Lavoro

Un colpo di genio

(Si fanno delegare e pagare dalle vittime)

di Gianni Giovannelli

O si deve , invece, accettare la scommessa straziante e meravigliosa dell’assurdo?

(Albert Camus, Il mito di Sisifo)

Il sostituto procuratore di Milano, dottor Paolo Storari, con provvedimento cautelare urgente, affidato per l’esecuzione alla Guardia di Finanza, ha disposto il commissariamento della società Mondialpol, fra le principali strutture d’impresa nel settore della vigilanza, con migliaia di dipendenti. L’iniziativa segue, a brevissima distanza, quella analoga nei confronti di un altro colosso che opera nel medesimo segmento, Servizi Fiduciari, del gruppo Sicuritalia.

L’indagine parte da un dato oggettivo, ovvero la ridottissima retribuzione corrisposta ai dipendenti, assunti per svolgere compiti di sorveglianza su committenza di importanti aziende, quali ad esempio Banca Intesa San Paolo o Poste Italiane, per citarne due che in questo periodo di declamata crisi economica si sono distinte sia per il notevolissimo incremento del profitto sia per la decisa ferma opposizione a qualsiasi aumento dell’imposizione fiscale a loro carico (la cosiddetta tassa sugli extra profitti qualunque sia il significato di questa espressione gergale, oggetto di molto sproloquio e di nessuna pratica applicazione). Il crimine contestato è lo sfruttamento di prestazione lavorative abusando di una posizione dominante, dunque con un sostanziale violento ricatto. L’indagine è a modo suo semplicissima, proprio perché fondata su fatti noti e documentali: orario e salario non sono per nulla occulti o occultati, ma costituiscono l’applicazione di patti stipulati fra imprese e sindacato.

Tre sono i contratti collettivi applicati al personale ingaggiato – non in nero o comunque di nascosto – in questa vasta area che è funzionale al controllo e alla tutela dell’attività terziaria, arretrata e/o avanzata, pubblica e/o privata. Il CCNL conosciuto come servizi fiduciari è quello caratterizzato dai minimi più bassi, 980 euro lordi mensili per la categoria più diffusa (la D), detratte le ritenute fiscali e previdenziali diventano 685 euro netti per 13 mensilità, a fronte di 173 ore mensili di lavoro (tempo pieno). Lo hanno firmato CGIL e CISL, senza la UIL. Come ben spiega la sentenza 21 febbraio 2023 del Tribunale di Milano anche gli altri due contratti collettivi di categoria (firmati da UIL e UGL), pur discostandosi sul quanto non lo fanno in misura significativa e comunque sono ben lontani dal quel minimo vitale che secondo l’articolo 36 della Costituzione italiana deve ritenersi assolutamente inderogabile. L’estensore della sentenza è un magistrato con una certa esperienza sul campo (il dottor Tullio Perillo) e soprattutto con una giurisprudenza personale assai prudente, attenta a non sconfinare in affermazioni troppo radicali, sempre misurata. Non siamo di fronte ad una iniziativa clamorosa di un Giudice comunista che strappa le regole in vigore con lo scopo di fornire le basi a una rivoluzione sociale; prevale anzi il richiamo di precedenti consolidati in tema, di principi costantemente recepiti anche dalla Corte di Casazione. La conclusione cui perviene il Giudice con questa sentenza non consente equivoci: tutti e tre i contratti collettivi prevedono compensi per il lavoro svolto inaccettabili e illeciti, dunque nulli e privi di effetto vincolante, perché non consentono al prestatore, in violazione della norma costituzionale, di vivere un’esistenza qualificabile (almeno economicamente) come dignitosa (per quanto modesta).

Tutte le organizzazione sindacali, sottoscrivendo le tre diverse stesure, hanno firmato – afferma il Tribunale – un patto illecito con le imprese: la quantificazione deve essere rimossa e sostituita con un parametro conforme a diritto, che la sentenza poi quantifica in un aumento di (circa) 300 euro lordi mensili, onde collocare più in alto l’assicella del corrispettivo, tenendo conto della soglia di povertà. A conferma del taglio prudente di esame fatto proprio dal Tribunale il minimo vitale individuato da ISTAT viene invece ritenuto troppo elevato, in ragione delle retribuzioni medie percepite dal precariato italiano, che sappiamo essere il peggio pagato e per giunta in costante peggioramento.

