Mese: Aprile 2008

L’acqua e’ un problema di (buona) governabilita’

LIVORNO. Corruzione e limitazione dei diritti politici e delle libertà civili sono tra i fattori che contribuiscono alla crisi idrica mondiale, è quanto emerge dal rapporto “Water, a Share Responsibility” presentato al quarto World Water Forum che si è tenuto a Città del Messico. Secondo l’Unesco e il World Water Assessment Programme dell’Onu (Wwap) la crisi idrica è in gran parte crisi di governabilità dei sistemi che devono «determinare chi riceve l’acqua, quando e come, e chi decide chi ha diritto all’acqua ed ai servizi connessi».

Il rapporto, frutto dell’impegno congiunto di 24 agenzie dell’Onu, esamina una serie di questioni centrali legate alla disponibilità di acqua dolce: crescita demografica, urbanizzazione crescente, cambiamento degli ecosistemi, tutela alimentare, salute, industria ed energia, gestione dei rischi e costo dell’acqua. Le conclusioni contengono raccomandazioni per orientare le azioni future e incoraggiare la gestione sostenibile delle risorse idriche a livello globale.

«L’acqua, una responsabilità condivisa» è basato sul primo rapporto del Wwap «L’acqua per l’uomo, l’acqua per la vita» pubblicato dall’Onu nel 2003 ed offre un panorama complete della situazione dell’acqua potabile in tutti i continenti e nella maggior parte dei Paesi del mondo e valuta i progressi realizzati nel raggiungimento degli obiettivi del millennio per quanto riguarda l’acqua. Nei tre anni passati dall’ultimo rapporto, la terra ha subito molte grandi catastrofi legate all’acqua: lo tsunami dell´oceano Indiano del 2004, i cicloni continui che hanno colpito Caraibi, Usa e Pacifico nel 2004 e 2005, le inondazioni in Europa centrale e orientale e molti altri Paesi, le gravi siccità che hanno colpito Niger, Mali, Spagna, Portogallo…

«Questi fenomeni ci ricordano che l’acqua ha un potere distruttivo – si legge nel rapporto – e che l’assenza di accesso a questa risorsa è sinonimo di miseria in numerose regioni del mondo. Questi avvenimenti estremi non sono che l’illustrazione più visibile delle trasformazioni fondamentali che colpiscono le risorse idriche del pianeta. In diversi casi, questa evoluzione è molto certamente legata a delle evoluzioni lente ma persistenti del clima mondiale, fenomeno confermato da un numero crescente di dati scientifici: i diverse regioni, l´effetto cumulate della diminuzione delle precipitazioni e dell´aumento dell’evaporazione diminuisce le quantità d´acqua presenti in fiumi, laghi e falde freatiche. Parallelamente, la propagazione dell’inquinamento deteriora gli ecosistemi e colpisce la salute, le condizioni di vita e i modi di sussistenza di tutti coloro che non hanno accesso a sistemi di approvvigionamento di acqua potabile e di sanitari appropriati».

A limitare seriamente la qualità e la quantità di acqua dolce è anche l’evoluzione demografica del pianeta: mentre i Paesi industrializzati hanno una stabilità demografica, nei Paesi in via di sviluppo la popolazione è generalmente in forte crescita e gli spostamenti di masse di persone a causa di urbanizzazione, guerre, conflitti interni e disastri sono un fenomeno crescente.

Nelle grandi metropoli che ingoiano milioni di disperati è praticamente impossibile costruire le infrastrutture necessarie a fornire alla popolazione i servizi idrici ed igienico-sanitari necessari. Una situazioni che ha pesanti ricadute sulla qualità della vita e innesca frequenti disordini sociali. Alla domanda d’acqua per le persone si assomma una crescente richiesta di acqua per produrre generi alimentari, creare energia e per il suo utilizzo industriale.

Nei Paesi ricchi sono gli immigrati regolari ed irregolari a porre nuove problematiche per le forniture dell’acqua in aree ad elevato consumo pro-capite, ma anche il turismo esercita in molte regioni del mondo un forte impatto sugli approvvigionamenti idrici. Così l’acqua diventa sempre di più “oro blu”, risorsa rara e limitata per il cui controllo si hanno «conflitti armati persistenti (Palestina, Darfur, ecc.) attività terroristiche o instabilità economica, i movimenti delle popolazioni hanno un impatto considerevole sulla disponibilità di risorse idriche del pianeta – si legge nel “Water, a Share Responsibility,”. E’ all’interno di questo contesto di trasformazione della situazione, talvolta rapidi e nettamente percettibili, e in altre occasioni insidiose ma persistenti, che la governance dell´acqua deve essere valutata».

