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	<title>agli incroci dei venti &#187; violenza</title>
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		<title>Un  assalto umano disumanizzato</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2009 17:45:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous Non c’è giorno che non venga scandito da un assalto umano disumanizzato, perpetrato nei riguardi delle donne, nei confronti di un bambino,  di una giovanissima. Il branco è nell’ombra, predisposto a un’opera demolitrice, a violare la realtà dell’altro, sconvolgendone l’equilibrio e compromettendone  il benessere, un’azione infame nel più profondo del termine, dove [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Andraous</p>
<p>Non c’è giorno che non venga scandito da un assalto umano disumanizzato, perpetrato nei riguardi delle donne, nei confronti di un bambino,  di una giovanissima.<br />
Il branco è nell’ombra, predisposto a un’opera demolitrice, a violare la realtà dell’altro, sconvolgendone l’equilibrio e compromettendone  il benessere, un’azione infame nel più profondo del termine, dove non c’è lessico che tenga per definirne il raccapriccio.<br />
<span id="more-496"></span><br />
Ciò che deve scuotere le coscienze è l’infamia che non consente giustificazioni, né ansia da contagio, ma promuove una linea comportamentale priva di black-out ideologici: infatti con le ideologie stendiamo ipocrisie e false aspettative, non cogliamo le urgenze né le insopprimibili necessità-priorità, a riconferma che donne, bambini e anziani non si toccano, non si debbono toccare, non bisogna permettere che ciò accada.<br />
Il branco si fa beffe della bellezza, della fragilità, entra a gamba tesa dove l’innocenza e la stessa femminilità regalano al mondo il piacere dell’esistenza, e all’esistenza il miracolo del futuro che nasce e cresce, perché custodisce il segreto dell’amore più grande.<br />
Sociologi, pedagogisti, psicologi, preoccupati per le dimensioni crescenti di questo  fenomeno, nella torsione in cui  costringe l’attualità, che somiglia sempre più a un’apnea soffocante, tant’è che ognuno esplicita ragioni diverse  per spiegarne l’exploit.<br />
Si coglie il male, lo si traveste di bugie, lo si affascina con il dolore dell’altro, per colmare i propri vuoti e le proprie assenze, che diventano patologie.<br />
Non c’è ritocco al corredo del codice genetico umano, una eventualità del genere non è possibile nel breve passo che intercorre tra una generazione e l’altra, allora come è possibile che a ogni pagina appare la notizia di uno stupro, di una violenza da poco commessa, ciò non solo nelle strade, nei vicoli ciechi, nelle campagne buie, ma nelle famiglie, dove dovrebbe prevalere il principio dell’amore, dei vincoli affettivi, nella continuità del vivere insieme. Eppure proprio all’interno del nucleo famigliare, vicino al focolare passa sotto silenzio questa pratica infame, proprio lì, ognuno assume il ruolo parossistico di teatrante, recita la parte di chi nega, di chi non vede, di chi occulta e passa avanti agli abusi che non hanno fine.<br />
In questa ferita c’è l’esperienza intera del dolore, dell’amore frustrato, un modello che si tramanda senza che alcuno intervenga a porre un freno, eppure come ha detto qualcuno “ i ragazzi violenti del futuro sono ora dei bambini “, proprio quelli afferrati come oggetti e spogliati di ogni emozione.<br />
Occorre ritrovare un senso comune non più rinviabile, non sono più sufficienti le notizie, il bombardamento mediatico, forse è arrivata l’ora di un ripensamento culturale che sia sinonimo di coinvolgimento, nel discuterne e  rifletterne insieme, non solo per preservare le menti giovani dalla violenza che non risparmia alcuno, ma per coltivare in chi cresce un senso critico sano e attento ai valori della vita, quella di tutti, soprattutto delle donne, dei bambini, degli anziani, CHE NON SI DEBBONO TOCCARE MAI.</p>