La procura di Milano, disponendo il commissariamento  di Mondialpol e Servizi Fiduciari mediante controllo giudiziario, ha preso in considerazione innanzitutto gli accordi economici che tutte le organizzazioni sindacali (escluse naturalmente quelle c.d. di base che non hanno accesso alla trattativa nazionale); sono dati oggettivi, sotto gli occhi di tutti, mai messi in discussione dai servizi ispettivi ministeriali, dalle istituzioni pubbliche in occasione delle gare d’appalto, dagli economisti e dai giuslavoristi di regime che offrono consulenza al governo e alle autorità territoriali. La prova del crimine è la stipula di un contratto collettivo firmato dalle organizzazioni dei lavoratori più rappresentative, quelle ammesse al CNEL. A fronte di paghe così basse, tali da non consentire neppure vitto e alloggio, i dipendenti – afferma la procura dopo averli sentiti e interrogati in una sorta di anomala conricerca – sono di fatto costretti con violenza ad accettare lo straordinario in misura esagerata, a starsene zitti per evitare ritorsioni, a piegarsi ad ogni richiesta datoriale. Il commissariamento dell’amministrazione d’impresa viene indicato quale unico strumento tecnico possibile per imporre l’adeguamento del percepito da molte migliaia di lavoratori, sottraendoli allo sfruttamento intensivo che i loro rappresentanti sindacali si ostinano a considerare giusto.

Ci troviamo di fronte ad un contrasto inusuale. La procura inquirente ritiene che i minimi salariali applicati nel settore della vigilanza siano un crimine da perseguire; i sindacati confederali (e con loro UGL) resistono sulle loro posizioni e hanno firmato, di recente, il 30 maggio 2023, il rinnovo, con l’adesione pure di Lega Coop, ottenendo nelle assemblee l’approvazione delle vittime del reato, con una larghissima maggioranza (80% dei votanti), come sempre avviene nelle dittature. Eppure l’aumento previsto nel rinnovo mantiene le retribuzioni molto al di sotto della quota ritenuta in giurisprudenza come limite possibile non valicabile in peggio. Si tratta nei segmenti più fortunati di circa 140 euro lordi (meno di 100 euro netti), spalmati in cinque tranche da oggi al 2026. Ma la prima tranche (50 euro lordi) mangia i 20 euro di copertura anticipata già in provvisorio vigore, mentre la più bassa categoria F vale come ingresso e dura 18 mesi. Ove prima di delitto effettivamente si trattasse (come sostiene la procura) il delitto anche oggi permane e le organizzazioni sindacali con l’accordo contribuiscono attivamente a perpetrarlo.

Abbiamo citato un precedente, significativo, della Sezione Lavoro del Tribunale di Milano, condiviso nei suoi presupposti dalla procura inquirente che agisce contro Mondialpol e Servizi Fiduciari. Non è l’unico. La Corte d’Appello milanese (riformando una precedente decisione negativa del Tribunale) con sentenza n. 580/2022 ha sancito i medesimi principi, ordinando anzi l’applicazione d’imperio del contratto c.d. multiservizi , ancora più oneroso per le imprese; e la Terza Sezione del TAR Campania con sentenza n. 1488 del 7 marzo 2023 ha stabilito che le gare d’appalto pubbliche debbano recepire questo indirizzo nei bandi. Ma, va detto, l’orientamento non è per nulla univoco, esistono decisioni di segno contrario, anche a Milano. Tre sentenze (1495/2023, 1924/2023, 1495/2023) hanno respinto le domande dei lavoratori sul presupposto che la firma sindacale legittimi in ogni caso il quanto previsto negli accordi, inteso come giusto per sua stessa natura, a prescindere dalla Costituzione. I lavoratori, intimoriti dalle conseguenze di un cammino giudiziario incerto costoso lungo e zeppo di pericoli, si tengono in disparte rinunziando ad ogni pretesa per non rischiare di perdere quel poco che hanno. In parlamento si preparano del resto al rigetto della proposta di salario minimo a 9 euro lordi orari, con larghi settori del PD apertamente contrari e un segmento di opposizione (Italia Viva) che sostiene la maggioranza meloniana. L’argomento più utilizzato per negare il varo di un salario minimo orario (fatto proprio pure da molti sindacalisti di parte lavoratrice) di cui usufruirebbero bel 4,5 milioni di dipendenti oggi sotto la soglia si articola in duplice aspetto: il salario minimo incoraggia il lavoro nero e sottrae forza alle organizzazioni dei lavoratori. Sono considerazioni non solo arroganti e infondate, ma anche segnale di un cinismo grottesco e disgustoso.

