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	<title>agli incroci dei venti &#187; paesi in guerra</title>
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		<title>E i talebani? Twittano&#8230; in inglese</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2011 06:31:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[paesi in guerra]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevano bannato la televisione, la musica e il cinema, perché segno dell’immoralità. Oggi, a distanza di 15 anni, twittano. Segno che i tempi cambiano anche per gli studenti più puri del Corano. Quando tra il 1996 e il 2001 i talebani spadroneggiavano in , quasi tutti i prodotti elettronici erano banditi. Fotografare era fuorilegge e chi veniva scoperto in possesso di una videocamera si meritava frustrate in pubblico. Ma poi, con l’arrivo della coalizione internazionale, qualcosa è cambiato. Prima hanno iniziato ad inviare comunicati stampa, poi email e le tanto odiate immagini. Foto e video degli attacchi ai soldati stranieri. Fino al 2011, quando è arrivata on-line, sotto il nome di <a title="alemarahweb" href="http://twitter.com/alemarahweb">alemarahweb</a>, la pagina ufficiale dell’Emirato Islamico d’Afghanistan.</p>
<p><span id="more-730"></span><br />
“L’Emirato Islamico d’Afghanistan – ha detto Zabiullah Mujahid, portavoce dei talebani – si è iscritto a Twitter sei mesi fa”. Ma la svolta è arrivata soltanto il 12 maggio, quando a fianco dei tweets in pashtu sono arrivati quelli in inglese. “È il segno che i talebani stanno abbracciando le nuove tecnologie per affrontare l’importante battaglia della comunicazione” – mi dice Hamiel, un giornalista freelance afgano. “Ma questo non significa che cesseranno la loro guerriglia, fatta non di messaggini ma di attacchi suicidi e mine”.</p>
<p>Fino al 12 maggio, a seguire le “eroiche” imprese della guerriglia dura e pura, erano poco più di 500 iscritti. Oggi, dopo neppure una settimana, i “followers” sono oltre 5800. E c’è anche un altro fronte che si è aperto. È quello della guerra cibernetica con l’account dell’<a title="ISAF" href="http://www.isaf.nato.int/">ISAF (International Security Assistance Force)</a>, quella battaglia che non si combatte sull’impervio terreno delle valli afghane o delle zone tribali, ma dietro ad uno Pc. “Nemici attaccati a Khak-e-Safid. I combattenti ribelli hanno appena ucciso sei poliziotti burattini” – diceva uno dei tanti messaggi in inglese dei talebani, con un link che rimandava ad una pagina “per maggiori dettagli e immagini”. Sulla pagina Twitter dell’ISAF, invece, si poteva leggere “Cosa è questo? I talebani twittano in inglese? Le bugie sono bugie, non importa la lingua”.</p>
<p>Ma il segno che oramai la guerra è anche in rete, sono i 38 tweet lanciati nelle ultime 24 ore. E se fino a qualche giorno fa quelli in inglese erano soltanto quattro, cinque al giorno, oggi sono addirittura 24, contro i 14 in pashtu. Soltanto quattro le pagine che gli studenti del Corano trovano degne di interesse e quindi di essere seguite. <a title="kavkazcenter" href="hhttp://twitter.com/kavkazcenter">kavkazcenter</a>, una agenzia di stampa islamica indipendente con base in Cecenia, fondata nel 1999, che segue eventi nel mondo islamico, nel Caucaso e in Russia, <a title="nunnasia" href="http://twitter.com/nunnasia">nunnasia</a>, un sito di informazione pakistano, <a title="alsomood" href="http://twitter.com/alsomood">alsomood </a>e <a title="FeedTwit" href="http://twitter.com/FeedTwit">FeedTwit</a>, un programma che serve per pubblicare in automatico gli aggiornamenti sul profilo.</p>
<p>“I talebani hanno scoperto il grande potere della tecnologia e la utilizzano in larga misura in loro favore per attrarre nuove reclute” – dice Mohamed Zia Bomia, direttore a Kabul dell’agenzia di stampa Mahal News Agency.</p>
<p>La notizia è arrivata anche agli espatriati di Kabul. La maggior parte ci scherza, ma alcuni la prendono su serio: “I talebani su Twitter? Adesso non potrò più segnalare i miei spostamenti” scrive un Twitter ironicamente. “Pensi che se vogliono rapirti hanno bisogno di Twitter”, le rispondono dall’altra parte della tastiera. Intanto, l’ultimo aggiornamento in tempo reale dalla pagina <a title="alemarahweb" href="http://twitter.com/alemarahweb">alemarahweb </a>parla di “<a title="shahamat" href="http://shahamat-english.com/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=7513:powerful-mine-destroys-american-armored-tank&amp;catid=1:news&amp;Itemid=2&amp;utm_medium=shahamat&amp;utm_source=shahamat-english.com">un corazzato americano distrutto nella provincia di Helmand</a>”. Giusto per ricordarci che la guerra non è finita con l’apertura di un sito internet.</p>
<p><a title="Ubinindo" href="http://www.unimondo.org/content/search?SearchWhere=unimondo&amp;SubTreeArray=1867&amp;SearchText=andrea+bernardi">Andrea Bernardi</a><br />
(<em>Inviato di Unimondo a Kabul</em>)</p>
<p><a title="Unimondo" href="http://www.unimondo.org/">Unimondo</a>, 19 maggio 2011</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Bambini e conflitti armati</title>
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		<pubDate>Tue, 05 May 2009 16:24:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[paesi in guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
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		<description><![CDATA[Sono ancora 56, tra governi e gruppi armati di 14 paesi, le formazioni militari che impiegano &#8220;bambini soldato&#8221;. Lo segnala il Rapporto annuale del Segretario Generale dell&#8217;Onu, Ban Ki-moon su &#8220;Bambini e conflitti armati&#8221; (in inglese .pdf) presentato nei giorni scorsi presso il Consiglio di Sicurezza. Nella lista dei paesi segnalati figurano le forze armate [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono ancora <a title="un.org" href="http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=30567&amp;Cr=children+armed+conflict&amp;Cr">56, tra governi e gruppi armati di 14 paesi</a>, le formazioni militari che impiegano &#8220;bambini soldato&#8221;. Lo segnala il Rapporto annuale del Segretario Generale dell&#8217;Onu, Ban Ki-moon su &#8220;<a title="un.org" href="http://www.un.org/Docs/journal/asp/ws.asp?m=s/2009/158"><em>Bambini e conflitti armati</em></a>&#8221; (in inglese .<a title="download" href="http://daccessdds.un.org/doc/UNDOC/GEN/N09/282/44/PDF/N0928244.pdf?OpenElement">pdf</a>) presentato nei giorni scorsi presso il Consiglio di Sicurezza.<br />
<span id="more-537"></span>Nella lista dei paesi segnalati figurano le forze armate governative della <strong>Birmania-Myanmar</strong>, <strong>Chad </strong>e <strong>Repubblica Democratica del Congo</strong> e i gruppi armati di talebani in <strong>Afghanistan</strong>, le Forces nationales pour la libération (FNL) in <strong>Burundi</strong>, numerosi gruppi armati nella <strong>Repubblica Centrafricana</strong>, i gruppi di Al Qaeda in <strong>Iraq</strong>, le forze di opposizione in <strong>Nepal</strong>, il Governo Federale transitorio in <strong>Somalia </strong>e le Forze armate sudanesi (SAF) nel sud del <strong>Sudan </strong>e gruppi sostenuti dal governo sudanese in Darfur, i gruppi armati delle Tigri Tamil in <strong>Sri Lanka</strong> (Ltte), i gruppi Abu Sayyaf Group (ASG), Moro Islamic Liberation Front (MILF) e New People’s Army (NPA) nelle <strong>Filippine</strong>, le Forze armate rivoluzionarie (Farc) e l&#8217;Esercito di liberazione nazionale (Eln) in <strong>Colombia</strong>, il Lord&#8217;s resistance Army (Lra) in <strong>Uganda</strong>. Diciannove di questi gruppi sono contenuti in tutti gli elenchi annuali pubblicati dal Segretario Generale fin dal 2002.</p>
<p>Il Segretario Generale dell&#8217;Onu ha chiesto al Consiglio di Sicurezza &#8220;un&#8217;azione ferma contro gli Stati che reclutano bambini soldato&#8221; e ha fatto appello a tutte i governi per assicurare che la protezione dei minori nei conflitti armati sia superiore ad ogni altra considerazione&#8221;. &#8220;Esorto il Consiglio a considerare azioni decise per colpire l&#8217;impunità e fermare questi violatori dal continuare a vittimizzare i bambini&#8221; &#8211; <a title="un.org" href="http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=30639&amp;Cr=children&amp;Cr1=armed+conflict">ha affermato Ban Ki-moon</a>. La Rappresentante speciale dell&#8217;Onu per i bambini nei conflitti armati, <a title="wallstreetitalia.com" href="http://www.wallstreetitalia.com/articolo.asp?art_id=716201">Radhika Coomaraswamy, ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell&#8217;Onu</a> di prendere &#8220;misure mirate contro gli autori recidivi&#8221; di violenze, anche sessuali, sui bambini durante le guerre. La responsabile Onu ha precisato che il Consiglio dovrebbe includere sulla &#8220;lista della vergogna&#8221; del meccanismo di sorveglianza e notifica dell&#8217;Onu anche gli autori di &#8220;violenze sessuali&#8221; sui bambini e non soltanto gli omicidi.</p>
<p>Anche l&#8217;<a title="Unicef Italia" href="http://www.unicef.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/5485"><strong>Unicef</strong> si è unita all&#8217;appello del Segretario Generale</a> per porre fine al reclutamento e allo sfruttamento sessuale dei bambini da parte dei gruppi armati nei conflitti. &#8220;Il rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti dei bambini deve essere rafforzato&#8221; &#8211; ha affermato Ann Veneman, Direttore generale dell&#8217;Unicef. Il Rapporto del Segretario Generale, negli Speciali annessi, identifica le parti che reclutano i bambini in violazione.</p>
<p>Il Rapporto considera &#8220;gravi violazioni&#8221; del diritto internazionale il reclutamento e l&#8217;impiego di bambini nei conflitti armati, la loro uccisione e mutilazione, gli stupri e le altre gravi violenze sessuali, i rapimenti, gli attacchi contro scuole e ospedali e il rifiuto di fornire assistenza umanitaria ai bambini. Il Rapporto rileva anche i progressi nella liberazione dei bambini da parte di gruppi e forze armate, come ad esempio nella Repubblica Democratica del Congo, nel Nord Kivu, dove sono stati liberati oltre 1200 bambini dall&#8217;inizio del 2009 o in Burundi, dove sono stati liberati dai gruppi armati 342 bambini.</p>
<p>In una lettera inviata agli Ambasciatori all&#8217;Onu (in .<a title="child-soldiers.org" href="http://www.child-soldiers.org/Child_Soldier_Coalition_letter_to_Security_Council_members_for_debate_on_children_and_armed_conflict.April09.pdf">pdf</a>), la Coalizione &#8216;<strong><a title="child-soldiers.org" href="http://www.child-soldiers.org/">Stop the Use of Child Soldier</a>s</strong>&#8216; sottolinea che &#8220;i risultati di alcuni governi sono deludenti&#8221; e ha chiesto misure più efficaci contro governi e gruppi armati che impiegano minori-soldato, di porre fine a pratiche come la tortura e la detenzione, il rilascio dei bambini tuttora impiegati e migliori strumenti per il loro recupero e inserimento nella società.</p>
