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	<title>agli incroci dei venti &#187; carcere</title>
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		<title>Recuperare il valore delle proprie risorse</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 09:47:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Vincenzo Andraous Il carcere può dire qualcosa di importante, può riappropriarsi della sua funzione di salvaguardia della collettività: “ dal carcere ci si può licenziare con merito, oppure rimanere detenuti per ripetizione, ma non si può ripetere  la stessa classe quando si è stati promossi a essere se stessi a pieni voti “. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Vincenzo Andraous<br />
Il carcere può dire qualcosa di importante, può riappropriarsi della sua funzione di salvaguardia della collettività: “ dal carcere ci si può licenziare con merito, oppure rimanere detenuti per ripetizione, ma non si può ripetere  la stessa classe quando si è stati promossi a essere se stessi a pieni voti “.</p>
<p><span id="more-621"></span>In queste poche righe sono condensate tutte le contraddizioni su cui poggia l’intera organizzazione penitenziaria, e non solo, queste parole mostrano il volto dell’indifferenza, un plotone di esecuzione nei riguardi di una umanità che è impossibile cancellare.<br />
Chi commette una ingiustizia ha bisogno di essere riammesso nel consorzio civile attraverso l’unica via possibile, la consapevolezza della riparazione, ma perché questo possa diventare pane quotidiano per ogni detenuto, in quanto persona,  occorre riconsegnare normalità al metodo umano della rivisitazione del proprio vissuto, la violenza non viene mai dal di dentro, ma dal di fuori di noi stessi.<br />
Nei riguardi del carcere bisognerà parlare anche in termini umani, di speranza possibile, non solamente con la voce delle emergenze e delle  indicibilità moltiplicate all’infinito, riducendo le misure risocializzanti a meccanismi da operetta, farneticando sull’istituto di riordino come dell’indulto. Per la prima volta nella sua storia, l’indulto non ha prodotto o innalzato la recidiva, quanti ne hanno usufruito non sono tornati a delinquere,  non sono rientrati in massa in carcere, ma anzi molti dei beneficiari hanno optato per una scelta di vita consona alle leggi del vivere civile.<br />
Sul carcere si continuano a perpetrare inesattezze evidenti, che fanno sembrare i detenuti-numeri che non potranno mai imparare a combattere l’abitudine del male,  eppure il carcere è  una parte di società che ha bisogno di avere strumenti di educazione, di quella pedagogia che disegna momenti in cui è possibile raccontare di sé, e nel farlo crea occasioni di ripensamento, una ripartenza della propria dignità personale.<br />
C’è chi è così perduto nel “mondo dell’illiceità”, da risultare primo tra gli ultimi, in un futuro così  insopportabile da  compiere il passo più terribile del suicidio.<br />
Un carcere malato, insostenibile, è un carcere delle ideologie, dei  mercanti di esistenze, popolato di persone non più normali, eppure “dal carcere si può essere licenziati con merito o essere detenuti ripetenti “, così dovrebbe essere, così potrebbe essere, così al momento non è.<br />
La pena e il carcere stanno a giustizia, a umanità, anche quella ristretta, rinchiusa, dimenticata, pena e carcere per chi ha contravvenuto, per recuperare alla stessa umanità e allo stesso consorzio civile.<br />
Una realtà che dovrebbe indurre a chiederci se è giusto e onesto, guardare sempre e solamente al male che circonda il pianeta sconosciuto, se magari non sia possibile muoversi con una ritrovata dignità, proprio tra i guasti e le smemoratezze che costituiscono il lazzaretto disidratato, non solo per renderlo più vivibile e onorevole, ma soprattutto per mettere alla prova i  luoghi comuni, per dimostrare che le persone possono diventare migliori, recuperando  il valore delle proprie risorse: il tempo recluso può formare al rispetto delle Istituzioni, e queste al rispetto della dignità umana.</p>
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		<title>Una somma di ingiustizie della giustizia</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Nov 2008 18:28:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous Il pianeta dei resoconti filmografici, delle sintesi romanzate, a detta di tutti è una realtà drammatica, indescrivibile per disumanità e somma di ingiustizie della giustizia. Il carcere è diventato un lazzaretto disidratato, dove è sempre più difficile impegnare la morale, l’etica, l’onestà dei valori auspicati, mentre è sempre più facile  sparare sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Andraous</p>
<p>Il pianeta dei resoconti filmografici, delle sintesi romanzate, a detta di tutti è una realtà drammatica, indescrivibile per disumanità e somma di ingiustizie della giustizia.<br />
Il carcere è diventato un lazzaretto disidratato, dove è sempre più difficile impegnare la morale, l’etica, l’onestà dei valori auspicati, mentre è sempre più facile  sparare sulla croce rossa di un indulto concesso senza alcuna preparazione né formazione, tanto meno coperture finanziarie adeguate, peggio, rese inadeguate  dall’immobilismo burocratico.<br />
<span id="more-303"></span><br />
Un contenitore di numeri inqualificabili, di  uomini invisibili a cui non è consentito per “legge non scritta”, di essere tali nella propria dignità.<br />
