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Marjane Satrapi, l’Iran e il potere della parola

di Emilia De Rienzo


Ci sono libri che raccontano una storia. E ci sono libri che aprono una finestra sul mondo. Per molti Persepolis è stato questo: non solo il racconto dell’infanzia e della giovinezza di Marjane Satrapi nell’Iran della rivoluzione islamica, ma uno sguardo capace di restituire umanità a ciò che troppo spesso viene ridotto a cronaca, geopolitica, stereotipo.

Con il linguaggio del fumetto, apparentemente semplice e immediato, Satrapi ha raccontato la paura, l’esilio, la libertà, l’oppressione, la forza delle donne e il dolore di sentirsi divisi tra più mondi. Ha dato un volto alle persone che la storia tende a trasformare in numeri.

Oggi apprendiamo della sua morte, a soli cinquantasei anni. I suoi familiari hanno raccontato che se n’è andata «di tristezza», poco più di un anno dopo la scomparsa del marito Mattias Ripa, l’amore della sua vita.

C’è qualcosa di profondamente commovente in questa notizia. Perché Satrapi aveva attraversato rivoluzioni, repressioni, esilio e battaglie civili senza mai smettere di credere nel potere della parola e dell’arte. Fino agli ultimi anni aveva continuato a sostenere le donne iraniane e la loro richiesta di libertà.

Ma forse la sua eredità più preziosa è questa: non ha mai lasciato che la storia diventasse una favola.

C’è una scena in Persepolis nella quale la piccola Marjane scopre che anche la rivoluzione islamica — quella che aveva rovesciato il regime dello Shah — tortura e uccide. Sua madre glielo spiega con una semplicità devastante. Non ci sono buoni e cattivi definitivi, solo potere che cambia mano e corpi che pagano. Quella bambina disegnata in bianco e nero stava imparando qualcosa che molti adulti in Occidente rifiutano ancora di comprendere: che l’Iran non è un’icona, né del male né della resistenza romantica. È un paese con una storia lunga e contraddittoria, popolato da persone che amano, temono, scelgono, sbagliano.

Quando nel 2022 Mahsa Amini è morta in custodia della polizia morale per non aver indossato correttamente il velo, e le donne iraniane sono scese in piazza gridando “Zan, Zendegi, Azadi” — Donna, Vita, Libertà — Satrapi era lì, ancora. Non come simbolo da esibire, ma come testimone che conosceva quella storia dall’interno. Ha coordinato Femme, vie, libertà, un libro collettivo con artisti e studiosi iraniani e internazionali, perché sapeva che anche quel movimento rischiava di essere consumato dall’Occidente come immagine — le donne coraggiose, il regime crudele — senza capire la profondità di ciò che stava accadendo.

Dietro ogni popolo e ogni evento storico esistono vite concrete. Lo aveva scritto a fumetti trent’anni prima. Lo ripeteva ancora.

In un tempo in cui si torna a ridurre l’altro a etichette, appartenenze e schieramenti, Persepolis continua a ricordarci che comprendere è più difficile che giudicare, ma infinitamente più umano.

Resta la sua opera. Resta quella ragazza disegnata in bianco e nero che, raccontando se stessa, ha insegnato a milioni di lettori a guardare il mondo con meno pregiudizi e più curiosità.

E resta la lezione più importante: raccontare le persone nella loro complessità è già una forma di libertà. E forse anche una forma di resistenza.


L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 4 giugno 2026

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Disertare il linguaggio della guerra

di Emilia De Rienzo


Viviamo immersi in un linguaggio della guerra che esalta la forza e la ferocia disumana. È una postura che pervade il nostro stare al mondo, riducendoci a individui in perenne competizione, impegnati a scalare gerarchie che chiamiamo “merito” per non chiamarle privilegi. In questa logica, il dialogo scompare: le ragioni dell’altro sono ostacoli da abbattere. E persino la parola “pace” viene spesso usata per coprire la stessa logica — diventa lo schermo dietro cui chi ha già vinto impone il proprio ordine, chiamandolo armonia. Non è pace: è la guerra che ha smesso di dichiarasi.

Ma la pace non può nascere dalla forza. Per costruirla, dobbiamo operare un ribaltamento dello sguardo: dobbiamo partire dalla fragilità, riconoscendola non come una colpa individuale, ma come il terreno comune della nostra esistenza.

Dobbiamo partire dai bambini. Sono loro a smentire la finzione liberale del “volere è potere”. Un bambino ci insegna che non si può mai fare da soli: la sua vita è, fin dal primo respiro, una costruzione collettiva. Insegnare la pace significa garantire loro il diritto di non dover essere “performanti” per meritare amore.

Dobbiamo ascoltare gli adolescenti. Spesso abitati da un senso di illegittimità, si muovono in un mondo che non offre codici per comprendere il loro disagio. La loro fragilità è la domanda di chi cerca un posto nel mondo senza voler per forza occupare quello di un altro. La pace è dare risposte che non siano sentenze, ma alleanze.

