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	<title>agli incroci dei venti &#187; Palestina</title>
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		<title>Gli aquiloni di Gaza</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jan 2009 23:11:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Ettore Masina Vi sono momenti in cui la storia e il vangelo si incrociano e pare si confermino a vicenda. Il 28 dicembre di ogni anno la Chiesa rilegge la pagina del Nuovo Testamento in  cui si racconta della strage di bambini di Betlemme ordinata da Erode. La Chiesa definisce quei piccoli con il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="sito di Ettore Masina" href="http://www.ettoremasina.it/">Ettore Masina</a></p>
<p>Vi sono momenti in cui la storia e il vangelo si incrociano e pare si confermino a vicenda. Il 28 dicembre di ogni anno la Chiesa rilegge la pagina del Nuovo Testamento in  cui si racconta della strage di bambini di Betlemme ordinata da Erode. La Chiesa definisce quei piccoli con il nome di Santi Martiri Innocenti. In realtà si tratta di un racconto midrashico, cioè simbolico: nessun testo storico registra un avvenimento del genere nella Palestina di quel tempo. Adesso questo avvenimento e il nome che lo descrive sono diventati realtà: proprio a partire dagli ultimi giorni del dicembre scorso e proprio in  Palestina, decine e decine di bambini vengono uccisi, non da sgherri assatanati ma da un esercito fra i più potenti della Terra con generali, bandiere,  ferrea disciplina, minuziosi piani di battaglia.<br />
<span id="more-452"></span><br />
 Perché Santi e Martiri quei bambini di Betlemme coetanei del Signore? La liturgia risponde con una formula che a me pare stupenda: martiri e dunque santi perché <em>non loquendo sed moriendo confessi sunt</em>, perché non con parole ma con la morte hanno testimoniato il Cristo. Così, una volta di più, la riflessione evangelica coglie il nesso intimo fra il Salvatore e i più poveri dei poveri: il loro destino, la loro storia ignorata dai libri, persino la storia effimera (di pochi giorni, mesi o anni) dei piccini uccisi dalla violenza degli adulti sono storia sacra, inscritta nel mistero della croce. Qualcuno mi ha detto tempo fa che nelle icone ortodosse dell’Epifania la culla di Gesù bambino ha la forma di una bara. (Ma le notizie che arrivano da Gaza mentre scrivo, il 6 gennaio, dicono che la popolazione non riesce più a seppellire i suoi morti).</p>
<p>Non con le parole ma con la morte testimoniano la realtà tutti i piccoli schiantati  dalla nostra follìa o dalla nostra inerzia. Siano i bambini violati dai “turisti del sesso” o quelli schiacciati dalle fatiche di certi lavori “minorili”,  le creaturine vietnamite che nascono deformi a causa dei defolianti disseminati dagli americani durante la guerra; o siano  i ragazzini-soldati di certe aree africane o quelli uccisi, mutilati o psichicamente straziati dai conflitti, come i piccoli afghani e congolesi e sudanesi, quelli israeliani assassinati dai terroristi o, adesso, quelli massacrati dall’esercito israeliano, le vittime infantili del nostro tempo testimoniano che il male distende le sue ali di tenebra in tutte le epoche e i luoghi, e può insediarsi nel cuore di ogni uomo.  I bambini violati e uccisi  accompagnano con le loro ombre il nostro cammino e vanificano con i loro lamenti o i loro insanguinati silenzi la nostra pretesa di essere autori di una civiltà sempre più “umana”: giusta, cioè, libera, generosa. E tenera.</p>
<p>Credo fermamente che nessuno di noi possa “chiamarsi fuori” da queste realtà planetarie, che legami più o meno visibili ci saldino ai mali del nostro tempo e che non sia possibile  uscire dalla nostra inevitabile condizione di carnefici (o, almeno, di favoreggiatori di carnefici) se non cercando di cogliere in tutta la sua valenza le nostre responsabilità. Credo, cioè, che innanzi tutto il nostro dovere non sia soltanto di piangere le piccole vittime ma di conoscere le condizioni storiche che le hanno crocifisse, per vedere se non sia possibile da parte nostra qualche intervento per un mutamento della realtà. Senza questa ricerca di informazioni è come se ci rifiutassimo di vedere il volto di quei bambini, di conoscerne il nome, di ascoltarne il lamento. Questa mancanza di informazioni emerge più che mai, oggi, davanti a Gaza. Mi sembra terribile: su un dramma planetario che da più di sessant’anni  insanguina una Terra santa a tre religioni monoteiste, dunque a miliardi di persone, la gente ha idee confuse o addirittura non ne ha.</p>