E’ di questi giorni l’amara constatazione da parte di autorevoli operatori penitenziari  : siamo costretti a pensare unicamente al posto letto “chiuso” in una cella, cioè a sistemare su un materasso maleodorante, posizionato per terra, o su un letto a castello alto tre metri, più  persone.<br />
Un posto letto chiuso in una cella, dove tutto può essere condiviso, persino il nulla, il vuoto, la follia di una inaccettabilità, in una  discarica disposta a macerare diritti e doveri  acquisiti, ma cancellati dalla memoria giuridica e sociale di un intero paese, sempre più influenzato dall’ideologia  fai da te.<br />
In questa punteggiatura dell’esclusione appare sempre più ostico ribadire l’urgenza di formare persone e idee per umanizzare il penitenziario, per umanizzare la pena, per umanizzare una giustizia detenuta anch’essa, e quindi mal interpretata di conseguenza.<br />
Conduttori di aree pedagogiche e della sicurezza, “obbligati a pensare  soltanto al posto letto”,  di fronte a questo sfinimento di intenzioni e volontà c’è il rischio di perdere contatto con la realtà che circonda e umilia le persone che sopravvivono nei perimetri della vergogna, i quali rimangono illusoriamente simboli della corretta punizione, della auspicabile rieducazione, della speranza a recuperare alla collettività uomini migliori.<br />
Eppure dentro quei posti letto chiusi in una cella, non c’è più traccia di grida e sussulti di indignazione per i troppi ragazzi che decidono di togliersi la vita, di risocializzarsi in un’altra “occasione”, non si odono esternazioni aspre né si contraggono scomposti i rimorsi per questo silenzio colpevole.<br />
Anzi si parla di laboratori teatrali, ergoterapici, formativi, di impegno a tutto tondo per creare benefiche intrusioni catartiche, terapeutiche, ma forse con più onestà intellettuale bisognerebbe parlare di intrattenimento veloce, in molti casi di perditempo studiato a tavolino.<br />
Carcere duro, carcere flessibile, carcere  che ancora non c’è, se non quello del contenitore dove ognuno reclama qualcosa ma nessuno espropria l’utopia che contamina e corrode  il fare competente di tanti operatori.<br />
Forse non è importante spendere parole che richiamano alla responsabilità, forse è sufficiente comprendere che “il carico di castigo della pena si stempera nel momento in cui si riconosce il primario interesse della collettività a rispettare la dignità della persona  reclusa, assicurandole condizioni di vita improntate a criteri di umanità”.<br />
E checchè se ne dica, ciò non può esser interpretato come una mera concessione.</p>
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		<title>Nuova quotidianita’ del vivere civile</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Aug 2008 23:08:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[carcere]]></category>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous Ricordo le parole di  un grande Magistrato:, “ Il discorso sulla sicurezza è diventato un&#8217;ossessione, ma non bisogna aspettarsi la soluzione dei problemi da un maggior numero di caserme ( io aggiungerei di carceri ), e sebbene sia giusta e congrua l&#8217;azione delle Forze dell&#8217;ordine, non dovremmo mai perdere di vista l&#8217;essere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Andraous</p>
<p>Ricordo le parole di  un grande Magistrato:, “ Il discorso sulla sicurezza è diventato un&#8217;ossessione, ma non bisogna aspettarsi la soluzione dei problemi da un maggior numero di caserme ( io aggiungerei di carceri ), e sebbene sia giusta e congrua l&#8217;azione delle Forze dell&#8217;ordine, non dovremmo mai perdere di vista l&#8217;essere umano, la fragilità della vita umana&#8221;.<br />
Quando penso al carcere, mi viene in mente quel nobile russo dell&#8217;era zarista a nome Oblomov, di cui mi ha raccontato don Franco Tassone della comunità &#8220;Casa del Giovane &#8220;: era una brava persona, non fece mai male ad alcuno, tanto meno lo si sentì mai lamentarsi. Semplicemente, non faceva nulla, sopravviveva a se stesso, nel più totale disconoscimento del fare, così tutto ciò che gli apparteneva decadeva per usura del tempo e nell&#8217;introvabilità di una scelta.<br />
Questo immobilismo è oggi denominato come la patologia dell&#8217; oblomovismo.<br />
Oblomov aveva un sacco di progetti, di architetture mentali, ma morì senza avere costruito nulla, lasciando ai posteri ruderi e miserie.<br />
Sicurezza non è un ramo staccato dal vivere civile.<br />
Sicurezza sta a significare il coraggio con cui affrontare l&#8217;insicurezza, che è anche e soprattutto solitudine e mancanza di relazioni umane.<br />
Sicurezza non può essere lo strumento con cui chiedere alla giustizia penale di risanare ogni contraddizione.<br />
Infatti per chi varca la soglia di un carcere, la pena avrà un termine, quella persona uscirà, ma tutto quello che viene prima e deve venire dopo, deve riguardare un intervento che coinvolga l&#8217;intera società.<br />
Le scelte di politica criminale non possono essere dissociate da precise politiche sociali.  Se ciò non è, allora equivale ad ammettere, per tecnici del diritto ed editorialisti di fama, che reprimere e rinchiudere conviene assai di più che recuperare, rieducare, risocializzare.<br />
