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	<title>agli incroci dei venti &#187; Punto rosa</title>
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		<title>Un  assalto umano disumanizzato</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 17:45:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous Non c’è giorno che non venga scandito da un assalto umano disumanizzato, perpetrato nei riguardi delle donne, nei confronti di un bambino,  di una giovanissima. Il branco è nell’ombra, predisposto a un’opera demolitrice, a violare la realtà dell’altro, sconvolgendone l’equilibrio e compromettendone  il benessere, un’azione infame nel più profondo del termine, dove [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Andraous</p>
<p>Non c’è giorno che non venga scandito da un assalto umano disumanizzato, perpetrato nei riguardi delle donne, nei confronti di un bambino,  di una giovanissima.<br />
Il branco è nell’ombra, predisposto a un’opera demolitrice, a violare la realtà dell’altro, sconvolgendone l’equilibrio e compromettendone  il benessere, un’azione infame nel più profondo del termine, dove non c’è lessico che tenga per definirne il raccapriccio.<br />
<span id="more-496"></span><br />
Ciò che deve scuotere le coscienze è l’infamia che non consente giustificazioni, né ansia da contagio, ma promuove una linea comportamentale priva di black-out ideologici: infatti con le ideologie stendiamo ipocrisie e false aspettative, non cogliamo le urgenze né le insopprimibili necessità-priorità, a riconferma che donne, bambini e anziani non si toccano, non si debbono toccare, non bisogna permettere che ciò accada.<br />
Il branco si fa beffe della bellezza, della fragilità, entra a gamba tesa dove l’innocenza e la stessa femminilità regalano al mondo il piacere dell’esistenza, e all’esistenza il miracolo del futuro che nasce e cresce, perché custodisce il segreto dell’amore più grande.<br />
Sociologi, pedagogisti, psicologi, preoccupati per le dimensioni crescenti di questo  fenomeno, nella torsione in cui  costringe l’attualità, che somiglia sempre più a un’apnea soffocante, tant’è che ognuno esplicita ragioni diverse  per spiegarne l’exploit.<br />
Si coglie il male, lo si traveste di bugie, lo si affascina con il dolore dell’altro, per colmare i propri vuoti e le proprie assenze, che diventano patologie.<br />
Non c’è ritocco al corredo del codice genetico umano, una eventualità del genere non è possibile nel breve passo che intercorre tra una generazione e l’altra, allora come è possibile che a ogni pagina appare la notizia di uno stupro, di una violenza da poco commessa, ciò non solo nelle strade, nei vicoli ciechi, nelle campagne buie, ma nelle famiglie, dove dovrebbe prevalere il principio dell’amore, dei vincoli affettivi, nella continuità del vivere insieme. Eppure proprio all’interno del nucleo famigliare, vicino al focolare passa sotto silenzio questa pratica infame, proprio lì, ognuno assume il ruolo parossistico di teatrante, recita la parte di chi nega, di chi non vede, di chi occulta e passa avanti agli abusi che non hanno fine.<br />
In questa ferita c’è l’esperienza intera del dolore, dell’amore frustrato, un modello che si tramanda senza che alcuno intervenga a porre un freno, eppure come ha detto qualcuno “ i ragazzi violenti del futuro sono ora dei bambini “, proprio quelli afferrati come oggetti e spogliati di ogni emozione.<br />
Occorre ritrovare un senso comune non più rinviabile, non sono più sufficienti le notizie, il bombardamento mediatico, forse è arrivata l’ora di un ripensamento culturale che sia sinonimo di coinvolgimento, nel discuterne e  rifletterne insieme, non solo per preservare le menti giovani dalla violenza che non risparmia alcuno, ma per coltivare in chi cresce un senso critico sano e attento ai valori della vita, quella di tutti, soprattutto delle donne, dei bambini, degli anziani, CHE NON SI DEBBONO TOCCARE MAI.</p>
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		<title>Come gli aironi</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Mar 2009 16:39:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[di Laura Montanari Erano ormai quattro mesi e più che Mirca raccomandava alle allieve del corso mattutino di yoga, donne mature dai cinquanta in su, di sgusciar fuori dal peso del corpo, di deporre a terra le fatiche del vivere quotidiano, per librarsi leggere verso il cielo, lasciando i freni della mente, innestando l’energia del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Laura Montanari</p>
<p>Erano ormai quattro mesi e più che Mirca raccomandava alle allieve del corso mattutino di yoga, donne mature dai cinquanta in su, di sgusciar fuori dal peso del corpo, di deporre a terra le fatiche del vivere quotidiano, per librarsi leggere verso il cielo, lasciando i freni della mente, innestando l’energia del respiro.<br />
<em>Lievi come piume, eleganti come farfalle, morbide come brezze marine, come</em>&#8230; Le immagini erano sempre diverse, secondo la momentanea ispirazione, ma tutte evocavano leggerezza, serena vitalità, volevano sollecitare le allieve a  <em>prendere il volo</em>, una buona volta!<br />
<span id="more-489"></span>E finalmente, inaspettatamente, quella mattina, una mattina di metà febbraio dal cielo azzurro cobalto, dopo la strigliata notturna di una pioggia gelida mista a neve, qualcosa successe. Un incantesimo, una magia.<br />
Le sue donne ne furono protagoniste. A lei, la regista, toccò la parte di stare alla finestra a guardare, sconvolta dalla sorpresa.</p>
<p>Le sue donne Mirca ormai le conosceva bene, osservandole attentamente settimana dopo settimana, passando con le sue piccole mani ferree a toccare qua e là i loro corpi, raccogliendo da una o dall’altra uno sfogo, una confidenza, e quasi disperava di poterle aiutare a vincere le resistenze del pensiero, ad ascoltare in profondo i legittimi bisogni del corpo, a regalarsi il benessere dell’armonia di corpo, spirito, mente.<br />
Sorrideva spesso, durante le lezioni, mentre registrava con impercettibili ricognizioni d’occhi, la fatica di <em>lasciar sciolte </em>le spalle, lo sforzo di  <em>tener forte </em>la pancia e chiuse le <em>costole fluttuanti</em>, le espressioni contratte dei volti nell’aprire con vigore i <em>canali energetici</em>&#8230; Linguaggio nuovo, esercizi inusuali, resistenza fisica e mentale, Mirca ne era consapevole, di donne educate soprattutto alla ragionevolezza, all’uso della mente, per tener testa al dominante maschilismo, per sostenere il carico di anni di responsabilità nel controllo di casa, famiglia, lavoro. Perciò non si stancava di ripetere stimolanti appelli settimanali a quelle sei donne, che sentiva ormai amiche.<br />
Quella mattina Mirca era soddisfatta, coglieva segni di liberazione nell’avvitamento sinuoso delle braccia delle sue allieve, nel volto finalmente disteso di Lidia, nel respiro fluido di Laura, nell’inarcarsi elegante della schiena di Elena, nella facilità di quel tendersi verso l’alto&#8230;La musica in sottofondo suggeriva levitazione.</p>
<p>All’improvviso le vide spiccare il volo, disporsi lentamente a stormo, attraversare la finestra, e volare verso l’azzurro cobalto del cielo. Davanti Laura, Marina, Lidia, dietro Elena e Cristiana, infine Lauretta. Volavano dispiegando le braccia come ali, con lieve maestà, tese le gambe fino ai piedi, a zampe d’uccello. Come aironi in volo, alte e distanti sul dolore della madre in ospedale, sui crucci del marito depresso, sulla figlia in cerca di lavoro, sui nipotini ammalati&#8230;in un viaggio sereno, leggero.<br />
Mirca, alla finestra, aveva gli occhi lucidi d’emozione. Quella mattina aveva insistito: “Su, su!&#8230; leggere ed eleganti, come gli aironi di valle in volo</p>