Le organizzazioni sindacali firmatarie del rinnovo (CGIL, CISL, UIL, UGL) ricevono dalle loro vittime una quota mensile per l’iscrizione e delega a rappresentarle; le aziende provvedono alla trattenuta in busta paga versando il prelievo nelle casse sociali. Non sono semplicemente degli sprovveduti, sono complici. Per uno strano gioco del destino il carnefice viene eletto e finanziato dai precari perseguitati, li rappresenta, si serve di loro per sedere alla tavola del potere; bisogna riconoscere che c’è del talento, forse anche del genio, in tanta spietata efferatezza.

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Crisi, transizione e accumulazione

(Il fantasma di Elisabeth Sutherland)

di Gianni Giovannelli

Fury, rage madness in a wind
sweet through America

(William Blake, America, X)

Dentro l’attuale transizione – durante il passaggio, cioè, dal vecchio modo di produzione fordista all’attuale struttura economica finanziarizzata – assistiamo, in sequenza, variegata ma continua,  all’attuazione di scelte istituzionali e di decisioni imprenditoriali che concretano un progetto di accumulazione originaria, naturalmente aggiornato e contestualizzato, così da poter essere lo strumento con il quale il nuovo assetto capitalistico intende ottenere un dominio pieno e incontrastato, piegando alle proprie esigenze di profitto gli abitanti di ogni territorio. Come nel passato anche questa nuova accumulazione deve caratterizzarsi necessariamente in una acquisizione coattiva e violenta delle risorse monetarie (ma non solo monetarie) da mettere in circolazione, per impiegarle e trasformarle in (plus)valore. L’evento eccezionale consente, direbbe Carl Schmitt, l’uso dello stato di eccezione da parte dell’istituzione politica; in effetti tutti i governi, compreso quello italiano, non esitano ad invocare come inevitabili misure qualificate straordinarie  nel momento della loro introduzione, ma concepite invece fin da subito come permanenti. La moderna forma stato, in tutte le sue concrete sedimentazioni e pur con indubbie differenze, vive in simbiosi con la crisi, di essa si nutre, tanto che, quando tarda a manifestarsi o si presenta troppo tenue, viene sollecitata, provocata, stimolata, accresciuta rimuovendo i freni. Per sottomettere la moltitudine precaria e meticcia, e vincere lo scontro aperto in questa transizione, la violenza assume un ruolo strategico, il capitale non può non usarla che a piene mani; il ricorso a metodi tipici dell’accumulazione originaria non è affatto un ritorno al passato o, tanto meno, una rievocazione del fascismo inteso come riproposizione di un sistema ormai consegnato alla storia del secolo scorso. Le suggestioni nostalgiche proposte da segmenti reazionari e/o razzisti nei parlamenti europei vengono usate, in congiunzione o in contrapposizione controllata, insieme alle istanze liberal(i) volte ad ottenere trattamenti paritari nelle società civili. È dunque l’invenzione di un moderno dispotismo, assai articolato nella sua formale veste giuridico-statuale, molto simile nei suoi interventi di gestione politico-economica a breve termine. Il vecchio fordismo era un sistema dotato di una sua stabilità, a patto che si salvaguardasse la permanenza dell’aumento di produttività, per consentire l’incremento contemporaneo del salario reale e del profitto. Tuttavia, a partire dagli Anni Ottanta, si è consolidato il capitalismo cognitivo e finanziarizzato, poi evoluto in un capitalismo delle piattaforme; ma ciò ha comportato anche una instabilità strutturale, non rimuovibile con i provvedimenti di tipo fordista. È la crisi che alimenta il capitalismo, non viceversa: per questo proprio durante l’insorgere di una crisi il capitalismo si rivitalizza, cresce e non soffre.

Questo spiega la mobilità contraddittoria delle alleanze, il continuo mutamento delle ideologie rivendicate (sovranismo, monarchia, parlamentarismo, presidenzialismo e così via), la coerenza nell’incrementare la spesa militare e nell’attaccare il sistema di diritti sociali, ogni forma di residuo welfare (per quanto attenuato). Neppure vi è contraddizione fra un alto livello di sviluppo scientifico-tecnologico e l’utilizzo, dentro la transizione, di meccanismi tipici dell’accumulazione originaria, per accelerare il processo di trasformazione e/o incrementare il profitto. Anzi. Per riuscire a mettere a valore l’intera esistenza della generalità degli abitanti di un territorio è utile togliere loro ogni risorsa, sottrarre qualsiasi diversa alternativa, perfino quella di autarchica autonomia mediante piccole collettività insediate in luoghi appartati. Il capitale del XXI secolo è più feroce di quello che lo ha preceduto, non concede tregua, non tollera diserzioni  e resistenze, in nessuna forma e di nessun genere.

