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	<title>agli incroci dei venti &#187; Societa&#8217;</title>
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		<title>Schiavitu&#8217; online</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 14:43:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[.: (a cura di Simone Morgagni) Elementi per una nozione “espansa” di schiavitù: tecnologie di sorveglianza e servitù involontaria, dialogo con P.A.Chardel, G.Periès and M.Tibon-Cornillot, in Il senso della Repubblica. Schiavitù, FrancoAngeli, Milano, 2009. .: Simone Morgagni &#8211; La schiavitù e l’informazione. Google e le nuove tecnologie della ricerca, in Il senso della Repubblica. Schiavitù, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>.: (a cura di <a title="sproloqui semiosici" href="http://www.simonemorgagni.it/">Simone Morgagni</a>) <a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2010/01/MORGAGNI_Dialogoschiavitù.pdf">Elementi per una nozione “espansa” di schiavitù: tecnologie di sorveglianza e servitù involontaria</a>, dialogo con P.A.Chardel, G.Periès and M.Tibon-Cornillot, in <em>Il senso della Repubblica. Schiavitù</em>, FrancoAngeli, Milano, 2009.</p>
<p>.: <a title="sproloqui semiosici" href="http://www.simonemorgagni.it/">Simone Morgagni</a> &#8211; <a href="http://www.agliincrocideiventi.it/wp-content/uploads/2010/01/MORGAGNI_Googleschiavitù.pdf">La schiavitù e l’informazione. Google e le nuove tecnologie della ricerca</a>, in <em>Il senso della Repubblica. Schiavitù</em>, FrancoAngeli, Milano, 2009.</p>
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		<title>L’educazione al “noi”: per una cittadinanza responsabile</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 10:07:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[educazione]]></category>
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		<description><![CDATA[di Alberto Conci Mi sono chiesto spesso, nel mio lavoro con i ragazzi, quali potrebbero essere i cardini e gli spazi per un’educazione alla cittadinanza responsabile. Non so se questo derivi dal fatto che con il passare degli anni si focalizzano con maggior chiarezza alcune questioni che si considerano essenziali e irrinunciabili. O se tutto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="SAIT" href="http://www.saittn.it/sait/public/index.htm">Alberto Conci</a></p>
<p>Mi sono chiesto spesso, nel mio lavoro con i ragazzi, quali potrebbero essere i cardini e gli spazi per un’educazione alla cittadinanza responsabile.</p>
<p>Non so se questo derivi dal fatto che con il passare degli anni si focalizzano con maggior chiarezza alcune questioni che si considerano essenziali e irrinunciabili. O se tutto derivi dalla consapevolezza di quanto siano importanti i processi educativi per la costruzione di un mondo più responsabile.</p>
<p><span id="more-623"></span>Fatto sta che questa mi sembra un’urgenza pedagogica non più procrastinabile.</p>
<p>Il punto di partenza non è indifferente, poiché i ragazzi che oggi frequentano le scuole superiori sono i primi veri “figli della seconda repubblica”: nati dopo tangentopoli, giunti all’età della ragione quando sono crollate le torri gemelle, hanno vissuto tutta la loro vita in un mondo segnato da una crescente disaffezione per la politica, dal tramonto delle grandi ideologie e dal ritorno della guerra in vaste aree del pianeta. Piuttosto presentisti, in generale conoscono abbastanza poco della storia recente e vivono questa democrazia malata come un dato di fatto, senza interrogarsi troppo sull’importanza delle istituzioni democratiche per la convivenza civile e senza indignarsi se sono calpestate.</p>
<p>Si mantengono a una certa distanza dalla vita politica, che appare loro per molti aspetti incomprensibile, ma questa distanza si riduce considerevolmente se solo si ha la pazienza di accompagnarli in percorsi di riflessione nei quali si sentano protagonisti.</p>
<p>Certo, lo spettacolo quotidiano di una politica troppo rissosa – e la controtestimonianza di molti uomini politici… – non aiuta a comprenderne il valore e a maturare atteggiamenti responsabili; ma proprio il rischio che la spettacolarizzazione del peggio produca nei ragazzi una certa narcosi e li chiuda in una vita tutta centrata su sé stessi e sui propri bisogni quotidiani ci deve far riflettere sulla necessità di farsi carico di un’educazione alla cittadinanza responsabile. Perché il problema maggiore, forse, sta proprio nel pericolo che una generazione intera, disillusa dalla politica e sentendosi impotente di fronte alle grandi tragedie internazionali, decida di concentrarsi totalmente su sé stessa e sulla propria realizzazione personale. E su questo non mancano le responsabilità degli adulti, che così spesso dimenticano il valore irrinunciabile del “noi”, dell’“assieme a”, del “con” e del “per” gli altri nella realizzazione del sé.</p>
<p>La questione mi sembra molto seria e non credo possa essere liquidata affidandola a qualche ora di educazione civica a scuola, perché si tratta di un problema che va ben oltre la conoscenza sommaria delle istituzioni e che impegna non solo tutta la scuola (e nella scuola non solo gli insegnanti di educazione civica), ma più ampiamente tutti i settori della vita civile con i quali i giovani hanno a che fare. Ed è chiaro che non serve l’apologia della Costituzione o delle istituzioni democratiche, non solo perché spesso appare smentita dai comportamenti di coloro che quelle istituzioni più di altri dovrebbero rappresentare e difendere, ma anche perché il linguaggio apologetico funziona ben poco sul piano educativo, quando non ottiene addirittura effetti di rifiuto.</p>
<p>In quest’ottica rimane ancora attuale la domanda che quattro anni fa, in un piccolo saggio (Imparare la democrazia, Torino-Roma 2005), si poneva <a title="Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Gustavo_Zagrebelsky">Gustavo Zagrebelsky</a>, chiedendosi se nell’Italia repubblicana non sia mancata «un’autentica pedagogia democratica ». Domanda cruciale, alla quale Zagrebelsky rispondeva suggerendo un piccolo decalogo a fondamento di una pedagogia attenta alla cittadinanza responsabile. Vale la pena di riprendere brevemente quei punti, che ancora oggi sono così attuali.</p>
<p>La democrazia, sostiene Zagrebelsky, non può che essere relativistica. Ciò non significa che essa non abbia degli irrinunciabili punti di riferimento sui quali poggiare: essa “deve credere in sé stessa e non lasciar correre sulle questioni di principio, quelle che riguardano il rispetto dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani e dei diritti che ne conseguono, e il rispetto dell’uguale partecipazione alla vita politica e delle procedure relative. Ma al di là di questo nucleo, essa è relativistica nel senso preciso della parola, cioè nel senso che i fini e i valori sono da considerare relativi a coloro che li propugnano e, nella loro varietà, tutti ugualmente legittimi”.</p>
<p>Non si tratta quindi di scivolare in un nichilismo senza punti di riferimento, ma di accettare il valore che in questa cornice esprime ogni singola persona umana.</p>
<p><strong>La cura delle personalità individuali</strong></p>
<p>L’attenzione ai singoli e alla loro uguaglianza di diritti non può condurre alla massificazione. Al contrario “una democrazia che vuole preservarsi dalla degenerazione demagogica deve curare nel massimo grado l’originalità di ciascuno dei suoi membri e combattere la passiva adesione alle mode. L’originalità che non deve essere concepita come stramberia, amore estetizzante della stravaganza ma, etimologicamente, come seria capacità di dare inizio, origine a un progetto, a un rinnovamento che produce vita nuova e combatte la passiva e animalesca ripetitività”. Sul piano educativo questa attenzione al singolo assume un enorme valore e implica cambiamenti di stile tanto profondi quanto innovativi.</p>
<p><strong>Lo spirito del dialogo</strong></p>
<p>La prospettiva del dialogo rimane in democrazia essenziale. Sul piano del metodo, perché si tratta di imparare che il ragionare assieme è coessenziale alla democrazia stessa, indicandoci la necessità di non cadere nei due errori opposti dell’intestardirsi e del lasciar perdere; e sul piano dei contenuti, in quanto ci insegna che la verità va faticosamente conquistata assieme agli altri e che per questo è importante “rallegrarsi di essere scoperto in errore.</p>
<p>Chi, al termine, è ancora sulle sue stesse iniziali posizioni, infatti, ne esce com’era prima; ma chi è stato indotto a correggersi ne esce migliorato, alleggerito dell’errore”.</p>
<p><strong>Lo spirito dell’uguaglianza</strong></p>
<p>L’uguaglianza che caratterizza una democrazia non va intesa come annullamento della propria singolarità, ma come rifiuto del privilegio, come riconoscimento che alla base della convivenza non può che esserci un’ uguaglianza di tutti di fronte alla legge (“isonomia”). È questo, sul piano pedagogico, un punto delicato, perché spesso gli atteggiamenti di sfiducia nei confronti della democrazia passano proprio dall’impressione che la società rimane divisa in caste e che l’uguaglianza non sia un principio realizzato.</p>
<p><strong>L’apertura verso chi porta identità diverse</strong></p>
<p>“La democrazia esige, afferma Zagrebelsky, che le identità particolari siano ininfluenti rispetto alla pari partecipazione alla vita sociale; esige, in breve, di essere potenzialmente multi-identitaria”. Questo significa da un lato che la tolleranza è un livello minimo, ma non la realizzazione della democrazia; e dall’altro che una democrazia matura deve porre al centro, come criterio discriminante, il linguaggio dei diritti di cittadinanza di ciascuno. In questo senso è importante riflettere sul concetto stesso di identità che “se può e deve valere ai fini del riconoscimento e della protezione delle diverse culture, deve considerarsi completamente non rilevante con riguardo alla partecipazione alla vita pubblica e al riconoscimento dei diritti relativi”.</p>
<p><strong>La diffidenza verso le decisioni irrimediabili</strong></p>
<p>Per educare al dialogo e alla cittadinanza responsabile occorre coltivare la disponibilità a “ritenere reversibile ogni decisione (sempre esclusa quella sulla democrazia medesima)”. Questa disponibilità a rivedere le decisioni e a dialogare non è un segno di debolezza, ma una condizione essenziale per la convivenza democratica. Si tratta qui di una questione delicata, difficile da realizzare ma al tempo stesso irrinunciabile in un Paese come il nostro, che così spesso si lacera nello scontro fra persone che considerano i propri valori come non negoziabili.</p>
<p><strong>L’atteggiamento sperimentale</strong></p>
<p>In questa prospettiva è chiara l’importanza di quello che Zagrebelsky chiama “atteggiamento sperimentale” che implica da un lato lo sforzo di mettere da parte le tentazioni manicheiste di dividere la realtà fra bene e male e dall’altro l’impegno a interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte e delle proprie posizioni.</p>
<p><strong>L’atteggiamento altruistico</strong></p>
<p>È questo un aspetto fondamentale. Non solo perché “la democrazia è la forma di vita comune di esseri umani solidali tra loro” e perché “l’emarginazione sociale è contro la democrazia”, ma soprattutto perché al fondo della democrazia sta “l’idea che nessuno possa essere lasciato indietro, abbandonato a sé stesso e alle difficoltà della sua vita particolare”. Questo, che è un elemento così trascurato in una società che sembra spesso dire ai giovani che devono imparare a emergere e a farcela da soli, non è un elemento accidentale della democrazia, “che può esserci o non esserci, a seconda delle politiche del momento”, ma ne costituisce l’anima stessa.</p>
<p><strong>La cura delle parole</strong></p>
<p>È proprio l’importanza del dialogo nella democrazia a imporre la cura delle parole. Questa, ricorda ciascuno dei suoi membri e combattere la passiva adesione alle mode. L’originalità che non deve essere concepita come stramberia, amore estetizzante della stravaganza ma, etimologicamente, come seria capacità di dare inizio, origine a un progetto, a un rinnovamento che produce vita nuova e combatte la passiva e animalesca ripetitività”. Sul piano educativo questa attenzione al singolo assume un enorme valore e implica cambiamenti di stile tanto profondi quanto innovativi.</p>
<p>Zagrebelsky, vale sul piano della quantità come su quello della qualità. Sul piano quantitativo, perché “il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia. […] Più sono le parole che si conoscono, più ricca è la discussione politica e, con essa, la vita democratica.</p>
<p>Quando il nostro linguaggio si fosse rattrappito al punto di poter pronunciare solo sì e no, saremo pronti per i plebisciti; e quando conoscessimo solo i sì, saremmo nella condizione del gregge che può solo obbedire al padrone”. E sul piano della qualità, perché nella democrazia “le parole non devono essere ingannatrici, affinché il dialogo sia onesto”.</p>