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		<title>Una mattina in classe, a parlare di stupro</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Mar 2009 20:10:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Punto rosa]]></category>
		<category><![CDATA[giovanilismo]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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		<category><![CDATA[violenza sulle donne]]></category>

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		<description><![CDATA[di Monica Lanfranco &#8220;Cosa si può fare quando chi ha potere abusa di chi non ne ha? Almeno farsi avanti, e gridare forte la verità. Farsi avanti per se stessi, farsi avanti per gli amici, farsi avanti anche se si è da soli&#8221;. E’ uno dei passaggi più significativi di North country – storia di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="Monica Lanfranco" href="http://www.monicalanfranco.it/">Monica Lanfranco</a></p>
<p>&#8220;Cosa si può fare quando chi ha potere abusa di chi non ne ha? Almeno farsi avanti, e gridare forte la verità. Farsi avanti per se stessi, farsi avanti per gli amici, farsi avanti anche se si è da soli&#8221;. E’ uno dei passaggi più significativi di North country – storia di Josie, film fortemente voluto dall’attrice Charlize Theron che interpreta la parte della prima donna che fece causa negli Stati Uniti per molestie sessuali alla miniera dove lavorava, creando così un precedente per l’introduzione nell’ordinamento nordamericano delle class action, (le azioni di categoria) incentrate sui diritti sessuati.<br />
<span id="more-487"></span><br />
I fatti sono del 1989, ma ciò che il film racconta è cronaca di oggi: il sessismo in un microcosmo lavorativo tutto maschile, i pregiudizi nei confronti di una giovane madre single, la diffidenza e la mancanza di solidarietà da parte dei colleghi, e soprattutto delle colleghe, la solitudine di chi per prima alza la voce nei confronti di abusi che non sono riconosciuti come tali.</p>
<p>La protagonista ha anche un figlio adolescente, avuto in seguito ad uno stupro da parte di un insegnante, quando era appena sedicenne, e come di consueto c’è chi avanza il dubbio che lei se la sia cercata. L’avvocato, che si chiede come ci si possa difendere dagli abusi dice in modo diverso quello che la womanist femminista nera Alice Walker scrisse a proposito della condizione delle afroamericane ne Il colore viola: ”Le persone spesso cedono il loro potere pensando di non averne affatto”.</p>
<p>E’ proprio questa la sensazione che lasciano i due incontri, che fanno parte di un percorso più ampio di formazione sulla differenza di genere in alcune scuole genovesi, finanziato nell’ambito del progetto Rigenera. <strong>Che molti giovani non sappiano il potere che hanno</strong>, che non siano stati formati ed educati alla possibilità di fare scelte, e che le uniche strade per dirsi siano quelle più facili, violente e di superficie.</p>
<p>Una delle scuole del progetto è il Bergese, Istituto Professionale per i Servizi Alberghieri e Turistici, circa 700 giovani lo frequentano nella popolosa delegazione di Sestri Ponente. La scuola è attivissima, ero già stata lì per l’esame finale delle ultime classi, che nel caso dell’alberghiero è una cena completa, un’occasione speciale ed emozionante nella quale tutte le future e i futuri maturandi si cimentano in sala con l’armamentario che sarà il loro futuro lavoro: il servizio, l’abbigliamento e la postura, la cucina, l’attenzione verso i commensali. Il progetto Rigenera prevede incontri con alcune classi, e la scelta è quella di servirsi di un film da vedere insieme per entrare direttamente nel tema della violenza maschile contro le donne, per provocare reazioni e dibattito tra ragazze e ragazzi.</p>
<p><strong>Così come in altre scuole salta subito all’occhio che non ce la fanno a stare fermi e attenti per più di pochi minuti</strong>: il fatto di non separarsi mai né dal cellulare né dall’ipod, e l’essere abituati alle interruzioni in tv sembra avere indotto una mutazione antropologica rispetto alle generazioni precedenti. Molti insegnanti mi confermano che la percentuali di disturbi dell’attenzione è altissima.</p>
<p>Con le quarte (sono circa una sessantina) la scintilla scocca ancora prima del film: quando cito le cifre sulla violenza e le molestie in Italia e nel mondo un ragazzo salta su come una molla: ”Va bene parlare di stupro, però le ragazze a volte esagerano. Non mi va bene che se, per esempio, io bevo un po’ una sera, incontro una anche bevuta, e poi dopo succede qualcosa, al mattino lei venga fuori con la storia che l’ho stuprata.” Ci siamo. Una ragazza, seguita da altre, risponde arrabbiata al compagno: il fatto di avere alzato il gomito non giustifica il saltare addosso ad una ragazza, perché un ragazzo è più forte fisicamente e può imporsi. Butto lì anche la questione dell’abbigliamento: essere provocanti e svestite è un’attenuante per il violentatore? Su questo si dividono quasi nettamente: le ragazze rivendicano il fatto di potersi vestire come vogliono, (tranne una minoranza che sostiene che se ti metti troppo in vista te la vai a cercare, e si prendono un lieve applauso da parte di un gruppetto di maschi), mentre i ragazzi, tranne uno, si descrivono come ‘più animali’ delle femmine, e quindi incapaci di trattenersi. La deriva parte da qui, <strong>dalla convinzione che comunque esista una ‘naturale’ predisposizione del maschio all’incontinenza istintuale</strong>: hanno solo sedici, diciassette, anni e già sono certi che maschile sia sinonimo di pulsione sessuale selvaggia. Attenzione: quando passo all’ovvia conclusione, che cioè stanno dicendo che tutti gli uomini sono potenziali violentatori, ecco che non ci stanno. Nonostante le cifre che ho fornito siano lì, scritte su un grande foglio bianco, e inchiodino gli uomini italiani in grande maggioranza su quelli stranieri, (e gli uomini della cerchia familiare più di quelli sconosciuti) come autori abituali degli abusi scatta la ribellione. No, non è vero: gli stupratori sono gli altri. Rumeni, albanesi, di certo non gli italiani, non quelli ‘come loro’ sono i veri violenti. Dopo il film, che dice con chiarezza che sulla violenza contro le donne c’è spesso una tacita connivenza della comunità, scatta in classe la difesa del territorio. Ecco le motivazioni: intanto il film è ‘vecchio’ (la vicenda è del 1989, il film è stato girato nel 2005). Poi la violenza che racconta è esagerata, e ora non è più così, le donne lavorano dappertutto, non c’è più discriminazione. “Lo sa cosa ci vuole per rimettere le cose a posto? &#8211; dice a voce alta uno dei ragazzi più chiacchieroni, la faccia pulita e infantile. &#8211; Più armi, pena di morte e castrazione, ma non quella chimica, quella fisica, magari in piazza, così, per dare l’esempio”. <strong>La matassa è intricatissima</strong>: stupro, sicurezza, razzismo, violenza generale, paura, odio, impotenza si intrecciano, in un mix reso ancora più micidiale dall’assenza di informazione e di approssimazione mediatica.</p>
<p>Il giorno dopo ci sono le quinte. Anche qui la prima reazione è di difesa: nel film si parla di Stati uniti, c’è la miniera di mezzo, certo che non è un posto da donne, e comunque ora tutto è tranquillo nel mondo del lavoro. Quando accenno al fatto che oggi, in Italia, ci sono aziende che fanno firmare alle giovani donne dichiarazioni nelle quali loro si impegnano a non restare incinte pena il licenziamento si ammutoliscono, così come cala il silenzio quando snocciolo i numeri della violenza in famiglia.</p>