Conviene, perché costa meno in termini finanziari, costa meno in risorse umane specializzate, costa meno in termini di ideali cristiani e democratici.<br />
Infine, comporta meno rischi da correre, è inevitabile che sia così.<br />
Eppure la storia è vita, e la vita non è uno slogan elettorale, ci rammenta cosa eravamo, chi siamo, e cosa vorremmo essere.<br />
Un carcere a misura di uomo significa concedere la possibilità di rivedere con occhi e sguardi nuovi ciò che è stato, e soprattutto di intendere il proprio riscatto e riparazione, non come l&#8217;assunzione di un servizio statuale, che come tale rimane uno scarabocchio sulla carta, ma dovrà essere inteso come una vera e propria conquista di coscienza.<br />
Rieducare non deve essere un traguardo per pochi privilegiati, ma una realtà costante, alimentata dalla capacità di mediare i principi del vivere civile alla quotidianità.<br />
Ritengo non più dilazionabile l&#8217;urgenza di coniugare in modo autentico teoria e prassi, sicurezza e risocializzazione, in quanto entrambe le istanze sono elementi costitutivi della nostra collettività.<br />
Forse, oltre la condivisione dei principi morali, i quali sono logicamente immutabili, sarebbe più consono e umano condividere le modalità e le sfumature, che invece  purtroppo cambiano sovente.</p>
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		<title>A quale scopo una pena distruttiva e immutabile?</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jul 2008 13:06:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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<p><![endif]-->di Vincenzo Andraous</p>
<p>Come è possibile proporre di abrogare la legge Gozzini, una normativa che negli anni ha consentito di migliorare le persone in carcere, di fare davvero promozione umana, una prevenzione non fondata sulla vendetta, su quei sentimenti che non consentono giustizie sociali né pace per alcuno?<br />
Perché è vero: la violenza regna dove l’ingiustizia ingrassa.<br />
Conosco il sentire comune del “chi sbaglia paga” e la difficoltà a coniugare una giusta e doverosa esigenza di giustizia da parte della vittima di un reato, con una possibilità concreta di riscatto e riparazione in chi ha offeso l’altro.<br />
Pagare il proprio debito alla società non può significare la creazione di una nuova dimensione di violenza, in una pena distruttiva e immutabile, che non consente di fare i conti con il peso delle proprie colpe, con le lacerazioni che hanno prodotto la rottura del vivere civile.<br />
Quanto è difficile chiedere perdono in queste condizioni?<br />
E quanto essere perdonati?<br />
Ciascuno vive il suo presente in funzione delle scelte fatte nel passato, non per un sottile gioco delle maschere, ma perché le azioni del cuore, se non condivise, non consentono di essere scelte.<br />
Allora ricostruirsi sottende capacità e forza per riparare al male fatto, richiama l’altro-gli altri ad accorciare le distanze, affinché l’uomo chieda perdono non con le parole, né con la pietistica abbinata alle più alte autorappresentazioni, bensì nei gesti ripetuti, nei comportamenti quotidiani.<br />
Rimangono le responsabilità e gli abissi dell’anima, nulla è cancellato, niente è dimenticato, ma sentire dentro il bisogno di perdonarsi, di avere pietà di se stessi, indica la via maestra per l’altro bisogno: essere perdonati per ciò che si è nel presente, nella consapevolezza degli errori disegnati a ogni passo in avanti, condividendo quel bene comune che è intorno a noi.<br />
Perdonarsi e chiedere perdono è voce che parla al cuore con note forti, per tentare di tramutare l’ansia e il dolore delle vittime in una riconciliazione che sia cambiamento fruibile per la collettività tutta.<br />
Penso che una vendetta che ripara teatralmente non produca nulla di positivo, e neppure un carcere che mantenga inalterata la follia lucida di chi ha commesso un reato.<br />
Accontentarsi di chiedere maggiore severità nelle pene da espiare, induce la persona detenuta a convincersi di aver pareggiato il conto, di aver pagato quanto dovuto.<br />
Invece, riconoscere il bisogno di perdonarsi e perdonare, sottolinea l’urgenza di un percorso umano ( non solo cristiano ) nella condivisione e reciprocità, nell’accettazione di una possibile trasformazione e di un fattivo cambiamento di mentalità.<br />
Cancellare la Riforma Penitenziaria o legge Gozzini?<br />
A ognuno di noi spetta il compito di diventare un entronauta, un viaggiatore contempl-attivo, persino in carcere, in una pena finalmente accettata e vivibile.</p>
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		<title>Altro che spegnere la speranza</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jun 2008 14:13:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous Molti hanno detto che per conoscere le fondamenta e i caratteri di una democrazia, occorre indagare anzitutto il sistema penitenziario come la misura più indicativa della civiltà di un popolo. Da detenuto ho avuto la fortuna di conoscere un grande uomo e un grande cardinale, che mi ha  mostrato in pochi minuti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Andraous</p>
<p>Molti hanno detto che per conoscere le fondamenta e i caratteri di una democrazia, occorre indagare anzitutto il sistema penitenziario come la misura più indicativa della civiltà di un popolo.<br />