<p>Al centro di questa sfida educativa, per quel che posso vedere, sta l’educazione al “noi” che, come sostiene il filosofo francese <a title="Wikipedia - Francia" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Jean-Luc_Nancy">Jean-Luc Nancy</a>, è l’unica strada per scoprire non solo il senso della vita assieme, ma anche quello della propria esistenza personale.</p>
<p><small>Unimondo, 27 ottobre 2009</small></p>
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		<title>Fine pena mai</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Sep 2009 10:57:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous Si fanno sempre raffronti tra chi entra ed esce dal carcere,  si addita l’uno o l’altro a seconda del temporale politico in atto, discutendo se sia giusto aiutare il detenuto a ravvedersi, fin’anche mortificando il  perdono, sebbene convissuto con reciproca  consapevolezza. Ergastolo, &#8220;fine pena mai&#8221;, il dazio da pagare per il male [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Andraous<br />
Si fanno sempre raffronti tra chi entra ed esce dal carcere,  si addita l’uno o l’altro a seconda del temporale politico in atto, discutendo se sia giusto aiutare il detenuto a ravvedersi, fin’anche mortificando il  perdono, sebbene convissuto con reciproca  consapevolezza.</p>
<p>Ergastolo, &#8220;fine pena mai&#8221;, il dazio da pagare per il male fatto agli altri, una pena che affligge, punisce e separa dalla collettività, che sancisce la fine di un tempo che non passa mai, un tempo che non esiste. Che non ti assolve.</p>
<p><span id="more-617"></span><br />
Sbarre appese alla memoria per ricordare; 30 o 35  anni di carcere scontato, decenni di ferro sbattuto sui rimorsi che lasciano un segno, un&#8217;apnea che restringe i polmoni e costringe l&#8217;uomo a straripare in universi sconosciuti.<br />
Un mondo fatto di domani che non ci sono, una negazione che rinvia alla morte di ogni umanità, creatività e fantasia, in carcere da tanti anni e la scena su questo palcoscenico sotterraneo di carne e sangue, é lo specchio di un qualcosa a cui nessuno intende guardare.<br />
Nonostante il carcere e questa condanna che scorre circolarmente in un inseguimento a ritroso,  occorre ritrovare il senso di una capacità di partecipazione, di accoglienza, in un sentire autentico, e non perché si é disperati, per sfuggire gli attimi in cui ci si sente estranei tra tanti, alienati a tal punto da non capire più nulla.<br />
L’uomo come ogni essere vivente è in continua evoluzione, eppure qualcuno si ostina a pensare che esista la persona deviante irrecuperabile, allora la società come deve adoperarsi affinché questa trasformazione possa avverarsi?<br />
Espiazione non può essere mera sopportazione di un male imposto, ma riconciliazione con se stessi e gli altri, una trasformazione che coinvolge l’interezza dell’uomo.  A volte c&#8217;é questo sorprendente incontro con gli altri che ci attende, c&#8217;é lo stupore di ritrovarsi al cospetto dell&#8217;universo interiore in noi, che ci conduce sul sottile confine che delimita la scelta di rinnovarsi, di cambiare, ricorrendo alle proprie forze, alle proprie energie.<br />
In questo carcere che stenta a recuperare alla società, finché esso stesso non sarà recuperato dalla società, c’è bisogno di accompagnare il dolore con le parole di una giustizia equa,  per imparare ad accettarlo come intorno, a colorarlo con il lavoro, la scrittura, la mediazione, i rapporti umani finalmente sbocciati, mantenuti e cresciuti, nel tentativo di modificare questa dimensione disumanizzante in un luogo ancor aperto ad alternative di conoscenza e mutamento interiore.<br />
Si va in carcere perché si è puniti, non per essere puniti, il carcere c’è, è là, ma si tende a ignorarlo, non è percepito come un problema  sociale, non riguarda la parte buona, che preferisce rimuovere: ma questo atteggiamento produce un distacco profondo tra carcere e società.<br />
Ergastolo e carcere, spesso una sofferenza per lo più amministrata, imposta e sempre meno vicina a un dolore &#8220;vissuto in due&#8221;.<br />
Ergastolo e nuovi impegni, nuove responsabilità,  al di là della gabbia che circonda, mostrando la differenza dell&#8217;uomo della condanna, dall&#8217;uomo della pena, e convincersi che occorre affidarsi a una pena che sia solo un tragitto di vita, che parta dalla dignità della persona, dalle sue capacità e risorse.</p>
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		<title>Secondo arriva il Papa</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Apr 2009 11:35:51 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Ettore Masina 1 Il più geniale e reazionario degli intellettuali italiani, Leo Longanesi, scrisse nel 1948, se ricordo bene, un pamphlet intitolato “Ci salveranno le vecchie zie”. In quel dopoguerra fibrillante di vitalità nuove e di antichissimi vizi italiani, consolidati da vent’anni di fascismo, Longanesi guardava con orrore a certi suoi coetanei campioni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="sito di Ettore Masina" href="http://www.ettoremasina.it">Ettore Masina</a></p>
<p>1<br />
Il più geniale e reazionario degli intellettuali italiani, Leo Longanesi, scrisse nel 1948, se ricordo bene, un pamphlet intitolato “Ci salveranno le vecchie zie”. In quel dopoguerra fibrillante di vitalità nuove e di antichissimi vizi italiani, consolidati da vent’anni di fascismo, Longanesi guardava con orrore a certi suoi coetanei campioni di trasformismo politico, ai giovani che gli parevano sciocchi iconoclasti del passato, al femminismo che cominciava a tentare di farsi strada &#8211; e a questo rivolgimento di costumi e di sentimenti contrapponeva le “vecchie zie” della “buona” borghesia italiana. Egli le indicava come capisaldi di virtù familiari e civiche. Per lo più zitelle (spesso nostalgiche di antichi amori fantasticati), erano gli angeli custodi di molte case: assistevano vecchi e malati, governavano la servitù (se c’era), erano tenere con i nipotini, ferme con gli adolescenti, irremovibili con i giovani scapestrati, comprensive con gli innamo-rati;  abilissime a diminuire tensioni e ricomporre litigi; e infine, devotissime al Re, alla Patria e al Parroco, erano esempi di fedeltà alle autorità civili e religiose.<br />
Sarà perché sono vecchio, ma sempre più spesso ho anch’io, come Longanesi, la sensazione che il “mio” mondo sia entrato in una pericolosa fibrillazione. Parlo della Chiesa cattolica, la comunità che ho scelto come patria delle mie speranze, e dico che mi sembra vadano aprendosi in essa, continuamente, sotto questo pontificato, nuove ferite, e moltiplicandosi le silenziose e spesso amare diser-zioni di credenti. L’immagine, così suggestiva, della Chiesa come di una navicella che percorre intrepidamente l’oceano della storia, oggi pare scricchiolare, colpita non più  soltanto dall’odio di crudeli persecutori (penso all’India, all’Iraq, alla Cina…) ma anche dai devastanti marosi di ideologie talvolta contrastanti, ma, di fatto, concomitanti.  È perciò evidente, nei vertici vaticani, la sensazione di un’agonia del sacro, di una civiltà in cui la fede in Dio si ammanta di superstizioni o si offusca di relativismo, di una comunità cui un’inedita maturazione del valore della laicità sembra imprimere spinte centrifughe, di un Islam che appare tanto più forte quanto più l’antica prevalenza numerica dei cristiani va diminuendo a livello planetario. Ed è ormai evidente (e del resto confermato da sondaggi, per quel che valgono)  che fra i pronunziamenti della Gerarchia ecclesiastica e l’opinione pubblica dei “fedeli” si va creando un paradosso: tanto più gli insegnamenti e gli ammonimenti vengono moltiplicati ed estesi a ogni evento ed argomento, tanto più molti credenti li ascoltano distrattamente, quasi chiacchiere rituali o addirittura folkloristiche mentre i cosiddetti “lontani”, piuttosto che sentirsi chiamati a conversione si convincono sempre più che la Chiesa è una società sorpassata, incapace di fornire ai suoi fedeli una qualità di vita superiore a quella degli increduli.  (Per inciso:  in questo processo di banalizzazione, la televisione ha in Italia un ruolo nefasto. Invadendo ogni giorno i notiziari con  le attività e le allocuzioni, anche le meno importanti, di Benedetto XVI, finisce per mostrare che non sempre è possibile fornire pensieri originali, sentimenti vivi, capacità empatiche).<br />
In questa burrasca la navicella del Pescatore appare, sempre più spesso, ridotta a usare una bussola tarata dalla paura. In una situazione assai simile,  Kirke-gaard osava scrivere: “Ormai la nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che egli trasmette dal megafono del comandante non è più la rotta da seguire ma il menù di domani”. Non siamo a quello, oggi, grazie al Cielo, ma l’immagine è suggestiva. Non c’è dubbio che valgano per questi nostri tempi le parole che Urs von Balthasar, teologo caro  a Joseph Ratzinger, scriveva poco più di vent’anni fa: &#8220;Può accadere talvolta che le compagini delle istituzioni temporali si allentino; esse sono veramente temporali, il tempo le divora e le logora, molte cose arrug-giniscono, marciscono, devono essere sostituite; addentellati in apparenza solidi si staccano, lasciano intravedere la luce o anche il buio. Gli Atti degli apostoli si concludono con un naufragio, raccontato in modo diffuso e quasi divertito: il naufragio della nave di Paolo. Luca è perfettamente cosciente del simbolismo del suo racconto. [...] La situazione  è esattamente escatologica: la struttura come forma esterna va in frantumi, ci si può salvare solo guadagnando terra sui rottami&#8230;”.</p>
<p><span id="more-502"></span>2<br />
Un tremore spinge il papa e non pochi vescovi a indurire la loro predicazione e ad aggrapparsi al passato. Il Concilio cominciò con il rifiuto opposto da una larga maggioranza di vescovi all’idea avanzata dalla curia vaticana che due fossero le “fonti della Rivelazione”, quelle che dovrebbero guidare la vita della Chiesa: la Sacra Scrittura e la Tradizione cioè il corpus normativo e catechetico costruito dalla Gerarchia cattolica lungo i secoli. Questa equiparazione, che ovviamente celebrava il potere del Papa e dei suoi collaboratori,  fu, come s’è detto, respinta. Ma oggi (e mi meraviglio che i giornalisti “specializzati” non lo rilevino) Bene-detto XVI ripropone ogni giorno, appassionatamente, il valore della Tradizione, mentre accentua la sua propensione a un esercizio solitario della propria autorità; e tutto ciò  sa di nostalgia per l’epoca preconciliare, non per volontaria mancanza di lealtà all’assemblea ecumenica quanto per la formazione culturale ed ecclesiastica della persona. Lo studioso che non conosce l’uso del computer e che dice di avere tanti amici perché vengono a trovarlo reverenti pellegrinaggi di antichi condiscepoli, appare nel suo modo di vestire, di muoversi, di preferire la lettera dei canoni alla passione per l’uomo d’oggi e i drammi della storia, più vicino, dal  punto di vista psicologico e comportamentale, al gruppo dei “tradizionalisti” che alla “Chiesa dei poveri”. La sollecitudine pastorale per i lefebvriani, piuttosto che per i teologi della liberazione ridotti al silenzio o all’esodo, è significativa. Ha detto l’altro giorno, in una conferenza a Berlino, Navarro-Valls, l’ex portavoce vaticano: “L’immagine è il messaggio. Gli ultimi due Papi dimostrano che le idee vengono colte solo se visualizzate. Noi viviamo di immagini”. Incontrovertibile constatazione, ma terribile per chi, come me, non riesce a dimenticare l’immagine di un papa che  festeggia il suo compleanno in casa di Bush, il Carnefice di Guantanamo, Condottiero di guerre sanguinose scatenate sulla base di consapevoli menzogne…<br />
3<br />
Quanto ai vescovi che si vogliono più vicini al papa, che triste stillicidio di noti-zie! Quello brasiliano di Olinda e Recife, meticoloso distruttore delle realtà  pastorali e dello stile di governo del suo predecessore, il santo dom Helder Camara, dichiara scomunicati i medici che hanno salvato la vita a una bambina di nove anni, violentata e incinta di due gemelli; in Italia molti (cardinali e non) si esprimono con sconcertante brutalità nei confronti del caso Englaro, un altro, generale di corpo d’armata in pensione e arcivescovo di Cagliari, si fa portabandiera del Cavaliere in campagna elettorale. Del resto, l’Osservatore Romano plaude alla creazione del PDL che “propone valori cristiani, come quelli della famiglia”: definizione azzeccatissima se si pensa a quanti leader di quel “popolo” di famiglie ne hanno due o persino tre. Dove sono finite, in quegli ambienti, le “vecchie zie”?  E dove guardare, noi gente lontana dal potere, per sentirci confermati nel vangelo?<br />
4<br />
Ho incontrato per la prima volta la suora libanese Marie Keyrouz nelle pagine de “La sposa liberata” di Abraham B. Yehoshua. Il grande scrittore israeliano le cambia il nome e il convento, ma ne descrive l’origine e l’importanza: “La purezza della missione che il suo convento le ha assegnato: viaggiare durante il mese del Ramadan nelle zone oppresse della Terra Santa per rinsaldare con antichi canti liturgici bizantini lo spirito dei sempre più rari cristiani… Un’autentica potenza drammatica: di tanto in tanto la sua voce stentorea e sicura arriva a toccare un picco triste e lacerante… Sconvolge l’anima come la voce di una madre primordiale…”.<br />
