Mese: Ottobre 2008

Donne e tecnologie: superiamo gli stereotipi!

di Michela Balocchi

L’8 settembre si è tenuta a Milano la conferenza Women&Technologies: research and innovation realizzata nell’ambito dell’IFIP WCC World Computer Congress (www.wcc2008.org). La giornata aveva lo scopo di fare il punto sulla presenza delle donne nel mondo della scienza e delle nuove tecnologie, sui loro contributi all’innovazione, alla creazione e produzione di ICT, sui passi avanti fatti nel superamento degli stereotipi di genere in questo ambito, e sulle buone pratiche di avvicinamento delle giovani alle nuove tecnologie attraverso un confronto a livello internazionale.

I temi trattati sono stati “Donne e ICT in Europa”, “Art and affective computing”, “Interazione e dialogo nelle Comunità sul Web del futuro”, “Innovazione nelle imprese e nelle istituzioni” (www.womentech.info). L’approccio alle nuove tecnologie – insieme alla risoluzione dei problemi di genere connessi al loro uso, creazione e produzione – è stato generalmente un approccio olistico e multidiscipliare, attraverso cui si è sottolineata la necessità di considerare gli aspetti sociologici della scienza così come il fatto che essa stessa è un prodotto umano e non neutro al genere.

È stato tratteggiato un breve quadro sull’ancora scarsa presenza di giovani studentesse nelle discipline tecnico-scientifiche in Italia e sulla forte asimmetria di genere presente al loro interno tra i diversi corsi: per esempio ad ingegneria, una facoltà in cui la presenza di ragazze è molto bassa, si passa dal 40% di donne nell’area bio-medica ad appena il 4% in quella meccanica (dati relativi al 2005, Badaloni). Le relatrici, che non si sono soffermate sugli effetti (pur determinanti) della socializzazione primaria e secondaria sulle scelte educative, hanno posto l’attenzione sui processi di selezione delle donne una volta inserite nei luoghi di ricerca e di lavoro: coloro che controllano l’accesso alle carriere sono prevalentemente maschi, i meccanismi di omofilia, soprattutto ai livelli alti di carriera, rimangono molto forti. Si sente la necessità di portare un’ottica di genere nei contesti decisionali e di aprire spazi alle donne per porre fine allo spreco di risorse, talenti e intelligenze femminili in questo paese. Da più parti viene sottolineata l’esigenza di un maggior equilibrio tra vita privata e lavoro, e per questo è necessario un maggior intervento mirato da parte dello Stato in collaborazione con il mondo del lavoro: si parla, per esempio, di “servizi universali” per l’infanzia (Badaloni e Locatelli), che siano presenti in ogni parte del mondo perché fare ricerca significa anche essere disponibili ad un’alta mobilità, ma la cura dei familiari ostacola la mobilità delle donne, data la persistente disparità di genere nella divisione del lavoro familiare anche tra le coppie più istruite.

Una recente ricerca di Bencivenga sulle donne adulte che non usano o usano poco il computer solleva il problema dell’auto-svalutazione da parte delle donne e dell’immagine che spesso hanno e danno di sé, che riflette gli stereotipi antifemminili correnti secondo cui le donne sarebbero, tra le altre cose, “naturalmente” lontane dalla tecnologia e dalla scienza. Emerge fortemente la necessità di rendere scienza e tecnologia interessanti soprattutto per le giovani e giovanissime (Pollitzer). Un modo è anche quello di trovare modelli di ruolo potenti cui poter fare riferimento in campo scientifico, innanzitutto togliendo dall’invisibilità le donne che hanno contribuito e contribuiscono ai progressi della scienza. Dal lato delle adulte, invece, è importante anche il ruolo svolto dalle figlie nell’insegnare l’uso delle nuove tecnologie alle proprie madri (Bencivenga).

Nella sezione pomeridiana “Art and Affective Computing: Interaction and Dialogues in Communities on the Future Web” (concomitante alla sezione “Innovation in Enterprises and Institutions”), si è parlato della rete come del più grande spazio pubblico che si sia mai conosciuto fino ad oggi, con le potenzialità e i rischi a ciò connessi (Cortiana): la rete fornisce enormi possibilità di estensione delle relazioni sociali, di allargamento, arricchimento e condivisone della conoscenza, ma a questo si collegano anche problemi di inclusione e di ineguaglianze nel suo uso e nell’accesso così come la necessità di stabilire regole chiare, una sorta di Bill of Rights di Internet.

A proposito di inclusione, De Cindio si è soffermata sul diritto di cittadinanza in rete, (e)-citizenship, per le donne, e sulla necessità di creare strumenti adeguati per l’allargamento della e-participation e anche della e-deliberation, cui guarda con generale ottimismo nonostante i risultati non così lusinghieri di molte delle sperimentazioni italiane di questo tipo. I dati da lei riportati sulla partecipazione dei cittadini ad alcuni siti civici della Lombardia mostrano una ancora bassa partecipazione, soprattutto laddove la pubblica amministrazione ha meno concretamente investito nei progetti, e una ancor più scarsa partecipazione delle donne: il 20% sul totale nella sperimentazione della rete civica di Mantova, il 30% a Vigevano e a Milano, il 16% a Brescia (su un totale rispettivamente di 78, 120, 2130 e 137 partecipanti). Dalle prospettive top-down alle potenzialità delle net community e del web 2.0. Bonomo si interroga sulle caratteristiche delle communities on line, sul loro funzionamento, sugli incentivi (per lo più non monetari) su cui si basano (sentirsi efficaci, ottenere riconoscimento e reciprocità), e sulle caratteristiche dei leaders delle comunità. Si domanda perché tra i leaders prevalgano ancora gli uomini anche in una comunità spazio dell’auto-imprenditorialità come quella di e-bay, in cui le barriere all’accesso (a parte quelle strutturali) sono molto basse, e in cui tra i primi contributors più della metà sono donne (il 56%), e dove, però, i primi 10 venditori rimangono uomini. Si ricorda qui l’importanza della socializzazione all’uso della rete come strumento ludico fin dalla giovane età, ma anche dell’importanza ricoperta dai “giochi di ruolo” che funzionano da laboratorio per sviluppare capacità di leadership e che sono giochi ancora svolti per lo più da giovani maschi (l’85% sul totale) intorno ai 27 anni, che vi dedicano una media di ben 22 ore alla settimana.