Un governo dell’acqua sempre più difficile, che deve fare i conti con problemi diversi ed interdipendenti, sempre più multinazionali ma che spesso sconta l’assenza di una reale cooperazione tra i diversi livelli di governo. «D´altra pare – spiega il rapporto – gli organismi pubblici non entrano spontaneamente in contatto con le Ong e il settore privato per risolvere i problemi legati all’acqua, la gestione e la presa di decisioni tendono a complicarsi. Il compito di gestire le risorse idriche diventa ancora più complicato quando I corsi d’acqua attraversano una o più frontiere».

Uno degli obiettivi fondamentali del Wwap è quello di aiutare i governi ad elaborare e mettere in opera piani nazionali di gestione idrica durante il decennio internazionale 2005 – 2015.

greenreport, 28 aprile 2008

Il potere della stupidita’ e’ anche un libro

Il potere della stupidita’ e’ un libro scritto da Giancarlo Livraghi, Gandalf per la rete, pubblicato da M&A.
Proponiamo la prefazione dell’editore Andrea Monti

Come editore mi fa particolarmente piacere presentare questo lavoro di Giancarlo Livraghi – non a caso il primo di una nuova collana – che ottiene un risultato, per questi tempi, inusuale: trattare un tema difficile e raramente approfondito in modo divertente, intelligente e tale da non appesantire la lettura.
Il potere della stupidità offre al lettore tante differenti e originali prospettive sui comportamenti umani. E può essere letto come un’opera di tagliente ironia, come un saggio di costume o ancora come uno studio seriamente impegnato che analizza con occhio acuto e preoccupato i malanni delle culture umane. Ma, a prescindere da questo, ciò che rende speciale Il potere della stupidità è l’essere un libro che non si abbandona a sterili sociologismi, compiacimenti intelletualistici o inutili manierismi. Il tema della stupidità umana, infatti, è trattato con un taglio molto rigoroso ispirato da una ampia e robusta base di cultura umanistica e di esperienza.
Benché ci siano spesso spunti divertenti, questo libro non cade nell’equivoco, spesso dominante quando si tratta l’argomento, di perdersi in banale e inconcludente “comicità”. In altri termini non è uno “stupidario”, ma uno strumento per pensare e un aiuto pratico per riconoscere e capire l’insorgere del problema e – nei limiti del possibile – anticiparne gli effetti negativi o addirittura trasformare il danno potenziale in un vantaggio concreto.
Questo è un testo che induce il lettore a vivere e interpretare personalmente gli stimoli forniti dall’autore per trarne non solo utile di conseguenza pratiche ma anche una percezione gradevole di sapersi meglio orientare nell’intrico delle vicende quotidiane.
Un risultato di pregio reso possibile dal notevole bagaglio dell’autore che ha trasfuso in questo libro l’esperienza maturata nel corso di decenni trascorsi a studiare i comportamenti umani interagendo con le più grandi imprese di mezzo mondo, con le loro culture interne, con ogni diverso pubblico e relazione e con le molteplici complessità dei sistemi di comunicazione.
Il tutto, attraversato da un’acuta – e sanguigna – vena di umorismo che affiora nei momenti meno attesi e che, proprio per questo, rende la lettura di questo libro una bella esperienza culturale.

Recensioni

Giancarlo Livraghi
Il potere della stupidità (Seconda edizione 2007) – Collana Diogene.
Monti & Ambrosini. Pescara, 2007. pp. 158

Che fine ha fatto il poliziotto di quartiere?