<p>L’impressione è che, se si riesce a fare fermare quel tanto che basta la loro attenzione sulla materialità e concretezza dell’argomento, se il parlare delle relazioni tra uomini e donne passa dalla lontana teoria alla pratica dei loro rapporti, dei loro corpi, allora la musica cambia. Una ragazza con grande coraggio racconta che un fidanzato la riempiva di lividi, e che per molto tempo, dopo la rottura lui l’ha perseguitata. La reazione dei compagni è quasi unanime: quello non era normale. Però, grattando sotto la superficie, ecco che riemerge l’adagio dell’animalità maschile: in fondo bisogna capire che i maschi sono più reattivi, e quindi uno schiaffo ci può stare, la gelosia è brutta ma è anche sintomo di attaccamento, l’amore non è bello se non è litigarello, le donne dicono spesso no con la bocca ma in fondo un po’ bisogna forzarle. Hanno diciotto, vent’anni ma esprimono concetti analoghi a quelli dei loro nonni.</p>
<p><strong>E’ un antico, raggelante ritornello</strong>: le donne sono una fortezza da espugnare, gli uomini degli arieti che a testa bassa partono e non si possono fermare. Del resto se la loro formazione ai sentimenti e alla sessualità resta dominata dalla televisione della De Filippi e dai telefilm perché stupirsi? Almeno questa scuola sta provando a intercettarli, ma quante sono le scuole in Italia dove questo accade?</p>
<p><a title="mareaonline.it" href="http://www.mareaonline.it">www.mareaonline.it</a></p>
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		<title>Due donne un giardino e infiniti muri</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Dec 2008 12:38:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Arti visive]]></category>
		<category><![CDATA[Punto rosa]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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		<description><![CDATA[di Chiara Palmisani Diverse nei costumi e gli stili di vita, una indossa il velo e trascorre il suo tempo occupandosi del suo frutteto di limoni, l’altra indossa abiti occidentali e passa le giornate ad arredare la sua nuova casa e a pianificare una festa d’inaugurazione. Proprio il posto dove sorge questa casa fa sì [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="il paese delle donne" href="http://www.womenews.net/spip3/spip.php?auteur737">Chiara Palmisani</a></p>
<p>Diverse nei costumi e gli stili di vita, una indossa il velo e trascorre il suo tempo occupandosi del suo frutteto di limoni, l’altra indossa abiti occidentali e passa le giornate ad arredare la sua nuova casa e a pianificare una festa d’inaugurazione. Proprio il posto dove sorge questa casa fa sì che le esistenze delle due donne si sfiorino e non solo. Infatti, la casa di Mira e del marito è proprio al confine con la Cisgiordania e precisamente con il giardino di limoni di Salma. I servizi segreti decidono che tutti gli alberi di limoni del giardino debbano essere abbattuti, per la sicurezza e l’incolumità del Ministro della Difesa israeliano. <strong>Basta un ordine per cancellare in un lampo l’unica fonte di sostentamento e la principale ragione di vita di una donna palestinese.</strong><br />
<span id="more-440"></span><br />
La battaglia legale che Salma intraprende per impedire alle autorità israeliane di abbattere i suoi limoni rivela tutto il suo coraggio e la sua risolutezza. Salma è una donna dotata di grande forza d’animo e volontà di autodeterminazione. I suoi gesti, i suoi occhi e i suoi silenzi dicono molto di più di tante parole. Una donna contro l’esercito israeliano, <strong>una donna che ha solo la sua terra per cui lottare</strong>, il posto dei suoi ricordi di bambina, luogo di inestimabile valore simbolico e affettivo. Il giardino è l’unico luogo su cui Salma può esercitare la sua autorità e derubarla di quegli alberi di limoni non rappresenta per lei solo un danno economico, ma <strong>una violazione della sua libertà</strong>.</p>
<p>La moglie del Ministro della difesa israeliano, coglie l’importanza della battaglia di Salma e in cuor suo solidarizza con lei. Anche lei, anche se dall’altra parte del giardino di limoni, in una posizione di apparente privilegio, è vittima in realtà di un sistema politico decisionale maschile, soggiogata dal suo <strong>ruolo di moglie di un uomo importante assente</strong> e freddo, controllata a vista da bodyguard, che prendono ordini solo dal marito e non dal lei, che è pur sempre una donna. Una donna occidentale, <strong>apparentemente più emancipata</strong> e più fortunata per estrazione economica ma che è in una <strong>condizione esistenziale tendenzialmente speculare</strong> a quella della protagonista palestinese. Piano piano le due donde iniziano a empatizzare. La battaglia di Salma darà a Mira la capacità dire “no” a una condizione di infelicità e solitudine, da cui prima di allora non era stata in grado di uscire.</p>
<p>Il film, presentato all’ultimo Festival del Cinema di Torino e <strong>vincitore del premio del pubblico all’ultimo Festival di Berlino</strong>, mette in scena il dramma del conflitto tra Israele e Palestina, attraverso la storia di una donna che cerca di arginare l’occupazione delle sue proprietà da parte degli invasori e di una donna israliana che dall’altra impara cosa significa lottare per ciò che si vuole per la propria vita. Queste due donne si muovono <strong>in un mondo fatto di uomini</strong>, soldati israeliani o dotti palestinesi, che cercano di impedire loro di scegliere cosa sia il bene o il male per se stesse. Di uomini che decidono et imperano, costruiscono muri e recinti reali o simbolici attorno alle “loro” donne e innalzano barriere tra i popoli come unica possibilità di risoluzione dei conflitti.</p>
<p>Salma si oppone a suo modo a questo sistema fondato solo sulla prepotenza e l’autoritarismo ed esprime la sua autoderminazione scegliendo lei stessa <strong>quando indossare o non indossare il velo</strong>. In alcuni momenti del film decide di non averne bisogno perché non vuole mettere un filtro tra lei e gli altri; in altre scene invece indossa il velo e lo annoda con decisione sotto al mento perché vuole mostrare la sua distanza e la sua impermeabilità dinnanzi a determinati contesti. E’ lo strumento con cui decide di accorciare o riaffermare le distanze tra se stessa e gli altri.</p>
<p><strong>Tutto il film, è una continua abolizione vs costruzione di barriere</strong>, creazione vs diminuzione delle distanze. Un esempio è l’innalzamento di un altissimo muro al confine tra la proprietà di Salma e la casa del Ministro israeliano, ormai rimasto solo. Un muro immenso, un grigio desolante al posto del verde e del giallo che dominavano il bel giardino di limoni. L’uomo è muto e solo davanti al suo muro. Ma il silenzio del suo autismo è assordante. A lato di quest’innalzamento di barriere un altro muro è però stato demolito. La stretta di mano tra Mira e Salma è la rottura massima di qualsiasi barriera tra le due civiltà che esse rappresentano. <strong>La stretta di mano tra due donne che provengono da due mondi profondamente antagonisti</strong>. La speranza di un dialogo tra due popoli storicamente in lotta</p>
<p><small><a title="il paese delle donne" href="http://www.womenews.net/">il paese delle donne, 28 dicembre 2008</a></small></p>
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		<title>Donne e tecnologie: superiamo gli stereotipi!</title>
		<link>http://www.agliincrocideiventi.it/2008/donne-e-tecnologie-superiamo-gli-stereotipi/</link>
