Cultura

L’arma del dubbio

di Ghismunda

Il litigio, l’ennesimo, era stato violento. Il padre l’aveva ripetutamente colpito. Il ragazzo, fuori di sé, esce e va a comprare un coltello a serramanico. A mezzanotte e dieci, il vecchio dell’appartamento sottostante sente urlare: “T’ammazzo! T’ammazzo!”. Subito dopo un tonfo e qualcuno fuggire a precipizio per le scale. Il vecchio non ha dubbi: a gridare e a scappare è stato il ragazzo. Anche un’altra vicina non ha dubbi: lei ha visto tutto. Dalla sua finestra, che dà immediatamente nella casa della tragedia, lei ha visto il ragazzo infilare il coltello nel petto del padre e fuggire. Siamo a New York, nel 1950. Per i dodici giurati chiamati a decidere della condanna a morte, sembra un caso facile: movente e prove schiaccianti. Tutti sono convinti della colpevolezza del ragazzo. Tutti, tranne uno. E il verdetto dev’essere unanime.

E’ questo l’inizio di “La parola ai giurati“, dramma giudiziario di Reginald Rose, reso celebre nel 1957 dalla trasposizione cinematografica di Sidney Lumet e dall’interpretazione indimenticabile di Henry Fonda. Ora il dramma vive a teatro, grazie alla bella regia e all’intensa interpretazione di Alessandro Gassman. E’ lui il giurato n. 8, l’unico a non avere fretta (nonostante la partita che sta per iniziare e gli impegni familiari di ciascuno), se si tratta di decidere della vita di un altro uomo, nella fattispecie un portoricano di sedici anni accusato di parricidio, e l’unico che, pensando e ragionando, matura dei dubbi. Dubbi che finiranno con l’attecchire negli altri giurati, investendo più in generale le modalità e le circostanze che influiscono nella formazione di giudizi (e pre-giudizi) in persone con idee, vissuti e provenienze diverse; investendo più in generale il complesso rapporto tra realtà e apparenza, tra ciò che si vede o che si pensa di vedere, fino a capire che ogni certezza che si può avere non è altro che una convinzione solo più… convinta di altre. Una persuasione, un’opinione. Troppo poco, sinceramente, per decidere una volta per tutte chi ha ragione e chi ha torto; soprattutto, troppo poco per decidere chi deve vivere e chi deve morire. Eppure il mondo, e la società italiana, oggi sembrano andare in direzione opposta: “In un’ epoca in cui il mondo è afflitto da ideologie contrastanti che si nutrono di assolutismo e che spesso scadono a pregiudizi – dice Alessandro Gassman – il ragionevole dubbio è una preziosa arma di difesa … Ho scelto questo testo perché ho la sensazione che l’ anima del nostro paese stia cambiando. L’ Italia non è mai stata razzista, eppure sempre di più vedo in giro le reazioni barbare dell’ anticultura, della paura generalizzata di coloro che sono diversi da noi. Vorrei vivere in un paese con la memoria più lunga, visto che tra le minoranze etniche in America c’ erano gli italiani. E che imparasse ad accogliere civilmente gli stranieri”.

