Mese: Gennaio 2008

Presidenziali USA: gli sfidanti democratici e la pena di morte

di Rico Guillermo
I tre candidati democratici alle primarie per la presidenza USA sono favorevoli alla pena di morte, un argomento difficile da trattare soprattutto negli Stati del sud, dove i bianchi sono per lo piu’ sostenitori della pena capitale e i neri ne sono per lo piu’ vittime.

Mentre il 12% degli abitanti degli Stati Uniti sono afro-americani, infatti, oltre il 40% della popolazione nel braccio della morte e’ nera. Sebbene poi neri e bianchi siano vittime di omicidio in quasi ugual quantita’, l’80% dei detenuti giustiziati dal momento che la pena di morte e’ stata reintrodotta erano stati condannati per un omicidio in cui la vittima era bianca. Vari studi effettuati negli Stati Uniti hanno poi evidenziato pregiudizi razziali in ogni fase del procedimento di pena capitale. Uno di essi ha rilevato che piu’ l’imputato e’ percepito aderente alle stereotipo del nero, piu’ e’ probabile che sia condannato a morte. A ciò si aggiunga il fatto che oltre il 20% dei neri accusati che sono stati giustiziati erano stati condannati da giurie tutte bianche.

Insomma, nessun progresso dai tempi de “Il buio oltre la siepe”, il film degli anni ’60 (ma ambientato nel 1932) in cui un Gregory Peck da Oscar porto’ all’attenzione nazionale e mondiale il problema dei preconcetti razziali in tribunale (anche li’, peraltro, la giuria che condannava un nero innocente accusato di stupro era di tutti bianchi). E’ quindi impossibile ignorare il fattore razziale nella realta’ odierna della pena di morte, mentre se ne parla poco o punto nella campagna democratica.

I tre sfidanti democratici hanno toccato qualche volta il tema della giustizia penale razzista. In un dibattito, Barack Obama ha riconosciuto come “qualcosa di cui dobbiamo parlare” il fatto che “afroamericani e bianchi… vengono arrestati con tassi molto diversi, vengono condannati a tassi molto diversi, ricevono pene molto diverse”. Hillary Rodham Clinton, in tema di giustizia penale, ha dichiarato di volere “una profonda revisione di tutte le sanzioni”, mentre John Edwards ha detto “Come persona cresciuta nel Sud segregazionista, sento una responsabilita’ speciale a parlare della intolleranza razziale”.

Eppure nessuno dei tre leader democratici ha posto come punto centrale del suo programma la giustizia penale, e tantomeno la pena capitale. E questo perche’ Clinton, Obama ed Edwards sostengono tutti la pena capitale, anche se non lo dichiarano durante i discorsi della campagna per le primarie.

Quando era in corsa per il senato, Obama ha spiegato che “ci sono crimini straordinariamente odiosi – terrorismo, abuso di bambini”, in cui la pena di morte “può essere opportuna”. Anche di recente ha detto di ritenere che sia importante preservare l’opportunita’ di una sanzione estrema in determinate circostanze. Per il candidato nero si tratta quindi di “un male necessario”, anche se i suoi sostenitori lo presentano come un oppositore della pena di morte. Sostanzialmente sulla stessa lunghezza d’onda Edwards, che riconosce i pregiudizi razziali in tribunale, il problema delle condanne errate e la disparita’ di rappresentanza legale, ma difende la propria posizione a favore della pena di morte.

Hillary ha evitato piu’ degli altri due il discorso della pena capitale nella sua campagna, limitandosi a parlare genericamente di “riforme”. Anche se nel 2003, ha cosponsorizzato la legge per la protezione degli innocenti, per rendere disponibile il test del DNA per i condannati a morte nei tribunali federali, aveva contribuito a limitare i ricorsi braccio della morte negli anni ’90. L’amministrazione di Bill Clinton porto’ infatti ad un enorme incremento della pena di morte federale, grazie alla ‘legge penale’, nonche’ ad una forte riduzione dei ricorsi nel braccio della morte, grazie alla legge per la lotta al terrorismo e per l’efficacia della pena di morte. Infatti fra il 1996 e il 1999 le esecuzioni piu’ che raddoppiarono.

Per fortuna le decisioni della Corte Suprema che vietavano l’esecuzione dei ritardati mentali e dei minorenni all’epoca dei fatti, nonche’ la rivoluzione delle prove introdotta grazie al test del DNA, hanno ridotto le esecuzioni ed evidenziato i limiti morali e gli errori giudiziari correlati alla pena di morte, inducendo un ripensamento in intellettuali, politici ed opinione pubblica tale da portare l’abolizione legale o di fatto della pena capitale in alcuni Stati.