25 Aprile 2008, Anniversario della Liberazione
Dedicato a Maria Giovanna Cortesi Giusti

“Non vorrete mica che arresti i miei elettori, vero?”
Sceriffo H. J. Lee, Jefferson Parish LA

Durante la campagna elettorale del 2001 il tema del poliziotto di quartiere era il cavallo di battaglia dei Berluscones. Questa entità leggendaria (in cui nessuno si è mai imbattuto) doveva risolvere tutti i problemi di sicurezza del Bel Paese. Grazie a lui saremmo dovuti entrati nell’era della pace e della tranquillità.
In quei giorni il Berlusconi condiva la sua campagna con le consuete falsità affermando che, con i governi di centro sinistra, gli omicidi erano triplicati e replicando, a chi gli faceva notare che era accaduto l’esatto contrario e si erano ridotti a un terzo, che la gente era scoraggiata e non denunciava i crimini.
Persino i padani sanno che una parte rilevante dei reati non è denunciata, che negli Usa almeno la metà dei reati gravi è sconosciuta alla polizia, ma che le autorità sono a conoscenza della quasi totalità degli omicidi e che solo una parte molto piccola di questi è rubricata come sparizione, incidente, morte naturale o suicidio. Ma questi sono discorsi da grandi e non interessano l’italiano medio che invece adora farsi terrorizzare da qualche morbosa trasmissione televisiva.
Così, al grido (ma pensa te) di legge e ordine, il Berlusca vinse le elezioni: ebbe una solida maggioranza parlamentare, formò un governo di soli 99 membri e fece sparire le statistiche sul crimine.
Il suo intento era lodevole: non voleva ci preoccupassimo scoprendo che sotto di lui i reati erano, come del resto i debiti, cresciuti, passando da 2,1 a 2,8 milioni, e che persino gli omicidi, dopo un crollo decennale, erano saltati all’insù di un buon 15 per cento.
Perché spaventarci con la realtà quando ci piace tanto essere truffati da un po’ di statistiche taroccate? Fu quindi a fin di bene che il Berlusconi ci elargì una serie di rassicuranti medie pluriennali, dalle quali risultava che tutto andava bene. (bugie, maledette bugie e statistiche)
Nella campagna elettorale 2008 invece il poliziotto di quartiere è scomparso ed è stato sostituito dalla “ronda padana” (che non è un formaggio di grosse dimensioni). La ragione di ciò sta nel fatto che i consumatori-elettori non vogliono poliziotti fra i piedi.
Soprattutto non vogliono il poliziotto di quartiere, perché questo non ha il compito di reprimere il crimine, non va in giro manganellando zingari e negri, non se ne sta acquattato dietro un cassonetto con il dito sul grilletto, pronto a sgominare bande di stupratori albanesi. Il suo compito è invece quello di reprimere il disordine. Egli fa le multe alle auto in doppia fila, impedisce il lavoro nero e gli abusivismi edilizi e non si limita a dare la caccia ai feroci lavavetri e agli spietati graffittari, ma cerca anche gli affitti in nero. Il poliziotto di quartiere reprime le infrazioni e i piccoli  reati che gli italiani considerano normale commettere. Al contrario delle ronde mette il naso nei nostri affarucci.

Questi sono i motivi per cui non abbiamo e mai avremo poliziotti di quartiere.

L’anima e la carne

di biblos

Il morbo” di Gian Ruggero Manzoni (Edizioni Diabasis)