Durante la quaresima, Suor Marie è venuta a Roma e Clotilde ed io siamo andati ad ascoltarla. È stata un’esperienza indimenticabile. Questa donna vestita dei goffi abiti che gli ecclesiastici maschilisti impongono alle monache arriva quasi correndo sulla pedana in cui la attende una piccola orchestra araba: un flauto, una cetra da tavolo, un tamburello.  È china in avanti, con l’andatura di una zitella, un po’ legnosa, che preferirebbe non essere qui. Non guarda e per tutto il concerto non guarderà mai la sala. Gli occhi sono rivolti al suolo o verso l’alto. Canta in arabo e in greco antico e non è possibile avere i testi dei suoi canti, tuttavia l’esperienza religiosa, mistica. che questa donna trasmette è sconvol-gente: è Maria di Nazareth che cerca di convincere l’angelo dell’annunciazione ad avere pietà di lei, è la vergine che partorisce nel gelo di una grotta, Maria di Magdala che va al sepolcro del Cristo, piangendo e lo   trova vuoto; è la donna che porta su di sé molti dolori del mondo e molte ingiustizie del mondo patriarcale. È Teresa d’Avila che trema nella febbre del mistero; di Edith Stein nell’inferno del lager, ed è la madre dei bambini sgozzati a Tell el-Zaatar, a Sabra, a Chatila, dei bambini bruciati a Gaza, la sorella delle donne afghane stuprate per legge. È la voce sl’Arabia del matriarcato tuaregh  e degli harem levantini, delle schiave nel Mali, delle bambine violentate nei tuguri delle immense bidonville della Terra, di quelle che muoiono nel Canale di Sicilia sotto i nostri occhi indifferenti.<br />
Questa cantatrice ci ammette per ordine dei superiori alla sua preghiera, ma capita in alcuni momenti di sentirci ai limiti del voyeurismo perché il dolore e l’implorazione che la animano raggiungono l’acme di un profondissimo rapporto d’amore…<br />
5<br />
Non sempre l’evangelizzazione ha bisogno di parole  ma sempre l’arte crea legami misteriosi… E mentre rabbrividendo ascoltavo Suor Marie, mi è capitato di  domandarmi quante altre suore potrebbero evangelizzarci, aggirando con la loro testimonianza la nostra pretesa che esse siano una specie di manovalanza nella costruzione della Chiesa. Per secoli queste nostre sorelle sono state considerate non soltanto dai vescovi ma anche da noi come cristiane di seconda classe, talvolta crudelmente recluse, più spesso legate a una miserevole condi-zione sociale. Ho fra i miei ricordi due esperienze cui mi accade di ripensare spesso. La prima: alla fine del Concilio riuscii a intervistare (allora era ben più difficile di oggi) i cardinali italiani che presiedevano grandi diocesi: Milano, Firenze, Napoli, Bologna… Quello di Genova mi diede appuntamento nella casa madre di una congregazione di cui era “protettore”. Vi trovai (era a Roma, a pochi passi dal Vaticano) suore divise in due categorie, diverse nell’abito e nelle attività: le povere erano in pratica le cameriere di quelle che avevano versato al monastero una “dote” in moneta. La seconda esperienza è per me di grandissima risonanza nonostante siano passati tanti anni. Ero in Valtellina per un’inchiesta sui grandi tubercolosari che vi funzionavano allora; mi raggiunse un messaggio di un prete che era anche un fine intellettuale. Don Alessandro Pronzato era cappellano in un vecchio sanatorio acquistato dalle religiose italiane, dopo che un’indagine aveva rivelato che in molti monasteri di clausura la tbc, favorita dalle pessime condizioni ambientali, falcidiava gran numero di monache. Don Pronzato mi chiedeva di andare a raccontare qualcosa del mio lavoro alle degenti alle quali egli cercava di donare qualche informazione su un mondo che esse ormai conoscevano (o sembrava) soltanto da lontano. A quell’epoca avevo appena fondato un’associazione di solidarietà internazionale (la Rete Radiè Resch) che si occupava dei profughi palestinesi della guerra del 1948.   Fui ascoltato con toccante attenzione e mi fu chiesto di mandare anche al sanatorio le lettere con le quali informavo gli amici delle attività del nostro lavoro. Nel 1973 decidemmo di appoggiare la costituzione del Secondo Tribunale Russell contro la ferocia delle dittature latino-americane. In una mia circolare lamentavo la scarsità dei fondi raccolti. Subito mi arrivò un assegno dalle piccole sorelle del tubercolosario: erano riuscite a convincere l’amministratrice a ridurre per un mese la loro dieta. Vidi allora gli occhi dell’ideatore del Tribunale, Lelio Basso, grande socialista e agnostico, riempirsi di lacrime di commozione.<br />
Da allora ho sempre osservato con interesse la testimonianza delle suore. Ne ho trovate alcune che somigliano ancora a certe religiose del passato (innamorate del Primario o serve devote del Parroco, arrendevoli ai consigli elettorali dei vescovi e via dicendo: davvero “vecchie zie” ferme al catechismo di Pio X); ma più spesso dopo il Concilio ne ho incontrate tante e tante altre in luoghi e situazioni in cui gli uomini coraggiosi tremavano: nelle città assediate del Sud Sudan e sulle frontiere di Evola, il male terribile dell’Africa più  misera; nei vicariati della Carità costantemente minacciati dai generali, nell’elenco dei desaparecidos perché troppo vicine alle Madres e alle Abuelas de la Plaza de Mayo. Riaprivano nel Salvador chiese in cui il parroco era stato ucciso e i catechisti orrendamente torturati dalle truppe d’èlite;   morivano (e ancora  muoiono) assassinate perché vivono con gli indios espropriati dalle proprie terre o i campesinos che una terra non l’hanno mai avuta. Mi guardo intorno o penetro in Internet e le trovo al lavoro fra gli emigranti e nei congressi di teologia, maestre in villaggi sperduti sulle ande o presenze evangeliche accanto ai giostrai sinti nei luna park europei, raramente inceppate dal moralismo; preda di banditi e di estremisti. Le guardo e penso che a confermarmi nella fede sono loro e le loro sorelle di clausura che pregano per tanti di noi che riusciamo a pregare solo raramente. Vivo la mia quaresima, quest’oggi, pensando che a scoprire il sepolcro vuoto furono le donne, il papa arrivò dopo di loro.</p>
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		<title>Docenti dietro una cattedra: perplessi</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Mar 2009 16:29:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Tardetti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non sono più tanto sicuro. Non certo sicuro come quando ci sono stato per la prima volta. Allora le certezze erano così forti da spianare montagne e colmare vallate, facendo intravedere solo la linearità di percorsi senza turbamenti né scossoni. Stavo per rinunciare ad un’incerta prospettiva di docente con incarico annuale, per dedicarmi ad una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non sono più tanto sicuro. Non certo sicuro come quando ci sono stato per la prima volta. Allora le certezze erano così forti da spianare montagne e colmare vallate, facendo intravedere solo la linearità di percorsi senza turbamenti né scossoni. Stavo per rinunciare ad un’incerta prospettiva di docente con incarico annuale, per dedicarmi ad una professione di tecnico per la quale, in verità, avvertivo una scarsa vocazione; si trattava, tuttavia, di inoltrarmi nella strada per la quale avevo speso lunghi anni sui libri e nelle aule universitarie e questo doveva essere abbastanza per motivarmi alla scelta. Per caso, durante una conversazione con un’amica, anche lei insegnante, venni a sapere della sua esperienza vissuta in una scuola d’avanguardia, o, piuttosto, di frontiera. Chiesi e ottenni un incontro con l’animatrice di questa esperienza, sempre alla ricerca di persone adatte a portare avanti quella sua utopica iniziativa, alla quale aveva dedicato tutta se stessa.<br />
Durante il nostro primo colloquio, una frase in particolare mi colpì. Parlando a proposito delle difficoltà che le Istituzioni frapponevano al suo percorso di ricerca e sperimentazione, mi disse: “Noi gli ostacoli non li aggiriamo. Li abbattiamo”. Fu una vera consolazione dopo tre anni di limbo, precariamente vissuti tra i banchi sconnessi di istituti professionali variamente dislocati, entrare almeno nel purgatorio, con l’evidente prospettiva di un futuro paradiso. Correva l’anno di grazia 1983, era un bellissimo settembre, la stagione ideale per l’inizio di una promettente avventura. E l’avventura durò per alcuni entusiasmanti anni.</p>
<p><span id="more-498"></span><br />
La nuova scuola nella quale avevo iniziato a lavorare si apriva ad un mondo fino allora visto solo con distacco, spesso avvicinato con diffidenza, perché era noto che, nella vita, o si studia o si lavora e le due attività risultavano, fino a quel momento, inconciliabili. Il “vile meccanico” di manzoniana memoria si contrapponeva alla nobiltà di chi spendeva il suo tempo sopra tomi ponderosi e polverosi, che si sforzavano di descrivere, col maggior dispendio di parole possibile, una realtà avente per riferimento un passato ormai piuttosto remoto. Eppure, a conti fatti, queste esperienze di contatto e scambio tra mondo della scuola e mondo del lavoro funzionavano, eccome: finalmente si ricomponevano i frammenti dell’unico vero mondo, quello con il quale ognuno di noi stava già facendo, o avrebbe dovuto prima o poi, fare i conti, il mondo fatto dalla realtà che ci circonda e nella quale siamo quotidianamente immersi, come e più dei pesci nell’acqua.<br />
Non solo il contatto con il mondo del lavoro non veniva evitato ma, al contrario, veniva ricercato e utilizzato come fondamentale elemento di confronto, capace di validare o meno le teorie pedagogiche poste a fondamento dell’azione didattica quotidiana. Il mondo delle professioni e del sociale era, nel contempo, un punto di partenza e un punto di arrivo: da lui nascevano gli elementi di operatività che venivano introdotti nella prassi didattica quotidiana, a lui tendevano tutti gli obiettivi formativi declinati nei documenti programmatici formalizzati dal Collegio dei Docenti. Col tempo, però, quella voce solista, fuori da ogni coro, più che un elemento di valore e di qualità finì per diventare una nota stonata, una voce che doveva essere messa a tacere. L’operazione per ridurla al silenzio definitivo venne condotta in maniera strisciante, appellandosi ai decreti legge, alle circolari e ai decreti ministeriali, emanandone di nuovi quando quelli già esistenti non bastavano.<br />
Così, lentamente, vennero minate le radici della pianta e l’albero cominciò ad avvizzire. Si cominciò dalla radice principale, l’anima stessa dell’Istituzione, quella che, disboscando il terreno incolto e selvaggio della formazione, tracciava la pista sulla quale ci muovevamo tutti noi come un solo uomo. Tolta di mezzo lei, personaggio scomodo per le gerarchie scolastiche alla perenne ricerca di “ordine e disciplina”, toccò a quelli che la seguivano. Lusinghe e minacce, variamente distribuite, in forma di circolari e decreti ministeriali, dispersero ai quattro venti quel manipolo di avventurosi innovatori, che avevano creduto di poter cambiare la scuola e avevano scoperto, alla fine, che era stata la scuola a cambiare loro.<br />
Alcuni, fatto tesoro delle loro esperienze e delle loro conoscenze, avevano tentato di occupare posizioni dalle quali poter far sentire la propria voce, con il risultato che quei posti erano talmente lontani dalle aule scolastiche che la loro voce riusciva malapena a raggiungerle. Altri, epigoni forse troppo pallidi di quella fantastica esperienza, cercarono di proseguirla in altri istituti, scontrandosi con l’inerzia e l’apatia di dirigenti e colleghi, “tutta gente che aveva capito” che non si può nuotare controcorrente se non si hanno le forze per farlo e che conviene piuttosto assecondare l’andamento del mondo della scuola così com’è.<br />
Molto tempo è passato da allora, ministri sono subentrati a ministri, dirigenti scolastici a dirigenti scolastici, teorie pedagogiche con la pretesa di essere innovative hanno scalzato altre teorie considerate non più al passo con i tempi.<br />
Adesso, da dietro questa cattedra, osservo il microcosmo formato dai miei discenti. Alcuni sono stravaccati sui banchi, per riprendersi dalle fatiche di un venerdì notte, gonfio di birra e tirato fino alle ore piccole in pub e discoteche, altri conversano amabilmente tra loro, ignorando palesemente la mia presenza. Qualcuno finge di impegnarsi a terminare l’esercizio che ho assegnato, più per compiacermi che per cercare di afferrare al volo qualche frammento di conoscenza, ritenuto di nessuna o scarsa utilità per il disbrigo delle loro pratiche quotidiane attuali.<br />