Da detenuto ho avuto la fortuna di conoscere un grande uomo e un grande cardinale, che mi ha  mostrato in pochi minuti come la sola ritorsione non solo è contraddetta dall’etica evangelica, ma non porta i risultati desiderati.<br />
Da qualche tempo sul carcere italiano è calato un silenzio refrattario all’impegno dell’ascolto, una indifferenza che genera un trascinamento lontano dal dolore  e dalla sofferenza, come se dialogare sulla umanizzazione della pena fosse diventato un atto di lassismo politico e istituzionale.<br />
Eppure il carcere è luogo deputato alla elaborazione della pena, della colpa, dove l’uomo della pena nel tempo non sarà più l’uomo della condanna, ma quale uomo potrà diventare in una condizione di perenne disagio, costretto fino alle ginocchia nel proprio malessere, e in quello dell’altro.<br />
Un tempo il dentro e il fuori interagivano, riuscendo a edificare ponti di socializzazione, attraverso una capacità di coinvolgimento-partecipativo da parte del personale penitenziario, con impegno da parte di quel volontariato solidale perché costruttivo, basato sulla fatica dialogica e comportamentale, e con una interazione proficua e necessaria con la società tutta.<br />
Perfino a chi disconosce la  funzione del carcere e l’utilità della pena, non può sfuggire il valore educativo del lavoro, che la stessa Costituzione pone a fondamento del nostro Stato Repubblicano: senza occasioni di lavoro, senza l’acquisizione di strumenti formativi  professionali,  il carcere come istituzione non può raggiungere gli obiettivi che gli sono richiesti, gli scopi per cui esiste nella sua utilità sociale.<br />
In questa inquietante insicurezza, che spinge a richiedere maggiori tutele e garanzie per le vittime e i cittadini onesti, forse è proprio questo il momento di ripensare <strong>non all’abolizione della Riforma Penitenziaria</strong>, non a rendere nuovamente invisibili uomini che hanno saputo ravvedersi e tornare ad essere parte viva del consorzio sociale.<br />
E’ necessario ripensare un carcere dove esistano veramente tempi e modi di ristrutturazione educativa, rifacendo per davvero i conti con la metà della popolazione detenuta non italiana, con un buon altro quarto di tossicodipendenti, mentre la rimanenza è quella criminalità che ben conosciamo.<br />
Riforme e innovazioni non sono istituti-totem da imbalsamare, ma vista prospettica per rispondere efficacemente alla richieste della collettività, che si duole di una recidiva che permane un mostro a due facce: una dimostra che la pena non aiuta a migliorare le persone, l’altra che il carcere non si riappropria della funzione di salvaguardia della comunità.<br />
<strong>Altro che ammazzare la speranza annullando la legge Gozzini</strong>, è urgente trasformare l’ozio e un tempo pericolosamente bloccato in occasioni di lavoro e abitudine alla fatica progettuale, affinché il rispetto per la dignità personale divenga qualcosa da guadagnarsi durante l’arco della condanna, proprio perché quella speranza di essere uomini  migliori dipenderà dal lavoro che ognuno di noi sarà disponibile a fare con se stesso.</p>
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		<title>Estetica e filologia di un carcere</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Jun 2008 14:04:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[film]]></category>

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		<description><![CDATA[La prigione non è una istituzione adatta alle donne Elisabetta Liguori “Potrà in futuro esistere una società senza carcere? ”Questo interrogativo, assieme ad altri dallo stesso derivati, serpeggiava tra i sussurri della sala di Torre del Parco destinata alla giornata di studio sul tema delle “donne in carcere” il 12 giugno scorso. È passato qualche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><small>La prigione non è una istituzione adatta alle donne</small></strong></p>
<p><a title="articoli di Elisabetta Liguori - il paese delle donne" href="http://www.womenews.net/spip3/spip.php?auteur1719">Elisabetta Liguori</a></p>
<p>“<em>Potrà in futuro esistere una società senza carcere? ”Questo interrogativo, assieme ad altri dallo stesso derivati, serpeggiava tra i sussurri della sala di Torre del Parco destinata alla giornata di studio sul tema delle “donne in carcere” il 12 giugno scorso. È passato qualche giorno, ma gli accenti di quella giornata intensa mi risuonano ancora nella testa</em>.&#8221;</p>
<p>È passato qualche giorno, ma gli accenti di quella giornata intensa mi risuonano ancora nella testa.<br />
Tutto è cominciato con la pubblicazione di un film reportage e di un saggio scritto per la Pensa Multimedia e la piena realizzazione di un progetto voluto fortemente da Caterina Gerardi, Rosamaria Francavilla e Sandra Del Bene. Tre donne dai grandi occhi.<br />
Da quello tutto il resto. Il bisogno di approfondimento. Il passa parola. L’inquietudine. Donne che incontrano altre donne prima, ecc&#8230; come spesso accade. Perché le donne spesso segnano l’inizio di grandi trasformazioni. Da queste donne in carcere, in particolare, sono derivate Immagini, reazioni forti, legami, polemiche, dubbi, buoni e cattivi propositi.<br />
Ma veniamo a questa giornata intensa, dunque.</p>
