Non sono più tanto sicuro. Non certo sicuro come quando ci sono stato per la prima volta. Allora le certezze erano così forti da spianare montagne e colmare vallate, facendo intravedere solo la linearità di percorsi senza turbamenti né scossoni. Stavo per rinunciare ad un’incerta prospettiva di docente con incarico annuale, per dedicarmi ad una professione di tecnico per la quale, in verità, avvertivo una scarsa vocazione; si trattava, tuttavia, di inoltrarmi nella strada per la quale avevo speso lunghi anni sui libri e nelle aule universitarie e questo doveva essere abbastanza per motivarmi alla scelta. Per caso, durante una conversazione con un’amica, anche lei insegnante, venni a sapere della sua esperienza vissuta in una scuola d’avanguardia, o, piuttosto, di frontiera. Chiesi e ottenni un incontro con l’animatrice di questa esperienza, sempre alla ricerca di persone adatte a portare avanti quella sua utopica iniziativa, alla quale aveva dedicato tutta se stessa.
Durante il nostro primo colloquio, una frase in particolare mi colpì. Parlando a proposito delle difficoltà che le Istituzioni frapponevano al suo percorso di ricerca e sperimentazione, mi disse: “Noi gli ostacoli non li aggiriamo. Li abbattiamo”. Fu una vera consolazione dopo tre anni di limbo, precariamente vissuti tra i banchi sconnessi di istituti professionali variamente dislocati, entrare almeno nel purgatorio, con l’evidente prospettiva di un futuro paradiso. Correva l’anno di grazia 1983, era un bellissimo settembre, la stagione ideale per l’inizio di una promettente avventura. E l’avventura durò per alcuni entusiasmanti anni.


