Mese: Giugno 2008

C’e’ mare e mare

Tutti al mare!… E’ lo slogan che risponde al bisogno di tutti quando scoppia l’estate con la sorpresa di un caldo, atteso sì, ma sempre “eccessivo”, perché nell’inverno ci si è dimenticati com’è.
Certo, soprattutto per chi ha la fortuna di abitare a due passi  dalla costa, che si raggiunge in una manciata di tempo.
Soprattutto al mare corrono i ragazzi e i giovani studenti, consumato il rash finale della scuola tra stanchezza e tensioni, fin dall’ “ultimo giorno”, che è per tradizione festa di spiaggia, con il rito del bagno purificatore.
Penso a loro e sorrido, ricordando le mie stesse urgenze di liberazione, il piacere sadico di buttare via, sulla sabbia dove capita, i due libri ancora nello zaino dell’ultimo giorno …
Non immaginerei mai e poi mai di ritrovare frotte di ragazzetti alle prese con i libri, ancora!
Al mare, sì, al mare di Rimini ! ma… ad un “Mare di libri”. Il 20, 21, 22 giugno, quando il cielo saetta luce e calore fino a 38° C!
Questi piccoli eroi, ragazzetti, adolescenti e giovani, hanno scelto di stare al mare in compagnia dei libri. Libri da leggere, non da studiare, è vero, ma pur sempre libri che propongono il gioco delle parole, che non è dei più facili e immediati. Libri che regalano immagini solo se si entra dentro veramente nelle storie. Libri che sottraggono tempo agli amici, alla televisione, alla playstation, agli sms…
Estremamente coraggiosa, la sfida delle tre giovani libraie di Rimini che, in collaborazione con la rivista “Fuorilegge”, hanno lanciato per la prima volta l’iniziativa “Mare di libri. Festival dei ragazzi che leggono”. Una sfida vincente.
Ci sono infatti giovanissimi, tanti, che si aggirano per le strade silenti della città in ebollizione, che hanno disertato la “spiaggia di Rimini”, notoriamente spiaggia attrezzatissima e tutto confort, per trovare frescura nei luoghi del Festival, la sala degli Archi, i Chiostri degli Agostiniani, la sala del Museo della città…
Per incontrare “i loro Autori”, per fotografarli, ascoltarli e interrogarli – quante mani alzate, a gara, e quante spontanee e intelligenti domande, nel tempo solitamente vuoto, tragicamente imbarazzante per il pubblico adulto!
Per comperare, a pacco, gli ultimi libri-novità del genere amato, farseli autografare, e poi portarseli via in un abbraccio gioioso.
Per scoprire chi sono i giovanissimi autori, quasi loro coetanei, i “casi letterari” che sono arrivati all’improvviso al traguardo del successo, e lo raccontano, dopo aver scritto, come loro, pagine e pagine di storie ed emozioni. Perché spesso i ragazzi che amano leggere sono i ragazzi che amano anche scrivere.
E sono qui,  nella  Rimini  del solstizio, anche per lavorare. A piccoli gruppi i giovani dello “staff” – in caratteri neri sulle magliette bianche – si muovono affaccendati tra una sede e l’altra del Festival caricando sulle loro bici  scatoloni di libri, guidano e informano con i sorrisi birichini, presentano gli incontri con facce all’improvviso seriose… Sono appena usciti dalle aule delle Scuole Superiori della città, e si sono messi, volontari, al servizio della promozione di un bene che, si teme, sia  out per la generazione giovanile.
Ma questi giovani di Rimini o giunti appositamente a Rimini – splendida la scena di una processione di una ventina di ragazzi che attraversano la piazza torrida trascinandosi i trolley ( una scena felliniana, mi viene da pensare mentre li guardo) – amano leggere.

Me ne vado da Rimini col calore nel cuore, non solo sulla pelle.
Confermo la mia fiducia nei giovani.

