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	<title>agli incroci dei venti &#187; cattolici</title>
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		<title>Cainilandia</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jul 2009 16:01:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Ettore Masina Cerco di dirlo pacatamente, quanto più posso, ma debbo dirlo ad alta voce perché mi accade frequentemente che amiche e amici mi domandino (ed io lo domandi a me stesso) cosa significhi essere cattolico; e ne parlo in pubblico perché oggi più che in tante altre occasioni sento il bisogno di far [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="sito di Ettore Masina" href="http://www.ettoremasina.it/">Ettore Masina</a></p>
<p>Cerco di dirlo pacatamente, quanto più posso, ma debbo dirlo ad alta voce perché mi accade frequentemente che amiche e amici mi domandino (ed io lo domandi a me stesso) cosa significhi essere cattolico; e ne parlo in pubblico perché oggi più che in tante altre occasioni sento il bisogno di far parte di un gruppo che non accetta di vivere passivamente la storia. E dunque grido: se pensassi ancora, come un tempo, che essere cattolico vuol dire prestare ossequio all’istituzione vaticana (lo stato-Santa Sede, la burocrazia ecclesiastica, il centro di potere che si incarica di tradurre il vangelo in diplomati-chese, sbiadendone il significato), allora preferirei considerarmi cristiano in diaspora, lontano da ogni denominazione. In queste ore, infatti, sono travolto da un sentimento che è più che indignazione o rabbia o sconforto: la parola esatta per qualificarlo è schifo.<br />
<span id="more-563"></span><br />
Molte delle persone che condividono la mia fede, spesso tormentata e confusa ma non ignobile (spero) nella sua ricerca di coerenza, hanno probabilmente già compreso a quale sciagurato evento mi riferisco. Il Parlamento italiano ha votato l’altro giorno il famoso  “pacchetto” sulla sicurezza, e subito tutte le associazioni cristiane che,  con compe- tenza e generosità si occupano di migranti, hanno non solo dichiarato ma mostrato come esso sia del  tutto inadatto allo scopo e  destinato, invece, certamente,  a generare una grande massa di  dolori e di problemi; come esso sia, per darne una definizione assolutamente adeguata, non soltanto razzista ma nazistizzante. Ed ecco intervenire il Vaticano. Per confermare la denunzia e assicurare che la Chiesa intera, congregata intorno al suo fondatore, il quale non esitò a identificarsi nei poveri (“Ero straniero e tu mi hai ospitato…”) difenderà in tutti  i modi la causa dei poveri giunti fra noi spinti dalla miseria? Nient’affat-to: per chiarire, invece, che le critiche al provvedimento non proveni-evano dalla Santa Sede.<br />
Dichiarazione inoppugnabile. Il Vaticano aveva evidentemente molte altre cose cui pensare. Ma come non essere certi che essa sarebbe  stata interpretata come autorevole e quasi definitiva delegittimazione dei dissenzienti? Questa lettura la trasmettono difatti a catena tutti i tiggì e la stampa  del governo. La maggioranza sghignazza: vedete? La Chiesa (quella che conta, il Papa e i cardinali) non hanno niente da dire, dunque sono con noi, e i cattolici insorti contro la legge sono i soliti esaltati (o comunisti).<br />
Mi sono occupato per tanti anni, da giornalista, di informazione religiosa e so bene che cosa a chi gli domandasse perché  risponde-rebbe il  fariseo con lo zucchetto rosso che ha dato ordine di diffon-dere quella precisazione. Direbbe che una cosa è la Santa Sede, presenza  statuale che si occupa di questioni internazionali; e un’altra cosa è la Chiesa articolata nelle sue presenze territoriali e delegata a occuparsi di problemi “locali”; che la Santa Sede, il Vaticano, patteggia i concordati, diffonde principi generali, non interviene pubblicamente in questioni nazionali. Non bisogna confondere – direbbe sorridendo l’alto prelato &#8211; diplomazia e profezia.<br />