<p>L&#8217;organizzazione<strong> </strong><a title="hrw.org" href="http://www.hrw.org/en/news/2009/04/27/un-punish-abuse-children-war"><strong>Human Rights Watch</strong> ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell&#8217;Onu</a> di imporre sanzioni a governi e gruppi armati che reclutano bambini soldato, abusano sessualmente dei minori e compiono attacchi sulle scuole e di promuovere un efficace perseguimento penale dei comandanti responsabili di queste violenze e abusi. <strong><a title="hrw.org" href="http://www.hrw.org/en/news/2009/04/20/taking-next-step">Tra le misure richieste da HRW</a> vi è l&#8217;embargo di armi, il divieto di viaggi e il congelamento dei depositi finanziari</strong>. Il meccanismo repressivo delle Nazioni Unite può portare fino a una causa presso la Corte penale internazionale dell&#8217;Onu (Cpi). Il sistema di sorveglianza dell&#8217;Onu prevede la notifica in caso di sei violazioni gravi: omicidio, mutilazioni, arruolamento di bambini-soldato, rapimento, abusi sessuali e diniego di protezione umanitaria. Ma finora solo i casi accertati di omicidio portavano all&#8217;iscrizione degli autori sulla lista nera che può provocare il perseguimento penale degli autori.</p>
<p>Human Rights Watch ha evidenziato inoltre i casi in cui comandanti militari di Congo e Sri Lanka noti per l&#8217;utilizzo di bambini soldato oggi rivestono ruoli di governo o sono al vertice delle forze armate. Hrw ha anche invitato il Consiglio di Sicurezza ad adottare un&#8217;azione &#8220;più incisiva&#8221; per fermare la violenza sessuale contro i bambini e gli attacchi alle scuole. Dal 2003 al 2006, secondo l&#8217;Unesco, il numero degli attacchi agli istituti è sestuplicato. A marzo in Afghanistan oltre 600 scuole sono rimaste chiuse perche&#8217; possibili bersagli delle milizie anti-governative, mentre nel sud della Thailandia i ribelli ne hanno bruciate 280. [GB]</p>
<p><small><a title="unimondo.org" href="http://www.unimondo.org">Unimondo, 5 maggio 2009</a></small></p>
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		<title>Gli aquiloni di Gaza</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jan 2009 23:11:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Ettore Masina Vi sono momenti in cui la storia e il vangelo si incrociano e pare si confermino a vicenda. Il 28 dicembre di ogni anno la Chiesa rilegge la pagina del Nuovo Testamento in  cui si racconta della strage di bambini di Betlemme ordinata da Erode. La Chiesa definisce quei piccoli con il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="sito di Ettore Masina" href="http://www.ettoremasina.it/">Ettore Masina</a></p>
<p>Vi sono momenti in cui la storia e il vangelo si incrociano e pare si confermino a vicenda. Il 28 dicembre di ogni anno la Chiesa rilegge la pagina del Nuovo Testamento in  cui si racconta della strage di bambini di Betlemme ordinata da Erode. La Chiesa definisce quei piccoli con il nome di Santi Martiri Innocenti. In realtà si tratta di un racconto midrashico, cioè simbolico: nessun testo storico registra un avvenimento del genere nella Palestina di quel tempo. Adesso questo avvenimento e il nome che lo descrive sono diventati realtà: proprio a partire dagli ultimi giorni del dicembre scorso e proprio in  Palestina, decine e decine di bambini vengono uccisi, non da sgherri assatanati ma da un esercito fra i più potenti della Terra con generali, bandiere,  ferrea disciplina, minuziosi piani di battaglia.<br />
<span id="more-452"></span><br />
 Perché Santi e Martiri quei bambini di Betlemme coetanei del Signore? La liturgia risponde con una formula che a me pare stupenda: martiri e dunque santi perché <em>non loquendo sed moriendo confessi sunt</em>, perché non con parole ma con la morte hanno testimoniato il Cristo. Così, una volta di più, la riflessione evangelica coglie il nesso intimo fra il Salvatore e i più poveri dei poveri: il loro destino, la loro storia ignorata dai libri, persino la storia effimera (di pochi giorni, mesi o anni) dei piccini uccisi dalla violenza degli adulti sono storia sacra, inscritta nel mistero della croce. Qualcuno mi ha detto tempo fa che nelle icone ortodosse dell’Epifania la culla di Gesù bambino ha la forma di una bara. (Ma le notizie che arrivano da Gaza mentre scrivo, il 6 gennaio, dicono che la popolazione non riesce più a seppellire i suoi morti).</p>
<p>Non con le parole ma con la morte testimoniano la realtà tutti i piccoli schiantati  dalla nostra follìa o dalla nostra inerzia. Siano i bambini violati dai “turisti del sesso” o quelli schiacciati dalle fatiche di certi lavori “minorili”,  le creaturine vietnamite che nascono deformi a causa dei defolianti disseminati dagli americani durante la guerra; o siano  i ragazzini-soldati di certe aree africane o quelli uccisi, mutilati o psichicamente straziati dai conflitti, come i piccoli afghani e congolesi e sudanesi, quelli israeliani assassinati dai terroristi o, adesso, quelli massacrati dall’esercito israeliano, le vittime infantili del nostro tempo testimoniano che il male distende le sue ali di tenebra in tutte le epoche e i luoghi, e può insediarsi nel cuore di ogni uomo.  I bambini violati e uccisi  accompagnano con le loro ombre il nostro cammino e vanificano con i loro lamenti o i loro insanguinati silenzi la nostra pretesa di essere autori di una civiltà sempre più “umana”: giusta, cioè, libera, generosa. E tenera.</p>
<p>Credo fermamente che nessuno di noi possa “chiamarsi fuori” da queste realtà planetarie, che legami più o meno visibili ci saldino ai mali del nostro tempo e che non sia possibile  uscire dalla nostra inevitabile condizione di carnefici (o, almeno, di favoreggiatori di carnefici) se non cercando di cogliere in tutta la sua valenza le nostre responsabilità. Credo, cioè, che innanzi tutto il nostro dovere non sia soltanto di piangere le piccole vittime ma di conoscere le condizioni storiche che le hanno crocifisse, per vedere se non sia possibile da parte nostra qualche intervento per un mutamento della realtà. Senza questa ricerca di informazioni è come se ci rifiutassimo di vedere il volto di quei bambini, di conoscerne il nome, di ascoltarne il lamento. Questa mancanza di informazioni emerge più che mai, oggi, davanti a Gaza. Mi sembra terribile: su un dramma planetario che da più di sessant’anni  insanguina una Terra santa a tre religioni monoteiste, dunque a miliardi di persone, la gente ha idee confuse o addirittura non ne ha.</p>
<p>Gaza,  la strage di tanti bambini (e dei loro genitori), la nostra pretesa di neutralità o addirittura la nostra compassione pesata al bilancino per l’una e l’altra parte in lotta, sono infatti una tragedia alimentata dalla disinformazione o dalla manipolazione dell’informazione. Se i palestinesi, i loro diritti violati, la libertà che gli viene negata sono così spesso ignorati da noi, cioè condannati, da mezzo secolo, all’insignificanza, è perché l’opinione pubblica internazionale è stata fortemente condizionata dalla propaganda israeliana. È ovviamente impossibile esaminare dettagliatamente  come e perché, ma chi, come me, segue con attenzione, da cinquant’anni la vicenda medio-orientale sa bene che  è un discorso necessario per uscire da una situazione di profonda ingiustizia: e che si possono porre, al riguardo, alcune considerazioni   incontrovertibili. Bisogna cominciare da lontano: dopo la prima guerra mondiale, che aveva disgregato l’impero ottomano, le cosiddette Grandi Potenze  ridisegnarono a loro piacimento, con sprezzante cinismo, la carta geopolitica dell’area. Con tutta la violenza dell’ideologia colonialista, considerarono primitivi e indegni di piena libertà  i popoli arabi: imposero loro monarchi feudali o  regimi corrotti, servili nei confronti di Londra e di Parigi. Fu in quel tempo che si cominciò a progettare, su pressione del movimento sionista, dei suoi amici altolocati e della vergogna dei pogrom europei, uno stato ebraico da erigere nelle antiche terre dei Patriarchi e dei Profeti. Subito dopo la seconda guerra mondiale, il progetto fu tradotto in realtà. Fu la realizzazione di un sogno per gli ebrei, ma una terribile sciagura per gli arabi che abitavano da secoli la Palestina. Su di loro si abbatté come un maglio la cattiva coscienza dell’Europa e degli Stati Uniti per non avere efficacemente impedito il genocidio ebraico: il nuovo stato  fu insediato non già in una regione semi-deserta (“Una terra senza popolo per un popolo senza terra”) come sosteneva la propaganda sionista, ma in una zona popolosa, in cui esistevano condizioni di vita superiori a quelle di certi “cantoni neri” europei. Grandi masse di arabi furono costrette all’esodo dalle terre in cui erano nate, erano nati i loro padri e i padri dei padri dei padri. Per affrettare la fondazione del nuovo Israele, alla crescente opposizione palestinese si contrappose un feroce terrorismo sionista:  la strage della popolazione del villaggio di Deir Yazzin (trucidati 250 uomini, donne, vecchi e bambini), la distruzione di un’ala dell’hotel King David, a Gerusalemme (91 morti), l’assassinio del mediatore delle Nazioni Unite, Folke Bernadotte… Non pochi degli autori di questi atti di terrorismo entrarono poi a far parte dei governi del nuovo Stato. Che io ricordi, non vi furono efficaci censure morali da parte dei politici  o dei mass-media occidentali. Sembrò allora a molti (anche a me, debbo dire) che questi “partigiani” riscattassero con l’ardimento di molte loro imprese l’inerme rassegnazione con la quale milioni di ebrei europei erano andati al macello nei lager. E sembrò  a moltissimi (e sembra ancora) che l’incomparabile gravità della Shoah concedesse ai superstiti una specie di salvacondotto  che permettesse loro qualunque crudeltà. Questa legittimazione alla violenza venne  sostenuta con enorme efficacia dai mass-media vicini alla (o posseduti dalla) ricca diaspora ebraica negli Stati Uniti: ricordo ancora con quanta emozione vidi  film come “Exodus” di Preminger, lessi romanzi come “Ladri nella notte” di Koestler. Anche a me, come a moltissimi cittadini dell’Occidente, la fondazione dello stato di Israele, la guerra del 1948 apparvero l’ultima grande epopea del XX secolo.</p>
<p> A questa “copertura” mediatica non potevano certo rispondere i palestinesi: alcuni “contenuti” in stati non loro (come la Giordania), altri divenuti profughi di precaria sopravvivenza,  altri ancora rimasti minoranza priva di qualunque potere politico nel nuovo stato ebraico. Così, quasi per una reazione spontanea, l’opinione pubblica occidentale introiettò la convinzione, tipicamente razzista,  che il nuovo Stato (non pochi cittadini del quale e molti sostenitori all’estero appartenevano – o erano collegati &#8211; all’<em>intellighentzia</em> occidentale), fosse un caposaldo della civiltà “bianca” nel Medio Oriente,  di fronte a un nazionalismo arabo straccione e feudale.</p>