Interessante anche l’intervento di Lisetti che presenta alcuni suoi studi sull’affecting computing (filone che ha avuto molte donne pioniere dagli anni ’90 in poi) e le diverse possibilità di applicazione pratica: non solo le espressioni negli avatar, ma anche l’emotion recognition per riconoscere le emozioni nei volti di piloti d’aereo, astronauti, sommozzatori, così come le attrezzature tecnologiche per monitorare i pazienti reduci di guerra che si trovano lontani dai centri medici e per stabilire una efficace comunicazione paziente-medico in contesti difficili.

La giornata di convegno è stata anche l’occasione per assegnare il premio Le Tecnovisionarie® 2008, che ha visto vincitrice Fiorella Operto per il suo impegno volto a combattere le disuguaglianze di genere coinvolgendo giovani donne nella scienza e nella tecnologia, in particolare nel campo della robotica, per esempio rafforzando l’autostima delle ragazze nelle loro capacità tecniche, e creando robot con programmi capaci di catturare l’interesse femminile che è raramente orientato all’offerta tipica del mercato di robotica quasi esclusivamente focalizzato su macchinari da guerra e giochi da combattimento. E l’esperienza insegna che corsi che tengano conto di interessi “altri” e differenti da quelli tradizionalmente dominanti hanno un valore aggiunto non solo in termini di inclusione di chi si ritrova solitamente escluso, ma anche in termini di mantenimento dell’interesse di chi è già ben inserito. La robotica è una tra le discipline maggiormente dominate dalla presenza (azione e impostazione) maschile tradizionale.

Le menti creative di donne e uomini, però, se libere di esprimersi, possono superare certi condizionamenti e barriere ideologiche: diventa allora fondamentale trovare più spazi di accesso per le giovani e combattere vecchi stereotipi dicotomici sulle presunte diverse capacità e preferenze di donne e uomini che relegano gli uni e le altre in una rigida divisione di compiti, mansioni e conoscenze, soffocando le potenzialità delle singole persone.

Server Donne, 28 ottobre 2008

Perugia in America

22 ottobre 2008
22 ottobre 1970
Assassinio del generale cileno René Schneider. Il colpo di stato di Pinochet inizia ancor prima dell’elezione di Allende.

Mi è stato chiesto come avrebbero trattato gli americani il delitto di Perugia.

Provo a rispondere e, per prima cosa, tolgo di mezzo la polemica sulla polizia scientifica e i forensic labs, ribadendo che gli americani farebbero meglio a guardare in casa loro, dove una quantità di laboratori di polizia sono stati investiti da furiose polemiche e inchieste di cui sarebbe troppo lungo parlare. Mi limito a ricordare che il laboratorio dello Houston Police Department è stato chiuso d’autorità. Fra le molte ragioni quella che ci pioveva dentro, come del resto pioveva nel laboratorio di Dallas. Rammento poi che da quelle parti hanno fatto più del dieci per cento delle esecuzioni americane.

Tornando a Perugia iniziamo notando che il sistema giudiziario americano è completamente diverso dal nostro (come è diverso dagli altri sistemi di common law) e che è basato sull’assoluta libertà d’azione di cui dispone il District Attorney. E’ il Procuratore che decide se incriminare, chi incriminare e per quali reati, ed è sempre la Procura che decide se patteggiare e in che termini. Questa incondizionata libertà consente una enorme pressione sugli accusati e produce una totale arbitrarietà nell’imposizione della pena capitale.

La Procura ha il completo controllo della situazione e decide se chiedere o meno la pena di morte (magari dopo essersi consultata con la famiglia della vittima), se patteggiare o andare al processo con un’imputazione minore, o se utilizzare la minaccia della morte per ottenere un patteggiamento. In Europa lo chiamiamo torturare la gente, ma in America accade facilmente che le cose vadano così:
”Sei in prigione da due anni in attesa del processo quando si presenta un tizio che dice  – Se ti dichiari colpevole questa è la condanna e fra due anni sei fuori, ma, se ti ostini a proclamarti innocente, fra un anno c’è il processo e se vinciamo noi ti ammazziamo –
Voi cosa fareste?”  (Birmingham News “A Death Penalty Conversion”, 06/11/2005 e articoli seguenti)

Nei casi di omicidio con più complici la funzione del DA è stata paragonata a quella di un regista che assegna le parti in una recita teatrale. Il paragone è calzante; non tanto perché è lui che decide tutto, quanto per la pratica americana di spezzettare il processo in tanti procedimenti quanti sono gli imputati, ognuno dei quali avrà il “suo” processo. In ognuno di questi la Procura può presentare alla giuria una versione dei fatti completamente diversa dalle altre e costringere un imputato, in cambio del patteggiamento, a fornire la testimonianza adatta alla sua parte. (Il caso paradigmatico è quello di Napoleon Beazley)

La recita di cui parliamo è allestita a beneficio di un pubblico esiguo ma scelto: i dodici giurati, le loro fobie e pregiudizi, con il vantaggio che il loro gradimento non deve essere motivato perché, al contrario dei nostri giudici, non devono spiegare le ragioni per cui accettano le tesi di una parte piuttosto che quelle dell’altra. I giurati devono decidere se l’imputato è colpevole o non colpevole del reato ascrittogli, ma non devono spiegare il ragionamento che li porta a tale conclusione.