:: Le foto del festival

La fabbrica della paura

di Clotilde Masina Buraggi

Straniero, rom, clandestino, pericolo, paura: queste parole si rincorrono, ormai da mesi, dall’inizio della campagna elettorale in poi, insieme a quell’altra -“sicurezza” – che ci viene offerta dalle destre come se esse fossero le più adatte a liberarci da ogni minaccia. Naturalmente, problemi di ordine pubblico esistono anche in Italia e questa percezione ha orientato il voto di molti elettori; eppure in molti sentiamo, più o meno chiaramente, che la paura è un’emozione che può essere incrementata artificialmente nell’opinione pubblica; e che proprio questo è avvenuto. Vale allora la pena di domandarsi che cosa sia la paura, come si presenti nello sviluppo psichico delle persone, e se davvero possa essere influenzata da chi si presenta poi come detentore di poteri salvifici.
La paura è una emozione importante nella vita psichica. I genitori, quelli animali e quelli umani, proteggono i loro piccoli alimentandone l’allarme nei confronti di tutto ciò che rappresenta un pericolo per la loro sopravvivenza, e dal canto loro i piccoli chiedono loro protezione quando hanno paura. Anche i cinque sensi, predisposti a questa funzione e stimolati dai genitori, mettono il bambino o il cucciolo nelle condizioni di riconoscere, per es., quando un sapore o un odore è diverso dal consueto, da ciò che è ormai noto come innocuo o   addirittura come benefico. L’ignoto può recare danno: se un bambino non ne avesse paura,  non vivrebbe a lungo; gli ospedali pediatrici  sono pieni di bambini “senza paura” che hanno mangiato “caramelle”, che invece erano medicine, o bevuto “aranciate”, che invece erano detersivo.
La paura è una emozione importante anche nello sviluppo psichico. La nostra crescita avviene attraverso un susseguirsi di  attaccamenti e di distacchi dalle figure di accudimento  e in questa vicenda la paura è un elemento essenziale. Gli psicologi vanno sempre più sottolineando quanto siano fondamentali per la strutturazione psichica del bambino l’attaccamento alla madre, nei primi mesi di vita, ma quanto sia necessario, anche, che, a partire dal sesto mese, si sviluppi un processo separativo. Da questo momento in poi, il piccolo, più maturo dal punto di vista neuronale, diventa  gradualmente capace di percepire che lui e la madre non sono una cosa sola, che egli è limitato e quindi inerme e dipende da un’estranea che potrebbe andare perduta e ciò gli fa paura. Nei  sogni di pazienti in  terapia analitica che rivivono questo periodo separativo, ri-compare talvolta l’angoscia relativa a tale percezione; allora la madre può essere rappresentata in forme terrificanti (come la dea Kalì, con otto braccia o come una strega. Le favole sono costituite da questi vissuti). In un normale processo di sviluppo successivamente la madre amorevole viene recuperata e  il senso di estraneità che il bambino aveva vissuto nei suoi confronti e che lo aveva tanto spaventato viene spostato sul padre che, comparendo sulla scena, può apparire al bambino una fonte di paura, come, del resto, ogni persona “nuova” cioè non ancora  conosciuta. Gli specialisti dell’età evolutiva  considerano un segno di maturità psicologica che un bambino in braccio alla mamma, a circa otto mesi, guardi un estraneo che gli si avvicina con interesse ma anche con paura, sospetto e ritrosia. (Incide  sulla paura del bambino, e su come egli riesce a superarla, non solo il rapporto di ciascuno dei genitori con lui  ma anche  la modalità della relazione genitoriale. Quando  i genitori litigano, cioè scaricano sul coniuge le proprie frustrazioni,  è come se le scaricassero sul bambino, e quindi aumentano la sua paura invece di lenirla).
Il  gioco del rapporto a due,  che viene sempre interrotto da un terzo che spezza l’intimità (ma allarga le relazioni) continua per tutto lo sviluppo: nella tappa edipica, nell’adolescenza e anche più avanti quando un nuovo  nato disturba l’idillio a due dei novelli sposi. Al terzo che interviene si guarda sempre con difficoltà e una certa paura (pensiamo ai giovani padri che spesso accolgono con gioia, ma anche con timore, il piccolo, temendo che prenda il loro posto nel cuore della moglie).
Da questa breve panoramica si può vedere come la paura  abbia una funzione dinamica  essenziale nello sviluppo;  come tuttavia per diventare fattore positivo di crescita debba essere quantitativamente  e qualitativamente regolata.
I genitori e tutti coloro che hanno cura di un bambino intuiscono facilmente che la sua struttura psichica si sviluppa in modo graduale,  e così  anche la capacità di  contenere le  emozioni; e che  la paura provata dal piccolo non deve essere di qualità e intensità tale da superare tale capacità. Un processo educativo può essere considerato buono se è capace di utilizzare la paura  quando è necessario,  ma di attenuarla quando diventa eccessiva. Il grande psicoanalista  Wilfred Bion scriveva che il compito principale della madre è quello di liberare il bambino dal “terrore senza nome” che, soprattutto nei primi tempi della vita, potrebbe annientarlo psichicamente, o addirittura fisicamente, se egli si sentisse in uno stato di inermità eccessiva. Quando la paura è superiore alla propria capacità di contenimento diventa panico: il rapporto equilibrato cognitivo-emozionale allora si spezza.  Chi è in preda al terrore non è più in grado di ragionare e può avere comportamenti insensati. (Pensiamo a certe reazioni illogiche dopo l’attentato delle Due Torri: persone che si lanciavano dalle finestre del trentesimo piano!).