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		<title>Una mattina in classe, a parlare di stupro</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Mar 2009 20:10:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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		<description><![CDATA[di Monica Lanfranco &#8220;Cosa si può fare quando chi ha potere abusa di chi non ne ha? Almeno farsi avanti, e gridare forte la verità. Farsi avanti per se stessi, farsi avanti per gli amici, farsi avanti anche se si è da soli&#8221;. E’ uno dei passaggi più significativi di North country – storia di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a title="Monica Lanfranco" href="http://www.monicalanfranco.it/">Monica Lanfranco</a></p>
<p>&#8220;Cosa si può fare quando chi ha potere abusa di chi non ne ha? Almeno farsi avanti, e gridare forte la verità. Farsi avanti per se stessi, farsi avanti per gli amici, farsi avanti anche se si è da soli&#8221;. E’ uno dei passaggi più significativi di North country – storia di Josie, film fortemente voluto dall’attrice Charlize Theron che interpreta la parte della prima donna che fece causa negli Stati Uniti per molestie sessuali alla miniera dove lavorava, creando così un precedente per l’introduzione nell’ordinamento nordamericano delle class action, (le azioni di categoria) incentrate sui diritti sessuati.<br />
<span id="more-487"></span><br />
I fatti sono del 1989, ma ciò che il film racconta è cronaca di oggi: il sessismo in un microcosmo lavorativo tutto maschile, i pregiudizi nei confronti di una giovane madre single, la diffidenza e la mancanza di solidarietà da parte dei colleghi, e soprattutto delle colleghe, la solitudine di chi per prima alza la voce nei confronti di abusi che non sono riconosciuti come tali.</p>
<p>La protagonista ha anche un figlio adolescente, avuto in seguito ad uno stupro da parte di un insegnante, quando era appena sedicenne, e come di consueto c’è chi avanza il dubbio che lei se la sia cercata. L’avvocato, che si chiede come ci si possa difendere dagli abusi dice in modo diverso quello che la womanist femminista nera Alice Walker scrisse a proposito della condizione delle afroamericane ne Il colore viola: ”Le persone spesso cedono il loro potere pensando di non averne affatto”.</p>
<p>E’ proprio questa la sensazione che lasciano i due incontri, che fanno parte di un percorso più ampio di formazione sulla differenza di genere in alcune scuole genovesi, finanziato nell’ambito del progetto Rigenera. <strong>Che molti giovani non sappiano il potere che hanno</strong>, che non siano stati formati ed educati alla possibilità di fare scelte, e che le uniche strade per dirsi siano quelle più facili, violente e di superficie.</p>
<p>Una delle scuole del progetto è il Bergese, Istituto Professionale per i Servizi Alberghieri e Turistici, circa 700 giovani lo frequentano nella popolosa delegazione di Sestri Ponente. La scuola è attivissima, ero già stata lì per l’esame finale delle ultime classi, che nel caso dell’alberghiero è una cena completa, un’occasione speciale ed emozionante nella quale tutte le future e i futuri maturandi si cimentano in sala con l’armamentario che sarà il loro futuro lavoro: il servizio, l’abbigliamento e la postura, la cucina, l’attenzione verso i commensali. Il progetto Rigenera prevede incontri con alcune classi, e la scelta è quella di servirsi di un film da vedere insieme per entrare direttamente nel tema della violenza maschile contro le donne, per provocare reazioni e dibattito tra ragazze e ragazzi.</p>
<p><strong>Così come in altre scuole salta subito all’occhio che non ce la fanno a stare fermi e attenti per più di pochi minuti</strong>: il fatto di non separarsi mai né dal cellulare né dall’ipod, e l’essere abituati alle interruzioni in tv sembra avere indotto una mutazione antropologica rispetto alle generazioni precedenti. Molti insegnanti mi confermano che la percentuali di disturbi dell’attenzione è altissima.</p>