<p>Le guerre dei regimi arabi contro lo Stato ebraico rinforzarono questa supremazia mediatica: i farneticanti proclami del loro odio, la loro incapacità di promuovere l’idea di uno stato pluralista e laico anziché di due stati creati con   drammatici spostamenti della popolazione locale, rinsaldarono nell’opinione pubblica internazionale l’immagine di un piccolo Israele permanentemente minacciato da una enorme valanga di nemici e dunque costretto a un duro esercizio della forza. Ben pochi si accorsero, nel passare degli anni, che questa immagine era sempre meno autentica perché non teneva conto dei crescenti aiuti e garanzie prestati dagli Stati Uniti allo stato ebraico, tali da creare ormai una realtà inattaccabile dai suoi vicini: uno stato che possiede il quinto esercito della Terra per potenza di fuoco e un rilevante armamento nucleare Chi ha indicato questa evidente realtà, sostenendo che, ormai garantita la sicurezza di Israele, era giunto il momento di chiedergli  un maggiore e sincero assenso a una pace che garantisse giustizia ai palestinesi, è stato sempre messo a tacere con l’accusa di antiebraismo: vorresti forse una nuova Shoah? Tre generazioni di israeliani si sono ormai succedute dalla fondazione del nuovo Stato, accade persino che i nonagenari scampati al genocidio lamentino che il “loro” governo lesini aiuti alla loro vecchiaia, la caratteristica di Israele come “stato-rifugio” per gli ebrei in diaspora è ormai una romantica illusione, ma l’accusa di antigiudaismo viene ancora rivolta a chi critica i governanti di Israele. Qualche volta l’accusa è di “antisemitismo”: i filo-israeliani meno colti non sanno neppure che anche i palestinesi sono semiti.</p>
<p>Le sconfitte arabe hanno consegnato a Israele, di fatto, l’intera area destinata, secondo gli illusori progetti dell’ONU, a uno stato palestinese. Questo avvenimento epocale ha stravolto gli stessi  fondamenti ideali  dello stato ebraico. Nella sua dichiarazione di Indipendenza stava scritto: “Lo Stato di Israele si  dedicherà allo sviluppo di questo paese per il bene di tutti i suoi cittadini; sarà  fondato  sui principi di libertà, giustizia e pace, e sarà guidato dalla visione dei profeti di Israele; garantirà pieni e eguali diritti, sociali e politici, a tutti i suoi  cittadini, indipendentemente dalle differenze  di religione, di razza o di sesso; tutelerà  la libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura”. Di fatto, invece, Israele, quasi sospinta da un vento malvagio, si è trasformata in una potenza brutalmente coloniale che opprime con continue violazioni dei diritti umani un popolo in crescente disperazione. Centinaia di risoluzioni dell’ONU contro questi eccessi sono finiti nei cestini della carta straccia premurosamente forniti dagli Stati Uniti, grazie al loro potere di veto. Hanno vita durissima i pacifisti israeliani, coraggiosi, creativi, incessanti costruttori di ponti fra i due popoli che il cinismo dei governanti distrugge  demolendo ogni speranza di pace. Nello stato ebraico sono presenti, distruttivamente, forze politiche che sognano di costringere gli arabi a un esodo definitivo dalla loro terra, altre, più numerose, che premono per la costruzione di un regime permanente di apartheid  affidato all’esercito perché lo indurisca di quando in quando affinché i palestinesi “non creino problemi “, altre ancora disponibili alla creazione di uno stato arabo ma a pelle di leopardo: bantustan collegati fra loro da esili corridoi. Queste forze eversive si sono sempre schierate (esplicitamente o sotterraneamente) contro ogni piano di pace. Certamente, al riguardo, non mancano responsabilità palestinesi. Vergognosamente traditi dai paesi arabi, condizionati da una frammentazione della loro dirigenza politica, continuamente provocati dall’esercito israeliano, gli abitanti dei territori occupati hanno commesso anche loro profondi errori di valutazione e di azione.</p>
<p>Quarant’anni di dominio militare con l’uso di punizioni collettive (le case abbattute, i blocchi stradali che per giorni e giorni isolano villaggi e città, impedendo il transito persino alle autoambulanze), la diffusione dell’uso della tortura, l’imprigionamento di ragazzi, la chiusura delle scuole, la devastazione degli uliveti, l’erezione di un muro che taglia paesi e li separa dai campi, il sequestro di terre per i villaggi dei coloni armati, hanno avvelenato l’anima dei due popoli. Da un lato (quello palestinese) la ferocia di un terrorismo che per essere segno di disperazione non è meno criminale, oppure una rassegnazione che spinge all’inerzia, la corruzione di buona parte della dirigenza politica, un crescente fondamentalismo  religioso. Dall’altro lato (quello israeliano) l’uso della paura e dei raid come strumento elettorale, una cultura violentemente razzista e nazionalista, la convinzione che gli arabi siano del tutto inaffidabili e persone senza dignità.  I grandi scrittori di Israele (gli Yehoshua, i Grossman, gli Oz….) registrano con dolore questo scadimento etico, che si estende al trattamento dei cittadini arabo-israeliani. Spesso il comportamento delle truppe di occupazione è tanto crudele che quando, ai tempi della prima Intifada, Yitzchak Rabin suggerì ai soldati di non sparare contro i ragazzi palestinesi che lanciavano pietre ma di spaccare loro le braccia, egli fu considerato una “colomba”, un buono e persino un “molle”.</p>
<p> Gli psicologi israeliani denunziano l’insorgenza di nevrosi collettive. Vi sono segni di insensibilità crescente. Eccone uno, di oggi: “Piombo fuso” è un giocattolo donato ai bambini israeliani nella recente festa di Hanukkah.  I generali hanno dato questo nome (Operazione Piombo fuso) ai piani dell’offensiva contro Gaza. I generali sanno bene che metà della popolazione di Gaza ha meno di 15 anni…  E sanno che Gaza e la Striscia, con 2500 persone per chilometro quadrato, sono la più popolosa area della Terra. Bombardarla dal cielo e dal mare, come si sta facendo, o invaderla per combattere casa per casa significa mettere in atto un macello che ricorda certe imprese naziste.</p>
<p>Scrivo queste cose non per esecrare il popolo di Israele, al quale auguro invece di tutto cuore di diventare propulsore di pace e di benessere, ma perché sono convinto che molti non le sappiano, e che, invece, la diffusione della verità sia la strada necessaria alla giustizia. Ma interessa la verità  ai mass-media italiani? Voglio raccontare un episodio al  riguardo. Nel 1991 ero presidente del Comitato della Camera per  i diritti umani.  L’agenzia dell’ONU per i profughi mi invitò a portare una delegazione di parlamentari in visita ai campi in cui si accalcavano decine di migliaia di palestinesi. Fu un’esperienza drammatica: vedemmo un popolo che ci sembrò allo stremo, angariato da anni in mille modi, portato al furore da una congerie di leggi, decreti, bandi militari che ne impedivano ogni crescita e libertà. Ricordo come questa mancanza di diritto fosse evidente a Gaza, immensa metropoli di poverissima gente. Gli occupanti vi applicavano leggi israeliane, egiziane e persino del mandato britannico… Tornati a Roma presentammo la nostra relazione al presidente della Commissione Esteri, Flaminio Piccoli. Egli rilevò che nonostante la diversità politica (la delegazione “andava” da Democrazia Proletaria al MSI), il documento era unitario e  la documentazione era importante. Decise di convocare una conferenza stampa. I giornalisti accreditati a Montecitorio sono più di 300. Non uno (non uno, avete  capito bene) venne ad ascoltarci.</p>
<p>Milioni e milioni di italiani (la grande maggioranza) hanno come esclusiva fonte di informazione il TG1. Da anni questa testata affida il notiziario sull’area medio-orientale a un giornalista, Claudio Pagliara, che è certamente assai meno obiettivo dei giornalisti israeliani. Per esempio, continua a ripetere che l’offensiva israeliana è dovuta al fatto che Hamas aveva rotto la tregua stabilita con Israele. In realtà Hamas ha deciso di non rinnovare la tregua scaduta, motivando questa decisione con l’inasprimento del blocco alla Striscia e il bombardamento del 4 novembre, che ha causato la morte di 6 miliziani. In questo modo – ha scritto la stampa israeliana &#8211; si è  “innescato un nuovo ciclo di pericolosa, anche se controllata, violenza, caratterizzata da occasionali colpi ed incursioni da parte di Israele e da corrispondenti lanci di razzi e  spari da parte palestinese” (Daniel Levy, Haaretz, 19 dicembre”).</p>
<p>Tzahal, l’esercito israeliano, non consente ai giornalisti di entrare nella Striscia e dunque le notizie che ci arrivano dai luoghi della battaglia sono tutto fuorché obiettive; ad aumentare questo squilibrio, il giornalista del TG1 è prodigo di servizi sui danni   che i razzi di Hamas procurano ad alcune città israeliane. Ora questi lanci sono un’iniziativa criminale ma non sono, purtroppo, una prerogativa di Hamas. Pagliara ha sempre taciuto che da anni – e anche durante i tentativi di trattative di pace – Tzahal  lancia missili sui territori occupati, dichiarando che si tratta di “esecuzioni a distanza” di supposti criminali. Questi missili hanno provocato ormai centinaia e centinaia di “danni collaterali” palestinesi. I missili sono intrinsecamente diversi dai razzi?</p>
<p>Tanto meno il giornalista italiano ha espresso i dubbi dei suoi colleghi israeliani sulle reali ragioni dell’attacco a Gaza. Per esempio: &#8220;Fonti dell&#8217;establishment della Difesa hanno dichiarato che il ministro della difesa Ehud Barak ha ordinato alle Forze Aeree Israeliane di prepararsi per l&#8217;operazione più di sei mesi fa, anche mentre Israele iniziava a negoziare un accordo per il cessate il fuoco con Hamas&#8221;. (Barak Ravid, Operation &#8220;Cast Lead&#8221;: Israeli Air Force strike followed months of planning, Haaretz, 27 dicembre 2008).</p>
<p>Infine l’inviato del TG1 non si è mai dilungato sulle sofferenze inflitte alla popolazione di Gaza dall’assedio israeliano sottolineate da altri suoi colleghi: “L’assedio di Gaza ha distrutto per un’intera generazione la possibilità di vivere una vita degna di essere vissuta” (Tom Seghev, Haaretz 29 dicembre 2008); e anche “Mancano l’acqua, l’elettricità, i medicinali e il personale sanitario è spesso costretto alla drammatica scelta di quali feriti curare e quali abbandonare a se stessi, (New York Times, 1 gennaio 2009).</p>