Dobbiamo guardare alla disabilità e alla malattia. Per troppo tempo le abbiamo delegate al privato, scaricandole sul sacrificio delle donne o delle classi subalterne. Ma la sollecitudine deve diventare “cura politica”: non basta la benevolenza individuale, serve una morale della giustizia in cui la vulnerabilità richiede un’attenzione particolare non per pietà, ma per diritto. La pace si misura qui.

E infine, dobbiamo abitare la vecchiaia. Non come un dato statistico o biologico, ma come l’osservatorio della durezza del nostro mondo. Invecchiare è spesso perdere la libertà di agire in una società che riconosce solo chi produce. La vecchiaia è il rivelatore finale: se non sappiamo proteggere l’autonomia di chi declina, significa che la nostra “pace” era solo un accordo tra forti.

Costruire la pace, allora, significa destituire lo spirito di competizione. Significa capire che la scala di servizio — quella che molti sono costretti a usare perché l’ingresso principale non è per loro — è una ferita alla convivenza di tutti. Chi sale da quella scala non è meno presente: è semplicemente tenuto fuori dalla vista.

La pace non è un traguardo che viene dopo il conflitto. È il lavoro lento di reintrodurre l’umano, il fragile e il vulnerabile in ogni rapporto sociale. Prende forma nel momento in cui smettiamo di usare la nostra forza per prevaricare e iniziamo a usarla per sostenere.

O la pace è una pratica quotidiana di riconoscimento reciproco, oppure è solo un altro nome con cui copriamo la stessa guerra, più presentabile, ma non meno escludente.

“Ho sempre l’impressione o la sensazione della fragilità degli esseri viventi – scrive lo scultore Alberto Giacometti – Ho la percezione che debbano contare su un’energia formidabile per stare in piedi, istante dopo istante, sempre con la minaccia di crollare. Questo lo sento ogni volta che lavoro dal vero”. Se fossimo, come Giacometti, consapevoli di questa nostra fragilità — se la riconoscessimo in noi e negli altri, se smettessimo di inseguire quel desiderio di essere sempre forti e all’altezza della situazione — forse vedremmo la vita, gli altri, il mondo con occhi diversi.

Impareremmo a commuoverci, a meravigliarci, a riconoscere la bellezza che è insita in ciò che è caduco e fragile. Scopriremmo l’essenza stessa dell’essere umani, non super-umani. Rallenteremmo i nostri passi. I nostri sguardi si poserebbero con più leggerezza su ogni cosa che ci circonda. E scopriremmo che, come noi abbiamo bisogno degli altri, gli altri hanno bisogno di noi.



L’articolo è stato pubblicato su  Comune-info il 13 aprile 2026

Foto da unsplash.com

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Gaza nel silenzio del mondo

di Emilia De Rienzo

Striscia di Gaza (foto SOS Gaza)

Mentre il Medio Oriente brucia, Gaza resta invisibile agli occhi del mondo. La sua popolazione, già assediata da anni, paga il prezzo di guerre che non ha scelto e di politiche di occupazione che rendono la vita quotidiana un inferno costante.

La guerra è finita in Palestina dice l’aspirante premio Nobel per la pace. Finita perché non ne sappiamo più nulla. Perché hanno spento i riflettori e l’hanno lasciata in mano al governo di Israele e soprattutto ai suoi coloni. Ed è così che i valichi vengono di nuovo chiusi, gli aiuti sospesi, il passaggio dei civili e delle ambulanze bloccato: due milioni di persone si ritrovano assediate, affamate, isolate. Il diritto internazionale reso carta straccia.

Non ci sono sirene, non ci sono rifugi, non ci sono allarmi: ogni missile, ogni detonazione diventa una minaccia diretta per chi non ha mezzi di autodifesa. Negare misure di protezione significa violare il principio fondamentale di tutela della vita dei civili, indipendentemente dalle contingenze belliche.

Le conseguenze sono drammatiche. La carestia, la malnutrizione, le morti per fame o freddo sono ancora all’ordine del giorno, mentre raid e violenze continuano a mietere vittime tra uomini, donne e bambini. I neonati muoiono per mancanza di cibo, i villaggi vengono attaccati dai coloni paramilitari, gli ospedali e le strade rimangono isolati dai checkpoint. Anche il diritto alla preghiera viene limitato: la moschea di al-Aqsa resta chiusa, percepita dai fedeli come simbolo di controllo e oppressione.

La politica dell’occupazione trasforma il territorio in un recinto di sofferenza, dove la vita dei civili diventa sacrificabile per proteggere altri territori o interessi. Ogni escalation esterna – il duello balistico tra Tel Aviv e Teheran – sposta l’attenzione internazionale, rendendo invisibile la punizione collettiva che prosegue silenziosa.

