SEGRETI E GALAVERNA

di Derno Scaioli


Uscito da un appartamento privato dove avevo giocato tutta la notte, avvertii una inquietudine che mi accompagnava sempre dopo grandi perdite, o grandi vincite.

Me la trovai di fronte, su una bicicletta arrugginita, avvolta in stracci sfilaccianti e un fazzoletto trattenuto alla meglio in una massa di capelli argentati che riflettevano la luce giallognola dell’unico lampione della piazza.

Un groviglio di miseria fuori dal tempo.

Incoraggiato da un sorriso fumante e povero di denti che sfidava una lunga notte di galaverna, mi avvicinai a quell’ombra smarrita.

Giorno e notte, estate e inverno, appariva all’improvviso nelle case che non avevano recinzioni e chiedeva: “se erano arrivati”.

All’inizio qualcuno cercò di reagire con logica, fino a quando divenne più pratico e divertente adeguarsi alla sua ossessione e regalarle momenti di gradevole follia.

Non avevamo mai parlato, ma sentivo che era la notte giusta, noi due soli, in mezzo a una piazza vuota, e un freddo che non permetteva finzioni e perdite di tempo.

Con il solito sorriso generoso e disponibile mi chiese di chi ero figlio.

Quando dissi che ero il figlio della Germana piegò la testa verso il basso quasi per chiedermi scusa e una espressione di sofferenza avvolse la sua faccia.

Da giovane era stata grande amica di mia mamma e aveva sofferto per la morte del fratello Derno.

In quel volto scolpito da una vita di strada che pareva contenesse tutti i mali del mondo, sentivo la presenza di un dolore lontano, ma vivo, riemerso da chissà dove.

Per molto tempo si perse in memorie passate, ricordando persone che avevano attraversato grandi sofferenze, ma io volevo sapere di lei, del suo presente, di quello che non mostrava ma si intuiva, della sua anima.

Contavo sul rispetto che le avevo sempre portato.

“Ma voi siete sempre sorridente, parlate con tutti, vi comportate bene verso tutti, ma voi, a parte questa sera, non siete mai triste???”

Da quel volto che con fatica stava recuperando scioltezza, uscirono parole che non ho più dimenticato:

“Io dentro ho una sofferenza tale che tu non puoi capire; è come se qualcuno, con coltelli seghettati mi lacerasse la pancia”.

“Solo io capisco perché da sempre è la mia condanna.

“Vorrei aprirmi la pancia, strappare il male e buttarlo ai cani”

Sconvolto da parole che mai avrei immaginato potessero appartenere alla sua mente alienata, poco dopo ci lasciammo, consapevoli che la nostra notte di confessioni e segreti si allontanava e non sarebbe mai più ritornata.

Con una pedalata stanca e rassegnata, rimise in circolazione le sue ossa gelate e io salii in macchina.

Stavo per partire quando sentii battere nel vetro.

Me la ritrovai davanti e con il solito ampio e generoso sorriso mi chiese se erano arrivati.

Solo dopo il mio “sì”, con vigore e convinzione, riprese a pedalare verso Ravenna.

In una mattina più o meno simile, la trovarono in fondo al Dismano.

Passavo da quelle parti e mi fermai.

Era morta in solitudine, con la dignità dei poveri che nei momenti fatali si ricompongono per non dispiacere a chi rimane.

I lunghi capelli grigi giocavano con una gelida corrente come alghe di acqua dolce e un sorriso, che non si era scomposto neanche davanti allo schianto col camioncino, pareva farsi beffe del cinico torturatore di anime e del suo coltello seghettato


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