<p>Gaza,  la strage di tanti bambini (e dei loro genitori), la nostra pretesa di neutralità o addirittura la nostra compassione pesata al bilancino per l’una e l’altra parte in lotta, sono infatti una tragedia alimentata dalla disinformazione o dalla manipolazione dell’informazione. Se i palestinesi, i loro diritti violati, la libertà che gli viene negata sono così spesso ignorati da noi, cioè condannati, da mezzo secolo, all’insignificanza, è perché l’opinione pubblica internazionale è stata fortemente condizionata dalla propaganda israeliana. È ovviamente impossibile esaminare dettagliatamente  come e perché, ma chi, come me, segue con attenzione, da cinquant’anni la vicenda medio-orientale sa bene che  è un discorso necessario per uscire da una situazione di profonda ingiustizia: e che si possono porre, al riguardo, alcune considerazioni   incontrovertibili. Bisogna cominciare da lontano: dopo la prima guerra mondiale, che aveva disgregato l’impero ottomano, le cosiddette Grandi Potenze  ridisegnarono a loro piacimento, con sprezzante cinismo, la carta geopolitica dell’area. Con tutta la violenza dell’ideologia colonialista, considerarono primitivi e indegni di piena libertà  i popoli arabi: imposero loro monarchi feudali o  regimi corrotti, servili nei confronti di Londra e di Parigi. Fu in quel tempo che si cominciò a progettare, su pressione del movimento sionista, dei suoi amici altolocati e della vergogna dei pogrom europei, uno stato ebraico da erigere nelle antiche terre dei Patriarchi e dei Profeti. Subito dopo la seconda guerra mondiale, il progetto fu tradotto in realtà. Fu la realizzazione di un sogno per gli ebrei, ma una terribile sciagura per gli arabi che abitavano da secoli la Palestina. Su di loro si abbatté come un maglio la cattiva coscienza dell’Europa e degli Stati Uniti per non avere efficacemente impedito il genocidio ebraico: il nuovo stato  fu insediato non già in una regione semi-deserta (“Una terra senza popolo per un popolo senza terra”) come sosteneva la propaganda sionista, ma in una zona popolosa, in cui esistevano condizioni di vita superiori a quelle di certi “cantoni neri” europei. Grandi masse di arabi furono costrette all’esodo dalle terre in cui erano nate, erano nati i loro padri e i padri dei padri dei padri. Per affrettare la fondazione del nuovo Israele, alla crescente opposizione palestinese si contrappose un feroce terrorismo sionista:  la strage della popolazione del villaggio di Deir Yazzin (trucidati 250 uomini, donne, vecchi e bambini), la distruzione di un’ala dell’hotel King David, a Gerusalemme (91 morti), l’assassinio del mediatore delle Nazioni Unite, Folke Bernadotte… Non pochi degli autori di questi atti di terrorismo entrarono poi a far parte dei governi del nuovo Stato. Che io ricordi, non vi furono efficaci censure morali da parte dei politici  o dei mass-media occidentali. Sembrò allora a molti (anche a me, debbo dire) che questi “partigiani” riscattassero con l’ardimento di molte loro imprese l’inerme rassegnazione con la quale milioni di ebrei europei erano andati al macello nei lager. E sembrò  a moltissimi (e sembra ancora) che l’incomparabile gravità della Shoah concedesse ai superstiti una specie di salvacondotto  che permettesse loro qualunque crudeltà. Questa legittimazione alla violenza venne  sostenuta con enorme efficacia dai mass-media vicini alla (o posseduti dalla) ricca diaspora ebraica negli Stati Uniti: ricordo ancora con quanta emozione vidi  film come “Exodus” di Preminger, lessi romanzi come “Ladri nella notte” di Koestler. Anche a me, come a moltissimi cittadini dell’Occidente, la fondazione dello stato di Israele, la guerra del 1948 apparvero l’ultima grande epopea del XX secolo.</p>
<p> A questa “copertura” mediatica non potevano certo rispondere i palestinesi: alcuni “contenuti” in stati non loro (come la Giordania), altri divenuti profughi di precaria sopravvivenza,  altri ancora rimasti minoranza priva di qualunque potere politico nel nuovo stato ebraico. Così, quasi per una reazione spontanea, l’opinione pubblica occidentale introiettò la convinzione, tipicamente razzista,  che il nuovo Stato (non pochi cittadini del quale e molti sostenitori all’estero appartenevano – o erano collegati &#8211; all’<em>intellighentzia</em> occidentale), fosse un caposaldo della civiltà “bianca” nel Medio Oriente,  di fronte a un nazionalismo arabo straccione e feudale.</p>
<p>Le guerre dei regimi arabi contro lo Stato ebraico rinforzarono questa supremazia mediatica: i farneticanti proclami del loro odio, la loro incapacità di promuovere l’idea di uno stato pluralista e laico anziché di due stati creati con   drammatici spostamenti della popolazione locale, rinsaldarono nell’opinione pubblica internazionale l’immagine di un piccolo Israele permanentemente minacciato da una enorme valanga di nemici e dunque costretto a un duro esercizio della forza. Ben pochi si accorsero, nel passare degli anni, che questa immagine era sempre meno autentica perché non teneva conto dei crescenti aiuti e garanzie prestati dagli Stati Uniti allo stato ebraico, tali da creare ormai una realtà inattaccabile dai suoi vicini: uno stato che possiede il quinto esercito della Terra per potenza di fuoco e un rilevante armamento nucleare Chi ha indicato questa evidente realtà, sostenendo che, ormai garantita la sicurezza di Israele, era giunto il momento di chiedergli  un maggiore e sincero assenso a una pace che garantisse giustizia ai palestinesi, è stato sempre messo a tacere con l’accusa di antiebraismo: vorresti forse una nuova Shoah? Tre generazioni di israeliani si sono ormai succedute dalla fondazione del nuovo Stato, accade persino che i nonagenari scampati al genocidio lamentino che il “loro” governo lesini aiuti alla loro vecchiaia, la caratteristica di Israele come “stato-rifugio” per gli ebrei in diaspora è ormai una romantica illusione, ma l’accusa di antigiudaismo viene ancora rivolta a chi critica i governanti di Israele. Qualche volta l’accusa è di “antisemitismo”: i filo-israeliani meno colti non sanno neppure che anche i palestinesi sono semiti.</p>
