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	<title>agli incroci dei venti &#187; Legalita&#8217;</title>
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	<description>cultura politica societa'</description>
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		<title>2 agosto 2010</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Aug 2010 16:17:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Legalita']]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[strage]]></category>
		<category><![CDATA[strage di Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[trentesimo anniversario]]></category>

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		<description><![CDATA[COMUNICAZIONE LETTA DAL PRESIDENTE PAOLO BOLOGNESI A NOME DELL’ASSOCIAZIONE TRA I FAMILIARI DELLE VITTIME DELLA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA DEL 2 AGOSTO 1980 30 anni fa, alle 10,25, chi collocò in questa stazione una bomba voleva un massacro e lo ottenne. Le scene strazianti che si presentarono ai soccorritori sono ancora oggi negli occhi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>COMUNICAZIONE LETTA DAL PRESIDENTE  PAOLO BOLOGNESI A NOME DELL’ASSOCIAZIONE TRA I FAMILIARI DELLE VITTIME  DELLA STRAGE ALLA STAZIONE DI BOLOGNA DEL 2 AGOSTO 1980</strong></p>
<p>30 anni fa, alle 10,25, chi collocò in questa stazione una bomba voleva un massacro e lo ottenne.</p>
<p>Le  scene strazianti che si presentarono ai soccorritori sono ancora oggi  negli occhi e nel cuore di ciascuno di noi: corpi martoriati, grida di  aiuto, polvere, sangue, calcinacci e, su tutto, l’odore acre della  polvere da sparo, mentre già c’era chi si adoperava per accreditare  l’ipotesi dello scoppio accidentale di una caldaia.</p>
<p>Ancora una strage, ancora persone innocenti massacrate.</p>
<p>Ancora a Bologna, nuovamente colpita, ma pronta a rialzarsi.</p>
<p><span id="more-667"></span>Non  dimenticheremo mai la solidarietà ricevuta quel 2 agosto 1980, il  contributo di tanti cittadini che, al di là delle loro convinzioni  politiche, ci hanno dato e ci danno ancora un appoggio concreto e morale  straordinario.</p>
<p>Una scena tra tutte è emblematica della reazione  della nostra città: l’autobus 37, trasformato in camera mortuaria per  lasciare le ambulanze ai feriti, in servizio permanente grazie al senso  civico del suo autista; il quale,nonostante da tempo fosse  finito il  suo turno, ai colleghi che gli offrivano un cambio, con gli occhi  lucidi, ma voce ferma rispondeva: “Vado avanti”.</p>
<p>La volontà di  andare avanti, di reagire alla sfida terroristica, ha portato noi  familiari delle vittime a non arrenderci, chiedendo da subito verità e  giustizia; ha portato la cittadinanza a stringersi intorno a noi,  reagendo contro ogni volontà di imporre il disimpegno e la  rassegnazione; ha portato la parte sana dello Stato, forze dell’ordine e  magistrati onesti, a cercare di smascherare chi aveva voluto,  pianificato ed eseguito quella strage.</p>
<p>Grazie a loro, grazie a  chi non si è arreso ai molteplici e costanti tentativi di inquinamento e  di intossicazione delle indagini e dei processi, oggi, per la giustizia  e per la storia, l’attentato del 2 agosto ha precise responsabilità che  non ci stanchiamo di ripetere.</p>
<p>Ad eseguire materialmente la strage sono stati i neofascisti dei NAR Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini.</p>
<p>A  depistare le indagini sono stati Licio Gelli, Gran Maestro della Loggia  Massonica P2, il faccendiere Francesco Pazienza, gli appartenenti al  SISMI generale Musumeci e colonnello Belmonte, uomini ai vertici del  servizio segreto militare entrambi iscritti alla Loggia Massonica P2.</p>
<p>Nel manifesto di quest’anno abbiamo scritto:</p>
<div style="text-align: center;"><strong>30 anni<br />
di veleni contro le tante verità accertate<br />
di premi per gli assassini<br />
di mandanti ancora senza volto<br />
di  segreti di Stato</strong></div>
<p>Non  lo scoppio di una caldaia, non terroristi internazionali maldestri che,  senza volere, hanno dimenticato una bomba alla stazione, non i libici,  non i palestinesi, ma neofascisti, servizi segreti, Banda della Magliana  e Loggia Massonica P2, tutti assolutamente interessati ed alleati per  impedire l’accertamento della verità.</p>
<p>Questo oggi è un dato sia  storico che giudiziario, è un dato che i mandanti e gli ispiratori  politici della strage alla stazione, che su quell’attentato hanno  costruito e rafforzato le proprie posizioni di potere, non si possono  permettere che venga divulgato.</p>
<p>Assicurare l’impunità agli autori  di quell’orrendo crimine è un obbligo per chi ha armato la loro mano:  libertà in cambio di omertà, in questo modo si spiegano gli incredibili  benefici concessi a Mambro, Fioravanti e Ciavardini, che denunciamo da  anni:</p>
<p>Ciavardini, condannato nel 2007 a scontare 30 anni per strage, è uscito dal carcere 1 anno fà, dopo solo 2 anni di detenzione.</p>
<p>Valerio  Fioravanti e Francesca Mambro, condannati complessivamente a14  ergastoli per strage e 12 omicidi, e a più di 200 anni di carcere per  reati minori come occultamento di cadavere e rapina, hanno scontato in  carcere 2 mesi per ogni morte causata.</p>
<p>Delle loro vittime i  giornali non parlano mai, né pubblicano le loro foto, come se si  cercasse di farle dimenticare, perché il loro ricordo contrasta con la  nuova immagine di questi due vigliacchi assassini, in vista di una loro  futura carriera politica. Ma noi non le dimentichiamo, sono:</p>
<p>-         Roberto Scialabba, 19 anni, ucciso perché aveva i capelli lunghi e l’aspetto di un comunista;</p>
<p>-         Antonio Leandri, 24 anni, ucciso per uno scambio di persona;</p>
<p>-         Maurizio Arnesano, 19 anni, soldato di leva ucciso per impadronirsi del suo fucile;</p>
<p>-         Marco Pizzari, 18 anni, e Giuseppe De Luca, uccisi perché ritenuti traditori e testimoni pericolosi;</p>
<p>-          Franco Evangelista, Enea Codotto, Luigi Maronese, Francesco Straullu e  Ciriaco Di Roma, uomini delle forze dell’ordine uccisi perché  ostacolavano l’attività criminale dei NAR;</p>
<p>-         Francesco Mangiameli, ucciso perché poteva incastrare Mambro e Fioravanti per la strage di Bologna;</p>
<p>-         Alessandro Caravillani, 17 anni, ucciso con un colpo alla tempia durante una rapina.</p>
<p>E  soprattutto, non dimentichiamo il magistrato Mario Amato, al cui  ricordo siamo legati da profondo affetto e gratitudine. Da solo, a Roma,  svolgeva le indagini sul terrorismo nero con rigore e serietà e per  questo fu ucciso. Si era accorto che l’estrema destra era in fermento,  si preparava a qualcosa di grosso, probabilmente un attentato di  dimensioni senza precedenti e, dopo aver denunciato durante un’audizione  di fronte al Consiglio Superiore della Magistratura, il suo isolamento  all’interno della Procura di Roma e la pericolosità dinamitarda dei NAR,  10 giorni dopo fu ucciso. Era il 23 giugno 1980,  40 giorni prima della  strage alla stazione.</p>
<p>Oggi, a 30 anni di distanza, vogliamo  sottolineare un fatto importante  che ricorda gli ambienti in cui si era  imbattuto Mario Amato durante le sue indagini sul neofascismo e sui  suoi legami col sottobosco finanziario, economico e col potere politico.  Nell’ambito di un’inchiesta su un maxiriciclaggio, è stato arrestato  l’estremista di destra Gennaro Mokbel, indicato come responsabile del  riciclaggio di ingentissimi capitali illegali e legato alla ‘ndrangheta e  alla Banda della Magliana, con infiltrazioni nella Massoneria e nelle  forze dell’ordine, talmente influente da chiamare “schiavo” un Senatore  della Repubblica e trattarlo come tale e da disporre di milioni di euro  in diamanti e opere d’arte. Decine e decine sono le telefonate  intercettate,come riferito dalla stampa, tra Mokbel, sua moglie e Mambro  e Fioravanti, che emergono come veri e propri consulenti politici.</p>
<p>Non  sappiamo se l’intercettazione in cui Mokbel dichiara di aver dovuto  versare un milione e 200.000 euro per liberare Mambro e Fioravanti  corrisponda al vero.</p>
<p>Sappiamo però che ancora oggi aspettiamo di  conoscere le basi sulle quali è stata concessa la liberazione  condizionale a Mambro e Fioravanti in spregio ai presupposti giuridici  previsti per ogni normale cittadino.</p>
<p>Abbiamo appreso, con  sconcerto, la disinvoltura e la noncuranza dell’etica politica, con cui  il candidato Radicale del Centro –Sinistra, alle recenti elezioni  regionali del Lazio: Emma Bonino, abbia avuto nel suo comitato  elettorale, come consulenti proprio i due terroristi fascisti Mambro e  Fioravanti mandanti dell’assassinio del giudice Amato ed esecutori  materiali della strage alla stazione.</p>
<p>10 anni fà da questo stesso  palco avevamo detto:  in un Paese in cui due stragisti condannati per  97 omicidi sono incredibilmente liberi e sono dirigenti di un partito  politico, può davvero succedere di tutto.</p>
<p>Volgendo lo sguardo ai  30 anni passati dobbiamo dire che tanti sono stati i depistaggi e le  coperture che sono state messe in atto per far perdere tempo ai giudici e  per annullare i risultati processuali faticosamente raggiunti.</p>
<p>Oggi  l’Associazione e’ convinta che anche la pista internazionale messa a  disposizione dalla commissione Mitrokin subirà lo stesso misero esito  delle precedenti piste. A questo punto sarà necessario che la Procura di  Bologna riprenda le indagini sui mandanti per colpirli come meritano.</p>
<p>L’Associazione  e’ vigile, tante verità nascoste in passato stanno emergendo sulla base  di nuove indagini e nuovi processi ad esempio a Brescia. Il nostro  impegno e il nostro contributo verranno  forniti nei prossimi mesi ai  magistrati di Bologna.</p>
<p>In questo Paese esiste un grumo  cancerogeno che ha attraversato 30 anni di storia italiana facendo  stragi, uccidendo magistrati e politici scomodi, autotutelandosi presso  le istituzioni e utilizzando anche una strana connivenza con certa  stampa, secondo un perfetto disegno piduista. Questo grumo accomuna  eversione nera, massoneria, settori deviati dello Stato e Banda della  Magliana. Ed il recente arresto di Flavio Carboni, inquietante crocevia  di questa espressione criminale, dimostra l’attualità di quelle  alleanze.</p>
