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Fesso? Chi non sa leggere

Ero un ragazzino di appena undici o dodici anni, quando qualche volta accompagnavo mia madre o mio padre agli uffici dell’Anagrafe comunale, per richiedere documenti e certificati che oggi sembrano residuati di archeologia burocratica, spediti al macero dalle attuali normative sull’autocertificazione. Nell’atrio rettangolare, sul quale si affacciavano gli sportelli dei numerosi uffici, stazionava un ometto, comodamente seduto ad un minuscolo tavolino, che sembrava quasi trovarsi a casa sua, tanto pareva a proprio agio in quell’andirivieni di gente di ogni specie.
Sul tavolino, disposti in pile ordinate, una serie di foglietti di diverse dimensioni, moduli da compilare per richiedere uno dei tanti certificati che le leggi di allora esigevano in ogni circostanza. Nascita, residenza, stato di famiglia, cittadinanza erano i più comuni, ogni tanto l’esercizio più difficile di quell’arte, il triplo salto mortale all’indietro carpiato, la richiesta di una carta d’identità.
Ricordo anche che l’uomo dei moduli era sempre un po’ seccato se qualcuno andava al suo tavolo e si serviva da solo, non gli andava giù che quello facesse tutto da solo, senza degnarsi neppure di richiedere i suoi servizi. Non protestava, perché capiva di non averne alcun diritto, quei foglietti in fondo erano messi lì a disposizione dei cittadini, ma si capiva che la cosa non gli andava affatto giù, non ammetteva che ci fosse qualcun altro capace di fare il suo lavoro altrettanto bene. A quell’epoca ero letteralmente affascinato da quei foglietti, al punto da prenderne sempre un paio da portarmi a casa, per leggerli con calma e cercare finalmente di svelare il mistero celato tra le loro righe. Mi accorgevo di riuscire a comprendere il significato della maggior parte di quei termini burocratici, dove non riuscivo ad arrivare provvedeva il modesto dizionario acquistato all’inizio della scuola media.
Chissà perché, per quell’uomo immaginavo una storia di dignitosa povertà, costretto dal bisogno, nonostante l’età che, a quell’epoca, mi pareva avanzata, a quel lavoro umile ma importante, forse un tempo impiegato di quegli stessi uffici in cui continuava a trascorrere le sue giornate, magari collega di quelli che dietro lo sportello attendevano che qualcuno gli consegnasse il foglietto con la richiesta del certificato, tollerato in virtù del fatto che un tempo anche lui era appartenuto alla nobile casta degli impiegati comunali, sottogruppo anagrafe.
Ogni volta continuava a sorprendermi il fatto che quell’uomo si guadagnasse da vivere compilando, a richiesta del pubblico, quei moduli che ai più apparivano astrusi e incomprensibili, lui, al contrario, sapeva destreggiarsi tra le diverse richieste di certificati con un’abilità che aveva del sorprendente. Quello che mi sorprendeva, però, era il fatto che tanta gente continuasse a rivolgersi a lui per compilare una di quelle richieste, operazione che non sembrava impossibile neppure per un ragazzino di scuola media quale ero io all’epoca.

Mi accorgo di pensare a quell’omino, proprio mentre mi passa davanti agli occhi un trafiletto, una notizia come tante altre, i dati dell’indagine PISA sulle abilità di comprensione di un testo scritto da parte dei nostri adolescenti quindici – sedicenni. Aumenta vistosamente, anno dopo anno, l’incapacità di comprendere un breve testo scritto, fenomeno ancora più abnorme se si pensa che, nel frattempo, aumenta anche il numero delle persone che conseguono un diploma o una laurea. Mi chiedo cosa avranno fatto quei ragazzi e quelle ragazze nei dieci anni trascorsi sui banchi di scuola prima che quell’indagine venisse a mettere impietosamente a nudo i buchi neri delle loro incompetenze.
Mi scopro anche ad immaginare un futuro, non troppo fantascientifico, in cui le difficoltà di leggere e comprendere un testo saranno esasperate dalla necessità sempre più stringente di dover compiere queste elementari operazioni, potenzialmente accessibili da parte di qualunque persona alfabetizzata. Perché, nella società dell’informazione ossessiva – compulsiva, il dato assume sempre più un valore relativo, se non accompagnato da opportune spiegazioni, e il moltiplicarsi e l’affastellarsi delle norme costringe sempre più spesso a ricorrere a specialisti di linguaggi sempre più astrusi, nei quali significato e significante continuano a divergere costantemente. Come se non bastasse la complessità della lingua materna a rendere difficili le cose, ci si mette anche la burocrazia che, forse a corto di termini astrusi, ricorre ad altre lingue per confondere le idee della gente. Da quali menti perverse vengono proposti e approvati termini quali “welfare”, “social card”, “bonus”, “incapiente”, quest’ultimo addirittura sconosciuto al correttore ortografico?
Insomma, allo scritturale di una volta potrebbe essere necessario sostituire oggi l’Esplicatore, qualcuno capace non solo di leggere ma anche di comprendere e, soprattutto, far comprendere il significato delle parole contenute nei moduli, nei documenti, nei testi in generale. I più ricchi – beati loro! – potranno permettersi il personal reader, accanto agli ormai collaudati personal trainer e personal shopper. Ce le vedo queste signore ingioiellate rivolgersi al reader di turno e farsi spiegare cosa c’è scritto su un manifesto o nelle tre righe che scorrono davanti ai loro occhi, mentre aspettano sotto il casco del parrucchiere che le loro capigliature prendano forma.
Ogni volta che penso a queste cose, mi tornano in mente immagini della mia infanzia. “Fesso chi legge”, era scritto su tutti i muri, con calligrafie grossolane, a supremo disprezzo di quell’arte che non occorreva padroneggiare per fare quattrini, palanche, sghei, bastavano forza e furbizia, per “stare sul pezzo” ventiquattro ore su ventiquattro e fregare i fessi, appunto quelli che leggevano. Inoltre, quel messaggio denigratorio poteva arrivare solo a chi era in grado di leggerlo e decodificarlo e quindi colpiva senz’altro nel segno.
Restava solo da sciogliere un piccolo dubbio, se l’ignoto estensore del messaggio avesse operato di proprio pugno o avesse assoldato uno scritturale, al quale affidare il compito di dare forma a quei suoni canzonatori che lui era appena in grado di compitare. La differenza non è da poco, perché nel secondo caso quel tale era indenne dall’infamante marchio derivante dal saper leggere, ma nel primo caso sarebbe rientrato di diritto in quella categoria contro la quale si indirizzava il suo grossolano sarcasmo. Anche lui sarebbe stato un fesso a tutti gli effetti, con l’unica eccezione del caso in cui avesse vergato le lettere infamanti ad occhi chiusi e, pertanto, si fosse astenuto dal leggerle. Ma forse in quel cervello di passerotto non poteva trovare posto nessuna forma di logica, persino la più grossolana. Se avesse provato a riflettere anche per un solo istante, sarebbe giunto all’unica, vera, tristissima conclusione del ragionamento: l’unico fesso, oggi e sempre, è chi non sa leggere.