Mentre li osservo, mi interrogo. Deve essere una deformazione professionale, non posso fare a meno di interrogare qualcuno. Non è, per caso, che staremo sbagliando tutto, che i nostri tentativi di comunicare frammenti minimi e predigeriti di conoscenza non riescono ad andare in porto, forse perché stiamo usando la lingua sbagliata? Stiamo predicando agli uccelli con il linguaggio dei pesci? Cosa si può dire sul mondo e sulla vita ai vari Jonathan, Ylenia, Samantha, Maicol (sic!), per i quali la scuola è troppo spesso una pausa di riposo tra una nottata in discoteca e un venerdì sera da sballo?<br />
Oggi, l’idea di scuola, un tempo giardino rigoglioso e ben curato, sta morendo, soffocata dalle erbacce delle mille leggine, inaridita dall’incuria e dall’indifferenza di quelli che dovrebbero seminare, sarchiare e innaffiare le piantine, invasa dalle piante infestanti dei mille e mille progetti che l’hanno deviata da tempo dal suo scopo naturale, privata delle risorse finanziarie strettamente necessarie alla sua sopravvivenza.<br />
Quelli che dovrebbero tracciare il sentiero da battere, gente nel migliore dei casi senza cuore o senza fegato, nel peggiore senza cervello, sembrano ignorare questa realtà che solo i loro occhi miopi non riescono a vedere, quando basterebbe entrare per mezz’ora in un’aula scolastica qualsiasi, preferibilmente sotto le mentite spoglie di un supplente, di un precario, di un senza cattedra, e già per questo senza autorità, per rendersi finalmente conto di come stanno realmente le cose.<br />
“Che ci sto a fare qui dietro?”, mi chiedo. Forse è ora di alzarsi e andarsene, lasciare spazio all’esercito degli eterni precari, che si accapigliano per un punticino in più in graduatoria, che coltivano da anni il miraggio di un posto stabile, una cattedra sulla quale potersi riposare, stanchi per averla troppo a lungo inseguita. Forse, però, le risposte a queste domande esistono, ma le stiamo cercando nel posto sbagliato, nei libri di testo, nei programmi ministeriali, in tutta quella pletora di educazioni a qualcosa che nascono ogni volta sulla scia di problemi che altre istituzioni, a cominciare dalla famiglia, non sono più capaci di risolvere e così finiscono per delegare ad altri compiti che dovrebbero essere di loro esclusiva pertinenza.<br />
O, forse, c’è un’altra spiegazione per tutto questo, terribile solo a concepirla, quella di una logica subdola e sottile in azione, una “strategia del ragno” che tesse instancabile la tela destinata ad irretire nel tempo l’intera società civile. La Cultura, pensano i ragni, potrebbe trasformarsi in un pericoloso strumento di analisi della società e del mondo, lo è già stata del resto in passato, con esiti non sempre favorevoli a chi deteneva le leve del potere, come insegna la Storia.   <br />
L’importante, allora, è che la gente non pensi, perché se pensa dubita, e se dubita, addio a loro, addio a quelli che non sapendo né fare né insegnare si sono arruolati sotto le bandiere della politica, autoproclamandosi esperti di questioni scolastiche, quando, nella maggior parte dei casi, la loro esperienza si è limitata ad un anonimo transitare nelle aule per arraffare il classico “pezzo di carta”, quello che fa curriculum.<br />
“Non disturbare il manovratore” sembra l’imperativo categorico dei nostri tempi. Dormire, sognare forse, sperando di non doversi risvegliare in un incubo peggiore di quello che sta agitando in questa notte della Cultura i nostri sogni obbligati.</p>
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		<title>Un  assalto umano disumanizzato</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 17:45:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous Non c’è giorno che non venga scandito da un assalto umano disumanizzato, perpetrato nei riguardi delle donne, nei confronti di un bambino,  di una giovanissima. Il branco è nell’ombra, predisposto a un’opera demolitrice, a violare la realtà dell’altro, sconvolgendone l’equilibrio e compromettendone  il benessere, un’azione infame nel più profondo del termine, dove [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Andraous</p>
<p>Non c’è giorno che non venga scandito da un assalto umano disumanizzato, perpetrato nei riguardi delle donne, nei confronti di un bambino,  di una giovanissima.<br />
Il branco è nell’ombra, predisposto a un’opera demolitrice, a violare la realtà dell’altro, sconvolgendone l’equilibrio e compromettendone  il benessere, un’azione infame nel più profondo del termine, dove non c’è lessico che tenga per definirne il raccapriccio.<br />
<span id="more-496"></span><br />
Ciò che deve scuotere le coscienze è l’infamia che non consente giustificazioni, né ansia da contagio, ma promuove una linea comportamentale priva di black-out ideologici: infatti con le ideologie stendiamo ipocrisie e false aspettative, non cogliamo le urgenze né le insopprimibili necessità-priorità, a riconferma che donne, bambini e anziani non si toccano, non si debbono toccare, non bisogna permettere che ciò accada.<br />
Il branco si fa beffe della bellezza, della fragilità, entra a gamba tesa dove l’innocenza e la stessa femminilità regalano al mondo il piacere dell’esistenza, e all’esistenza il miracolo del futuro che nasce e cresce, perché custodisce il segreto dell’amore più grande.<br />
Sociologi, pedagogisti, psicologi, preoccupati per le dimensioni crescenti di questo  fenomeno, nella torsione in cui  costringe l’attualità, che somiglia sempre più a un’apnea soffocante, tant’è che ognuno esplicita ragioni diverse  per spiegarne l’exploit.<br />
Si coglie il male, lo si traveste di bugie, lo si affascina con il dolore dell’altro, per colmare i propri vuoti e le proprie assenze, che diventano patologie.<br />
Non c’è ritocco al corredo del codice genetico umano, una eventualità del genere non è possibile nel breve passo che intercorre tra una generazione e l’altra, allora come è possibile che a ogni pagina appare la notizia di uno stupro, di una violenza da poco commessa, ciò non solo nelle strade, nei vicoli ciechi, nelle campagne buie, ma nelle famiglie, dove dovrebbe prevalere il principio dell’amore, dei vincoli affettivi, nella continuità del vivere insieme. Eppure proprio all’interno del nucleo famigliare, vicino al focolare passa sotto silenzio questa pratica infame, proprio lì, ognuno assume il ruolo parossistico di teatrante, recita la parte di chi nega, di chi non vede, di chi occulta e passa avanti agli abusi che non hanno fine.<br />
In questa ferita c’è l’esperienza intera del dolore, dell’amore frustrato, un modello che si tramanda senza che alcuno intervenga a porre un freno, eppure come ha detto qualcuno “ i ragazzi violenti del futuro sono ora dei bambini “, proprio quelli afferrati come oggetti e spogliati di ogni emozione.<br />
Occorre ritrovare un senso comune non più rinviabile, non sono più sufficienti le notizie, il bombardamento mediatico, forse è arrivata l’ora di un ripensamento culturale che sia sinonimo di coinvolgimento, nel discuterne e  rifletterne insieme, non solo per preservare le menti giovani dalla violenza che non risparmia alcuno, ma per coltivare in chi cresce un senso critico sano e attento ai valori della vita, quella di tutti, soprattutto delle donne, dei bambini, degli anziani, CHE NON SI DEBBONO TOCCARE MAI.</p>
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		<title>Aspiranti professionisti dell’ultima meta</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jan 2009 10:42:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous Quando la trasgressione diventa così feroce e sorda da divenire violenza e quindi devianza, si corre il rischio di banalizzare ogni cosa, anche le persone, le vittime, gli stessi aggressori, affermando che le ragioni sono evidenti e riconducibili a fattori noti.  Eppure nei tanti fatti di cronaca violenta che attraversano il paese, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Andraous</p>
<p>Quando la trasgressione diventa così feroce e sorda da divenire violenza e quindi devianza, si corre il rischio di banalizzare ogni cosa, anche le persone, le vittime, gli stessi aggressori, affermando che le ragioni sono evidenti e riconducibili a fattori noti.<br />
<span id="more-454"></span><br />
 Eppure nei tanti fatti di cronaca violenta che attraversano il paese, nelle tragedie e nelle ruvidità della realtà che ci scuote, c’è la pretesa di una spiegazione, che vada oltre le solite pantomime elargite a piene mani.</p>
<p>Ci sono atteggiamenti, comportamenti e stili di vita che trasversalmente sono propri di condizioni differenti, di età scompaginate dalle rappresentazioni mediatiche che non concedono tregua al bisogno di ottenere e esaudire.</p>
<p>Adolescenti che sbandano, che urtano sui guard-rail, piombano sulle carreggiate opposte alla loro visuale, in frontali apparentati alla fretta di fuggire via dalle banalità e dalle abitudini vissute come debolezze per sfigati, schiacciati dalla paura di non farcela, per non dover incontrare la scelta obbligante, la responsabilità della fatica e della sofferenza di una emozione, di una passione, di una rinuncia.</p>
<p>Muoiono ragazzi, rimangono a terra donne e bambini, falcidiati dalla disattenzione con cui si sorvola sulle difficoltà a riconoscere nell’immediato una violenza “ingiustificata, gratuita”, stupida fino a renderla insopportabile, come dovrebbe essere per ogni azione svuotata di valori legati al rispetto della dignità umana.</p>
<p>Non sarà certo il ricorso agli slogan, alle minacce, alla galera sempre più facilmente erogabile, che aiuterà a individuare i motivi che muovono le strategie più folli.</p>
<p>Durante un incontro un ragazzo mi ha detto che sono un rigorista esagerato, che non è il caso, in fin dei conti dare un pugno sul naso a qualcuno non è corretto, ma a volte serve, perché conta colpire per primi, e non fidarsi mai di nessuno è anche meglio.</p>
<p>Accadimenti tragici moltiplicano le ansie, le paure, le violenze divengono vissuti quotidiani, è allarme che non cessa di tramortire la ragione, eppure continuiamo a  spintonare le eventuali risposte, a spostarle qua e là, come a voler significare che si tratta di mera “sporadicità”, di delinquenza comune, di criminalità di piccolo cabotaggio, lacerazioni autoescludenti in poco tempo.</p>
<p>Un bullo maltratta il compagno, un ragazzino diventa eroe negativo del gruppo dei pari che lo esalta e protegge, giovani dalla guida assassina, altri con la roba in tasca per arrivare a mattina, o meglio iniziare a “vivere” nel week-end, gli altri a violentate donne e atterrare nuclei famigliari.</p>
<p>C’è un grande e  impellente bisogno di onestà intellettuale, di risposte condivise, per non assoggettarsi a trame  più teatrali che sociali delle urgenze del paese, ai nostri figli è richiesto di esser ben preparati e formati per poter occupare i nostri scranni di buoni educatori, eppure la morale ricorrente è quella del piedistallo inamovibile, perché non c’è tempo da “ buttare via” quello che rimane è asservito al raggiungimento di un benessere finanziario oramai sprovvisto di deroghe.</p>
<p>Giovani aspiranti professionisti dell’ultima meta appaiono sicuri della loro infallibilità, purtroppo scambiata per impunibilità, in questa fossa comune  dei sentimenti e delle relazioni che non crescono, dove le motivazioni sono una punteggiatura assente, incontrano il vicolo cieco del reato. </p>
<p>Reale e virtuale non hanno più separatezza come l’inganno che ne scaturisce.</p>
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		<title>Fesso? Chi non sa leggere</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jan 2009 10:34:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sergio Tardetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Societa']]></category>

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		<description><![CDATA[Ero un ragazzino di appena undici o dodici anni, quando qualche volta accompagnavo mia madre o mio padre agli uffici dell’Anagrafe comunale, per richiedere documenti e certificati che oggi sembrano residuati di archeologia burocratica, spediti al macero dalle attuali normative sull’autocertificazione. Nell’atrio rettangolare, sul quale si affacciavano gli sportelli dei numerosi uffici, stazionava un ometto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ero un ragazzino di appena undici o dodici anni, quando qualche volta accompagnavo mia madre o mio padre agli uffici dell’Anagrafe comunale, per richiedere documenti e certificati che oggi sembrano residuati di archeologia burocratica, spediti al macero dalle attuali normative sull’autocertificazione. Nell’atrio rettangolare, sul quale si affacciavano gli sportelli dei numerosi uffici, stazionava un ometto, comodamente seduto ad un minuscolo tavolino, che sembrava quasi trovarsi a casa sua, tanto pareva a proprio agio in quell’andirivieni di gente di ogni specie.<br />
Sul tavolino, disposti in pile ordinate, una serie di foglietti di diverse dimensioni, moduli da compilare per richiedere uno dei tanti certificati che le leggi di allora esigevano in ogni circostanza. Nascita, residenza, stato di famiglia, cittadinanza erano i più comuni, ogni tanto l’esercizio più difficile di quell’arte, il triplo salto mortale all’indietro carpiato, la richiesta di una carta d’identità.<br />
