Diritti umani

Texas Death Row Hotel

Pubblichiamo la tesina scritta e presentata da Michela Vendemmiati per il suo diploma di scuola media superiore.
Michela ha preso spunto dalla storia di Richard Wayne Jones, giustiziato in Texas nell’agosto del 2000, per parlare in modo approfondito della pena capitale, delle sue origini, delle sue implicazioni nella societa’ e di come e dove ancora oggi viene utilizzata. La tesina e’ peraltro corredata di documentazione fotografica.
Ringraziamo Michela per l’impegno e l’ottimo lavoro.

Il direttivo COALIT

Michela Vendemmiati – Texas Death Row Hotel [PDF 545  KB]

La pena di morte nel mondo

di Emi Del Bene

Non sono solo triste, sono deluso dal fatto che un sistema che si suppone debba proteggere e proclamare quello che è giusto in realtà sia così simile a me, e stia facendo lo stesso vergognoso errore che commisi io. […] Stanotte diciamo al mondo che non esiste una seconda possibilità agli occhi della giustizia. Stanotte diciamo ai nostri bambini che certe volte, in qualche caso, uccidere è giusto. Nessuno vince stanotte. Nessuno starà meglio. Nessuno uscirà di qui vittorioso.
(Ultima dichiarazione di Napoleon Beazley, messo a morte il 28 maggio 2002 per un omicidio commesso quando era minorenne. Qui la dichiarazione completa in lingua originale e la sua scheda dove è addirittura specificato che è “nero”).

La pena di morte è una violazione dei Diritti Umani che, purtroppo, e’ ancora legale in molti paesi, anche cosiddetti “civilizzati” e moderni (come gli Stati Uniti e il Giappone).

Gli USA uccidono i cittadini stranieri nonostante le proteste

(libera traduzione a cura COALIT)