<p>Questo grumo in passato è stato funzionale ad un  micidiale progetto politico studiato molti anni addietro, addirittura  negli anni sessanta come dimostrato dagli atti del convegno  dell’Istituto Pollio su “LA GUERRA RIVOLUZIONARIA”.</p>
<p>Progetto che  poneva la gestione degli effetti di criminali e devastanti attentati  come utile strumento di lotta politica, come metodo di condizionamento  della dinamica della vita democratica del Paese.</p>
<p>Poi lo  svuotamento dall’interno dei principi alla base della nostra  costituzione con il progetto eversivo della Loggia Massonica P2  denominato “PIANO DI RINASCITA DEMOCRATICA”.</p>
<p>Oggi dobbiamo  constatare che quel progetto politico è stato in gran parte attuato  rendendo sempre più difficile la vita democratica del nostro Paese.<br />
Questa  non è una storia da relegare nelle pagine interne dei quotidiani:  questa è la storia del Paese. Quella che non si vuole raccontare, perché  i cittadini non devono sapere.</p>
<p>Nonostante il silenzio  assordante  del ceto politico e l’indifferenza dei mass-media, riceviamo  ogni giorno lettere di solidarietà e attestati di stima da cittadini  indignati, che ci spronano a continuare a gridare ad alta voce lo  scandalo di questi due stragisti e pluriomicidi, che hanno scontato  condanne pagate a prezzi di saldo: non esiste detenuto in Italia che  abbia goduto di maggiori benefici.</p>
<p>Non ci muove l’odio, ma il  senso di dignità, perché senza esigenza di memoria e pretesa di  giustizia non vi è vita collettiva che abbia un senso e un valore.<br />
C’è oggi una gran voglia di normalizzare a forza questo Paese, di farci abituare al peggio.</p>
<p>Ci  sentiamo confortati dalle parole del Capo dello Stato che, l’8 maggio,  nel corso della cerimonia per il giorno della memoria delle vittime del  terrorismo e delle stragi di tale matrice, ha voluto sottolineare,  ricordando  i rischi estremi che il nostro Paese corse nel 1980 e come  seppe uscirne:</p>
<p>“ …avemmo così la prova di quanto profonde fossero  tra gli italiani le riserve di attaccamento alla libertà, alla  legalità, ai principi costituzionali della convivenza democratica su cui  poter contare.”</p>
<p>Parole che  sembrano di estrema attualità visti i pericoli che corre la nostra vita democratica.</p>
<p>La  nostra Associazione, da sempre, si batte affinché l’informazione sui  fatti tragici del nostro Paese venga portata alla conoscenza di tutti:  per questo abbiamo pubblicato nel nostro sito tutti gli atti dei  processi sulla strage alla stazione; partecipiamo attivamente alla Rete  degli Archivi per non dimenticare affinché nessun atto giudiziario,  legato alla storia del nostro Paese, vada disperso e possa essere fonte  di studi e ricerche.</p>
<p>E’ con grande contrarietà  che assistiamo  al tentativo di limitare per legge l’uso delle intercettazioni; questo  creerebbe un grave danno alle indagini e alla possibilità di nuovi  sviluppi sulla conoscenza di fatti riguardanti le stragi che hanno  insanguinato il nostro Paese. L’informazione è importante soprattutto  per i giovani e per dare a tutti la possibilità della conoscenza dei  fatti, di essere consapevoli, in modo che nessuno possa più farsi scudo  del non sapere e dell’ignoranza altrui. Perché gli assassini, così come i  mandanti della strage alla stazione,  si affidano all’indifferenza  della gente e su di essa costruiscono la propria impunità.</p>
<p>Dopo 6  anni dobbiamo constatare che la legge 206/2004 non è’ ancora in gran  parte applicata, dalla sua approvazione ad oggi sono stati approvati dal  Parlamento 3 ordini del giorno che impegnavano il Governo in carica ad  attuarla completamente senza nessun risultato. All’inizio di questa  legislatura abbiamo avuto le assicurazioni e le promesse del Presidente  del Consiglio Silvio Berlusconi, del Sottosegretario Gianni Letta, del  Ministro della Giustizia Angelino Alfano, del Ministro dell’Interno  Maroni , ma nulla e’ stato fatto, la legge è ancora in gran parte  inattuata, la delusione dei familiari delle vittime è grande. Questo dà  la misura della mancata doverosa attenzione, nei confronti delle  vittime, dei Governi che si sono succeduti dal 2004.</p>
<p>L’assenza del Governo ,oggi , ne è la conferma.</p>
<p>L’ONU-UNESCO  PER LA PROMOZIONE DI UNA CULTURA DI PACE ha inserito il memoriale della  strage del 2 agosto alla stazione di Bologna, nell’ambito del programma  “Patrimoni per una cultura della Pace”.<br />
Questo riconoscimento ci  riempie di orgoglio e sarà un ulteriore impegno per mantenere la memoria  negli anni futuri compiendo nel contempo azioni in favore della Pace.</p>
<p>Noi,  30 anni fa in questo piazzale abbiamo perso gli affetti più cari, un  pezzo della nostra vita. Per onorare la loro memoria abbiamo scelto la  strada della ricerca della verità e della giustizia, l’unico modo per  vincere con le armi della democrazia i disegni criminali.</p>
<p>In  questi anni abbiamo cercato di far esaltare l’orgoglio di appartenere ad  una associazione che ha come impegno primario ottenere giustizia e  verità, abbiamo soffocato la commozione che ci deriva dall’enorme  tragedia che ha colpito ognuno di noi. Abbiamo guardato avanti e tanti  sono i risultati che in questi anni si sono ottenuti, specialmente sui  diritti delle vittime nonostante  che i vari governi, con ripetute  promesse e assicurazioni, non operino per applicare completamente le  leggi pur approvate dal Parlamento.</p>
<p>E’ consapevolezza, ormai di  tutti i cittadini, che l’ostacolo principale alla verità, allo  smascheramento dei mandanti, è l’apposizione anche in modo non ufficiale  del segreto di Stato in tutti i processi di terrorismo e stragi.<br />
Per  questo ribadiamo con forza che, passati 30 anni dall’evento, tutti i  documenti ad esso relativi ed i nominativi in esso contenuti, in  possesso dei Servizi Segreti, della polizia e dei carabinieri, vengano  catalogati e resi pubblici senza distinguere tra documenti d’archivio e  quelli d’archivio corrente. L’ipotesi di reiterare il segreto di Stato  dopo 30 anni è una vergogna, sembra fatta non per tutelare la sicurezza  dello Stato ma per rendere impossibile colpire i mandanti e gli  ispiratori politici.</p>
<p>A chi ha tentato di piegarci abbiamo  contrapposto la fermezza di chi non si fa comprare, e continuiamo con  ostinazione, a portare avanti le nostre battaglie.<br />
Nel rivendicare i  nostri diritti abbiamo evitato di sentirci o farci sentire vittime, ci  siamo sempre comportati come cittadini che chiedono cose a loro dovute.<br />
La  nostra è stata ed è una lunga battaglia: contro il tempo che passa;  contro i silenzi e le menzogne; contro i tentativi di delegittimazione  ancora in corso; contro chi pensa di difendere i carnefici e non le  vittime; contro chi vuole farci dimenticare, abbassare la testa;a questo  proposito quest’anno abbiamo assistito ad un triste tentativo di  immiserire la manifestazione che è in corso ora, quasi che molti  politici si fossero stancati dei cittadini che scendono in piazza per  ricordare e pretendere giustizia. Questa manifestazione, la solidarietà e  la partecipazione dei cittadini che ogni 2 agosto vogliono farci  sentire la loro vicinanza non è un elemento di disturbo da eliminare, ma  è il segno di una società civile vitale, che non è disposta a farsi  zittire da chi vorrebbe avere a che fare con sudditi e non con cittadini  dotati di senso critico e di volontà di partecipazione alla vita  democratica.</p>
<p>La stima che abbiamo ottenuto dai cittadini è stata grande e ci auguriamo di poterla mantenere anche per i prossimi anni.</p>
<p><strong>QUESTA PIAZZA E’ ANCORA OGGI,COME TRENTA ANNI FA, SOLIDARIETA’ E DEMOCRAZIA.</strong></p>
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		<title>Note sul sistema giudiziario americano</title>
		<link>http://www.agliincrocideiventi.it/2009/note-sul-sistema-giudiziario-americano/</link>
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		<pubDate>Sun, 19 Apr 2009 11:38:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Legalita']]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[sistema giudiziario]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[11 aprile 2009 The common-law system is inherently messy Lawrence M. Friedman Il sistema giudiziario americano è diviso in tre parti La prima divisione riguarda quella fra sistema giudiziario federale e statale. Il primo si occupa, con molte duplicazioni e sovrapposizioni, di reati federali (droga, immigrazione illegale, frode postale, uccisione del presidente, ecc.), o commessi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><small>11 aprile 2009</small></strong></p>
<blockquote><p>The common-law system is inherently messy</p></blockquote>
<p>Lawrence M. Friedman</p>
<p>Il sistema giudiziario americano è diviso in tre parti<br />
La prima divisione riguarda quella fra sistema giudiziario federale e statale.<br />
Il primo si occupa, con molte duplicazioni e sovrapposizioni, di reati federali (droga, immigrazione illegale, frode postale, uccisione del presidente, ecc.), o commessi in territorio federale (riserve indiane, aeroporti internazionali, ecc.), delle bankruptcy court, delle cause che riguardano le agenzie federali e degli habeas corpus capitali.<br />
Alla base ci sono le 94 US District Courts (almeno una per stato) e ogni stato è all’interno di uno degli 11 Circuiti federali, più due a Washington DC. I casi giudiziari trattati sono 250.000 all’anno.<br />
Sopra le district courts ci sono le 13 US Circuit Courts of Appeals (che sono courts of law) (70.000 casi). Molto raramente accade che un caso, già deciso dal panel di tre giudici tipico delle corti d’appello, sia riascoltato En Banc: cioè da tutti i giudici.<br />
Sopra tutti (anche alle corti supreme statali) si erge la Corte Suprema degli Stati Uniti, composta dal Chief Justice e da otto Associated Justice.<br />
Riceve 7-8.000 richieste di certiorari l’anno, ma se la cava con 60-70 sentenze (il cosiddetto otto per mille della corte suprema). Occorre il voto di quattro giudici per consentire a un caso di essere ascoltato e quello di cinque per fermare un’esecuzione. (rule of four, rule of five).<br />