Nessun merito va pero’ riconosciuto alla politica dei Democratici, i cui leader mantengono la stessa posizione pro pena di morte quasi ininterrottamente da circa vent’anni. Ed invece proprio questa campagna elettorale potrebbe essere l’occasione per marcare la differenza dai Repubblicani su un tema che rappresenta un cardine del conservatorismo e nella retorica di questi ultimi.

* si ringrazia Claudio Giusti

Osservatorio sulla legalita’, 29 gennaio 2008

La stupidità della critica

di Giancarlo Livraghi

gennaio 2008

Testo disponibile anche in formato pdf sul sito dell’autore

Il potere della stupidità è così insidioso che si può manifestare anche quando si tenta di correggerlo (o si crede di approfittare della stupidità altrui). Vedi Il circolo vizioso della stupidità. Uno degli aspetti di questo problema è che la critica può essere ancora più stupida delle stupidaggini che vuole criticare. È un fatto evidente nei dibattiti politici (e politologici) e nei conflitti ideologici o di interessi, ma è ricorrente anche in molte altre circostanze.

La critica è importante, è necessaria, è una condizione indispensabile di libertà e di sviluppo della conoscenza. Ognuno ha il diritto di criticare come vuole. Chi è criticato ha il dovere di ascoltare, capire, imparare. Se ha sbagliato, ha un’occasione per correggersi. Se dice o fa cose che considera giuste, ma non sono capite, ha uno stimolo a cercare di spiegarsi meglio.

Chi si considera immune da ogni critica, o “superiore” a chiunque “si permette” di non essere d’accordo, non è solo arrogante. È anche stupido.

Essere criticati non è una sofferenza, né un segnale di debolezza. Se tutti sembrano essere d’accordo con ciò che facciamo o diciamo, abbiamo motivo di preoccuparci. O siamo così banali da trovare un facile consenso, o stiamo ascoltando solo chi ci è favorevole (oppure, per uno di tanti possibili motivi, non ha voglia di esprimere le sue opinioni).

Anche quando non ci sono critiche esterne, o non sono interessanti, è sempre importante l’autocritica. Uno degli esercizi fondamentali per tenere in funzione la mente è mettere continuamente alla prova le nostre convinzioni e opinioni, le cose che “crediamo di sapere” ma potremmo capire meglio.

Perciò la critica è sempre intelligente, utile, educativa? Purtroppo no. Leggiamo e ascoltiamo molte critiche, su ogni sorta di argomenti, che non solo non ci aiutano a capire, ma confondono anche cose che sarebbero chiare se qualcuno non si dedicasse all’arte perversa di renderle meno comprensibili.

È ovviamente stupida, deviante (e, a gioco lungo, autolesionista) la critica “di parte”. Dettata dallo schieramento politico, dalla “tifoseria“, dall’orientamento culturale, dai campanilismi o nazionalismi o parrocchialismi e da un’infinità di altri pregiudizi. (Vedi La stupidità del “fondamentalismo”). Dopo aver sentito dire mille volte che i bizzirri hanno sempre ragione e i bizzorri hanno sempre torto – e viceversa – alla fine la deduzione più ragionevole è che gli uni e gli altri non sanno di che cosa stanno parlando.

Questa è la più evidente stupidità della critica – ma non è l’unica. Ci sono gli errori di prospettiva. Se qualcuno ha sbagliato perché ha un punto di vista ristretto o deviante, può essere molto utile una critica che collochi il ragionamento in un quadro più significativo. Ma accade, troppo spesso, che la critica sia altrettanto deviata e deviante – e tutto si riduca a una polemica insensata.

C’è il pregiudizio. Chi critica si basa sui suoi preconcetti anziché cercare di capire. Spesso si tratta di interessi personali o di categoria, che è legittimo difendere (se lo si fa in modo esplicito e dichiarato) ma si traducono facilmente in deformazioni arbitrarie che servono solo a confondere l’argomento. Ma ci sono deviazioni altrettanto pericolose che non derivano da un’intenzionale posizione pro domo sua. Ignoranza, superficialità, luoghi comuni, frettolosi malintesi, errori di comprensione, possono spesso indurre a criticare prima di aver capito.

La critica, naturalmente, non è sempre negativa. Il compito di un critico è anche “dire bene” di ciò che considera apprezzabile. Ma l’elogio può essere stupido quanto il dissenso. È meglio essere criticati per buoni motivi che ricevere lodi immeritate.