Fossi stato nei panni dell’autore, avrei esitato a lungo prima di varcare la soglia del Palazzo della Letteratura, presentandomi al portone d’ingresso con un cognome così ingombrante. L’imbarazzo, poi, sarebbe senza dubbio cresciuto se avessi espresso il proposito di confrontarmi sullo stesso piano con il mio più celebre omonimo, scrivendo, cioè, un romanzo storico, ambientato per di più nel corso di un’epidemia di peste. Qui, però, terminano le affinità e i confronti, perché Manzoni (Gian Ruggero) decide di dare una forma completamente diversa ad una storia che avrebbe potuto facilmente correre il rischio di scivolare nella parodia.
Intanto, l’ambientazione delle vicende allarga il proprio orizzonte ben oltre le sponde di un tranquillo lago subalpino, toccando addirittura quelle opposte di un vasto e tempestoso oceano. Da un micromondo, conosciuto e ripercorso fino alla noia, a un macromondo ignoto, che può destare stupore e meraviglia al principio ma che la ragione riesce comunque a ricondurre al denominatore comune ad altri luoghi conosciuti, quello che si potrebbe sintetizzare nella abusata e logora formula “Tutto il mondo è paese”. Buoni e cattivi, amici e nemici, avidi e generosi, spavaldi e timidi si incontrano in ogni angolo della terra, anche il più remoto. A volte il viaggio e l’avventura sono pretesti per sfuggire a se stessi, altre volte stimoli per ritrovarsi e ricongiungersi con l’altra metà della propria anima.
In questo caso il protagonista sembra fermamente intenzionato ad attraversare la propria esistenza nelle vesti fiammeggianti dell’angelo vendicatore, consapevole di combattere una lotta che non potrà concludersi se non con la propria disfatta fisica, non certamente con quella dell’ideale che propugna.
Spirito libero, rivoluzionario, ribelle, anticlericale come possono esserlo solo certi romagnoli e – aggiungerei io – anche certi miei concittadini che ho conosciuto e che continuano a tramandare di padre in figlio i misfatti delle “Stragi perugine” di un secolo e mezzo fa, il protagonista viene proposto al lettore attraverso una fisicità che rasenta il più duro stile iperrealista. Niente ellissi né metafore, a voler celare i terribili dettagli di un fisico minato dal morbo e giunto ormai alla soglia della sua completa disgregazione, niente allusioni da romanzo ottocentesco, ogni cosa è descritta e narrata per come è.
Tra Luigi Compagnoni, il protagonista, e fra Martin de Campinas, l’antagonista che alla fine si fa amico e persino complice, si inserisce la bella e poetica figura di Jolanda, la creola che con estrema dedizione accudisce il Compagnoni morente. E’ una figura dipinta talvolta a leggere sfumature, talvolta con tratti decisi, che richiama e ricollega particolari dell’uno e dell’altro dei due attori principali della narrazione.
Luigi Compagnoni è soltanto un uomo, non un eroe romantico, non un martire, non un profeta, e come tale ci viene proposto dall’autore, anche se si tratta senza alcun dubbio di un uomo oltre la norma. Lui che della Chiesa ha conosciuto solo l’implacabile braccio secolare, che ha procurato a lui e ai suoi compagni sofferenze inenarrabili, non rinuncia, tuttavia, pur morente, a mantenere aperto il confronto e sgombra la mente da pregiudizi che gli impedirebbero di vedere l’uomo che si cela sotto il rozzo saio del monaco, consapevole che oltre l’abito, c’è sempre l’uomo, con i suoi vizi e le sue virtù. Allo stesso modo si propone anche il frate, attore di un duello verbale che si conclude solo con la morte del protagonista, un duello condotto sul filo di una dialettica dei fatti contrapposti a parole che di questi fatti risultano sempre una difficile ed ambigua rappresentazone.
Ben più pericoloso della peste è il morbo che corrode e consuma l’individuo, il morbo del pregiudizio, che scava incessantemente nella mente di ciascuno di noi fino a svuotarla di ogni capacità di discernere. La morte della ragione coincide inevitabilmente con la morte della libertà, nel momento in cui ciascuno di noi consegna ad altri il proprio spirito imbavagliato e drogato, la libertà muore.
Un’ultima nota di merito va data alla lingua con cui sono state redatte le pagine del romanzo, una lingua ottocentesca che, anziché essere avvertita come un mero esercizio di stile, costituisce al contrario l’essenza stessa della storia, la materia che dà sostanza ai sogni dell’autore.
È un vero peccato che un’artista eclettico e a tutto campo come Gian Ruggero Manzoni non si dedichi in maniera più sistematica alle lettere, nelle quali potrebbe senza dubbio figurare ben più degnamente di tanti “besselleri” che continuano a riempire gli scaffali delle librerie. In un Autore si cerca sempre ciò che, al termine della lettura, ci fa sentire migliori di quando abbiamo preso in mano la sua opera. In questa difficile e spesso impossibile impresa Gian Ruggero Manzoni è sicuramente riuscito.