Nel processo americano (in cui non c’è la parte civile) vince chi inizia con gli opening statements più facilmente comprensibili e conclude con le arringhe (closing arguments) che raccontano una storia semplice da capire e ricordare.

Quello che convince una giuria non è la solidità delle prove, ma la coerenza del racconto del Procuratore. Se la storia che le viene esposta funziona sotto l’aspetto narrativo è difficile che la giuria vada poi a vedere se vi sono prove sufficienti della colpevolezza dell’imputato. Solo così si spiegano tante condanne a morte e tantissime condanne alla prigione: alla giuria è piaciuto di più il racconto che le ha fatto l’Accusa rispetto a quello della Difesa.

Più che un processo un premio letterario.

In America, i tre presunti complici di Perugia, sarebbero passibili di pena capitale, ma ben difficilmente questa sarebbe chiesta per tutti e gli scenari possibili sono almeno due.

Nella prima sceneggiatura, che chiameremo “Impicca il negro”, la parte principale è assegnata all’imputato di colore per il quale sarà chiesta la pena di morte. Al ragazzo bianco sarà invece data la parte del complice pentito che, in cambio di una condanna all’ergastolo, dà alla giuria una versione concordata con l’Accusa. La ragazza bianca, in questa versione della recita, se la caverebbe con poco o nulla; l’importante è che si presenti in aula in veste di vittima.

La seconda sceneggiatura è ben più intrigante e originale della prima e ha per titolo “A morte la strega”. In essa la parte principale è assegnata alla ragazza (che i tabloid inglesi chiamano Foxy Knoxy), mentre i due maschi reciteranno quella dei poveri coglioni irretiti dalla dark lady. La bionda dallo sguardo di ghiaccio sarà dipinta come una perversa mangiatrice di uomini che, nel suo delirio di onnipotenza, non si ferma davanti a nulla. Una sadica pervertita che merita la morte.

Queste sono ovviamente le mie fantasie di studioso, ma occorre tenere presente che la realtà la fantasia la supera sempre. Non per nulla a Washington (lo Stato da cui arriva Amanda Knox) un tizio ha patteggiato 48 omicidi.

La pena di morte americana e’ un sacrificio umano

Un’analisi quantitativa in occasione della Giornata Mondiale contro la pena di morte

Premessa
Negli Stati Uniti non c’e’ pena capitale, ma una serie limitata di sacrifici umani, di omicidi rituali, atti a rassicurare una popolazione spaventata dalla sua stessa violenza. Solo una parte molto piccola degli omicidi di primo grado arriva nelle aule giudiziarie e, a parità di delitto, alcuni finiscono sulla forca mentre altri si prendono uno schiaffetto sulla mano. Se gli americani avessero applicato coerentemente le loro leggi le esecuzioni sarebbero state almeno centomila.

1     La pena di morte nel mondo
2     L’Italia e la sua tradizione abolizionista.
3     Perché la pena di morte americana
4     Le mie fonti.
5     Un compito sterminato.
6      Come funziona il sistema giudiziario americano
7     American Gulag
8     Omicidi e condanne da Furman a Tucker

UNO
Secondo Amnesty International nel mondo ci sono 137 paesi abolizionisti. 92 sono abolizionisti totali: paesi in cui non c’è reato o situazione in cui si possa essere condannati a morte (nel 1998 erano 63). 10 sono abolizionisti parziali (come lo era l’Italia fino al 1994) cioè paesi in cui la pena di morte esiste per reati come la pirateria d’alto mare o lo stupro della regina. Infine ci sono 35 paesi abolizionisti de facto: quelli in cui (come il Belgio fino al 1996) c’è ancora la pena di morte, ma nessuno viene ucciso da almeno dieci anni. 60 paesi uccidono ancora i loro cittadini.
Dal 1976 due paesi all’anno sono passato all’abolizionismo totale o parziale.
In Europa la pena di morte è vietata e le Nazioni Unite la consentono solo per i “most serius crimes” in vista di una sua totale abolizione.

