Mese: Maggio 2008

Costume e malcostume

Il mio amico S. è un guidatore come tanti altri, prudente quanto basta e generalmente rispettoso delle regole. Al mio amico S., per la verità, non piace molto guidare: lo fa solo quando è strettamente necessario, raramente per motivi banali, quasi mai senza motivo, così, tanto per fare un giro in auto. Difficilmente, quindi, lo potrete incontrare lungo una strada, se non è strettamente obbligato a percorrerla. Insomma, non è certo uno di quei fanatici della guida, che si mettono in macchina con ogni stagione e percorrono chilometri e chilometri su strade di qualsiasi tipo, semplicemente per passare il pomeriggio, senza una meta precisa.
Visto così, potrebbe sembrare un tipo piuttosto strano, soprattutto se riferito ai canoni attuali, che ci impongono sempre un continuo movimento, dinamici quasi per obbligo contrattuale, protesi ad avvalorare con i fatti l’antico detto italiota: ”Chi si ferma è perduto”. E lo si è realmente, se si pensa ai molti pericoli ai quali si può andare incontro per il semplice atto di fermarsi, fosse anche per soccorrere una persona in difficoltà o, più semplicemente, per guardarsi un po’ intorno. 
Eppure, fermarsi, ogni tanto, è necessario. Il piacere del viaggio, si sa, non consiste nel raggiungere la meta, quanto piuttosto nel viaggiare. E, certamente, la sosta è una delle componenti essenziali del viaggio. Anche la vita, durante il suo percorso, non importa se lungo o breve, esige ogni tanto una sosta. Riflettere su quanto si è visto lungo il cammino, su cosa è accaduto a noi e agli altri, fare il punto per stabilire dove ci si trova, sono componenti imprescindibili del viaggio.
I segni dei tempi si leggono sulla strada, traspaiono dai comportamenti dell’homo conductor, l’essere umano quando è al volante del suo autoveicolo. S., generalmente, guida con prudenza, ma ha scoperto che, se non si conforma alle anti-regole del traffico attuale, è meglio che se ne resti a casa. Lui appartiene ancora alla categoria di quelli – sempre meno, per la verità – che pensano che sia bene mettersi in viaggio con un certo anticipo, perché la strada è lunga e non si sa mai cosa può accadere durante il percorso. Prendere la vita con lentezza è un modo di allungarla, di rallentarne, se possibile, il corso, soprattutto quando rischia di diventare troppo impetuoso e di travolgerci. 
Il traffico è impazzito, si sente dire spesso, come se il traffico fosse un’entità astratta, una divinità capricciosa inviata dal cielo a mettere scompiglio sulla terra, e non, piuttosto, un coacervo di auto che si muovono tutte insieme, quasi mai sincronizzate, guidate da persone che una mera ipotesi di lavoro, purtroppo mai verificata fino in fondo, suppone dotate di una scintilla di intelligenza. Così ognuno si getta nel balletto del traffico; un passo falso, una mossa sbagliata bastano per mandarlo in crisi per ore. Ogni volta che S. sale in auto, si augura che quell’ipotetico cervello esista veramente e che non sia, piuttosto, il frutto di una pubblicità progresso, magari occultamente sponsorizzata da qualche casa automobilistica. 
Negli ultimi tempi, anche se con colpevole ritardo, la Pubblicità si è resa conto di quanto sia riuscita, a lungo andare, prima a disorientare e poi a surgelare senza scadenza i cervelli dei teledipendenti. Passi per un messaggio che ti spinge all’acquisto compulsivo di oggetti tutt’altro che necessari, ma quando si istiga lo spettatore, ormai non più raziocinante, a comportamenti che potrebbero esporre lui e gli altri a gravi rischi, vuol dire che si è superato ogni limite. Adesso, confidando che almeno un piccolo neurone sia sopravvissuto all’ecatombe scatenata dall’aggressione dei pubblicitari, alcuni spot cercano di inviare messaggi – per la verità piuttosto subliminali – che invitano a non emulare le gesta dei supereroi dello schermo. Se pensano che sia sufficiente un messaggio così ridicolo, per mettere in atto un’improvvisa inversione di comportamenti consolidati nel tempo, si sbagliano di grosso.
Il mio amico S. potrebbe elencare, una per una, tutte le multe – poche, in verità rispetto alla media nazionale – che ha preso in quasi quaranta anni di guida. Tra queste, nessuna per eccesso di velocità, la maggior parte per divieto di sosta o per qualche distrazione di poco conto, subito sanzionata da tutori dell’ordine, puntualmente apparsi nella circostanza in cui S. stava commettendo l’infrazione. Insomma, si sarà già capito che il mio amico S. non è una persona molto fortunata e che non ama correre e, quando una di quelle auto supertecnologiche di ultima generazione gli sfreccia accanto in autostrada, ad una velocità quasi doppia della sua, invoca sull’incauto e pericoloso pilota i fulmini della Stradale. “Ma il cielo è sempre più blu…”.
Nella cittadina, in cui S. vive attualmente, è in vigore una regola, tacitamente introdotta nel Codice della Strada locale: la sosta, improvvisa e prolungata, per conversazione. All’inizio la cosa lo faceva infuriare e, da bravo automobilista di città, iniziava a suonare il clacson all’indirizzo dell’indegno che stava bloccando il traffico, magari per scambiare quattro chiacchiere con un amico pedone di passaggio. Poi anche lui ci ha fatto l’abitudine, anzi, ci ha preso gusto e adesso si è conformato in tutto e per tutto a questa che ormai considera una simpatica norma non scritta del Codice della Strada.
In effetti, così almeno pensa S., si riconducono i rapporti tra pedone e automobilista nella corretta dimensione dialettica e questo è certamente un segno di grande civiltà: al codice della strada, comunque scarsamente rispettato, si sostituisce quello della cortesia. Ci sono ben altre cose che lo fanno infuriare: auto gigantesche con a bordo persone microscopiche, soste selvagge su marciapiedi e rampe d’accesso ai box auto, magari solo per comperare le sigarette o il giornale, risse per un parcheggio, automobilisti che, giunti in prossimità dei passaggi pedonali, accelerano improvvisamente all’apparire del pedone.
L’epidemia di SUV esplosa negli ultimi tempi indurrebbe il forestiero di passaggio a pensare che il paese del Bengodi esista veramente e che sia proprio il nostro. D’altronde, come dargli torto? Si fa fatica a pensare che gente, che lavora anche dodici ore al giorno, solo per tirare avanti fino alla fine della settimana, sia colta dall’insano raptus dell’imitazione, al punto da indebitarsi fino al collo per apparire ricca. Forse, nelle scuole che hanno frequentato non gli è stata mai letta la favola di Fedro sulla rana e il bue. O, forse, non hanno mai frequentato una scuola (e se ne fanno  pure un vanto).
“Life is now”, proclamava ammiccante una certa pubblicità. La stessa cosa, in forma più poetica e meno succube all’anglofilia dilagante, diceva un certo Lorenzo dei Medici, poco più di cinque secoli fa. Il Magnifico, come tutti noi, avrà sicuramente avuto i suoi bei problemi, ma almeno, quando si alzava la mattina, non doveva darsi troppo pensiero per procurare il pane quotidiano alla famiglia.