L’ingiustizia non è più straordinaria: è diventata routine. Milioni di persone vivono nella povertà, senza cure, senza casa, esposte alle conseguenze delle scelte di chi detiene il potere. Ciò che succede in Palestina è lo stesso meccanismo che, in scala minore, troviamo ovunque l’indifferenza governa la vita degli altri. È così anche in Italia, ormai lo sappiamo.

Forse sarebbe necessario un risveglio collettivo e dovremmo ricordare che la nostra Costituzione non è un testo da ammirare a distanza: ripudia la guerra, tutela la dignità della persona, e richiede responsabilità verso chi è più vulnerabile.

Guardare Gaza significa guardare noi stessi e misurare la nostra capacità di agire, di difendere i principi che abbiamo scelto come società. Non possiamo distogliere lo sguardo: ogni volta che lo facciamo, lasciamo che l’ingiustizia continui, e che la dignità dei più deboli venga calpestata. Dobbiamo ricordare all’Europa che per questo era nata.

Scrive la poetessa e saggista palestinese Fadwa Tucan) in “Basta che io resti”:

“Resterò qui.
E nel mio cuore
coltiverò il grano della speranza.
Anche se il vento urla
e la notte si addensa,
resterò“.


L’articolo è stato pubblicato su  Comune-info il 4 marzo 2026
La foto è di SOS Gaza

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Quando sono le donne a fare il lavoro sporco del patriarcato

Napoli. Carnevale del Gridas di Scampia: su questo tema c’è poco da scherzare. Foto di Ferdinando Kaiser

Trent’anni sono passati da quel 1996 in cui pensavamo di aver finalmente spostato lo stupro dal fango della “morale pubblica” alla dignità della persona, ma oggi il vento è cambiato. Il 15 febbraio, in 44 città italiane, migliaia di corpi e di voci si sono alzati non per celebrare un anniversario, ma per alzare un argine contro una retromarcia che ha il sapore amaro del tradimento.

È una rabbia lucida quella che attraversa le piazze, alimentata dalla consapevolezza che il patriarcato non ha più bisogno di indossare i pantaloni per colpire: oggi usa il volto e la voce di donne come Giorgia Meloni e Giulia Bongiorno per fare il suo lavoro più sporco.

Non è un caso isolato, quello italiano. Nel momento in cui scriviamo, la destra più reazionaria lavora ovunque — dall’America di Trump all’Europa dei sovranismi — per rimettere al proprio posto l’autodeterminazione femminile. È un progetto culturale prima ancora che politico: riportare il corpo delle donne sotto il controllo maschile, un passo alla volta, con la gradualità di chi sa che i cambiamenti bruschi fanno rumore.

Il caso Epstein non è un’eccezione mostruosa: è la punta di un iceberg fatto di culture che vedono il silenzio come assenso e il potere come licenza. Quella stessa cultura bussa oggi alle porte del Parlamento italiano.

Hanno preso il concetto di “consenso” — quel sì libero e attuale che è l’unica linea di confine tra un atto d’amore e una violenza — e lo hanno cancellato con un tratto di penna, sostituendolo con la parola “dissenso”. Una sola parola che capovolge il mondo: non sei più libera per principio, ma sei preda per default finché non riesci a dimostrare di aver lottato, gridato, resistito. È la stessa cultura che ha permesso a uomini potenti di abusare per anni nel silenzio, sapendo che senza una “prova di resistenza” il loro crimine sarebbe scivolato in una zona grigia di impunità.

Ed è la stessa logica che rende invisibili le vittime come Gisèle Pelicot — drogata dal marito per anni e messa a disposizione di decine di uomini mentre era incosciente — perché chi non può esprimere dissenso, nella cultura patriarcale, non esiste come vittima.

Meloni e Bongiorno prestano il loro nome a questa operazione, agendo come scudi umani per un sistema che vuole normalizzare il silenzio come assenso.

Ma la piazza ha risposto con un calore che è incendio: meglio nessuna legge, meglio restare con le vecchie norme integrate dalla Convenzione di Istanbul, piuttosto che accettare un arretramento che ci vuole di nuovo silenziose e sottomesse. Dare un segnale forte oggi non è più un’opzione, è un dovere di sopravvivenza. Non permetteremo che il cammino di trent’anni venga cancellato da chi ha scelto di farsi ancella di un potere che ci vuole senza voce, dicono quelle piazze. Perché senza un sì esplicito, oggi e sempre, resta solo lo stupro.