Sono  i genitori, quindi, i primi ad aiutare il bambino a costruirsi una propria  struttura autonoma di contenimento della paura, ad aiutarlo ad avere criteri di discernimento su ciò che realisticamente è da temere; e anche a diventare capace di non proiettare su altri in situazioni difficili i propri timori. Quello della proiezione è un meccanismo difensivo molto comune: si tende ad addossare sui cosiddetti capri espiatori la causa delle proprie paure.  Questo fenomeno ha gravissime ripercussioni sociali e politiche anche perchè la proiezione tende ad essere rivolta su soggetti deboli impossibilitati a difendersi e quindi a produrre ritorsioni.
Tuttavia se all’inizio della vita sono  soprattutto i genitori che svolgono le funzioni nominate sopra è evidente l’importanza più avanti di tutte le altre fonti formative: dalla scuola ai mass-media, alle associazioni sportive o “culturali”. La paura, quindi, non è una emozione che si sviluppa da sola nell’adulto: l’individuo è circondato, lo voglia o no, lo sappia o no, da una rete di condizionamenti esterni. La paura non è mai un’emozione oggettiva.
Si può affermare, anche,  che nel discernimento della paura, ognuno stabilisce criteri di gravità dei pericoli che lo circondano; e che tali criteri possono essere egoistici o altruistici. Sono criteri egoistici quelli che ritengono pericolosi, quindi da evitare, quegli eventi che possono essere dannosi per la categoria a cui  si appartiene e, invece, altruistici quelli che tengono conto del danno che potrebbe derivare agli altri. Dante scriveva: “paura si dee avere di quelle cose che hanno il potere di fare altrui male, dell’altre no che non sono paurose”.
Chi ha responsabilità di gestire l‘informazione e, in termini più vasti, la cultura dell’opinione  pubblica dovrebbe, naturalmente, avere l’onestà di fornire dati veritieri sulle dimensioni dei pericoli che minacciano la vita sociale, aiutando l’opinione pubblica a discernere ciò che è veramente da temere da ciò che  è marginale e non rappresenta un reale pericolo.  Invece è sempre avvenuto che i detentori del potere utilizzassero ai loro fini la diffusione della paura, la tipologia dei pericoli etc. A questo modo, essi ottenevano e ottengono due risultati: il primo, di stornare l’attenzione dei cittadini da problemi che metterebbero in crisi la loro egemonia e, il secondo, di spingere i cittadini a rivolgersi proprio a loro perchè i pericoli possano essere cancellati. Questa strumentalizzazione della paura, che una volta veniva fatta in maniera rudimentale, oggi viene elaborata da tecnici della comunicazione che  conoscono bene i meccanismi psichici; ed è fortemente incentivata dalla presa che i mass-media hanno sulla vita di ciascuno di noi. D’altra parte anche gli operatori dell’informazione che non dipendono direttamente dal potere, per ragioni di mercato privilegiano nei loro programmi ciò che gli sembra appassionare particolarmente gli utenti. Si costituisce così una sorta di circolo chiuso: più informazioni inquietanti più audience più informazioni etc.
Entra in ballo anche il criterio della selezione delle notizie. Se un romeno (non un rom) violenta un’italiana, al di là della gravità effettiva del caso si scatena una campagna mediatica di proporzioni ben più vaste di quella che dovrebbe essere incentrata sul fatto che ogni sera decine di migliaia di italiani  stuprano minorenni asservite da una “tratta delle bianche” che ha assunto dimensioni orribili, E ancora: abbiamo vissuto, giustamente, con orrore e pietà l’uccisione di una ragazza romana da parte di una coetanea  romena ma nessuno parla più del fatto che una ragazza romena è in coma da più di un anno perchè una povera squilibrata italiana l’ha spinta sotto un convoglio della metropolitana o del fatto che un italiano ha stuprato una romena. Se un sinti ubriaco travolge e uccide quattro ragazzi su una strada delle Marche, giustamente si grida  ma se due ragazzi della Valtellina travolgono e uccidono una madre col suo bambino, ecco tutti testimoniare che erano “due bravi ragazzi”.
Infine, ci si  trova spesso  a constatare (basterebbe leggere le statistiche ma non è facile trovarle)  che certi allarmi che hanno massima diffusione sono ben poco giustificati: Roma, per esempio, è una città ben più sicura di Londra o di New York.