 

Fra dieci anni la pena di morte americana sara’ alla fine

24 maggio 2008
Dedicato ai caduti del “Conte Rosso”

Fra dieci anni la pena di morte americana sarà alla fine.
Nei prossimi anni, comunque vadano le cose e chiunque sia il Presidente, la pena di morte americana si spegnerà un po’ alla volta. Giudici, procuratori e politici se ne stancheranno e lei finirà.
Le condanne a morte sono già poco più di cento, dalle trecento del 1998, mentre le esecuzioni (che si riferiscono a condanne di dieci, venti o anche trent’anni fa) si sono quasi dimezzate, passando dalle 98 del 1999 alle 53 del 2006 (da notare che il tasso di omicidio è rimasto stabile)
Il Giudice Stevens, nella concurring opinion in Baze, ha spiegato i punti di crisi della “giustificazione” costituzionale della pena di morte.
Con la sentenza Gregg (1976) la Corte Suprema Federale aveva inteso che la pena capitale, per non essere considerata una “inflizione gratuita di sofferenze” in violazione dell’Ottavo Emendamento, doveva servire a raggiungere i tre obbiettivi di deterrenza, retribuzione e incapacitazione.
Ovvero: questa pena, per essere costituzionale, deve impedire al condannato di compiere altri reati, spaventare i criminali agendo da deterrente alla commissione di delitti capitali e ripagare con proporzionalità il crimine.
Per Stevens l’utilizzo del LWOP (ergastolo senza possibilità di rilascio) nella quasi totalità degli stati retenzionisti ha reso il patibolo un mezzo di incapacitazione “arcaico”, mentre la presunta deterrenza della pena capitale è messa in questione dalle statistiche e lo stesso concetto di retribuzione è “sempre più anacronistico”.
Al venir meno dei tre pilastri su cui si basa la giustificazione costituzionale della pena capitale il Giudice Stevens aggiunge il suo enorme costo. Costo che non è limitato alla sola parte venale (dai dieci ai duecento milioni di dollari per esecuzione), ma cui occorre aggiungere il soffocamento delle Corti d’Appello e Supreme, costrette, a scapito di tutto il resto, a passare una parte sostanziale e sproporzionata del loro tempo a rivedere più di una volta le sentenze capitali. (appelli diretti, habeas corpus, ecc.)
Altro punto debole della pena di morte è che essa è costituzionalmente “eccessiva” per alcune categorie di persone (pazzi, minori, minorati) e per quei reati che, fino a pochi anni fa, erano capitali (stupro, rapimento).
A tutto questo Stevens aggiunge lo sbilanciamento che si è venuto a creare, con la sentenza Payne e il “victims impact statement”, in favore dell’Accusa. Squilibrio reso più grave ed evidente dalla conclamata tendenza delle “death qualified juries” ad aderire passivamente alle tesi della Procura, producendo così il paradossale effetto di dare meno garanzie giudiziarie a chi rischia la vita rispetto a chi non la rischia.
Seguono poi le preoccupazioni per le discriminazioni razziali (McCleskey) e per la sempre più evidente probabilità che alcuni condannati innocenti siano stati uccisi.
In definitiva per Stevens la pena capitale americana è “l’estinzione inutile e senza scopo di una vita umana” e perciò fuori dalla Costituzione.
Noi abolizionisti sottoponiamo all’attenzione della Corte Suprema anche la penosa qualità della difesa (il cui costo assurdo lascia solo i poveri in pasto al boia) e l’assoluta arbitrarietà con cui le Procure decidono chi vive e chi muore. Arbitrarietà che dipende da fattori esterni (disponibilità di tempo e denaro, vicinanza delle elezioni, geografia, censo, sesso, razza, presenza di altri casi) che nulla hanno a che fare con l’effettiva gravità del crimine.
Nel mondo la pena capitale è sempre più appannaggio di regimi arretrati e dittatoriali, mentre negli Usa è applicata sempre più raramente e questi sono già di per sé motivi sufficienti per dichiararne l’incostituzionalità.
Il compito del Movimento Abolizionista dovrebbe essere quello di comprendere questi fatti ed elaborare una strategia coerente.

Ci riuscirà?????