L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 16 febbraio 2026

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Il silenzio dei giusti

Foto Nilde Guiducci

 

 

In certi momenti della Storia ci troviamo di fronte a crudeltà che sembrano superare ogni limite di accettazione. Non che la violenza o l’ingiustizia fossero assenti in epoche precedenti, ma oggi – nell’era delle immagini istantanee, delle testimonianze dirette, della connessione globale – non possiamo più voltarci dall’altra parte. La sofferenza bussa alla nostra porta ogni giorno, attraverso gli schermi, le notizie, i volti dei profughi. È come guardarsi in uno specchio e scorgere ciò che di terribile può celarsi nell’essere umano, in ogni essere umano, anche in noi.
E proprio qui nasce il primo disagio: dentro di noi irrompe un’aggressività latente. La percepiamo nei gesti impazienti, nelle parole taglienti, nell’intolleranza verso chi la pensa diversamente. Questa aggressività personale ci spaventa, eppure ci rivela qualcosa di essenziale: il male storico non è un’astrazione lontana, non appartiene solo ai “mostri” della storia. È una possibilità inscritta nella condizione umana. Riconoscerlo è doloroso ma necessario: solo chi comprende la propria capacità di violenza può scegliere consapevolmente di opporvi resistenza.
Hannah Arendt ci ha insegnato che di fronte al male abbiamo una scelta fondamentale: possiamo abdicare al pensiero, lasciare che altri decidano per noi, diventare ingranaggi passivi di meccanismi distruttivi. Oppure possiamo fare l’opposto: pensare, interrogarci, rifiutare le risposte preconfezionate. Per Arendt, il pensiero critico non è un lusso intellettuale ma un atto di resistenza politica. Chi smette di pensare diventa complice; chi continua a interrogarsi mantiene viva la possibilità di dire “no”.
Ma pensare non basta. Erich Fromm ci aveva avvertiti: la libertà fa paura. Di fronte alla responsabilità etica – l’obbligo di scegliere, di prendere posizione, di rispondere delle proprie azioni – molti preferiscono fuggire. È più comodo affidarsi all’autorità, conformarsi al grupponascondersi dietro il “così fan tutti” o “non c’è nulla da fare”. La vera sfida etica non è solo riconoscere il male, ma trovare il coraggio di opporvisi, anche quando ciò significa andare controcorrente, anche quando comporta un prezzo personale.
Primo Levi ci ha mostrato con lucidità disarmante come il male si normalizzi, come diventi banale, quotidiano, quasi invisibile. La “zona grigia” di cui parlava – quello spazio ambiguo dove vittime e carnefici si confondono, dove la sopravvivenza richiede compromessi – è forse la sua lezione più inquietante. Levi non ci offre il consolante schema del bene contro il male, ma ci costringe a guardare la complessità, a riconoscere che in condizioni estreme anche le persone comuni possono essere trascinate in meccanismi di violenza. La sua testimonianza non è solo memoria storica: è un avvertimento per il presente.
Albert Camus, dal canto suo, ci ricordava che di fronte all’assurdo e alla crudeltà del mondo l’unica risposta degna dell’essere umano è la rivolta. Non la violenza cieca, ma la rivolta etica: il rifiuto di accettare l’ingiustizia come inevitabile, l’impegno ostinato a costruire senso e solidarietà in un mondo che sembra negarne la possibilità. “Bisogna immaginare Sisifo felice”, scriveva, felice non malgrado la sua condanna, ma proprio perché continua a spingere il masso, perché non si arrende.
Il nostro tempo non ci concede l’alibi dell’ignoranza. Sappiamo. Vediamo. Non possiamo più dire “non sapevamo”. Le sfide che ci attendono non sono astratte: sono nei campi profughi, nelle guerre dimenticate, nelle disuguaglianze che lacerano le nostre società, nei cambiamenti climatici che minacciano il futuro. Ma sono anche nelle nostre case, nelle nostre conversazioni, nelle piccole scelte quotidiane: come trattiamo chi è diverso da noi, come reagiamo all’ingiustizia quando non ci tocca direttamente, quanto siamo disposti a sacrificare del nostro comfort per un bene più grande.
Ogni silenzio è una scelta. Ogni parola è una scelta. Ogni gesto costruisce o distrugge un pezzo del mondo che lasceremo.
La domanda che ci interpella non è solo “cosa posso fare io, singolo individuo, di fronte a tragedie così immense?” ma anche, e soprattutto: “chi voglio essere? spettatore o testimone? complice o resistente?”. La responsabilità non può essere delegata. Non possiamo aspettare che siano sempre “gli altri” a opporsi, a denunciare, a rischiare. Ciò che siamo come esseri umani, ciò che saremo come società, si decide ora – nel modo in cui scegliamo di affrontare la crudeltà, nel coraggio di riconoscerla anche quando ci riguarda da vicino, nella capacità di resistervi anche quando il prezzo sembra troppo alto.
Perché alla fine, come ci insegna la storia, il vero male non trionfa per la forza dei violenti, ma per il silenzio dei giusti.