DUE
Noi italiani abbiamo un splendida tradizione abolizionista.
Il Granducato di Toscana abolisce la pena di morte il 30 novembre 1786, poi lo fa la Repubblica Romana il 3 luglio 1849 e quindi il governo provvisorio toscano il 30 aprile del 1859. La Camera dei Deputati dell’Italia unita vota l’abolizione il 13 marzo 1865, ma solo con l’amnistia del 1877 e il Codice Zanardelli (28 novembre 1888) l’Italia diventa un paese abolizionista. La pena di morte per i reati ordinari torna con le “leggi fascistissime” del 9 novembre 1926 e gli ultimi ad essere “giustiziati”, il 4 marzo 1947, saranno “Quelli di Villarbasse”. La Costituzione repubblicana del 1948 ci fa tornare fra gli abolizionisti e il 13 ottobre del 1994 l’Italia è diventata un paese abolizionista totale. Oggi la parola “pena di morte” è scomparsa anche dalla Costituzione

TRE
Non fraintendetemi, ma è una fortuna per noi studiosi che negli Usa ci sia ancora la pena capitale. I paesi civilizzati l’hanno abolita da tempo e il resto dei forcaioli pubblica poco o nulla. Barriere linguistiche a parte ben poco ci è noto della pena di morte in Cina, Giappone, Singapore, ecc. Soprattutto poco sappiamo del rapporto fra pena di morte, crimine e società. Il poco di cui siamo a conoscenza è orribile. In Cina i condannati fungono da banca degli organi; in Giappone restano decenni ad aspettare il boia, che può arrivare in qualsiasi momento senza preavviso. A Singapore (paese totalitario di successo dove non esiste libertà di espressione e religione; dove gli oppositori sono perseguitati, incarcerati e torturati) fanno più esecuzioni degli Usa, pur avendo una popolazione che è un centesimo di quella americana e hanno un tasso di omicidio doppio di quello dell’abolizionista Hong Kong. Per nostra fortuna gli Stati Uniti ci danno modo di mostrare come la pena di morte sia razzista, classista, arbitraria e costosa.

QUATTRO
Le mie fonti sono:
Le sentenze della Corte Suprema.
Le statistiche del governo americano.
La sconfinata produzione accademica.
I rapporti delle organizzazioni abolizioniste e cripto-abolizioniste.
I giornali americani.

CINQUE
Seguire la pena di morte americana è un compito sterminato
Delle 53 giurisdizioni Usa 38 hanno il boia e 15 no. Il Michigan è abolizionista dal 1837 e questo dimostra che persino in America è possibile vivere senza ammazzare la gente. Ogni stato ha il suo proprio Codice Penale, il suo Codice di Procedura Penale, le sue leggi e le sentenze dalle sue Corti. Ogni stato ha una Corte Suprema, con Texas e Oklahoma che ne hanno due. Ogni stato ha almeno un Distretto Federale ed è all’interno di uno degli 11 Circuiti Federali. Sopra tutti c’è la Scotus.  Insomma un casino infernale di norme, leggi, sentenze e consuetudini in cui sbagliare è estremamente facile: io ci riesco benissimo.

SEI
Il sistema giudiziario americano funziona perché non fa i processi, non fa gli appelli e non motiva le sentenze.
Metà dei crimini gravi non viene denunciata alle autorità, ma ogni anno le 18.000 agenzie di polizia americane arrestano 15 milioni di persone. Circa 2.300.000 sono minorenni: almeno 500.000 sotto i 15 anni, 120.000 fra i 10 e i 12 e 20.000 sotto i 10. Si arrestano bambini di meno di 6 anni. Una quantità impressionante di bambini piccoli sono processati come adulti.

Ogni anno condannano 1.200.000 felons, ma, grazie al patteggiamento, i processi sono solo 150.000. Sono pochi gli innocenti, i pazzi, o i ricchi, che accettano il rischio di essere massacrati in aula e si patteggia il 96 per cento delle condanne.
Il Birmingham News lo spiega così:
”Sei in prigione da due anni in attesa del processo quando si presenta un tizio che dice: ‘Se ti dichiari colpevole questa è la condanna e fra due anni sei fuori, ma, se ti ostini a dirti innocente, fra un anno c’è il processo e se vinciamo noi ti ammazziamo’ Voi cosa fareste?”
(Birmingham News “A Death Penalty Conversion” 06/11/2005)

I misdemeanors invece sono trattati con grande sommarietà e senza troppi fronzoli, come la presenza di un avvocato, in corti di basso livello che non tengono il verbale.

Le giurie non devono spiegare per quale ragione ti mandano sulla forca e l’appello, che non è un diritto costituzionalmente riconosciuto, è raramente concesso a chi non è condannato a morte. Esso non consiste nel rifacimento del processo, ma in una revisione della sua correttezza formale. Le cose si possono ingarbugliare e il procedimento giudiziario diventare una messa cantata pluridecennale, ma normalmente le cose sono spicciative. Secondo un recente rapporto del BJS nel 2004 le corti americane hanno sbrogliato 45,2 milioni di casi giudiziari civili e penali, ma di questi solo 273.000 erano nelle Corti d’appello.
Lo stesso accade nel diritto privato dove, grazie all’American rule, il patteggiamento conclude più del 90 per cento dei procedimenti. Ma non sono rare le cause che si protraggono per decenni.
Faccio infine notare che la prescrizione si interrompe con l’inizio dell’azione giudiziaria e non riparte più (Wilbert Rideau è stato processato per la quarta volta a quasi mezzo secolo dal delitto) e che giudici e procuratori (anche se a noi raccontano balle) sono immuni da ogni azione civile.