Naturalmente è così soltanto dal punto di vista formale,  almeno per quanto riguarda l’Italia. Siamo in molti, penso, a ricordare con quale pesantezza “alti” abitatori dei Sacri Palazzi siano intervenuti sul “caso Englaro”. Se qualcuno si preoccupò allora che la Santa Sede venisse coinvolta nel dibattito in quanto tale, quella volta i farisei in zucchetto rosso si guardarono bene dal dire che il Vaticano non c’entrava… Certi silenzi e certe informazioni non richieste sono manovrate accurata-mente, razionalmente, addirittura sapientemente. Ma poiché -  è un dato di fatto &#8211; la Chiesa o è profetica o è una misera centrale di potere, quando ascolta più la voce della “prudenza” che quella dello Spirito Santo, la burocrazia vaticana rivela una sconcertante aridità di sentimenti, una mancanza di “pietas” che allontana masse crescenti di cattolici e conferma nel loro rifiuto quelli che, spesso dolorosamente, si sono allontanati.<br />
Questa volta, a me pare, il chiamarsi fuori è particolarmente disgu-stoso perché gravissimo è quanto è accaduto. Non è un fatto “locale”, è un fatto d’importanza universale. Un intero Paese, a maggioranza cattolica, almeno nei censimenti, si dà, attraverso il suo parlamento, una legge, intrinsecamente ma con ogni evidenza, anticristiana. Dal 2 luglio 2009 l’Italia potrebbe mutare nome e chiamarsi Cainitalia perché è la legge dell’odio quella  che è stata approvata sotto il controllo governativo del voto di fiducia. Una vena di autentica crudeltà corre per i suoi articoli. Per farne qualche esempio. la puerpera clandestina la quale ricorra a una struttura pubblica sanitaria per partorire non potrà riconoscere anagraficamente il suo bambino (che potrà dunque esserle sottratto e dato in adozione, a questa ferocia neppure Hitler era arrivato!); l’entità delle multe che l’immigrato dovrebbe pagare è fuori dalle possibilità economiche di qualunque lavoratore “manuale”. Non devono arrivare nuovi stranieri e sarebbe bellissimo se anche gli altri se ne andassero o, nel caso rimanessero “ si decidessero a stare “al loro posto”. Benvenuto in Cainilandia, presidente Obama figlio di un nero; benvenuto presidente Sarkozy, figlio di immigrato… Il Bel Paese è dal 2 luglio 2009 una terra il cui popolo dichiara per legge che un milione di persone deve andarsene immediatamente o rendersi invisibile: comprese, perché il delitto di “clandestinità” riguarda non solo l’immigrazione ma anche il soggiorno, quelle badanti e colf che oggi integrano la vita di tante famiglie. Criminali anche loro: e non  conta che molte di loro e le loro datrici di lavoro stiano da tempo cercando una regolarizzazione. Criminali anche i profughi politici. Che c’entriamo noi, con le loro beghe? Clandestini. Le carceri del nostro paese, già in situazione di collasso, si trasformeranno rapidamente in un lager. Aumenterà il numero degli aborti. Si aprirà ben presto un conflitto con le forze dell’ordine, alle quali il governo nega basilari finanziamenti e le ronde degli aspiranti sceriffi, desiderosi di provare i loro muscoli e le loro mazze da baseball sui nuovi sottouomini.<br />
Un popolo che si dà leggi del genere cambia l’antropologia mondiale, tanto più  se era ricco di tradizioni di  civiltà e di realtà religiose. Il Papa è tedesco e forse non può cogliere in tutta la sua virulenza questa ideologia della paura, questa voglia di far del male a chi involontaria-mente ossessiona un’insicurezza che è, innanzi tutto, perdita di identità in un mondo in mutamento, questo antico simbolismo pre-cristiano per cui il forestiero è per definizione un nemico. Ma la Santa Sede, il Vaticano e – ahimé -  la Conferenza episcopale italiana non possono pensare di avere parlato  ai credenti  con chiarezza. La preoccupazione di nuocere a un governo amico, a un PdL definito dall’”Oservatore Romano” singolarmente adatto a difendere i valori cristiani, la stessa preoccupazione che ha soltanto bisbigliato la deprecazione ecclesiastica per i festini cavallereschi, anche stavolta è prevalsa sulla necessità della chiarezza. Come avvenne, purtroppo, per il fascismo e per il nazismo, il “Non ti è lecito!” del Battista e di Ambrogio, sembra eccessivo ai porporati benpensanti, i discorsi dei vertici ecclesiastici sono ancora una volta sussurri talmente vaghi che per risultare comprensibili bisogna studiarli a lungo. Potranno forse essere citati come alibi nel futuro. Nell’oggi, accanto al pianto dei respinti, appaiono mormorii timorosi di disturbare.<br />