La duchessa di Sutherland

Il 21 gennaio 1853 uscì sul diffuso quotidiano New York Daily Tribune, espressione della linea politica antischiavista, un articolo di Karl Marx, al solito irriverente e ironico, che poneva all’attenzione del pubblico la figura della (defunta) duchessa scozzese Elisabeth Sutherland (1765-1839) e, sia pure indirettamente, del marito George, esponente del movimento Whig in cui pure si riconosceva il foglio che ospitava il pezzo (nota 1). C’era clima di crisi in quei giorni; dopo le elezioni la maggioranza si reggeva per soli sei voti, il tasso di sconto era cresciuto, i cereali scarseggiavano per via del cattivo raccolto, montava la speculazione su ferro e ghisa scozzese con crescita esponenziale del prezzo di mercato, non si placava la polemica sulla schiavitù avvicinando il tempo della ormai inevitabile guerra civile americana. Il liberalismo inglese era schierato per l’abolizione, con molta foga, senza tuttavia concedere nulla ai “liberi operai” del Regno Unito, che, in patria, subivano una costante repressione e angherie di ogni sorta. Marx non perse una ghiotta occasione per mettere i democratici europei alla berlina, rievocando quanto era accaduto, fra il 1814 e il 1820, nelle Highlands grazie alla sua duchessa, Elisabeth. L’articolo spiega come funziona in concreto il meccanismo di accumulazione originaria, dalla teoria alla pratica; e per questo rimane utilissimo anche oggi.

Pecore al posto di umani

Nel 1814 la duchessa di Sutherland ereditò i vasti territori delle isole; ci vivevano 3.000 famiglie, per un totale di circa 15.000 anime, e la terra era in uso comune, non del singolo agricoltore ma della collettività che abitava il territorio, nel suo insieme. Nessuno pativa la fame, il costo dell’affitto era modesto, sostenibile. Un illuminista scozzese, Dugald Stewart (1753-1828), calcolò che un campo coltivato nelle Highlands forniva sostentamento a un numero di persone dieci volte superiore rispetto ad uno di grandezza identica situato nelle province più ricche del Regno Unito (opere, volume 1^, capitolo XVI).

Purtroppo per gli abitanti l’agricoltura rendeva meno del pascolo alla duchessa, che, fra il 1814 e il 1820, ordinò di bruciare e distruggere i villaggi scatenando l’esercito contro chi resisteva alla deportazione e non esitando a passare i ribelli per le armi. Quindicimila Gaeli furono sostituiti da 131.000 pecore, divise in 29 allevamenti affidati a 29 famiglie (per lo più inglesi) che sostituirono le tremila indigene. I superstiti si videro assegnare seimila acri (poco meno di 15.000 ettari) abbandonati e incolti, ma non più in gestione collettiva bensì dietro pagamento di un elevato compenso per uso solo singolo. Gli esseri umani erano impoveriti, ma i profitti invece risultavano assai cresciuti, con l’aggiunta anche di una rendita fondiaria. La duchessa Elisabeth era una convinta abolizionista, sosteneva le ragioni degli antischiavisti già nei primi anni del suo secolo; evidentemente la filantropia, come ai giorni nostri, cerca beneficiati il più possibile lontani da casa propria!

Dispotismo e accumulazione primitiva

In un arco di tempo ridotto (2020-2023) si sono susseguite e accavallate tre crisi diverse, tutte con effetti e conseguenze di notevole peso per i soggetti che le hanno subite e per l’economia nel suo complesso: pandemia/sindemia, guerra russo/ucraina, banche/moneta/inflazione. Il neo-capitalismo finanziarizzato ha colto l’occasione per forzare le tappe del processo di sussunzione già avviato, attaccando ogni resistenza, ogni possibile opposizione.

L’emergenza sanitaria ha consentito, nel biennio 2020-2021, di limitare il diritto di critica e di sciopero, di accelerare ulteriormente la compressione dei salari e la precarizzazione anche mediante provvedimenti per decreto, di introdurre la delazione (intesa quale dovere civico) nelle comunità territoriali, di aggredire la sanità pubblica consegnando a quella privata ingentissimi profitti con imposizione fiscale agevolata grazie agli accordi europei sul costo del vaccino e sulle modalità di pagamento (ma anche grazie alle convenzioni nazionali sulla cura e sul costo dei farmaci). L’ingerenza dell’autorità, imposta agitando il timore del contagio, si è consolidata in un accettato autoritarismo e questo va evolvendosi in un moderno dispotismo che non ammette forme di reale opposizione o resistenza. Il governo, dentro la pandemia, poteva decidere con totale discrezionalità quel che si era autorizzati a produrre e/o vendere; in quei giorni le imprese della logistica e delle armi non subirono alcun fermo o limitazione, benché depositi e fabbriche si trovassero in località epicentro del contagio, con incremento geometrico dei profitti di quei settori merceologici. Perfino i vaccini e gli autisti furono in qualche modo “militarizzati”.