Ciò che l’America fa nelle proprie prigioni in linea di massima e’ affar proprio, ma non sempre. Come questo mese, quando a Jose Medellin, cittadino messicano condannato a morte per lo stupro di gruppo e l’omicidio di due adolescenti avvenuti 15 anni fa a Houston, e’ stata somministrata un’iniezione letale nel carcere di Huntsville, in Texas.
La morte di Medellin ha scatenato un’immediata protesta da parte del Messico, che aveva chiesto che nel caso di Medellin, così come in quello di altri 50 cittadini messicani rinchiusi nei bracci della morte americani, fosse applicato quanto previsto dai trattati in essere, firmati anche dagli USA, in materia di relazioni consolari.
La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja negli ultimi 5 anni per ben due volte ha chiesto agli USA di riesaminare le condanne a morte emesse nei confronti di cittadini stranieri e la Casa Bianca aveva chiesto al Texas quantomeno di ritardare l’esecuzione [di Medellin], ma nonostante cio’ la scorsa settimana il Texas ha disobbedito a George Bush e al mondo pochi minuti dopo il mancato accoglimento di un appello dell’ultimo minuto da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti.
Secondo il “Death Penalty Information Centre”, alla fine dello scorso anno erano 132 i cittadini stranieri in attesa di esecuzione capitale negli USA. Nonostante il gruppo piu’ nutrito sia rappresentato dai cittadini messicani, sono presenti anche i cittadini di altri 38 Paesi, fra cui Germania e Francia.
Molti Paesi decidono di non concedere l’estradizione di prigionieri verso gli Stati Uniti, se il reato commesso e’ passibile di pena capitale e se le leggi dello Stato richiedente l’estradizione prevedono la pena capitale. La Gran Bretagna ha concesso l’estradizione di Neil Entwistle, cittadino inglese, recentemente giudicato colpevole dell’omicidio di sua moglie e di sua figlia in Massachusetts, uno dei pochi Stati americani senza la pena di morte.
Non soltanto gli Stati del Sud applicano la pena capitale. Sono 36 gli Stati americani le cui leggi prevedono questa pena, fra cui Stati liberali come lo Stato di New York ed il Maryland, mentre sono soltanto 14 quelli senza braccio della morte (oltre a Washington DC).
Dal 1976, anno in cui la Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncio’ a favore della reintroduzione della pena capitale da parte dei singoli Stati, al 1° agosto di quest’anno sono state giustiziate 1.115 persone, di cui il 38% afro-americane, una percentuale del tutto sproporzionata in relazione alla percentuale di popolazione di afro-americana residente negli USA (13%). L’anno in cui sono state eseguite piu’ condanne a morte e’ stato il 1999,
con 98 esecuzioni.
Negli ultimi 30 anni il Texas ha giustiziato quattro volte piu’ prigionieri di qualsiasi altro Stato (a seguire la Virginia). E’ vero che la regione chiamata “il Sud del Paese” e’ piu’ propensa a giustiziare rispetto ad altre aree degli USA. Pero’ non tutti gli Stati che hanno l’opzione di mettere a morte i detenuti scelgono di farlo. Il New Hampshire, ad esempio, e’ uno Stato con la pena di morte, ma non pratica esecuzioni capitali da decenni.
Stanno aumentando le pressioni affinche’ la pena capitale venga abolita, in parte grazie al riconoscimento che il rischio di mettere a morte una persona innocente non puo’ essere ignorato, e questo, a sua volta, in seguito al miglioramento di tecnologie forensi e all’uso del test del DNA utili nel determinare l’innocenza o la colpevolezza. Il tasso di esonero di condannati a morte e’ stato in media di 3,1 all’anno fino al 1999, schizzato poi a 5 all’anno oggi.
Gli abolizionisti hanno anche messo in evidenza i costi esorbitanti che i contribuenti sostengono per ogni caso capitale.
Tutto questo, tuttavia, e’ ben lontano da un vero cambiamento di mentalita’.
Gli abolizionisti sembrano fare un passo indietro ogni due passi in avanti. Recentemente hanno subito un duro colpo quando, in aprile, la Corte Suprema degli USA ha posto fine ad una breve moratoria nazionale sulle esecuzioni in attesa del pronunciamento in merito alla costituzionalita’ dell’iniezione letale (il metodo di esecuzione piu’ usato), decretata pena non insolita e non crudele.
Il Texas e’ stato il primo Stato a riprendere le esecuzioni.
Tuttavia, anche questo puo’ essere considerato un piccolo passo in avanti, anche se in base ai sondaggi gli americani favorevoli alla mena capitale continuano ad essere di piu’ (seppur sempre meno rispetto al passato).
Un momento importante fu il 2003, quando il Governatore uscente dell’Illinois, Gorge Ryan (poi condannato per corruzione) commuto’ tutte le condanne dei prigionieri rinchiusi nel braccio della morte in quel momento. In precedenza [Ryan] aveva decretato una moratoria sulle esecuzioni, in seguito alla scoperta di errori e discriminazioni razziali nel procedimenti. Tuttavia, le speranze che l’Illinois si sarebbe mosso verso l’abolizione in seguito sono andate deluse.
Un evento storico si e’ verificato lo scorso dicembre, quando il New Jersey e’ diventato il 1° Stato americano ad eliminare ufficialmente la pena di morte dal proprio Statuto dalla reintroduzione della pena capitale nel 1976.
Anche i legislatori di altri quattro Stati – Maryland, New Mexico, Montana e Nebraska – stanno discutendo da un anno a questa parte se abolire o meno la pena di morte. Il Maryland ha annunciato la formazione di una speciale commissione che eseguira’ uno studio di fattibilita’.
E’ la Cina ad essere in cima alla lista dei Paesi del mondo per numero di esecuzioni (ufficialmente vi ha fatto ricorso per 470 volte lo scorso anno, anche se il numero e’ molto piu’ altro secondo Amnesty International), seguita dall’Iran e dall’Arabia Saudita. Fra i Paesi industrializzati, soltanto gli USA, il Giappone e la Corea del Sud continuano a fare ricorso alla pena di morte. Convincere gli Stati Uniti ad abolire la pena di morte e’ diventata una questione
della massima importanza per gli attivisti che operano in difesa dei diritti umani in tutto il mondo. Ma come dimostrato dall’esecuzione di Medellin, cio’ che il resto del mondo pensa degli Stati Uniti non conta granche’ per gli americani.
Ancora nessun candidato alla casa Bianca si e’ espresso contro la pena di morte, nemmeno uno liberale come Barack Obama. Il rischio e’ quello di perdere le elezioni. Tuttavia, se eletto, Obama potrebbe influenzare il dibattito e far almeno in modo che vengano emanate leggi a salvaguardia degli innocenti.