(Ma è venuta domenica. Molti parroci, salendo all’altare, hanno preso impegno, davanti alla loro comunità (o addirittura insieme con la loro comunità) di violare la legge leghista tutte le volte che il Vangelo lo richieda. E noi?<br />
Ettore Masina<br />
Pax Christi, movimento internazionale cristiano per la pace, ha diffuso un  comunicato che mi sembra importante:<br />
<strong><small>IL RAZZISMO È ORMAI «A NORMA DI LEGGE»</small></strong><br />
«Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). La Parola di Cristo porta a compimento la logica della Scrittura dal Levitico 19,33-34 – «<strong>Tratterete lo straniero che risiede fra voi come colui che è nato fra voi; tu l&#8217;amerai come te stesso</strong>», al Deutoronomio 10,19 – «<strong>Amate lo straniero perché anche voi foste stranieri nel paese d&#8217;Egitto</strong>», alla Lettera agli Ebrei 13,2 – «<strong>Non dimenticate l&#8217;ospitalità, perché alcuni, pratican-dola, hanno ospitato senza saperlo degli angeli</strong>».<br />
<strong>Dolore e orrore</strong>. Il 2 luglio 2009 è stata votata una legge che rompe l&#8217;unità della famiglia umana e ne offende la dignità, prende piede l&#8217;idea che esistano esseri umani di seconda e terza categoria , un popolo di «nonpersone», di esseri umani, uomini e donne invisibili. É una perdita totale di senso morale e di sentimento dell&#8217;umano; questo accade, nel nostro paese che ha prodotto milioni di emigranti. La legge «porterà solo dolore», osserva Agostino Marchetto del Pontificio Consiglio dei Migranti.<br />
<strong>Il dolore nasce dall&#8217;orrore giuridico e civile del «reato di clandestinità», dall&#8217;idea del povero come delinquente e della povertà come reato. La legge votata non è solo contraria alla nostra Costituzione ma a tutta la civiltà del Diritto. Punisce una condizione di nascita, l&#8217;essere straniero, invece che la commissione di un reato. </strong>Dichiara reato una condizione anagrafica. Infermieri, domestiche, badanti, lavoratori (vittime spesso di morti nei cantieri) o persone in cerca di lavoro e di dignità diventano delinquenti. A questo punto, quanti stranieri frequenteranno un servizio sociale o si rivolgeranno, se vittime della &#8220;tratta&#8221;, ad associazioni volontarie o istituzionali, forze di Polizia comprese, oggi messe in un angolo dalla diffusione delle cosiddette &#8220;ronde&#8221;? Quanti stranieri andranno a far registrare una nascita, si presenteranno in ospedale per farsi curare? Quali gravi conseguenze questo potrà produrre sulla salute di tutti i cittadini è già stato evidenziato da moltissime associazioni di medici. <strong>Siamo il paese di Caino?</strong> Abbiamo una legge cattiva che ostacola i matrimoni, rompe l&#8217;unità delle famiglie. Si introduce il divieto per le donne straniere, in condizioni di irregolarità amministrativa, di riconoscere i figli da loro stesse generati che diverranno &#8220;figli di nessuno&#8221;, <strong>potranno essere sottratti alle madri e messi nelle mani dello Stato</strong>. Neanche il fascismo, hanno rilevato alcuni scrittori, si era spinto fino a questo punto. Infatti le leggi razziali del 1938 non privavano le madri ebree dei loro figli, né le costringevano all&#8217;aborto per evitare la confisca dei loro bambini da parte dello Stato. La legge è pericolosa perché accrescerà la clandestinità che dice di combattere, favorirà il &#8220;si salvi chi può&#8221;, darà spazio alla criminalità organizzata, aumentando l&#8217;insicurezza di tutti.<br />
<strong>Non c’è futuro senza solidarietà</strong>. La legge, tra l&#8217;altro, è inutilmente crudele, ricorda don Ciotti. Ci fa tornare ai tempi della discriminazione razziale. É una forma di accanimento contro i poveri anche se <strong>la povertà più grande, oggi, è la nostra</strong>: povertà di coraggio, di umanità, di capacità di scommettere sugli altri, di costruire insieme una sicurezza comune. La sicurezza basata sulla paura sta diventando un alibi per norme ingiuste e dannose, per scaricare il malessere di molti italiani sugli immigrati, capro espiatorio della crisi, bersaglio facile su cui sfoghiamo il tramonto di ogni etica condivisa e della testimonianza cristiana. La tutela della vita e della dignità umana va assunta nella sua interezza per tutti e in ogni momento dell&#8217;esistenza.<br />