A seguire, dal febbraio 2022, la guerra in Ucraina ha consentito (e giustificato ideologicamente nella comunicazione) un formidabile attacco alle condizioni di vita dei ceti popolari. L’aumento dei costi dell’energia elettrica è stato il pretesto per una crescita incontrollata del prezzo dei generi di prima necessità, quali pane, pasta e frutta; l’incremento del costo di gestione delle autovetture private e del riscaldamento domestico ha colpito soprattutto i redditi più bassi; in generale i maggiori oneri provocati dalle sanzioni antirusse hanno comportato, per naturale conseguenza, un prelievo a strascico di risorse, sottratte ai meno abbienti, che si è poi concretato in un rilevante allargamento della forbice ricchezza/povertà e, al tempo stesso, in profitti enormi sia per i monopolisti dell’energia sia per quelli dell’industria militare, che già godevano di posizioni privilegiate. Il costo del gas era pari ad Euro 0,084 nel terzo trimestre del 2020, poi era salito ad Euro 0,285 nel terzo trimestre del 2021 (ancora anteguerra), toccando il picco di 1,247 nel dicembre 2022 (dopo l’attentato alle condotte) per poi scendere ad Euro 0,608 nell’aprile 2023 (in regime di tutela). Al termine dell’operazione complessiva (che ha consentito guadagni immensi) il prezzo dell’erogazione rimane comunque almeno sette volte superiore a quello del 2020, ma non troppo dissimile da quello di inizio guerra, segno palese di una crisi fraudolenta. Il conflitto fra Russia e Stati Uniti, trasformato dalla propaganda dei due governi in guerra patriottica, si è risolto in una generalizzata riduzione del livello medio di vita, in un impoverimento complessivo che rende più debole la resistenza dei corpi messi a valore e più forte il dominio sulle esistenze dei subordinati.

Ed ora le conseguenze dei fallimenti bancari americani si vanno legando all’inflazione già in essere durante la guerra, al minor costo del lavoro, alle fluttuazioni monetarie, esaltando uno stato di crisi i cui costi sono risolti con il vistoso ulteriore calo della spesa pubblica, con il taglio di residue forme di Welfare, con sempre più diffuse forme di prelievo che invadono ormai l’area dei trattamenti previdenziali e perfino pensionistici.

Il susseguirsi delle crisi diviene, con sempre maggiore evidenza, lo strumento necessario per attuare il disegno neocapitalistico di finanziare il costo della transizione mediante forme moderne della storica accumulazione originaria. E poiché la violenza assume un ruolo strategico in ogni passaggio di accumulazione c.d. primitiva, non può stupire la scelta di usare la guerra su larga scala territoriale (non solo in Ucraina!) e la coazione come strumento di governo (il dispotismo: quello democratico, quello teocratico, quello liberista, quello del c.d. socialcomunismo reale). In veste nuova siamo di fronte alla formazione violenta del capitale nella transizione.

La questione del salario minimo

Il recente rapporto OIL (Organizzazione Internazionale Lavoro) presentato a Roma il 22 dicembre 2022 conferma il continuo processo di riduzione del salario in Italia; fra il 2019 e il 2022 la fascia di retribuzione più bassa è passata da 9,6% a 10,5%, certificando come anche all’interno degli occupati sia in aumento la povertà. Durante la doppia crisi pandemia-guerra, per la prima volta nel XXI secolo, nel corso del 2022 la diminuzione del salario reale è registrata su scala mondiale, sia pure in piccola percentuale; in Italia l’erosione del salario è stata di 6 punti percentuali (12 punti nel periodo 2008-2022). I dati forniti dall’OCSE nel 2021 (a pandemia in corso) confermano come l’Italia sia l’unico paese europeo in cui le retribuzioni di fatto siano diminuite nel trentennio 1990-2020 (2,9%); per contro la Lituania (che però partiva da una base assai contenuta) mostra una crescita del 276%, la Grecia del 30,5% e la Spagna del 6,2%. Sono in linea i dati ISTAT: fra il 2007 e il 2020 le entrate reali dei lavoratori sono scese almeno del 10%, mentre sono cresciute le imposte a loro carico del 2% e si è invece ridotto l’importo previdenziale a carico delle imprese (4%). Con poche eccezioni nel pianeta lavorare porta meno introiti e lo sciame precario -se si tiene conto del costo necessario per esistere- si avvia verso una povertà democratica (nel senso di ugualitaria) che pone all’ordine del giorno la questione del salario minimo come argine al peggio visibile osservando l’orizzonte.