<p>Le sconfitte arabe hanno consegnato a Israele, di fatto, l’intera area destinata, secondo gli illusori progetti dell’ONU, a uno stato palestinese. Questo avvenimento epocale ha stravolto gli stessi  fondamenti ideali  dello stato ebraico. Nella sua dichiarazione di Indipendenza stava scritto: “Lo Stato di Israele si  dedicherà allo sviluppo di questo paese per il bene di tutti i suoi cittadini; sarà  fondato  sui principi di libertà, giustizia e pace, e sarà guidato dalla visione dei profeti di Israele; garantirà pieni e eguali diritti, sociali e politici, a tutti i suoi  cittadini, indipendentemente dalle differenze  di religione, di razza o di sesso; tutelerà  la libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura”. Di fatto, invece, Israele, quasi sospinta da un vento malvagio, si è trasformata in una potenza brutalmente coloniale che opprime con continue violazioni dei diritti umani un popolo in crescente disperazione. Centinaia di risoluzioni dell’ONU contro questi eccessi sono finiti nei cestini della carta straccia premurosamente forniti dagli Stati Uniti, grazie al loro potere di veto. Hanno vita durissima i pacifisti israeliani, coraggiosi, creativi, incessanti costruttori di ponti fra i due popoli che il cinismo dei governanti distrugge  demolendo ogni speranza di pace. Nello stato ebraico sono presenti, distruttivamente, forze politiche che sognano di costringere gli arabi a un esodo definitivo dalla loro terra, altre, più numerose, che premono per la costruzione di un regime permanente di apartheid  affidato all’esercito perché lo indurisca di quando in quando affinché i palestinesi “non creino problemi “, altre ancora disponibili alla creazione di uno stato arabo ma a pelle di leopardo: bantustan collegati fra loro da esili corridoi. Queste forze eversive si sono sempre schierate (esplicitamente o sotterraneamente) contro ogni piano di pace. Certamente, al riguardo, non mancano responsabilità palestinesi. Vergognosamente traditi dai paesi arabi, condizionati da una frammentazione della loro dirigenza politica, continuamente provocati dall’esercito israeliano, gli abitanti dei territori occupati hanno commesso anche loro profondi errori di valutazione e di azione.</p>
<p>Quarant’anni di dominio militare con l’uso di punizioni collettive (le case abbattute, i blocchi stradali che per giorni e giorni isolano villaggi e città, impedendo il transito persino alle autoambulanze), la diffusione dell’uso della tortura, l’imprigionamento di ragazzi, la chiusura delle scuole, la devastazione degli uliveti, l’erezione di un muro che taglia paesi e li separa dai campi, il sequestro di terre per i villaggi dei coloni armati, hanno avvelenato l’anima dei due popoli. Da un lato (quello palestinese) la ferocia di un terrorismo che per essere segno di disperazione non è meno criminale, oppure una rassegnazione che spinge all’inerzia, la corruzione di buona parte della dirigenza politica, un crescente fondamentalismo  religioso. Dall’altro lato (quello israeliano) l’uso della paura e dei raid come strumento elettorale, una cultura violentemente razzista e nazionalista, la convinzione che gli arabi siano del tutto inaffidabili e persone senza dignità.  I grandi scrittori di Israele (gli Yehoshua, i Grossman, gli Oz….) registrano con dolore questo scadimento etico, che si estende al trattamento dei cittadini arabo-israeliani. Spesso il comportamento delle truppe di occupazione è tanto crudele che quando, ai tempi della prima Intifada, Yitzchak Rabin suggerì ai soldati di non sparare contro i ragazzi palestinesi che lanciavano pietre ma di spaccare loro le braccia, egli fu considerato una “colomba”, un buono e persino un “molle”.</p>
<p> Gli psicologi israeliani denunziano l’insorgenza di nevrosi collettive. Vi sono segni di insensibilità crescente. Eccone uno, di oggi: “Piombo fuso” è un giocattolo donato ai bambini israeliani nella recente festa di Hanukkah.  I generali hanno dato questo nome (Operazione Piombo fuso) ai piani dell’offensiva contro Gaza. I generali sanno bene che metà della popolazione di Gaza ha meno di 15 anni…  E sanno che Gaza e la Striscia, con 2500 persone per chilometro quadrato, sono la più popolosa area della Terra. Bombardarla dal cielo e dal mare, come si sta facendo, o invaderla per combattere casa per casa significa mettere in atto un macello che ricorda certe imprese naziste.</p>
<p>Scrivo queste cose non per esecrare il popolo di Israele, al quale auguro invece di tutto cuore di diventare propulsore di pace e di benessere, ma perché sono convinto che molti non le sappiano, e che, invece, la diffusione della verità sia la strada necessaria alla giustizia. Ma interessa la verità  ai mass-media italiani? Voglio raccontare un episodio al  riguardo. Nel 1991 ero presidente del Comitato della Camera per  i diritti umani.  L’agenzia dell’ONU per i profughi mi invitò a portare una delegazione di parlamentari in visita ai campi in cui si accalcavano decine di migliaia di palestinesi. Fu un’esperienza drammatica: vedemmo un popolo che ci sembrò allo stremo, angariato da anni in mille modi, portato al furore da una congerie di leggi, decreti, bandi militari che ne impedivano ogni crescita e libertà. Ricordo come questa mancanza di diritto fosse evidente a Gaza, immensa metropoli di poverissima gente. Gli occupanti vi applicavano leggi israeliane, egiziane e persino del mandato britannico… Tornati a Roma presentammo la nostra relazione al presidente della Commissione Esteri, Flaminio Piccoli. Egli rilevò che nonostante la diversità politica (la delegazione “andava” da Democrazia Proletaria al MSI), il documento era unitario e  la documentazione era importante. Decise di convocare una conferenza stampa. I giornalisti accreditati a Montecitorio sono più di 300. Non uno (non uno, avete  capito bene) venne ad ascoltarci.</p>