«Non c&#8217;è futuro senza solidarietà» scrive il cardinal Tettamanzi. Non c&#8217;è sicurezza senza l&#8217;aiuto reciproco, senza l&#8217;esercizio dei diritti e dei doveri dentro un&#8217;azione comune per il bene comune.<br />
<strong>Costruire comunità e città conviviali</strong>. Benedetto XVI da tempo ci invita come comunità ecclesiale a diventare «casa ospitale per tutti, segno e strumento di comunione per l&#8217;intera famiglia umana». Per il Papa ogni comunità cristiana deve «aiutare la società civile a superare ogni possibile tentazione di razzismo, di intolleranza e di esclusione [...]. Solo nella reciproca accoglienza di tutti è possibile costruire un mondo segnato da autentica giustizia e pace vera» (Angelus 17 agosto 2008).<br />
Invitiamo, quindi, le comunità cristiane e tutti gli operatori di pace a mobilitarsi per costruire la pace nella vita quotidiana spesso prigioniera di solitudini, governata dalla paura e coinvolta in progetti tribali e autoritari.<br />
<strong>La gloria di Dio</strong>. Nessuno ci è straniero anche perché la distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi stessi e la nostra responsabilità di fronte a lui è quella che abbiamo verso la famiglia umana amata da Dio, verso di noi, pronti a testimoniare la profezia del Risorto che annuncia la pace. «Dio non fa preferenze di persone» (Atti 10,34, Romani 2,11 e 10,12; Galati 2,6 e 3,28; Efesini 6,9; 1 Corinti 12,13; Colossesi 3,11) poiché tutti gli uomini hanno la stessa dignità di creature a Sua immagine e somiglianza. Poiché sul volto di ogni uomo risplende qualcosa della gloria di Dio, la dignità di ogni uomo davanti a Dio sta a fondamento della dignità dell’uomo davanti agli altri uomini (Compendio della dottrina sociale n. 144).<br />
Questi nostri giorni sono difficili ed oscuri. É stata oscurata la gloria di Dio.</p>
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		<title>Secondo arriva il Papa</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Apr 2009 11:35:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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<p>1<br />
Il più geniale e reazionario degli intellettuali italiani, Leo Longanesi, scrisse nel 1948, se ricordo bene, un pamphlet intitolato “Ci salveranno le vecchie zie”. In quel dopoguerra fibrillante di vitalità nuove e di antichissimi vizi italiani, consolidati da vent’anni di fascismo, Longanesi guardava con orrore a certi suoi coetanei campioni di trasformismo politico, ai giovani che gli parevano sciocchi iconoclasti del passato, al femminismo che cominciava a tentare di farsi strada &#8211; e a questo rivolgimento di costumi e di sentimenti contrapponeva le “vecchie zie” della “buona” borghesia italiana. Egli le indicava come capisaldi di virtù familiari e civiche. Per lo più zitelle (spesso nostalgiche di antichi amori fantasticati), erano gli angeli custodi di molte case: assistevano vecchi e malati, governavano la servitù (se c’era), erano tenere con i nipotini, ferme con gli adolescenti, irremovibili con i giovani scapestrati, comprensive con gli innamo-rati;  abilissime a diminuire tensioni e ricomporre litigi; e infine, devotissime al Re, alla Patria e al Parroco, erano esempi di fedeltà alle autorità civili e religiose.<br />
Sarà perché sono vecchio, ma sempre più spesso ho anch’io, come Longanesi, la sensazione che il “mio” mondo sia entrato in una pericolosa fibrillazione. Parlo della Chiesa cattolica, la comunità che ho scelto come patria delle mie speranze, e dico che mi sembra vadano aprendosi in essa, continuamente, sotto questo pontificato, nuove ferite, e moltiplicandosi le silenziose e spesso amare diser-zioni di credenti. L’immagine, così suggestiva, della Chiesa come di una navicella che percorre intrepidamente l’oceano della storia, oggi pare scricchiolare, colpita non più  soltanto dall’odio di crudeli persecutori (penso all’India, all’Iraq, alla Cina…) ma anche dai devastanti marosi di ideologie talvolta contrastanti, ma, di fatto, concomitanti.  