 

L’artcolo è stato pubblicato su Comune-info il 26 novembre 2025

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Il silenzio dei vivi

Da circa due mesi, nel cuore di Gaza, una piccola fiamma continua a resistere. Ogni mattina Soad e altre quattro donne accendono un forno comunitario che prepara pane e biscotti per cinquanta famiglie. Grazie anche al supporto delle compagne di Women with Gaza, è diventato un simbolo di dignità e collaborazione. Foto di Gaza FREEstyle

di Emilia De Rienzo

Tra le macerie di Gaza qualcuno continua a vivere. Non è una notizia. Non lo è mai stata. Eppure, ogni giorno, famiglie tornano tra le rovine per raccogliere ciò che resta: un piatto, una fotografia, un giocattolo. Donne che spazzano via la polvere dalla tenda in cui dormono, bambini che attraversano le strade dissestate per raggiungere i centri d’apprendimento provvisori, giovani che vanno a prendere l’acqua lontano, a rischio di non tornare.

Piccoli gesti che non interessano a nessuno, perché non rientrano nella cronaca della guerra, non hanno il ritmo delle esplosioni né la lingua dei comunicati ufficiali.

Nel linguaggio freddo e crudele di chi domina la scena, tutto si riduce a “piccole schermaglie”. Così le ha chiamate il vicepresidente statunitense James David Vance, commentando i nuovi bombardamenti israeliani. Cento morti, venti bambini tra loro. Ma non i suoi bambini. E neppure i nostri, perché ormai li abbiamo esclusi dal cerchio del dolore che riconosciamo come umano.

È questa la vera vittoria della guerra: trasformare la sofferenza in statistica, l’ingiustizia in normalità, la distruzione in necessità.

In Cisgiordania, intanto, uomini e donne tentano di raccogliere le olive, come ogni anno, come sempre. È un rito antico, che lega alla terra e alla memoria. Ma oggi chi si avvicina agli alberi rischia di essere aggredito dai coloni. Gli ulivi vengono tagliati, incendiati, calpestati. Ogni frutto che cade è un atto di resistenza, ogni gesto di cura un pericolo.

E intorno, ancora silenzio. Le autorità politiche tacciono, o parlano un linguaggio neutro, burocratico, in cui la parola “pace” suona vuota, senza sangue né respiro (leggi anche questo articolo di Giorgio Agamben: La guerra è la pace).

La vita dei palestinesi continua dentro questo silenzio, con una tenacia che spaventa. Gaza è piena di mani che aggiustano, che ricostruiscono un angolo di casa, che accendono un fuoco per scaldare un pasto. La guerra li ha privati di tutto, ma non della volontà di restare. “Questo è il nostro paese”, dicono. “Lo amiamo, anche distrutto.”

È forse la più radicale delle ribellioni: voler vivere, quando tutto intorno grida morte.

Risuonano le parole di Dalia Taha (scrittrice, autrice di libri di poesie, romanzi, testi teatrali, vive e lavora a Ramallah), Entra, amore palestinese:

Noi palestinesi
amiamo ciò che amiamo
un po’ più di quanto dovremmo.
Guarda come amiamo le nostre università,
le nostre susine, l’aria nitida del nostro paese,
il nostro za’atar, i nostri poeti,
i nostri villaggi fatti a pezzi.
Siamo sempre pronti ad amare
un po’ più di quanto dovremmo;
sempre pronti a morire
un po’ più di quanto dovremmo.

Le parole di Dalia Taha non parlano di eroismo, ma di una fedeltà quotidiana: l’amore per la terra, per la lingua, per le piccole cose che resistono alla distruzione. È la stessa forza che si vede nei volti di chi ripulisce una tenda o riaccende una stufa tra le rovine. Un amore che non chiede applausi né compassione, ma solo di essere visto.

La scena mediatica è occupata dal linguaggio dei potenti, dalle giustificazioni e dalle statistiche. Ma sotto quel linguaggio continuano a muoversi i vivi, i dimenticati, coloro che amano “un po’ più di quanto dovrebbero”. Forse è da loro che dovremmo imparare cosa significa resistere.



L’articolo è stato pubblicato su Comune.info il 29 ottobre 2025


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Quando la memoria non basta più

di Emilia De Rienzo

Foto di Hosny salah


“Io non ho voluto avere un figlio perché ho vissuto Auschwitz”
(Imre Kertész, Kaddish per il bambino non nato)

اللهم اجعله طيراً من طيور الجنة
“O Allah, rendilo un uccello tra gli uccelli del Paradiso”
(Duʿāʾ islamico per un bambino defunto)


Imre Kertész scrisse un Kaddish per il figlio che decise di non avere. Dopo Auschwitz, il mondo gli appariva troppo crudele per essere consegnato a una nuova vita. La Shoah non gli aveva tolto soltanto il passato: aveva incrinato la fiducia stessa nel futuro.

Circa un milione e mezzo di bambini ebrei furono uccisi durante lo sterminio nazista, insieme a migliaia di bambini rom e con disabilità. Quei bambini appartengono alla memoria dell’umanità e nessuno può permettersi di dimenticarli.

Ma ricordare non significa soltanto custodire il passato. Non significa sovrapporre tragedie diverse né cancellarne l’unicità storica. Significa chiedersi quale valore abbia la memoria se non diventa un principio universale, capace di proteggere ogni vita umana, soprattutto quella più indifesa.