SETTE
American Gulag: il più grande esperimento di imprigionamento di massa dai tempi di Stalin.
Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito ad un crescere vertiginoso degli arresti, del numero di condanne e della loro lunghezza, oltre alla diminuzione della possibilità di essere posti in libertà vigilata. Ogni giorno 2.000 felons escono di galera e un po’ più di 2.000 ci entrano. Nel 2005 i prigionieri sono cresciuti di 1.000 unità a settimana e, a fine anno, erano aumentati di una cifra superiore all’intera popolazione carceraria italiana.
Un milione e seicentomila carcerati riempiono le prigioni statali e federali (trent’anni fa erano duecentomila), ottocentomila quelle locali (cinquecentomila sono in attesa di giudizio), con in più centoventimila minorenni in riformatorio più alcune migliaia nelle prigioni per adulti.
Gli Stati Uniti d’America detengono il record mondiale di un galeotto ogni 120 abitanti, con un tasso di detenzione di 833 per 100.000, ma, se ai 2,5 milioni in prigione aggiungiamo i 5 milioni e passa che sono in libertà vigilata (probation e parole), arriviamo a un condannato ogni 40 abitanti e a un tasso di 2.500 per centomila.
Un adulto americano ogni cento è dietro le sbarre e per i neri si arriva a uno ogni nove. Metà dei carcerati sono neri, ma i neri sono il 13% della popolazione. Un terzo dei ventenni di colore è in prigione o in libertà vigilata: il loro tasso d’incarcerazione è di 13.000 per centomila, mentre per i loro coetanei bianchi è di 1.700.  Ci sono più ragazzi neri in prigione che all’università. Le donne detenute sono 200.000 e spesso si ha notizia di una di loro costretta a partorire ammanettata mani e piedi. 100.000 detenuti sono in isolamento nei supermax. 3.300 sono nel braccio della morte. Gli ergastolani sono 130.000. Un quarto non ha la possibilità di rilascio sulla parola (LWOP) e di questi 2.200 sono minorenni (fra cui ragazzini di 13 e 14 anni).
Il prezzo del mantenimento del gulag americano è di 60 miliardi di dollari annui e l’intero sistema giudiziario-penale ne costa 200. Un galeotto californiano costa 40.000 dollari l’anno: come mandarlo ad Harvard.
Il 6% degli americani è afflitto da gravi problemi mentali, ma per i detenuti si passa al 20% e le carceri, con i loro 500.000 malati mentali gravi, sostituiscono gli ospedali psichiatrici.

OTTO
Gli omicidi e le esecuzioni da Furman a Tucker, 1972 – 1998

Secondo il Prof Adam Hugo Bedau, nel decennio 1984 – 1993, l’America ha avuto una media di 22.000 omicidi criminali l’anno (24.700 nel 1991). Circa 17.000 sono stati commessi con armi da fuoco (13.000 con pistole). Armi che, fra omicidi, suicidi e incidenti, hanno causato 39.595 vittime nel 1993 (5.000 erano minorenni) con circa 130.000 feriti.
Su 650 milioni di armi da fuoco leggere possedute nel mondo dai civili 250 sono in America.

Gli Afro Americani, pur rappresentando solo il 13% della popolazione, forniscono il 50% delle vittime di omicidio e la prima causa di morte per i ragazzi neri è essere sparati. I maschi neri hanno un tasso di morte violenta che è doppia di quella dei soldati americani nella Seconda Guerra Mondiale e non fu per scherzo che qualcuno li ha dichiarati una specie in via di estinzione.

Sempre secondo il Prof. Bedau per 10.000 omicidi è stato trovato un colpevole e per 2-4.000 di questi era possibile chiedere la pena di morte.

Se utilizziamo i dati del Prof Bedau per il quarto di secolo che va dal 1972 (sentenza Furman) al 1998 (cinquantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo), vediamo che in America ci sono stati 500.000 omicidi criminali; le condanne sono state almeno 250.000 e di queste fra le 50 e le 100 mila potevano essere capitali: ma le condanne a morte sono state 6.406 e le esecuzioni 500 (una ogni 1.000 omicidi).

(In realtà gli omicidi sono stati 539.396. In confronto gli americani hanno perso 450.000 soldati nella Seconda Guerra Mondiale, 53.000 in Corea e 58.000 in Viet Nam.)

I dati ufficiali non divergono dalla mia ipotesi.
Secondo il rapporto sulla pena di morte in Maryland del Prof. Paternoster in quello stato (nel periodo 01/07/1978 – 3/12/1999) ci sono stati 6.000 omicidi per i quali qualcuno è stato punito. Di questi 1.311 sarebbero stati passibili di pena di morte, che però è stata chiesta in soli 353 casi. La richiesta è proseguita in 180 processi e ha portato a 76 condanne capitali inflitte a 58 persone. Di queste 5 sono state uccise e 5 sono ancora nel braccio. Le 5 uccise (3 neri e 2 bianchi) avevano tutte ucciso bianchi anche se le vittime di omicidio in Maryland sono per l’80% nere.

Negli ultimi 20 anni gli omicidi federali passibili di pena di morte sono stati 2.545, ma il Dipartimento di Giustizia l’ha chiesta in 431 casi, ottenendola in 59, con 3 esecuzioni.

Nello stato di New York, in dieci anni di pena di morte, ci sono stati 10.000 omicidi, 877 dei quali erano passibili di pena di morte: le condanne sono state 58 e nessuna esecuzione.

Oggi la situazione è migliorata e gli americani sono stati felici di avere avuto, nel 2002, solo 16.638 omicidi criminali, mentre noi italiani ci siamo preoccupati moltissimo dei nostri 638 omicidi, anche se questi erano meno di un terzo quelli del 1991.
Dall’ 11 settembre del 2001 i morti assassinati sono stati 100.000, meno di 1.000 le condanne a morte e 350 le esecuzioni (relative a condanne di 10 – 20 e anche trent’anni fa)
Ogni anno le armi da fuoco uccidono, fra omicidi, suicidi e incidenti, 30.000 persone (3.000 minori)

Conclusione
Risulta quindi del tutto evidente che le 1.123 esecuzioni post-Furman sono una frazione di quelle possibili, probabilmente meno di un centesimo. Solo una parte molto piccola degli assassini è condannata a morte e, di questi, solo alcuni disgraziati sono effettivamente uccisi e nulla mostra che siano gli autori dei crimini peggiori. Possiamo quindi definirle dei sacrifici umani.