<span id="more-518"></span>I giudici federali sono nominati a vita dal Presidente, previo consenso del Senato, dove vige la tradizione del “Senatorial courtesy”. In altre parole, se il nominato non piace ai senatori del circuito in cui deve operare, il Senato non ne accetta la nomina. Famoso il caso del giudice (nero) White la cui nomina fu bloccata dall’allora senatore Ashcroft che lo accusava di essere pro-crime.<br />
Fra giudici in attività, in semi ritiro e “magistrates” consta di circa 2.000 persone. I DA federali (nominati e revocati come il GA federale dal Prez) sono 93 perché Guam è unito alle Marianne.</p>
<p>Il grosso del lavoro giudiziario (federalization of crimes a parte) lo fanno ovviamente gli stati.<br />
Ogni stato ha il suo proprio Codice Penale e le sue leggi (revised statutes), il suo Codice di Procedura Penale e le sentenze dalle sue Corti. Ogni stato ha una Corte Suprema (ce l’hanno anche i Navajos), con Texas e Oklahoma che ne hanno due (una per i casi civili e una per i penali) A New York e in Maryland la corte suprema si chiama Court of Appeals mentre la New York Supreme Court è una normalissima corte di giustizia.</p>
<p>Il sistema statale è a sua volta nettamente diviso in due livelli.<br />
In basso le 13.500 Trial Courts of Limited Jurisdiction. Denominate anche Lower Courts sono courts not of record e perciò, non tenendo un verbale delle udienze, nella rara occorrenza che il caso arrivi in appello, bisogna fare il processo “de novo”. A seconda dello stato (giurisdizione) hanno i nomi più diversi: municipal court, mayor court, police court, city court, circuit court, district court, magistrate court, court of common pleas, justice of the peace court, ma in ogni caso i loro sono summary trial e bench trial (senza l’impiccio di una giuria) o con solo sei giurati.<br />
I giudici di queste corti non necessitano di una formazione giuridica e, come accade nelle Town e Village Courts dello stato di New York, spesso non sono nemmeno diplomati.<br />
Si occupano di misdemeanours (reati per cui è prevista una pena massima di un anno) e di piccole cause civili e lo fanno con grande rapidità e efficienza (pochi minuti), anche grazie al fatto che la presenza di un avvocato non è normalmente prevista e spesso nemmeno consentita. Gestiscono 90 milioni di casi all’anno.<br />
Il District Attorney normalmente non si occupa di quello che accade in queste corti, dove è la polizia a portare i sospetti davanti al giudice. Con la crisi attuale il disinteresse delle Procure sta aumentando, tanto che molti felonies finiscono con l’essere trattati come misdemeanours nelle lower courts.</p>
<p>L’altro livello di giustizia statale assomiglia al nostro, ma in america il patteggiamento è la regola e il processo l’eccezione<br />
Ci sono 3.000 Trial Courts of General Jurisdiction (chiamate district courts o circuit courts), le corti d’appello (ma non sempre) e la court of last resort.<br />
Le corti sono gestite da giudici veri, tengono il verbale delle udienze e si occupano di felonies (reati con pene superiori all’anno) e cause civili, ma possono essere anche corti specializzate come le drug courts, che invece che spedire la gente in galera la mandano in trattamento.<br />
Una dozzina di stati non ha le corti d’appello (two tier system) e gli appelli finiscono direttamente alla locale corte suprema. Gli altri (three tier system) le hanno, ma le usano poco.<br />
L’appello non è infatti un diritto costituzionale e solo i condannati a morte hanno una revisione automatica del giudizio. Tutti gli altri possono solo sperare di rientrare in quel numero decisamente piccolo di casi in cui una corte d’appello prende in considerazione la richiesta di certiorari. L’appello può essere chiesto per due motivi: la condanna è sproporzionata o nel processo di merito vi sono state grave e numerose violazioni costituzionali. Non consiste nel rifacimento nemmeno parziale del dibattimento, ma nella revisione formale del verbale. Tocca al condannato dimostrare che vi sono stati errori così gravi e numerosi da costringere all’annullamento del processo. In un caso capitale le due ragioni coincidono, ma può essere annullata solo la sentenza, mantenendo valido il verdetto di colpevolezza.</p>
<p>Paradossalmente né il verdetto capitale, né la sentenza di morte richiedono particolari spiegazioni, mentre sentenze più lievi devono essere, a volte, laboriosamente motivate per far capire, nell’intricata tabella delle senteching guidelines, come ha ragionato il giudice nell’imporre, in un caso di acquitted conduct sentencing enhancement, sessanta mesi invece dei sei previsti.</p>
<p>L’appello, civile o penale, può diventare una messa cantata pluridecennale. Sia per l’American Rule (nelle cause civili chi perde non paga mai la parcella dell’avvocato del vincitore), sia perché la prescrizione si interrompe con l’inizio del procedimento penale. C’è gente che sta da trent’anni nel braccio della morte e Wilebrt Rideau è stato processato per la quarta volta a quasi mezzo secolo dal delitto.</p>
<p>Nel 2004, su 45 milioni e duecentomila procedimenti giudiziari civili, penali, juveniles, family courts, ecc. ma senza le traffic courts, i casi in appello erano 273 mila.</p>
<p>Da sfatare è il mito delle carriere differenziate.<br />
I giudici americani sono quasi tutti ex procuratori e gli avvocati passano con assoluta indifferenza dalla libera professione al lavoro (anche a tempo determinato) per la Procura e viceversa. I DA sono eletti (ma non in Alaska, Connecticut, New Jersey e Washington DC.) e considerano questa carica una tappa in una carriera politica che spesso li porta ad essere GA, Sindaci, Senatori, ecc. Alcuni, come il District Attorney di Manhattan Morgentau, sono praticamente inamovibili, tanto da meritare l’appellativo di District Eternity, ma la gran parte dei politici americani ha l’abitudine di morire in carica, (però devono passare sotto le forche caudine delle primarie).<br />
Altri miti da sfatare sono quelli della responsabilità civile di giudici e procuratori, della inesistenza di ritenute fiscali sulla busta paga e del basso numero degli impiegati statali: il solo sistema giudiziario penale ne impiega 2,5 milioni.</p>
<p>I giudici dovrebbero essere circa 30.000 (più i court commissioner)<br />
In una dozzina di stati sono nominati (normalmente dal Governatore).<br />
In una ventina sono prima selezionati da una commissione e poi nominati e solo dopo un paio d’anni sottoposti a una verifica elettorale, at large, nella quale devono ottenere più voti positivi che negativi.<br />
Nei restanti stati sono eletti. In alcuni con elezioni partisan dove i candidati sono apertamente sostenuti da un partito. Di recente ci sono state roventi polemiche per i finanziamenti elettorali forniti da società che poi si troveranno in giudizio davanti ai giudici finanziati.<br />
Da tempo è invalso l’uso da parte di giudici vicini alla fine del mandato e decisi a non ricandidarsi, di dimettersi qualche mese prima della normale scadenza, in modo che il Governatore, nell’impossibilità di indire le normali primarie ed elezioni, nomini un sostituto di suo gradimento. Questo terrà il posto di giudice (acting, substitute) per un paio d’anni fino al normale election day, quando si presenterà come incumbent.<br />
I giudici restano in carica parecchi anni, mentre i DA normalmente 4.</p>
<p>Gli elettori normalmente confermano i giudici in carica, ma è accaduto, a Rose Bird in California e a Penny White in Tennessee, di essere cacciate dalle rispettive corti supreme grazie alle violente campagne denigratorie organizzate dai governatori che esigevano una servile conferma delle sentenze di morte</p>
<p>Meglio comunque non mitizzare il sistema elettorale americano in cui non sono poche le elezioni uncontested, dove si presenta un solo candidato perché nessuno ha voglia di spendere un sacco di soldi per farsi massacrare dall’incumbent. Secondo il Washington Post (07/11/2003) nelle elezioni della Camera del 2002 ben 78 seggi su 435 erano uncontested, mentre, nel 2003, lo erano 89 dei 140 seggi della Camera della Virginia.</p>
<p>I DA hanno nomi diversi a seconda dello stato (Commonwealth&#8217;s Attorney, State&#8217;s Attorney, County Attorney, County Prosecutor) e sono il motore di tutto il sistema processuale. Sono loro che decidono se incriminare o lasciar perdere, se scambiare  una testimonianza con l’impunità, se patteggiare o andare al processo e con quanti e quali capi d’imputazione. I loro 2.341 uffici coprono una o più contee e impiegano 79.000 persone di cui 27.000 sono normali avvocati (Assistant DA) .<br />
Ogni anno fanno condannare 1.200.000 felons, di cui la metà va in prigione.</p>
<p><small><strong>Bibliografia</strong></small></p>
<p><small>Articoli del New York Times riguardanti i finanziamenti delle campagne elettorali dei giudici</small></p>
<p><small>Campaign Cash Mirrors a High Court’s Rulings, October 1, 2006</small></p>
<p><small>The Selling of the Judiciary: Campaign Cash ‘in the Courtroom’, April 15, 2008</small></p>
<p><small>West Virginia’s Top Judge Loses His Re-election Bid, May 15, 2008</small></p>
<p><small>Rendering Justice, With One Eye on Re-Election, May 25, 2008</small></p>
<p><small>ABA<br />
<a title="download [pdf]" href="http://www.abanet.org/leadership/fact_sheet.pdf">Judicial Selection Methods In The States</a> [PDF]</small></p>
<p><small>BJS<br />
State court Organization, 1987-2004. october 2007</small></p>
<p><small>Bohm Robert<br />
A concise Introduction to Criminal Justice. Boston, Mc Grow Hill, 2007</small></p>
<p><small><a title="New York Times" href="http://www.nytimes.com/2006/09/25/nyregion/25courts.html">Broken Bench</a><br />
New York Times September 25, 2006</small></p>
<p><small>Davis Angela J.<br />
<a title="download [pdf]" href="http://publications.u-paris10.fr/23/01/AngelaDavisPaper-1.pdf">The Power and Discretion of the American Prosecutor</a> [PDF]</small></p>
<p><small>Friedman Lawrence<br />
