Disertare il linguaggio della guerra
di Emilia De Rienzo

Viviamo immersi in un linguaggio della guerra che esalta la forza e la ferocia disumana. È una postura che pervade il nostro stare al mondo, riducendoci a individui in perenne competizione, impegnati a scalare gerarchie che chiamiamo “merito” per non chiamarle privilegi. In questa logica, il dialogo scompare: le ragioni dell’altro sono ostacoli da abbattere. E persino la parola “pace” viene spesso usata per coprire la stessa logica — diventa lo schermo dietro cui chi ha già vinto impone il proprio ordine, chiamandolo armonia. Non è pace: è la guerra che ha smesso di dichiarasi.
Ma la pace non può nascere dalla forza. Per costruirla, dobbiamo operare un ribaltamento dello sguardo: dobbiamo partire dalla fragilità, riconoscendola non come una colpa individuale, ma come il terreno comune della nostra esistenza.
Dobbiamo partire dai bambini. Sono loro a smentire la finzione liberale del “volere è potere”. Un bambino ci insegna che non si può mai fare da soli: la sua vita è, fin dal primo respiro, una costruzione collettiva. Insegnare la pace significa garantire loro il diritto di non dover essere “performanti” per meritare amore.
Dobbiamo ascoltare gli adolescenti. Spesso abitati da un senso di illegittimità, si muovono in un mondo che non offre codici per comprendere il loro disagio. La loro fragilità è la domanda di chi cerca un posto nel mondo senza voler per forza occupare quello di un altro. La pace è dare risposte che non siano sentenze, ma alleanze.
Dobbiamo guardare alla disabilità e alla malattia. Per troppo tempo le abbiamo delegate al privato, scaricandole sul sacrificio delle donne o delle classi subalterne. Ma la sollecitudine deve diventare “cura politica”: non basta la benevolenza individuale, serve una morale della giustizia in cui la vulnerabilità richiede un’attenzione particolare non per pietà, ma per diritto. La pace si misura qui.
E infine, dobbiamo abitare la vecchiaia. Non come un dato statistico o biologico, ma come l’osservatorio della durezza del nostro mondo. Invecchiare è spesso perdere la libertà di agire in una società che riconosce solo chi produce. La vecchiaia è il rivelatore finale: se non sappiamo proteggere l’autonomia di chi declina, significa che la nostra “pace” era solo un accordo tra forti.
Costruire la pace, allora, significa destituire lo spirito di competizione. Significa capire che la scala di servizio — quella che molti sono costretti a usare perché l’ingresso principale non è per loro — è una ferita alla convivenza di tutti. Chi sale da quella scala non è meno presente: è semplicemente tenuto fuori dalla vista.
La pace non è un traguardo che viene dopo il conflitto. È il lavoro lento di reintrodurre l’umano, il fragile e il vulnerabile in ogni rapporto sociale. Prende forma nel momento in cui smettiamo di usare la nostra forza per prevaricare e iniziamo a usarla per sostenere.
O la pace è una pratica quotidiana di riconoscimento reciproco, oppure è solo un altro nome con cui copriamo la stessa guerra, più presentabile, ma non meno escludente.
“Ho sempre l’impressione o la sensazione della fragilità degli esseri viventi – scrive lo scultore Alberto Giacometti – Ho la percezione che debbano contare su un’energia formidabile per stare in piedi, istante dopo istante, sempre con la minaccia di crollare. Questo lo sento ogni volta che lavoro dal vero”. Se fossimo, come Giacometti, consapevoli di questa nostra fragilità — se la riconoscessimo in noi e negli altri, se smettessimo di inseguire quel desiderio di essere sempre forti e all’altezza della situazione — forse vedremmo la vita, gli altri, il mondo con occhi diversi.
Impareremmo a commuoverci, a meravigliarci, a riconoscere la bellezza che è insita in ciò che è caduco e fragile. Scopriremmo l’essenza stessa dell’essere umani, non super-umani. Rallenteremmo i nostri passi. I nostri sguardi si poserebbero con più leggerezza su ogni cosa che ci circonda. E scopriremmo che, come noi abbiamo bisogno degli altri, gli altri hanno bisogno di noi.
L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 13 aprile 2026
Foto da unsplash.com
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