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		<pubDate>Tue, 28 Oct 2008 18:30:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Punto rosa]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michela Balocchi L’8 settembre si è tenuta a Milano la conferenza Women&#38;Technologies: research and innovation realizzata nell’ambito dell’IFIP WCC World Computer Congress (www.wcc2008.org). La giornata aveva lo scopo di fare il punto sulla presenza delle donne nel mondo della scienza e delle nuove tecnologie, sui loro contributi all’innovazione, alla creazione e produzione di ICT, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Michela Balocchi</p>
<p>L’8 settembre si è tenuta a Milano la conferenza Women&amp;Technologies: research and innovation realizzata nell’ambito dell’IFIP WCC World Computer Congress (www.wcc2008.org). La giornata aveva lo scopo di fare il punto sulla presenza delle donne nel mondo della scienza e delle nuove tecnologie, sui loro contributi all’innovazione, alla creazione e produzione di ICT, sui passi avanti fatti nel superamento degli stereotipi di genere in questo ambito, e sulle buone pratiche di avvicinamento delle giovani alle nuove tecnologie attraverso un confronto a livello internazionale.</p>
<p>I temi trattati sono stati “Donne e ICT in Europa”, “Art and affective computing”, “Interazione e dialogo nelle Comunità sul Web del futuro”, “Innovazione nelle imprese e nelle istituzioni” (www.womentech.info). L’approccio alle nuove tecnologie &#8211; insieme alla risoluzione dei problemi di genere connessi al loro uso, creazione e produzione &#8211; è stato generalmente un approccio olistico e multidiscipliare, attraverso cui si è sottolineata la necessità di considerare gli aspetti sociologici della scienza così come il fatto che essa stessa <strong>è un prodotto umano e non neutro al genere.</strong></p>
<p>È stato tratteggiato un breve quadro sull’ancora scarsa presenza di giovani studentesse nelle discipline tecnico-scientifiche in Italia e sulla <strong>forte asimmetria di genere</strong> presente al loro interno tra i diversi corsi: per esempio ad ingegneria, una facoltà in cui la presenza di ragazze è molto bassa, si passa dal 40% di donne nell’area bio-medica ad appena il 4% in quella meccanica (dati relativi al 2005, Badaloni). Le relatrici, che non si sono soffermate sugli effetti (pur determinanti) della socializzazione primaria e secondaria sulle scelte educative, hanno posto l’attenzione sui processi di selezione delle donne una volta inserite nei luoghi di ricerca e di lavoro: coloro che controllano l’accesso alle carriere sono prevalentemente maschi, i meccanismi di omofilia, soprattutto ai livelli alti di carriera, rimangono molto forti. Si sente la necessità di portare un’ottica di genere nei contesti decisionali e di <strong>aprire spazi alle donne per porre fine allo spreco di risorse, talenti e intelligenze femminili</strong> in questo paese. Da più parti viene sottolineata l’esigenza di un maggior equilibrio tra vita privata e lavoro, e per questo è necessario un maggior intervento mirato da parte dello Stato in collaborazione con il mondo del lavoro: si parla, per esempio, di “servizi universali” per l’infanzia (Badaloni e Locatelli), che siano presenti in ogni parte del mondo perché fare ricerca significa anche essere disponibili ad un’alta mobilità, ma la cura dei familiari ostacola la mobilità delle donne, data la persistente disparità di genere nella divisione del lavoro familiare anche tra le coppie più istruite.</p>
<p>Una recente ricerca di Bencivenga sulle donne adulte che non usano o usano poco il computer solleva il problema dell’auto-svalutazione da parte delle donne e dell’immagine che spesso hanno e danno di sé, che riflette gli stereotipi antifemminili correnti secondo cui le donne sarebbero, tra le altre cose, “naturalmente” lontane dalla tecnologia e dalla scienza. Emerge fortemente la necessità di rendere scienza e tecnologia interessanti soprattutto per le giovani e giovanissime (Pollitzer). Un modo è anche quello di <strong>trovare modelli di ruolo potenti cui poter fare riferimento in campo scientifico</strong>, innanzitutto togliendo dall’invisibilità le donne che hanno contribuito e contribuiscono ai progressi della scienza. Dal lato delle adulte, invece, è importante anche il ruolo svolto dalle figlie nell’insegnare l’uso delle nuove tecnologie alle proprie madri (Bencivenga).</p>
<p>Nella sezione pomeridiana “Art and Affective Computing: Interaction and Dialogues in Communities on the Future Web” (concomitante alla sezione “Innovation in Enterprises and Institutions”), si è parlato della rete come del più grande spazio pubblico che si sia mai conosciuto fino ad oggi, con le potenzialità e i rischi a ciò connessi (Cortiana): la rete fornisce enormi possibilità di estensione delle relazioni sociali, di allargamento, arricchimento e condivisone della conoscenza, ma a questo si collegano anche problemi di inclusione e di ineguaglianze nel suo uso e nell’accesso così come la necessità di stabilire regole chiare, una sorta di <strong>Bill of Rights di Internet</strong>.</p>
<p>A proposito di inclusione, De Cindio si è soffermata sul <strong>diritto di cittadinanza in rete</strong>, (e)-citizenship, per le donne, e sulla necessità di creare strumenti adeguati per l’allargamento della e-participation e anche della e-deliberation, cui guarda con generale ottimismo nonostante i risultati non così lusinghieri di molte delle sperimentazioni italiane di questo tipo. I dati da lei riportati sulla partecipazione dei cittadini ad alcuni siti civici della Lombardia mostrano una ancora bassa partecipazione, soprattutto laddove la pubblica amministrazione ha meno concretamente investito nei progetti, e una ancor più scarsa partecipazione delle donne: il 20% sul totale nella sperimentazione della rete civica di Mantova, il 30% a Vigevano e a Milano, il 16% a Brescia (su un totale rispettivamente di 78, 120, 2130 e 137 partecipanti). Dalle prospettive top-down alle potenzialità delle net community e del web 2.0. Bonomo si interroga sulle caratteristiche delle communities on line, sul loro funzionamento, sugli incentivi (per lo più non monetari) su cui si basano (sentirsi efficaci, ottenere riconoscimento e reciprocità), e sulle caratteristiche dei leaders delle comunità. Si domanda perché tra i leaders prevalgano ancora gli uomini anche in una comunità spazio dell’auto-imprenditorialità come quella di e-bay, in cui le barriere all’accesso (a parte quelle strutturali) sono molto basse, e in cui tra i primi contributors più della metà sono donne (il 56%), e dove, però, i primi 10 venditori rimangono uomini. Si ricorda qui <strong>l’importanza della socializzazione all’uso della rete come strumento ludico</strong> fin dalla giovane età, ma anche dell’importanza ricoperta dai “giochi di ruolo” che funzionano da laboratorio per sviluppare capacità di leadership e che sono giochi ancora svolti per lo più da giovani maschi (l’85% sul totale) intorno ai 27 anni, che vi dedicano una media di ben 22 ore alla settimana.</p>
<p>Interessante anche l’intervento di Lisetti che presenta alcuni suoi studi sull’affecting computing (filone che ha avuto molte donne pioniere dagli anni ’90 in poi) e le diverse possibilità di applicazione pratica: non solo le espressioni negli avatar, ma anche l’emotion recognition per riconoscere le emozioni nei volti di piloti d’aereo, astronauti, sommozzatori, così come le attrezzature tecnologiche per monitorare i pazienti reduci di guerra che si trovano lontani dai centri medici e per stabilire una efficace comunicazione paziente-medico in contesti difficili.</p>