<p>Con le quarte (sono circa una sessantina) la scintilla scocca ancora prima del film: quando cito le cifre sulla violenza e le molestie in Italia e nel mondo un ragazzo salta su come una molla: ”Va bene parlare di stupro, però le ragazze a volte esagerano. Non mi va bene che se, per esempio, io bevo un po’ una sera, incontro una anche bevuta, e poi dopo succede qualcosa, al mattino lei venga fuori con la storia che l’ho stuprata.” Ci siamo. Una ragazza, seguita da altre, risponde arrabbiata al compagno: il fatto di avere alzato il gomito non giustifica il saltare addosso ad una ragazza, perché un ragazzo è più forte fisicamente e può imporsi. Butto lì anche la questione dell’abbigliamento: essere provocanti e svestite è un’attenuante per il violentatore? Su questo si dividono quasi nettamente: le ragazze rivendicano il fatto di potersi vestire come vogliono, (tranne una minoranza che sostiene che se ti metti troppo in vista te la vai a cercare, e si prendono un lieve applauso da parte di un gruppetto di maschi), mentre i ragazzi, tranne uno, si descrivono come ‘più animali’ delle femmine, e quindi incapaci di trattenersi. La deriva parte da qui, <strong>dalla convinzione che comunque esista una ‘naturale’ predisposizione del maschio all’incontinenza istintuale</strong>: hanno solo sedici, diciassette, anni e già sono certi che maschile sia sinonimo di pulsione sessuale selvaggia. Attenzione: quando passo all’ovvia conclusione, che cioè stanno dicendo che tutti gli uomini sono potenziali violentatori, ecco che non ci stanno. Nonostante le cifre che ho fornito siano lì, scritte su un grande foglio bianco, e inchiodino gli uomini italiani in grande maggioranza su quelli stranieri, (e gli uomini della cerchia familiare più di quelli sconosciuti) come autori abituali degli abusi scatta la ribellione. No, non è vero: gli stupratori sono gli altri. Rumeni, albanesi, di certo non gli italiani, non quelli ‘come loro’ sono i veri violenti. Dopo il film, che dice con chiarezza che sulla violenza contro le donne c’è spesso una tacita connivenza della comunità, scatta in classe la difesa del territorio. Ecco le motivazioni: intanto il film è ‘vecchio’ (la vicenda è del 1989, il film è stato girato nel 2005). Poi la violenza che racconta è esagerata, e ora non è più così, le donne lavorano dappertutto, non c’è più discriminazione. “Lo sa cosa ci vuole per rimettere le cose a posto? &#8211; dice a voce alta uno dei ragazzi più chiacchieroni, la faccia pulita e infantile. &#8211; Più armi, pena di morte e castrazione, ma non quella chimica, quella fisica, magari in piazza, così, per dare l’esempio”. <strong>La matassa è intricatissima</strong>: stupro, sicurezza, razzismo, violenza generale, paura, odio, impotenza si intrecciano, in un mix reso ancora più micidiale dall’assenza di informazione e di approssimazione mediatica.</p>
<p>Il giorno dopo ci sono le quinte. Anche qui la prima reazione è di difesa: nel film si parla di Stati uniti, c’è la miniera di mezzo, certo che non è un posto da donne, e comunque ora tutto è tranquillo nel mondo del lavoro. Quando accenno al fatto che oggi, in Italia, ci sono aziende che fanno firmare alle giovani donne dichiarazioni nelle quali loro si impegnano a non restare incinte pena il licenziamento si ammutoliscono, così come cala il silenzio quando snocciolo i numeri della violenza in famiglia.</p>
<p>L’impressione è che, se si riesce a fare fermare quel tanto che basta la loro attenzione sulla materialità e concretezza dell’argomento, se il parlare delle relazioni tra uomini e donne passa dalla lontana teoria alla pratica dei loro rapporti, dei loro corpi, allora la musica cambia. Una ragazza con grande coraggio racconta che un fidanzato la riempiva di lividi, e che per molto tempo, dopo la rottura lui l’ha perseguitata. La reazione dei compagni è quasi unanime: quello non era normale. Però, grattando sotto la superficie, ecco che riemerge l’adagio dell’animalità maschile: in fondo bisogna capire che i maschi sono più reattivi, e quindi uno schiaffo ci può stare, la gelosia è brutta ma è anche sintomo di attaccamento, l’amore non è bello se non è litigarello, le donne dicono spesso no con la bocca ma in fondo un po’ bisogna forzarle. Hanno diciotto, vent’anni ma esprimono concetti analoghi a quelli dei loro nonni.</p>