<p>Concludo questo tragico cammino per le strade insanguinate della Palestina e di Israele facendo mie le parole con le quali Pietro Ingrao ha commentato la strage in atto a Gaza: “Sono convinto che non è con quella violenza iniqua che Israele può tutelare il suo domani. Anzi credo, temo che con questa aggressione infausta essa seminerà nuovo alimento per gli estremisti disperati di Hamas”. Nel 1991 io credetti di vedere nascere nei campi profughi una nuova leva di kamikaze. Ricordo gli occhi di un quindicenne a Deishah mentre mi raccontava del pianto disperato di una sua sorellina quando, a un chek-point un soldato le aveva sventrato una bambola, convinto che in essa si celasse dell’esplosivo. A Gaza ci sono più di 750 mila bambini. Ricordo con il cuore che piange gli aquiloni che essi levavano in mezzo al fango dell’inverno in cui li vidi e che mi sembrarono speranze levate verso il cielo. Quanto odio sta fermentando nel cuore di quei piccini, accanto alla paura? Non solo le lacrime degli orfani ma anche il rancore muto, e forse ancor più desolato, degli orfani “psicologici”: quelli che si sentono traditi da un padre che sembra non sapere, non volere difenderli, lui stesso terrorizzato, affamato. Che ricco raccolto per gli estremisti, per la violenza del loro odio che a un bambino può sembrare forza. I sedicenti amici di Israele non lo capiscono?</p>
<p>La pace è una bambina che corre verso un rifugio in cui sentirsi finalmente al sicuro. Palestinese o israeliana, che importa? Il suo grido dovrebbe strapparci alla nostra inerzia, che forse non è tale ma disperata sensazione di inutilità. Ma non dobbiamo cedere al pessimismo della ragione. Come cittadini, come cristiani (quelli di noi che osano dirsi tali) dobbiamo trovare modi per far sentire ai nostri governanti  che la loro prudenza ci sembra viltà. Nella triste decadenza dei partiti la nostra solidarietà deve trovare nuove forme. Internet ne offre e non dobbiamo ritenerle troppo piccole, troppo deboli. Tra il poco e il nulla c’è un abisso. </p>
<p>Ai diplomatici Benedetto XVI ha detto che per vincere “l’inaudita violenza” dell’attacco a Gaza è forse necessario un ricambio generazionale dei governi, dunque un grande coraggio. Io ricordo quello di Paolo Vi che, per riportare lo sguardo della Chiesa sul mistero del Cristo, non si lasciò fermare dalla situazione militare della Terra Santa, ma sfidò la prudenza dei diplomatici annunziando con semplicità che lui sarebbe comunque partito. Davanti a lui, almeno per qualche ora, si aprì una meravigliosa strada che io ricordo di avere percorso con Eugenio Montale: era un viottolo che zigzagava fra crateri di bombe nella no men’s land, la terra di nessuno fra la Gerusalemme della Legione Araba e quella di Tzahal. Per qualche ora la Città Santa tornò una, la Bella dei Profeti, del Vangelo e del Corano.</p>
<p> E però noi non possiamo richiedere coraggio soltanto ai governanti. Decine di riservisti israeliani in questo momento si stanno trasformando in refuznik, obiettori di coscienza, che per questo saranno incarcerati. Non vogliamo assomigliargli almeno un poco? Davvero ci terrorizza la probabilità di essere definiti “amici di Hamas”?</p>
<p><small><a title="La lettera di Ettore Masina" href="http://www.ettoremasina.it/lettera.htm">La lettera di Ettore Masina</a> &#8211; Gennaio 2009</small></p>
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		<title>Cosa sta accadendo nella Repubblica Democratica del Congo?</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Nov 2008 00:04:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Arianna Ballotta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella Repubblica Democratica del Congo, uno dei tanti Stati africani creati dalle imprese coloniali occidentali, e’ in atto una tragedia, da ben un decennio, che pero’ il resto del mondo sembra avere dimenticato. Milizie rivali infliggono sofferenze inenarrabili alla popolazione civile, nell’indifferenza di chi detiene il potere politico. E non solo. Quattro milioni di morti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella Repubblica Democratica del Congo, uno dei tanti Stati africani creati dalle imprese coloniali occidentali, e’ in atto una tragedia, da ben un decennio, che pero’ il resto del mondo sembra avere dimenticato. Milizie rivali infliggono sofferenze inenarrabili alla popolazione civile, nell’indifferenza di chi detiene il potere politico. E non solo.<br />
Quattro milioni di morti in cinque anni, donne stuprate e seviziate, bambine schiavizzate, bambini soldato. Quasi due milioni di sfollati, di cui la stragrande maggioranza in trappola nella parte orientale del Congo senza accesso ne’ a cibo ne’ ad acqua potabile, ne’ altri beni di prima necessita’. Fame, malnutrizione diffusa e condizioni igienico-sanitarie inimmaginabili, con un rischio elevatissimo di epidemie.<br />
Il fatto che le ragioni del conflitto abbiano a che fare col controllo di minerali indispensabili all’industria elettronica del mondo occidentale, ci fanno chiudere un occhio su questa catastrofe umanitaria. Anzi, tutti e due.<br />
Ben poco si parla dello sfruttamento disumano di gran parte dell’Africa e della poverta’ a cui i suoi abitanti sono costretti, o quando se ne parla, lo si fa in modo volutamente sbagliato. Ma vi siete mai domandati come mai in un continente così naturalmente ricco gli abitanti sono ridotti alla fame? Qualcuno lo avra’ fatto, molti no. Perche’ ai piu’ non importa della condizione di milioni di “negri” che “tanto non hanno voglia di far niente”.<br />
E invece no. Riflettete. Pensate agli interessi fortissimi di pochi che, purtroppo, vincono sempre, a danno di tanti. Agli occhi dei colonizzatori l’Africa non e’ stata altro che una terra da violare, svuotare, distruggere, per il proprio benessere. E continua ad esserlo, perche’ non dobbiamo dimenticare che le multinazionali di oggi sono il colonialismo di ieri.<br />
Cercano di farci credere che questa sia l’ennesima lotta intestina, combattuta da neri contro neri, da una tribu’ contro l’altra, per problemi di religione, etnia o altro. I media – quelli che ne parlano – cercano di convincerci che questa guerra e’ da imputarsi unicamente a quelle irrisolvibili e per noi incomprensibili “lotte tribali”. Ma anche la guerra dei Balcani ci era stata propinata come guerra etnica, o no?<br />
Chi non si accontenta delle bugie propinate da giornalisti sciattoni, manovrati e controllati ad arte, sa bene che tutto questo e’ dovuto in grandissima parte allo strapotere occidentale ed all’avidita’ delle multinazionali, che giocano con la vita degli esseri umani.<br />
D’accordo, indigniamoci pure col governo locale, che poco o niente fa per fermare la strage, e prendiamocela anche con le diverse fazioni in lotta. Ma l’ONU dove’e’? E noi? Cosa stiamo facendo?<br />
Ogni volta che giochiamo con una play-station, che teniamo in mano un telecomando, un telefono cellulare, un computer portatile oppure (i piu’ ricchi) un gioiello con diamanti, dovremmo riflettere sulla scia di sangue e sulle vite distrutte affinche’ noi (cosiddetto mondo civilizzato) possiamo continuare a beneficiare dei lussi della moderna tecnologia, rendendoci responsabili di ulteriore, fame, distruzione, morte.</p>
<p>Domandiamoci: i veri selvaggi chi sono? Loro o noi?</p>
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		<title>Palestina: il giornalista Mohammed Omer viene premiato e poi pestato</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jul 2008 14:49:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Traduzione di Giuseppina Manfredi Vai all&#8217;articolo originale Mohammed Omer è un giornalista ventiquattrenne di Rafah, nella Striscia di Gaza. I suoi notevoli foto-reportage gli sono valsi il prestigioso premio Martha Gellhorn, ricevuto qualche settimana fa. Al suo rientro da Londra, però, Omer è stato arrestato dai servizi segreti israeliani (Shin Beit), per poi riapparire l&#8217;indomani [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Traduzione di <a title="Giuseppina Manfredi" href="http://it.globalvoicesonline.org/author/giuseppina-manfredi/">Giuseppina Manfredi</a></p>
<p><strong><small><a title="Global Voices" href="http://globalvoicesonline.org/2008/07/07/palestine-journalist-mohammed-omer-awarded-then-beaten/">Vai all&#8217;articolo originale</a></small></strong></p>
<p><a title="Rafah Today" href="http://rafahtoday.org/">Mohammed Omer</a> è un giornalista ventiquattrenne di <a title="wikipedia.org" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Rafah">Rafah</a>, nella Striscia di Gaza. I suoi notevoli foto-reportage gli sono valsi il prestigioso <a title="Martha Gellhorn" href="http://www.marthagellhorn.com/">premio</a> <a title="Martha Gellhorn" href="http://www.marthagellhorn.com/">Martha Gellhorn</a>, ricevuto qualche settimana fa. Al suo rientro da Londra, però, Omer è stato arrestato dai servizi segreti israeliani (<a title="answers.com" href="http://www.answers.com/Shin%20Beit">Shin Beit</a>), per poi riapparire l&#8217;indomani a bordo di un&#8217;ambulanza. Gli agenti israeliani hanno ammesso di averlo trattenuto <a title="Guardian" href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2008/jul/02/israelandthepalestinians.civilliberties">per “contrabbando”</a>, riferendo altresì come le sue ferite non fossero altro che conseguenza di una “caduta accidentale”. Le foto che <a title="rafah.virtualactivism.net" href="http://rafah.virtualactivism.net/news/todaymain.htm">documentano</a> il ricovero di Omer in ospedale hanno suscitato rabbia e preoccupazione tra i blogger.</p>
<p>Tra i primi a commentare la notizia DesertPeace, <a title="DesertPeace" href="http://desertpeace.wordpress.com/2008/07/04/associated-press-covers-the-events-in-israel/">che si dice furioso</a> per il mancato risalto dato dai media a quest&#8217;episodio di cronaca:</p>
<blockquote><p>Una settimana fa, il mio caro amico e fratello Mohammed Omer è stato torturato e quasi pestato a MORTE dai funzionari dei servizi di sicurezza israeliani.<br />
Questa settimana, due bambini palestinesi sono stati uccisi a sangue freddo dalle forze armate israeliane. Altri otto sono stati feriti.<br />
Avete letto qualcosa al riguardo tra i lanci della Associated Press?<br />
NO!</p></blockquote>
<p>Il blogger rimanda anche al <a title="DesertPeace" href="http://desertpeace.wordpress.com/2008/07/05/mohammed-omer-speaks-of-his-ordeal-live-on-radio/">podcast</a> con un&#8217;intervista a Omer.<br />
Tra i successivi commenti, spicca quello di <em>David Baldinger</em> :</p>
<blockquote><p>Il coraggio di Omer è encomiabile. Al posto suo, io non avrei retto ad un simile trattamento. Anche se la cosa è già di per sé grave, è altrettanto avvilente pensare come l&#8217;episodio sia seguito ai giorni felici che aveva appena trascorso all&#8217;estero. Non possiamo permettere che questa storia finisca qui: è una battaglia da portare avanti. Non c&#8217;è scusa o spiegazione che giustifichi il trattamento riservato a Omer. Magari da un evento tanto negativo si può cavare fuori qualcosa di buono. L&#8217;episodio rivela le bugie di un governo israeliano che non appare in grado di controllare le sue forze armate.</p></blockquote>