Fonte: The Independent

Riflessioni sul rapporto 2008 di NtC

31 luglio 2008
31 luglio 1944
Ultimo volo del Piccolo Principe

I
Il problema fondamentale per noi abolizionisti è che, al contrario della tortura, la pena di morte non è vietata dalle norme internazionali. Nonostante gli sforzi decennali delle Nazioni Unite la pena capitale è ancora una sanzione legale ed è per questo che andrebbe maneggiata con cautela. Questo è il motivo per cui, al di fuori dell’Italia, la recente Risoluzione sulla moratoria delle esecuzioni non è stata presa in considerazione. Perché le norme internazionali ne restringono l’uso ai “most serious crimes”, la proibiscono per i minorenni, i pazzi e le donne incinta, ne chiedono la futura abolizione, ma non la vietano e quindi la pena capitale è, fuori dall’Europa, perfettamente legittima.
Per di più, nella Risoluzione del 18 dicembre, non ci sono riferimenti a quelle precedenti (la 2857 del 1971, la 32/61del 1977, ecc.) né al Secondo Protocollo. Non si parla dell’Articolo 6 dell’ICCPR e del suo commento. Si tace sulle norme abolizioniste europee e sul fatto che la pena capitale non è prevista dai tribunali internazionali. Infine era il caso di far notare che il 18 dicembre del 1865 gli Stati Uniti hanno abolito la schiavitù e che, lo stesso giorno del 1969, il Regno Unito la pena di morte.
[La pena di morte e le Nazioni Unite]

II
Secondo NtC la moratoria sarebbe un prerequisito indispensabile per l’abolizione, ma l’esempio del Sud Africa non funziona perché l’abolizione in paesi normali come Canada, Francia, Regno Unito, ecc non è stata preceduta da una formale moratoria delle esecuzioni. Al contrario è stata la spinta verso l’abolizione che le ha fermate nel periodo in cui i Parlamenti votavano le leggi abolizioniste. D’altra parte l’interruzione delle esecuzioni non è necessariamente seguita dalla fine del patibolo e non sono pochi gli stati americani che hanno ripreso le esecuzioni dopo decenni di sospensione. Il Tennessee dopo quarant’anni, il Sud Dakota dopo sessanta e ora è il New Hampshire (che nel 2000 era a un passo dall’abolizione) che tenta di ottenere la sua prima condanna a morte dal 1939.

III
Questa faccenda della Moratoria si basa su di un non dimostrato assunto pannelliano secondo cui i paesi mantenitori non stavano nella pelle all’idea di sospendere le esecuzioni. Secondo Pannella la Moratoria era:

un compromesso creativo con la pena di morte, un luogo di incontro, il minimo comune denominatore tra abolizionisti e mantenitori: i paesi che la hanno abolita fanno un passo verso coloro che ancora la prevedono nelle leggi e la praticano, i paesi che la mantengono e la praticano fanno un passo verso gli abolizionisti e, pur mantenendola nei codici, decidono di non eseguirla.

Il martirologio di NtC secondo cui per anni “è stato impedito alle Nazioni Unite di proclamare la moratoria” si basa sulla totale rimozione dell’Emendamento Singapore.
In effetti, nel 1994 e nel 1999, la strategia pannelliana parve funzionare. Alle Nazioni Unite i paesi forcaioli si mostrarono disposti ad approvare un documento in cui si proponeva una sospensione delle esecuzioni. Purtroppo lo avrebbero votato solo se questo avesse contenuto il famoso “Emendamento Singapore”. Ovvero: i forcaioli votavano una Risoluzione che non valeva nulla e non li obbligava a nulla, ma intanto ci infilavano dentro la perentoria affermazione dell’assoluta sovranità statale in materia di pene e punizioni. Per fortuna i paesi abolizionisti mandarono tutto all’aria con grande furore dei Caini che, oggi, gioiscono del “superamento del principio ottocentesco della sovranità assoluta dello Stato-Nazione” e della sconfitta degli “emendamenti sulla sovranità interna”, cioè di quell’Emendamento Singapore che, un tempo, gli andava benissimo.

Nota
L’Emendamento Singapore avrebbe fatto fare un enorme passo indietro alla difesa dei diritti umani ed alla lotta alla pena di morte. In esso infatti si affermava che “ogni stato ha il pieno diritto di scegliere il suo sistema politico, sociale ed economico senza interferenze esterne” e che “l’articolo 7/2 dello statuto delle Nazioni Unite vieta esplicitamente l’interferenza di queste nelle matterie che sono di giurisdizione interna”  [Amnesty International ACT 53/005/1999 e ACT 53/004/1999; BBC News November 18, 1999; William Schabas The Abolition of the Death Penalty in International Law. Cambridge UP 1997 p 188]

IV
Per fortuna la fine della pena di morte marcia sulle gambe del Movimento Abolizionista e non su quelle di NtC. Gli abolizionisti, moratoria o non moratoria, portano avanti la loro lotta e la pena di morte continua a scomparire dai codici. Amnesty International tiene nota, dal 1976, del passaggio dei paesi all’abolizionismo e non si nota alcuna influenza delle “battaglie radicali” in questo progredire. Ne risulta che la recente vittoria alle NU è dovuto al lavoro di decine di organizzazioni e non alla affabulazione pannelliana.
[Amnesty International]

V
Infine, per NtC:

la soluzione definitiva del problema, più che la pena di morte, riguarda la Democrazia, lo Stato di Diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili.