La ripetizione martellante, inoltre,  della notizia che lo stupratore appartiene a un campo nomadi produce una generalizzazione: tutti gli abitanti dei campi nomadi sono stupratori; se lo stupratore è un rom, tutti i rom diventano stupratori. I rom sono spesso stranieri (ce ne sono anche di italiani), i romeni  che hanno un nome simile ai rom, sono quindi stupratori come i rom, ma i romeni e i rom sono stranieri quindi anche tutti gli immigrati sono potenziali stupratori. Questi passaggi così privi di logica, seguono le regole della logica dell’inconscio: la logica che prevale nei bambini e nelle strutture psicotiche. Questa logica. intrisa di emozioni e in particolare di paura diventa dominante sulla logica del conscio, che segue le leggi della razionalità, soprattutto quando ci  si sposta da un livello di conoscenza concreto di un singolo individuo, per es. arabo, a una classe generalizzata che perde caratteristiche reali e si impregna di proiezioni emozionali. Nel primo dopoguerra, in cui la Germania era prostrata dalla crisi economica si presentarono dei salvatori (come Hitler e il suo maestro, Mussolini), i quali,  invece di affrontare seriamente la  legittima paura dei cittadini la convogliarono su capri espiatori come gli ebrei, gli omosessuali, gli zingari. (I capri espiatori sono sempre i più deboli che si spera possano essere facilmente “derattizzati”).  La proiezione della paura attuata  allora difensivamente dal singolo si trasformò in un fenomeno più complesso, in paura collettiva, potremmo dire in follia collettiva.
In un articolo di Antonio Gnoli (La Repubblica 23 maggio 2008) trovo scritto: “In fondo ciò che l’Occidente nelle sue componenti più ciniche e affaristiche ha sempre saputo gestire è la paura. Sia che si tratti di un sentimento nato da una finzione, sia che sgorghi dai segreti meandri della realtà, la paura – moneta che circola abbondantemente nei giorni nostri – è un motore formidabile che alimenta immaginario e potere, i loro lati oscuri, notturni, impenetrabili. Ma soprattutto disorientanti”.
Certe paure sono un fenomeno classista. Da sempre gli abbienti hanno temuto i poveri, come possibili  aggressori. Il povero, essendo sporco, analfabeta, malato non poteva che essere cattivo. Un po’ dovunque, nella civile Europa, accanto ai manicomi, e spesso insieme ai manicomi, vi furono carceri per poveri, il cui unico reato era quello di essere costretti a vivere ai margini della società “bene”. I “marginali” erano  sempre sospetti: e tali sono oggi gli immigrati che non ricevono accoglienza e vivono una vita precaria e misera.
Tutte le minoranze sono poste in pericolo dalle paure più o meno orchestrate. Noi anziani non potremo mai dimenticare come negli anni del fascismo e del nazismo furono falsamente  e artatamente ricercati  i difetti degli ebrei: essi furono presentati come usurai, avari, minacciosi, pronti alla congiura; come fu esasperata la ripugnanza per le bruttezze dei disabili, per la pericolosità dei  “pazzi”, come furono calunniati gli zingari. Un odio di massa fu, anche con l’uso di tecniche scientifiche, diffuso in tutto il paese. Per queste infamie, milioni di persone non furono più considerate tali e  “meritarono” l’eliminazione nei campi di sterminio.
E oggi? Noi vecchi siamo allarmati quando ci pare di vedere il profilarsi di comportamenti che abbiamo già conosciuto. Il ripetersi del “dèjà vu” è estremamente doloroso. Le paure “politiche” minano gravemente la civiltà. Fanno, per esempio, investire in armi personali (da “difesa”) o belliche mostruosi capitali che potrebbero risolvere enormi problemi ambientali, questi ultimi davvero minacciosi. Si pensi che la sola guerra in Iraq costa agli Stati Uniti 3 miliardi di dollari alla settimana. Ma la paura corrode particolarmente le democrazie. Dopo la strage delle Due Torri l’uso della tortura è dilagato e tocca anche l’Italia,  sia perchè i nostri  governi non hanno impedito i rapimenti di cittadini stranieri sul nostro territorio, sia perchè alcuni italiani sono stati consegnati a governi  di cui  sono note le violazioni dei diritti umani, sia perchè (come s’è appena saputo) agenti dei nostri “servizi” sono stati “operativi” a Guantanamo. Insomma la paura può produrre mostri perchè è una specie di sonno della ragione.
L’argomento della paura dell’Altro, dello straniero, è stato sempre complesso e difficile in ogni tempo e per ogni uomo tanto da essere  preso in esame in epoche storiche remote. Nel primo libro della Bibbia, la Genesi, è scritto che Dio promette alla discendenza di Abramo di diventare una nazione grande e potente e di benedirla se agirà con giustizia e diritto; ma quando il Signore osservando la terra vede il violento comportamento di Sodoma e Gomorra si indigna: “Il grido contro Sodoma e Gomorra è troppo grande e il loro peccato troppo grave. Voglio scendere a vedere se hanno fatto tutto il male di cui è giunto il grido fino a me” (Genesi 18, 18-21). Che cosa hanno fatto di tanto grave queste due città per suscitare la collera del Signore? Una interpretazione le accusa del peccato di sodomia. Ma vi è un’altra interpretazione rabbinica a cui accenna Moni Ovadia nel suo libro “Oylem Goylem”.  Essa è meno legata a temi sessuali  ma  è più attinente alle vicende ricorrenti della storia e attualissima ai nostri giorni. Due stranieri (in realtà due angeli) arrivano a Sodoma e gli abitanti di questa città  “giovani e vecchi, tutto il popolo al completo” cercano di fare violenza ai due uomini perchè stranieri, invece di accoglierli e di  rispettare il dovere di ospitalità  sacro a quei tempi e ancora oggi in molte parti della terra.
Questo racconto ci riguarda, oggi? Le leggi, vanno fatte secondo giustizia, cioè nell’assoluto rispetto  della dignità umana, che non può essere calpestata dalla motivazione della paura. Noi corriamo il pericolo, come a Sodoma, di regredire  per paura, scaricando sugli stranieri le nostre ansie spesso fraudolentemente aumentate da certi politici. E Sodoma  fu cancellata dall’ira del Signore.