<p>Milioni e milioni di italiani (la grande maggioranza) hanno come esclusiva fonte di informazione il TG1. Da anni questa testata affida il notiziario sull’area medio-orientale a un giornalista, Claudio Pagliara, che è certamente assai meno obiettivo dei giornalisti israeliani. Per esempio, continua a ripetere che l’offensiva israeliana è dovuta al fatto che Hamas aveva rotto la tregua stabilita con Israele. In realtà Hamas ha deciso di non rinnovare la tregua scaduta, motivando questa decisione con l’inasprimento del blocco alla Striscia e il bombardamento del 4 novembre, che ha causato la morte di 6 miliziani. In questo modo – ha scritto la stampa israeliana &#8211; si è  “innescato un nuovo ciclo di pericolosa, anche se controllata, violenza, caratterizzata da occasionali colpi ed incursioni da parte di Israele e da corrispondenti lanci di razzi e  spari da parte palestinese” (Daniel Levy, Haaretz, 19 dicembre”).</p>
<p>Tzahal, l’esercito israeliano, non consente ai giornalisti di entrare nella Striscia e dunque le notizie che ci arrivano dai luoghi della battaglia sono tutto fuorché obiettive; ad aumentare questo squilibrio, il giornalista del TG1 è prodigo di servizi sui danni   che i razzi di Hamas procurano ad alcune città israeliane. Ora questi lanci sono un’iniziativa criminale ma non sono, purtroppo, una prerogativa di Hamas. Pagliara ha sempre taciuto che da anni – e anche durante i tentativi di trattative di pace – Tzahal  lancia missili sui territori occupati, dichiarando che si tratta di “esecuzioni a distanza” di supposti criminali. Questi missili hanno provocato ormai centinaia e centinaia di “danni collaterali” palestinesi. I missili sono intrinsecamente diversi dai razzi?</p>
<p>Tanto meno il giornalista italiano ha espresso i dubbi dei suoi colleghi israeliani sulle reali ragioni dell’attacco a Gaza. Per esempio: &#8220;Fonti dell&#8217;establishment della Difesa hanno dichiarato che il ministro della difesa Ehud Barak ha ordinato alle Forze Aeree Israeliane di prepararsi per l&#8217;operazione più di sei mesi fa, anche mentre Israele iniziava a negoziare un accordo per il cessate il fuoco con Hamas&#8221;. (Barak Ravid, Operation &#8220;Cast Lead&#8221;: Israeli Air Force strike followed months of planning, Haaretz, 27 dicembre 2008).</p>
<p>Infine l’inviato del TG1 non si è mai dilungato sulle sofferenze inflitte alla popolazione di Gaza dall’assedio israeliano sottolineate da altri suoi colleghi: “L’assedio di Gaza ha distrutto per un’intera generazione la possibilità di vivere una vita degna di essere vissuta” (Tom Seghev, Haaretz 29 dicembre 2008); e anche “Mancano l’acqua, l’elettricità, i medicinali e il personale sanitario è spesso costretto alla drammatica scelta di quali feriti curare e quali abbandonare a se stessi, (New York Times, 1 gennaio 2009).</p>
<p>Concludo questo tragico cammino per le strade insanguinate della Palestina e di Israele facendo mie le parole con le quali Pietro Ingrao ha commentato la strage in atto a Gaza: “Sono convinto che non è con quella violenza iniqua che Israele può tutelare il suo domani. Anzi credo, temo che con questa aggressione infausta essa seminerà nuovo alimento per gli estremisti disperati di Hamas”. Nel 1991 io credetti di vedere nascere nei campi profughi una nuova leva di kamikaze. Ricordo gli occhi di un quindicenne a Deishah mentre mi raccontava del pianto disperato di una sua sorellina quando, a un chek-point un soldato le aveva sventrato una bambola, convinto che in essa si celasse dell’esplosivo. A Gaza ci sono più di 750 mila bambini. Ricordo con il cuore che piange gli aquiloni che essi levavano in mezzo al fango dell’inverno in cui li vidi e che mi sembrarono speranze levate verso il cielo. Quanto odio sta fermentando nel cuore di quei piccini, accanto alla paura? Non solo le lacrime degli orfani ma anche il rancore muto, e forse ancor più desolato, degli orfani “psicologici”: quelli che si sentono traditi da un padre che sembra non sapere, non volere difenderli, lui stesso terrorizzato, affamato. Che ricco raccolto per gli estremisti, per la violenza del loro odio che a un bambino può sembrare forza. I sedicenti amici di Israele non lo capiscono?</p>
<p>La pace è una bambina che corre verso un rifugio in cui sentirsi finalmente al sicuro. Palestinese o israeliana, che importa? Il suo grido dovrebbe strapparci alla nostra inerzia, che forse non è tale ma disperata sensazione di inutilità. Ma non dobbiamo cedere al pessimismo della ragione. Come cittadini, come cristiani (quelli di noi che osano dirsi tali) dobbiamo trovare modi per far sentire ai nostri governanti  che la loro prudenza ci sembra viltà. Nella triste decadenza dei partiti la nostra solidarietà deve trovare nuove forme. Internet ne offre e non dobbiamo ritenerle troppo piccole, troppo deboli. Tra il poco e il nulla c’è un abisso. </p>