<p><strong>E’ un antico, raggelante ritornello</strong>: le donne sono una fortezza da espugnare, gli uomini degli arieti che a testa bassa partono e non si possono fermare. Del resto se la loro formazione ai sentimenti e alla sessualità resta dominata dalla televisione della De Filippi e dai telefilm perché stupirsi? Almeno questa scuola sta provando a intercettarli, ma quante sono le scuole in Italia dove questo accade?</p>
<p><a title="mareaonline.it" href="http://www.mareaonline.it">www.mareaonline.it</a></p>
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		<title>Parole sulla paglia facile a bruciare</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Feb 2009 17:36:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous Voce grossa, minacce, multe e ammende, per barboni e clochard, per pezzetti di umanità dislocata qua e là, a margine delle coscienze. Fronte comune contro queste presenze inaccettabili, nelle città, come nelle periferie, come a voler scacciare un’immagine che fa paura, semplicemente perché quella fine non vogliamo neppure che ci sia messa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Andraous</p>
<p>Voce grossa, minacce, multe e ammende, per barboni e clochard, per pezzetti di umanità dislocata qua e là, a margine delle coscienze.<br />
Fronte comune contro queste presenze inaccettabili, nelle città, come nelle periferie, come a voler scacciare un’immagine che fa paura, semplicemente perché quella fine non vogliamo neppure che ci sia messa di fronte, come uno spaccato di qualcosa poco bello che ci passa da tempo vicino, al punto da farci infastidire e sobbalzare.<br />
<span id="more-485"></span>“Marginalizzati e solitudinalizzati”, termini ufoidi per definire una nuova classe  di intoccabili, “cose” da tenere lontano, ben recintate nella nostra indifferenza e timore di averci a che fare.<br />
Queste persone ( perché di persone si tratta ), rimangono concentrate dove il buio le nasconde agli occhi innocenti, in liste ben redatte per meglio distribuirne le strategie dell’incuranza, uomini e donne che ogni giorno trasudano la propria sofferenza nella malattia dell’inconciliabilità, in una diaspora esistenziale che esprime la resa di uno spicchio non indifferente di umanità.<br />
C’è un senso di inquieta ripulsa verso chi è povero e derelitto, verso chi inciampa e cade malamente, una sensazione strana e ambigua nei riguardi di chi non ce la fa  a stare al passo del più fortunato, con quello sbilanciato nell’acquisto e nello smercio  delle merci, intese come beni di consumo e non delle idee.<br />
A rendere le cose ancora più opprimenti e irreggimentate nel nuovo pensiero di lontananza, sullo schermo televisivo scorrono immagini studiate a tavolino per apparire socialmente accettabili, perché non abbiamo mai tempo per pensarci su, per prendere una distanza, una posizione costruttiva foriera di un cambiamento, di una emancipazione, infatti la notizia successiva incalza, non consente libertà di senso critico: allora è meglio additare e tenere lontano chi non regge il ritmo, evitando contaminazioni deplorevoli.<br />
Quando abbiamo a che fare con gli ultimi, con quelli che davvero non  hanno niente e non vogliamo essere noi, spesso scordiamo che il mondo, le sue strade e le sue città, sono state percorse e vissute da altri poveri, che ne hanno tracciato la storia, permeando la vita di un coraggio semplice e importante, al punto da cancellare le dimenticanze culturali, costruendo un ponte di reciprocità convissuta.<br />
San Francesco, Madre Teresa, don Enzo Boschetti, uomini e povertà ricca di dignità, di generosità, di doni preziosi per altri uomini che hanno speso l’intera vita a cercare, a ascoltare, a fare, dimostrando come l’essere umano può elevarsi alle altezze dello spirito, in  slanci straordinari di gratuità.<br />