Giornata mondiale del rifugiato

Costituzione della Repubblica Italiana

Articolo 10
L’ ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’ effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione Italiana, ha il diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

:: Dichiarazione universale dei diritti umani
:: I testi della Convenzione di Ginevra del 1951 e del Protocollo [pdf 204 kb]
:: Risoluzione del Parlamento europeo su una strategia europea per i Rom, votata a larghissima maggioranza il 31 gennaio 2008.
:: Presenze trasparenti. Ricerca sulle condizioni e i bisogni delle persone a cui è stato negato la status di rifugiato – Rapporto finale, Giugno 2008 [pdf 943 kb]
:: Glossario

Europei: attenzione ad investire in Texas!

di David Atwood

Il Governatore del Texas Rick Perry recentemente si e’ recato in visita in Francia ed in Svezia al fine di pubblicizzare le possibilita’ di investimento in Texas. Cio’ che il Governatore non ha detto ai cittadini europei e’ che in Texas sono state eseguite 407 condanne a morte da quando la pena capitale e’ stata reintrodotta nello Stato nel 1982. Il nostro Stato detiene il record nazionale per numero di esecuzioni avendone portate a termine quattro volte di piu’ di qualsiasi altro Stato dell’Unione.
Un’altra cosa che Perry non ha detto e’ che le condanne a morte eseguite da quando lui e’ Governatore sono state 167 (fino ad ora).
Questo numero rende Perry il Governatore che ha firmato il maggior numero di condanne a morte della storia moderna, oltrepassando persino George W. Bush, che ne aveva sottoscritte 152 durante il suo governatorato.
Quest’anno sono previste in Texas altre 13 esecuzioni ed attualmente sono 370 i detenuti rinchiusi nel braccio della morte dello Stato.
Perry, inoltre, non ha fatto menzione alle oltre 200.000 persone rinchiuse nelle prigioni texane. Il nostro tasso di incarcerazione e’ uno dei piu’ alti del mondo. L’industria carceraria texana e’ viva e vegeta.
Ne’, ancora, si e’ preso la briga di dire, il Governatore Perry, che in Texas il 23% della popolazione giovanile vive in poverta’ e che lo Stato e’ ultimo nella classifica nazionale per le assicurazioni sanitarie a favore dei minori. E’ quasi ultimo anche nella classifica degli Stati americani in termini di investimenti per la prevenzione degli abusi e degli abbandoni dei bambini. Poi, quando questi stessi bambini diventeranno adulti ed avranno problemi durante la loro vita, le istituzioni risponderanno incarcerandoli e condannandoli a morte.
Cittadini europei, Vi prego di tenere ben presente che le ambizioni politiche di Rick Perry sono le stesse che aveva Gorge W. Bush prima di lui, quando era Governatore del Texas.
Le aziende europee farebbero meglio a non investire il loro denaro in Texas fino a quando lo Stato non decidera’ di cambiare la propria politica in materia di diritti umani e di diritti dell’infanzia.
Bisogna agire!!

