DICIAMO COSÌ


di Sergio Tardetti

Del resto, cos’altro ci sarebbe da dire, soprattutto quando non sai cosa dire? Diciamo così, ripetuto e intercalato fino alla nausea, per frammentare e sostenere il discorso nei momenti di vuoto spazio–temporale, in attesa che il treno dei pensieri si rimetta in corsa e che i vagoni delle parole riprendano a sfilare con il loro carico di idee e sentimenti da condurre a destinazione. Diciamo così. Ma cosa vorremmo dire, in realtà? Perché è proprio questo che non sappiamo fare, dire il pensiero giusto al momento giusto, l’idea che si è accesa in noi e dalla quale ci sentiamo animati e illuminati, ma che deve combattere contro la nebulosità delle parole, l’asprezza della grammatica e della sintassi, l’ineluttabile incostanza della retorica. E poi, quei vuoti, le improvvise e impreviste dimenticanze, che ci lasciano sospesi in un limbo, dal quale vorremmo uscire, ma solo dopo che quello che abbiamo dimenticato si sarà riaffacciato alla mente. Capita, un po’ tutti i giorni, nei momenti più imprevedibili, conosciamo la tal cosa o la talaltra, ma, come d’incanto, nel preciso istante in cui dovrebbe essere pronta a mostrarsi, d’improvviso e misteriosamente scompare. Tornerà, prima o poi, ne siamo certi, ma quando la sua utilità sarà divenuta pressoché nulla.

Tornerà solo per una nostra piccola soddisfazione personale, per dimostrare a noi stessi che, in fondo, non siamo così decrepiti né così malmessi e che possiamo ancora essere in grado di ricordare. Diciamo così, allora. E, quando lo diciamo, proviamo la stessa insoddisfazione che doveva provare Cristoforo Colombo al termine di ogni giorno di navigazione, quando, affacciandosi dalla murata per scrutare l’orizzonte, non vedeva altro che mare. Perché in fondo, anche noi stiamo avanzando verso l’ignoto, convinti che prima o poi approderemo da qualche parte con quel nostro discorso farneticante e farraginoso. “Diciamo così” è il respiro profondo che prendiamo prima di immergerci in apnea negli abissi della mente, con il solo scopo di riacciuffare una parola che stava affondando e provare almeno a riportarla a galla. Diciamo così, confidando nella buona sorte e nella temporanea possibile sordità dell’altro, il nostro provvisorio interlocutore, e che la divinità che presiede alle conversazioni possa mandarcela buona!

© Sergio Tardetti 2025


Nell’immagine esposizione mondiale a Chicago: Fac-simile delle tre caravelle di Colombo (xilografia) di autore sconosciuto. Wikimedia Commons

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