La memoria non è un premio riservato alle vittime della storia. È una responsabilità verso le vittime di oggi. Oggi quella responsabilità ci conduce a Gaza.

Ci sono immagini che dovrebbero essere impossibili. Un bambino ucciso mentre cerca acqua. Una bambina colpita mentre torna da scuola. Un neonato ferito mentre viene allattato. Non sono soltanto episodi di guerra. Sono la negazione dell’infanzia.

I bambini non appartengono a uno Stato, a un esercito o a una bandiera. Appartengono all’umanità.

La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, nel rapporto L’essenza dell’infanzia è stata distrutta, afferma che nei primi due anni di guerra almeno 20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 sono rimasti feriti nella Striscia di Gaza. Parla di azioni che hanno «cancellato l’infanzia» e sostiene che l’uccisione e il ferimento dei minori abbiano contribuito a distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese. Israele respinge queste conclusioni. Ma nessuna contestazione cancella il fatto essenziale: decine di migliaia di bambini sono stati uccisi, mutilati o segnati per sempre.

Se oltre il trenta per cento delle vittime sono bambini, non possiamo rifugiarci nel linguaggio degli “effetti collaterali”. Quando una guerra divora l’infanzia, non colpisce soltanto il presente: cancella il domani.

Dietro quei numeri ci sono volti, nomi, famiglie. Ci sono bambini colpiti nelle scuole, negli ospedali, nelle tende dei campi profughi, mentre cercavano un pezzo di pane o un sorso d’acqua. Ci sono migliaia di piccoli sopravvissuti che porteranno dentro di sé ferite che nessuna ricostruzione potrà cancellare. È qui che la memoria viene messa alla prova. Il popolo ebraico ha conosciuto uno dei punti più bassi della storia umana. Proprio per questo, vedere lo Stato di Israele accusato di una violenza che colpisce in modo così devastante l’infanzia palestinese apre una ferita morale che attraversa il mondo intero. Non perché le due tragedie siano uguali. Non lo sono. Ma perché nessuna memoria del dolore può perdere il suo carattere universale. Se il ricordo della persecuzione non ci rende più sensibili alla sofferenza di altri bambini, allora qualcosa si è spezzato.

Primo Levi scriveva che «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Non era una profezia rivolta a un solo popolo. Era un monito per tutta l’umanità. Ogni volta che l’altro viene disumanizzato, ogni volta che la vita di un bambino diventa un prezzo accettabile, quel monito torna a interrogarci.

Eppure il mondo sembra già voltare pagina. Le crisi si susseguono, l’attenzione si sposta altrove, Gaza scompare lentamente dai notiziari. L’orrore si consuma, poi si normalizza. Infine viene dimenticato. È sempre così che l’indifferenza vince.

Per questo oggi non basta ricordare Auschwitz. Non basta commemorare. Non basta pronunciare “mai più” una volta all’anno. Occorre avere il coraggio di riconoscere il dolore ovunque si manifesti, anche quando ci mette a disagio, anche quando riguarda chi consideriamo lontano, anche quando ci obbliga a criticare chi pensavamo immune da ogni giudizio morale.

Nel ghetto di Terezín il giovane Pavel Friedmann ha scritto: “Le farfalle non vivono nel ghetto”. Quelle parole sembrano attraversare il tempo fino a Gaza. Perché le farfalle non vivono dove viene cancellata l’infanzia. E nemmeno la pace può nascere dove ai bambini viene negato il futuro.

Sotto cieli diversi, due preghiere continuano a salire verso lo stesso Dio. Il Kaddish ebraico e il duʿāʾ islamico per un bambino morto. Parlano lingue diverse, ma custodiscono lo stesso dolore. Ci ricordano che il pianto di una madre non ha nazionalità e che nessun bambino smette di essere bambino perché nasce dalla parte sbagliata di un confine.

La domanda, allora, riguarda tutti noi. A cosa serve la memoria, se non ci impedisce di accettare l’inaccettabile? A cosa serve dire «mai più», se quel principio non vale per ogni bambino? La memoria è l’inizio. L’umanità è il suo compimento. Se la memoria non ci conduce fin lì, allora non basta più.



L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 26 giugno 2026

La foto è di Hosny salah, fotografo palestinese residente a Gaza

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La Flotilla, uno specchio oltre l’assedio

di Emilia De Rienzo

La Flotilla non è soltanto una nave carica di aiuti. È un gesto politico, un atto di testimonianza, un’interruzione simbolica dell’assuefazione. Proprio per questo, il suo significato profondo travalica il tentativo materiale di rompere il blocco di Gaza. Chi la osserva esclusivamente attraverso la lente dell’azione umanitaria ne coglie appena la superficie: la Flotilla è, innanzitutto, un richiamo alla responsabilità collettiva.