<p>Ai diplomatici Benedetto XVI ha detto che per vincere “l’inaudita violenza” dell’attacco a Gaza è forse necessario un ricambio generazionale dei governi, dunque un grande coraggio. Io ricordo quello di Paolo Vi che, per riportare lo sguardo della Chiesa sul mistero del Cristo, non si lasciò fermare dalla situazione militare della Terra Santa, ma sfidò la prudenza dei diplomatici annunziando con semplicità che lui sarebbe comunque partito. Davanti a lui, almeno per qualche ora, si aprì una meravigliosa strada che io ricordo di avere percorso con Eugenio Montale: era un viottolo che zigzagava fra crateri di bombe nella no men’s land, la terra di nessuno fra la Gerusalemme della Legione Araba e quella di Tzahal. Per qualche ora la Città Santa tornò una, la Bella dei Profeti, del Vangelo e del Corano.</p>
<p> E però noi non possiamo richiedere coraggio soltanto ai governanti. Decine di riservisti israeliani in questo momento si stanno trasformando in refuznik, obiettori di coscienza, che per questo saranno incarcerati. Non vogliamo assomigliargli almeno un poco? Davvero ci terrorizza la probabilità di essere definiti “amici di Hamas”?</p>
<p><small><a title="La lettera di Ettore Masina" href="http://www.ettoremasina.it/lettera.htm">La lettera di Ettore Masina</a> &#8211; Gennaio 2009</small></p>
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		<title>Due donne un giardino e infiniti muri</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Dec 2008 12:38:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Chiara Palmisani Diverse nei costumi e gli stili di vita, una indossa il velo e trascorre il suo tempo occupandosi del suo frutteto di limoni, l’altra indossa abiti occidentali e passa le giornate ad arredare la sua nuova casa e a pianificare una festa d’inaugurazione. Proprio il posto dove sorge questa casa fa sì [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="il paese delle donne" href="http://www.womenews.net/spip3/spip.php?auteur737">Chiara Palmisani</a></p>
<p>Diverse nei costumi e gli stili di vita, una indossa il velo e trascorre il suo tempo occupandosi del suo frutteto di limoni, l’altra indossa abiti occidentali e passa le giornate ad arredare la sua nuova casa e a pianificare una festa d’inaugurazione. Proprio il posto dove sorge questa casa fa sì che le esistenze delle due donne si sfiorino e non solo. Infatti, la casa di Mira e del marito è proprio al confine con la Cisgiordania e precisamente con il giardino di limoni di Salma. I servizi segreti decidono che tutti gli alberi di limoni del giardino debbano essere abbattuti, per la sicurezza e l’incolumità del Ministro della Difesa israeliano. <strong>Basta un ordine per cancellare in un lampo l’unica fonte di sostentamento e la principale ragione di vita di una donna palestinese.</strong><br />
<span id="more-440"></span><br />
La battaglia legale che Salma intraprende per impedire alle autorità israeliane di abbattere i suoi limoni rivela tutto il suo coraggio e la sua risolutezza. Salma è una donna dotata di grande forza d’animo e volontà di autodeterminazione. I suoi gesti, i suoi occhi e i suoi silenzi dicono molto di più di tante parole. Una donna contro l’esercito israeliano, <strong>una donna che ha solo la sua terra per cui lottare</strong>, il posto dei suoi ricordi di bambina, luogo di inestimabile valore simbolico e affettivo. Il giardino è l’unico luogo su cui Salma può esercitare la sua autorità e derubarla di quegli alberi di limoni non rappresenta per lei solo un danno economico, ma <strong>una violazione della sua libertà</strong>.</p>
<p>La moglie del Ministro della difesa israeliano, coglie l’importanza della battaglia di Salma e in cuor suo solidarizza con lei. Anche lei, anche se dall’altra parte del giardino di limoni, in una posizione di apparente privilegio, è vittima in realtà di un sistema politico decisionale maschile, soggiogata dal suo <strong>ruolo di moglie di un uomo importante assente</strong> e freddo, controllata a vista da bodyguard, che prendono ordini solo dal marito e non dal lei, che è pur sempre una donna. Una donna occidentale, <strong>apparentemente più emancipata</strong> e più fortunata per estrazione economica ma che è in una <strong>condizione esistenziale tendenzialmente speculare</strong> a quella della protagonista palestinese. Piano piano le due donde iniziano a empatizzare. La battaglia di Salma darà a Mira la capacità dire “no” a una condizione di infelicità e solitudine, da cui prima di allora non era stata in grado di uscire.</p>
<p>Il film, presentato all’ultimo Festival del Cinema di Torino e <strong>vincitore del premio del pubblico all’ultimo Festival di Berlino</strong>, mette in scena il dramma del conflitto tra Israele e Palestina, attraverso la storia di una donna che cerca di arginare l’occupazione delle sue proprietà da parte degli invasori e di una donna israliana che dall’altra impara cosa significa lottare per ciò che si vuole per la propria vita. Queste due donne si muovono <strong>in un mondo fatto di uomini</strong>, soldati israeliani o dotti palestinesi, che cercano di impedire loro di scegliere cosa sia il bene o il male per se stesse. Di uomini che decidono et imperano, costruiscono muri e recinti reali o simbolici attorno alle “loro” donne e innalzano barriere tra i popoli come unica possibilità di risoluzione dei conflitti.</p>
