claudio giusti

Giurie e pena di morte 2009

Giurie e pena di morte
La tradizione del diritto anglosassone di Common Law prevede che l’imputato sia giudicato da una giuria di dodici “suoi pari”. Nei processi capitali questo non succede mai. Gli imputati sono sempre dei poveri disgraziati: dei miserabili che un tempo avremmo definito sottoproletariato urbano. Al contrario chi li giudica appartiene alla piccola borghesia e di questa classe si porta dietro gli stereotipi e i pregiudizi. Le mere apparenze dell’imputato, le sue sembianze, facendolo o meno rientrare nello stereotipo del criminale (looking deathworthy), spingono da una parte o dall’altra la giuria.  (Importante: l’imputato può rinunciare al processo con giuria ed essere giudicato da un giudice togato e, in qualche raro caso, affidarsi al giudice per il solo sentenching). La giuria “agisce come coscienza della comunità” che rappresenta e, dalla sentenza MCGAUTHA in avanti, sono trent’anni che la Corte Suprema sta lottando per definire il rapporto fra pena di morte e giurie. Purtroppo non ha mai considerato che solo un numero molto piccolo degli omicidi è portato davanti ai rappresentanti della comunità.
(Nota: il sociologo tedesco Max Weber considerava il sistema della giuria non molto diverso dalla consultazione di un oracolo o la lettura delle viscere di un animale)

Una giornata a Ravenna

Sono riuscito ad arrivare.
Ma sono partito alle cinque per essere qui alle nove.
Partire da Forlì e arrivare a Ravenna non è difficile.
Esci, prendi la Ravegnana e vai.
E’ tutta dritta, in salita e arrivi a Ravenna in venti minuti.
Però poi ti perdi subito.
Alla prima rotonda.
E giri ore, ore, ore e ore.
Se poi è buio, freddo e piove come oggi ti vengono anche dei brutti pensieri.

Di solito però , dopo avere consumato metà del serbatoio, finisco davanti al ristorante cinese.
Quello vicino alla Standa.
A questo punto sono salvo.
So dove sono e mi fermo a cenare.
Che si sono fatte le otto di sera a furia di girare.
Arrivare qui da voi poi è un attimo. E’ tutta dritta.
A parte che devi fare un paio di strade controsenso.
Ma io le faccio in retromarcia.
Che tanto a Ravenna dopo le otto non gira più nessuno.
Il problema sono le rotonde.
Che non sai se devi dare la precedenza a destra o a sinistra.

Però adesso -mi go dand’é ca’-
Che è più facile da dire che da fare.
Perché Ravenna è come l’Iraq.
Entrare non è facilissimo, ma uscirne è dura.

L’altra volta che ci ho provato (a uscire da Ravenna) mi hanno fermato i carabinieri.
Ero passato sei-sette volte dalla stessa strada e loro mi hanno fermato.
Hanno detto: O lei sta studiando un attentato terroristico o è di Forlì
Volevo dire che sono un terrorista ma poi ho confessato di essere di Forlì
Quelli mi dicono: anche noi siamo di Forlì, ma ci facciamo passare da carabinieri terroni che così ci trattano meglio.
Comunque per andare a Forlì devi prendere a sinistra, poi a destra, poi a sinistra e alla rotonda piccola fai tre giri per prendere l’abbrivio e poi è tutta dritta.
Però puoi anche seguire i cartelli.

Ho seguito i cartelli per Forlì e sono arrivato.
A Cervia.
Che è come essere a casa.
Tutta dritta e in discesa.
Arrivi a Forlì in un attimo.

Scritto, nello stile di Maurizio Milani, da Claudio Giusti
11 maggio 2008

Un cagnolino bene ammaestrato

14 luglio 2007
14 luglio 1976
Il Canada abolisce la pena di morte.

A sentire certa gente il Movimento Abolizionista dovrebbe essere un cagnetto bene educato che scodinzola a comando. Secondo alcuni recenti commenti chi è contro la pena di morte avrebbe il dovere di commentare ogni condanna a morte e dovrebbe passare il tempo a stigmatizzare ogni notizia di esecuzione. In pratica dovremmo essere come un cagnolino ammaestrato.

Questi rimproveri arrivano da gente che non ci prende minimamente in considerazione. Gente che non ha mai pubblicizzato le nostre campagne: non ha mai pubblicato le nostre lettere, le nostre denuncie e i nostri documenti. Gente che se-ne-stra-frega della pena di morte e delle azioni fatte PRIMA delle esecuzioni. Gente che non ci ha mai aiutato.

Non sono solito essere tenero con il Movimento Abolizionista e le sue mancanze e non ho mai avuto problemi nel dire quello che penso di certe persone e organizzazioni, ma sentire i giornalisti italiani che ci accusano per non avere fatto qualcosa supera di gran lunga le mie, già scarse, capacità di sopportazione.