È perciò evidente, nei vertici vaticani, la sensazione di un’agonia del sacro, di una civiltà in cui la fede in Dio si ammanta di superstizioni o si offusca di relativismo, di una comunità cui un’inedita maturazione del valore della laicità sembra imprimere spinte centrifughe, di un Islam che appare tanto più forte quanto più l’antica prevalenza numerica dei cristiani va diminuendo a livello planetario. Ed è ormai evidente (e del resto confermato da sondaggi, per quel che valgono)  che fra i pronunziamenti della Gerarchia ecclesiastica e l’opinione pubblica dei “fedeli” si va creando un paradosso: tanto più gli insegnamenti e gli ammonimenti vengono moltiplicati ed estesi a ogni evento ed argomento, tanto più molti credenti li ascoltano distrattamente, quasi chiacchiere rituali o addirittura folkloristiche mentre i cosiddetti “lontani”, piuttosto che sentirsi chiamati a conversione si convincono sempre più che la Chiesa è una società sorpassata, incapace di fornire ai suoi fedeli una qualità di vita superiore a quella degli increduli.  (Per inciso:  in questo processo di banalizzazione, la televisione ha in Italia un ruolo nefasto. Invadendo ogni giorno i notiziari con  le attività e le allocuzioni, anche le meno importanti, di Benedetto XVI, finisce per mostrare che non sempre è possibile fornire pensieri originali, sentimenti vivi, capacità empatiche).<br />
In questa burrasca la navicella del Pescatore appare, sempre più spesso, ridotta a usare una bussola tarata dalla paura. In una situazione assai simile,  Kirke-gaard osava scrivere: “Ormai la nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che egli trasmette dal megafono del comandante non è più la rotta da seguire ma il menù di domani”. Non siamo a quello, oggi, grazie al Cielo, ma l’immagine è suggestiva. Non c’è dubbio che valgano per questi nostri tempi le parole che Urs von Balthasar, teologo caro  a Joseph Ratzinger, scriveva poco più di vent’anni fa: &#8220;Può accadere talvolta che le compagini delle istituzioni temporali si allentino; esse sono veramente temporali, il tempo le divora e le logora, molte cose arrug-giniscono, marciscono, devono essere sostituite; addentellati in apparenza solidi si staccano, lasciano intravedere la luce o anche il buio. Gli Atti degli apostoli si concludono con un naufragio, raccontato in modo diffuso e quasi divertito: il naufragio della nave di Paolo. Luca è perfettamente cosciente del simbolismo del suo racconto. [...] La situazione  è esattamente escatologica: la struttura come forma esterna va in frantumi, ci si può salvare solo guadagnando terra sui rottami&#8230;”.</p>
<p><span id="more-502"></span>2<br />
Un tremore spinge il papa e non pochi vescovi a indurire la loro predicazione e ad aggrapparsi al passato. Il Concilio cominciò con il rifiuto opposto da una larga maggioranza di vescovi all’idea avanzata dalla curia vaticana che due fossero le “fonti della Rivelazione”, quelle che dovrebbero guidare la vita della Chiesa: la Sacra Scrittura e la Tradizione cioè il corpus normativo e catechetico costruito dalla Gerarchia cattolica lungo i secoli. Questa equiparazione, che ovviamente celebrava il potere del Papa e dei suoi collaboratori,  fu, come s’è detto, respinta. Ma oggi (e mi meraviglio che i giornalisti “specializzati” non lo rilevino) Bene-detto XVI ripropone ogni giorno, appassionatamente, il valore della Tradizione, mentre accentua la sua propensione a un esercizio solitario della propria autorità; e tutto ciò  sa di nostalgia per l’epoca preconciliare, non per volontaria mancanza di lealtà all’assemblea ecumenica quanto per la formazione culturale ed ecclesiastica della persona. Lo studioso che non conosce l’uso del computer e che dice di avere tanti amici perché vengono a trovarlo reverenti pellegrinaggi di antichi condiscepoli, appare nel suo modo di vestire, di muoversi, di preferire la lettera dei canoni alla passione per l’uomo d’oggi e i drammi della storia, più vicino, dal  punto di vista psicologico e comportamentale, al gruppo dei “tradizionalisti” che alla “Chiesa dei poveri”. La sollecitudine pastorale per i lefebvriani, piuttosto che per i teologi della liberazione ridotti al silenzio o all’esodo, è significativa. Ha detto l’altro giorno, in una conferenza a Berlino, Navarro-Valls, l’ex portavoce vaticano: “L’immagine è il messaggio. Gli ultimi due Papi dimostrano che le idee vengono colte solo se visualizzate. Noi viviamo di immagini”. Incontrovertibile constatazione, ma terribile per chi, come me, non riesce a dimenticare l’immagine di un papa che  festeggia il suo compleanno in casa di Bush, il Carnefice di Guantanamo, Condottiero di guerre sanguinose scatenate sulla base di consapevoli menzogne…<br />