In clima di moratoria universale, il lavoro di Gassman, per altro concepito in tempi non sospetti, è diventato ancora più attuale di quanto già consentisse il testo di Rose. Gli abolizionisti della pena di morte adducono note motivazioni di carattere etico-filosofico che investono ideali e principi, ed altrettante note motivazioni di carattere pratico, legate all’inefficace ricaduta, in termini di deterrenza e criminalità, dell’applicazione della pena capitale. Ma poco, forse, insistono su un aspetto agghiacciante ed ineliminabile: la possibilità di mandare a morte persone innocenti. Amnesty International, patrocinatore dello spettacolo, mette a disposizione un’ampia documentazione, relativa a tutti i paesi mantenitori e in particolare agli Stati Uniti, su casi di condannati a morte prosciolti perché innocenti, ma dopo aver trascorso anni e anni nel braccio della morte ed essere giunti, più d’una volta, ad un passo dall’esecuzione. L’esempio più recente risale all’8 gennaio scorso, quando è stato liberato Kenneth Richey, condannato a morte nel 1986 (!) per aver appiccato un incendio in cui perse la vita una bambina di due anni. Più di vent’anni, più della metà della sua vita, ad aspettare l’esecuzione di fronte ad un’evidente mancanza di prove circa il carattere doloso dell’incendio; ma si può citare anche il caso di Aaron Patterson (anche lui in carcere dal 1986), liberato nel 2003, perché è stato scoperto (o semplicemente rivelato) che la sua confessione era stata estorta dalla polizia con la tortura. Ma non sempre si arriva in tempo. Si registrano casi di giustiziati per reati di cui solo ad esecuzione avvenuta salta fuori il vero colpevole; e di condannati, mandati a morte nonostante seri dubbi sulla loro colpevolezza. Le circostanze alla base di tali errori, certi o probabili che siano, comunque irreversibili ed irreparabili, sono sempre le stesse e tutte ben evidenziate nella trasposizione teatrale a cui ho assistito ieri: un’assistenza legale inadeguata, come quella che solo possono ottenere persone indigenti, affidate ad avvocati d’ufficio inesperti, demotivati e malpagati; la particolarità del crimine: quanto più è efferato e produce come vittime genitori, figli o comunque inermi incolpevoli, tanto più cresce la “fretta” di far giustizia, di trovare presto un “mostro” da guardare morbosamente (a costo di far la fila per il biglietto) e che, con una punizione esemplare, soffochi paure, insicurezze, identificazioni inconsce e magari, come succede spesso negli Stati Uniti, garantisca un successo elettorale; l’utilizzo spesso di testimoni inattendibili, solleticati da un’occasione di protagonismo o semplicemente suggestionati da visioni e sospetti; la presenza di pregiudizi razzisti o della fobia dello straniero, comunque del diverso, che attenta alla nostra incolumità. Tutto ciò può variamente influire su un verdetto di colpevolezza che, avendo come esito la pena capitale, assume le caratteristiche di una decisione “divina”, senza per questo essere però infallibile; una decisione che, soprattutto, non riporta in vita chi non c’è più.

Chissà, forse anche un’opera teatrale può contribuire a porre fine definitivamente alla barbarie.

La voce di Ghismunda, 18 febbraio 2008

L’arma del dubbio Leggi tutto »

Protestantesimo e differenza sessuale: storia di un incontro

Maria Paola Fiorensoli
Luce Irigaray la definì “forse l’unica grande rivoluzione riuscita del Novecento”. Parlava del percorso di movimenti femministi che avevano introdotto il pensiero della differenza e allargato lo sguardo a tutte le componenti e le variabili dei vissuti, ripensando il mondo.

Che cosa succede quando il pensiero della differenza incontra un percorso di fede, si è chiesto un gruppo di donne diverse per età, lavoro, formazione professionale e inserimento nelle chiese, gravitante intorno alle Valle Valdesi? Dopo un lungo confronto e scavo, nel partire da sé, Sabina Baral, Ines Pontet, Giovanna Ribet, Toti Rochat, Francesca Spano, Federica Tourn e Graziella Tron, hanno pubblicato La parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi, aggiungendovi le riflessioni di Franca Long “sull’altra metà del cielo”, di Daniela Di Carlo sul pastorato femminile, di Bruna Peyrot sui linguaggi di confine (memoria e identità tra storia e letteratura) e altre. Nelle sue tre parti (Da dove veniamo; pensiero della differenza sessuale e ricerca teologica; storia e genealogia), e nella postfazione dedicata alla nascita del libro, le curatrici “esplorano il territorio dei padri per incontrare l’ombra delle madri”, recuperando “la complessità delle vite umane”, “le parole della riscossa del movimento delle donne” ed esperienze di un passato vicino e lontano.

Il rimando al Museo della donna del Serre (Val d’Angrogna, Torino), aperto, nel 1990, dall’Unione femminile valdese locale dopo una significativa ricerca sulla propria genealogia femminile valdese e protestante, fa emergere maestre, balie, diaconesse, istitutrici, emigrate, missionarie, operaie, contadine attraverso oggetti, diari, lettere, fotografie. Più lontano l’incontro con le valdesi medievali; più recente quello con le suffragiste.