<p>Moltissime le donne in sala, sin dalla mattina. Tra le presenti all’inizio s’è insinuato il sospetto che si potesse finire per parlarsi addosso. Le donne diffidano delle altre donne. Si sa. S’agitavano, si salutavano cortesi ma sospettose, protestano per le sedie scomode, confrontavano abbigliamento e acconciature. Poi, al momento del buio e della proiezione, le immagini hanno avuto il sopravvento su ogni altra resistenza o vezzo. Dopo la visione è scattata istintiva la solidarietà, la riflessione silenziosa. I quesiti.<br />
Tutto questo grazie ad un film che funziona, non v’è stato alcun dubbio a riguardo.</p>
<p>Fortunate le donne che sono riuscite a realizzarlo, incontrando tra le istituzioni coinvolte individui capaci di coglierne a pieno coraggio e potenzialità. Questo film ora c’è, esiste, resisterà nel tempo, possiamo (dobbiamo) usarlo nell’interesse collettivo, a prescindere da quello che sarà il destino futuro delle detenute che ne sono state protagoniste.</p>
<p>Personalmente, sin da subito mi sono resa conto che era valsa la pena far tre giri in macchina intorno all’isolato per trovare un parcheggio e poi decidermi ad acquistare un grattino che valesse l’intera giornata. La proiezione, infatti, ha subito generato tra i presenti un clima d’attesa, un bisogno del tutto rinnovato di capire meglio, di prendere tempo. Di utilizzare il tempo.<br />
Qualcuno in sala ha parlato di docu-fiction, facendo riferimento alla dose massiccia di realtà presente nelle riprese ed alla rappresentazione (non finzione in senso stretto) che le detenute della Casa Circondariale di Borgo San Nicola di Lecce sono state capaci di dare di se stesse.</p>
<p>Non una sezione femminile comune, sia chiaro, ma la sezione ad alta sicurezza. Quella senza privilegi. Quella più oscura. Quella che cerca di contenere soprattutto il crimine organizzato, quello più pericoloso.<br />
A distanza di giorni vedo e rivedo lo stesso riverbero nella mia testa. È la forza delle immagini. Le suggestioni visive devono aver avuto lo stesso peso dei suoni per le tre autrici di questo reportage.</p>
<p>Tutto è metallico. I colori ghiacciati, i rumori di chiavistello freddo, affiancati alle risate stracciate e grossolane e ai giri di luce solare rappresa in pochi metri quadrati. Ciascuno di questi elementi riesce a dare l’idea della sospensione, dello stop, dello spazio bianco da inventare.<br />
Voci che si alternano ad altre voci, voci che sparano, poi frenano, tutte diverse eppure armoniche. Luci omogeneamente espanse dai neon, dentro le quali le detenute intervistate, una per una o tutte insieme, non riescono a nascondersi.<br />
Piccoli dettagli di cella, stracci stesi sulle sbarre ad asciugare, rose di pezza in vasi di vetro, ciabatte che si muovono lungo corridoi grigi, unghie laccate di fresco, tatoo dettagliati come affreschi. Il ritmo del racconto offerto nei sessanta minuti di proiezione è alternato, le donne parlano a rotazione, s’inseguono, si sovrappongono, si contraddicono, così da garantire dinamismo e adesione emotiva. Nessun sentimentalismo, sia chiaro, solo malinconia e carattere.<br />
È per questo che il film ha funzionato a mio avviso. Ha carattere.</p>
<p>Subito dopo il brusio, tra i presenti e la città con noi, ha preso vita il dibattito. Preliminare l’intervento della sociologa <strong>Monica Massari</strong>, dell’Università della Calabria. La sua è stata una dettagliata analisi storico-antropologica del crimine organizzato, dagli anni 80 ad oggi, e, soprattutto, dell’evoluzione del ruolo della donna al suo interno. La visione del film aveva punto l’uditorio a questo proposito.</p>
<p><strong>Le detenute scelte per il video</strong>, con volti duri, mimica serrata e convincente, avevano lamentato una errata percezione del loro ruolo all’interno delle associazioni criminose da parte della magistratura, e il pubblico in sala aveva cominciato a chiedersi che donne fossero quelle: vittime o attrici consapevoli, protagoniste forti o fragili comparse?  Normalizzatrici involontarie di contesti famigliari deviati o sostitute determinate ed essenziali?</p>
<p>Che legge è quella che le condanna? Quello che la sociologa ha voluto evidenziare partendo dal dato numerico (la statistica ci parla di un più ridotto numero di crimini femminili, trend mai posto in discussione) è stata proprio la differenza di genere, sia fuori che dentro il carcere, e la graduale evoluzione delle forme del crimine stesso nel tempo. L’alta sicurezza, in particolare, è una minoranza nella minoranza, ma una minoranza in evoluzione.<br />
Non è mai facile per lo Stato gestire le minoranze, eppure oggi il legislatore ne sta prendendo contezza. Comincia a guardare al futuro.</p>
<p>Studia la natura del crimine, le sua particolarità, quanto le sanzioni dovute. La capacità di delinquere delle donne non ha più nulla da invidiare a quella degli uomini.<br />
Sarebbe opportuno che le donne stesse lo riconoscessero, anche all’interno di un’esperienza come quella del carcere, per acquistare maggiore coscienza di sé, delle proprie capacità, per ripartire proprio da quelle, trasformando i propri errori in punti di forza, i propri vizi in qualità. Capacità relazionali, inventiva, creatività imprenditoriale, forza di carattere, verve emotiva.<br />
Condizioni da usare non contro la società civile, ma per la società civile. È questo l’unico incipit possibile per un percorso di rieducazione autentica, per il vero reinserimento sociale dei detenuti. La società deve usare la materia di cui dispone al meglio. Deve farlo nel suo interesse.</p>