3<br />
Quanto ai vescovi che si vogliono più vicini al papa, che triste stillicidio di noti-zie! Quello brasiliano di Olinda e Recife, meticoloso distruttore delle realtà  pastorali e dello stile di governo del suo predecessore, il santo dom Helder Camara, dichiara scomunicati i medici che hanno salvato la vita a una bambina di nove anni, violentata e incinta di due gemelli; in Italia molti (cardinali e non) si esprimono con sconcertante brutalità nei confronti del caso Englaro, un altro, generale di corpo d’armata in pensione e arcivescovo di Cagliari, si fa portabandiera del Cavaliere in campagna elettorale. Del resto, l’Osservatore Romano plaude alla creazione del PDL che “propone valori cristiani, come quelli della famiglia”: definizione azzeccatissima se si pensa a quanti leader di quel “popolo” di famiglie ne hanno due o persino tre. Dove sono finite, in quegli ambienti, le “vecchie zie”?  E dove guardare, noi gente lontana dal potere, per sentirci confermati nel vangelo?<br />
4<br />
Ho incontrato per la prima volta la suora libanese Marie Keyrouz nelle pagine de “La sposa liberata” di Abraham B. Yehoshua. Il grande scrittore israeliano le cambia il nome e il convento, ma ne descrive l’origine e l’importanza: “La purezza della missione che il suo convento le ha assegnato: viaggiare durante il mese del Ramadan nelle zone oppresse della Terra Santa per rinsaldare con antichi canti liturgici bizantini lo spirito dei sempre più rari cristiani… Un’autentica potenza drammatica: di tanto in tanto la sua voce stentorea e sicura arriva a toccare un picco triste e lacerante… Sconvolge l’anima come la voce di una madre primordiale…”.<br />
Durante la quaresima, Suor Marie è venuta a Roma e Clotilde ed io siamo andati ad ascoltarla. È stata un’esperienza indimenticabile. Questa donna vestita dei goffi abiti che gli ecclesiastici maschilisti impongono alle monache arriva quasi correndo sulla pedana in cui la attende una piccola orchestra araba: un flauto, una cetra da tavolo, un tamburello.  È china in avanti, con l’andatura di una zitella, un po’ legnosa, che preferirebbe non essere qui. Non guarda e per tutto il concerto non guarderà mai la sala. Gli occhi sono rivolti al suolo o verso l’alto. Canta in arabo e in greco antico e non è possibile avere i testi dei suoi canti, tuttavia l’esperienza religiosa, mistica. che questa donna trasmette è sconvol-gente: è Maria di Nazareth che cerca di convincere l’angelo dell’annunciazione ad avere pietà di lei, è la vergine che partorisce nel gelo di una grotta, Maria di Magdala che va al sepolcro del Cristo, piangendo e lo   trova vuoto; è la donna che porta su di sé molti dolori del mondo e molte ingiustizie del mondo patriarcale. È Teresa d’Avila che trema nella febbre del mistero; di Edith Stein nell’inferno del lager, ed è la madre dei bambini sgozzati a Tell el-Zaatar, a Sabra, a Chatila, dei bambini bruciati a Gaza, la sorella delle donne afghane stuprate per legge. È la voce sl’Arabia del matriarcato tuaregh  e degli harem levantini, delle schiave nel Mali, delle bambine violentate nei tuguri delle immense bidonville della Terra, di quelle che muoiono nel Canale di Sicilia sotto i nostri occhi indifferenti.<br />
Questa cantatrice ci ammette per ordine dei superiori alla sua preghiera, ma capita in alcuni momenti di sentirci ai limiti del voyeurismo perché il dolore e l’implorazione che la animano raggiungono l’acme di un profondissimo rapporto d’amore…<br />