L’ampio spazio dedicato “alle portatrici del femminismo dell’uguaglianza e del pensiero della differenza”, nel secondo dopoguerra, offre un percorso critico e autocritico, che nomina le contiguità e le divergenze con le donne della Libreria di Milano e della Comunità filosofica di Diotima, di Verona, cui è tributato “un debito di pensiero” per il forte senso di liberazione per le donne; la distinzione tra autorità e potere; il carattere politico fondamentale della relazione tra donne che permette di superare l’amicalità selettiva e appartenere al genere che annulla le differenze.

Forti della ricchezza ermeneutica del partire da sé, le curatrici analizzano, con “riconoscenza critica” le “resistenze interiori” all’origine delle divergenze con il pensiero della differenza, attraversando la tradizione protestante per rintracciarne le cause: diversità delle rispettive formazioni teologiche; diffidenza verso l’affidamento in generale per la fortissima valorizzazione della libertà di coscienza individuale; polemica antiritualistica; difficoltà, di chi è portatrice di una lunga tradizione, d’accettare le scoperte del discorso sull’ordine simbolico; timore di confondere la dimensione simbolica con quella dell’immaginario; esperienza storica di comunità perseguitata e poi tollerata che spinge a privilegiare il concetto di responsabilità e osteggiare l’estraniazione.

Ribet G., Rochat T., Spano F., Tourn F, Tron G.
La parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi.
Torino: Claudiana, 2007; Isbn 978-88-7016-705-4.

Il paese delle donne, 13 febbraio 2008

Protestantesimo e differenza sessuale: storia di un incontro Leggi tutto »

Miracoli

grm.jpg

Come i romanzi e i racconti di Gian Ruggero Manzoni, insieme ad una carica ironica e provocatoria, presentano un sottofondo poetico e visionario e i suoi testi poetici evocano situazioni narrative, così le opere di pittura sono brani visivi che raccontano vicende e storie, senza mai risolversi nell’episodio aneddotico
Exibart.com

Spazionove, in collaborazione con ASCOM ARTE Lugo vi invita all’inaugurazione della mostra “Miracoli” di Gian Ruggero Manzoni.
L’inaugurazione si terrà domenica 24 febbraio 2008 alle ore 17 nella sede del Palazzo del Commercio – Sala Lino Longhi a Lugo, Via Acquacalda 29.
La mostra proseguirà fino al 16 marzo 2008, con orari:
martedì e giovedì 15.00 – 18.00
sabato e festivi 15.00 – 19.00

Miracoli Leggi tutto »

Bulow

Ravenna, 23/01/2008

Oggi pomeriggio passavo per la Piazza del Popolo e mi sono ritrovata a salire le scale del Municipio, per rendere omaggio alla salma di Arrigo Boldrini . Mi sono sentita di farlo, non per un formale tributo di cittadina classe 1945 (l’annata della liberazione, l’annata della pace generosa di nascite!), ma quasi per il bisogno di trarre, attraverso la sua morte, attraverso la memoria storica, una rinnovata fiducia nella possibilità di una rigenerazione della classe politica italiana, in giorni in cui la nostra Repubblica scivola sempre di più verso uno stato di degrado che ci avvilisce e ci addolora.

Ma mi ha guidato all’ultimo saluto anche una sorta di legame affettivo, che negli ultimi anni avevo avuto modo di abbozzare. Avevo incontrato “il grande Italiano” nel corso delle ultime estati a Marina Romea, presso la Residenza per anziani Betania, dove mia madre, classe 1916, trascorreva i due mesi di villeggiatura. Il grande Bulow, mia madre e qualche altro/a coetaneo/a passavano ore ed ore a giocare a carte, scambiando qualche battuta, qualche ricordo. Mia madre, alle prime partite, mi diceva di sentirsi imbarazzata per l’onore di sedersi al tavolo “con Bulow !”, ma via via era stata conquistata dalla sua gentilezza (al termine dei “tornei”, baciava le mani alle signore e ringraziava) e aveva persino trovato il coraggio di raccontargli che sua figlia, io, aveva scritto un piccolo libro proprio sull’ Isola degli spinaroni, che lui doveva ben conoscere!

Mia madre è morta un anno fa, in pochi giorni, e a consolare il mio dolore è stata la considerazione che non poteva esserci morte più discreta e dignitosa, mentre mi aveva rattristato molto nelle ultime due, tre estati, constatare che il “grande Bulow” stava incominciando a combattere una nuova battaglia. Così, quando compì i novantanni e io lessi sulla stampa i tanti messaggi di auguri delle Autorità, mi venne spontaneo scrivere il mio sentimento.