La satira, l’umorismo, l’ironia non sono solo divertenti, sono anche risorse dell’intelligenza e della conoscenza. Ma c’è troppa comicità banale, pretestuosa, inconcludente. Se il signor X dice cose che ci sembrano sbagliate a proposito di un qualsiasi argomento, vediamo di criticarlo, o anche di prenderlo garbatamente in giro, per le sue opinioni. Ma è irrilevante (e serve solo a confonderci le idee) soffermarci sul fatto che ha il naso storto o che a sua zia non è riuscito bene il sufflé.

L’autoctitica e l’autoironia sono risorse importanti. Ma possiamo sbagliare anche nel vautare le nostre idee e i nostri errori. Essere troppo teneri, badando solo alle scicchezze meno preoccupanti. O troppo ansiosi, considerando imperdonabili gli sbagli e le distrazioni che sono esperienza quotidiana di ogni essere umano. Un punto di vista esterno può aiutarci a capire meglio. Come l’opinione di una persona davvero amica, e perciò sincera – o le incomprensioni che ci inducono a chiederci se ci sappiamo spiegare bene.

L’arroganza merita di essere criticata e derisa. Ma quanti critici sono arroganti quanto o più delle persone, idee e comportamenti con cui non sono d’accordo?

Non si tratta di umiltà. A parte il fatto che molti si atteggiano a “umili” mentre non lo sono, è meglio avere il coraggio delle proprie opinioni, dire con chiarezza ciò che si pensa, specialmente quando si hanno le basi per conoscere bene l’argomento. Ma quanto spesso ci capita di ostinarci invece di ascoltare?

Insomma essere coscienti della stupidità altrui non è un buon motivo per lasciar crescere la nostra. Non si finisce mai di imparare. Quando sentiamo o leggiamo un’affermazione stupida, proviamo a chiederci come è nata quella stupidità e se possiamo imparare qualcosa dalla sua origine. Se qualcuno critica ciò che ci sembra criticabile, non per questo dobbiamo credere che abbia “sempre ragione”, né che sia da condividere il modo (e il motivo) del suo atteggiamento.

Le “conversazioni da bar sport” possono divertire, o fare arrabbiare, i tifosi. Ma non aumentano di un milligrammo la capacità di capire. E ovviamente questo non accade solo nel gioco del calcio o in altre vicende agonistiche, ma su ogni sorta di argomenti.

La critica non ha l’obbligo di essere “obiettiva”. È inevitabile, e può essere utile, che ci siano atteggiamenti e posizioni diverse. Ma cerchiamo di ricordarci che nessuno è mai “onnisciente” e che un granello di conoscenza, o l’utile nascita di un dubbio, possono venire anche da opinioni o affermazioni che, a prima vista, ci sembrano completamente stupide.

Quando avrò finito di scrivere queste righe, andrò a leggere i giornali di oggi. So che ci troverò, come sempre, un mare di banalità, di disquisizioni su cose che non mi interessano, di statistiche sballate, di balordaggini su argomenti che conosco meglio di chi ha scritto un certo articolo, di stupidaggini e superficialità, di commenti che mi sembrano sbagliati, confusi o incomprensibili. Ma dovrò stare attento (come cerco, per quanto possibile, di fare tutti i giorni) perché in una delle tante pagine potrebbe esserci qualcosa di meno ovvio, che mi aiuta a capire.

La stupidità è imperversante, la “disinformazione” e la superficialità sono impressionanti. Ma è altrettanto stupido criticare prima di esserci chiesti se ci può essere qualcosa di sbagliato nelle nostre opinioni o in ciò che crediamo di sapere.

Bulow

Ravenna, 23/01/2008

Oggi pomeriggio passavo per la Piazza del Popolo e mi sono ritrovata a salire le scale del Municipio, per rendere omaggio alla salma di Arrigo Boldrini . Mi sono sentita di farlo, non per un formale tributo di cittadina classe 1945 (l’annata della liberazione, l’annata della pace generosa di nascite!), ma quasi per il bisogno di trarre, attraverso la sua morte, attraverso la memoria storica, una rinnovata fiducia nella possibilità di una rigenerazione della classe politica italiana, in giorni in cui la nostra Repubblica scivola sempre di più verso uno stato di degrado che ci avvilisce e ci addolora.

Ma mi ha guidato all’ultimo saluto anche una sorta di legame affettivo, che negli ultimi anni avevo avuto modo di abbozzare. Avevo incontrato “il grande Italiano” nel corso delle ultime estati a Marina Romea, presso la Residenza per anziani Betania, dove mia madre, classe 1916, trascorreva i due mesi di villeggiatura. Il grande Bulow, mia madre e qualche altro/a coetaneo/a passavano ore ed ore a giocare a carte, scambiando qualche battuta, qualche ricordo. Mia madre, alle prime partite, mi diceva di sentirsi imbarazzata per l’onore di sedersi al tavolo “con Bulow !”, ma via via era stata conquistata dalla sua gentilezza (al termine dei “tornei”, baciava le mani alle signore e ringraziava) e aveva persino trovato il coraggio di raccontargli che sua figlia, io, aveva scritto un piccolo libro proprio sull’ Isola degli spinaroni, che lui doveva ben conoscere!