Derattizzare

di Ettore Masina

Oh, non turbate il Santo Padre, che è vecchio e stanco. Ditegli che c’è un guasto nei ripetitori di Ponte Galeria e perciò nei palazzi vaticani  per qualche giorno radio e televisori sono in black-out. Ditegli che c’è uno sciopero dei giornalisti di tutto il mondo e quindi non arrivano notizie. Fate che non sappia, insomma, quel che sta succedendo  in Italia ai Rom: e cioè che, come molti non-papi e non-VIP sanno, da mesi gli “zingari”, in Italia, vedono (e non soltanto a Ponticelli ma in molte città e paesi)  i loro campi assaltati da facinorosi o “rimossi”, quasi senza preavviso, dalle “forze dell’ordine”. E’ una specie di pulizia etnica, senza morti, per fortuna, ma con valanghe di odio, inasprimento di una miseria già  di per sé dolorosa e terribili traumi per centinaia di bambini. La comunità europea aveva già sanzionato l’Italia come il paese meno accogliente per i Rom: il  nuovo governo ha ora deciso una soluzione radicale. Razzista.
Il Papa, tutto questo, non lo sa.  Se lo sapesse, certamente Benedetto XVI, “Vicario di Gesù Cristo, Patriarca dell’Occidente e Primate d’Italia”, lascerebbe i suoi preziosi paramenti dorati e le sue scarpette rosse, per affrontare il fango dei “campi” contro cui si accaniscono le bottiglie molotov della gente bene; vi andrebbe a gridare su quelle devastazioni la parola del Cristo: “Ciò che viene fatto ai poveri è a me che viene fatto”. Papa tedesco, sicuramente Joseph Ratzinger non riesce a dimenticare il genocidio degli zingari compiuto dalla Germania nazista ad Auschwitz,  con centinaia di bambini orrendamente torturati dal dottor Mengele; e questo ricordo, se lui sapesse ciò che sta accadendo a pochi chilometri  dalla sua finestra domenicale, lo spingerebbe a levare alta la voce per difendere i membri di una etnia dalle vere e proprie persecuzioni in atto. Così attento alle leggi italiane che “violano i diritti del feto”, egli mostrerebbe di non essere  meno sensibile ai  provvedimenti governativi che violano i diritti umani di migliaia di persone colpite in base alla loro nazionalità.
Davvero vorreste chiedergli di raggiungere i vescovi entrati nei campi degli zingari bruciati dalla gente pulita, a portare una richiesta di perdono per l’offesa fatta a Dio? Il Signore ha voluto che le genti “da un confine all’altro della Terra” diventassero un solo popolo, radunato dall’amore. Per questo chi odia una stirpe pecca gravemente contro Dio. Questo stanno dicendo i vescovi italiani pellegrini fra le rovine fumanti  degli abituri devastati dei Rom… Come dite? Nessun vescovo è là, fra quelle roulottes sfasciate, fra quelle motocarrozzette caricate di poveri suppellettili e avviate verso chissà quale destino, fra quei carabinieri che con i loro pesanti anfibi  finiscono di demolire le baracche bruciate dalle molotov?
Ahimè, i vescovi rimangono nei loro palazzi e tacciono o (vedi Bagnasco) condannano con flebili voci e gelide parole quelli che con bell’eufemismo definiscono “estremismi”.
Cristo si è fermato in piazza  San Pietro?
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E noi? Noi cittadini abbiamo niente da dire su questa democrazia che diventa, nei confronti dei più poveri, stato di polizia? Dov’è il popolo che due anni fa accorse a votare un referendum per difendere la nostra Costituzione così fortemente impostata sui diritti umani? Dov’è il presidente della Repubblica, galantuomo come pochi altri? Dov’è l’opposizione? Dov’è il governo-ombra?
Non vedo una marea di indignazione levarsi contro la criminalizzazione di un popolo che è marcato  dai segni più evidenti di un’estrema povertà ma la cui pericolosità sociale è enormemente minore di quella dipinta dai politici della destra. La Caritas, l’unica vera “esperta di umanità” nel settore, definisce “pesantemente fuorviante” il ritratto dei Rom disegnato dai mass-media. La politica “della paura”, che ha avuto un  peso tanto grande  sui risultati elettorali, sventola statistiche false. L’Italia è in paese più sicuro della Francia, della Gran Bretagna, degli Stati Uniti. Quanto ai Rom, se la ragazzina che ha tentato di rapire una neonata, a Ponticelli, voleva davvero compiere un reato così nefando, si tratta di un caso isolato. Vi sono stati altri episodi del genere ma si sono sempre rivelati equivoci, dilatati dalla paura della gente e dai pesanti pregiudizi di cui siamo portatori.