Il piacere di leggere, 21 aprile 2008

Joë Bousquet – Il silenzio impossibile

di Alfonso Lentini

La misura breve della scrittura, che trova nell’aforisma la sua più nota espressione, ha morfologie svariate. Se l’aforisma è un giro di compasso che per quanto minuscolo risulta in sé concluso, altre forme di scrittura breve si accreditano in quanto puri e semplici frammenti e tendono verso l’apertura, somigliando a movimenti curvilinei la cui eleganza deriva proprio dal loro essere sospesi sul nulla, respiri solidificati, privi di inizio e di fine.
Antonio Castronuovo, squisito cultore di aforismi e scrittura frammentaria, opera in questo campo come autore in proprio, ma anche come traduttore e curatore, ed ha svolto negli anni in quest’ultima veste una preziosa ricognizione, spaziando in ogni tempo e in ogni latitudine, da scrittori della classicità antica come Sinesio di Cirene, al drammaturgo tedesco dell’Ottocento Friedrich Hebbel (i cui “Diari” erano vergati, si dice, su miriadi di foglietti volanti), allo scettico (e per questo inviso al fascismo) Giuseppe Rensi. Era naturale pertanto che prima o poi dovesse imbattersi nell’opera di Joë Bousquet, sospesa per sua arcana natura appunto fra aforisma e scrittura frammentaria.
Bousquet (1897-1950) è una figura appartata, ma non minore, di quella vasta spirale di artisti, poeti, pazzi e ribelli che fu l’esperienza del Surrealismo francese. Ferito in guerra e divenuto paraplegico, trascorse gran parte della sua vita intellettuale costretto all’immobilità nella penombra di una camera le cui pareti erano piene di quadri di Ernst, Mirò, Tanguy. Scrisse in queste condizioni una vasta teoria di opere (e abbozzi di opere, e ombre di opere, e sogni di opere) che formano nell’insieme le tappe di un unico journal.
Tutta l’opera di Bousquet sembra una sorta di rivisitazione allucinata del Viaggio intorno alla mia camera che un altro francese, Xavier De Maistre (fratello del più famoso Joseph) compose intorno al 1790 durante una sua forzata ma momentanea immobilità. A differenza di De Maistre, però, Bousquet non rimase chiuso nella sua camera solo nei 42 giorni di arresti domiciliari a cui l’altro era stato condannato: vi rimase per un’intera vita (al 41 di rue Verdun a Carcassonne), adagiato nel suo grande letto oramai tramutato in vascello di avventurose navigazioni mentali e afflitto da perenni sofferenze. Fra De Maistre e Bousquet, poi, c’è di mezzo il grande mare in tempesta del Surrealismo. La “malattia” del Surrealismo che cade a picco su una malattia materiale e inguaribile.
Il suo “viaggio” dunque non poteva essere ironico e scanzonato come quello di De Maistre, doveva essere per forza altra cosa: vagante, lancinante, onirico e sfrangiato.
Il silenzio impossibile (pubblicato a cura di Antonio Castronuovo dalle edizioni Via del Vento) propone ora per la prima volta in Italia un’ampia scelta di frammenti tratti da un quaderno di memorie, Le pays des armes rouillées (“Il paese delle armi arrugginite”) fra i tanti taccuini che Bousquet andava costantemente coprendo della sua fitta grafia, specialmente di notte.
Vi leggiamo righe (o solidificazioni di respiri) come queste: “Bisogna nascere di lato; ci si fa notare per gli sforzi compiuti a entrare nella fila. Un gatto in acqua, tutto qui”. E ancora: “Sono il punto di incontro in cui la luce è preda del buio”. “Sono sempre lo stesso e i miei giorni entrano dalla finestra: essi non giungono a me”. Annotazioni memoriali in cui però prevalgono ricognizioni oniriche: una specie di autobiografia del sogno, un capovolgimento del tradizionale genere memoriale che prevede il prevalere della veglia e del racconto realistico.
“Surrealizza il giorno, surrealizza la notte…” teorizzava infatti questo autore, il cui letto-vascello era divenuto intanto meta di visite sempre più frequenti da parte di poeti, filosofi e artisti come Ernst, Dalí, Bellmer, Miró, Klee, Valéry, Gide, Eluard, Aragon. La sua casa offriva rifugio ad ebrei perseguitati dal nazismo, mentre a distanza prendevano forma intrecci e amicizie con personaggi come Breton. Nel 1942 conobbe Simone Weil alla quale rimarrà legato sino alla morte.
Da lontano, nell’ombra, ma con un ruolo incisivo, Bousquet fu insomma una presenza-assenza, uno scrittore di grande finezza che le sofferenze e la prolungata immobilità trasformarono in uno straordinario “sensore predisposto all’ascolto dello spazio interiore” (Castronuovo).

Joë Bousquet
Il silenzio impossibile
a cura di Antonio Castronuovo

Via del Vento edizioni, Pistoia 2007. pagg. 35.