Crime and Punishment in American History, New York, Basic Books, 1993.<br />
American Law. An Introduction. Revise and Updated Edition.  New York. .Norton 1998<br />
Law in America. A Short History New York, Modern Library, 2002</small></p>
<p><small>Schmalleger Frank<br />
Criminal Justice Today. An Introductio. 9th edition. NJ, Prentice Hall, 2008</small></p>
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		<title>Anteprima</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Dec 2008 11:52:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[CONSIDERAZIONI SULLA DEMOCRAZIA   CRIMINALE  IL GOVERNO E L’ACCUMULAZIONE NEL TEMPO DELLA GLOBALIZZAZIONE, DEI PRODOTTI IMMATERIALI E DELLE MOLTITUDINI di Giovannelli Mimesis Edizioni   Premessa   Scriveva Hegel nel 1821 (Grundlinien der Philosophie des Rechts): omnis definitio in jure civili pericolosa (Digesti, I, X, 17). E, in fatto, quanto più sono incomposte e contraddittorie in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><small><strong><em>CONSIDERAZIONI SULLA</em></strong></small></p>
<p><strong><em>DEMOCRAZIA   CRIMINALE </em></strong></p>
<p><small>IL GOVERNO E L’ACCUMULAZIONE NEL TEMPO DELLA GLOBALIZZAZIONE, DEI PRODOTTI IMMATERIALI E DELLE MOLTITUDINI</small></p>
<p>di <a title="mimesisedizioni" href="http://www.mimesisedizioni.it/archives/000561.html">Giovannelli</a></p>
<p><a title="Mimesis Edizioni" href="http://www.mimesisedizioni.it/">Mimesis Edizioni</a></p>
<p> </p>
<p>Premessa</p>
<p> </p>
<p>Scriveva Hegel nel 1821 (Grundlinien der Philosophie des Rechts): <em>omnis definitio in jure civili pericolosa (Digesti, I, X, 17). E, in fatto, quanto più sono incomposte e contraddittorie in sé le prescrizioni di un diritto, tanto meno in esso sono possibili definizioni, poiché queste devono, piuttosto, contenere determinazioni universali; ma queste rendono immediatamente evidente nella sua semplicità l’opposto, qui l’ingiusto</em> (Lineamenti di filosofia del diritto, Laterza, 1913, pagina 18, traduzione di Francesco Messineo).<br />
<span id="more-432"></span><br />
Le istituzioni democratiche del ventunesimo secolo non sono riuscite ad elaborare e ad offrirci una convincente teoria costituzionale; neppure esiste una filosofia che leghi insieme, con la necessaria coerenza, i provvedimenti legislativi di volta in volta adottati. Ogni singolo problema viene rincorso e risolto, nella contingenza, senza mai esaminare, tenendole nel dovuto conto, le conseguenze collaterali, in assenza dunque di un ragionevole progetto, di una prospettiva. E i governanti ci appaiono come i discendenti del <em>particulare</em> enunciato dal Guicciardini più che del luciferino Principe reso immortale dal Machiavelli. Ma, annotava Guicciardini: <em>Come il fine dei Mercanti è più delle volte il fallire; quello dei Naviganti il sommergere: così spesso di chi lungamente governa è il capitar male</em> (cfr. Più consigli, et avvertimenti di M. Fr. Guicciardini, LXXI, Parigi, Morello, 1576)</p>
<p>La globalizzazione ha distrutto ogni confine e travolto le strutture, un tempo stabili, degli stati nazionali; ma, per contrasto, nella medesima congiuntura, ha creato, in ambiti territorialmente ristretti, legami nuovi e forti, rinnovando lo spirito dei comuni e perfino delle frazioni. Non va dimenticata, e suggerisce riflessione, la rapidità con cui le comunità vengono spinte ad associarsi a seguito dell’insorgere di emergenze improvvise, siano esse politiche, ecologiche, religiose, di ordine pubblico, di difesa delle risorse economiche o della identità etnica. </p>
<p>I mutamenti hanno prodotto, senza ombra di dubbio, una profonda crisi internazionale della capacità di <em>controllo</em>, della c.d. <em>governance</em>. Si è creata, ormai, una incrinatura visibile nel rapporto fra il suddito e lo stato, fra il cittadino e l’istituzione; si va lentamente dissolvendo il senso di <em>appartenenza</em>, si riscontra con frequenza una mancanza di <em>fiducia </em>che preoccupa non poco l’apparato di dominio. Questa crisi colpisce ogni forma statale assunta dal potere, senza eccezioni, dittatori e populisti, regni e repubbliche; ed è ad oggi ancora irrisolta, anche se in apparenza (ma solo in apparenza) strutture obsolete come il “partito” o il “sindacato”, come il club o la famiglia, perseverano nel giocare un ruolo che certamente non è consentito a nessuno di trascurare, presentandosi quali “rappresentanti” delegati e in qualche modo così accettati. E’ apparenza, tuttavia. Incalzato da un bisogno urgente di democrazia (aspirazione collettiva che si veste di un significato insieme antico e nuovo) il passato riesce solo  faticosamente a sopravvivere, sussulta, reagisce con rabbia, ma si avvia verso il tramonto senza lasciare nostalgia alcuna nel cuore dei nuovi protagonisti.</p>
<p>Non è estranea a questa crisi la progressione geometrica che contrassegna lo sviluppo dei prodotti <em>immateriali</em>, per loro natura difficilmente legati ai confini e alle sedimentazioni protezionistiche nazionali. Le idee corrono; ed anche i beni immateriali sembrano avere le ali ai piedi. </p>
<p>Il primo studioso capace di codificare una teoria complessiva dei prodotti immateriali, Charles Dunoyer (1786-1862), ebbe ad osservare: <em>Non è il prodotto ciò che si consuma nell’atto medesimo in cui nasca, ma è il lavoro del produttore. In ciò le produzioni immateriali non differiscono da tutte le altre; imperocché in tutte indistintamente si consuma sempre il lavoro, e si accumula l’utilità. Sicuramente la lezione del professore vien consumata nell’atto stesso in cui si produce, ma appunto come la manodopera del vasaio impiegata sul vaso che egli ha fra le mani; le idee, intanto, inculcate dal professore, rimangono nello spirito dell’uomo, precisamente come la forma che il vasaio ha impresso sull’argilla… Non può dirsi di tutti i prodotti immateriali che essi non siano capaci di accumularsi, giacché si accresce benissimo il gusto, si accrescono le virtù, le attitudini, i talenti di ogni maniera; si aumenta il valore di una clientela, la fecondità di un’industria. Il padre che pone a tirocinio il suo figliuolo non accumula forse e per esso e per se medesimo e per la società…….I lumi, la scienza acquisita, moltiplicano ed ingrandiscono il patrimonio dell’uman genere, precisamente come la ricchezza materiale, con l’unica differenza che la prima si moltiplica con l’uso, mentre la seconda si deteriora con il consumo</em> (cfr. Della libertà del lavoro, a cura di F. Ferrara, dispensa 247, pagina LXIII, Torino, UTET, 1859).</p>
<p>La ricchezza immateriale si diffonde, dunque, e travolge gli argini. Ma le sedimentazioni precedenti resistono, vivono un contrasto fra l’impulso all’accumulazione crescente e la tendenza alla conservazione di un assetto che garantisce il dominio. Le prescrizioni del potere costituito, nelle capitali come nelle periferie, sono dunque prive di armonia e contraddittorie; conseguentemente impediscono ogni “definizione” di carattere “universale”. Appena varate rendono evidente il loro carattere intrinseco di “ingiustizia”. Il fatto che le norme siano ingiuste, peraltro, non impedisce tuttavia che trovino applicazione, così determinandone necessariamente e quasi immediatamente altre, esse pure labili, per momentanea correzione delle prime; la petizione, la corruzione e la minaccia si sono cristallizzate in una sorta di sistema a pilastri su cui poggia la scienza legislativa nel tempo della <em>globalizzazione</em>. </p>
<p>Il mosaico ramificato del potere che dirige e utilizza il meccanismo di accumulazione globale non ha alcun interesse alla <em>definizione</em> e guarda anzi con fastidio ad ogni concetto giuridico-filosofico che presenti caratteristiche di generalità e di universalità (percepite come inutili o, peggio, pericolose); le istituzioni di comando si impadroniscono allora, per propria tutela, dei concetti elementari, accettati e rispettati dalle moltitudini, quali <em>giustizia </em>o <em>democrazia</em>, con il fine neppure celato di stravolgerli, renderli innocui. Raggiungono lo scopo costantemente affiancando professionisti asserviti a oppositori compiacenti (e con qualche stratagemma prezzolati) che recitano il copione loro assegnato, poi ogni giorno diffusi via etere o sulla carta stampata. La stessa tripartizione delle funzioni elaborata dalle concezioni liberali viene criticata e accantonata dalla dottrine che esaltano l’idea di <em>mercato</em>. Il braccio tradizionalmente <em>esecutivo </em>tende a prendere via via il pieno sopravvento: riduce l’autonoma attività di quello legislativo e controlla con insolenza l’esercizio di quella giudiziaria.</p>
<p>Sia ben chiaro. Anche la struttura dominante deve misurarsi con la <em>giustizia </em>e la <em>democrazia </em>nella società che abita il villaggio globale e che vive in un’economia in parte decisiva costituita da prodotti immateriali; ma al tempo stesso non può neppure tollerare simili aspirazioni perché questa porterebbe al crollo di una già vacillante egemonia. Ha preso e prende così corpo, nel confronto dialettico, quella che abbiamo chiamato nel titolo “Democrazia Criminale”, ovvero la forma, matura e oggi quasi perfezionata, di <em>governo</em> dei sudditi nel tempo della globalizzazione. La criminalità non si pone più come antagonista rispetto alle istituzioni e le istituzioni non considerano, a loro volta, con necessaria inimicizia la rete militare ed economica dell’illegalità. Coabitano; si tollerano; collaborano; all’occorrenza perfino, con prudenza, si soccorrono. </p>