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Può darsi che la storia abbia decretato la fine dei popoli nomadi. Dai pastori somali a quelli mongoli, dai tuareg agli aborigeni australiani, l’evoluzione culturale e il rimodellamento della Terra (quello fisico e quello politico) sembrano imporre una definitiva stanzialità. Del resto, siamo  tutti discendenti da antenati nomadi perché il nomadismo è stato una tappa fondamentale della vicenda umana. Ma se davvero è finito il tempo di genti sospinte a un cammino ininterrotto dalla necessità e da un’inesauribile voglia di libertà, allora, almeno, esse hanno il diritto di attendersi l’aiuto di  una società dominante che ha già compiuto da secoli un trapasso di civiltà. E invece è proprio quello che non vogliamo consentire ai Rom: la stanzialità, l’integrazione. Delle immagini (troppo  rare e prudenti) che la televisione ci ammannisce, quelle che colpiscono maggiormente, oltre alle facce piangenti dei bambini, sono quelle del lavandino montato nella baracca demolita, del libro o del quaderno rimasto nel fango; e, dei  discorsi della gente, accanto alle parole di odio, la tristezza di qualche insegnante che cerca dove sono finiti i “suoi” alunni.
Mi è capitato di entrare qualche volta nel carcere minorile di Casal del Marmo, a Roma,  e di vedere (non dico conoscere!) giovani Rom attentissimi a imparare un mestiere.
Il carcere come unico apprendistato?
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Diavolo vuol dire: colui che disunisce. Maledetto il seminatore di odio. Maledetto il seminatore di falsità.
Falsità è la leggerezza con cui si confondono Rom e Romeni (anche questi ultimi, del resto, oggetti di una pesante  disinformazione); falsità è la diversa gravità attribuita a fatti di cronaca. Per esempio: tutti ricordano, giustamente, la povera ragazza romana che, durante un litigio con una  prostituta romena, è morta perchè il puntale dell’ombrello della contendente è penetrato in un suo occhio, ma chi ricorda che pochi mesi più tardi una ragazza romena è stata spinta da una squilibrata sotto il convoglio della metropolitana, a Roma, e da otto mesi è in coma profondo?
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La storia non sarà più “maestra di vita” come sentenziano in molti, ma certi ricordi sono davvero inquietanti. Leggo che alcuni commercianti del rione Ponte Milvio, a Roma, hanno fondato un’associazione che finanzierà un gruppo di ex poliziotti addetti alla sorveglianza del rione. Lo fecero (e lo fanno) anche molti commercianti di  Rio de Janeiro e di Sâo Paulo. Da queste polizie mercenarie, incaricate di “ripulire le strade” e “dare una lezione” ai piccoli criminali, sono nati un po’ alla volta , gli “squadroni della morte”. Garantivano rapidità operativa e certezza della pena. Il fatto è che vogliamo vivere tranquillamente, a qualunque costo. La vignetta di Altan, oggi, 16 maggio, su “la Repubblica”, mostra un bravo borghese, ben vestito e ben nutrito, che dice: “Basta con le mezze misure. Occorre il boia di quartiere”.
Anche i poeti vedono lontano. Scriveva Davide Turoldo quindici anni fa: “Ho paura del nazismo dietro le porte. Ho paura di questi nazionalismi, di questi rigurgiti di politiche negative. Ho sempre combattuto contro tutto questo. L’ho scontato con guerre che sembravano non terminare mai. Ho paura della volgarità di questa classe dirigente”.
Il direttore di Radio Padania, uno degli organi del nuovo governo, ha detto che è più facile derattizzare una zona che liberarsi dai Rom.