<p>Salma si oppone a suo modo a questo sistema fondato solo sulla prepotenza e l’autoritarismo ed esprime la sua autoderminazione scegliendo lei stessa <strong>quando indossare o non indossare il velo</strong>. In alcuni momenti del film decide di non averne bisogno perché non vuole mettere un filtro tra lei e gli altri; in altre scene invece indossa il velo e lo annoda con decisione sotto al mento perché vuole mostrare la sua distanza e la sua impermeabilità dinnanzi a determinati contesti. E’ lo strumento con cui decide di accorciare o riaffermare le distanze tra se stessa e gli altri.</p>
<p><strong>Tutto il film, è una continua abolizione vs costruzione di barriere</strong>, creazione vs diminuzione delle distanze. Un esempio è l’innalzamento di un altissimo muro al confine tra la proprietà di Salma e la casa del Ministro israeliano, ormai rimasto solo. Un muro immenso, un grigio desolante al posto del verde e del giallo che dominavano il bel giardino di limoni. L’uomo è muto e solo davanti al suo muro. Ma il silenzio del suo autismo è assordante. A lato di quest’innalzamento di barriere un altro muro è però stato demolito. La stretta di mano tra Mira e Salma è la rottura massima di qualsiasi barriera tra le due civiltà che esse rappresentano. <strong>La stretta di mano tra due donne che provengono da due mondi profondamente antagonisti</strong>. La speranza di un dialogo tra due popoli storicamente in lotta</p>
<p><small><a title="il paese delle donne" href="http://www.womenews.net/">il paese delle donne, 28 dicembre 2008</a></small></p>
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		<title>A proposito di una occupazione</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Mar 2008 19:08:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Ettore Masina Quando in una piazza o in una sala si leva accanto a me il canto, così suggestivo, di “Bella ciao”, mi capita di pensare che soltanto noi vecchi siamo in grado di comprenderne sino in fondo il significato: perché una ragazza, destandosi da un profondissimo sonno e trovando che il suo paese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://www.ettoremasina.it/" title="Ettore Masina">Ettore Masina</a></p>
<p>Quando in una piazza o in una sala si leva accanto a me il canto, così suggestivo, di “Bella ciao”, mi capita di pensare che soltanto noi vecchi siamo in grado di comprenderne sino in fondo il significato: perché una ragazza, destandosi da un profondissimo sonno e trovando che il suo paese è stato invaso da un esercito straniero, si “senta di morire”. E’ difficile – e forse impossibile – a chi non l’ha provata immaginare la ferocia di un regime di occupazione. Occupazione non significa soltanto guerra perduta ma anche perduta identità. Ti sembra di non avere più patria poiché i confini che la delimitavano sono stati violentemente abbattuti e i luoghi che ti sono cari sono diventati terra di conquista. I maschi del tuo popolo vinto (quelli che non sono morti o prigionieri in “campi” lontani) sono trasformati in lavoratori senza diritti,  o profughi miserabili; mogli sorelle o figlie non possono più sentirsi difese dalla possibile violenza dei vincitori; inermi si sentono i bambini davanti a padri di cui ogni giorno vedono umiliata la dignità. Le leggi che vengono emanate sono fatte per il benessere e la sicurezza degli occupanti, non dei cittadini. I raccolti e le produzioni industriali  sono bottino di guerra e i generali nemici decidono se e in quale quantità possono essere distribuiti agli sconfitti. Le piazze in  cui giocavano i bambini, i parchi in cui passeggiavano gli innamorati, i ristoranti delle allegre tavolate,  i teatri in cui si narravano le bellezze della vita o i suoi drammi, ogni luogo pubblico, insomma, è sfregiato dalla presenza di stranieri armati. Vi sono scuole (molte scuole) trasformate in bivacchi delle forze d’invasione; e case requisite e  vie sbarrate e zone interdette. Le rovine lasciate dai combattimenti non vengono riparate. Accade che intere popolazioni debbano lasciare i luoghi in cui vivevano, espulse dalla violenza armata o da una fonda paura. Che posti di blocco infestino le strade e impediscano ai vinti di svolgere  i propri commerci o, peggio ancora, di riunire le famiglie o di mantenere i collegamenti fra parenti o di accedere rapidamente a luoghi di cura. Che in alcune zone tutti gli alberi vengono abbattuti, “per ragioni di sicurezza”. Le notti sono anticipate e prolungate dai coprifuoco; in quell’eternità di buio si sentono i passi cadenzati delle ronde e di quando in quando vengono dalle strade rumore di spari, grida concitate, alti lamenti. Chiudendo la porta, la sera, sai che potrebbe essere abbattuta da qualche pattuglia venuta a prenderti per potarti chissà dove.<br />