Ricordo anche che l’uomo dei moduli era sempre un po’ seccato se qualcuno andava al suo tavolo e si serviva da solo, non gli andava giù che quello facesse tutto da solo, senza degnarsi neppure di richiedere i suoi servizi. Non protestava, perché capiva di non averne alcun diritto, quei foglietti in fondo erano messi lì a disposizione dei cittadini, ma si capiva che la cosa non gli andava affatto giù, non ammetteva che ci fosse qualcun altro capace di fare il suo lavoro altrettanto bene. A quell’epoca ero letteralmente affascinato da quei foglietti, al punto da prenderne sempre un paio da portarmi a casa, per leggerli con calma e cercare finalmente di svelare il mistero celato tra le loro righe. Mi accorgevo di riuscire a comprendere il significato della maggior parte di quei termini burocratici, dove non riuscivo ad arrivare provvedeva il modesto dizionario acquistato all’inizio della scuola media.<br />
Chissà perché, per quell’uomo immaginavo una storia di dignitosa povertà, costretto dal bisogno, nonostante l’età che, a quell’epoca, mi pareva avanzata, a quel lavoro umile ma importante, forse un tempo impiegato di quegli stessi uffici in cui continuava a trascorrere le sue giornate, magari collega di quelli che dietro lo sportello attendevano che qualcuno gli consegnasse il foglietto con la richiesta del certificato, tollerato in virtù del fatto che un tempo anche lui era appartenuto alla nobile casta degli impiegati comunali, sottogruppo anagrafe.<br />
Ogni volta continuava a sorprendermi il fatto che quell’uomo si guadagnasse da vivere compilando, a richiesta del pubblico, quei moduli che ai più apparivano astrusi e incomprensibili, lui, al contrario, sapeva destreggiarsi tra le diverse richieste di certificati con un’abilità che aveva del sorprendente. Quello che mi sorprendeva, però, era il fatto che tanta gente continuasse a rivolgersi a lui per compilare una di quelle richieste, operazione che non sembrava impossibile neppure per un ragazzino di scuola media quale ero io all’epoca.</p>
<p>Mi accorgo di pensare a quell’omino, proprio mentre mi passa davanti agli occhi un trafiletto, una notizia come tante altre, i dati dell’indagine PISA sulle abilità di comprensione di un testo scritto da parte dei nostri adolescenti quindici – sedicenni. Aumenta vistosamente, anno dopo anno, l’incapacità di comprendere un breve testo scritto, fenomeno ancora più abnorme se si pensa che, nel frattempo, aumenta anche il numero delle persone che conseguono un diploma o una laurea. Mi chiedo cosa avranno fatto quei ragazzi e quelle ragazze nei dieci anni trascorsi sui banchi di scuola prima che quell’indagine venisse a mettere impietosamente a nudo i buchi neri delle loro incompetenze.<br />
Mi scopro anche ad immaginare un futuro, non troppo fantascientifico, in cui le difficoltà di leggere e comprendere un testo saranno esasperate dalla necessità sempre più stringente di dover compiere queste elementari operazioni, potenzialmente accessibili da parte di qualunque persona alfabetizzata. Perché, nella società dell’informazione ossessiva &#8211; compulsiva, il dato assume sempre più un valore relativo, se non accompagnato da opportune spiegazioni, e il moltiplicarsi e l’affastellarsi delle norme costringe sempre più spesso a ricorrere a specialisti di linguaggi sempre più astrusi, nei quali significato e significante continuano a divergere costantemente. Come se non bastasse la complessità della lingua materna a rendere difficili le cose, ci si mette anche la burocrazia che, forse a corto di termini astrusi, ricorre ad altre lingue per confondere le idee della gente. Da quali menti perverse vengono proposti e approvati termini quali “welfare”, “social card”, “bonus”, “incapiente”, quest’ultimo addirittura sconosciuto al correttore ortografico?<br />
Insomma, allo scritturale di una volta potrebbe essere necessario sostituire oggi l’Esplicatore, qualcuno capace non solo di leggere ma anche di comprendere e, soprattutto, far comprendere il significato delle parole contenute nei moduli, nei documenti, nei testi in generale. I più ricchi – beati loro! &#8211; potranno permettersi il personal reader, accanto agli ormai collaudati personal trainer e personal shopper. Ce le vedo queste signore ingioiellate rivolgersi al reader di turno e farsi spiegare cosa c’è scritto su un manifesto o nelle tre righe che scorrono davanti ai loro occhi, mentre aspettano sotto il casco del parrucchiere che le loro capigliature prendano forma.<br />
Ogni volta che penso a queste cose, mi tornano in mente immagini della mia infanzia. “Fesso chi legge”, era scritto su tutti i muri, con calligrafie grossolane, a supremo disprezzo di quell’arte che non occorreva padroneggiare per fare quattrini, palanche, sghei, bastavano forza e furbizia, per “stare sul pezzo” ventiquattro ore su ventiquattro e fregare i fessi, appunto quelli che leggevano. Inoltre, quel messaggio denigratorio poteva arrivare solo a chi era in grado di leggerlo e decodificarlo e quindi colpiva senz’altro nel segno.<br />
Restava solo da sciogliere un piccolo dubbio, se l’ignoto estensore del messaggio avesse operato di proprio pugno o avesse assoldato uno scritturale, al quale affidare il compito di dare forma a quei suoni canzonatori che lui era appena in grado di compitare. La differenza non è da poco, perché nel secondo caso quel tale era indenne dall’infamante marchio derivante dal saper leggere, ma nel primo caso sarebbe rientrato di diritto in quella categoria contro la quale si indirizzava il suo grossolano sarcasmo. Anche lui sarebbe stato un fesso a tutti gli effetti, con l’unica eccezione del caso in cui avesse vergato le lettere infamanti ad occhi chiusi e, pertanto, si fosse astenuto dal leggerle. Ma forse in quel cervello di passerotto non poteva trovare posto nessuna forma di logica, persino la più grossolana. Se avesse provato a riflettere anche per un solo istante, sarebbe giunto all’unica, vera, tristissima conclusione del ragionamento: l’unico fesso, oggi e sempre, è chi non sa leggere.</p>
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		<title>‘’Ululare con i lupi’’. Indifferenziazione e deumanizzazione come orizzonte implicito della cultura postmoderna.</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2009 17:29:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[angelo-moroni]]></category>
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		<description><![CDATA[di Angelo Moroni &#8220;La morte ha inizio da quel ritaglio dell&#8217;infinita indeterminazione del senso  che chiamiamo &#8216;Identità&#8217;&#8221;. G. Marramao (1991) Viviamo in un epoca di superfici e di assenza di profondità, in una “società liquida” (Bauman, 2006) nella quale predomina l’appiattimento del soggettivo rispetto al socialmente visibile nell’immediatezza pura, priva di qualsiasi elaborazione, sedimentazione, processualità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Angelo Moroni</p>
<p><small>&#8220;La morte ha inizio da quel ritaglio dell&#8217;infinita indeterminazione del senso  che chiamiamo &#8216;Identità&#8217;&#8221;.<br />
G. Marramao (1991)</small></p>
<p>Viviamo in un epoca di superfici e di assenza di profondità, in una “società liquida” (Bauman, 2006) nella quale predomina l’appiattimento del soggettivo rispetto al socialmente visibile nell’immediatezza pura, priva di qualsiasi elaborazione, sedimentazione, processualità e fatica di pensiero. L’Essere (umano, heideggerianamente inteso) sembra essersi nascosto, insieme col Pensiero, in un luogo lontano, inaccessibile, sembra essere diventato un “Essere-rintanato-via-da-qui”. Ciò che viviamo-qui (il nostro esser-ci umano) si è ridotto a una continua frammentazione che non trova mai coesione, come se l’Inconscio fosse tutto e sempre catapultato fuori e compulsivamente agito (nei reality show, nella velocizzazione dei processi produttivo-lavorativi, nelle relazioni umane, nella fruizione della cosiddetta “realtà virtuale”, etc.). L’Umano è diventato quindi secondario, fuggito via l’Essere, e perciò siamo spinti sempre più in un’attrazione simil-psicotica, epilettoide, verso l’inanimato, il meccanico, il tecnologico: il telefonino, la TV al plasma, l’ipod, il forno a microonde, le protesi biotecnologiche che innestiamo su ciò che resta di umano dei nostri corpi fisici, tutti OGGETTI inanimati che sono più significativi di ciò che è il SOGGETTO. Idealizziamo continuamente oggetti inanimati, un Dio-Protesi, un feticcio tecnologico proteiforme e cangiante, nuova forma del Vitello d’Oro di biblica memoria. Diventando secondario l’umano, fuggito via l’Essere in una deriva di disumanizzazione di cui poco ci rendiamo conto, diventa sempre più inesistente la distinzione tra la Vita e la Morte, tra ciò che è reale e ciò che è virtuale, tra ciò che è oggettivo e ciò che è soggettivo. Fuggito via l’Essere, subentra il Kaos parcellizzante e frantumato, il piacere pulsionale immediato, muto e impersonale, che rende “significativo” solo il frammento scisso da tutto il resto, l’immagine fine a stessa, la consumazione avida del bisogno, generando così laceranti amputazioni di parti di Sé, della Memoria, della Storia, della Soggettività, dell’Io. Ne consegue, tra l&#8217;altro, una delle patologie più diffuse oggi giorno: l&#8217;attacco di panico, ben nascosto dietro la superficie patinata di un suv o del palmare ultimo modello. L’accelerazione globale, la cancellazione ossessiva e televisiva tra pubblico e privato, tra intimo e sociale, sono processi di deriva dell’Essere che trasformano qualsiasi psicologia del “senso” in trasferimento e semplice accumulazione di informazioni, svuotando di significato l’esperienza introspettiva, ciò che è mente, interiorità, in una parola ciò che è Umano. Vengono in mente appunto le struggenti parole di Heidegger: “Memoria è qui raccoglimento del pensiero (&#8230;). Memoria è il raccogliersi della rimemorazione presso ciò che è prima di ogni altra cosa da-considerare. Questo raccogliersi alberga presso di sé (…). La memoria, la raccolta rimemorazione volta verso il da-pensare, è il terreno da cui sgorga la poesia” (M. Hedegger ‘Che cosa significa pensare?’, in ‘Saggi e discorsi’, 1957-Tr.it Mursia, Milano, 1976). “Poesia” è per Heidegger ciò che può essere indicato come segno dell’Umano in quanto rappresentazione, e sul versante della Psicoanalisi “rappresentazione” indica il lavoro della mente, di quell&#8217;&#8221;apparato per pensare i pensieri” di cui ci ha parlato intensamente Bion, e che a sua volta è caratteristica più distintiva dell’Essere dell’Uomo. L’appiattirsi sul gruppale, sul virtuale, sul tecnologico omologante, taglia fuori  (forclude, direbbe Lacan, in un recinto-prigione psicotico) il soggettivo,  e tutto questo, tutto il poetico heideggeriano, si scioglie in massa, in  gruppo, in aggregazione indistinta, indifferenziata. Una interessante riflessione su un versante eminentemente psicoanalitico su questi temi, la troviamo nel volume “Ululare con i lupi. Conformismo e reverie” (2003) di Gaburri e Ambrosiano. In questo libro i due Autori, psicoanalisti, analizzano il problema del conformismo nella doppia ottica dell’individuo e del gruppo, sottolineando quanto il ricorso all’omologazione sottenda un movimento massicciamente evacuativo dell’angoscia dell’individuo, attraverso il rifugio in una fantasia simbiotico-edenica gruppale. Tale fantasia (inconscia) trasforma i non-luoghi del postmoderno (i centri commerciali, la tecnologia, lo spazio virtuale, eccetera) in “luoghi” illusori, autistici dove domina il senso di onnipotenza e viene meno il senso di condivisione e costruzione relazionale. Sono luoghi dove l’indifferenziato prolifera. Non sembra quasi più necessario, infatti, nell’epoca odierna, ricercare una nozione condivisa di cosa significa essere-una-persona (distinta, differente-da-un-altro), che si dà nell’autopoiesi del suo essere-nel-mondo. Tutto ciò sembra diventato superfluo (là dove per Heidegger, per Freud era fondativo). Ma se diventa superflua la nostra memoria-identità, destino migliore certo non sarà quello dell’Altro-da-sé, dal momento che il nostro Sé è “come un Altro” (Ricoeur, 1990).  Ciò che voglio significare qui è che stiamo vivendo una profonda, radicale trasformazione antropologica dell’Essere Umano, alla quale non siamo ancora pienamente preparati e di cui, soprattutto, non abbiamo piena consapevolezza. La nostra vita si sta infatti sempre più trasformando in un contenitore di sterili oggetti inanimati, di “cose”. Cose da fare, cosa da consumare, cellulari sempre accesi, connessioni a internet sempre attivate, televisori che srotolano in continuazioni immagini da vedere. Ogni immagine uguale a un’altra, significante del regno dell’indifferenziato. Non c’è più silenzio, pausa, attesa, differimento del desiderio, ricordo, memoria, pensiero, là dove il desiderio e la memoria (il Tempo) e la loro  assenza sarebbero la marca distintiva del Soggetto Umano, in quanto animale culturale caratterizzato dalle stigmate dell’identità e della morte. Il senso dell’Essere Umano è infatti, intrinsecamente, Senso come Limite, cioè la Morte è inscritta nel senso dell’Essere e nel Tempo (Heidegger) dell’uomo, ontologicamente. La cultura umana e le sue espressioni derivano infatti da questo sfondo permanente di un senso che si sottrae, che non si dà, ovvero che sì dà per scarto e mostra ogni momento il suo carattere di inattingibilità: non possiamo mai attingere al senso come “cosa-in-sé”, come “in-conscio”. Come scrive Silvana Borutti, “questa prospettiva dice sostanzialmente che non sappiamo il senso come una cosa, che l’essere è non ente, ni-ente, nulla; che perciò dal punto di vista esistenziale, lo stato dell’essere (dell’essere che noi siamo) è l’angoscia che si prova di fronte al nulla, è il lutto senza oggetto”. Un lutto senza oggetto che però ci contraddistingue come Esseri Umani. Tutto quanto detto fin qui sfuma via in un’evanescenza futile, in una “chiacchiera insensata” (Heidegger), nel tempo che viviamo: il Tempo del chiacchiericcio, del telegiornale infinito, delle veline, di Striscia la Notizia. Chiacchiericcio nel quale affonda come in una palude maniacale, euforica, pseudo-brillante, unicamente psicotico-fusionale, il senso del limite, il significato <em>dell’angoscia della nostra impotenza di essere uomini</em>, radicati temporaneamente su una Terra che ci vede solo come passeggeri.<br />