<p>Infine, <em>Munich </em>- and a little bit of everything ha <a title="Munich" href="http://1158munich.blogspot.com/2008/07/mohammad-omer-interview-from-his.html">commentato</a> così il podcast:</p>
<blockquote><p>Qualcuno, dopo aver ascoltato questo documento audio, ha dichiarato che da tempo non sentiva niente di così toccante. Nel podcast infatti Mohammed Omer, dal suo letto d&#8217;ospedale, parla con Nora Barrows-Friedman di <a title="Flashpoints" href="http://www.flashpoints.net/">Flashpoints</a>, trasmissione del network statunitense Pacifica Radio. Recentemente la donna gli ha fatto visita in Palestina.<br />
Si tratta di disumanità dell&#8217;uomo verso l&#8217;uomo. C&#8217;è solo da piangere.</p></blockquote>
<p><a title="Petizione" href="http://mediausa.net/wrmea/petition/">Qui si può firmare</a> la petizione che chiede giustizia per Mohammed Omer.</p>
<p><a title="Global Voices" href="http://it.globalvoicesonline.org/">GlobalVoice in Italiano, 20 luglio 2008<br />
</a></p>
<p><small><a title="Licenza" href="http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/">Creative Commons &#8211; Attribution 3.0 Unported</a></small></p>
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		<title>A proposito di una occupazione</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Mar 2008 19:08:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Ettore Masina Quando in una piazza o in una sala si leva accanto a me il canto, così suggestivo, di “Bella ciao”, mi capita di pensare che soltanto noi vecchi siamo in grado di comprenderne sino in fondo il significato: perché una ragazza, destandosi da un profondissimo sonno e trovando che il suo paese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.ettoremasina.it/" title="Ettore Masina">Ettore Masina</a></p>
<p>Quando in una piazza o in una sala si leva accanto a me il canto, così suggestivo, di “Bella ciao”, mi capita di pensare che soltanto noi vecchi siamo in grado di comprenderne sino in fondo il significato: perché una ragazza, destandosi da un profondissimo sonno e trovando che il suo paese è stato invaso da un esercito straniero, si “senta di morire”. E’ difficile – e forse impossibile – a chi non l’ha provata immaginare la ferocia di un regime di occupazione. Occupazione non significa soltanto guerra perduta ma anche perduta identità. Ti sembra di non avere più patria poiché i confini che la delimitavano sono stati violentemente abbattuti e i luoghi che ti sono cari sono diventati terra di conquista. I maschi del tuo popolo vinto (quelli che non sono morti o prigionieri in “campi” lontani) sono trasformati in lavoratori senza diritti,  o profughi miserabili; mogli sorelle o figlie non possono più sentirsi difese dalla possibile violenza dei vincitori; inermi si sentono i bambini davanti a padri di cui ogni giorno vedono umiliata la dignità. Le leggi che vengono emanate sono fatte per il benessere e la sicurezza degli occupanti, non dei cittadini. I raccolti e le produzioni industriali  sono bottino di guerra e i generali nemici decidono se e in quale quantità possono essere distribuiti agli sconfitti. Le piazze in  cui giocavano i bambini, i parchi in cui passeggiavano gli innamorati, i ristoranti delle allegre tavolate,  i teatri in cui si narravano le bellezze della vita o i suoi drammi, ogni luogo pubblico, insomma, è sfregiato dalla presenza di stranieri armati. Vi sono scuole (molte scuole) trasformate in bivacchi delle forze d’invasione; e case requisite e  vie sbarrate e zone interdette. Le rovine lasciate dai combattimenti non vengono riparate. Accade che intere popolazioni debbano lasciare i luoghi in cui vivevano, espulse dalla violenza armata o da una fonda paura. Che posti di blocco infestino le strade e impediscano ai vinti di svolgere  i propri commerci o, peggio ancora, di riunire le famiglie o di mantenere i collegamenti fra parenti o di accedere rapidamente a luoghi di cura. Che in alcune zone tutti gli alberi vengono abbattuti, “per ragioni di sicurezza”. Le notti sono anticipate e prolungate dai coprifuoco; in quell’eternità di buio si sentono i passi cadenzati delle ronde e di quando in quando vengono dalle strade rumore di spari, grida concitate, alti lamenti. Chiudendo la porta, la sera, sai che potrebbe essere abbattuta da qualche pattuglia venuta a prenderti per potarti chissà dove.<br />
Occupazione vuol dire terrore. Non è soltanto che tutti i diritti sembrano cancellati, è che puoi da un momento all’altro essere punito per ciò che un altro ha fatto: la punizione collettiva, la rappresaglia devastano ogni logica, ogni innocenza, e ogni diritto. Sei immerso nell’arbitrio del dominante, che, se qualcuno osa ribellarsi,  non occhio per occhio pretende ma dieci occhi per ogni occhio dei suoi ferito o spento.</p>
<p>E’ in questo modo che da cinquant’anni vivono i palestinesi dei territori occupati.</p>
<p>Il terrorismo non ha mai giustificazioni: è una perversione mortifera. Come le punizioni collettive decise dagli occupanti, colpisce innocenti e dunque devasta ogni giustizia. E’ odio che genera odio. E’ delitto insensato, patologia criminale. Guardo una fotografia scattata sul cortile della scuola rabbinica di Gerusalemme. C’è un ragazzo morto, che mi pare identico a mio figlio quando aveva quindici anni. Provo un senso di lutto che mi sconvolge. Non  ci si può, non ci si deve, mai, abituare a queste gioie di vivere affogate nel sangue.</p>
<p>Penso, anche, che non si possa, non si debba, mai, dimenticare come vivono, da cinquant’anni, i palestinesi. Se si eccettua la tragedia irlandese, non c’è, nella storia contemporanea, esempio di occupazione  (= oppressione ) durata tanto a lungo e tanto a lungo tollerata dall’opinione pubblica internazionale. L’orrore della Shoah sembra nascondere con le sue tenebre la storia della nabka, la violenza perpetrata ai danni di questo popolo arabo, chiamato a pagare le colpe degli  europei. Migliaia di pagine sono state scritte dall’ONU a proposito della tragedia palestinese ma si direbbe che nessuno le abbia mai lette. Perché tacerlo? Il nostro razzismo non è soltanto un’infamia che ha massacrato per secoli il popolo ebraico, il nostro antisemitismo continua a stravolgere anche la nostra visuale di quell’altro popolo semitico che è il popolo arabo. Non dobbiamo dimenticarlo: noi italiani siamo stati colonialisti e del colonialismo abbiamo conservato la capacità di velenoso disprezzo per i non-europei.  Gli arabi come gente primordiale, insensata, feroce, ignorante, sporca: questi clichès appartengono alla cultura di noi vecchi ma sono passati anche ai nostri figli. E chi è riuscito a evadere dall’infamia dell’antiebraismo ha finito ben presto per pensare Israele come avamposto della civiltà occidentale nel Medio Oriente islamico.<br />
Le capacità imprenditoriali e la finezza della cultura israelitica hanno fatto sì che una gran parte dei mass-media mondiali siano proprietà di ebrei, e perciò apertamente schierati “a favore di Israele”. Film come “Exodus”, tanto per fare un esempio, hanno immensamente giovato a Israele, illuminando di una luce sacrale, di epopea politica e religiosa la creazione di un nuovo stato, rifugio per un popolo ma dannazione per un altro.  Lo so bene perchè io stesso ho condiviso questa acritica esaltazione &#8230; fino a che sono andato in Israele.<br />
E’ quasi incredibile la mancanza di informazioni sulla Palestina che connota il Nord della Terra e l’Italia in particolare. In buona parte si tratta di scelta consapevole: inutile sapere, i palestinesi sono un popolo di serie B. Posso -   e voglio &#8211; dare una testimonianza in proposito. Nel 1991 ero presidente del Comitato della Camera per i diritti umani e, su invito dell’agenzia dell’ONU, guidai una delegazione parlamentare a visitare i campi profughi dei territori occupati. Nella delegazione erano rappresentati il PCI il PSI, la DC, l’MSI e Democrazia Proletaria. Compiemmo la nostra missione con (oso dire) grande scrupolo, incontrammo le autorità israeliane e gli organismi non-governativi che si occupavano dei diritti umani, e visitammo uno ad uno tutti  i campi. Compilammo poi una relazione unitaria da distribuire ai mass-media. Il presidente della Commissione Esteri della Camera, Flaminio Piccoli, presiedette la conferenza stampa&#8230; Ho detto male: NON presiedette la conferenza stampa, la conferenza non ci fu: non uno (uno) delle decine di giornalisti parlamentari si fece vivo.</p>
<p>Peggio ancora: non solo mancanza di informazione ma propaganda di odio. In quell’epoca, Marco Pannella accusò l’Intifada di ogni crimine. Nei campi profughi i militari israeliani avevano ucciso alcuni bambini palestinesi: nella sua abituale esagitazione filoisraeliana, il leader radicale arrivò a gridare nell’aula di Montecitoro che c’era qualcuno che aveva spinto quei piccoli contro i soldati “per avere ogni sera un bollettino sanguinoso da esibire”. Quando, nel corso di una trasmissione da Costanzo, gli contestai quell’infamia, Pannella disse che “anche in Francia, se la polizia spara alle gambe dei dimostranti può colpire dei bambini”. Se e dove la polizia francese avesse ucciso dei bambini, Pannella non lo disse.</p>
<p>Sì, è difficile mantenersi freddi nel valutare la tragedia dell’occupazione dei territori palestinesi. La missione parlamentare da me presieduta firmò allora una relazione in cui si dichiarava che Israele violava costantemente i diritti umani della popolazione. Certamente, crimini venivano commessi anche dai palestinesi, soprattutto nei confronti dei “collaborazionisti”. Ma si poteva e si doveva dire che lo status dell’occupazione negava ogni stato di diritto.</p>
<p>Viaggiando allora per i Territori ci imbattemmo nei segni evidenti della repressione e della rappresaglia: case abbattute dai bull-dozers, scuole devastate, bambini incarcerati, uliveti espiantati per costruire strade riservate ai coloni, università chiuse a tempo indeterminato, devastazione dei viveri distribuiti dall’ONU, posti di blocco sbarrati per ore ed ore anche alle autoambulanze; e l’uso della tortura. Gli organismi non-governativi ci parlarono, a questo proposito, della nuova tecnica dello “scuotimento” : la vittima veniva afferrata per le braccia o per le spalle da un inquisitore particolarmente vigoroso e scrollata furiosamente avanti e indietro, in modo che il cervello “ballasse”, per così dire, nella scatola cranica. Ne conseguivano paralisi, tremori permanenti, distorsioni, gravi disturbi nervosi, quando non la morte.</p>