34 anni dopo

di Ghismunda

Quello che più mi colpisce di un attentato o di una strage è l’attimo, quella frazione di secondo che fa sì che qualcun altro sia al posto tuo; quel momento in cui il puro caso si fa destino, lasciando te illeso e un altro, pochi metri più in là, dilaniato a terra. Manlio e sua moglie Livia erano in piazza quella mattina. Lì avrebbero senz’altro incontrato altri compagni, come Alberto e Clementina. La sera prima erano convenuti, insieme ad altri, circa l’importanza ideale di essere presenti ad una manifestazione che non era per rivendicazioni economiche, ma per opporsi alle ultime violenze fasciste in città e nel paese; per ribadire, una volta di più, la fedeltà ai valori “plurali” della Resistenza e della Costituzione. Ad un certo punto, Manlio viene trattenuto da un conoscente per un’informazione, Livia prosegue, poi si volta a cercare lo sguardo di suo marito, rimasto indietro… i loro occhi si incrociano per un attimo, poi il boato… Anche Arnaldo cercava, tra la folla, di raggiungere suo fratello Alberto e sua cognata, ma era un po’ in ritardo, forse loro erano più avanti… poi il boato, e un agghiacciante presentimento, confermato di lì a poco da quei capelli brizzolati che spuntavano da sotto uno striscione rosso, steso per pietà, e da quel corpo bocconi di donna, coperto anch’esso per pietà, alla meglio… Poi il getto dell’idratante, precoce e sospetto, lava via tutto: sangue e prove, carne e indizi. Quella organizzata a Brescia, a Piazza della Loggia, il 28 maggio 1974 era una manifestazione politica, come politica fu la strage. Strage neo-fascista, senza mai alcun dubbio. Ma ancora, dopo 34 anni, senza nessun colpevole.