<span id="more-442"></span><br />
Siamo ormai diventati dei vagabondi, dei nomadi dell&#8217;Essere. Non abitiamo più il cuore di noi stessi, ma abbiamo delegato alla massa, all&#8217;informale, all&#8217;indifferenziato, tutto ciò che è senso-del-Soggetto: differenza, scarto, individuazione che si sottrae ad ogni incasellamento precostituito e rassicurante, sono diventate tutte parole d&#8217;altri tempi. Parole vuote. Ora è l&#8217;Immagine che comanda. L&#8217;Immagine è al potere e da essa siamo comandati. Siamo in un&#8217;epoca in cui è la &#8220;chiacchiera insensata&#8221; (ora &#8220;l&#8217;immagine in-sensata&#8221;), rapida, inutile, ad essere significante. E&#8217; questo il messaggio dei &#8216;mass-media&#8217;: non sono più le informazioni ad essere significative, ma il ritmo, &#8220;la cadenza nevrotica, avida, commerciale, seduttrice che creano. Il trionfo dell’Immaginario sul Simbolico. Secondo lo spirito del tempo il messaggio è lo &#8216;zapping&#8217;&#8221;, come scrive acutamente David Grossman. Una seduzione che ha come mira l&#8217;abolizione dell&#8217;Essere-Soggetto inteso come pensiero autoriflettente e rimemorante, trasformandolo per esaustione graduale in massa indistinta. In questa massa, poi il Soggetto, consumatore anonimo tra i molti di un qualsiasi centro commerciale, si confonde e consegna parti di Sè al Pifferaio Magico di turno (anche Beppe Grillo non si sottrae a questo destino, ne sia consapevole o meno), e sarebbe interessante approfondire l’analisi sul versante dell’uso politico e “antidemocratico” di questa processualità culturale sempre più espansiva. La massa è in effetti rassicurante perchè le si può delegare ansie, fobie, angosce, e illusoriamente trarne il &#8216;beneficio&#8217; di una totale de-responsabilizzazione. Fondersi nella massa ha come effetto diretto il non-esserci in prima persona di fronte a se stessi e agli altri, con le proprie fragilità e paure. Una vera e propria &#8216;prostituzione morale&#8217; del Sè, come ancora Grossman definisce questa trasformazione antropologica epocale in cui noi tutti siamo purtroppo inesorabilmente coinvolti.</p>
<p><small><strong>Bibliografia</strong>.</small></p>
<p><small>Bauman, Z. <em>Vita Liquida</em>, tr. It. Bari, Laterza, 2006.</small></p>
<p><small>Bion, W. R. (1967) <em>Analisi degli schizofrenici e metodo psicoanalitico</em>, tr. It. Roma, Armando, 1970.</small></p>
<p><small>Borutti, S. <em>L&#8217;inconscio esiste? Tu l&#8217;hai incontrato? </em>Intervista a cura di D. Scotto di Fasano, in PSICHE, 1, 2007 &#8211; Pagg. 129-134.</small></p>
<p><small>Freud, S. (1921) <em>Psicologia delle masse e analisi dell&#8217;Io</em> &#8211; OSF, Boringhieri, Torino.</small></p>
<p><small>Gaburri, E., Ambrosiano, L.,  <em>Ululare con i lupi. Conformismo e reverie</em>. Torino, Boringhieri,</small></p>
<p><small>Grossman, D. <em>Discorso di apertura del Festival della Letteratura di Berlino</em>, La Repubblica, 5 settembre, 2007.</small></p>
<p><small>Heidegger, M.<em> Essere e Tempo</em>, tr. it. Milano, Longanesi, 1976.</small></p>
<p><small>Ricoeur, P. (1990) <em>Sé come un Altro</em>, tr. It Milano Jaca Book, 1993.</small></p>
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		<title>L’arte di comunicare così nuova e così antica</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Dec 2008 09:56:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[comunicare]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Gandalf]]></category>
		<category><![CDATA[Giancarlo Livraghi]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Se vogliamo capire i complessi sviluppi che ha oggi la comunicazione, dobbiamo basarci su ciò che abbiamo imparato da tutta la storia dell’evoluzione umana. di Giancarlo Livraghi   Communicare necesse est È spesso ripetuta (non sempre a proposito) la frase navigare necesse est, vivere non necesse. Secondo i repertori, fu citata la prima volta da Plutarco – detta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><small><strong>Se vogliamo capire i complessi sviluppi che ha oggi la comunicazione, dobbiamo basarci su ciò che abbiamo imparato da tutta la storia dell’evoluzione umana</strong>.</small></p>
<p>di <a title="Gandalf - Il filo di Arianna" href="http://www.gandalf.it/">Giancarlo Livraghi</a></p>
<p> </p>
<p><em><strong>Communicare necesse est</strong></em></p>
<p>È spesso ripetuta (non sempre a proposito) la frase n<em>avigare necesse est, vivere non necesse.</em></p>
<blockquote><p>Secondo i repertori, fu citata la prima volta da Plutarco – detta (in greco) da Pompeo ai marinai che non volevano partire perché il mare era in tempesta. Divenne, mille anni dopo, il “motto” della Lega Anseatica (talvolta anche di altri, che non sempre lo usarono in modo sensato o civile).</p></blockquote>
<p>L’intenzione è chiara, ma il concetto è discutibile. È vero che in ogni impresa umana occorre saper affrontare un rischio, ma un buon capitano deve saper governare in modo da portare a destinazione la nave, l’equipaggio e il carico – non solo di merci, ma anche di idee, identità e pensiero.</p>
<p>Quando si tratta di comunicazione, è abbastanza ovvio che vivere è necessario, ma per vivere occorre <em>comunicare </em>(e viceversa). I vocabolari ci dicono che in latino communicare vuol dire “mettere in comune, condividere, rendere partecipe”. Non è solo dire e ascoltare, è una necessità nell’esistenza delle persone e delle comunità umane.</p>
<p>Ciò che conta non è il <em>latinorum</em>, ma il fatto che la comunicazione è essenziale alla vita, in tutte le sue forme. Ed era così anche millenni prima di Socrate, di Platone e di tutti gli altri che si chiedevano (e ancora si chiedono) che cosa vuol dire “comunicare”.<br />
<span id="more-423"></span><br />
 <strong>Il nuovo e l’antico: che cosa non cambia?</strong></p>
<p>Aldous Huxley diceva: <em>«Che gli uomini non imparano molto dalle lezioni della storia è una delle più importanti lezioni della storia»</em>. In questo caso, non si tratta solo della storia, ma anche della preistoria.</p>
<p>Lo studio serio dell’antropologia è uno sviluppo recente. Ha preso forma da circa un secolo e si sta evolvendo in modo molto interessante grazie a nuovi e più precisi metodi di ricerca, compresa l’analisi del DNA. Più si approfondisce, più si scoprono nelle culture “primitive” strutture sociali, e capacità di comunicazione, molto più ricche di ciò che sembra nella visione convenzionale e barzellettistica di un cavernicolo armato solo di clava che trascina per i capelli una povera donna assoggettata.</p>
<p>Poiché ciò che in uno scavo archeologico distingue un uomo da un altro antropoide è soprattutto il ritrovamento di “manufatti”, è ovvio che prevalga la definizione <em>homo </em><em>faber </em>. E saper fabbricare strumenti è davvero una caratteristica essenziale della nostra specie. Ma ne derivano considerazioni che non sono solo tecnologiche. C’è necessariamente un sistema di conoscenze che deve essere condiviso, insegnato, tramandato da una generazione all’altra. Cioè una cultura.</p>
<p> </p>
<p><strong>Come siamo “da sempre”</strong></p>
<p>Questa non è una risorsa esclusiva dell’umanità. Sappiamo che esistono culture organizzate anche in altre specie. Ma ciò che ci interessa, in questo ragionamento, è il particolare sviluppo della comunicazione come risorsa indispensabile di ogni essere che si possa definire “umano”.</p>
<p>Ovviamente la parola, cioè la lingua. Una risorsa particolarmente evoluta e strutturata, per vocabolario e sintassi, come per modi di esprimersi, ritmi e tonalità. Ma si tratta anche di espressione artistica. Rappresentazioni simboliche e rituali, che sono pittura e scultura, ma al tempo stesso una forma di comunicazione scritta, anche se non “testuale”. Oggetti non solo praticamente utili, ma pensati e realizzati con gusto estetico.</p>
<p>Non è pensabile alcuna comunità umana in cui non ci siano anche la musica (ogni suono modulato è musicale) e l’architettura (che c’è anche in una capanna, in una struttura di palafitte o nell’arredo di una caverna). Anche la danza, lo spettacolo, la poesia, la letteratura (narrativa e non) e l’abbigliamento (che non è mai stato solo funzionale: il più “nudo” degli umani si addobba con vesti, accessori o colori che sono contemporaneamente espressioni estetiche e codici di identità o di appartenenza).</p>
<blockquote><p>C’era la moda? Ovviamente si. E anche la cosmesi. Ma non cambiavano a ogni stagione.</p></blockquote>
<p>Per tutte queste cose non possiamo indicare una “data di nascita”, una fase che ne segni l’inizio. Sono, semplicemente, antiche quanto l’umanità.</p>
<p>Possono esistere cultura, comunicazione, valori estetici e cerimoniali, linguaggi, suddivisione di ruoli, usanze e tradizioni, anche in specie diverse dalla nostra. Ma non può esistere umanità senza uno sviluppo, ricco e complesso, di tutte queste risorse. E in nessun’altra specie c’è quella particolare combinazione di tecnica ed estetica, di funzionale e simbolico, che si riassume nella tradizionale, quanto chiara, definizione “arti e mestieri”.</p>
<p> </p>
<p><strong>Capire le radici</strong></p>
<p>Abbiamo l’impressione di vivere in un’epoca di continuo cambiamento. In parte, è vero. Ma non tutto è nuovo – e non sempre ciò che è (o sembra) “innovazione” è un miglioramento. Ci sono cose che abbiamo dimenticato e che dobbiamo riscoprire, come ci sono errori e nefandezze di cui ci eravamo liberati (o così sembrava) e in cui stiamo ricadendo.</p>
<p>Se dovessimo cercare di capire la turbolenta complessità in cui ci troviamo basandoci solo sulle esperienze di oggi, sarebbe difficile, confuso, sconcertante e superficiale. Per fortuna non è così. Gli strumenti cambiano, l’umanità resta. La natura fondamentale di un essere umano non è cambiata in decine di millenni – e l’essenza della vita è la stessa fin dalle più remote origini dell’evoluzione.</p>
<p> </p>
<p><strong>La vita è comunicazione</strong></p>
<p>L’argomento è complesso, ma (se ci azzardiamo a semplificarlo) possiamo dire che la vita è comunicazione. Un essere vivente non è un “oggetto materiale”, è un’idea. È un disegno strutturale che governa l’aggregazione delle molecole, che si evolve con la sua capacità di riprodursi, che continuamente modifica l’ambiente e ne è modificato.</p>
<p>La vita, se non comunica, non esiste. Più che badare alla vecchia (e un po’ insulsa) domanda sull’uovo o la gallina, potremmo chiederci se è nato prima un protozoo o il “concetto” (vogliamo chiamarlo algoritmo?) che è la sua identità biologica, la sua “ragione di essere”.</p>
<p>L’evoluzione ha portato molte specie di esseri viventi a forme complesse di relazione e comunicazione, necessarie alla loro sopravvivenza. Continua a crescere, con conseguenze spesso illuminanti, lo studio della sociologia che è presente in tanta parte della biologia (e viceversa). Ma ciò che ci interessa, qui, è il particolare ruolo della comunicazione nelle società e civiltà umane.</p>
<p> </p>
<p><strong><em>Communicare humanum</em></strong></p>
<p>La comunicazione è particolarmente importante per la nostra specie. Non può esistere un essere umano senza una complessa ed evoluta capacità di comunicare. Che, di base, è un “istinto”, una caratteristica genetica. Ma in gran parte è apprendimento.</p>
<p>Un bambino comincia a percepire ancora prima di nascere. Ma poi deve affrontare un lungo e impegnativo percorso per distinguere la sua identità e quella degli altri, capire come si comunica. È uno sviluppo che dura per tutta la vita – non si finisce mai di imparare.</p>