Occupazione vuol dire terrore. Non è soltanto che tutti i diritti sembrano cancellati, è che puoi da un momento all’altro essere punito per ciò che un altro ha fatto: la punizione collettiva, la rappresaglia devastano ogni logica, ogni innocenza, e ogni diritto. Sei immerso nell’arbitrio del dominante, che, se qualcuno osa ribellarsi,  non occhio per occhio pretende ma dieci occhi per ogni occhio dei suoi ferito o spento.</p>
<p>E’ in questo modo che da cinquant’anni vivono i palestinesi dei territori occupati.</p>
<p>Il terrorismo non ha mai giustificazioni: è una perversione mortifera. Come le punizioni collettive decise dagli occupanti, colpisce innocenti e dunque devasta ogni giustizia. E’ odio che genera odio. E’ delitto insensato, patologia criminale. Guardo una fotografia scattata sul cortile della scuola rabbinica di Gerusalemme. C’è un ragazzo morto, che mi pare identico a mio figlio quando aveva quindici anni. Provo un senso di lutto che mi sconvolge. Non  ci si può, non ci si deve, mai, abituare a queste gioie di vivere affogate nel sangue.</p>
<p>Penso, anche, che non si possa, non si debba, mai, dimenticare come vivono, da cinquant’anni, i palestinesi. Se si eccettua la tragedia irlandese, non c’è, nella storia contemporanea, esempio di occupazione  (= oppressione ) durata tanto a lungo e tanto a lungo tollerata dall’opinione pubblica internazionale. L’orrore della Shoah sembra nascondere con le sue tenebre la storia della nabka, la violenza perpetrata ai danni di questo popolo arabo, chiamato a pagare le colpe degli  europei. Migliaia di pagine sono state scritte dall’ONU a proposito della tragedia palestinese ma si direbbe che nessuno le abbia mai lette. Perché tacerlo? Il nostro razzismo non è soltanto un’infamia che ha massacrato per secoli il popolo ebraico, il nostro antisemitismo continua a stravolgere anche la nostra visuale di quell’altro popolo semitico che è il popolo arabo. Non dobbiamo dimenticarlo: noi italiani siamo stati colonialisti e del colonialismo abbiamo conservato la capacità di velenoso disprezzo per i non-europei.  Gli arabi come gente primordiale, insensata, feroce, ignorante, sporca: questi clichès appartengono alla cultura di noi vecchi ma sono passati anche ai nostri figli. E chi è riuscito a evadere dall’infamia dell’antiebraismo ha finito ben presto per pensare Israele come avamposto della civiltà occidentale nel Medio Oriente islamico.<br />
Le capacità imprenditoriali e la finezza della cultura israelitica hanno fatto sì che una gran parte dei mass-media mondiali siano proprietà di ebrei, e perciò apertamente schierati “a favore di Israele”. Film come “Exodus”, tanto per fare un esempio, hanno immensamente giovato a Israele, illuminando di una luce sacrale, di epopea politica e religiosa la creazione di un nuovo stato, rifugio per un popolo ma dannazione per un altro.  Lo so bene perchè io stesso ho condiviso questa acritica esaltazione &#8230; fino a che sono andato in Israele.<br />
E’ quasi incredibile la mancanza di informazioni sulla Palestina che connota il Nord della Terra e l’Italia in particolare. In buona parte si tratta di scelta consapevole: inutile sapere, i palestinesi sono un popolo di serie B. Posso -   e voglio &#8211; dare una testimonianza in proposito. Nel 1991 ero presidente del Comitato della Camera per i diritti umani e, su invito dell’agenzia dell’ONU, guidai una delegazione parlamentare a visitare i campi profughi dei territori occupati. Nella delegazione erano rappresentati il PCI il PSI, la DC, l’MSI e Democrazia Proletaria. Compiemmo la nostra missione con (oso dire) grande scrupolo, incontrammo le autorità israeliane e gli organismi non-governativi che si occupavano dei diritti umani, e visitammo uno ad uno tutti  i campi. Compilammo poi una relazione unitaria da distribuire ai mass-media. Il presidente della Commissione Esteri della Camera, Flaminio Piccoli, presiedette la conferenza stampa&#8230; Ho detto male: NON presiedette la conferenza stampa, la conferenza non ci fu: non uno (uno) delle decine di giornalisti parlamentari si fece vivo.</p>
<p>Peggio ancora: non solo mancanza di informazione ma propaganda di odio. In quell’epoca, Marco Pannella accusò l’Intifada di ogni crimine. Nei campi profughi i militari israeliani avevano ucciso alcuni bambini palestinesi: nella sua abituale esagitazione filoisraeliana, il leader radicale arrivò a gridare nell’aula di Montecitoro che c’era qualcuno che aveva spinto quei piccoli contro i soldati “per avere ogni sera un bollettino sanguinoso da esibire”. Quando, nel corso di una trasmissione da Costanzo, gli contestai quell’infamia, Pannella disse che “anche in Francia, se la polizia spara alle gambe dei dimostranti può colpire dei bambini”. Se e dove la polizia francese avesse ucciso dei bambini, Pannella non lo disse.</p>
<p>Sì, è difficile mantenersi freddi nel valutare la tragedia dell’occupazione dei territori palestinesi. La missione parlamentare da me presieduta firmò allora una relazione in cui si dichiarava che Israele violava costantemente i diritti umani della popolazione. Certamente, crimini venivano commessi anche dai palestinesi, soprattutto nei confronti dei “collaborazionisti”. Ma si poteva e si doveva dire che lo status dell’occupazione negava ogni stato di diritto.</p>