Mia madre è morta un anno fa, in pochi giorni, e a consolare il mio dolore è stata la considerazione che non poteva esserci morte più discreta e dignitosa, mentre mi aveva rattristato molto nelle ultime due, tre estati, constatare che il “grande Bulow” stava incominciando a combattere una nuova battaglia. Così, quando compì i novantanni e io lessi sulla stampa i tanti messaggi di auguri delle Autorità, mi venne spontaneo scrivere il mio sentimento.

Non so bene perché, ma mi sento di comunicarlo anche ad altri.

Ai novantanni di Bulow

Per una briscola pacata e assente, le diafane, esili mani del grande vecchio rimescolano carte sul tavolo.

Governava allora altre carte, con mani ferme e tenaci. Tracciava le mosse di una buia partita, con lucido disegno.

Ora, sul viso abbassato, un mite sorriso affiora smarrito dal silenzio di ore. Incerti i suoi passi, guidati dai passi di un altro.

Il lampo fiero dei vigili occhi penetrava la soglia dei canneti di valle, le nebbie melmose della pianura. La sua parola, un’azione compiuta.

Implacabile il contrattacco del tempo. Alla resa dei novantanni un fragile vigore, un fioco torpore di pensieri, il bandolo imbrogliato dei ricordi.

Caro Arrigo… Grazie Arrigo… La città onora il Comandante, che ora combatte per la sua dignità.

una cittadina

Stratagemmi e il Gerolamo

Quando la città dimentica il teatro
Palazzo Marino, Sala delle Tempere
martedì 22 gennaio 2008
ore 18.30
Stratagemmi, in occasione dell’uscita del quarto numero della rivista, contenente un’ampia sezione monografica sul Teatro Gerolamo di Milano, presenta martedì 22 gennaio alle ore 18.30, presso la Sala delle Tempere di Palazzo Marino, un incontro-dibattito dal titolo “Stratagemmi e il Gerolamo. Quando la città dimentica il teatro”.
Il Teatro Gerolamo è un’istituzione della cultura milanese, il fiore all’occhiello degli stabili marionettistici in Italia e in Europa, una “bomboniera” da 200 posti che fu culla del cabaret, del teatro canzone e del teatro dialettale milanese. Fra gli altri, ha visto passare sul suo palcoscenico Dario Fo, Franca Valeri, Ornella Vanoni, Enzo Jannacci e Paolo Poli.
Dal 1983 il Teatro è chiuso. Servivano alcuni banali lavori di ristrutturazione, ma da allora il portone è sigillato e la struttura in decadenza. Parlare del Teatro Gerolamo dunque vuol dire riaprire un dibattito cominciato 25 anni fa e in grado di coinvolgere, ieri come oggi, l’amministrazione pubblica, i privati, gli spettatori e gli stessi artisti. Vuol dire discutere di cultura, di amministrazione della cultura e di spazi ad essa riservati. Vuol dire riaprire porte, fuor di metafora, che troppo spesso rimangono chiuse e destinate a cadere nella dimenticanza comune.
Se, come sosteneva Jürgen Habermas, lo spazio pubblico è quello, per sua genesi e conformazione, destinato al sorgere, maturare e scontrarsi delle opinioni che cementano e rendono migliori la società, con questo appuntamento a Palazzo Marino la redazione di Stratagemmi vuole proporre una riflessione che, partendo dal Gerolamo e dalla sua storia, offra uno spunto, quanto mai pertinente, per analizzare il rapporto tra la città e il teatro oggi. Un’interazione non sempre evidente e immediata, che merita di essere indagata ancora una volta.
Stratagemmi è una rivista trimestrale di studi sul teatro, nata nel marzo 2007, edita da Pontremoli. La redazione è composta da quattro giovani studiose che si occupano del teatro in tutte le sue forme, a cominciare dalla ricerca e dall’approfondimento in campo accademico fino all’attualità, protagonista della sezione Taccuino: spunti e provocazioni per comprendere e analizzare il teatro e la società.
Il teatro nelle pagine di Stratagemmi non è solo ricerca filologica della rappresentazione classica e moderna, ma anche archeologia e architettura dei luoghi adibiti alla scena, attenzione agli spazi dedicati al teatro e al loro rapporto con la città. Per ulteriori informazioni, visitate il sito www.stratagemmi.it

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