<p>Non solo in Italia ma in qualsiasi angolo del pianeta è in funzione una sorta di gigantesco e affascinante laboratorio all’interno del quale operano senza sosta i lavoratori (operai, impiegati, quadri e funzionari) del <em>delitto</em>, inteso come vero e proprio ciclo del prodotto criminale, con  le sezioni di ideazione, accumulazione, gestione, controllo e repressione. Per la legalità e l’illegalità esistono governatori e ministri in ogni singola porzione territoriale. La <em>democrazia </em>viene piegata, da entrambi i protagonisti del <em>patto</em>, a un mero ruolo di acquisizione del consenso, senza ideologie di complemento; in questa visione anche le cosche assumono una veste stabile, si presentano come un tassello del <em>migliore fra i mondi possibili</em>, come il male minore. L’estrazione di petrolio e il commercio di droga, la circolazione internazionale della manodopera o il traffico di armi si fondano esattamente sul patto che i governi legittimi e le cosche mafiose hanno stretto a prescindere dai confini e dalle frontiere, con caratteristiche in fondo abbastanza simili nella fase di esecuzione e soprattutto con l’utilizzazione quasi identica di lavoro per la produzione immateriale accanto alle braccia tradizionali. Tutto convive nel mercato mondiale gestito con il <em>patto</em>: le banche e la rete informatica, il cellulare e il mitra, l’impiegato precario del call center, il dirigente capace di coordinare e pianificare, l’operaio che movimenta le merci, l’autista, l’esperto immobiliare che provvede all’investimento del profitto, la rete di servizio (avvocati, commercialisti, giornalisti, lobbisti). La democrazia e la criminalità vengono ad essere riassunte in una sintesi senza precedenti: la Democrazia Criminale non è più <em>democrazia </em>e tuttavia non è soltanto <em>criminalità</em>. </p>
<p>E’, invece, la forma contemporanea dello Stato nell’epoca della cosiddetta globalizzazione; dunque, e per la prima volta forse, in connessione diretta con questa scelta del potere, il movimento di emancipazione delle moltitudini, potenziale e reale, non può che evolversi, fino a divenire una cosa sola, in movimento di liberazione generale dal giogo delle cosche criminali e dei loro alleati del governo istituzionale. Tagliare (o meglio ancora:  impedire) il rapporto fra <em>criminalità </em>e <em>governance </em>significa riconquistare la <em>democrazia</em> senza aggettivi; di ciò tratteremo nei capitoli che seguono.</p>
<p><a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2008/12/anteprima.pdf"></a> <a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2008/12/anteprima1.pdf">Download</a> [pdf  68 Kb]</p>
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		<title>Una somma di ingiustizie della giustizia</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Nov 2008 18:28:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous Il pianeta dei resoconti filmografici, delle sintesi romanzate, a detta di tutti è una realtà drammatica, indescrivibile per disumanità e somma di ingiustizie della giustizia. Il carcere è diventato un lazzaretto disidratato, dove è sempre più difficile impegnare la morale, l’etica, l’onestà dei valori auspicati, mentre è sempre più facile  sparare sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Andraous</p>
<p>Il pianeta dei resoconti filmografici, delle sintesi romanzate, a detta di tutti è una realtà drammatica, indescrivibile per disumanità e somma di ingiustizie della giustizia.<br />
Il carcere è diventato un lazzaretto disidratato, dove è sempre più difficile impegnare la morale, l’etica, l’onestà dei valori auspicati, mentre è sempre più facile  sparare sulla croce rossa di un indulto concesso senza alcuna preparazione né formazione, tanto meno coperture finanziarie adeguate, peggio, rese inadeguate  dall’immobilismo burocratico.<br />
<span id="more-303"></span><br />
Un contenitore di numeri inqualificabili, di  uomini invisibili a cui non è consentito per “legge non scritta”, di essere tali nella propria dignità.<br />
E’ di questi giorni l’amara constatazione da parte di autorevoli operatori penitenziari  : siamo costretti a pensare unicamente al posto letto “chiuso” in una cella, cioè a sistemare su un materasso maleodorante, posizionato per terra, o su un letto a castello alto tre metri, più  persone.<br />
Un posto letto chiuso in una cella, dove tutto può essere condiviso, persino il nulla, il vuoto, la follia di una inaccettabilità, in una  discarica disposta a macerare diritti e doveri  acquisiti, ma cancellati dalla memoria giuridica e sociale di un intero paese, sempre più influenzato dall’ideologia  fai da te.<br />
In questa punteggiatura dell’esclusione appare sempre più ostico ribadire l’urgenza di formare persone e idee per umanizzare il penitenziario, per umanizzare la pena, per umanizzare una giustizia detenuta anch’essa, e quindi mal interpretata di conseguenza.<br />
Conduttori di aree pedagogiche e della sicurezza, “obbligati a pensare  soltanto al posto letto”,  di fronte a questo sfinimento di intenzioni e volontà c’è il rischio di perdere contatto con la realtà che circonda e umilia le persone che sopravvivono nei perimetri della vergogna, i quali rimangono illusoriamente simboli della corretta punizione, della auspicabile rieducazione, della speranza a recuperare alla collettività uomini migliori.<br />
Eppure dentro quei posti letto chiusi in una cella, non c’è più traccia di grida e sussulti di indignazione per i troppi ragazzi che decidono di togliersi la vita, di risocializzarsi in un’altra “occasione”, non si odono esternazioni aspre né si contraggono scomposti i rimorsi per questo silenzio colpevole.<br />
Anzi si parla di laboratori teatrali, ergoterapici, formativi, di impegno a tutto tondo per creare benefiche intrusioni catartiche, terapeutiche, ma forse con più onestà intellettuale bisognerebbe parlare di intrattenimento veloce, in molti casi di perditempo studiato a tavolino.<br />
Carcere duro, carcere flessibile, carcere  che ancora non c’è, se non quello del contenitore dove ognuno reclama qualcosa ma nessuno espropria l’utopia che contamina e corrode  il fare competente di tanti operatori.<br />
Forse non è importante spendere parole che richiamano alla responsabilità, forse è sufficiente comprendere che “il carico di castigo della pena si stempera nel momento in cui si riconosce il primario interesse della collettività a rispettare la dignità della persona  reclusa, assicurandole condizioni di vita improntate a criteri di umanità”.<br />
E checchè se ne dica, ciò non può esser interpretato come una mera concessione.</p>
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		<title>Perugia in America</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Oct 2008 17:41:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giusti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Legalita']]></category>
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		<description><![CDATA[22 ottobre 2008 22 ottobre 1970 Assassinio del generale cileno René Schneider. Il colpo di stato di Pinochet inizia ancor prima dell’elezione di Allende. Mi è stato chiesto come avrebbero trattato gli americani il delitto di Perugia. Provo a rispondere e, per prima cosa, tolgo di mezzo la polemica sulla polizia scientifica e i forensic [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><small>22 ottobre 2008<br />
22 ottobre 1970<br />
Assassinio del generale cileno René Schneider. Il colpo di stato di Pinochet inizia ancor prima dell’elezione di Allende.</small></strong></p>
<p>Mi è stato chiesto come avrebbero trattato gli americani il delitto di Perugia.</p>
<p>Provo a rispondere e, per prima cosa, tolgo di mezzo la polemica sulla polizia scientifica e i forensic labs, ribadendo che gli americani farebbero meglio a guardare in casa loro, dove una quantità di laboratori di polizia sono stati investiti da furiose polemiche e inchieste di cui sarebbe troppo lungo parlare. Mi limito a ricordare che il laboratorio dello Houston Police Department è stato chiuso d’autorità. Fra le molte ragioni quella che ci pioveva dentro, come del resto pioveva nel laboratorio di Dallas. Rammento poi che da quelle parti hanno fatto più del dieci per cento delle esecuzioni americane.</p>
<p>Tornando a Perugia iniziamo notando che il sistema giudiziario americano è completamente diverso dal nostro (come è diverso dagli altri sistemi di common law) e che è basato sull’assoluta libertà d’azione di cui dispone il District Attorney. E’ il Procuratore che decide se incriminare, chi incriminare e per quali reati, ed è sempre la Procura che decide se patteggiare e in che termini. Questa incondizionata libertà consente una enorme pressione sugli accusati e produce una totale arbitrarietà nell’imposizione della pena capitale.</p>
<p>La Procura ha il completo controllo della situazione e decide se chiedere o meno la pena di morte (magari dopo essersi consultata con la famiglia della vittima), se patteggiare o andare al processo con un’imputazione minore, o se utilizzare la minaccia della morte per ottenere un patteggiamento. In Europa lo chiamiamo torturare la gente, ma in America accade facilmente che le cose vadano così:<br />
”Sei in prigione da due anni in attesa del processo quando si presenta un tizio che dice  &#8211; Se ti dichiari colpevole questa è la condanna e fra due anni sei fuori, ma, se ti ostini a proclamarti innocente, fra un anno c’è il processo e se vinciamo noi ti ammazziamo -<br />
Voi cosa fareste?”  (Birmingham News “A Death Penalty Conversion”, 06/11/2005 e articoli seguenti)</p>
<p>Nei casi di omicidio con più complici la funzione del DA è stata paragonata a quella di un regista che assegna le parti in una recita teatrale. Il paragone è calzante; non tanto perché è lui che decide tutto, quanto per la pratica americana di spezzettare il processo in tanti procedimenti quanti sono gli imputati, ognuno dei quali avrà il “suo” processo. In ognuno di questi la Procura può presentare alla giuria una versione dei fatti completamente diversa dalle altre e costringere un imputato, in cambio del patteggiamento, a fornire la testimonianza adatta alla sua parte. (Il caso paradigmatico è quello di Napoleon Beazley)</p>
<p>La recita di cui parliamo è allestita a beneficio di un pubblico esiguo ma scelto: i dodici giurati, le loro fobie e pregiudizi, con il vantaggio che il loro gradimento non deve essere motivato perché, al contrario dei nostri giudici, non devono spiegare le ragioni per cui accettano le tesi di una parte piuttosto che quelle dell’altra. I giurati devono decidere se l’imputato è colpevole o non colpevole del reato ascrittogli, ma non devono spiegare il ragionamento che li porta a tale conclusione.</p>