<p>Viaggiando allora per i Territori ci imbattemmo nei segni evidenti della repressione e della rappresaglia: case abbattute dai bull-dozers, scuole devastate, bambini incarcerati, uliveti espiantati per costruire strade riservate ai coloni, università chiuse a tempo indeterminato, devastazione dei viveri distribuiti dall’ONU, posti di blocco sbarrati per ore ed ore anche alle autoambulanze; e l’uso della tortura. Gli organismi non-governativi ci parlarono, a questo proposito, della nuova tecnica dello “scuotimento” : la vittima veniva afferrata per le braccia o per le spalle da un inquisitore particolarmente vigoroso e scrollata furiosamente avanti e indietro, in modo che il cervello “ballasse”, per così dire, nella scatola cranica. Ne conseguivano paralisi, tremori permanenti, distorsioni, gravi disturbi nervosi, quando non la morte.</p>
<p>Tutto ciò avveniva sedici anni fa. Da allora l’occupazione è rimasta e i tentativi di negoziato sono falliti, in parte per insipienza di alcuni capi palestinesi, ma prevalentemente per  volontà del governo di Israele di portare gli avversari all’estenuazione delle loro forze economiche e politiche prima di concedere loro uno stato, destinato così all’inermità, alla mendicità e all’insignificanza. E non è retorica dire che il proseguimento dell’occupazione e delle sue tecniche sta operando una vera e propria mutazione antropologica dei due popoli, in senso regressivo. I  razzi che Hamas lancia verso le città israeliane di Sderot e Ashqelon colpendo alla cieca la popolazione, macchiano la storia della resistenza palestinese. La rappresaglia israeliana (il  blocco dei confini della Striscia, con l’affamamento della popolazione e poi le stragi e le devastazioni compiute nelle scorse settimane a Gaza) infangano le bandiere dell’esercito israeliano.<br />
Dall’una e dall’altra parte, gli amanti della dignità umana invecchiano quasi disperando.  Notavo qualche mese fa, recensendo “L’ultimo  comandante” di Abraham B. Yehoshua: “Una sorta di sfinimento psicologico e morale pervade questo bel libro di racconti. La perpetuazione della follia medio-orientale e della occupazione delle terre palestinesi genera ormai negli intellettuali  israeliani non soltanto un allarme che i politici non hanno raccolto, ma un&#8217; accorata malinconia che pervade tutti i rapporti sociali, anche quelli più intimamente familiari”. Adesso Yehoshua è venuto in Italia e ha confermato questa desolazione.<br />
Nel suo libro appena uscito in  italiano con il titolo “<a href="http://www.internetbookshop.it/code/9788806184339/yehoshua-abraham/fuoco-amico.html" title="ibs">Fuoco amico</a>” compare la figura di un israeliano fuggito in Africa perché non riesce più a sopportare le tensioni e le tragedie che derivano dall’occupazione. Dal canto loro, gli psicologi palestinesi parlano delle perversioni che le violenze generano nei bambini e negli adolescenti: di fronte all’inermità dei padri e alle umiliazioni  che essi  subiscono, gli adolescenti finiscono per introiettare come modello virile quello del soldato israeliano; o diventano facile preda dei fondamentalisti.</p>
<p>E’ possibile uscire da questa situazione che sembra un cancro della storia in cui viviamo? Certamente non con parvenza di accordi come quello di Annapolis, prontamente sabotato dal governo Olmert e comunque poco più che ovvio a una pace posticcia. Soltanto una profonda mutazione dell’opinione pubblica mondiale può portare i Grandi a gettare la maschera di una falsa diplomazia: a garantire insieme la sicurezza di Israele e il ristabilimento dei diritti dei palestinesi a vivere in piena libertà. Come dice John Dugard, Commissario speciale dell’ONU sulla situazione dei diritti umani in Palestina,  “I territori occupati palestinesi hanno una speciale importanza per il futuro dei diritti umani nel mondo. Non ci sono altri casi di regimi occidentali che negano il diritto all’autodeterminazione ed ai diritti umani ad un popolo in via di sviluppo e che lo fanno per così tanto tempo. Questo spiega perché i Territori Occupati sono diventati un test per l’Occidente. Se l’Occidente, che è assurto a guida nella promozione dei diritti umani nel mondo, non dimostrerà un reale impegno per i diritti umani palestinesi, l’intero movimento internazionale per i diritti umani, che può rivendicare grandi successi nella comunità internazionale negli ultimi 60 anni, sarà messo in pericolo”.</p>
<p>Queste parole riguardano anche noi, perché il silenzio e l’inerzia sono complicità. E allora, io credo, è necessario che ciascuno di noi, nei modi che gli sono possibili (politici, culturali, economici) si impegni alla diffusione di una cultura della pace senza pregiudizi. In Israele e in Palestina sono al lavoro, spesso vincendo giorno dopo giorno difficoltà enormi, gruppi, più numerosi di quanto i media registrino, di israeliani  e di palestinesi che si muovono in fraternità sui sentieri del dolore e di una eroica speranza. Conoscere questi gruppi significa respirare onestà, tenerezza, forza morale, coraggio, creatività. Alcuni di essi sono palestinesi, altri israeliani, altri ancora non si definiscono con nomi di nazione. Dobbiamo  misurare anche sul rapporto con loro la nostra volontà di essere protagonisti della storia piuttosto che servi del cinismo di chi vuole decidere per tutti.</p>
<p>ettore masina</p>
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