<p>Se è così per ognuno di noi come persona, lo è anche per ogni comunità, organizzazione, ambiente culturale. Una “navigazione” basata su una chiara idea di dove si sta andando e perché, insieme all’esplorazione di percorsi verso l’ignoto, per scoprire ciò che ancora non si sa o non si è sufficientemente capito.</p>
<p>È sempre stato così fin dalle origini – e non c’è in vista alcun orizzonte che non debba essere superato per poter vedere ciò che si nasconde al di là del suo apparente limite. Navigare necesse est, nelle acque non sempre tranquille della conoscenza. Anche se, così facendo, non si rischia la vita, dobbiamo essere pronti a sacrificare qualche pregiudizio o preconcetto, a scoprire che quando la Fenice delle idee rinasce dalla sue ceneri non è mai del tutto uguale a com’era prima. Ma il “nuovo” non ha senso se non sappiamo capire quanto contiene di “antico”.</p>
<p>Che cosa è cambiato, nei secoli e nei millenni? Molto, ma non le basi fondamentali del nostro esistere e pensare. Senza mai dimenticare i valori di continuità, credo che sia importante capire come alcuni cambiamenti abbiano avuto un effetto particolarmente importante. Con una semplificazione un po’ riassuntiva, ne possiamo elencare sei.</p>
<blockquote><p>Una descrizione più estesa di questi sviluppi si trova in <a title="Cenni di storia dei sistemi di informazione e di comunicazione" href="http://www.gandalf.it/storia/storia.htm">Cenni di storia dei sistemi di informazione e di comunicazione</a>.</p></blockquote>
<p> </p>
<p><strong>La scrittura – cinquemila anni fa</strong></p>
<p>Non c’è mai stata un’epoca in cui la comunicazione fosse solo “lingua parlata”. Nei millenni dell’evoluzione umana c’era stata una convergenza fra rappresentazione visiva e linguaggio, che aveva portato a sistemi complessi di grafia, in cui è difficile distinguere fra ideogrammi concettuali e segni che rappresentano parole, suoni, numeri o strutture espressive. Non abbiamo finito di scoprire le origini della “lingua scritta“ ed è probabile che, più attentamente si studiano, più si tende a risalire a epoche più antiche. Ma sembra chiaro che la scrittura, come la intendiamo oggi, è nata circa cinquemila anni fa.</p>
<p>Possiamo chiamarla “la nascita della storia”. Possiamo chiederci se l’abbiano sviluppata prima i Sumeri, gli Egizi o i Fenici (cui si attribuisce la definizione di un alfabeto fonetico). Ma comunque segna un cambiamento fondamentale. Che coincide con lo sviluppo dell’agricoltura, il passaggio da nomadi a stanziali e la definizione di sistemi di governo, norme e leggi, su scala più ampia di quelle delle tribù. Le prime scritture furono di contratti, regole e decreti – venne più tardi l’uso per la letteratura, la poesia, la storia e il pensiero.</p>
<p>Insomma la scrittura è uno strumento che è nato dalle necessità di una fondamentale fase evolutiva della nostra specie – e che da allora ne segna profondamente lo sviluppo. Non sempre ci rende più sapiens, ma è un fatto che senza la parola scritta non potremmo essere ciò che siamo e che stiamo diventando.</p>
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<p><strong>La stampa – cinquecento anni fa</strong></p>
<p>La stampa non è nata con Johannes Gutenberg. Nella più grande biblioteca del mondo, la <em>Library of Congress </em>a Washington, che contiene 138 milioni di libri e altri documenti, c’è un testo stampato (brani di un sutra buddista) del 770 d.C. (il più antico scritto in quella biblioteca è una tavoletta cuneiforme del 2040 a.C.).</p>
<p>Ma è vero che c’è stato un profondo cambiamento nel quindicesimo secolo. Dovuto all’incontro (o convergenza) fra risorse tecniche ed esigenze culturali. Ma forse nessuno si sarebbe impegnato a scoprire come diverse tecniche si potessero mettere insieme nella stampa se non fosse stato spinto dalla crescente richiesta di un metodo per produrre più libri e in un maggior numero di copie.</p>
<p>Lo sviluppo dell’umanesimo aveva bisogno di risorse per una maggiore diffusione della parola scritta. Le fiorenti università volevano riproduzioni esatte, in molte copie, di testi uguali (c’erano botteghe di copisti in cui uno dettava e gli altri scrivevano).</p>
<p>Nella seconda metà del quindicesimo secolo si sviluppò una nuova cultura e una nuova realtà d’impresa: l’editoria. Non si trattava solo di stampare, ma di “fare libri”. Si inventarono nuovi caratteri, stili di impaginazione, la punteggiatura, la numerazione delle pagine, la redazione, le edizioni critiche dei testi classici, eccetera.</p>
<p>Gli italiani ebbero un ruolo importante in quello sviluppo. Non solo per le risorse tecniche, come la qualità delle cartiere di Fabriano, ma soprattutto per opera degli umanisti – in particolare Aldo Manuzio.</p>
<p>La stampa si diffuse rapidamente in tutta Europa. Si calcola che nella seconda metà del Quattrocento si siano stampati più di 30 mila libri in 20 milioni di copie – più di quante ne potevano aver prodotto gli amanuensi in tutta la storia precedente.</p>
<p>Nel Cinquecento le copie divennero 200 milioni, le edizioni fra 150 e 200 mila. Lo sviluppo continuò a tal punto che nel 1680 Gottfried Leibniz si preoccupava di <em>«un’orribile massa di libri che cresce incessantemente».</em></p>
<p>Le tecniche di stampa si sono evolute nel tempo, ma mantengono sostanzialmente la loro impostazione originaria. Le rotative cominciarono a svilupparsi fra il 1861 e il 1867. Vari metodi di composizione meccanica furono sperimentati fra il 1820 e il 1896, ma l’evoluzione risolutiva venne con l’invenzione della linotype nel 1886 e della monotype nel 1890 (solo dopo la metà del ventesimo secolo sostituite dalla fotocomposizione e poi dall’elettronica).</p>
<p>Con le tecnologie molte cose sono cambiate, ma non sempre in meglio. Il concetto di editoria sarebbe migliore oggi se si ragionasse come ai tempi di Aldo Manuzio.</p>
<p>“In principio era il libro”. Ma la stampa periodica era già sviluppata nel Seicento – e nel Settecento esistevano i quotidiani (in Italia dalla metà dell’Ottocento). Ciò che mancava era una diffusa “alfabetizzazione”. La lettura era un privilegio di pochi.</p>
<p>Solo nella seconda metà del ventesimo secolo si è arrivati a una situazione in cui quasi tutti in Italia sanno leggere e scrivere – anche se, ancora oggi, si stima che due terzi della popolazione italiana abbiano “competenze alfabetiche molto modeste”. </p>
<p>Del ruolo della stampa, e in generale della parola scritta, nella situazione di oggi parleremo nella seconda parte di questa analisi, che uscirà nel prossimo numero.</p>
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<p><strong>La “rivoluzione copernicana” – qu</strong><strong>ando?</strong></p>
<p>Non è vero che un concetto eliocentrico sia stato proposto per la prima volta da Copernico o da Galileo. L’avevano pensato anche alcuni filosofi greci e altre culture antiche. Ma la visione tolemaica, con la terra al centro dell’universo (se non addirittura piatta, come molti credevano) aveva avuto il sopravvento in tutto il Medioevo.</p>
<p>È vero, invece, che il tema divenne di attualità, e suscitò molto scandalo, fra il sedicesimo e il diciassettesimo secolo. Non si tratta solo di astronomia. Si sconvolge un enorme errore di prospettiva. Crolla la millenaria presunzione umana di essere in una posizione privilegiata.</p>
<p>Non è certo l’unico, fra gli sviluppi del processo scientifico, a cambiare la prospettiva in cui si colloca la nostra specie (è stata, e in parte è ancora, altrettanto sconvolgente la scoperta dell’evoluzione). Ma è un fatto che, in molti modi, le percezioni più diffuse sono ancora sostanzialmente “tolemaiche” – non solo in senso astronomico.</p>
<blockquote><p>Un articolo su <a title="Il potere dell’oscurantismo" href="http://www.gandalf.it/stupid/potoscur.htm">Il potere dell’oscurantismo <br />
</a>(capitolo 23 di <a title="Il potere della stupidità" href="http://www.gandalf.it/stupid/libro.htm">Il potere della stupidità</a>) <br />
è uscito nel numero 7 – luglio 2008 di <em>l’attimo fuggente</em>.</p></blockquote>
<p>Questo è un processo ancora “in divenire”. Solo nel ventesimo secolo abbiamo cominciato a capire che l’intero sistema solare è una minuscola particella di un sistema smisuratamente più esteso, con miliardi di galassie. Per quanto possa sembrare una nozione acquisita, poche generazioni non bastano per capirla.</p>
<p>Non si tratta di “sentirci piccoli”. L’impegno è molto più profondo: è il “sapere di non sapere”. Chi pensa di aver capito il senso dell’universo o è stupidamente presuntuoso – o dev’essere pronto ad avere grossi dubbi la prossima volta che l’esplorazione del cosmo, strettamente imparentata con la fisica dell’infinitamente piccolo, metterà di nuovo in discussione le teorie che finora siamo stati capaci di elaborare. </p>
<p>Possiamo trovare, anche a questo proposito, pensieri interessanti nelle filosofie di tremila anni fa o nelle più antiche tradizioni di tutte le culture. Ma, per quanto paurosamente diffusa sia ancora l’ignoranza, insieme al pregiudizio e al dogmatismo, non siamo più in una situazione in cui “il sapere” possa essere il privilegio di pochi.</p>
<p>La perdita di certezze apparenti, di percezioni abituali, di orizzonti ristretti può fare paura. Ma la curiosità della conoscenza può essere molto più forte. </p>
<p>La “rivoluzione del conoscere” è cominciata da poco ed è ancora agli inizi. Il cambiamento di prospettiva è la più grande evoluzione culturale nella storia dell’umanità. Se le generazioni future saranno o no più <em>sapiens </em>di tutte quelle precedenti dipenderà soprattutto dal capire le conseguenze di quello stiamo tentando di imparare.</p>
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<p><strong>La libertà di stampa – da duecento anni</strong></p>
<p>Può sembrare che questo non sia un cambiamento profondo nella comunicazione paragonabile agli altri che sto elencando. Forse non lo è in questo specifico modo. Saranno gli storici di secoli futuri a capire se l’evoluzione è segnata in modo particolare da ciò che è accaduto alla fine del diciottesimo secolo o se andrà vista in una prospettiva diversa. Ma in questo momento della nostra storia stiamo ancora imparando come convivere con un concetto che ci sembra ovvio, ma non ha ancora avuto il tempo di sviluppare radici abbastanza robuste.</p>
<p>Il concetto di libertà aveva scarso spazio per potersi affermare nelle culture umane delle origini. È vero che la struttura intrinseca (genetica e culturale) della nostra specie è una inscindibile mescolanza di individuale e sociale, ma non è mai stato facile conciliare i diritti personali con le esigenze collettive.</p>
<p>Non siamo api, né formiche. Ma non possiamo neppure essere del tutto<em> homo homini lupus</em>. Una complessa interazione di individuale e collettivo (con tutte le complicazioni che ne derivano) è essenziale alla sopravvivenza e all’evoluzione dell’umanità. Le cronache e i dibattiti di oggi dimostrano quanto siamo ancora confusi nel cercare un efficace equilibrio fra le due “necessità”.</p>
<p>Quando è nato il concetto di libertà di stampa, cioè il diritto di esprimere liberamente e pubblicamente, con qualsiasi mezzo o strumento, le proprie opinioni, di comunicare informazioni “a tutti” anziché a pochi privilegiati? Da “solo” 232 anni si è cominciato a definire formalmente questo diritto – e ancora oggi esiste solo in una parte del mondo.</p>
<p>La ricerca della libertà c’era anche in culture antiche, ma il fatto è che la conoscenza era concentrata nelle mani di pochi. Il mito di Prometeo e il vaso di Pandora sono solo due fra tanti esempi di quanto il “sapere” fosse considerato “empio” e pericoloso.</p>
<p>Benché ci siano state anche migliaia di anni fa forme di democrazia, la struttura del potere è sempre stata concentrata in due modi: quello della forza (prevalentemente maschile) e quello della conoscenza (spesso femminile – non solo divinità e sacerdotesse, ma anche le sibille, le pizie, la Sfinge e tante altre).</p>
<p>Il terzo, ovviamente, è il denaro – ma nel breve spazio di questo articolo possiamo solo accennare al fatto che è molto pericolosa la mescolanza del potere economico con il potere politico e con il controllo della comunicazione. Come era chiaramente noto anche in tempi antichi, ma è vistosamente palese nella situazione di oggi.</p>
<p>La libertà di stampa fu definita come diritto, per la prima volta nella storia, dal <em>bill of rights</em> della Virginia nel 1776 e poi dalla costituzione degli Stati Uniti nel 1789. In Inghilterra la censura fu abolita nel 1795. La legge si diffuse poi, gradualmente, in altri paesi. In Italia fu stabilita dallo Statuto Albertino del 1848 e poi dalla Costituzione del Regno nel 1861.</p>
<p>(Nella storia del Risorgimento non è sempre rilevato il fatto che, oltre ad altre risorse come forze militari piccole, ma bene addestrate – vedi il caso della guerra di Crimea – e a un gioco efficace di alleanze, fra le abilità di Cavour ci fu quella di offrire a Torino e a Genova libertà di stampa a giornali e riviste sottoposte a censura in altre parti d’Italia).</p>
