute. La capacità di delinquere delle donne non ha più nulla da invidiare a quella degli uomini.<br />
Sarebbe opportuno che le donne stesse lo riconoscessero, anche all’interno di un’esperienza come quella del carcere, per acquistare maggiore coscienza di sé, delle proprie capacità, per ripartire proprio da quelle, trasformando i propri errori in punti di forza, i propri vizi in qualità. Capacità relazionali, inventiva, creatività imprenditoriale, forza di carattere, verve emotiva.<br />
Condizioni da usare non contro la società civile, ma per la società civile. È questo l’unico incipit possibile per un percorso di rieducazione autentica, per il vero reinserimento sociale dei detenuti. La società deve usare la materia di cui dispone al meglio. Deve farlo nel suo interesse.</p>
<p>Con questo tipo di consapevolezza personale e con la solidale volontà di istituzioni e della collettività tutta, forse si potrebbe davvero cominciare a parlare di futuro.<br />
Perché il carcere dovrebbe poter costruire il futuro.</p>
<p>Tra i presenti alla giornata di studio, in molti hanno affermato che il carcere, così come è oggi, <strong>non è però una istituzione adatta alle donne</strong>. Perché non tiene conto delle differenze. Della maggior sofferenza femminile, del tessuto connettivo che si muove intorno ad ogni donna, del suo corpo, della sua natura, dei suoi sensi di colpa. Questa differenza non è discutibile. Dal punto di vista strettamente estetico, le celle delle donne sono diverse da quelle degli uomini.</p>
<p>Come ha rilevato con forza anche la rappresentate dell’associazione Antigone, <strong>Paola Bonatelli</strong>, che da sempre si occupa degli spazi carcerari e della vita al loro interno, il caffé delle donne è sempre sul fornello, i pavimenti sono lisi ma sorprendentemente lindi.<br />
Odore di bucato nell’aria, punti di colore sparso, qualche risata. Dal punto di vista comportamentale le donne sono sempre indaffarate in qualcosa, cercano di impegnare fisico e anima, sanno intessere relazioni stabili, creare piccoli gruppi, pur senza sentirsi parte di una categoria in senso ampio, non sono preda di codici fissi, parlano, parlano, parlano, dicono di sé e degli altri, esprimono il disagio, non si adattano, reagiscono e di conseguenza sono indotte a far un uso più massiccio di psicofarmaci.</p>
<p><strong>Esiste un surplus di sofferenza per loro? Sembrerebbe proprio di sì.</strong> Perché le donne sono bachi da seta. Lavorano fili, creano legami, costruiscono connessioni e ne sono quindi responsabili. Sempre. In contesti deviati, disgregati, marginali, come nella normalità o nella piena integrazione.<br />
È dato storico e culturale incontrovertibile: le donne si curano del mondo, pensano al futuro e in qualche maniera lo partoriscono, anche quando non mettono al mondo figli.<br />
Un’esperienza d’interruzione e sosta dolorosa come è il carcere recide dunque tutti quei fili. Punisce e cancella. <strong>Priva le donne del loro ruolo</strong>, le isola e viola, molto di più di quanto non faccia per gli uomini, scatenando sensi di colpa profondissimi nei confronti dei figli, della famiglia, della casa, dei luoghi abbandonati.</p>
<p><strong>E quando parliamo di donne parliamo inevitabilmente di bambini.</strong> Di queste appendici. Debito e credito fondante le loro esistenze. Cosicché l’idea di carcere si intreccia con infinite variabili forme d’amore e sofferenza.<br />
Sarebbe dunque giusto pensare ad un carcere femminile diverso? Che sia retributivo, ma anche umano? O forse ad un carcere diverso per tutti, più in generale? Ecco il punto dolens dell’intera giornata di studio. Ecco la necessità di approfondimento filologico intorno ai discorsi sulla vita carceraria. A chi giova il carcere? Cosa è il carcere? Come lo si può rappresentare?</p>
<p>Tra le relatrici <strong>Silvia Baraldini</strong> mi è parsa la più sicura di sé. _ L’esperienza pregressa e prolungata, presso diversi carceri nazionali e non, ha fatto di lei una donna diversa: lucida, determinata, disinvolta, ed ha reso il suo intervento ancor più pungente, carico di pathos, in qualche modo più spettacolare degli altri, ricco di spunti esotici e internazionali. Miratissimo come un tiro di fonda dritto al bersaglio.</p>