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Non sempre l’evangelizzazione ha bisogno di parole  ma sempre l’arte crea legami misteriosi… E mentre rabbrividendo ascoltavo Suor Marie, mi è capitato di  domandarmi quante altre suore potrebbero evangelizzarci, aggirando con la loro testimonianza la nostra pretesa che esse siano una specie di manovalanza nella costruzione della Chiesa. Per secoli queste nostre sorelle sono state considerate non soltanto dai vescovi ma anche da noi come cristiane di seconda classe, talvolta crudelmente recluse, più spesso legate a una miserevole condi-zione sociale. Ho fra i miei ricordi due esperienze cui mi accade di ripensare spesso. La prima: alla fine del Concilio riuscii a intervistare (allora era ben più difficile di oggi) i cardinali italiani che presiedevano grandi diocesi: Milano, Firenze, Napoli, Bologna… Quello di Genova mi diede appuntamento nella casa madre di una congregazione di cui era “protettore”. Vi trovai (era a Roma, a pochi passi dal Vaticano) suore divise in due categorie, diverse nell’abito e nelle attività: le povere erano in pratica le cameriere di quelle che avevano versato al monastero una “dote” in moneta. La seconda esperienza è per me di grandissima risonanza nonostante siano passati tanti anni. Ero in Valtellina per un’inchiesta sui grandi tubercolosari che vi funzionavano allora; mi raggiunse un messaggio di un prete che era anche un fine intellettuale. Don Alessandro Pronzato era cappellano in un vecchio sanatorio acquistato dalle religiose italiane, dopo che un’indagine aveva rivelato che in molti monasteri di clausura la tbc, favorita dalle pessime condizioni ambientali, falcidiava gran numero di monache. Don Pronzato mi chiedeva di andare a raccontare qualcosa del mio lavoro alle degenti alle quali egli cercava di donare qualche informazione su un mondo che esse ormai conoscevano (o sembrava) soltanto da lontano. A quell’epoca avevo appena fondato un’associazione di solidarietà internazionale (la Rete Radiè Resch) che si occupava dei profughi palestinesi della guerra del 1948.   Fui ascoltato con toccante attenzione e mi fu chiesto di mandare anche al sanatorio le lettere con le quali informavo gli amici delle attività del nostro lavoro. Nel 1973 decidemmo di appoggiare la costituzione del Secondo Tribunale Russell contro la ferocia delle dittature latino-americane. In una mia circolare lamentavo la scarsità dei fondi raccolti. Subito mi arrivò un assegno dalle piccole sorelle del tubercolosario: erano riuscite a convincere l’amministratrice a ridurre per un mese la loro dieta. Vidi allora gli occhi dell’ideatore del Tribunale, Lelio Basso, grande socialista e agnostico, riempirsi di lacrime di commozione.<br />
Da allora ho sempre osservato con interesse la testimonianza delle suore. Ne ho trovate alcune che somigliano ancora a certe religiose del passato (innamorate del Primario o serve devote del Parroco, arrendevoli ai consigli elettorali dei vescovi e via dicendo: davvero “vecchie zie” ferme al catechismo di Pio X); ma più spesso dopo il Concilio ne ho incontrate tante e tante altre in luoghi e situazioni in cui gli uomini coraggiosi tremavano: nelle città assediate del Sud Sudan e sulle frontiere di Evola, il male terribile dell’Africa più  misera; nei vicariati della Carità costantemente minacciati dai generali, nell’elenco dei desaparecidos perché troppo vicine alle Madres e alle Abuelas de la Plaza de Mayo. Riaprivano nel Salvador chiese in cui il parroco era stato ucciso e i catechisti orrendamente torturati dalle truppe d’èlite;   morivano (e ancora  muoiono) assassinate perché vivono con gli indios espropriati dalle proprie terre o i campesinos che una terra non l’hanno mai avuta. Mi guardo intorno o penetro in Internet e le trovo al lavoro fra gli emigranti e nei congressi di teologia, maestre in villaggi sperduti sulle ande o presenze evangeliche accanto ai giostrai sinti nei luna park europei, raramente inceppate dal moralismo; preda di banditi e di estremisti. Le guardo e penso che a confermarmi nella fede sono loro e le loro sorelle di clausura che pregano per tanti di noi che riusciamo a pregare solo raramente. Vivo la mia quaresima, quest’oggi, pensando che a scoprire il sepolcro vuoto furono le donne, il papa arrivò dopo di loro.</p>
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