Le organizzazioni sindacali, con sempre meno iscritti, mostrano segni di evidente debolezza e di propensione al cedimento inteso come male minore (a prescindere dai crescenti episodi di patrocinio infedele o di corruzione, che, per quanto ignobili, non spiegano tuttavia quanto sta avvenendo). La contrarietà del sindacato all’introduzione di una soglia di salvaguardia a tutela di chi vive lavorando viene motivata, in modo per la verità assai poco convincente, con la necessità di non rompere il fronte dei lavoratori uniti, difendendo l’istituto del contratto collettivo ed evitando l’atomizzazione delle retribuzioni. Ma sul campo un simile progetto è rimasto senza riscontro, è apparso senza gambe per camminare, mettendo solo a nudo l’incapacità di reagire al costante attacco del moderno capitale. Significativa appare la pronunzia della Corte d’Appello di Firenze (sentenza n. 68 del 28 marzo 2023) che ha dichiarato la nullità del CCNL sottoscritto da CGIL CISL e UIL per il settore dei Servizi Fiduciari, ravvisando nei minimi retributivi accettati dalle OO.SS. la violazione del precettivo articolo 36 della Costituzione in punto di un c.d. minimo vitale. Utilizzando quale parametro di adeguatezza la soglia di povertà individuata da ISTAT  e esigenze minime di un essere umano vivente in Toscana la Corte (una Corte peraltro tradizionalmente prudente nelle sue statuizioni) ha rilevato che il corrispettivo previsto dal contratto nazionale di settore si collocasse in una fascia inaccettabile secondo i principi della nostra Carta. E’ il segnale di una crisi operativa dell’istituzione-sindacato, di una abdicazione che lascia scoperta la casella di quel ruolo che nel secondo dopoguerra era stato tradizionalmente riconosciuto dai governi occidentali.

È ben vero che il limite dell’art. 36, almeno in astratto, dovrebbe garantire a tutti, senza bisogno di una norma specifica, il salario minimo; ma si tratta in realtà di pura ipocrisia, non è pensabile che per ottenere in concreto il risultato un lavoratore sottopagato debba ingaggiare un legale e rivolgersi, senza risultati certi, a un Tribunale! Dunque si pone come un obiettivo necessario e realistico quello di rivendicare una chiara legge, di poche righe, che imponga una soglia minima inderogabile a compenso dell’ora e della giornata di lavoro effettivo (in tempi di lavoro intermittente, di prestazione da remoto, di esecuzione spesso discontinua il riferimento non può essere solo orario, ma in alternativa anche giornaliero). Non è certamente un programma rivoluzionario, ma, in una situazione di debolezza e di trincea difensiva, pare oggi anche l’unico che può trovare gambe per camminare e conquistare vasta adesione.

La povertà in aumento è una scelta lucida del potere, non un incidente di percorso.

Le crisi che caratterizzano questo terzo decennio del secolo hanno accelerato sia l’allargamento della forbice fra ricchezza e miseria sia l’incremento al momento inarrestabile della quota di soggetti costretti ad un’esistenza indigente. La fascia di povertà assoluta (629,29 Euro mensili, ISTAT, 2021) toccava già 1,9 milioni di famiglie, 5,6 milioni di persone, il 7,5% degli abitanti in quella che Giorgia Meloni chiama nazione italiana (CENSIS, 2 dicembre 2022)La povertà relativa (qui il parametro varia, possiamo collocarla intorno a 826,7 Euro) comprende 2,9 milioni di famiglie, 8,8 milioni di persone, 11,1% del paese. Entrambe crescono senza sosta, l’ISTAT valuta in 18 milioni i soggetti a rischio; il CENSIS (ultimo rapporto sulla situazione sociale in Italia) ritiene, in ragione dei dati acquisiti, che gli individui soggetti al rischio di povertà o di esclusione sociale o in condizioni di grave deprivazione sono ormai il 25,4% della popolazione (uno su quattro), e il 32,4 fra gli stranieri (uno su tre).