Essa costringe il mondo a guardare ciò che da mesi viene normalizzato — l’assedio, la fame, la distruzione sistematica di vite e infrastrutture civili — sottraendo Gaza all’ombra dell’invisibilità. Oggi, tuttavia, il suo valore assume una portata ancora più vasta. Come evidenziato con lucidità, tra gli altri, da Anna Foa su La Stampa, la posta in gioco non riguarda solo il popolo palestinese, ma investe direttamente l’identità stessa di Israele e la sua trasformazione politica e morale.

L’aggressione alla Flotilla in acque internazionali e il sequestro degli attivisti non sono episodi marginali, bensì i sintomi di una deriva che Foa definisce come rifiuto di ogni norma etica e giuridica. È la manifestazione di una volontà di isolamento in cui il dissenso viene trattato come minaccia e la solidarietà come complicità con il nemico. In questo senso, la Flotilla diventa uno specchio scomodo: non illumina soltanto l’assedio esterno, ma rende visibile l’assedio interno della forza che sostituisce il diritto e della paura che soffoca la convivenza democratica.

Su questo sfondo, la testimonianza di Francesca Mannocchi sull’uccisione della giornalista Amal Khalil in Libano acquista un valore paradigmatico. Mannocchi descrive un metodo preciso: colpire chi documenta, ostacolare i soccorsi, svuotare il diritto di ogni conseguenza reale. La guerra non si limita a distruggere i corpi; mira a cancellare gli sguardi capaci di testimoniare. Se la protezione delle Convenzioni di Ginevra svanisce sul terreno, l’impunità smette di essere un’eccezione per farsi sistema.

Letti insieme, questi scenari delineano un quadro coerente: la Flotilla rappresenta il tentativo di ripristinare proprio quello sguardo che si vorrebbe accecare. È una sfida all’impunità sistematica. Porta nel Mediterraneo una domanda che interpella l’intera comunità internazionale: fino a che punto si può tollerare la sospensione del diritto in nome della sicurezza? Di fronte a questo interrogativo, appare riduttiva ogni posizione che si limiti a chiedere cinicamente “a cosa serva” un simile gesto. Ridurre la Flotilla a una questione di ordine pubblico o di opportunità diplomatica significa ignorare la dimensione simbolica di un’azione che chiama in causa le coscienze. Essa serve a ricordare che il diritto internazionale non è facoltativo e che l’assedio non può essere accettato come un destino ineluttabile.

In questo quadro, la presa di parola di cittadini, intellettuali e associazioni ebrei contrari alle politiche governative attuali diventa fondamentale. Non per un obbligo identitario, ma per la capacità di rompere quella polarizzazione che alimenta tanto l’antisemitismo quanto la repressione del dissenso. Queste voci dimostrano che la critica politica non coincide con l’odio etnico; esse creano lo spazio necessario per una giustizia che non sia vendetta. Come suggerisce Anna Foa, alzare la voce non significa tradire, ma tentare di salvare ciò che rischia di essere distrutto dall’interno.

La Flotilla, in definitiva, ci pone davanti a una scelta. Non chiede una osservazione passiva, ma una riappropriazione del diritto. Oggi non si decide solo il destino di Gaza, ma la tenuta dell’orizzonte legale internazionale e la nostra capacità di non abituarci all’ingiustizia. Perché quando l’impunità si fa sistema, il silenzio smette di essere neutralità e si trasforma, inevitabilmente, in complicità.



L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 3 maggio 2026

L’immagine è di johnbloor da Pixabay

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Tutti possiamo smettere di fare la guerra ogni giorno

di Emilia De Rienzo

Ancona, 6 febbraio. Foto Glomeda

Edward Said scriveva che il compito degli intellettuali – e di ogni cittadino responsabile – è dire la verità, anche quando è scomoda, anche quando costa. Non è un gesto eroico: è un dovere. Oggi, quel dovere lo sentono i portuali. Lo sciopero internazionale dei portuali di venerdì 6 febbraio parte esattamente da qui. Per ventiquattro ore, i principali porti del Mediterraneo e del Nord Europa si sono fermati. Navi cariche di armi, destinate ai teatri di guerra, sono rimaste al largo di Livorno, Genova e Venezia.

I lavoratori hanno detto di non voler essere l’ultimo ingranaggio di una catena di montaggio che produce morte. Mentre l’Unione Europea discute di riarmo e i governi parlano di “sicurezza”, i portuali ricordano al mondo che la neutralità è una finzione. Dire “non lavoriamo per la guerra” non è uno slogan: è il riconoscimento che dietro ogni documento di transito c’è la responsabilità verso un altro essere umano.

La realtà delle macerie

Mentre le navi restano al largo per lo sciopero, a Gaza la distruzione sistematica della vita civile continua. A febbraio 2026, il bilancio ha superato i 72.000 morti. Tra questi, si contano già almeno undici bambini morti per ipotermia nelle tendopoli di fortuna. Non ci sono più rifugi: il 95 per cento dell’acqua è imbevibile e il freddo uccide quanto le schegge. Le demolizioni quotidiane a Gaza City e Khan Yunis non sono “operazioni militari”, sono la cancellazione sistematica dello spazio vitale di un popolo.