<p>La giornata di convegno è stata anche l’occasione per assegnare il premio <strong>Le Tecnovisionarie® 2008</strong>, che ha visto vincitrice Fiorella Operto per il suo impegno volto a combattere le disuguaglianze di genere coinvolgendo giovani donne nella scienza e nella tecnologia, in particolare nel campo della robotica, per esempio rafforzando l’autostima delle ragazze nelle loro capacità tecniche, e creando robot con programmi capaci di catturare l’interesse femminile che è raramente orientato all’offerta tipica del mercato di robotica quasi esclusivamente focalizzato su macchinari da guerra e giochi da combattimento. E l’esperienza insegna che corsi che tengano conto di interessi “altri” e differenti da quelli tradizionalmente dominanti hanno un valore aggiunto non solo in termini di inclusione di chi si ritrova solitamente escluso, ma anche in termini di mantenimento dell’interesse di chi è già ben inserito. La robotica è una tra le discipline maggiormente dominate dalla presenza (azione e impostazione) maschile tradizionale.</p>
<p>Le menti creative di donne e uomini, però, se libere di esprimersi, possono <strong>superare certi condizionamenti e barriere ideologiche</strong>: diventa allora fondamentale trovare più spazi di accesso per le giovani e combattere vecchi stereotipi dicotomici sulle presunte diverse capacità e preferenze di donne e uomini che relegano gli uni e le altre in una rigida divisione di compiti, mansioni e conoscenze, soffocando le potenzialità delle singole persone.</p>
<p><small><a title="Server Donne" href="http://www.women.it/cms/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=493&amp;Itemid=83">Server Donne, 28 ottobre 2008</a></small></p>
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		<title>Che prezzo ha il (dis)onore?</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Sep 2008 11:54:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Punto rosa]]></category>
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		<description><![CDATA[Per le donne palestinesi in Israele il prezzo dell&#8217;onore è ancora troppo alto scritto per peacereporter da Margherita Drago L’11 marzo 2008 una ragazza di 19 anni veniva quasi uccisa da suo fratello, nel suo villaggio di Na’ura, vicino ad Afula in Galilea. L’omicidio era stato pianificato da tempo ma, per fortuna, la ragazza si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><small>Per le donne palestinesi in Israele il prezzo dell&#8217;onore è ancora troppo alto</small><small></small></p>
<p>scritto per <a title="porta al sito di peacereporter" href="http://www.peacereporter.it">peacereporter</a> da Margherita Drago</p>
<p>L’11 marzo 2008 una ragazza di 19 anni veniva quasi uccisa da suo fratello, nel suo villaggio di Na’ura, vicino ad Afula in Galilea. L’omicidio era stato pianificato da tempo ma, per fortuna, la ragazza si è salvata la vita fingendosi morta dopo essere stata ferita alla testa da una pallottola. Il fratello, preso in consegna dalla polizia, è stato applaudito e lodato per la sua coraggiosa azione dalla famiglia e dalle persone presenti alla scena. Il 16 marzo 2008 Sara Abu Ghanem 40 anni, è stata ferita in un altro tentato omicidio a Jawarish, quartiere di Ramla vicino a Tel Aviv. Aveva divorziato dal marito e voleva rendere ufficiale la sua relazione con un altro uomo, di religione ebraica. In sei anni Sara è la nona vittima d’onore nella famiglia Abu Ghanem. 8 donne prima di lei sono state uccise. Entrambe le storie testimoniano gli ultimi crimini d’onore registrati nel 2008 tra la comunità palestinese in Israele.<br />
In Israele le donne palestinesi sono sottoposte a tre diversi tipi di discriminazione, che si sovrappongono come degli strati sotto la quale la vittima viene seppellita. La prima discriminazione avviene in tutto il mondo per lo stesso motivo: sono donne. In secondo luogo sono donne palestinesi in Israele, e per questo cittadine di serie B, in un paese dove la loro cultura e storia collettiva non viene riconosciuta: i palestinesi in Israele vengono indicati come arabi israeliani, denominazione che generalizza appositamente la presenza palestinese in Israele. In terzo luogo sono donne palestinesi e come tali discriminate nella stessa comunità araba di appartenenza.<br />
La minoranza palestinese in Israele conta il 20 percento della popolazione e vive soprattutto in centri rurali e villaggi. A partire dalla Nakba del 1948, la nascita dello Stato di Israele, la società palestinese è passata da una leadership tradizionale a una forma politica più organizzata, che ha  cercato di lottare per l’uguaglianza dei diritti civili dei palestinesi in Israele, e di sviluppare un’agenda per unire la comunità palestinese in Israele. Cercare l’unità ha fatto sì che i problemi che le donne palestinesi affrontavano quotidianamente, inclusi i crimini d’onore, passassero in secondo piano in nome di una causa più “nobile” e importante. Parlare di crimini d’onore veniva percepito come un tentativo di rompere i delicati equilibri creatisi tra diversi gruppi politici e sociali all’interno della società palestinese, già sotto pressione del governo israeliano.<br />
Nel 1991 al-Fanar è stata la prima organizzazione femminista palestinese a protestare contro l’uccisione du una ragazza da parte del padre. Il motivo era la gravidanza della figlia al di fuori del matrimonio. Il processo mise in luce che la ragazza era stata vittima di una violenza commessa da un parente, e che il padre ne era direttamente a conoscenza. Il tabù del crimine d’onore veniva sfidato pubblicamente per la prima volta all’interno della società palestinese in Israele. Prendere coscienza dell’esistenza del problema fu un grande progresso: durante gli anni ’90 sono stati fatti molti passi avanti, attraverso la formazione di coalizioni di attiviste e intellettuali palestinesi, che si inseriscono nella comunità locale. Grazie a centri anti-violenza, centri di emergenza, assistenza sociale, psicologi e avvocati, le vittime di violenza trovano supporto, aiuto e spesso un luogo sicuro dove rifugiarsi.<br />
I crimini d’onore non sono scomparsi in Israele. Da una ricerca condotta da Women Against Violence, associazione palestinese di Nazareth, risulta che un “buon” motivo per uccidere può essere il “modo di vestire e comportarsi”, “fumare”, “lasciare la casa senza permesso”, “la richiesta di divorzio” o il “rifiuto di relazioni sessuali in matrimoni forzati”, “relazioni extraconiugali” o “voci di relazioni extraconiugali”. Eliminando l’elemento disturbatore, l’onore è ristabilito e la famiglia può continuare a essere rispettabile agli occhi della società. In una cultura dove la donna è vista come il ricettacolo dell’onore familiare, ogni suo gesto, il suo modo di parlare, di comportarsi, di vestirsi, si carica di significati e conseguenze sociali. Le bambine, le ragazze, le donne sono coscienti della loro responsabilità fin dall’infanzia. É questo il principale motivo per cui un’altissima percentuale dei crimini e delle violenze non viene denunciata. Il 55 percento delle donne non denuncia le violenze subite e il rapporto aumenta se si prende in considerazione anche la violenza sessuale all’interno del matrimonio.<br />
La voce della donna rimane silenziosa anche in tribunale. La vittima spesso non è fisicamente presente all’udienza o le sue parole vengono usate a suo discapito: il suo comportamento ha provocato l’aggressore e lo ha forzato ad usare la violenza. I tribunali israeliani non danno molto peso ai reati d’onore in quanto visti come “una tradizione araba”. Il carnefice solitamente non viene punito con una pena adeguata, spesso solo 2-3 anni di carcere. “Queste sono le loro usanze, questa è la loro tradizione”  è la frase spesso registrata in tribunale, per giustificare i crimini d’onore come una questione interna alla famiglia. La negligenza della polizia e dei servizi sociali fanno il resto.<br />