David Atwood – Fondatore della Texas Coalition to Abolish the Death penalty

1802 Kipling St.
Houston, Texas 77098
(832)693-5710

Altro che spegnere la speranza

di Vincenzo Andraous

Molti hanno detto che per conoscere le fondamenta e i caratteri di una democrazia, occorre indagare anzitutto il sistema penitenziario come la misura più indicativa della civiltà di un popolo.
Da detenuto ho avuto la fortuna di conoscere un grande uomo e un grande cardinale, che mi ha  mostrato in pochi minuti come la sola ritorsione non solo è contraddetta dall’etica evangelica, ma non porta i risultati desiderati.
Da qualche tempo sul carcere italiano è calato un silenzio refrattario all’impegno dell’ascolto, una indifferenza che genera un trascinamento lontano dal dolore  e dalla sofferenza, come se dialogare sulla umanizzazione della pena fosse diventato un atto di lassismo politico e istituzionale.
Eppure il carcere è luogo deputato alla elaborazione della pena, della colpa, dove l’uomo della pena nel tempo non sarà più l’uomo della condanna, ma quale uomo potrà diventare in una condizione di perenne disagio, costretto fino alle ginocchia nel proprio malessere, e in quello dell’altro.
Un tempo il dentro e il fuori interagivano, riuscendo a edificare ponti di socializzazione, attraverso una capacità di coinvolgimento-partecipativo da parte del personale penitenziario, con impegno da parte di quel volontariato solidale perché costruttivo, basato sulla fatica dialogica e comportamentale, e con una interazione proficua e necessaria con la società tutta.
Perfino a chi disconosce la  funzione del carcere e l’utilità della pena, non può sfuggire il valore educativo del lavoro, che la stessa Costituzione pone a fondamento del nostro Stato Repubblicano: senza occasioni di lavoro, senza l’acquisizione di strumenti formativi  professionali,  il carcere come istituzione non può raggiungere gli obiettivi che gli sono richiesti, gli scopi per cui esiste nella sua utilità sociale.
In questa inquietante insicurezza, che spinge a richiedere maggiori tutele e garanzie per le vittime e i cittadini onesti, forse è proprio questo il momento di ripensare non all’abolizione della Riforma Penitenziaria, non a rendere nuovamente invisibili uomini che hanno saputo ravvedersi e tornare ad essere parte viva del consorzio sociale.
E’ necessario ripensare un carcere dove esistano veramente tempi e modi di ristrutturazione educativa, rifacendo per davvero i conti con la metà della popolazione detenuta non italiana, con un buon altro quarto di tossicodipendenti, mentre la rimanenza è quella criminalità che ben conosciamo.
Riforme e innovazioni non sono istituti-totem da imbalsamare, ma vista prospettica per rispondere efficacemente alla richieste della collettività, che si duole di una recidiva che permane un mostro a due facce: una dimostra che la pena non aiuta a migliorare le persone, l’altra che il carcere non si riappropria della funzione di salvaguardia della comunità.
Altro che ammazzare la speranza annullando la legge Gozzini, è urgente trasformare l’ozio e un tempo pericolosamente bloccato in occasioni di lavoro e abitudine alla fatica progettuale, affinché il rispetto per la dignità personale divenga qualcosa da guadagnarsi durante l’arco della condanna, proprio perché quella speranza di essere uomini  migliori dipenderà dal lavoro che ognuno di noi sarà disponibile a fare con se stesso.