E’ di questi giorni la notizia del rinvio a giudizio per sei persone. Per tutti l’accusa è di concorso in strage. Un reato da ergastolo. Dopo 34 anni. Rabbia e vergogna i sentimenti. E scetticismo, sfiducia, inevitabilmente. Noi siamo il “Paese delle Associazioni delle vittime”, cioè un paese in cui le persone uccise negli affetti più cari hanno bisogno di stringersi in associazione per reclamare verità e giustizia. Perché in questo paese, evidentemente, vige la consapevolezza che verità e giustizia sono destinate a non emergere attraverso i canali ordinari della magistratura e della democrazia. Di più: vige la constatazione che anche attraverso i “memento” ripetuti ed accorati da parte dei parenti delle vittime, la verità non salta fuori. Ripercorrere la storia processuale della strage di Brescia significa elencare un intreccio impressionante di connivenze, complicità, depistaggi; fughe, sparizioni, assassini; denunce e omissioni, condanne trasformate in assoluzioni. Ciò che resta, è un nulla di fatto. In Italia le verità sono sempre due: una storica, l’altra processuale. Quest’ultima deve accertare le responsabilità personali, trovare i colpevoli ed è la verità più “difficile”, più distorta, più coperta, mistificata, truffata; l’altra, la storica, è quella più “facile”, per chi studia, conosce e sa. E’ la verità dei fatti contro le sentenze, del contesto vero di un’epoca contro le prove architettate di un singolo episodio o di una singola persona. In realtà, sappiamo tutto da tempo, meno i nomi. Solo questi mancano all’appello, “solo” chi deve ancora pagare. “La strage di Brescia- scrive Manlio Milani, presidente dell’Associazione dei caduti di Piazza della Loggia – ha una sua precisa identità: perpetrata durante una manifestazione antifascista, assume un connotato particolarmente esplicito su quale fosse il clima politico di quell’epoca e su quale fosse il prezzo che lo Stato era disposto a pagare per ostacolare l’ascesa delle forze di sinistra. Piazza della Loggia è una vicenda paradigmatica della ‘strategia della tensione’. Ed i tanti ostacoli posti lungo il cammino delle indagini ci illumina su quale fosse il livello a cui giunsero i legami (e conseguentemente le coperture) fra apparati statali e gruppi neofascisti… Recentemente sono stati desegretati dagli americani dei documenti che gettano nuova luce su quegli anni e che confermano che quelle stragi facevano parte di quel contesto di contrapposizione a livello mondiale che divise l’Europa in due blocchi; l’Italia era un Paese caratterizzato da una forte presenza del PCI ma apparteneva al blocco occidentale, e ciò era sufficiente a giustificare qualsiasi azione tesa ad ostacolare l’andata al governo del Partito Comunista e della sinistra nel suo insieme…” Una strage di Stato, insomma, all’indomani, non a caso, del golpe cileno e del primo abbozzo berlingueriano di un “compromesso storico” che permettesse al paese di uscire, in qualche modo, dalla sua “sovranità limitata” e dalla pregiudiziale anticomunista. La strage, si sa, destabilizza, incute paura e tensione; genera quindi una domanda di governo forte, di “ordine”, rispondendo alla quale si crea, paradossalmente, proprio quella “stabilità”, quella “normalizzazione”, voluta dal blocco di potere (e dalle pressioni internazionali) che sono dietro la strage stessa. Insomma, il meccanismo è risaputo. Ogni indagine ha evidenziato il coinvolgimento, oltre che della Destra di Ordine Nuovo, di elementi dello Stato e dei servizi segreti. La speranza in più, oggi, anche se una distanza di 34 anni offusca di per sé la credibilità della giustizia, sta nel fatto che nei sei rinviati a giudizio sono presenti in modo chiaro e netto tutte le componenti dell’attentato: da quella della destra estrema (Pino Rauti, suocero dell’attuale sindaco di Roma) a quella dei servizi segreti (Maurizio Tramonte) a quella dello Stato, in uno dei suoi apparati, i carabinieri (il generale Francesco Delfino). Se ne riparlerà, per l’ennesima volta, per l’ennesimo tentativo, il 25 novembre…