<p><strong>Il cambiamento delle carceri in Italia e nel mondo</strong>, ha detto Silvia, non può che coincidere con il cambiamento degli stessi detenuti, deve essere opera loro, passare per le loro mani, la loro volontà, senza che questo significhi, ovviamente, rinunciare alla sicurezza sociale che ogni società civile pretende. Nessun paternalismo, quindi, ma riconoscimento di diritti, doveri e potenzialità diversificate. Mai fare delle detenute dei mostri o peggio delle martiri, madri demoniache o inette e addolorate, ma donne. Donne consapevoli. Donne capaci di scelte.</p>
<p>Aldilà delle serena maturità della Baraldini, la giornata di studio del 12 giugno è stata comunque segnata da una giusta inquietudine. Conoscere il carcere, discernere nel carcere, cambiare il senso del carcere. Bilanciare gli interessi giuridici che girano intorno all’istituzione carceraria, oggi più che mai al centro di cronaca e approfondimento. Farlo subito.</p>
<p>Ecco <strong>“bilanciare” è il verbo chiave quando si parla di giustizia.</strong></p>
<p>Il magistrato di sorveglianza di Lecce, <strong>Silvia Dominioni</strong>, con il suo intervento finale ha saputo mettere in evidenza, in via di necessaria sintesi conclusiva, proprio questo sforzo estremo e primario.<br />
Il carcere è senza dubbio ultima ratio.<br />
È l’ultimo passo di un primo percorso articolato e il primo di uno successivo, ancor più complesso. Il legislatore è attentissimo a questo e di recente sono state compiute molte scelte politiche e giudiziarie del tutto innovative.</p>
<p>Forse un <strong>maggior coraggio legislativo</strong> e l’attribuzione di una maggiore discrezionalità alla magistratura di sorveglianza, così da consentire alla stessa di distinguere caso da caso e decidere di conseguenza (perché la vera democrazia si cela sempre nel rispetto delle differenze) avrebbe giovato, ma gli anni in corso hanno comunque evidenziato una particolare sensibilità pubblica nei confronti delle diverse realtà carcerarie.</p>
<p>Eppure il carcere c’è. C’è ancora. Ed è sempre conseguenza di una responsabilità penale personale. Come ogni altro atto giudiziario, è figlio di un equilibrio tra contrapposti interessi di pari dignità. Diritti, giustizia e legge. Il diritto delle vittime e quello del reo. I figli del reo e quelli delle vittime. Il bisogno sociale di sicurezza e quello del recupero di chi ha sbagliato. Il giudice è chiamato a servirsi della legge per mediare e far giustizia. Un compito difficile, che delegittimare o sminuire è un errore, le cui conseguenze potrebbero essere incalcolabili. A ciascuno quindi la sua parte. Donne e uomini. È necessario che ciascuno recuperi il senso del proprio ruolo: che la famiglia educhi, che l’insegnante insegni, che le donne crescano, che l’uomo edifichi, che il magistrato costruisca giustizia ed equilibrio, che la società accolga chi vuole essere fattivamente riaccolto.</p>
<p>Possiamo confermarlo: la proiezione cinematografica del 12 giugno scorso ha funzionato. Ha partorito sogni e incubi. E domande. Molte domande. Il cinema funziona così. In una società ideale in cui ogni ruolo sia inteso come fondamentale, ogni differenza rispettata, ogni bisogno riconosciuto e bilanciato, ogni competenza sviluppata, il carcere potrebbe divenire una scatola inutile. Potrebbe. Ma potrebbe anche non accadere mai.<br />
Magari al contrario, senza saperlo, ci muoviamo verso case di costrizione sempre più affollate, odiose, disumane, inevitabili; magari stiamo costruendo con le nostre stesse mani orride sbarre di metallo intorno al nostro universo libero. Magari è così. Sogni e incubi e l’impegno che ne deriva.<br />
Sì, per quel che mi riguarda posso dirlo, il film ha davvero funzionato.</p>
<p><small><a title="il paese delle donne" href="http://www.womenews.net/">il paese delle donne, 19 giugno 2008</a></small></p>
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