Non so bene perché, ma mi sento di comunicarlo anche ad altri.

Ai novantanni di Bulow

Per una briscola pacata e assente, le diafane, esili mani del grande vecchio rimescolano carte sul tavolo.

Governava allora altre carte, con mani ferme e tenaci. Tracciava le mosse di una buia partita, con lucido disegno.

Ora, sul viso abbassato, un mite sorriso affiora smarrito dal silenzio di ore. Incerti i suoi passi, guidati dai passi di un altro.

Il lampo fiero dei vigili occhi penetrava la soglia dei canneti di valle, le nebbie melmose della pianura. La sua parola, un’azione compiuta.

Implacabile il contrattacco del tempo. Alla resa dei novantanni un fragile vigore, un fioco torpore di pensieri, il bandolo imbrogliato dei ricordi.

Caro Arrigo… Grazie Arrigo… La città onora il Comandante, che ora combatte per la sua dignità.

una cittadina

Bulow Leggi tutto »

Stratagemmi e il Gerolamo

Quando la città dimentica il teatro
Palazzo Marino, Sala delle Tempere
martedì 22 gennaio 2008
ore 18.30
Stratagemmi, in occasione dell’uscita del quarto numero della rivista, contenente un’ampia sezione monografica sul Teatro Gerolamo di Milano, presenta martedì 22 gennaio alle ore 18.30, presso la Sala delle Tempere di Palazzo Marino, un incontro-dibattito dal titolo “Stratagemmi e il Gerolamo. Quando la città dimentica il teatro”.
Il Teatro Gerolamo è un’istituzione della cultura milanese, il fiore all’occhiello degli stabili marionettistici in Italia e in Europa, una “bomboniera” da 200 posti che fu culla del cabaret, del teatro canzone e del teatro dialettale milanese. Fra gli altri, ha visto passare sul suo palcoscenico Dario Fo, Franca Valeri, Ornella Vanoni, Enzo Jannacci e Paolo Poli.
Dal 1983 il Teatro è chiuso. Servivano alcuni banali lavori di ristrutturazione, ma da allora il portone è sigillato e la struttura in decadenza. Parlare del Teatro Gerolamo dunque vuol dire riaprire un dibattito cominciato 25 anni fa e in grado di coinvolgere, ieri come oggi, l’amministrazione pubblica, i privati, gli spettatori e gli stessi artisti. Vuol dire discutere di cultura, di amministrazione della cultura e di spazi ad essa riservati. Vuol dire riaprire porte, fuor di metafora, che troppo spesso rimangono chiuse e destinate a cadere nella dimenticanza comune.
Se, come sosteneva Jürgen Habermas, lo spazio pubblico è quello, per sua genesi e conformazione, destinato al sorgere, maturare e scontrarsi delle opinioni che cementano e rendono migliori la società, con questo appuntamento a Palazzo Marino la redazione di Stratagemmi vuole proporre una riflessione che, partendo dal Gerolamo e dalla sua storia, offra uno spunto, quanto mai pertinente, per analizzare il rapporto tra la città e il teatro oggi. Un’interazione non sempre evidente e immediata, che merita di essere indagata ancora una volta.
Stratagemmi è una rivista trimestrale di studi sul teatro, nata nel marzo 2007, edita da Pontremoli. La redazione è composta da quattro giovani studiose che si occupano del teatro in tutte le sue forme, a cominciare dalla ricerca e dall’approfondimento in campo accademico fino all’attualità, protagonista della sezione Taccuino: spunti e provocazioni per comprendere e analizzare il teatro e la società.
Il teatro nelle pagine di Stratagemmi non è solo ricerca filologica della rappresentazione classica e moderna, ma anche archeologia e architettura dei luoghi adibiti alla scena, attenzione agli spazi dedicati al teatro e al loro rapporto con la città. Per ulteriori informazioni, visitate il sito www.stratagemmi.it

www.stratagemmi.it e-mail: redazione@stratagemmi.itabbonamenti@stratagemmi.it
Pontremoli editore, via Vigevano 15 – 20144 Milano tel. 0258103806 – fax 0258102157

Stratagemmi e il Gerolamo Leggi tutto »

Torna in alto