Due verità, ho detto. La mia preoccupazione è che si riesca ad occultare e far naufragare, oltre che la verità giudiziaria (a questa siamo abituati), anche quella storica, che si fonda sulla memoria e sulla conseguente esplorazione dei fenomeni e delle loro radici. Un cappa di ignoranza voluta o di mistificazione cala in Italia sul nostro recente passato, di cui fanno le spese le giovani generazioni. Quando il 9 maggio, nelle scuole, si è fatto un minuto di silenzio per commemorare (almeno in quelle che se ne sono ricordate…) le vittime di tutte le stragi, alcuni alunni sono rimasti stupiti di sentir parlare (almeno da quegli insegnanti che l’hanno fatto…) anche di un terrorismo nero e di tante bombe, tanti morti: per loro il terrorismo è solo di sinistra e porta il nome di Brigate Rosse, poco più o poco meno che un nomignolo da stadio. Spetta non solo alle Associazioni delle Vittime, ma a ciascuno di noi che voglia capire e mantenersi libero, tener viva la memoria storica di ciò che è stato. E di ciò che continua ancora.

In ricordo di:

Giulietta Banzi Bazoli
Clementina Calzari Trebeschi
Livia Bottardi Milani
Euplo Natali
Luigi Pinto
Bartolomeo Talenti
Alberto Trebeschi
Vittorio Zambarda

La voce di Ghismunda, 18 maggio 2008

Una giornata a Ravenna

Sono riuscito ad arrivare.
Ma sono partito alle cinque per essere qui alle nove.
Partire da Forlì e arrivare a Ravenna non è difficile.
Esci, prendi la Ravegnana e vai.
E’ tutta dritta, in salita e arrivi a Ravenna in venti minuti.
Però poi ti perdi subito.
Alla prima rotonda.
E giri ore, ore, ore e ore.
Se poi è buio, freddo e piove come oggi ti vengono anche dei brutti pensieri.

Di solito però , dopo avere consumato metà del serbatoio, finisco davanti al ristorante cinese.
Quello vicino alla Standa.
A questo punto sono salvo.
So dove sono e mi fermo a cenare.
Che si sono fatte le otto di sera a furia di girare.
Arrivare qui da voi poi è un attimo. E’ tutta dritta.
A parte che devi fare un paio di strade controsenso.
Ma io le faccio in retromarcia.
Che tanto a Ravenna dopo le otto non gira più nessuno.
Il problema sono le rotonde.
Che non sai se devi dare la precedenza a destra o a sinistra.

Però adesso -mi go dand’é ca’-
Che è più facile da dire che da fare.
Perché Ravenna è come l’Iraq.
Entrare non è facilissimo, ma uscirne è dura.

L’altra volta che ci ho provato (a uscire da Ravenna) mi hanno fermato i carabinieri.
Ero passato sei-sette volte dalla stessa strada e loro mi hanno fermato.
Hanno detto: O lei sta studiando un attentato terroristico o è di Forlì
Volevo dire che sono un terrorista ma poi ho confessato di essere di Forlì
Quelli mi dicono: anche noi siamo di Forlì, ma ci facciamo passare da carabinieri terroni che così ci trattano meglio.
Comunque per andare a Forlì devi prendere a sinistra, poi a destra, poi a sinistra e alla rotonda piccola fai tre giri per prendere l’abbrivio e poi è tutta dritta.
Però puoi anche seguire i cartelli.

Ho seguito i cartelli per Forlì e sono arrivato.
A Cervia.
Che è come essere a casa.
Tutta dritta e in discesa.
Arrivi a Forlì in un attimo.

Scritto, nello stile di Maurizio Milani, da Claudio Giusti
11 maggio 2008