Grazie alla testimonianza della madre e di un’altra sorella, in marzo, il tribunale ha condannato a 16 anni Kamil Abu Ghanem per aver ucciso sua sorella Hamda nel 2007. Il corpo è stato ritrovato solo lo scorso gennaio. Queste due coraggiose donne hanno rotto il muro del silenzio che le circondava da troppi anni, a rischio della loro stessa vita, per interrompere la catena di omicidi nella loro famiglia. Il caso di Sara Abu-Ghanem è l’ultimo esempio, per le donne palestinesi in Israele l’onore ha ancora un prezzo troppo alto.</p>
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		<title>Un elfo in famiglia</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Aug 2008 15:55:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Non mi convince quello che ho letto in rete. L&#8217;essenza del testo non sta tanto, secondo me, nella difficoltà di convivenza con il diverso, con l&#8217;unknow fuori di noi riflesso pauroso dell&#8217;unknow che ciascuno di noi si porta dentro, quanto in un problema, o in una serie di problemi che, a distanza di molti anni dall&#8217;ambientazione del romanzo, sono più che mai attuali: la famiglia, i figli soprattutto, sono necessariamente garanzia di felicità? Può la maternità, possibilmente ripetuta e spontanea, essere ancora considerata la scelta più naturale per una donna? E chi è più condizionato, più vittima degli stereotipi e della retorica: colui che nella vita opta a freddo per la famiglia tradizionale o colui che la rifiuta?</p>
<p>Sono questi alcuni degli interrogativi più coinvolgenti che pone &#8220;Il quinto figlio&#8221; di Doris Lessing, premio Nobel 2007. In tempi di liberazione sessuale e boom contraccettivo, una famiglia volutamente numerosa costituiva un&#8217;eccezione, proprio come oggi. Ma essa era il sogno di David ed Harriet, due giovani &#8220;antichi&#8221;, alla ricerca, rispettivamente, dell&#8217;anima gemella e della &#8220;prima volta&#8221; come dono e non come svendita. Si trovano, si attraggono naturalmente, si amano, l&#8217;uno lo specchio dell&#8217;altra. &#8220;Almeno sei&#8221; era il loro programma, sei figli con i quali vivere senza lacrime e senza fatica in una grande casa, sempre aperta, a Natale, a Pasqua, d&#8217;estate, ad amici e parenti, in spirito di collaborazione e semplicità, esempio vivente di felicità possibile. I figli arrivano come Dio li manda, in un clima idilliaco da cartolina illustrata, da pubblicità patinata. Sembra il sogno realizzato, lo schema astratto della felicità calato nel reale, ma la vita, quella vera, bussa alle porte. David, nonostante il super lavoro a cui si sottopone, non ce la fa a mantenere casa e figli e sempre più spesso è costretto a dipendere dalla generosità degli assegni paterni; Harriet, spossata dalle gravidanze problematiche e troppo ravvicinate, è costretta a dipendere in casa dall&#8217;abnegazione di sua madre, nonna infaticabile e generosa ma anche risentita per l&#8217;incoscienza &#8220;senza precauzioni&#8221; della figlia. Quando arriva il quinto figlio, di nuovo troppo presto e, così dicono, stavolta puro &#8220;incidente&#8221; di percorso, la situazione precipita. Harriet non può dirlo esplicitamente, nemmeno a se stessa, sarebbe come tradire i suoi ideali e il suo progetto di vita, ma lei, questo figlio, non lo vuole, non lo sopporta. L&#8217;insolita e devastante vivacità del feto, tutto calci e colpi, più che l&#8217;annuncio premonitore di una creatura &#8220;diversa&#8221;, sembra a me la somatizzazione del desiderio materno di espellere da sé quel corpo estraneo, alieno, nemico, che le succhia la vita da dentro. Quando il bimbo nasce, ciò che Harriet vede è un mostro, una sorta di elfo, di creatura tozza e deforme alla Victor Hugo, selvatica e appartata, non amata né amabile. Man mano che il &#8220;mostro&#8221; cresce, la casa si spopola, gli altri figli partono per nonni e collegi, mentre la coppia finirà per allontanarsi, in quanto Harriet, tormentata dal senso di colpa per non aver voluto e per non amare questo suo figlio diverso, dedicherà proprio a lui tutte le sue restanti energie, mentre David si immergerà sempre di più nel lavoro, diventando quello che mai avrebbe voluto essere. Molteplici significati si addensano nel personaggio di Ben, il quinto figlio. Come dicevo all&#8217;inizio, la sua storia non è emblematica tanto della difficoltà di accettare e vivere con un &#8220;diverso&#8221;, quanto di quello che sono o potrebbero essere i figli, comunque sempre &#8220;diversi&#8221; da noi: non bambolotti a nostra immagine e somiglianza, piuttosto alieni problematici, che non sai da quale verso prendere; esseri in proprio che richiedono tempo e fatica e causano, più spesso di quanto si sia disposti ad ammettere, ansie e sofferenze; esseri che è legittimo (e rispettoso) anche non desiderare, senza sensi di colpa, a dispetto di tanta retorica familista. Credo sia questo il messaggio della Lessing, una scrittrice impietosa nello scandaglio del cuore femminile e delle relazioni umane.</p>
<p><a title="Alla scheda del libro" href="http://www.unilibro.it/find_buy/Scheda/libreria/autore-lessing_doris/sku-34699/il_quinto_figlio_.htm">Lessing Doris &#8211; Il quinto figlio. Feltrinelli, 2000</a></p>
<p>Pubblicato in <a title="Al blog: La voce di Ghismunda" href="http://ghismunda.blog.tiscali.it">La voce di Ghismunda</a>, 23 agosto 2008</p>
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		<title>Donne nel dopoguerra</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Mar 2008 10:19:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un catalogo fotografico per la storia del Centro italiano femminile di Gianna Proia Un volume per dare una memoria storica visiva al Centro Italiano Femminile. A cura di Fiorenza Taricone è stato pubblicato di recente il catalogo fotografico dal titolo Donne nel dopoguerra. Il Centro Italiano Femminile 1945-2005: una storia per immagini. Fiorenza Taricone, è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><small>Un catalogo fotografico per la storia del Centro italiano femminile</small></strong><br />
di <a href="http://www.womenews.net" title="il paese delle donne">Gianna Proia</a></p>
<p>Un volume per dare una memoria storica visiva al Centro <em>Italiano Femminile. A cura di <strong>Fiorenza Taricone</strong> è stato pubblicato di recente il catalogo fotografico dal titolo Donne nel dopoguerra. Il Centro Italiano Femminile 1945-2005: una storia per immagini.</em></p>
<p>Fiorenza Taricone, è studiosa da tempo dell’associazionismo in Italia tra l’Ottocento e Novecento e dell’evoluzione dei diritti civili e politici. Tra i tanti volumi di cui è stata autrice, <em>Teresa Labriola: biografia politica di un’intellettuale fra Ottocento e Novecento, Ausonio Franchi: democrazia e libero pensiero nel XIX secolo, Isabella Grassi (diari 1920-21). Associazionismo e modernismo, Teoria e prassi dell’associazionismo italiano nel XIX e XX secolo;</em> l’ultimo in ordine di tempo ha riguardato la figura di un appartenente al pensiero sansimoniano che svolse un ruolo cruciale nel movimento di liberazione femminile nella Francia del primo Ottocento: <em>Il sansimoniano Michel Chevalier: industrialismo e liberalismo</em>, pubblicato lo scorso anno.</p>
<p>In quest’ultimo volume, la curatrice ha ripercorso, come rivela il titolo, la storia, le tappe fondamentali del CIF attraverso le immagini, tanto da costruire un excursus storico per immagini dell’associazione dalle origini alla contemporaneità. &#8220;In primo luogo – ha precisato &#8211; si vuol far parlare le immagini. In secondo luogo, visualizzare l’intreccio teorico e operativo della sua azione. In terzo luogo, evidenziare i rapporti collaborativi con quegli uomini e quelle donne che tanta parte hanno avuto nella storia della Repubblica&#8221;.</p>