Contribuisce all’impoverimento complessivo il costo di un bene necessario quale è la luce elettrica per uso domestico. Le fonti statistiche ARERA evidenziano un costo pari a 18,84 Euro per KW/H nel 2016, sceso a 16,08 nel 2020, poi impennato a 46,3 Euro e a 66,01 Euro nel 2022 (crisi di guerra) per poi assestarsi nel 2023, dopo il prelievo forzato, a 23,75 Euro. Dopo il referendum lo stato, per una sorta di vendicativa ritorsione, ha deliberatamente omesso di investire sulla manutenzione della rete idrica; per conseguenza le perdite aumentano e (in piena crisi di siccità) si collocano ora ben oltre la soglia del 40% (almeno 42% secondo ISTAT) e almeno 18 milioni di residenti non hanno collegamento con la rete. L’Istituto di Statistica segnala che il 28,4% della popolazione non beve acqua di rubinetto perché “non si fida” consentendo all’industria legata a quella minerale un aumento quasi geometrico del profitto, godendo di concessioni scandalosamente a buon prezzo, senza alcuna concorrenza del pubblico. L’impoverimento genera profitto, l’impoverimento crea valore.

Casa e risparmio: il cerchio si chiude

Il rapporto Federproprietari-Censis del 12 dicembre 2022 indica una percentuale di chi vive nella casa di proprietà pari al 70,8%, mentre il 20,5% abita in locazione (la parte residua in usufrutto o per diverse ragioni senza versare corrispettivo). Fra il 2010 e il 2019 il prezzo medio degli immobili è cresciuto del 19,4%, mentre in Italia, proprio per la maggior diffusione della proprietà, è salito meno, del 16,6%. Al tempo stesso, nelle metropoli italiane (e non solo nelle metropoli) cresce la propensione all’investimento immobiliare, attirando capitale estero. Con l’inflazione, e dentro la crisi degli istituti bancari privati americani, il capitalismo contemporaneo aggredisce il risparmio di famiglia (caratteristica molto italiana, per qualità e quantità); con l’aumento dei costi di gestione delle case in concreto abitate e il contemporaneo disegno europeo di ristrutturazione energetica coattiva si prepara l’aggressione a questa ulteriore sacca di resistenza popolare.

La spesa militare – cresciuta fino a 28,7 miliardi, ovvero 1,54% del PIL – assorbe ogni investimento e lo sottrae sia alla sanità, sia alla ricerca, sia ovviamente al c.d. sociale. La crisi di guerra viene evocata per legittimare come inevitabile una scelta che invece la precede, con una continuità incontestabile fra governo Draghi e governo Meloni. La soppressione di quel che residuava del modesto reddito di cittadinanza si colloca con assoluta coerenza nel piano generale in via di attuazione.

Sussunzione formale e sussunzione reale si intrecciano, in attesa che il mosaico del dispotismo che caratterizza questo susseguirsi di crisi dentro la transizione consenta alla seconda di inglobare la prima. La rimozione di ogni sicurezza e il costante incremento dell’area di povertà (relativa e assoluta) sono la via violenta per mettere l’esistenza a valore; ancora una volta la violenza si rivela una forza produttiva. Il fantasma della duchessa Elisabeth Sutherland si aggira in Europa, anzi nel pianeta.

NOTE
1. Marx Karl, “La duchessa di Sutherland e la schiavitù”, in Opere, 2021, volume 11, pag. 511, traduzione di Elsa Fubini.

L’articolo è stato pubblicato il 2 maggio 2023 su Effimera e in contemporanea su Machina-DeriveApprodi e su El Salto tradotto in spagnolo.

Foto di RMN da wikimedia

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Dimenticare Draghi | Un’altra “Agenda”, un’altra onda

Foto di Elias da Pixabay

di Effimera


A cavallo di quest’onda, sballottato da sponda a sponda
Inseguendo un’altra volta la grande onda che ritorna

(La grande onda, Piotta )

Il governo Draghi è arrivato al capolinea e il 25 settembre si andrà a votare. Quasi tutti si disperano, dai grandi giornali (in primis Corriere e Repubblica) alle varie componenti della cosiddetta società civile. I più disperati sembrano essere i dirigenti del Partito Democratico, insieme alle loro costole che affollano il centro politico delle due Camere; ma li affiancano nel pianto dirotto gli scissionisti a 5 stelle, gli orfani di Berlusconi, la pattuglia che funge da complemento nella sinistra parlamentare. Il motivo di tanta disperazione per la caduta di Draghi è sempre lo stesso: la conclusione anticipata della legislatura non consente (a loro dire anzi ostacola e impedisce) di realizzare gli obiettivi emergenziali che il governo di unità nazionale si era proposto già all’inizio dell’investitura, e tra questi la cd. “agenda sociale”.