<p>Tutto ciò avveniva sedici anni fa. Da allora l’occupazione è rimasta e i tentativi di negoziato sono falliti, in parte per insipienza di alcuni capi palestinesi, ma prevalentemente per  volontà del governo di Israele di portare gli avversari all’estenuazione delle loro forze economiche e politiche prima di concedere loro uno stato, destinato così all’inermità, alla mendicità e all’insignificanza. E non è retorica dire che il proseguimento dell’occupazione e delle sue tecniche sta operando una vera e propria mutazione antropologica dei due popoli, in senso regressivo. I  razzi che Hamas lancia verso le città israeliane di Sderot e Ashqelon colpendo alla cieca la popolazione, macchiano la storia della resistenza palestinese. La rappresaglia israeliana (il  blocco dei confini della Striscia, con l’affamamento della popolazione e poi le stragi e le devastazioni compiute nelle scorse settimane a Gaza) infangano le bandiere dell’esercito israeliano.<br />
Dall’una e dall’altra parte, gli amanti della dignità umana invecchiano quasi disperando.  Notavo qualche mese fa, recensendo “L’ultimo  comandante” di Abraham B. Yehoshua: “Una sorta di sfinimento psicologico e morale pervade questo bel libro di racconti. La perpetuazione della follia medio-orientale e della occupazione delle terre palestinesi genera ormai negli intellettuali  israeliani non soltanto un allarme che i politici non hanno raccolto, ma un&#8217; accorata malinconia che pervade tutti i rapporti sociali, anche quelli più intimamente familiari”. Adesso Yehoshua è venuto in Italia e ha confermato questa desolazione.<br />
Nel suo libro appena uscito in  italiano con il titolo “<a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788806184339/yehoshua-abraham/fuoco-amico.html" title="ibs">Fuoco amico</a>” compare la figura di un israeliano fuggito in Africa perché non riesce più a sopportare le tensioni e le tragedie che derivano dall’occupazione. Dal canto loro, gli psicologi palestinesi parlano delle perversioni che le violenze generano nei bambini e negli adolescenti: di fronte all’inermità dei padri e alle umiliazioni  che essi  subiscono, gli adolescenti finiscono per introiettare come modello virile quello del soldato israeliano; o diventano facile preda dei fondamentalisti.</p>
<p>E’ possibile uscire da questa situazione che sembra un cancro della storia in cui viviamo? Certamente non con parvenza di accordi come quello di Annapolis, prontamente sabotato dal governo Olmert e comunque poco più che ovvio a una pace posticcia. Soltanto una profonda mutazione dell’opinione pubblica mondiale può portare i Grandi a gettare la maschera di una falsa diplomazia: a garantire insieme la sicurezza di Israele e il ristabilimento dei diritti dei palestinesi a vivere in piena libertà. Come dice John Dugard, Commissario speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani in Palestina,  “I territori occupati palestinesi hanno una speciale importanza per il futuro dei diritti umani nel mondo. Non ci sono altri casi di regimi occidentali che negano il diritto all’autodeterminazione ed ai diritti umani ad un popolo in via di sviluppo e che lo fanno per così tanto tempo. Questo spiega perché i Territori Occupati sono diventati un test per l’Occidente. Se l’Occidente, che è assurto a guida nella promozione dei diritti umani nel mondo, non dimostrerà un reale impegno per i diritti umani palestinesi, l’intero movimento internazionale per i diritti umani, che può rivendicare grandi successi nella comunità internazionale negli ultimi 60 anni, sarà messo in pericolo”.</p>
<p>Queste parole riguardano anche noi, perché il silenzio e l’inerzia sono complicità. E allora, io credo, è necessario che ciascuno di noi, nei modi che gli sono possibili (politici, culturali, economici) si impegni alla diffusione di una cultura della pace senza pregiudizi. In Israele e in Palestina sono al lavoro, spesso vincendo giorno dopo giorno difficoltà enormi, gruppi, più numerosi di quanto i media registrino, di israeliani  e di palestinesi che si muovono in fraternità sui sentieri del dolore e di una eroica speranza. Conoscere questi gruppi significa respirare onestà, tenerezza, forza morale, coraggio, creatività. Alcuni di essi sono palestinesi, altri israeliani, altri ancora non si definiscono con nomi di nazione. Dobbiamo  misurare anche sul rapporto con loro la nostra volontà di essere protagonisti della storia piuttosto che servi del cinismo di chi vuole decidere per tutti.</p>
<p>ettore masina</p>
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		<title>Darfur, la guerra dimenticata</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Oct 2007 15:22:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Arianna Ballotta</dc:creator>
				<category><![CDATA[paesi in guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Si parla troppo poco di quanto sta accadendo in Darfur. I nostri politici, almeno fino a non molto tempo fa, non sapevano nemmeno dove fosse, né cosa fosse. Tutti ricorderete, infatti, la tragica figuraccia fatta da alcuni rappresentanti del nostro governo intervistati da un’inviata delle “Iene” nell’ottobre scorso. Alla domanda “Che cosa è il Darfur?” [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si parla troppo poco di quanto sta accadendo in Darfur. I nostri politici, almeno fino a non molto tempo fa, non sapevano nemmeno dove fosse, né cosa fosse. Tutti ricorderete, infatti, la tragica figuraccia fatta da alcuni rappresentanti del nostro governo intervistati da un’inviata delle “Iene” nell’ottobre scorso. Alla domanda “Che cosa è il Darfur?” nessuno dei parlamentari intervistati fu in grado di dire che si tratta di un Paese martoriato dalle guerre. Qualcuno disse persino, più o meno, che “Darfur è un modo di dire, che si usa quando si intende qualcosa che va di fretta, insomma uno stile di vita frettoloso”. Penoso, non c’è che dire.</p>
<p><span id="more-69"></span><br />
Invece no, il Darfur non è uno stile di vita frettoloso. Il Darfur è una realtà terribile, dove milioni di persone sono già morte, per davvero. E dove si continua a morire.</p>
<p>Il Darfur è una regione del Sudan occidentale (il Paese africano più esteso), grande due volte l’Italia e con circa sei milioni di abitanti (un quinto dell’intera popolazione del Sudan), fra i più poveri di tutto il continente. Nonostante il Sudan sia fra i principali produttori potenziali di greggio al mondo, questa risorsa non viene utilizzata per il benessere della popolazione. Infatti, almeno il 70% delle entrate del settore petrolifero viene impiegato per finanziare la guerra ed ottenere armi ed appoggi logistici e politici.</p>
<p>La crisi attuale del Darfur ebbe inizio nel 2003, a seguito del deterioramento decennale della situazione economica di una popolazione sempre più numerosa. Una serie di siccità che colpirono la regione negli anni ’80 costrinsero i nomadi del nord a trasferirsi più a sud in cerca di pascoli per il bestiame. Così, le tensioni tradizionali tra le popolazioni nomadi e quelle stanziali, o tra pastori e contadini, si acuirono in maniera pericolosa &#8211; soprattutto in uno Stato dove l&#8217;autorità centrale ha sempre stentato a far sentire la propria autorità a causa delle usanze e delle consuetudini che hanno un peso decisamente maggiore delle leggi decretate dal governo &#8211; giungendo ad un conflitto vero e proprio, che vede opporsi il governo settentrionale di Khartoum ed i ribelli dello SLA (il <em>Sudanese Liberation Army</em>) che rivendicano l&#8217;indipendenza delle regioni meridionali del Paese.</p>
<p>Una delle principali motivazioni di questa guerra (oltre a questioni economiche e territoriali) è sicuramente la profonda differenza etnica, sociale e religiosa esistente tra il nord nazionalista, arabo ed islamico ed il sud nero e cristiano-animista, organizzato in strutture di stampo prevalentemente tribale. I due gruppi si fronteggiano in una guerra senza sosta segnata da combattimenti estremamente feroci, condotti anche con armi &#8220;non convenzionali&#8221; (il regime è stato più volte accusato dell&#8217;utilizzo dei gas letali).</p>
<p>Il conflitto, concentratosi quasi esclusivamente nel sud del Paese, ha colpito in particolar modo la popolazione civile, tra cui si registrano gran parte degli oltre due milioni di vittime; inoltre, in centinaia di migliaia hanno perso la vita a causa delle carestie e delle epidemie connesse con la guerra, mentre altri quattro milioni e mezzo di persone hanno dovuto abbandonare le proprie case e rifugiarsi nei campi profughi locali o dei Paesi confinanti (Uganda e Kenya in particolare).</p>
<p>Governo e ribelli si sono resi responsabili di gravissime violazioni dei diritti umani, bombardando villaggi, colpendo case, scuole, edifici pubblici, mercati e chiese. Inoltre, migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, sono state rapite e deportate al nord come schiavi. Un gran numero di bambini sono stati arruolati con la forza, ed i ribelli sono stati accusati di esercitare un opprimente monopolio sugli aiuti umanitari.</p>
<p>Negli ultimi anni il tentativo di controllo dei giacimenti petroliferi e delle altre risorse dei territori meridionali ha preso il sopravvento su ogni altra questione, diventando così il vero motivo della guerra.</p>
<p>Le enormi ricchezze del sud &#8211; fra cui, oltre al petrolio, anche acqua, terreni coltivabili, bestiame, minerali, che non si trovano nel nord principalmente desertico &#8211; rappresentano da sempre un fortissimo richiamo per la classe dirigente ed i grandi amministratori e proprietari terrieri ad essa legati; ad aggravare la situazione si è aggiunto l&#8217;intervento di influenti multinazionali petrolifere straniere, che hanno fomentato la campagna di guerra di Khartoum per tentare di conquistare quante più &#8220;aree produttive&#8221; a sud.  Si è così instaurato un circolo vizioso, attraverso cui il regime ha utilizzato gran parte dei ricavi dell&#8217; &#8220;oro nero&#8221; per acquistare armi sempre più distruttive, e prendere il controllo di un numero sempre maggiore di giacimenti. Centinaia di migliaia di civili sono stati così scacciati o uccisi unicamente per il fatto di abitare nei pressi di campi petroliferi, e talvolta, secondo numerose denunce di osservatori indipendenti, le multinazionali non hanno esitato a scatenare i propri eserciti privati sulla popolazione.</p>
<p>Attualmente il governo continua a portare avanti le proprie azioni militari direttamente oppure tramite le proprie milizie. Le condizioni di vita nei campi profughi sono durissime e quelli che sopravvivono, riescono a farlo unicamente grazie agli aiuti umanitari. Nel solo 2007, secondo l’ONU altre 240.000 persone sono state costrette a lasciare i propri villaggi per sfuggire alla feroce violenza. Di questo passo, se il fragile sistema di aiuti umanitari dovesse crollare, circa 100.000 persone al mese rischierebbero di morire</p>