<p>Nel processo americano (in cui non c’è la parte civile) vince chi inizia con gli opening statements più facilmente comprensibili e conclude con le arringhe (closing arguments) che raccontano una storia semplice da capire e ricordare.</p>
<p>Quello che convince una giuria non è la solidità delle prove, ma la coerenza del racconto del Procuratore. Se la storia che le viene esposta funziona sotto l’aspetto narrativo è difficile che la giuria vada poi a vedere se vi sono prove sufficienti della colpevolezza dell’imputato. Solo così si spiegano tante condanne a morte e tantissime condanne alla prigione: alla giuria è piaciuto di più il racconto che le ha fatto l’Accusa rispetto a quello della Difesa.</p>
<p>Più che un processo un premio letterario.</p>
<p>In America, i tre presunti complici di Perugia, sarebbero passibili di pena capitale, ma ben difficilmente questa sarebbe chiesta per tutti e gli scenari possibili sono almeno due.</p>
<p>Nella prima sceneggiatura, che chiameremo “Impicca il negro”, la parte principale è assegnata all’imputato di colore per il quale sarà chiesta la pena di morte. Al ragazzo bianco sarà invece data la parte del complice pentito che, in cambio di una condanna all’ergastolo, dà alla giuria una versione concordata con l’Accusa. La ragazza bianca, in questa versione della recita, se la caverebbe con poco o nulla; l’importante è che si presenti in aula in veste di vittima.</p>
<p>La seconda sceneggiatura è ben più intrigante e originale della prima e ha per titolo “A morte la strega”. In essa la parte principale è assegnata alla ragazza (che i tabloid inglesi chiamano Foxy Knoxy), mentre i due maschi reciteranno quella dei poveri coglioni irretiti dalla dark lady. La bionda dallo sguardo di ghiaccio sarà dipinta come una perversa mangiatrice di uomini che, nel suo delirio di onnipotenza, non si ferma davanti a nulla. Una sadica pervertita che merita la morte.</p>
<p>Queste sono ovviamente le mie fantasie di studioso, ma occorre tenere presente che la realtà la fantasia la supera sempre. Non per nulla a Washington (lo Stato da cui arriva Amanda Knox) un tizio ha patteggiato 48 omicidi.</p>
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		<title>Altro che spegnere la speranza</title>
		<link>http://www.agliincrocideiventi.it/2008/altro-che-spegnere-la-speranza/</link>
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		<pubDate>Thu, 19 Jun 2008 14:13:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Legalita']]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>

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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous Molti hanno detto che per conoscere le fondamenta e i caratteri di una democrazia, occorre indagare anzitutto il sistema penitenziario come la misura più indicativa della civiltà di un popolo. Da detenuto ho avuto la fortuna di conoscere un grande uomo e un grande cardinale, che mi ha  mostrato in pochi minuti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Andraous</p>
<p>Molti hanno detto che per conoscere le fondamenta e i caratteri di una democrazia, occorre indagare anzitutto il sistema penitenziario come la misura più indicativa della civiltà di un popolo.<br />
Da detenuto ho avuto la fortuna di conoscere un grande uomo e un grande cardinale, che mi ha  mostrato in pochi minuti come la sola ritorsione non solo è contraddetta dall’etica evangelica, ma non porta i risultati desiderati.<br />
Da qualche tempo sul carcere italiano è calato un silenzio refrattario all’impegno dell’ascolto, una indifferenza che genera un trascinamento lontano dal dolore  e dalla sofferenza, come se dialogare sulla umanizzazione della pena fosse diventato un atto di lassismo politico e istituzionale.<br />
Eppure il carcere è luogo deputato alla elaborazione della pena, della colpa, dove l’uomo della pena nel tempo non sarà più l’uomo della condanna, ma quale uomo potrà diventare in una condizione di perenne disagio, costretto fino alle ginocchia nel proprio malessere, e in quello dell’altro.<br />
Un tempo il dentro e il fuori interagivano, riuscendo a edificare ponti di socializzazione, attraverso una capacità di coinvolgimento-partecipativo da parte del personale penitenziario, con impegno da parte di quel volontariato solidale perché costruttivo, basato sulla fatica dialogica e comportamentale, e con una interazione proficua e necessaria con la società tutta.<br />
Perfino a chi disconosce la  funzione del carcere e l’utilità della pena, non può sfuggire il valore educativo del lavoro, che la stessa Costituzione pone a fondamento del nostro Stato Repubblicano: senza occasioni di lavoro, senza l’acquisizione di strumenti formativi  professionali,  il carcere come istituzione non può raggiungere gli obiettivi che gli sono richiesti, gli scopi per cui esiste nella sua utilità sociale.<br />
In questa inquietante insicurezza, che spinge a richiedere maggiori tutele e garanzie per le vittime e i cittadini onesti, forse è proprio questo il momento di ripensare <strong>non all’abolizione della Riforma Penitenziaria</strong>, non a rendere nuovamente invisibili uomini che hanno saputo ravvedersi e tornare ad essere parte viva del consorzio sociale.<br />
E’ necessario ripensare un carcere dove esistano veramente tempi e modi di ristrutturazione educativa, rifacendo per davvero i conti con la metà della popolazione detenuta non italiana, con un buon altro quarto di tossicodipendenti, mentre la rimanenza è quella criminalità che ben conosciamo.<br />
Riforme e innovazioni non sono istituti-totem da imbalsamare, ma vista prospettica per rispondere efficacemente alla richieste della collettività, che si duole di una recidiva che permane un mostro a due facce: una dimostra che la pena non aiuta a migliorare le persone, l’altra che il carcere non si riappropria della funzione di salvaguardia della comunità.<br />
<strong>Altro che ammazzare la speranza annullando la legge Gozzini</strong>, è urgente trasformare l’ozio e un tempo pericolosamente bloccato in occasioni di lavoro e abitudine alla fatica progettuale, affinché il rispetto per la dignità personale divenga qualcosa da guadagnarsi durante l’arco della condanna, proprio perché quella speranza di essere uomini  migliori dipenderà dal lavoro che ognuno di noi sarà disponibile a fare con se stesso.</p>
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		<title>American Gulag</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Jun 2008 01:52:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giusti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[11 giugno 2008 La crescita dell’universo concentrazionario americano prosegue inarrestabile. Ogni settimana 1.000 detenuti si aggiungono al più grande esperimento di imprigionamento di massa dai tempi di Stalin. Un milione e seicentomila carcerati riempiono le prigioni statali e federali (trent’anni fa erano duecentomila), ottocentomila quelle locali (cinquecentomila sono in attesa di giudizio), con in più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>11 giugno 2008</p>
<p>La crescita dell’universo concentrazionario americano prosegue inarrestabile.<br />
Ogni settimana 1.000 detenuti si aggiungono al più grande esperimento di imprigionamento di massa dai tempi di Stalin.<br />
Un milione e seicentomila carcerati riempiono le prigioni statali e federali (trent’anni fa erano duecentomila), ottocentomila quelle locali (cinquecentomila sono in attesa di giudizio), con in più centoventimila minorenni nei riformatori (20-30.000 sono i minori nelle carceri per adulti) [BJS – Sourcebook]<br />
Gli Stati Uniti d’America detengono il record mondiale di un carcerato ogni 120 abitanti, con un tasso di detenzione di 833 per 100.000, ma, se ai 2,5 milioni in prigione aggiungiamo i 5 milioni e passa che sono in libertà vigilata (probation e parole), arriviamo a un condannato ogni 40 abitanti e a un tasso di 2.500 per centomila.<br />
Un adulto americano ogni cento è dietro le sbarre e per i neri si arriva a uno ogni nove. [Liptak 28/02/2008, 23/04/2008]<br />
Metà dei carcerati sono neri, ma i neri sono il 13% della popolazione.<br />
Un terzo dei ventenni di colore è in prigione o in libertà vigilata e per i giovani neri passare un periodo di tempo in prigione è un “rito di passaggio” come lo era per noi fare il servizio militare. Il loro tasso d’incarcerazione è di 13.000 per centomila, mentre per i loro coetanei bianchi è di 1.700.  [Sentencing Project – HRW]<br />
Ci sono più ragazzi neri in prigione che all’università [Donohoe]<br />
Le donne detenute sono 200.000 e spesso si ha notizia di una di loro costretta a partorire ammanettata mani e piedi. [AI - Liptak 02/03/2006]<br />
100.000 detenuti sono in isolamento nei supermax.<br />
3.300 sono nel braccio della morte.<br />
Gli ergastolani sono 130.000. Un quarto non ha la possibilità di rilascio sulla parola (LWOP) e di questi 2.200 sono minorenni (fra cui ragazzini di 13 e 14 anni)  [Liptak 17/10/2007]<br />
Il prezzo del mantenimento del gulag americano è di 60 miliardi di dollari annui e l’intero sistema giudiziario-penale ne costa 200.  [Webb]<br />
In California ogni detenuto costa 40.000 dollari all’anno (come tenerlo a studiare ad Harvard), ma se i matti fossero in manicomio e i drogati in comunità la spesa diventerebbe di 20 e 10 mila rispettivamente.<br />
Il Governatore Schwarzenegger sta tentando di salvare il bilancio rilasciando 22.000 dei 160.000 carcerati californiani. [International Herald Tribune 11/01/2008]<br />
A tenere gremito il sistema concentrazionario Usa ci pensano le diciottomila polizie americane che, anche se metà dei crimini gravi non è denunciata, arrestano ogni anno 15 milioni di persone: 5.000 arresti ogni 100.000 abitanti. 1 milione e 500.000 sono arresti per guida in stato di ebbrezza (DUI). 2,5 milioni sono arresti di minorenni e almeno 500.00 di bambini sotto i 14 anni. [UCR]<br />
Questa enorme massa di persone schiaccerebbe qualsiasi sistema giudiziario, ma quello americano è salvato dalle infinite possibilità di ricatto e contrattazione che offre il patteggiamento. Così i processi con giuria sono appena 155.000 su di un totale di 45 milioni e duecentomila casi giudiziari civili e penali, mentre gli appelli sono solo 273.000.  [BJS – Mize]<br />