<p>E oggi? In una larga parte del mondo non c’è libertà di stampa, di informazione e di opinione. Dove, come in Italia, è sancita dalla legge e radicata nella cultura, il quadro è tutt’altro che chiaro. Anche questo è un tema su cui ritorneremo nel prossimo articolo.</p>
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<p><strong>La “contemporaneità” – da “non molto”</strong></p>
<p>Sono sempre esistite forme di comunicazione “a distanza e in tempo reale”. Tamburi, campane, trombe, eccetera, segnali di fumo (o di fuoco nella notte – compresi i fari per la navigazione, che esistevano più di duemila anni fa). Ma non vanno così lontano come le risorse che oggi ci sono abituali.</p>
<p>Ai tempi di Giulio Cesare c’era un sistema di telegrafo (una rete notturna di segnali di fuoco) che permetteva di collegare Roma con le legioni nelle Gallie. Più veloce di quanto sia, ancora oggi, una lettera spedita per posta, ma non paragonabile ai sistemi che si sono sviluppati nel diciannovesimo secolo.</p>
<p>Le “date di nascita” sono più di una. Il telegrafo nel 1844, il telefono nel 1877. Il “telegrafo senza fili“ dal 1895, ma con un cambiamento fondamentale con l’esperimento di Marconi nel 1901, la prima trasmissione transoceanica, che apriva la via alle comunicazioni oltre l’orizzonte, da un’estremità all’altra del pianeta.</p>
<p>C’entrano, ovviamente, anche la fotografia (1837), il cinema (1895) e il grammofono (1887) con vari successivi sviluppi di audio e video registrazione. E anche la ferrovia (1804), l’automobile (1883) e l’aeroplano (1903) perché la “mobilità fisica” è un elemento fondamentale nelle nostre capacità di conoscere e comunicare.</p>
<p>Contrariamente a ciò che si usa dire, Marconi non aveva inventato la radio e non pensava di usare in quel modo le onde hertziane.</p>
<blockquote><p>Marconi era preoccupato della riservatezza – un problema oggi imperversante. Perché i telegrammi personali, trasmessi “senza fili”, potevano essere più facilmente intercettati.</p></blockquote>
<p>Ma era inevitabile che dal “telegrafo senza fili”, e da altre risorse che si erano sviluppate, derivasse una forma diversa di comunicazione (quasi) immediata, non solo “da uno a uno”, ma diffusa a tutti coloro che potevano avere un apparecchio ricevente. Si sviluppò così, nel ventesimo secolo, il <em>broadcasting</em> – cioè la radio e la televisione.</p>
<p>Dopo gli esperimenti fra il 1906 e il 1916, la prima emittente radiofonica nacque nel 1920 negli Stati Uniti. Negli anni seguenti la radio si diffuse in Europa (in Italia nel 1924).</p>
<p>La televisione esisteva dal 1936 (a livello sperimentale dal 1925) ma fu sviluppata in modo esteso dopo la seconda guerra mondiale (in Italia nel 1954). Di sviluppi più recenti parleremo nel prossimo articolo.</p>
<blockquote><p>È online una “<a title="cronologia" href="http://gandalf.it/uman/crono.htm">cronologia</a>” delle risorse di informazione e comunicazione, dal 1700 a oggi.</p></blockquote>
<p>È difficile per noi, oggi, immaginare un mondo in cui non esista la contemporaneità, cioè la possibilità di comunicazione a distanze sempre più grandi e in tempi sempre più brevi, fino ad arrivare alla situazione attuale, che ci permette (quando e dove i sistemi funzionano) di comunicare “quasi” subito, “quasi” con tutti e “quasi” dovunque. (Ma, ancora oggi, nei “quasi’ si nascondono vaste aree di privazione – e non poche distonie di funzionamento).</p>
<p>Il fatto è che, per quanto “normale” ci possa sembrare, è uno sviluppo molto recente rispetto alla storia dell’umanità. E non abbiamo ancora capito bene come orientarci in questa situazione.</p>
<p><strong>La “globalità” – “lavori in corso”</strong></p>
<p>Il mare di chiacchiere sulla “globalità” o “globalizzazione” è assordante. Quanto inconcludente, pretestuoso e confuso. Il fatto è semplice: i sistemi di comunicazione non hanno reso piccolo il mondo, ma enormemente aumentato la nostra capacità di conoscerlo.</p>
<p>Nessuno può pensare che sia possibile, o desiderabile, tornare indietro, richiuderci nella culla del villaggio o della microcultura, sperando di poter restare isolati quando ciò non è mai stato possibile, perché da inaspettate provenienze potevano sempre arrivare sorprese, spesso amare e crudeli quanto impreviste. </p>
<p>Non abbiamo altra scelta che imparare a vivere in un mondo più aperto, che ci può offrire esperienze affascinanti, ma contiene anche pericoli di cui è giusto avere paura. </p>
<p>Una cosa che, pur avendo cercato di studiarla, fatico a capire, è come facessero, migliaia di anni fa, a essere così profondamente collegate culture fisicamente molto remote. Anche prima di Alessandro Magno, di Marco Polo o di Vasco da Gama, quando si andava a piedi, a cavallo, a dorso di cammello o su fragili imbarcazioni senza bussola, c’era più comunicazione fra culture lontane di quanto, nella percezione di oggi, può sembrare possibile. </p>
<p>I motivi, probabilmente, sono due. Il desiderio di conoscere – e perciò di comunicare – che (almeno per alcuni, i più curiosi e consapevoli) è sempre stato più forte degli ostacoli. E le radici comuni, anche culturali, che nella diaspora originaria della specie sono state portate in ogni angolo del mondo. Probabilmente è un insieme delle due cose – e avremo ancora molto da imparare dalle scoperte dell’antropologia e della paletnologia. </p>
<p>Insomma la “globalità” non è nuova. Ma oggi è più diretta, immediata, incombente. È comprensibile che ci faccia paura – ma in realtà è una risorsa molto più di quanto sia un problema. Non sapere che cosa accade in terre lontane vuol dire essere esposti a ogni sorta di pericoli e di problemi senza accorgercene fino all’inevitabile momento in cui ne subiamo le conseguenze. </p>
<p>Anche questo è uno sviluppo troppo “nuovo” per poter aver imparato come governarlo. Ma non c’è altra strada che un miglioramento della conoscenza. È disperatamente stupido non badare a cose che sembrano remote solo perché non sono nel nostro piccolo vicinato.</p>
<p>Essere meglio informati, e soprattutto capire di più, è impegnativo. Ma è indispensabile se vogliamo che le complesse e molteplici risorse di comunicazione, invece di darci un preoccupante spettacolo di confusione e sgomento, diventino strumenti per migliorare un habitat che non possiamo più immaginare circoscritto nel minuscolo orizzonte della nostra esperienza quotidiana.</p>
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<p><strong>È un’evoluzione “accelerata”?</strong></p>
<p>Un gioco noto, e forse un po’ banale, è definire un’epoca come se fosse una giornata. Le origini della specie umana risalgono a circa un milione di anni fa. Ma possiamo limitarci a un periodo molto più breve.</p>
<p>Se collochiamo, pressappoco, l’inizio dell’era paleolitica a 40 mila anni fa, e da lì facciamo cominciare la giornata, troviamo la fusione dei metalli dopo le nove di sera – e poco prima la scrittura. La grande fioritura della cultura ellenistica è circa alle 22,30 – il Rinascimento un’ora dopo, cioè circa venti minuti prima della mezzanotte. La scienza “moderna”, cioè il predominio del metodo sperimentale, nell’ultimo quarto d’ora.</p>
<p>Il metodo di Gutenberg per la stampa compare alle 23,40. Le macchine a vapore alle 23,51. Le lampadine e i motori elettrici quattro o cinque minuti dopo. Il telegrafo nasce sei minuti prima della mezzanotte. Il telefono, il cinema, l’automobile e l’aeroplano intorno ai 4 minuti, la radio 3, l’energia atomica e la televisione 2. Il prototipo degli elaboratori elettronici si realizza due minuti prima del momento in cui siamo, l’internet uno (venti secondi da quando la rete è diventata diffusamente accessibile). La telefonia mobile esiste da due minuti, la sua ossessiva diffusione da dieci secondi.</p>
<blockquote><p>Sull’esattezza numerica di questi calcoli non scommetterei un centesimo, ma ciò che conta non è la precisione matematica, è il senso generale dei tempi di evoluzione.</p></blockquote>
<p><strong>La sindrome della gatta frettolosa</strong></p>
<p>Qualcosa, davvero, sta accelerando. Ma, proprio per questo, diventa sempre più pericoloso lasciarsi travolgere dalla fretta. Ciò che non abbiamo trovato il tempo di capire quando avevamo la possibilità di pensarci si trasforma in un pericoloso errore quando viene il momento in cui, davvero, occorre una decisione veloce.</p>
<p>Ernest Hemingway definiva la fretta come <em>«quella esaltante  perversione di vita, la necessità di fare qualcosa in un tempo minore di quanto ne occorre».  </em>È vero che talvolta è necessario. E, se ci si riesce, può essere entusiasmante. Ma la mania della fretta senza motivo è pericolosamente stupida.</p>
<blockquote><p>Vedi<a title="La stupidità e la fretta" href="http://www.gandalf.it/stupid/cap16.htm"> <em>La stupidità e la fretta</em></a>, capitolo 16 di <a title="Il potere della stupidità" href="http://www.gandalf.it/stupid/libro.htm"><em>Il potere della stupidità</em></a>.</p></blockquote>
<p>Il proverbio della gatta frettolosa e l’antico apologo della lepre e della tartaruga sono validi quanto erano migliaia di anni fa. Oggi come allora, si perde molto più tempo a ritrovare la strada perduta che a organizzare il percorso prima di partire. Chi sa davvero capire e decidere in fretta, quando è il momento di farlo, non è il frettoloso. È chi è preparato a farlo bene, perché ha costruito negli anni, con pazienza e disciplina, un patrimonio di esperienza e competenza.</p>
<p>La fretta non è velocità, spesso è il contrario. E le scelte affrettate possono provocare conseguenze irrimediabili – o, nella migliore delle ipotesi, generare problemi ingarbugliati che sarebbe stato molto più semplice (e veloce) evitare “pensandoci prima”.</p>
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<p><strong><em>Hic sunt leones</em></strong></p>
<p>C’era saggezza in quegli antichi cartografi che indicavano con sincerità ciò che sapevano di non sapere. Nelle mappe di oggi nessuno scrive hic sunt leones o più semplicemente “lì non sappiamo che cosa ci sia”. È vero che abbiamo sistemi di rilevazione molto più precisi, satelliti che fotografano, sonde che esplorano le profondità della terra e le remote distanze dello spazio, eccetera. Ma sono troppo diffuse le rappresentazioni che ci danno la falsa sensazione di “sapere tutto”.</p>
<p>Dalla mappa di una città, spesso male aggiornata per le regole del traffico e i percorsi meno disagevoli, fino alle descrizioni dell’universo che tentano di “dare per certe” conoscenze che l’astrofisica continua a mettere in discussione, dobbiamo smettere di “fingere di sapere” e ammettere con chiarezza quante e quali sono le cose che non sappiamo o che non abbiamo capito bene.</p>
<p>Nossignori, quella che propongo non è umiltà – e tantomeno rassegnazione. Per quanto possa essere rischiosa e scomoda, è irrinunciabile l’arroganza di Prometeo. Può essere solo disprezzata (e comunque corre gravi rischi) una misera umanità che rinunci a essere Ulisse (non lo sventurato Odisseo di Omero, che stava solo cercando di tornare a casa, ma l’Ulisse di Dante «<em>fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza»</em>).</p>
<p>Se le ricerche sulle “capacità cognitive” continuano a confermare che un’estesa ricerca delle conoscenza è una caratteristica del genere umano, diversa da ogni altra forma di vita conosciuta, non possiamo suicidare il nostro sviluppo, anzi il senso sostanziale della nostra esistenza, fingendo di sapere ciò che non sappiamo. È molto più importante, e interessante, badare all’immensa vastità (nel “grande” come nel “piccolo”) di ciò che ancora possiamo scoprire.</p>
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<p><strong>Per capire il nuovo, riscoprire l’antico</strong></p>
<p>Oggi abbiamo strumenti che, pochissimo tempo fa rispetto alla storia umana, erano difficilmente immaginabili. Ma, per quanto ci sembrino abituali, non abbiamo ancora capito bene come usarli. Crediamo di essere “padroni” di queste evoluzioni, ma in realtà la nostra capacità di gestirle è molto confusa.</p>
<p>Può aiutarci un fatto evidente, di cui si tiene troppo poco conto. Gli strumenti crescono e si evolvono, ma la sostanza non cambia. Come dicevo all’inizio, fin dalle più remote origini ci sono sempre state parole e lingue, pensiero e arte, poesia e narrazione, pittura e scultura, architettura e musica, spettacolo e teatro . Ci siamo sempre espressi per segni e simboli, gesti e parole, ragione ed emozione.</p>
<p>Ci sono più somiglianze che differenze fra il frastornato <em>homo</em> cosiddetto <em>sapiens </em>nell’era dell’elettronica e quei remoti progenitori che l’antropologia ci sta aiutando a capire un po’ meglio.</p>
<p>Quella che sto cercando di dire è una cosa molto semplice, anche se spesso dimenticata. Comunicano le persone, non gli strumenti. Le tecnologie possono essere affascinanti. Se e quando funzionano bene – e sono usate con criterio – possono essere molto utili. Ma la risorsa fondamentale della comunicazione è una: la nostra umana capacità di ascoltare e di farci capire.</p>
<p> </p>
<p><small><a title="Gandalf" href="http://gandalf.it/arianna/artcom.htm">Gandalf, dicembre 2008</a></small></p>
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