<p>Oltre ad azioni diplomatiche con il governo di Khartoum, servono azioni forti e determinate per porre finalmente fine a questo orribile genocidio.  E’ necessario che venga sottoscritto un accordo di cessate il fuoco da parte di tutte le parti coinvolte nel conflitto. E’ necessaria la presenza delle forze di pace ONU per la protezione dei civili. E’ necessario un nuovo processo di pace. Ma soprattutto è necessario che la comunità internazionale non si volti dall’altra parte, come già fatto per troppi anni.</p>
<p>Per saperne di più:</p>
<p><a href="http://www.savedarfur.org/">www.savedarfur.org</a></p>
<p><a href="http://www.warnews.it/">www.warnews.it</a></p>
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		<title>Una  parte di mondo brutalmente mutilato</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Sep 2007 11:37:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[paesi in guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Cecenia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous Accedere a internet, viaggiare e cambiare sistematicamente percorso appare come una liberazione, perché c’è sempre la possibilità di sganciarsi dai tanti interrogativi che opprimono. Eppure non è sempre così. Inavvertitamente cliccando su una opzione è apparso un filmato sulla guerra in Cecenia (poi ho scoperto che ci sono molteplici filmati prodotti da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Andraous</p>
<p>Accedere a internet, viaggiare e cambiare sistematicamente percorso appare come una liberazione, perché c’è sempre la possibilità di sganciarsi dai tanti interrogativi che opprimono. Eppure non è sempre così. Inavvertitamente cliccando su una opzione è apparso un filmato sulla guerra in Cecenia (poi ho scoperto che ci sono molteplici filmati prodotti da tutti i contendenti in campo).</p>
<p><span id="more-58"></span><br />
Tutte le guerre, ogni conflitto, detiene il  proprio record di orrore, di sangue, di strategie più o meno involute e più o meno sofisticate, per cui lo sbalordimento è mitigato dall’eccesso mediatico che ogni giorno ci investe per tramite della televisione.<br />
Eppure nell’osservare il filmato su quella parte di mondo brutalmente mutilato, ho riflettuto sulla follia di nascondere all’umanità la cancellazione di ogni diritto, tranne quello di morire in silenzio:  infatti le televisioni non trasmettono nulla o quasi di quel genocidio.<br />
A differenza di altre parti del pianeta in fiamme, dove intere città, persone e cose, sono fotografate tra gli scoppi al plastico e i  cappi in bella mostra, in Cecenia macellai e carne da insacco, a ruoli alterni e ben delineanti, sono e rimangono ben mimetizzati, mentre una intera nazione, un intero popolo, sono  polverizzati sotto il tallone di un imperativo categorico, quello della vittoria a tutti i costi, poco importa se a discapito della democrazia.<br />
In medio oriente la violenza, i bombardamenti, sono, sì, inaccettabili, ma è documentata l’incoffessabilità  tra soldati e ribelli,  le strategie disumane, le statistiche di chi cade e muore, su chi vive e violenta.<br />
In paesi deturpati, violati, massacrati, c’è comunque il colpo di coda della democrazia, anche quella che veste i panni degli interessi, dei confini a aprire a occidente, quella democrazia che non è proprio figlia di una pluralità che valorizza le differenze.<br />
Ma ci sono guerre diverse, non per giustezza di essere tali, la guerra è sempre sbagliata, sono diverse perché hanno perso di vista il proprio limite, il proprio delirio di onnipotenza, badando unicamente al risultato da ottenere, attraverso la negazione a riconoscere il valore della vita umana, in particolar modo di quanti sono minoranza.<br />
Ci sono guerre e contendenti in campo, ci sono bandiere e ingiustizie, ma nel sangue che scorre a fiumi, c’è pure la dignità di un mondo che osserva a fare la differenza.<br />
In Cecenia a ogni uomo è stato tolto passato, presente e futuro, depredata la propria storia, e lo si continua a fare nel silenzio più colpevole, un silenzio-assenso diventato ladro di coraggio umano, culturale e politico, un silenzio dimentico  di un preciso dovere, di un irrinunciabile valore, quello della giustizia, la quale induce a schierarsi apertamente verso coloro che non vedono riconosciuti i propri diritti, quelli elementari della libertà.<br />
Quella giustizia che non sta in nessuna guerra di religione e di petrolio, bensì consente di comprendere chi è calpestato nei suoi inalienabili diritti, tra cui quello di poter vivere e non più sopravvivere.</p>
<p><a href="http://www.warnews.it/index.php/content/view/62/37/" title="collegamento esterno: Warnews">Scheda del conflitto</a></p>
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		<title>Le speranze di Israele</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jul 2007 10:03:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carla</dc:creator>
				<category><![CDATA[paesi in guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[politica internazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[di Ettore Masina Lettera n. 123 Noi vecchi siamo testimoni della storia e, in quanto tali, scomodissimi a noi stessi. Se apriamo un libro che racconta il passato, piuttosto che osservare i segni delle parole, risentiamo voci, odori, emozioni; e così quando, benché svegli,chiudiamo gli occhi, a fantasticare, come se fossimo sazi di realtà&#8230; In [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.ettoremasina.it/scheda%20bio.htm" title="biografia">Ettore Masina<br />
</a><br />
<strong>Lettera n. 123</strong><br />
<a href="http://www.ettoremasina.it/scheda%20bio.htm" title="biografia"></a></p>
<p class="justify">Noi vecchi siamo testimoni della storia e, in quanto tali, scomodissimi a noi stessi. Se apriamo un libro che racconta il passato, piuttosto che osservare i segni delle parole, risentiamo voci, odori, emozioni; e così quando, benché svegli,chiudiamo gli occhi, a fantasticare, come se fossimo sazi di realtà&#8230; <span id="more-17"></span>In quei momenti, potrei descrivere in  ogni particolare il volto di mia madre il giorno in cui mio padre partì per la guerra, il colore di cera dei piedi nudi di un partigiano ucciso, il pesante odore di montone delle grotte di Nazaret e di Betlemme abitate da profughi della guerra del ’48, il color frumento dei capelli di due piccoli mulatti della favela Maria da Conceiçâo di Belo Horizonte&#8230; E tuttavia, questo tessuto di giorni, di persone, di sentimenti, sorrisi e sogni che potrebbe  essere un tesoro per certe solitudini che la vecchiaia, nonostante tutto, ci rovescia addosso, troppo spesso si trasforma, nei nostri racconti a chi è disposto ad ascoltarci o nei nostri vaniloqui, in penosi elenchi di lamenti e di speranze perdute. E’ come se volessimo infliggere al passato certe sclerosi che ci affliggono  o indeboliscono.<br />
Nel tempo che mi rimane spero di non precipitare mai in questa trappola e di poter continuare a testimoniare che la storia è ricca di eventi positivi, talvolta imprevisti e imprevedibili. Appartengo a una generazione che ha visto sorgere in tutta l’Europa un movimento popolare di resistenza al regime hitleriano che le vecchie classi dirigenti non  avevano voluto sfidare; e cadere il nazismo e poi lo stalinismo e il colonialismo e l’imperialismo americano in Vietnam e il muro di Berlino, e le dittature latino americane&#8230; No, non si  è realizzato il Paradiso in terra, il mondo ha immense aree di dolore e di miseria da redimere. Ma non si può tracciare una mappa per il nostro cammino registrandovi soltanto i  burroni e i cimiteri. Quando mi è arrivata la notizia che le rivoluzione sandinista era stata sconfitta per eccesso di  democrazia, mi è venuto da piangere, ma ero a Soweto, nella piccola casa di Mandela, libero da una settimana: ho imparato quel giorno che la storia ha luci ed ombre, è folle guardare soltanto le une o le altre.<br />
Una tragedia che accompagna la mia storia è quella della Palestina. Ne ho studiato le cause e ne ho visto con i miei occhi gli effetti: non solo le immagini che la televisione ci mostra, accompagnate  (parlo del TG1) da informazioni così unilaterali nel loro favoreggiamento della propaganda governativa israeliana che nessun telegiornale di Tel Aviv le metterebbe in onda: ma il pianto dei bambini e delle donne  accanto alle case demolite dai bulldozers, gli ulivi abbattuti, gli uomini che raccolgono le vittime innocenti del killeraggio misssilistico israeliano, la vergogna dei check-points. Oggi, più che mai, questa ferocia nei confronti dei palestinesi celebra il suo trionfo: fosse ancora vivo Sharon, come gioirebbe di  questa guerra civile fra palestinesi. Chi ha a cuore la pace, la giustizia, la grandezza dell’ebraismo e della sua cultura sente le sue speranze messe a prova. Ma non dobbiamo tradirle: grandi scrittori, da Grossman a  Yehoschua,  pacifisti, giornalisti israeliani vedono ormai chiaramente come non sia possibile  costruire un futuro sulla violenza dei forti. Sono voci che risuonano nel cuore del popolo israeliano e sembrano diventare sempre più solenni, che in mezzo alle rovine annunziano l’imperiosa necessità della pace. Ascoltiamo una di queste voci, quella di Nurit Peled-Elhanan, premiata, anni fa, dal parlamento europeo con il Premio Sacharov per i Diritti Umani e la Libertà di Pensiero.  Sua figlia Smadar, 13 anni, è stata uccisa  un terrorista palestinese. Nurit ha visto in questa ferocia i segni della disperazione di un popolo soggetto a una spietata occupazione. Il discorso di cui do qui ampi stralci è stato pronunziato proprio in occasione di una cerimonia per ricordare i quarant’anni dell’occupazione<br />
E’ un grande onore per me stare su questo palco accanto al mio amico e fratello Bassam Aramin, palestinese, uno dei fondatori dei Combattenti per la Pace, gruppo di cui sono membri due dei miei figli, Alik e Guy. La scorsa settimana, martedì ad Anata e giovedì a Tul Karem, il movimento dei Combattenti per la Pace è riuscito ad organizzare due imponenti incontri e a reclutare 10.000 palestinesi alla propria causa – una lotta non violenta e congiunta contro l’occupazione, nella stretta collaborazione tra Israeliani e Palestinesi. Se non fosse per le leggi razziste dello Stato di Israele, tutte quelle migliaia di persone potrebbero essere qui con noi questa sera per provare una volta per tutte che abbiamo un seguito. Bassam e io, siamo tutti e due vittime dell’occupazione crudele che continua a corrompere questo Paese. Tutti e due questa sera veniamo a piangere il destino di questo paese che ha seppellito le nostre due figlie – Smadar [1] , germoglio del frutto, e Abir [<em>2</em>] , profumo di fiore,- assassinate a dieci anni di distanza, dieci anni che questo Paese ha riempito del sangue dei bambini: e il regno sotterraneo dei bambini su cui noi camminiamo, giorno dopo giorno, ora dopo ora, è cresciuto tanto da straripare.<br />