La famosa efficienza giudiziaria americana si basa esclusivamente sulla frettolosa sommarietà del giudizio, senza certezza del diritto e della pena.<br />
Il 6% degli americani è afflitto da gravi problemi mentali, ma per i detenuti si passa al 20% e le carceri, con i loro 500.000 matti, sostituiscono gli ospedali psichiatrici.  [Time – HRW]<br />
Il sovraffollamento di jails e prisons non produce solo gente che dorme per terra o nei corridoi, ma condizioni igienico sanitarie atroci, con altissimi tassi di violenza, stupro e suicidio, tanto che una prigione in Georgia è stata definita da un giudice federale “una nave di schiavi”.  [SCHR]<br />
Se, ai due milioni e mezzo in prigione e ai cinque in libertà vigilata, aggiungiamo i cinque milioni che hanno perso il diritto di voto (con gravi conseguenze sia per loro che per il sistema elettorale) e i bambini che hanno almeno un genitore in prigione vediamo che l’Incarceration Nation, ha creato una sottoclasse di 15 milioni di persone, un ventesimo della popolazione americana.</p>
<p>E pensare che da noi c’è chi si balocca facendo improbabili confronti fra il numero delle intercettazioni.</p>
<p>Come ho fatto i conti</p>
<p>1,6       prisons<br />
0,8       jails<br />
0,1       juvies<br />
2,5       in totale</p>
<p>300 milioni di americani diviso 2,5 milioni di galeotti fa un galeotto ogni 120 abitanti<br />
2,5 milioni diviso 3.000 fa 833 galeotti per 100.000 abitanti<br />
Con i 5 milioni in parole e probation passiamo a uno ogni 40 abitanti e 2.500 ogni 100.000</p>
<p>Attenzione.<br />
Molti dei dati in circolazione sono vecchi o non tengono conto dei minorenni in riformatorio.</p>
<p><strong>Note bibliografiche </strong><br />
AI: Amnesty International<br />
AMR 51/019/1999 Not Part of my Sentence. Violation of H R of Women in Custody<br />
<a title="Amnesty International" href="http://www.amnesty.org/" target="_self">www.amnesty.org</a></p>
<p>BJS: Bureau of Justice Statistics Bulletin<br />
“Prison Inmates at Midyear 2007”<br />
“Jails Inmates at Midyear 2007”<br />
“Probation and Parole in the United States 2006”<br />
”State court Organization, 1987-2004”<br />
<a title="ojp.usdoj.gov" href="http://www.ojp.usdoj.gov/bjs/" target="_self"> www.ojp.usdoj.gov/bjs/</a></p>
<p>Donohoe Martin<br />
“Incarceration Nation” 2006<br />
<a title="medscape.com" href="http://www.medscape.com/viewarticle/520251?src=search" target="_self"> www.medscape.com/viewarticle/520251?src=search</a></p>
<p>HRW: Human Rights Watch<br />
“Ill-Equipped: U.S. Prisons and Offenders with Mental Illness” 2003<br />
<a title="hrw.org" href="http://www.hrw.org/reports/2003/usa1003/" target="_self"> www.hrw.org/reports/2003/usa1003/</a></p>
<p>Adam Liptak<br />
“Prisons Often Shackle Pregnant Inmates in Labor”<br />
New York Times March 2, 2006</p>
<p>“Lifers as Teenagers, Now Seeking Second Chance”<br />
New York Times October 17, 2007</p>
<p>“1 in 100 U.S. Adults Behind Bars, New Study Says”<br />
New York Times February 28, 2008</p>
<p>“Inmate Count in U.S. Dwarfs Other Nations’”<br />
New York Times April 23, 2008</p>
<p>G. E. Mize et al.<br />
“The State of the State Survey of Jury Improvement Efforts”<br />
State Justice Institute April 2007<br />
<a title="ncsconline.org - PDF" href="http://www.ncsconline.org/D_Research/cjs/pdf/SOSCompendiumFinal.pdf" target="_self"> www.ncsconline.org/D_Research/cjs/pdf/SOSCompendiumFinal.pdf</a></p>
<p>The Sentencing Project<br />
“Young Black American and the Criminal Justice System”<br />
<a title="sentencingproject.org" href="http://www.sentencingproject.org/" target="_self"> www.sentencingproject.org/</a></p>
<p>Sourcebook of Criminal Justice Statistics<br />
<a title="albany.edu" href="http://www.albany.edu/sourcebook/" target="_self"> www.albany.edu/sourcebook/</a></p>
<p>SCHR: Southern Centre for Human Rights<br />
<a title="schr.org" href="http://www.schr.org/" target="_self"> www.schr.org/</a></p>
<p>Tallying Mental Illness&#8217; Costs<br />
Time Magazine Friday, May. 09, 2008<br />
<a title="time.com" href="http://www.time.com/time/health/article/0,8599,1738804,00.html" target="_blank"> www.time.com/time/health/article/0,8599,1738804,00.html</a></p>
<p>UCR: Uniform Crime Report  2006<br />
US Department of Justice, FBI.<br />
<a title="fbi.gov" href="http://www.fbi.gov/ucr/prelim06/index.html" target="_self"> www.fbi.gov/ucr/prelim06/index.html</a></p>
<p>Senator Jim Webb<br />
“Facts About The Prison System In The United States”<br />
<a title="webb.senate.gov" href="http://webb.senate.gov/pdf/prisonfactsheet4.html" target="_self"> webb.senate.gov/pdf/prisonfactsheet4.html</a></p>
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		<title>34 anni dopo</title>
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		<pubDate>Sun, 18 May 2008 21:23:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[brescia]]></category>
		<category><![CDATA[piazza_della_loggia]]></category>
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		<description><![CDATA[di Ghismunda Quello che più mi colpisce di un attentato o di una strage è l&#8217;attimo, quella frazione di secondo che fa sì che qualcun altro sia al posto tuo; quel momento in cui il puro caso si fa destino, lasciando te illeso e un altro, pochi metri più in là, dilaniato a terra. Manlio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="La voce di Ghismunda" href="http://http://ghismunda.blog.tiscali.it/" target="_self">Ghismunda</a></p>
<p>Quello che più mi colpisce di un attentato o di una strage è l&#8217;attimo, quella frazione di secondo che fa sì che qualcun altro sia al posto tuo; quel momento in cui il puro caso si fa destino, lasciando te illeso e un altro, pochi metri più in là, dilaniato a terra. Manlio e sua moglie Livia erano in piazza quella mattina. Lì avrebbero senz&#8217;altro incontrato altri compagni, come Alberto e Clementina. La sera prima erano convenuti, insieme ad altri, circa l&#8217;importanza ideale di essere presenti ad una manifestazione che non era per rivendicazioni economiche, ma per opporsi alle ultime violenze fasciste in città e nel paese; per ribadire, una volta di più, la fedeltà ai valori &#8220;plurali&#8221; della Resistenza e della Costituzione. Ad un certo punto, Manlio viene trattenuto da un conoscente per un&#8217;informazione, Livia prosegue, poi si volta a cercare lo sguardo di suo marito, rimasto indietro&#8230; i loro occhi si incrociano per un attimo, poi il boato&#8230; Anche Arnaldo cercava, tra la folla, di raggiungere suo fratello Alberto e sua cognata, ma era un po&#8217; in ritardo, forse loro erano più avanti&#8230; poi il boato, e un agghiacciante presentimento, confermato di lì a poco da quei capelli brizzolati che spuntavano da sotto uno striscione rosso, steso per pietà, e da quel corpo bocconi di donna, coperto anch&#8217;esso per pietà, alla meglio&#8230; Poi il getto dell&#8217;idratante, precoce e sospetto, lava via tutto: sangue e prove, carne e indizi. Quella organizzata a Brescia, a <strong>Piazza della Loggia</strong>, <strong>il 28 maggio 1974</strong> era una manifestazione politica, come politica fu la strage. Strage neo-fascista, senza mai alcun dubbio. Ma ancora, dopo 34 anni, senza nessun colpevole.</p>
<p><a title="Rai News" href="http://www.rai.it/news/articolornews24/0,9219,4671724,00.html" target="_self">E&#8217; di questi giorni la notizia del rinvio a giudizio per sei persone</a>. Per tutti l&#8217;accusa è di concorso in strage. Un reato da ergastolo. Dopo 34 anni. Rabbia e vergogna i sentimenti. E scetticismo, sfiducia, inevitabilmente. Noi siamo il &#8220;Paese delle Associazioni delle vittime&#8221;, cioè un paese in cui le persone uccise negli affetti più cari hanno bisogno di stringersi in associazione per reclamare verità e giustizia. Perché in questo paese, evidentemente, vige la consapevolezza che verità e giustizia sono destinate a non emergere attraverso i canali ordinari della magistratura e della democrazia. Di più: vige la constatazione che anche attraverso i &#8220;memento&#8221; ripetuti ed accorati da parte dei parenti delle vittime, la verità non salta fuori. Ripercorrere la storia processuale della strage di Brescia significa elencare un intreccio impressionante di connivenze, complicità, depistaggi; fughe, sparizioni, assassini; denunce e omissioni, condanne trasformate in assoluzioni. Ciò che resta, è un nulla di fatto. In Italia le verità sono sempre due: una storica, l&#8217;altra processuale. Quest&#8217;ultima deve accertare le responsabilità personali, trovare i colpevoli ed è la verità più &#8220;difficile&#8221;, più distorta, più coperta, mistificata, truffata; l&#8217;altra, la storica, è quella più &#8220;facile&#8221;, per chi studia, conosce e sa. E&#8217; la verità dei fatti contro le sentenze, del contesto vero di un&#8217;epoca contro le prove architettate di un singolo episodio o di una singola persona. In realtà, sappiamo tutto da tempo, meno i nomi. Solo questi mancano all&#8217;appello, &#8220;solo&#8221; chi deve ancora pagare. &#8220;La strage di Brescia- scrive Manlio Milani, presidente dell&#8217;Associazione dei caduti di Piazza della Loggia &#8211; ha una sua precisa identità: perpetrata durante una manifestazione antifascista, assume un connotato particolarmente esplicito su quale fosse il clima politico di quell&#8217;epoca e su quale fosse il prezzo che lo Stato era disposto a pagare per ostacolare l&#8217;ascesa delle forze di sinistra. Piazza della Loggia è una vicenda paradigmatica della ‘strategia della tensione&#8217;. Ed i tanti ostacoli posti lungo il cammino delle indagini ci illumina su quale fosse il livello a cui giunsero i legami (e conseguentemente le coperture) fra apparati statali e gruppi neofascisti&#8230; Recentemente sono stati desegretati dagli americani dei documenti che gettano nuova luce su quegli anni e che confermano che quelle stragi facevano parte di quel contesto di contrapposizione a livello mondiale che divise l&#8217;Europa in due blocchi; l&#8217;Italia era un Paese caratterizzato da una forte presenza del PCI ma