<p>F. Taricone con molta precisione ha illustrato le nove sezioni in cui è stato diviso il catalogo, dando la possibilità alle lettrici e ai lettori di rivivere avvenimenti, rivedere volti di persone che hanno segnato le tappe più significative del cammino: Angela Cingolati Guidi, Maria Unterrichter Jervolino, Tina Anselmi, Maria Federici solo per fare qualche nome, donne della Costituente quindi, della Repubblica, dell’associazionismo.</p>
<p>La prima sezione è dedicata alle <strong>linee direttive del Centro Italiano Femminile</strong>, esplicitate nello statuto elaborato nel settembre 1944, la seconda mette in evidenza <strong>l’impegno sociale e politico</strong>, come si configura attraverso l’elaborazione dei primi statuti e l’azione in merito alla condizione femminile.</p>
<p>I compiti a cui le donne erano chiamate a impegnarsi erano contenuti in un opuscolo &#8220;sorto dalla necessità di raggruppare e coordinare le forze femminili di attiva e franca professione cattolica, in vista dei grandi compiti morali, sociali e civili che la pace affiderà alla responsabilità della donna italiana&#8221;. La donna doveva, quindi, essere pronta a sostenere principi morali e sociali, a difendere la famiglia, e a contribuire alla ricostruzione del Paese.</p>
<p>Dedicata al <strong>lavoro </strong>è la terza sezione che illustra le tante attività lavorative che impegnavano quotidianamente le donne. &#8220;Il Cif ha avuto il merito di sapersi distaccare da una visione originaria cara agli ambienti cattolici non progressisti della donna lavoratrice che, in quanto tale, sarebbe stata di disgregazione dell’unità familiare. Pur dando la precedenza a quest’ultima, erano riconosciuti alle donne i meriti del doppio lavoro, svolto in casa e fuori, e il valore economico di uno stipendio aggiuntivo, anche se quello del capofamiglia restava la fonte di reddito primaria&#8221;. Il volume contiene foto che mostrano le diverse attività che impegnavano le donne: i lavori sartoriali, le donne al telaio, le tipografe, le donne che svolgevano lavori in muratura, le venditrici di agrumi e di vino, le impagliatrici, le donne che lavorano in miniera, fino ad illustrare le prime due donne commissari di polizia: <strong>Anna Maria Jannuzzi Coniglio e Francesca Milillo Taldone</strong>.</p>
<p>&#8220;Con il progredire della scolarità femminile – ha sottolineato F. Taricone – si riconoscono via via anche le ambizioni professionali e intellettuali delle giovani generazioni, che cercano di farsi spazio in un mondo lavorativo a totale dimensione maschile. Il Cif affianca le iniziative di numerose associazioni femminili e soprattutto azioni legislative tendenti a capovolgere le discriminazioni cui erano fatte oggetto anche donne provviste di curriculum e titolo di studio adeguato&#8221;. Il Cif cambiò anche la visione della famiglia &#8220;vista non solo come luogo di conservazione e riproduzione di valori, ma anche e soprattutto come luogo di solidarietà e di apertura alla società&#8221;, con una modificazione dei ruoli maschili e femminili, genitoriali e affettivi. L’idea di indissolubilità della famiglia portò comunque il Cif a schierarsi contro i progetti di legge divorzisti a partire dagli anni Sessanta.</p>
<p>&#8220;Dell’attenzione all’istituzione familiare è testimonianza sia il lavoro assiduo di studio che il Cif dedica alla riforma del diritto di famiglia, sia l’interesse per i consultori come strutture di sostegno; infine, il Centro incontra nelle sue riflessioni sulla famiglia anche quelle legate alle politiche sulle pari opportunità, attinenti alla conciliazione dei ruoli e dei tempi all’interno delle famiglie, con il coinvolgimento inevitabile della partnership maschile, operando negli organismi preposti quali la Commissione Nazionale per le Pari Opportunità fin dal suo nascere con la presenza di Alba Dini, presidente del Cif dal 1997 al 2003, e di Maria Chiaia, presidente dal 1988 al 1997. (15) A chiudere la sezione sono due foto che ritraggono rispettivamente una manifestazione di uomini e donne medico e un corteo di lavoratori e lavoratrici a Roma negli anni Settanta.</p>
<p>La quarta sezione è dedicata al settore dell’<strong>educazione</strong>, la quinta illustra l’impegno profuso nella <strong>società civile</strong> e <strong>politica</strong>, la sesta pone l’attenzione alle <strong>generazioni del futuro</strong> e il cammino dell’idea d’Europa, la settima delinea i momenti più significativi delle <strong>udienze papali</strong>, l’ottava è dedicata alla cura della <strong>memoria storica</strong> e la nona al materiale tratto dal <strong>periodico del Centro Italiano Femminile</strong>.</p>
<p>L’attenzione del Cif andava, quindi, dall’educazione, al lavoro, dai giovani alla famiglia fino all’idea di Europa. Nel V Congresso nazionale dedicato all’Educazione della donna, alla conoscenza dei suoi doveri e diritti del 1953 il catalogo mostra l’on Maria Federici. In una foto compare lo stendardo del Cif con il motto che era stato di Santa caterina da Siena, patrona del dell’associazione: &#8220;Non si dorma più che noi siamo chiamati e invitati a levarci dal sonno. Dormiremo noi nel tempo che i nemici nostri vegliano?&#8221;.</p>
<p>Il Cif promuoveva incontri, dibattiti, cicli di conferenze per informare e sensibilizzare l’opinione pubblica su questioni rilevanti e il catalogo ha ripercorso attraverso le immagini <strong>le tappe dell’evoluzione di un pensiero e di un impegn</strong>o che ha sviluppato il Centro in modo originale, ispirandosi con lungimiranza all’idea di una democrazia solidale e paritaria.</p>
<p>&#8220;Le immagini – ha sottolineato F. Taricone – riflettono ciò che era realmente nelle <strong>intenzioni del Centro</strong>: l’agire come un segnalatore delle conquiste, ma anche dei nodi della modernità e della contemporaneità, dell’importanza del quotidiano in cui erano tollerate eccessive disparità sociali a danno dei deboli e dei non protetti; ciò restituisce a noi oggi, attraverso una testimonianza tangibile come la fotografia, una ulteriore possibilità di conoscenza e di riflessione su un passato che in termini di realtà è prossimo, ma appare più remoto e meno afferrabile di quanto la vicinanza del tempo faccia credere&#8221; .</p>
<p><strong>Taricone Fiorenza</strong> (a cura di), <em>Donne nel dopoguerra. Il Centro Italiano Femminile 1945-2005: una storia per immagini.</em> – Roma: Edizioni Studium, 2005.</p>
<p><small><a href="http://www.womenews.net" title="il paese delle donne">il paese delle donne, 23 marzo 2008</a></small></p>
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		<title>PERLE, la voce delle donne</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Aug 2007 13:18:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Punto rosa]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[comunicati]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[manifestazioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Per la prima volta in Italia una caserma dell&#8217;Esercito ospita una manifestazione ideata, organizzata e gestita da donne. Il primo Festival nazionale che non dà voce alle donne, ma è la voce delle donne ed ha come protagoniste le donne che hanno fatto, fanno e faranno la differenza: nel lavoro, nel sociale, nella cultura, nell’arte, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Per la prima volta in Italia una caserma dell&#8217;Esercito ospita una manifestazione ideata, organizzata e gestita da donne.</em></p>
<p>Il primo Festival nazionale che non dà voce alle donne, ma è la voce delle donne ed ha come protagoniste le donne che hanno fatto, fanno e faranno la differenza: nel lavoro, nel sociale, nella cultura, nell’arte, nella politica, nell’economia.<br />