L’assoluta arbitrarietà con cui sono selezionati i disgraziati destinati al sacrificio sarà oggetto di un prossimo saggio.

Claudio Giusti
8 ottobre 2008
dedicato a Paola

ESECUZIONI, OMICIDI E CONDANNE      1  ottobre  2008

Ex        condanne         tasso om.        omicidi

1973                  42             9.4            19.640
1974                149             9.8            20.710
1975                298             9.6            20.510
1976                233             8.8            18.780
1977         1     137             8.8            19.120
1978                185             9.0            19.560
1979         2     151             9.7            21.460
1980                173            10.2           23.040
1981         1     223              9.8           22.520
1982         2     267              9.1           21.010
1983         5     252              8.3           19.308
1984        21    284              7.9           18.692
1985        18    262              7.9           18.976
1986        18    300              8.6           20.613
1987        25    287              8.3           20.096
1988        11    291              8.4           20.675
1989        16    258              8.7           21.500        omicidi
1990        23        251          9.4           23.438        Italia
1991        14        268          9.8           24.703        1901
1992        31        287          9.3           23.760        1441
1993        38        287          9.5           24.526        1065
1994        31        315          9.0           23.326          938
1995        56        315          8.2           21.606        1004
1996        45        317          7.4           16.645          945
1997        74        275          6.8           18.208          864
1998        68        298          6.3           16.974          879
(500)     (6406)                       (539.396)
1999        98        277            5.7            15.522          810
2000        85        232            5.5            15.586          749
2001        66        162            5.6            16.038          707
2002        71        167            5.6            16.229          642
2003        65        153            5.7            16.582          719
2004        59        138            5.5            16.137          711
2005        60        128            5.6            16.692          601
(1004)    (7633)                          (652.182)
2006        53        115            5.7                621
2007         42        110                                593
2008        24

I dati della pena di morte americana 1 ottobre 2008.

Delle 53 giurisdizioni americane 15 non hanno la pena di morte.
Il Distretto di Columbia non ha esecuzioni dal 1957, mentre Alaska, Hawaii, Iowa, Massachusetts, Vermont e West Virginia sono abolizionisti da mezzo secolo. Nord Dakota e Rhode Island non hanno esecuzioni dal 1930, il Minnesota dal 1885, il Maine dal 1887, il Wisconsin dal 1851 e il Michigan dal 1837. Sempre il Michigan divenne, nel 1847, la prima giurisdizione al mondo ad abolire stabilmente la pena capitale. Lo stato di New York è tornato abolizionista e il Parlamento del New Jersey ha abolito la pena capitale nel dicembre 2007.

Delle 36 restanti sono state 33 ad avere almeno una esecuzione, ma il grosso è avvenuto nel Sud. Il Texas è in testa con più di un terzo del totale. Molti stati hanno ucciso solo dei volontari.

Secondo il DPIC  fra i dieci stati con il tasso di omicidio più basso otto non hanno la pena di morte, mentre dei due restanti il New Hampshire non ha condannati a morte e il Sud Dakota ha fatto nel 2007 la sua prima esecuzione in 60 anni.  In proposito il forcaiolo John Lott (quello di More Guns Less Crimes) pensa che siamo tutti stupidi: “The 12 states without the death penalty have long enjoyed relatively low murder rates due to factors unrelated to capital punishment.”

1123 esecuzioni, di cui 414 in Texas. La Harris County (quella con Houston, nel cui laboratorio di polizia ci pioveva dentro) ne ha fatte 104, Dallas County 38 (anche nel suo laboratorio di polizia ci pioveva dentro), la Tarrant County di Fort Worth 28. La Virginia (la più efficiente nel vuotare il braccio della morte) ha fatto 102 esecuzioni, 88 l’Oklahoma, 66 il Missouri, 66 la Florida. La California pur avendo nel braccio della morte quasi 700 persone ha fatto “solo” 13 esecuzioni al costo di 250 milioni di dollari l’una.

La sedia elettrica ha ucciso 155 persone, 2 i fucilati, 11 i gasati, 3 gli impiccati e il resto con l’iniezione. I neri uccisi sono 384 e i bianchi 636. Anche se il 50% delle vittime degli omicidi è nero e la quasi totalità degli omicidi avviene all’interno dei due gruppi razziali, l’80% delle vittime dei “giustiziati” era bianco. L’80% delle esecuzioni è avvenuto nel Sud. Le clemenze sono state 244 (167 in Illinois) e 130 gli innocenti rilasciati.
Il 10 – 12%  dei condannati uccisi era pazzo o minorato mentale e il 10¬ – 12% si è consegnato volontariamente al boia. I minorenni erano 22 (13 TX) e 11 le donne. I neri che hanno ucciso un bianco sono 228, 15 i bianchi che hanno ucciso un nero (mai nessuno in Texas). Hanno passato in media 11 anni nel braccio. A parte il texano Jesse DeWayne Jacobs non sappiamo quanti fossero innocenti.

Dal 2002 il tasso di omicidio americano è stabilmente fisso attorno al 5,6 – 5,7 per centomila (16 – 17 mila omicidi all’anno). In Italia abbiamo 600 omicidi e un tasso di uno per centomila.