<p>Con questo tipo di consapevolezza personale e con la solidale volontà di istituzioni e della collettività tutta, forse si potrebbe davvero cominciare a parlare di futuro.<br />
Perché il carcere dovrebbe poter costruire il futuro.</p>
<p>Tra i presenti alla giornata di studio, in molti hanno affermato che il carcere, così come è oggi, <strong>non è però una istituzione adatta alle donne</strong>. Perché non tiene conto delle differenze. Della maggior sofferenza femminile, del tessuto connettivo che si muove intorno ad ogni donna, del suo corpo, della sua natura, dei suoi sensi di colpa. Questa differenza non è discutibile. Dal punto di vista strettamente estetico, le celle delle donne sono diverse da quelle degli uomini.</p>
<p>Come ha rilevato con forza anche la rappresentate dell’associazione Antigone, <strong>Paola Bonatelli</strong>, che da sempre si occupa degli spazi carcerari e della vita al loro interno, il caffé delle donne è sempre sul fornello, i pavimenti sono lisi ma sorprendentemente lindi.<br />
Odore di bucato nell’aria, punti di colore sparso, qualche risata. Dal punto di vista comportamentale le donne sono sempre indaffarate in qualcosa, cercano di impegnare fisico e anima, sanno intessere relazioni stabili, creare piccoli gruppi, pur senza sentirsi parte di una categoria in senso ampio, non sono preda di codici fissi, parlano, parlano, parlano, dicono di sé e degli altri, esprimono il disagio, non si adattano, reagiscono e di conseguenza sono indotte a far un uso più massiccio di psicofarmaci.</p>
<p><strong>Esiste un surplus di sofferenza per loro? Sembrerebbe proprio di sì.</strong> Perché le donne sono bachi da seta. Lavorano fili, creano legami, costruiscono connessioni e ne sono quindi responsabili. Sempre. In contesti deviati, disgregati, marginali, come nella normalità o nella piena integrazione.<br />
È dato storico e culturale incontrovertibile: le donne si curano del mondo, pensano al futuro e in qualche maniera lo partoriscono, anche quando non mettono al mondo figli.<br />
Un’esperienza d’interruzione e sosta dolorosa come è il carcere recide dunque tutti quei fili. Punisce e cancella. <strong>Priva le donne del loro ruolo</strong>, le isola e viola, molto di più di quanto non faccia per gli uomini, scatenando sensi di colpa profondissimi nei confronti dei figli, della famiglia, della casa, dei luoghi abbandonati.</p>
<p><strong>E quando parliamo di donne parliamo inevitabilmente di bambini.</strong> Di queste appendici. Debito e credito fondante le loro esistenze. Cosicché l’idea di carcere si intreccia con infinite variabili forme d’amore e sofferenza.<br />
Sarebbe dunque giusto pensare ad un carcere femminile diverso? Che sia retributivo, ma anche umano? O forse ad un carcere diverso per tutti, più in generale? Ecco il punto dolens dell’intera giornata di studio. Ecco la necessità di approfondimento filologico intorno ai discorsi sulla vita carceraria. A chi giova il carcere? Cosa è il carcere? Come lo si può rappresentare?</p>
<p>Tra le relatrici <strong>Silvia Baraldini</strong> mi è parsa la più sicura di sé. _ L’esperienza pregressa e prolungata, presso diversi carceri nazionali e non, ha fatto di lei una donna diversa: lucida, determinata, disinvolta, ed ha reso il suo intervento ancor più pungente, carico di pathos, in qualche modo più spettacolare degli altri, ricco di spunti esotici e internazionali. Miratissimo come un tiro di fonda dritto al bersaglio.</p>
<p><strong>Il cambiamento delle carceri in Italia e nel mondo</strong>, ha detto Silvia, non può che coincidere con il cambiamento degli stessi detenuti, deve essere opera loro, passare per le loro mani, la loro volontà, senza che questo significhi, ovviamente, rinunciare alla sicurezza sociale che ogni società civile pretende. Nessun paternalismo, quindi, ma riconoscimento di diritti, doveri e potenzialità diversificate. Mai fare delle detenute dei mostri o peggio delle martiri, madri demoniache o inette e addolorate, ma donne. Donne consapevoli. Donne capaci di scelte.</p>
<p>Aldilà delle serena maturità della Baraldini, la giornata di studio del 12 giugno è stata comunque segnata da una giusta inquietudine. Conoscere il carcere, discernere nel carcere, cambiare il senso del carcere. Bilanciare gli interessi giuridici che girano intorno all’istituzione carceraria, oggi più che mai al centro di cronaca e approfondimento. Farlo subito.</p>
<p>Ecco <strong>“bilanciare” è il verbo chiave quando si parla di giustizia.</strong></p>
<p>Il magistrato di sorveglianza di Lecce, <strong>Silvia Dominioni</strong>, con il suo intervento finale ha saputo mettere in evidenza, in via di necessaria sintesi conclusiva, proprio questo sforzo estremo e primario.<br />
Il carcere è senza dubbio ultima ratio.<br />
È l’ultimo passo di un primo percorso articolato e il primo di uno successivo, ancor più complesso. Il legislatore è attentissimo a questo e di recente sono state compiute molte scelte politiche e giudiziarie del tutto innovative.</p>
<p>Forse un <strong>maggior coraggio legislativo</strong> e l’attribuzione di una maggiore discrezionalità alla magistratura di sorveglianza, così da consentire alla stessa di distinguere caso da caso e decidere di conseguenza (perché la vera democrazia si cela sempre nel rispetto delle differenze) avrebbe giovato, ma gli anni in corso hanno comunque evidenziato una particolare sensibilità pubblica nei confronti delle diverse realtà carcerarie.</p>