Ma quello che unisce Bassam e me non è solo la morte a cui l’Occupazione ci ha condannato. Quello che ci unisce è soprattutto la fede e la volontà di crescere i figli che ci sono rimasti in modo che essi non permettano mai più che politici corrotti, avidi e affamati di potere e generali assetati di sangue e conquiste, abbiano dominio sulle loro vite e li mettano gli uni contro gli altri. Non permetteranno più che il razzismo, che si è diffuso in questo Paese, li conduca fuori dal sentiero della pace e della fratellanza. Perché solo quella fratellanza può abbattere il muro di razzismo che si sta costruendo davanti ai nostri occhi. Da quarant’anni il razzismo e la megalomania tiranneggiano le nostre vite. Quarant’anni durante i quali più di quattro milioni di persone non conoscono il significato di “libertà di movimento”. Quarant’anni in cui i bambini palestinesi nascono e crescono da reclusi nelle loro case, che l’Occupazione ha trasformato in prigioni, privandoli fin dall’inizio di tutti i diritti a cui gli esseri umani hanno titolo in quanto esseri umani. Quarant’anni durante i quali i bambini israeliani sono stati educati al razzismo di un tipo che, nel mondo civile, era rimasto sconosciuto per decenni. Quarant’anni durante i quali hanno imparato ad odiare i vicini soltanto perché sono i vicini, a temerli senza conoscerli, a vedere un quarto dei cittadini dello Stato come un pericolo demografico e un nemico interno, e a relazionarsi con gli abitanti dei ghetti creati dalla politica di occupazione come con un problema che deve essere risolto. Solo sessant’anni fa gli ebrei erano gli abitanti dei ghetti ed erano visti dagli occhi dei loro oppressori come un problema che doveva essere risolto. Solo sessant’anni fa gli Ebrei erano rinchiusi dietro orrendi muri di cemento elettrificati &#8211; in cima ai quali stavano torrette vigilate da uomini armati &#8211; e privati della capacità di guadagnarsi da vivere o di crescere i propri figli con dignità. Solo sessant’anni fa il razzismo esigeva il suo prezzo dal popolo ebraico. Oggi nello stato ebraico governa il razzismo, che calpesta la dignità delle persone, le priva della libertà e condanna tutti noi a vite d’inferno. Da quarant’anni il capo ebraico si è incessantemente inchinato in adorazione del razzismo, mentre la mente ebraica stava escogitando i modi più creativi per devastare, demolire e distruggere questo Paese. Questo è ciò che rimane del genio ebraico, ciò che è diventato Israele. La compassione ebraica, la pietà ebraica, il cosmopolitismo ebraico, l’amore per l’umanità e il rispetto per l’altro sono stati da tempo dimenticati. Il loro posto è stato preso dal razzismo. E’ stato il razzismo che ha motivato un soldato a premere il grilletto dall’interno del suo mezzo corazzato per sparare alla testa di Abir, mentre lei si addossava a un muro, impaurita dal blindato piombato nel cortile della scuola. E’ solo il razzismo che spinge i guidatori dei bulldozer a demolire le case con i loro abitanti dentro, a distruggere campi e vigne, a sradicare olivi centenari. Solo il razzismo può inventare strade la cui circolazione è stabilita in base alla razza, ed è solo il razzismo che motiva i nostri figli ad umiliare donne che potrebbero essere le loro madri e a fare violenza a persone anziane ai diabolici check-point, a picchiare giovani della loro stessa età che, come loro, vogliono portare la famiglia a fare il bagno al mare, e a guardare impassibili una donna partorire il proprio bambino sulla strada. E’ solo il puro razzismo che motiva i nostri piloti migliori a scaricare bombe da una tonnellata su edifici residenziali ed è solo il razzismo che permette a questi criminali di dormire bene la notte.<br />
Perché il razzismo elimina la vergogna. Questo razzismo ha eretto per se stesso un monumento a propria immagine – il monumento di un brutto muro di cemento, rigido, minaccioso e invasivo. Un monumento che proclama al mondo intero che la vergogna è stata bandita da questo Paese. Questo muro è il nostro muro della vergogna, esso è la testimonianza del fatto che noi ci siamo trasformati da luce per le nazioni “ad un oggetto di disgrazia per le nazioni e il dileggio per tutti i paesi” [<em>3</em>]<br />
E questa sera dobbiamo domandarci: cosa ne abbiamo fatto della nostra vergogna? Come allontaneremo la disgrazia? Ma per prima e più importante cosa, come è che la vergogna non ci impedisce di dormire la notte? Come è che permettiamo che metà dei nostri salari vengano usati per compiere crimini contro l’umanità? Come è che siamo riusciti a ridurre la vergogna a due colonne sul quotidiano e a non dedicarle più dei pochi minuti che destiniamo ad una lettura frettolosa degli articoli di Gideon Levy e Amira Hass, come quando uno legge la cronaca di uno scenario già noto in precedenza? Come è successo che siamo riusciti ad impacchettare l’infinita sofferenza quotidiana, la fame, la denutrizione, i traumi dei bambini, l’invalidità, la condizione di orfani e il lutto in una parola alienante: “politica”? Com’è che i nostri figli camminano tronfi e fanno gli spacconi nell’uniforme della  brutalità che indossano quando servono nell’esercito delle distruzioni e dei massacri?<br />
Com’è che tutte le splendide istituzioni del mondo stanno a guardare e non riescono a fare una sola cosa per salvare un bambino dalla morte o rimuovere un blocco di calcestruzzo dal muro della vergogna? Com’è che tutte le organizzazioni per la pace e i diritti umani non riescono a fermare i gipponi delle Guardie di Frontiera che arrivano a terrorizzare e uccidere gli alunni delle scuole, e non sono in grado di fermare un bulldozer nel suo percorso per distruggere una casa con i suoi occupanti dentro, di salvare un albero di olivo dalla distruzione, o una bambina che si è persa mentre andava a scuola e si è trovata sulla traiettoria dei soldati dell’Occupazione?<br />
Una delle risposte a queste domande è che lo Stato di Israele è capace di ridurre al silenzio e di paralizzare  il mondo intero perché c’è stato l’Olocausto. Lo Stato di Israele ha acquisito il permesso di fare violenza su di una intera nazione perché c’è l’antisemitismo. Lo Stato di Israele sta causando il disastro esistenziale – economico, sociale ed umano &#8211; ai suoi cittadini e alla popolazione soggiogata e nessuno osa fermarlo perché una volta c’era Hitler. In questo stesso momento i sopravvissuti all’Olocausto stanno soffrendol’ignominia della fame in questo Paese.<br />
Questa sera noi dobbiamo chiedere aiuto al mondo per liberare noi stessi dalla vergogna. Questa sera dobbiamo spiegare al mondo che se vuole salvare il popolo di Israele e il popolo palestinese dall’olocausto imminente che minaccia tutti noi è necessario che condanni la politica di occupazione, il dominio della morte deve essere fermato nel suo percorso. Tutti i criminali di guerra che svestono le uniformi e cominciano a viaggiare per il mondo devono essere arrestati, processati e messi in prigione invece di avere la possibilità di gioire dei piaceri della libertà, mentre si stanno ancora trascinando dietro un tintinnante salvadanaio pieno di crimini di guerra.<br />
E per noi è arrivato il momento di smettere di consegnare i nostri figli ad un sistema educativo che radica  in loro valori falsi e razzisti ed insegna loro che il proprio contributo alla società si riassume nel fare violenza ed uccidere i figli di altre persone. E’ venuto il momento per noi di spiegare loro che la popolazione di questo luogo non è divisa fra Ebrei e non-Ebrei come è scritto nei loro libri scolastici, ma in esseri umani che vogliono vivere in pace nonostante tutto, e persone che hanno perduto la loro umanità  e ricavano piacere dalla distruzione e dalla devastazione. E’ venuto il tempo per noi di spiegare ai nostri figli dove vivono.</p>
<p class="justify">&nbsp;</p>
<blockquote><p>Oggi, mentre l’intero mondo civilizzato si diverte a denigrare e diffamare il sistema scolastico palestinese, non c’è un solo testo scolastico in Israele che presenti l’immagine di un palestinese come una persona normale moderna. Non c’è nessun libro scolastico in Israele che presenti una carta geografica che mostri i confini veri dello Stato. Non c’è nessun libro di testo in Israele in cui appaia la parola “occupazione”. I nostri figli vengono arruolati nell’esercito di occupazione senza conoscere il luogo in cui vivono, senza conoscere la sua storia e la sua gente. Entrano nell’esercito imbevuti di odio e paura. I nostri figli vengono educati a vedere chiunque non sia Ebreo come un Goy, l’Altro, che generazione dopo generazione cerca di distruggerci. Questa educazione rende facile ai vertici militari trasformare i nostri figli in mostri.<br />
Quindi l’unico modo per impedire che i nostri figli diventino strumenti nelle mani della macchina di distruzione è raccontare loro la storia di questo luogo, disegnare per loro i suoi confini, aiutarli a conoscere i vicini, la loro cultura, le loro usanze, la loro gentilezza e i loro diritti sulla terra dove hanno vissuto per molte generazioni prima che i Pionieri sionisti arrivassero nella Terra Promessa di Israele. E soprattutto insegnare loro a non sottomettersi alla Stato, a non rispettare la sua autorità, perché questo Stato è governato da ladri e opportunisti, che non controllano i loro impulsi, né quelli sessuali né altri, persino nei tempi più neri e reggono questo Stato secondo le leggi della Mafia: “Tu hai ucciso uno dei miei – io ucciderò un centinaio dei tuoi. Tu mi hai lanciato una bomba  fatta in casa – io sgancerò un centinaio delle bombe più distruttive e sofisticate del mondo che non lasceranno neanche una traccia di te, della tua famiglia e dei tuoi vicini. Tu hai bruciato una delle mie auto così io brucerò una delle tue città.” Questa è la logica del mondo della criminalità.<br />
Questa sera dobbiamo pensare a quelli che sono condannati a morire n ftro e a quelli che sono condannati a cadere nel crimine sotto la copertura della legge e dell’uniforme. Dobbiamo salvarli tutti. Dobbiamo insegnare a tutti loro a non obbedire a degli ordini che, anche se sono legali secondo le leggi razziali di questo Stato, sono manifestamente e chiaramente inumani.E soprattutto, questa sera dobbiamo fermarci un attimo, tutti noi, e guardare il viso della piccola Abir Aramin, la sua testa colpita alla nuca da un proiettile, il cui assassino non si troverà mai di fronte ad un processo in questo Paese e non verrà mai punito nel modo in cui merita, e domandare a noi stessi,</p></blockquote>
<p><em>Perché quella striscia di sangue lacera il petalo della sua guancia</em> <em>[4] &#8230;</em></p>
<p>Traduzione di Gabriella Cecilia Gallia</p>
<p>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.<br />
[1]   in ebraico significa germoglio<br />
[2]  in arabo significa profumo di fiore<br />
[3] Ezechiele, 22.4<br />
[4] Anna Achmatova</p>
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