Nell’anno europeo delle Pari Opportunità, l’assessorato alle Attività Culturali e Pari Opportunità della Provincia di Pesaro e Urbino (Simonetta Romagna), con PERLE propone un programma ricco di incontri, confronti, dibattiti, mostre, spettacoli, esposizioni per tracciare i contorni del pensiero femminile in tutte le discipline, culturali e sociali.<br />
Colonna portante di queste quattro giornate sono 12 tavole rotonde che spaziano dalla filosofia al linguaggio, dalle &#8220;forze a(r)mate&#8221; all’ambiente, dalla politica al potere, dal lavoro alla medicina, dalla moda all’adozione, dall’educazione alle donne nel mondo. Ai dibattiti fanno da contorno musica, cinema, editoria, letteratura,  fotografia, illustrazioni, video-arte, teatro e le molteplici attività delle associazioni umanitarie e di volontariato.<br />
Tutti avranno il loro spazio nella “cittadella” dove sono stati creati tanti “contenitori” curati, gestiti e organizzati da donne e caratterizzati al femminile.</p>
<p><strong>Programma</strong></p>
<p><span id="more-47"></span>Pesaro, 13-16 settembre 2007- Sarà la Sala Simone De Beauvoir, all’interno della Caserma Del Monte Cialdini ad ospitare le dodici tavole rotonde che nei quattro giorni della Rassegna diventeranno luogo privilegiato di incontri, dibattiti e scambi d’opinioni su numerosi temi d’attualità.</p>
<p><em><strong>Giovedì 13 settembre</strong></em></p>
<p><em>Ore 18.00</em><br />
<strong>Ti Penso<br />
La Filosofia</strong><br />
Il primo appuntamento è con il pensiero femminile. Con ospiti del livello della senatrice e filosofa <strong>Maria Luisa Boccia</strong> e della filosofa <strong>Michela Pereira</strong> si approfondiranno i temi della cultura di genere e del ensiero della differenza.</p>
<p><em>Ore 21.00</em><br />
<strong>Chiedo la Parola<br />
Il Linguaggio</strong><br />
Molti pregiudizi sulla donna sono trasmessi e perpetrati anche attraverso la lingua. Alcuni nomi al femminile di cariche pubbliche non esistono perché non esiste il ruolo  corrispondente (vedi segretaria di Stato); e allora, per favorire il cambiamento è importante cambiare il linguaggio? Ne parleranno diverse, importanti, relatrici tra cui le scrittrici <strong>Clara Sereni</strong> e <strong>Marina Mizzau</strong>, la storica della lingua <strong>Valeria Della Valle</strong> e la filosofa <strong>Marina Sbisà</strong>.</p>
<p><strong><em>Venerdì 14 settembre</em></strong></p>
<p><em>Ore 9.00</em><br />
<strong>Forze….Amate</strong><br />
Cosa significa per una donna far parte di un esercito, come si concilia l’impegno militare con lo storico protagonismo pacifista delle donne? La perfetta sintesi di una manifestazione come PERLE all’interno della storica Caserma pesarese.</p>
<p><em>Ore 11.00</em><br />
<strong>Mi Ambiento<br />
La Casa, la Città e l’Ambiente</strong><br />
Ripensare la casa, la città e, più in generale, l’ambiente in modo tale da renderli parte attiva della qualità della propria vita.</p>
<p><em>Ore 18.00</em><br />
<strong>Riscuotere la Quota<br />
La Politica e l’Amministrazione</strong><br />
Relatrici a confronto sulle modalità di conquista degli spazi di partecipazione che tenteranno di rispondere alla domanda più urgente: come è possibile incidere direttamente sul cambiamento della governance? Un modo per cominciare a costruire una nuova politica anche per le giovani donne. Tra le<br />
ospiti presenti le parlamentari <strong>Anna Finocchiaro</strong> e <strong>Adriana Poli Bortone</strong>, <strong>Teresa Chironi</strong> (Pari Opportunità Enea), <strong>Pina Nuzzo</strong> (Udi).</p>
<p><em>Ore 21.00</em><br />
<strong>Potendo non Posso<br />
Il Potere</strong><br />
Che cos’è il potere? Come lo si esplicita? Quali sono i modelli di riferimento? Tavola rotonda con la filosofa <strong>Annarosa Buttarell</strong>i, la parlamentare <strong>Luana Zanella</strong> e la scrittrice <strong>Marina Terragni</strong>.</p>
<p><strong><em>Sabato 15 settembre</em></strong></p>
<p><em>Ore 10.30</em><br />
<strong>Ora Labora<br />
Il Lavoro, l’Impresa, l’Innovazione</strong><br />
Lavoro, impresa ed innovazione: il cammino delle pari opportunità è lungo, ma le leadership femminili sono un valore aggiunto della società. Comprendere qual è la strada giusta verso una più profonda parità significa utilizzare la differenza di genere come strumento di sviluppo economico. Tra le relatrici la sottosegretaria del Ministero del Lavoro <strong>Rosa Rinaldi</strong>.</p>
<p><em>Ore 18.00</em><br />
<strong>Dica 34<br />
Il Corpo e la Salute</strong><br />
La medicina di genere è una delle nuove frontiere scientifiche: perché molti dei farmaci che sono somministrati alle donne sono testati su parametri prettamente maschili? Medici e scienziati a confronto per una medicina e una farmacologia diverse cioè “a misura di donna”. Ne parleranno, tra le altre, la psicologa <strong>Elvira Reale</strong> e la farmacologa <strong>Adriana Ceci</strong>.</p>
<p><em>Ore 21.00</em><br />
<strong>Moda Nostra<br />
Per un Sistema della Moda che rispetti l’autenticità della donna</strong><br />
Non è mai stata la donna a decidere come dovesse essere la moda per lei e quale fosse la giusta immagine del suo corpo. Per questo, adesso, la donna non si sente rappresentata dal modello che le è stato creato e cucito addosso. In questo assume particolare rilevanza il paradosso che ha sopraffatto i media: da una parte complici nella creazione di tale immagine, dall’altra critici della stessa. Saranno presenti la giornalista e docente universitaria <strong>Benedetta Barzini</strong>, la giornalista di moda <strong>Adriana Mulassano</strong>, la semiolinguista <strong>Patrizia Calafato</strong>, la psichiatra <strong>Laura Della Ragione</strong>, la stilista <strong>Anna Maria Fuzzi</strong>, lagiornalista <strong>Adriana Mulassano</strong>.</p>
<p><em><strong>Domenica 16 settembre</strong></em></p>
<p><em>Ore 10.00</em><br />
<strong>Le Mamme del Mondo<br />
Adozioni e Madri Single in Italia</strong><br />
Essere madri single in Italia: una sfida insormontabile. Cristina Cecchini, la donna che per prima in Italia e&#8217; riuscita ad adottare un bambino pur essendo single, porta a Perle il contributo della sua testimonianza in un incontro che servirà da riflessione per stendere e presentare una proposta di legge in merito. Ne discuteranno le parlamentari <strong>Silvana Amati </strong>e <strong>Lalla Trupia </strong>e la presidente del Tribunale per i Minorenni delle Marche <strong>Luisanna Del Conte</strong>.</p>
<p><em>Ore 18.00</em><br />
<strong>Corpo Docente<br />
L’Educazione</strong><br />
Qual è e quale invece deve essere il ruolo della scuola nello sviluppo di una cultura della differenza?<br />
L’obiettivo è quello di educare le bambine e i bambini a riconoscere, accogliere e valorizzare le altre e gli altri.</p>
<p>Ore 21.00<br />
<strong>Di Tutti i Colori<br />
Il Mondo</strong><br />
Le donne, nel mondo sono di tutti i colori, ne affrontano di tutti i colori e ne devono inventare di tutti i colori per restare a galla. Interlocutrici internazionali si confronteranno su conquiste culturali e sociali, su battaglie vinte o in corso: da <strong>Marie Elise Gbedo </strong>(ex Ministro del Benin e presidente dell’Associazione Donne Giuriste del Benin) a <strong>Alina Boumediene-Thiery</strong> (senatrice Francia) a <strong>Estela Barnes De Carlotto</strong> (presidentessa delle Abuelas de Plaza de Majo, Argentina) a <strong>Maria de Lourdes Jesus</strong> (giornalista) e <strong>Djana Chuli</strong> (scrittrice e giornalista Albania).</p>
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