Le condanne a morte sono passate dalle 300 all’anno a poco più di cento e le esecuzioni sono 60 all’anno, ma si riferiscono a omicidi di 10, 20 e anche 30 anni fa.

Dati sulla pena di morte americana 1 ottobre 2008

Il decennio clintoniano
495 esecuzioni 1993 – 2000
11 nuovi stati fanno esecuzioni su 33
1995 New York e Kansans introducono la pena di morte

Il decennio bushita
440 esecuzioni 2001 – 2008
2 nuovi stati e la giurisdizione federale fanno esecuzioni
New York e New Jersey diventano abolizionisti

OGGI
1123    esecuzioni totali
414     in Texas  (152 con Giorgino)
104     Harris County (Houston)
102    Virginia
88      Oklahoma
66      Missouri
66      Florida
43      Georgia
38      Dallas

neri         384
bianchi     636
altri         103

80% delle vittime era bianco (ma il 50% delle vittime d’omicidio è nero)
80% “giustiziato” nel Sud
10 – 12%  era pazzo o minorato mentale
10¬ – 12%  si è presentato volontariamente al boia interrompendo gli appelli o non facendoli
22 i minorenni (13 TX)
11 le donne
244 clemenze (167 Illinois)
130 innocenti rilasciati

neri che hanno ucciso un bianco     228
bianchi che hanno ucciso un nero     15     mai nessuno in Texas

11 anni in media nel braccio

155 sedia
2 fucilati
11 gasati
3 impiccati
948 con l’iniezione

Dati storici sulla pena di morte americana
Secondo Watt Espy le esecuzioni in territorio americano sono state, dal 1608 al 31 dicembre 1998, 19.248. Di queste 500 sono post-Furman. Questi dati non sono ufficiali e non sono completi, visto che solo dal 1930 esiste un registro delle esecuzioni. [Stuart Banner: “The Death Penalty. An American History”. Cambridge, Harvard UP 2002, p 313]
Bohm cita sempre Espy fornendo il dato di 20.000 – 22.500 esecuzioni legali e di 10.000 linciaggi. [Robert M. Bohm “Deathquest II” Cincinnati, Anderson Pub. 2003, p. 2]

ATTENZIONE: i dati degli Espy files sono inferiori, deathpenaltyinfo.org
come lo sono quelli di Amnesty International che fornisce la cifra di 18.000 esecuzioni.

AMR 51/052/1999 Killing with Prejudice, Race and the Death Penalty
web.amnesty.org

Dal 1930 al 1967 ci sono state 3.859 esecuzioni.
Il decennio peggiore è stato il primo, con 1.676 esecuzioni di cui 199 nel solo 1935.
I neri erano il 54% del totale e il 90% dei 455 uccisi per stupro (97% al Sud).
Le donne 32.
I  3/5 delle esecuzioni sono avvenute nel Sud.
www.deathpenaltyinfo.org

Si devono poi aggiungere 160 esecuzioni di militari. La Marina non ha fatto esecuzioni dal 1849.
justice.uaa.alaska.edu

Le esecuzioni post-Furman, dal 17 gennaio 1977, sono 1.123.
L’anno peggiore il 1999 con 98 esecuzioni.
L’ottanta per cento nel Sud, di cui più di un terzo in Texas.
I neri erano il 34%, ma le esecuzioni riguardavano all’80% assassini di bianchi.
11 le donne giustiziate.
people.smu.edu

Fra il 1890 e il 1966 ci sono state 4.308 esecuzioni con la sedia elettrica.
Fra il 1930 e il 1980 le esecuzioni con la camera a gas sono state 952.
La stragrande maggioranza dei condannati è stata impiccata.
Nel post-Furman la sedia elettrica ha fatto 155 vittime, 2 la fucilazione, 3 l’impiccagione e 11 la camera a gas. Gli altri sono stati uccisi con l’iniezione letale.

I linciaggi di cui si è avuta notizia sono stati, dal 1882 al 1968, 4.743. I neri linciati, uomini e donne, sono stati 3.446 (ma fra i linciati ci sono anche ebrei e italiani). In testa il Mississippi con 539 (più 42 bianchi), poi la Georgia con 492 e 39, il Texas (352 – 141), la Louisiana (335 – 56) e l’Alabama (299 – 48). Ovviamente queste sono cifre gravemente approssimate per difetto.
www.english.uiuc.edu

1 ottobre 2008

Eluana, verso la strada giusta

di Mina Welby

La Corte d’Appello nega la sospensiva della prima sentenza che permetteva di interrompere alimentazione e idratazione della ragazza in coma. Si dovrà attendere la decisione della Cassazione dell’11 novembre. La speranza è che finalmente ci si incammini verso la direzione migliore, quella che rispetta l’essere umano e la sua volontà