<p>Eppure il carcere c’è. C’è ancora. Ed è sempre conseguenza di una responsabilità penale personale. Come ogni altro atto giudiziario, è figlio di un equilibrio tra contrapposti interessi di pari dignità. Diritti, giustizia e legge. Il diritto delle vittime e quello del reo. I figli del reo e quelli delle vittime. Il bisogno sociale di sicurezza e quello del recupero di chi ha sbagliato. Il giudice è chiamato a servirsi della legge per mediare e far giustizia. Un compito difficile, che delegittimare o sminuire è un errore, le cui conseguenze potrebbero essere incalcolabili. A ciascuno quindi la sua parte. Donne e uomini. È necessario che ciascuno recuperi il senso del proprio ruolo: che la famiglia educhi, che l’insegnante insegni, che le donne crescano, che l’uomo edifichi, che il magistrato costruisca giustizia ed equilibrio, che la società accolga chi vuole essere fattivamente riaccolto.</p>
<p>Possiamo confermarlo: la proiezione cinematografica del 12 giugno scorso ha funzionato. Ha partorito sogni e incubi. E domande. Molte domande. Il cinema funziona così. In una società ideale in cui ogni ruolo sia inteso come fondamentale, ogni differenza rispettata, ogni bisogno riconosciuto e bilanciato, ogni competenza sviluppata, il carcere potrebbe divenire una scatola inutile. Potrebbe. Ma potrebbe anche non accadere mai.<br />
Magari al contrario, senza saperlo, ci muoviamo verso case di costrizione sempre più affollate, odiose, disumane, inevitabili; magari stiamo costruendo con le nostre stesse mani orride sbarre di metallo intorno al nostro universo libero. Magari è così. Sogni e incubi e l’impegno che ne deriva.<br />
Sì, per quel che mi riguarda posso dirlo, il film ha davvero funzionato.</p>
<p><small><a title="il paese delle donne" href="http://www.womenews.net/">il paese delle donne, 19 giugno 2008</a></small></p>
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		<title>L’urlo ora s&#8217;è disperso</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Feb 2008 09:23:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous A 14 anni non si pensa al carcere, ti ci trovi &#8220;dentro&#8221; improvvisamente e ne sei respirato e concluso. Sì, ti ci trovi dentro ed é davvero troppo tardi. L&#8217;età più bella improvvisamente devastata nell&#8217;incontro affascinante e frontale con il mito della trasgressione. Io me lo ricordo bene, ero impegnatissimo a fare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Andraous</p>
<p>A 14 anni non si pensa al carcere, ti ci trovi &#8220;dentro&#8221; improvvisamente e ne sei respirato e concluso. Sì, ti ci trovi dentro ed é davvero troppo tardi. L&#8217;età più bella improvvisamente devastata nell&#8217;incontro affascinante e frontale con il mito della trasgressione.<br />
Io me lo ricordo bene, ero impegnatissimo a fare vedere alle Autorià di essere un duro, e quando mi stavano portando nel &#8220;mio&#8221; primo carcere dei minorenni ho pensato &#8221; ecco sto per iniziare finalmente&#8221;.<br />
E&#8217; tutto accaduto in una vita precedente? No, é stato ieri.<br />
Quando vago con la mente tra questi fotogrammi impolverati e ingialliti dal tempo, rivedo la mia immagine scomposta e inquieta, mentre i pensieri mi cadono addosso e raccoglierne i cocci è un&#8217;ardua impresa.<br />
Gli anni sono trascorsi, uno dopo l&#8217;altro, passo dopo passo, uno scarpone chiodato dopo l&#8217;altro, fino a giungere a &#8216;quell&#8217;urlo&#8221; che ha squarciato la notte.<br />
Qull&#8217;urlo che ho tenuto compresso in me, sorvegliato a vista dalla mia incredulità, contenuto nei miei tormenti, divenuto un dono prezioso da custodire.<br />
Svegliarmi nel buio, nel mezzo di una tempesta silenziosa, e due occhi bellissimi scrutarmi, scuotermi. Due occhi lucidi e profondi come l&#8217;anima che traspare al di là della coscienza, della ragione che indaga e accusa. Con le mani fredde ed il cuore in gola, il respiro che non esce, il dolore nei polmoni salire alla gola e fare fatica a respirare.<br />
Affannosa ricerca di boccate d&#8217;aria mute, imprigionate, incatenate in attimi intensi di vuoto e di pieno, di vita sospesa.<br />
Due occhi come lune inchiodate, un volto che non conosco, ma che sento tutt’intorno.<br />
Due occhi che piangono, rimangono aperti e si distendono verso di me.<br />
Nel silenzio di pietra della cella, I&#8217;urlo fuoriesce e taglia di netto il sentiero praticato a occhi bendati, sgretola le abitudini consolidate, i sussurri che impongono i piedistalli e le parole a paravento che non stanno scritte da nessuna parte.<br />
L&#8217;urlo esce, assorda, mi discosta e cancella la mia cella, le altre celle, i muri e gli steccati.<br />
L&#8217;urlo si espande, rimbalza, si piega, prosegue e non smette la sua corsa, neppure quando sono caduto in ginocchio, spossato, svuotato di me stesso.<br />
Quegli occhi sono sempre lì, velati di pianto, addolciti da un sorriso leggero, come a voler ridurre la distanza siderale che mi separa da questo reale intorno.<br />
Occhi grandi, lucenti, lacrime che parlano di una tristezza felice, di una gioia che non conosco e invece vorrei avvicinare, occhi che rimangono a osservare la mia sorpresa, la mia fragilità.<br />