Attraverso questi testimoni del nostro tempo, dobbiamo renderci conto che il nostro agire quotidiano  con gli altri, non è sostenuto da un impegno concreto a edificare la casa del rispetto per l’altro, evitando di fare consumare le parole sulla paglia facile a bruciare, scansando scambi relazionali soddisfacenti, meglio, umanamente degni.<br />
Sono uomini e sono poveri, ma restano comunque individui, persone e cittadini, che meritano rispetto.</p>
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		<title>Il branco degli scaracchi</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Oct 2008 10:08:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Societa']]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
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		<description><![CDATA[di Vincenzo Andraous La tortura nei riguardi di chicchessia è una ignominia, messa in atto dal branco verso un giovanissimo è qualcosa di ancora più indicibile. La violenza è compagna di viaggio di molta parte di umanità, in questo caso c’è il gesto di crudeltà fine a se stesso, la ricerca di  prevaricazione, il dominio   [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Vincenzo Andraous</p>
<p>La tortura nei riguardi di chicchessia è una ignominia, messa in atto dal branco verso un giovanissimo è qualcosa di ancora più indicibile.<br />
La violenza è compagna di viaggio di molta parte di umanità, in questo caso c’è il gesto di crudeltà fine a se stesso, la ricerca di  prevaricazione, il dominio   sull’altro, poco importa se ottenuto arrecando dolore al più debole, fragile, indifeso.<br />
Il branco usa tecniche ben collaudate, la bugia, l’inganno, il tradimento, esprime una caratura professionale consona alla sua età, per soggiogare, mettere sotto, rendere schiavizzata del proprio potere la vittima designata.<br />
La baby gang lega un ragazzino a un albero, lo colpisce, gli urina addosso, tra scaracchi e risate sguaiate, poi è gia ora di ritornare a casa, ognuno con il proprio balzello ben calato nelle tasche vuote, e ciascuno conoscerà altre ferite, mentre  il dolore del ricordo scaverà nelle carni un solco indelebile.<br />
Di fronte a questi fatti si fa sfoggio di sociologie e pedagogie di intrattenimento: genitori che non sanno più essere educatori, una società che spinge al divertimento e allo sballo infrasettimanale.<br />
Il branco sopravvive a se stesso, costantemente disconnesso dalla quotidianità, dove esistono ancora le regole, quelle che occorre conoscere per poterle rispettare, quell’area libera da sottomissioni precostituite, dove esistono le persone avvero autorevoli, che qualche volta è possibile incocciare, attraverso la fortuità di un incontro, che però obbliga a dedicare tempo e volontà a relazionarsi nella pratica della discussione e dell’ascolto, con quanti ogni giorno rimangono contusi alle arcate sopraciliari, degli altri acciaccati nell’anima.<br />
Violenza e paura di non essere nessuno, paura di non riuscire a essere quel che si vorrebbe, violenza e paura di non essere degni del gruppo, approvati e accettati, protetti da una omertà che consolida la sua egemonia attraverso l’ottenimento di sensazioni forti, immediate, di quelle che “sconvolgono”, ma non affaticano né impegnano più del necessario.<br />
Persino nella infamia di questo gesto, di questa violenza imitata e imitante, di questo atteggiamento mentale terroristico, erede dei bullismi di ieri, c’è inquietante la rivolta sotterranea, la voglia di annichilirsi, di  affrancarsi dalla contaminazione di ogni eventuale “fuori quota”, fautori di una normalità insopportabile, dove c’è il rischio di incappare in quell’intelligenza e sensibilità,  che non permette ad alcun adolescente, né ad alcun adulto, di disconoscere il valore della dignità umana.<br />
Branco, baby gang, teppisti e bulli, molte le declinazioni, poche le giustificazioni travestite da attenuanti , è violenza che scardina la libertà di crescere insieme, che nega il diritto di essere conformi nel rispetto dell’altro, che disperde il dovere di resistere fino in fondo, per essere degni di vivere con lo sguardo in alto, con il domani ben cucito sulla pelle.</p>
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