apparteneva al blocco occidentale, e ciò era sufficiente a giustificare qualsiasi azione tesa ad ostacolare l&#8217;andata al governo del Partito Comunista e della sinistra nel suo insieme&#8230;&#8221; Una strage di Stato, insomma, all&#8217;indomani, non a caso, del golpe cileno e del primo abbozzo berlingueriano di un &#8220;compromesso storico&#8221; che permettesse al paese di uscire, in qualche modo, dalla sua &#8220;sovranità limitata&#8221; e dalla pregiudiziale anticomunista. La strage, si sa, destabilizza, incute paura e tensione; genera quindi una domanda di governo forte, di &#8220;ordine&#8221;, rispondendo alla quale si crea, paradossalmente, proprio quella &#8220;stabilità&#8221;, quella &#8220;normalizzazione&#8221;, voluta dal blocco di potere (e dalle pressioni internazionali) che sono dietro la strage stessa. Insomma, il meccanismo è risaputo. Ogni indagine ha evidenziato il coinvolgimento, oltre che della Destra di Ordine Nuovo, di elementi dello Stato e dei servizi segreti. La speranza in più, oggi, anche se una distanza di 34 anni offusca di per sé la credibilità della giustizia, sta nel fatto che nei sei rinviati a giudizio sono presenti in modo chiaro e netto tutte le componenti dell&#8217;attentato: da quella della destra estrema (Pino Rauti, suocero dell&#8217;attuale sindaco di Roma) a quella dei servizi segreti (Maurizio Tramonte) a quella dello Stato, in uno dei suoi apparati, i carabinieri (il generale Francesco Delfino). Se ne riparlerà, per l&#8217;ennesima volta, per l&#8217;ennesimo tentativo, il 25 novembre&#8230;</p>
<p>Due verità, ho detto. La mia preoccupazione è che si riesca ad occultare e far naufragare, oltre che la verità giudiziaria (a questa siamo abituati), anche quella storica, che si fonda sulla memoria e sulla conseguente esplorazione dei fenomeni e delle loro radici. Un cappa di ignoranza voluta o di mistificazione cala in Italia sul nostro recente passato, di cui fanno le spese le giovani generazioni. Quando il 9 maggio, nelle scuole, si è fatto un minuto di silenzio per commemorare (almeno in quelle che se ne sono ricordate&#8230;) le vittime di tutte le stragi, alcuni alunni sono rimasti stupiti di sentir parlare (almeno da quegli insegnanti che l&#8217;hanno fatto&#8230;) anche di un terrorismo nero e di tante bombe, tanti morti: per loro il terrorismo è solo di sinistra e porta il nome di Brigate Rosse, poco più o poco meno che un nomignolo da stadio. Spetta non solo alle Associazioni delle Vittime, ma a ciascuno di noi che voglia capire e mantenersi libero, tener viva la memoria storica di ciò che è stato. E di ciò che continua ancora.</p>
<p>In ricordo di:</p>
<p>Giulietta Banzi Bazoli<br />
Clementina Calzari Trebeschi<br />
Livia Bottardi Milani<br />
Euplo Natali<br />
Luigi Pinto<br />
Bartolomeo Talenti<br />
Alberto Trebeschi<br />
Vittorio Zambarda</p>
<p><a title="La voce di Ghismunda" href="http://ghismunda.blog.tiscali.it" target="_self"><small>La voce di Ghismunda, 18 maggio 2008</small></a></p>
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		<title>Che fine ha fatto il poliziotto di quartiere?</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Apr 2008 09:21:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudio Giusti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Legalita']]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>

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		<description><![CDATA[25 Aprile 2008, Anniversario della Liberazione Dedicato a Maria Giovanna Cortesi Giusti “Non vorrete mica che arresti i miei elettori, vero?” Sceriffo H. J. Lee, Jefferson Parish LA Durante la campagna elettorale del 2001 il tema del poliziotto di quartiere era il cavallo di battaglia dei Berluscones. Questa entità leggendaria (in cui nessuno si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>25 Aprile 2008, Anniversario della Liberazione<br />
Dedicato a Maria Giovanna Cortesi Giusti</p>
<p>“Non vorrete mica che arresti i miei elettori, vero?”<br />
Sceriffo H. J. Lee, Jefferson Parish LA</p>
<p>Durante la campagna elettorale del 2001 il tema del poliziotto di quartiere era il cavallo di battaglia dei Berluscones. Questa entità leggendaria (in cui nessuno si è mai imbattuto) doveva risolvere tutti i problemi di sicurezza del Bel Paese. Grazie a lui saremmo dovuti entrati nell’era della pace e della tranquillità.<br />
In quei giorni il Berlusconi condiva la sua campagna con le consuete falsità affermando che, con i governi di centro sinistra, gli omicidi erano triplicati e replicando, a chi gli faceva notare che era accaduto l’esatto contrario e si erano ridotti a un terzo, che la gente era scoraggiata e non denunciava i crimini.<br />
Persino i padani sanno che una parte rilevante dei reati non è denunciata, che negli Usa almeno la metà dei reati gravi è sconosciuta alla polizia, ma che le autorità sono a conoscenza della quasi totalità degli omicidi e che solo una parte molto piccola di questi è rubricata come sparizione, incidente, morte naturale o suicidio. Ma questi sono discorsi da grandi e non interessano l’italiano medio che invece adora farsi terrorizzare da qualche morbosa trasmissione televisiva.<br />
Così, al grido (ma pensa te) di legge e ordine, il Berlusca vinse le elezioni: ebbe una solida maggioranza parlamentare, formò un governo di soli 99 membri e fece sparire le statistiche sul crimine.<br />
Il suo intento era lodevole: non voleva ci preoccupassimo scoprendo che sotto di lui i reati erano, come del resto i debiti, cresciuti, passando da 2,1 a 2,8 milioni, e che persino gli omicidi, dopo un crollo decennale, erano saltati all’insù di un buon 15 per cento.<br />
Perché spaventarci con la realtà quando ci piace tanto essere truffati da un po’ di statistiche taroccate? Fu quindi a fin di bene che il Berlusconi ci elargì una serie di rassicuranti medie pluriennali, dalle quali risultava che tutto andava bene. (bugie, maledette bugie e statistiche)<br />
Nella campagna elettorale 2008 invece il poliziotto di quartiere è scomparso ed è stato sostituito dalla “ronda padana” (che non è un formaggio di grosse dimensioni). La ragione di ciò sta nel fatto che i consumatori-elettori non vogliono poliziotti fra i piedi.<br />
Soprattutto non vogliono il poliziotto di quartiere, perché questo non ha il compito di reprimere il crimine, non va in giro manganellando zingari e negri, non se ne sta acquattato dietro un cassonetto con il dito sul grilletto, pronto a sgominare bande di stupratori albanesi. Il suo compito è invece quello di reprimere il disordine. Egli fa le multe alle auto in doppia fila, impedisce il lavoro nero e gli abusivismi edilizi e non si limita a dare la caccia ai feroci lavavetri e agli spietati graffittari, ma cerca anche gli affitti in nero. Il poliziotto di quartiere reprime le infrazioni e i piccoli  reati che gli italiani considerano normale commettere. Al contrario delle ronde mette il naso nei nostri affarucci.</p>
<p>Questi sono i motivi per cui non abbiamo e mai avremo poliziotti di quartiere.</p>
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		<title>Fine pena mai: giustizia al collasso</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Mar 2008 18:31:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[di red &#8220;Chi pensa che farsi i fatti propri e non aver mai messo piede in un tribunale basti a non scontare l&#8217;inefficienza del sistema giudiziario italiano si sbaglia. Il crac della giustizia insegue tutti i cittadini fin dentro casa e invade la loro vita quotidiana.&#8221; Questo libro è una visita guidata in un sistema [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.osservatoriosullalegalita.org" title="Osservatorio sulla legalita'">red</a></p>
<p>&#8220;<em>Chi pensa che farsi i fatti propri e non aver mai messo piede in un tribunale basti a non scontare l&#8217;inefficienza del sistema giudiziario italiano si sbaglia. Il crac della giustizia insegue tutti i cittadini fin dentro casa e invade la loro vita quotidiana.</em>&#8221;</p>
<p>Questo libro è una visita guidata in un sistema crollato. Un viaggio capillare da Nord a Sud nelle aule giudiziarie, nei corridoi dei tribunali, nei bilanci ministeriali, nel lavoro di magistrati, avvocati, del personale amministrativo, nella perversione e nella proliferazione di leggi che sono fatte ad arte per aggravare questo stato di cose.</p>
<p>Viviamo in uno dei Paesi con la più elevata spesa pubblica nel settore della giustizia. Una macchina giudiziaria che consuma più di 7,7 miliardi di euro l&#8217;anno, eppure nei tribunali mancano le penne, la carta, i computer, l&#8217;inchiostro per le stampanti, le fotocopiatrici. Abbiamo lo stesso numero di giudici, eppure in Italia i processi durano più a lungo che in ogni altro Paese d&#8217;Europa.</p>
<p>Una media di cinque anni per decidere se qualcuno è colpevole o innocente. Sette anni e mezzo per un divorzio. Due anni per un licenziamento in prima istanza. Otto per dare ragione o torto in una causa civile.</p>
<p>Una lentezza e un&#8217;inefficienza che il cittadino paga anche quando stipula un mutuo o accende un conto in banca a condizioni più onerose che nel resto d&#8217;Europa; quando si imbatte nelle difficoltà di recuperare un credito; quando subisce un infortunio sul lavoro; quando sconta l&#8217;inefficienza delle condanne ai delinquenti.</p>
<p>Basti pensare che ogni anno nelle carceri italiane entrano 90.000 persone e ne escono 88.000 e che a Milano due mani mutilate sul lavoro valgono 200.000 euro meno che a Roma. Una giustizia a pezzi in un Paese spaccato.</p>
<p>Luigi Ferrarella scrive di cronaca giudiziaria per il Corriere della Sera. Nel 1997 ha pubblicato L&#8217;intruso (Limina). Nel 2005 ha vinto il premio giornalistico Livio Zanetti e nel 2007 il Premiolino.</p>
<p><strong>Fine pena mai</strong><br />
<em>L&#8217;ergastolo dei tuoi diritti nella giustizia italiana</em><br />
di Luigi Ferrarella<br />
Ed Il Saggiatore</p>
<p><a href="http://www.osservatoriosullalegalita.org" title="Osservatorio sulla legalita'">Osservatorio sulla legalita&#8217;</a>, 20 marzo 2008</p>
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