La nuova scuola nella quale avevo iniziato a lavorare si apriva ad un mondo fino allora visto solo con distacco, spesso avvicinato con diffidenza, perché era noto che, nella vita, o si studia o si lavora e le due attività risultavano, fino a quel momento, inconciliabili. Il “vile meccanico” di manzoniana memoria si contrapponeva alla nobiltà di chi spendeva il suo tempo sopra tomi ponderosi e polverosi, che si sforzavano di descrivere, col maggior dispendio di parole possibile, una realtà avente per riferimento un passato ormai piuttosto remoto. Eppure, a conti fatti, queste esperienze di contatto e scambio tra mondo della scuola e mondo del lavoro funzionavano, eccome: finalmente si ricomponevano i frammenti dell’unico vero mondo, quello con il quale ognuno di noi stava già facendo, o avrebbe dovuto prima o poi, fare i conti, il mondo fatto dalla realtà che ci circonda e nella quale siamo quotidianamente immersi, come e più dei pesci nell’acqua.
Non solo il contatto con il mondo del lavoro non veniva evitato ma, al contrario, veniva ricercato e utilizzato come fondamentale elemento di confronto, capace di validare o meno le teorie pedagogiche poste a fondamento dell’azione didattica quotidiana. Il mondo delle professioni e del sociale era, nel contempo, un punto di partenza e un punto di arrivo: da lui nascevano gli elementi di operatività che venivano introdotti nella prassi didattica quotidiana, a lui tendevano tutti gli obiettivi formativi declinati nei documenti programmatici formalizzati dal Collegio dei Docenti. Col tempo, però, quella voce solista, fuori da ogni coro, più che un elemento di valore e di qualità finì per diventare una nota stonata, una voce che doveva essere messa a tacere. L’operazione per ridurla al silenzio definitivo venne condotta in maniera strisciante, appellandosi ai decreti legge, alle circolari e ai decreti ministeriali, emanandone di nuovi quando quelli già esistenti non bastavano.
Così, lentamente, vennero minate le radici della pianta e l’albero cominciò ad avvizzire. Si cominciò dalla radice principale, l’anima stessa dell’Istituzione, quella che, disboscando il terreno incolto e selvaggio della formazione, tracciava la pista sulla quale ci muovevamo tutti noi come un solo uomo. Tolta di mezzo lei, personaggio scomodo per le gerarchie scolastiche alla perenne ricerca di “ordine e disciplina”, toccò a quelli che la seguivano. Lusinghe e minacce, variamente distribuite, in forma di circolari e decreti ministeriali, dispersero ai quattro venti quel manipolo di avventurosi innovatori, che avevano creduto di poter cambiare la scuola e avevano scoperto, alla fine, che era stata la scuola a cambiare loro.
Alcuni, fatto tesoro delle loro esperienze e delle loro conoscenze, avevano tentato di occupare posizioni dalle quali poter far sentire la propria voce, con il risultato che quei posti erano talmente lontani dalle aule scolastiche che la loro voce riusciva malapena a raggiungerle. Altri, epigoni forse troppo pallidi di quella fantastica esperienza, cercarono di proseguirla in altri istituti, scontrandosi con l’inerzia e l’apatia di dirigenti e colleghi, “tutta gente che aveva capito” che non si può nuotare controcorrente se non si hanno le forze per farlo e che conviene piuttosto assecondare l’andamento del mondo della scuola così com’è.
Molto tempo è passato da allora, ministri sono subentrati a ministri, dirigenti scolastici a dirigenti scolastici, teorie pedagogiche con la pretesa di essere innovative hanno scalzato altre teorie considerate non più al passo con i tempi.
Adesso, da dietro questa cattedra, osservo il microcosmo formato dai miei discenti. Alcuni sono stravaccati sui banchi, per riprendersi dalle fatiche di un venerdì notte, gonfio di birra e tirato fino alle ore piccole in pub e discoteche, altri conversano amabilmente tra loro, ignorando palesemente la mia presenza. Qualcuno finge di impegnarsi a terminare l’esercizio che ho assegnato, più per compiacermi che per cercare di afferrare al volo qualche frammento di conoscenza, ritenuto di nessuna o scarsa utilità per il disbrigo delle loro pratiche quotidiane attuali.
Mentre li osservo, mi interrogo. Deve essere una deformazione professionale, non posso fare a meno di interrogare qualcuno. Non è, per caso, che staremo sbagliando tutto, che i nostri tentativi di comunicare frammenti minimi e predigeriti di conoscenza non riescono ad andare in porto, forse perché stiamo usando la lingua sbagliata? Stiamo predicando agli uccelli con il linguaggio dei pesci? Cosa si può dire sul mondo e sulla vita ai vari Jonathan, Ylenia, Samantha, Maicol (sic!), per i quali la scuola è troppo spesso una pausa di riposo tra una nottata in discoteca e un venerdì sera da sballo?
Oggi, l’idea di scuola, un tempo giardino rigoglioso e ben curato, sta morendo, soffocata dalle erbacce delle mille leggine, inaridita dall’incuria e dall’indifferenza di quelli che dovrebbero seminare, sarchiare e innaffiare le piantine, invasa dalle piante infestanti dei mille e mille progetti che l’hanno deviata da tempo dal suo scopo naturale, privata delle risorse finanziarie strettamente necessarie alla sua sopravvivenza.
Quelli che dovrebbero tracciare il sentiero da battere, gente nel migliore dei casi senza cuore o senza fegato, nel peggiore senza cervello, sembrano ignorare questa realtà che solo i loro occhi miopi non riescono a vedere, quando basterebbe entrare per mezz’ora in un’aula scolastica qualsiasi, preferibilmente sotto le mentite spoglie di un supplente, di un precario, di un senza cattedra, e già per questo senza autorità, per rendersi finalmente conto di come stanno realmente le cose.
“Che ci sto a fare qui dietro?”, mi chiedo. Forse è ora di alzarsi e andarsene, lasciare spazio all’esercito degli eterni precari, che si accapigliano per un punticino in più in graduatoria, che coltivano da anni il miraggio di un posto stabile, una cattedra sulla quale potersi riposare, stanchi per averla troppo a lungo inseguita. Forse, però, le risposte a queste domande esistono, ma le stiamo cercando nel posto sbagliato, nei libri di testo, nei programmi ministeriali, in tutta quella pletora di educazioni a qualcosa che nascono ogni volta sulla scia di problemi che altre istituzioni, a cominciare dalla famiglia, non sono più capaci di risolvere e così finiscono per delegare ad altri compiti che dovrebbero essere di loro esclusiva pertinenza.
O, forse, c’è un’altra spiegazione per tutto questo, terribile solo a concepirla, quella di una logica subdola e sottile in azione, una “strategia del ragno” che tesse instancabile la tela destinata ad irretire nel tempo l’intera società civile. La Cultura, pensano i ragni, potrebbe trasformarsi in un pericoloso strumento di analisi della società e del mondo, lo è già stata del resto in passato, con esiti non sempre favorevoli a chi deteneva le leve del potere, come insegna la Storia.   
L’importante, allora, è che la gente non pensi, perché se pensa dubita, e se dubita, addio a loro, addio a quelli che non sapendo né fare né insegnare si sono arruolati sotto le bandiere della politica, autoproclamandosi esperti di questioni scolastiche, quando, nella maggior parte dei casi, la loro esperienza si è limitata ad un anonimo transitare nelle aule per arraffare il classico “pezzo di carta”, quello che fa curriculum.
“Non disturbare il manovratore” sembra l’imperativo categorico dei nostri tempi. Dormire, sognare forse, sperando di non doversi risvegliare in un incubo peggiore di quello che sta agitando in questa notte della Cultura i nostri sogni obbligati.

3 commenti su “Docenti dietro una cattedra: perplessi”

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  2. Apprezzo la tua analisi, ma con qualche anno di servizio in meno sulle spalle e da una posizione con più attrattiva (il laboratorio) sul discente mi pongo le stesse tue domande.
    Più una: non saremo anche noi invecchiati, troppo lontani dal sentire di questi ragazzi che meglio di noi sanno che usciti dalla scuola/università quello che realmente conterà per accaparrarsi un posto (pure precario) sarà conoscere qualcuno giusto?
    Eppure nonostante la stanchezza, continuiamo a batterci per tenere accesa la fiaccola della cultura e del libero pensiero, ben sapendo che la società se ne va altrove…

    Un saluto, grande Sergio…

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