Occhi bellissimi vestiti di speranza, sguardi che consentono di ricostruire e ritrovare l&#8217;uomo, sebbene nella fallibilità umana.<br />
Quella notte sono rimasto in ginocchio tanto tempo, in una sorta di terra di nessuno, sbattendo il viso contro una specie di cortina fatta di barriere materiali e psicologiche, costretto fors’anche dalla mia ostinazione a vivere del mio, in una tragedia che non ha fine, con un passato che assomiglia ad una sera senza luce dove non si può leggere, solo ricordare.<br />
L&#8217;urlo ora s&#8217;é disperso, quegli occhi tanto amati sono svaniti.<br />
I giorni, e gli anni si inseguono testardi, mi adagio sul futuro che per me é già oggi, in un presente contenuto nel passato, poiché ogni volta che si progetta qualcosa si modifica e si rilegge il proprio passato con occhi e sguardi  nuovi.</p>
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		<title>La dislocazione dell’attenzione</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Aug 2007 12:39:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[politica carceraria]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Andraous]]></category>

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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous Sul carcere italiano non si odono più lamenti sospetti, né si consumano notizie scandalistiche per tentare di restringerlo a una sorta di terra di nessuno. Da qualche tempo è stato studiato un progetto di eccellenza per renderlo inanimato, per cui la tutela del cittadino detenuto, la salvaguardia della società, l’interesse collettivo, sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Andraous</p>
<p>Sul carcere italiano non si odono più lamenti sospetti, né si consumano notizie scandalistiche per tentare di restringerlo a una sorta di terra di nessuno.<br />
Da qualche tempo è stato studiato un progetto di eccellenza  per renderlo inanimato, per cui la tutela del cittadino detenuto, la salvaguardia della società, l’interesse collettivo, sono incentrati sul principio della sicurezza, la quale rafforza la propria efficienza  e susseguente efficacia attraverso uno strumento a dir poco sbalorditivo: il silenzio.</p>
<p><span id="more-43"></span></p>
<p>Tutto è possibile e tutto è accettabile a fronte di un paese messo alle corde dall’incertezza, tutto è legalitario, anche l’ingiustizia programmata, per non fare trasparire un disagio economico che aggredisce i più deboli.<br />
Il problema microcriminalità investe da vicino in tutta la sua fisicità il cittadino, che percepisce la città tagliata a metà da furfanti e belligeranti antisociali, e ogni ruberia e atto sanguinario come risultato di un buonismo inaccettabile.<br />
Ma occorre fare i conti con la realtà paradossale che ci incalza, da una parte la politica da palco che pungola gli stati emotivi, dall’altra parte le armate mediatiche drogano a piacere l’informazione, per cui le coordinate tracciate indicano nelle tribù di stranieri il pericolo debordante e incombente, mentre i delinquenti  medagliati dall’indulto fanno spargere lacrime e sangue, per cui è con il carcere che occorre compensare il gap, mobilitando la confusione e moltiplicando le iniziative a senso unico.<br />
E’ chiaro che il delitto offende e umilia, niente è perdonabile nel suo immediato, ma forse occorre più parsimonia dell’ascolto,  in una quotidianità allarmante, che richiede capacità di intervento ma soprattutto equità di giudizio.<br />
Scippi, rapine, morti ammazzati, sono la tragedia di un paese, ma dislocare l’attenzione su un versante piuttosto che su un altro, non favorisce giustizia, sottende ipocrisia nei numeri taroccati a dovere, nei morti sul posto di lavoro, provocati da coloro che fanno ressa al botteghino della sicurezza.<br />
Nelle case, nei focolari domestici, pedofili e violenti imbrattano le adolescenze, mentre sull’uscio alzano la voce per avere maggiori garanzie.<br />
Il carcere finisce con l’essere non più luogo e tempo di ricostruzione umana, bensì spazio adibito a chiudervi fobie e inculture, permanenze esistenziali disadattate  in progettazioni a costo zero.<br />
Eppure il silenzio avvolge l’area problematica carceraria, nel silenzio alla rieducazione si sostituisce la pratica del mero contenimento fine a se stesso, nel silenzio si muore a ripetizione, in un carcere svuotato come in molti si sono affrettati a gridare, dove non c’è più sovraffollamento  e gli operatori possono dimostrare capacità professionali e umane: ebbene la somma della detrazione alla vita, incredibilmente è andata aumentando, ma forse si tratta di suicidi poco importanti, che non scompongono il senso di sicurezza.<br />
Il carcere che non c’è, anzi sì, in tutto il suo fisico fisiologico, mentre scompare l’ideale, irrompe il mutamento, la pratica che non guarda più alla persona detenuta, all’individualità da reimpostare, piuttosto a un evento, a comportamenti, che sono un pericolo diffuso.<br />
Ecco che la galera non ha più senso come luogo di speranza, ove  riconsegnare all’uomo dignità, il contenitore e i numeri sono la sintesi per indurre illusoriamente a un’efficienza a minor costo, con grande soddisfazione di quelli  che guardano al carcere senza porsi interrogativi, e di quegli altri che non guardano al carcere ma si fanno tante belle domande.</p>
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