Famiglie intere perdono in pochi secondi l’unico riparo rimasto. Accade durante quella che viene chiamata “tregua”: una tregua che, nei fatti, consiste in raid aerei e vite palestinesi che si consumano nel silenzio.

Il buio dell’informazione

In Cisgiordania, l’arresto di giornalisti come Bushra Al Tawil e la sospensione delle attività di 37 Organizzazioni non governative sono i mattoni di un muro di silenzio. Quando si impedisce di guardare, il dolore diventa invisibile. E l’invisibile smette di esistere per chi sta a guardare da lontano.

Di queste notizie i giornali parlano appena: preferiscono la cronaca asettica di una pace che non c’è.

Il paradosso della responsabilità

È qui che lo sciopero dei portuali smette di essere una vertenza e diventa un fatto democratico. Se un portuale si ferma, viene subito accusato di fare politica, di interferire con l’economia, di tradire il proprio ruolo. Se carica armi, allora viene considerato un semplice gesto “tecnico”, un ordine eseguito, una neutralità di facciata che non disturba nessuno. Se un cittadino protesta, viene accusato di essere un ideologo che ostacola i piani del governo. Se un intero quartiere viene raso al suolo, la si chiama “sicurezza”, una necessità militare, una procedura burocratica che scivola via nel silenzio.

I portuali, con i loro corpi, rompono questa narrazione. Ci dicono che la responsabilità non è un concetto astratto. Sostengono che non esiste un “gesto tecnico” innocente se quel gesto arma una mano che uccide.

Non fermeranno la guerra da soli. Ma impediscono alla distruzione di diventare normale. E oggi, in un tempo che vorrebbe abituarci all’orrore, scegliere di non abituarsi è l’unica forma di resistenza rimasta.


L’articolo è stato pubblicato su Comune-info l’ 8 febbraio 2026
 

Tutti possiamo smettere di fare la guerra ogni giorno Leggi tutto »

C’è una parola per tutto questo, autoritarismo

di Emilia De Rienzo

«Quando la sicurezza diventa il valore supremo, lo Stato di diritto è già in crisi» (Luigi Ferrajoli)

C’è un momento, nelle democrazie, in cui la paura smette di essere un’emozione e diventa un metodo di governo. Quel momento è arrivato anche in Italia.

Le bozze del nuovo pacchetto sicurezza del governo Meloni parlano chiaro: fino a 20mila euro di multa per chi devia dal percorso di una manifestazione. Dodici ore di fermo preventivo per chi è solo sospettato di poter disturbare un corteo. Nessun reato commesso, nessun giudice interpellato: basta il sospetto.

È la deriva di un potere che, come scriveva Michel Foucault, non punisce tanto ciò che è stato fatto, quanto ciò che potrebbe accadere.

L’auto confiscata per chi ha “qualche canna in tasca”. Ragazzi stranieri buttati fuori dall’accoglienza a 19 anni invece che a 21. Il gratuito patrocinio negato ai migranti che vogliono opporsi all’espulsione. Non sono misure contro il crimine. Sono misure contro la precarietà, contro la giovinezza, contro il dissenso. Contro chi non ha i soldi per un avvocato, contro chi manifesta, contro chi è nato altrove.

Il governo lo chiama sicurezza. Ma di quale sicurezza parliamo? Quella di una ragazza che torna a casa la sera? Quella di un anziano che vive solo? O quella di uno Stato che non vuole più essere disturbato, che considera ogni forma di protesta una minaccia? La verità è semplice e nota quanto scomoda: non esiste sicurezza senza giustizia sociale. Puoi riempire le strade di telecamere e moltiplicare i divieti, ma se un ragazzo non ha futuro, la repressione non risolve nulla. Sposta soltanto il problema, lo nasconde, lo incattivisce.

E intanto si normalizza l’inaccettabile. Le zone rosse non sono più un’emergenza, ma una prassi. Il questore può ammonire bambini di 12 anni. Gli agenti non finiscono più automaticamente nel registro degli indagati quando sparano. Due pesi, due misure: protezione per chi ha la divisa, punizione preventiva per chi scende in piazza.

Questo non è uno Stato che si difende. È uno Stato che ha paura dei suoi cittadini. C’è una parola per tutto questo, ed è autoritarismo. Non quello dei colpi di stato, ma quello strisciante, fatto di diritti compressi un pezzetto alla volta, di una democrazia che si svuota mentre tutti guardano altrove.

Dovremmo ricordarcene ora, prima che sia tardi: perché, come ci ha insegnato Walter Benjamin, «lo stato di emergenza in cui viviamo non è l’eccezione, ma la regola».


L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 15 gennaio 2026

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