Questa sconcertante affermazione è il prodotto della mancanza di una seria riflessione sulla natura dei diritti umani: cioè dei diritti elencati agli articoli 2-21 della Dichiarazione Universale. Lo stato di diritto non necessariamente li tutela e, se è vero che una dittatura non può (per definizione) rispettarli, questo non significa che lo faccia una democrazia: basta guardare come agisce Israele con gli arabi.
Tutti dovrebbero meditare sul fatto che le democrazie classiche cui siamo soliti fare riferimento (Atene di Pericle, Inghilterra del 1688, Stati Uniti di fine ‘700) erano regimi schiavisti, imperialisti, aggressivi, non alieni dal genocidio, poco o nulla tolleranti nei confronti dei dissidenti e ben poco democratici, visto che la stragrande maggioranza degli uomini e tutte le donne non avevano diritto di voto. La storia è piena di democratiche violazioni dei diritti umani e gli estensori della Dichiarazione del 1948 ebbero l’accortezza di non citare mai la parola democrazia, come del resto non fecero parola della pena capitale.
Comunque l’abolizione della pena di morte è raramente un fatto democratico. Anche il recente abolizionista New Jersey non è tale per volere della maggioranza, se per maggioranza s’intende quella che scaturisce dai sondaggi d’opinione naturalmente, ma di una riflessione più profonda.
I forcaioli americani e sauditi accusano noi europei di non essere democratici proprio perché non diamo ascolto alla sete di sangue di una presunta opinione pubblica e seguitiamo a esigere che il rispetto dei diritti umani e della giustizia non dipenda dal volere di una maggioranza occasionale.
La legge sarà anche applicata in nome del popolo, ma deve essere soprattutto uguale per tutti e cosa c’è di più democratico di un bel linciaggio?

Corte giustizia internazionale ferma esecuzioni USA

di Rico Guillermo*

La settimana scorsa la Corte internazionale di giustizia ha aderito alla richiesta del Messico di emettere un ordine di sospensione dell’esecuzione di cinque cittadini messicani nel braccio della morte negli Stati Uniti.
Il Messico aveva chiesto alla piu’ alta corte delle Nazioni Unite di intervenire perché gli USA non hanno rispettato una precedente sentenza della Corte che ordinava un’audizione per esaminare le prove dei cittadini messicani.
La Corte mondiale ha stabilito nel 2004 che gli Stati Uniti avevano violato la Convenzione di Vienna del 1963 sulle relazioni consolari, perché non avevano fornito ai Messicani detenuti l’accesso ai funzionari consolari del loro Paese d’origine del loro processo. La CIG ha dichiarato che le condanne penali e condanne a morte di 51 detenuti nel braccio della morte necessitava un’ulteriore revisione.
Il Presidente Bush ha riconosciuto la sentenza della CIG e ha ordinato ai giudici statali di riesaminare il caso. Il Texas, tuttavia, ha rifiutato, e la questione del potere del Presidente e’ arrivata alla Corte Suprema degli Stati Uniti.
Jose Medellin, uno dei detenuti nel braccio della morte in Texas ha fatto ricorso alla Corte Suprema degli Stati Uniti per far rispettare la sentenza della CIG e la decisioine del presidente. La Suprema Corte ha respinto il ricorso il 25 marzo 2008, affermando che Bush aveva oltrepassato i suoi poteri. Il parere dichiarava che la Costituzione “consente al Presidente di eseguire le disposizioni legislative, non farle”.
L’attuale pregiudiziale, proposta dal CIG viene meno di tre settimane prima che il primo di questi detenuti, Medellin, sia giustiziato in Texas. Il Segretario di Stato Condoleezza Rice e il Procuratore generale Michael Mukasey hanno chiesto congiuntamente al governatore del Texas Rick Perry di riesaminare il caso di Medellin. Inoltre, e’ stato presentato al Congresso un progetto di legge che consentirebbe una via d’uscita per coloro i cui diritti stabiliti dalla Convenzione di Vienna sono stati violati.
* si ringrazia Claudio Giusti

in Osservatorio sulla legalita’, 20 luglio 2008