Corte d’appello contro Corte d’appello? Se la situazione non fosse tragica per la povera Eluana e per i suoi genitori direi che si assiste a scherzetti fra colleghi. Al di là di questo, c’è da augurarsi che dopo questa sentenza di “non luogo a provvedere”, le prossime decisioni siano lineari e a favore di un diritto per la vita che è scritto nella nostra Costituzione.
Il fatto che i giudici della corte d’appello di Milano abbiano sentenziato la prima volta a favore dell’accoglimento della richiesta di Beppino Englaro, affinché la vita di sua figlia sia lasciata al corso naturale della fine, in base a testimonianze relative a quale fossero l’intendimento di vita e la volontà di fine vita della giovane, non mi ha mai meravigliato. Non mi ha meravigliato perché ho visto un parallelo con la sentenza del GUP di Roma, Zaira Secchi che, come i giudici di Milano, ha giudicato il dottor Mario Riccio dopo aver interrogato me e aver letto il libro di Piergiorgio, “Lasciatemi morire”.
Piergiorgio si è potuto esprimere e ha potuto avanzare la richiesta di essere lasciato morire dopo sedazione, come voleva il decorso naturale della sua malattia, la distrofia muscolare. Ciò nonostante il GUP, a mio avviso, ha trattato il caso come i giudici di Milano: ha voluto sapere quale fosse stato l’intendimento di vita di Piergiorgio e ha voluto sentire da me, come testimone, quali fossero stati i nostri discorsi personalissimi in merito e il nostro modo di vivere insieme nel corso degli anni, e in modo particolare negli ultimi mesi. Credo, anzi sono convinta, che fossero state proprio le testimonianze scritte nel libro e le mie parole che abbiano dato chiarezza al giudice e forza alla sentenza. Ecco perché sono sicura che anche le testimonianze di papà e mamma Englaro e degli amici di Eluana siano state la forza per una sentenza a suo favore, per la sua liberazione da una prigionia in un corpo non più suo. Dalle parole dei genitori non possono essere estrapolati altri giudizi che quelli di avere un amore immenso per una figlia in condizioni di non vita che lei stessa non avrebbe mai accettato. Solo chi ha vissuto e condiviso una decisione simile, cioè quella di accettare la fine della vita terrena, può capire in pieno l’amore infinito che qui si manifesta, quello che risiede nell’accettazione e condivisione della volontà di Eluana da parte dei suoi genitori.
Non ho mai creduto all’usurpazione di potere da parte dei giudici nei confronti del Parlamento e spero che venga chiarita anche questa questione. I giudici di Milano non hanno varato una legge, bensì hanno giudicato legittime le volontà manifestate da parte di Eluana tramite i suoi testimoni che io chiamerei garanti. In quel senso, a mio parere, sarebbe da rivedere anche il decorso giudiziario per il dottor Riccio. Anche per Welby, secondo il giudice civile di Roma non esisteva la possibilità di eseguire la sua volontà, pur avendone riconosciuto il diritto secondo la Costituzione.
Infine anche la Corte Costituzionale avrà la mente e il cuore orientati verso un diritto Costituzionale sull’intendimento di dignità della vita che solamente ogni cittadino, per se stesso, può definire.

Aprileonline.info, 8 settembre 2008

Il branco degli scaracchi

di Vincenzo Andraous

La tortura nei riguardi di chicchessia è una ignominia, messa in atto dal branco verso un giovanissimo è qualcosa di ancora più indicibile.
La violenza è compagna di viaggio di molta parte di umanità, in questo caso c’è il gesto di crudeltà fine a se stesso, la ricerca di  prevaricazione, il dominio   sull’altro, poco importa se ottenuto arrecando dolore al più debole, fragile, indifeso.
Il branco usa tecniche ben collaudate, la bugia, l’inganno, il tradimento, esprime una caratura professionale consona alla sua età, per soggiogare, mettere sotto, rendere schiavizzata del proprio potere la vittima designata.
La baby gang lega un ragazzino a un albero, lo colpisce, gli urina addosso, tra scaracchi e risate sguaiate, poi è gia ora di ritornare a casa, ognuno con il proprio balzello ben calato nelle tasche vuote, e ciascuno conoscerà altre ferite, mentre  il dolore del ricordo scaverà nelle carni un solco indelebile.
Di fronte a questi fatti si fa sfoggio di sociologie e pedagogie di intrattenimento: genitori che non sanno più essere educatori, una società che spinge al divertimento e allo sballo infrasettimanale.
Il branco sopravvive a se stesso, costantemente disconnesso dalla quotidianità, dove esistono ancora le regole, quelle che occorre conoscere per poterle rispettare, quell’area libera da sottomissioni precostituite, dove esistono le persone avvero autorevoli, che qualche volta è possibile incocciare, attraverso la fortuità di un incontro, che però obbliga a dedicare tempo e volontà a relazionarsi nella pratica della discussione e dell’ascolto, con quanti ogni giorno rimangono contusi alle arcate sopraciliari, degli altri acciaccati nell’anima.
Violenza e paura di non essere nessuno, paura di non riuscire a essere quel che si vorrebbe, violenza e paura di non essere degni del gruppo, approvati e accettati, protetti da una omertà che consolida la sua egemonia attraverso l’ottenimento di sensazioni forti, immediate, di quelle che “sconvolgono”, ma non affaticano né impegnano più del necessario.
Persino nella infamia di questo gesto, di questa violenza imitata e imitante, di questo atteggiamento mentale terroristico, erede dei bullismi di ieri, c’è inquietante la rivolta sotterranea, la voglia di annichilirsi, di  affrancarsi dalla contaminazione di ogni eventuale “fuori quota”, fautori di una normalità insopportabile, dove c’è il rischio di incappare in quell’intelligenza e sensibilità,  che non permette ad alcun adolescente, né ad alcun adulto, di disconoscere il valore della dignità umana.
Branco, baby gang, teppisti e bulli, molte le declinazioni, poche le giustificazioni travestite da attenuanti , è violenza che scardina la libertà di crescere insieme, che nega il diritto di essere conformi nel rispetto dell’altro, che disperde il dovere di resistere fino in fondo, per essere degni di vivere con lo sguardo in alto, con il domani ben cucito sulla pelle.