La stessa Cgil, che pure rivendica di essere il paladino più radicale dell’interesse dei lavoratori, in una nota stampa dello scorso 15 luglio, auspicava la necessità che si mantenesse “un governo in grado di dare risposte nel pieno delle sue funzioni” e ricordava il proficuo incontro tra le organizzazioni sindacali e il presidente del Consiglio Draghi del 12 luglio per individuare “interventi strutturali” per far fronte alla “crisi energetica, per il superamento della precarietà, per strumenti fiscali idonei a tutelare i salari e le pensioni dall’aumento dell’inflazione (leggasi: riduzione del cuneo fiscale, ndr), per un salario minimo e per una nuova legge che risolva finalmente il problema della rappresentanza”. L’azione sindacale iniziava, e al tempo stesso si concludeva, con una richiesta generica di ammissione al tavolo delle trattative, ferma l’esclusione dei sindacati di base, senza accenni alla posizione della CISL, apertamente e incondizionatamente schierata con l’esecutivo.

Non può non insospettire tanta preoccupazione per le condizioni dei ceti popolari, per il segmento crescente di povertà e per il precariato da parte di forze politiche sempre pronte a recidere i diritti di chi lavora. Quando si parla di “agenda sociale”, a che cosa si fa effettivamente riferimento? Il governo di unità nazionale, in questi 18 mesi, ha eroso le già prudentissime norme del decreto dignità, introdotto ostacoli all’erogazione del reddito di cittadinanza, ripristinato durante la pandemia la liberalizzazione dei contratti precari sottopagati. Ma non c’è stato un solo intervento legislativo – uno! – volto a rimuovere (o almeno cominciare a rimuovere) la discriminazione salariale in danno delle lavoratrici o capace di incidere sulle sacche di povertà assoluta o magari espressamente punitivo, con adeguate sanzioni, di chi usa il sottosalario sfruttando i bisogni esistenziali del precariato. Niente! Per lo più si è trattato di una politica di annunci a cui sono seguiti pochi fatti e questi fatti hanno spesso peggiorato, e non migliorato, le condizioni dei più deboli.

È oramai da più di un anno che il Ministro Orlando ha promesso il varo di una vera e strutturale riforma strutturale degli ammortizzatori sociali (luglio 2021), riconoscendo anzi che la misura era presupposto indispensabile per la ripresa. Quella che doveva essere una delle riforme essenziali per far fronte alla crisi si è poi tramutata nel varo di alcune misure particolari all’interno della legge di bilancio per il 2022, entrate in vigore lo scorso 3 gennaio. La cassa integrazione prevede ora un massimale unico, pari 1129,72 euro lordi mensili. Il sito del governo afferma che ci sarà un aumento di 200,00 euro mensili per i lavoratori che percepiscono meno di 2.159,48 euro. Non è proprio così, peraltro; il ritocco ha applicazione per fascia retributiva (200 euro lordi, pari a 154 netti, come tetto massimo), riguarda essenzialmente la fascia bassa, e per il tempo parziale va poi riproporzionato, senza tener conto dell’orario di fatto, ma conteggiando sulla base di quello formale senza prestazioni supplementari o straordinarie. Inoltre il massimale unico comporta un danno per chi invece percepisce di più di duemila euro lordi mensili, con una redistribuzione fra chi ne usufruisce di fatto. Oltre al nuovo massimale unico la riforma Orlando introduce un ampliamento a vantaggio degli addetti delle imprese in difficoltà per il caro-energia e l’ampliamento dell’ambito di applicazione del FIS, il Fondo di Integrazione Salariale. La misura sarà estesa a tutti i datori di lavoro appartenenti a settori e tipologie non rientranti nell’ambito di applicazione della Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria e che non aderiscono a un Fondo di solidarietà bilaterale. La riforma prevede pure l’estensione del contratto di espansione alle imprese di minore dimensione, con proroga al 2023 e ampliamento del campo di applicazione anche alle imprese con almeno 50 addetti.

Di fatto le misure adottate finanziano le imprese, esonerandole dal versamento della retribuzione (a carico di INPS) e riducendo il costo dei contributi a loro carico; il beneficio dei lavoratori, che comunque vedono diminuire le entrate, è solo marginale, di contenimento del danno subito.  Nulla è stato fatto, nonostante dichiarazioni di segno opposto, per avviare una serie ristrutturazione degli stessi ammortizzatori sociali verso una loro semplificazione e armonizzazione, facendo passare il principio universalistico che deve essere tutelata la persona in quanto tale e non la sua condizione lavorativa. Si tratta di un principio, quest’ultimo, di carattere politico che inevitabilmente apre la strada verso un reddito minimo incondizionato quale unico strumento di sicurezza sociale. Per questo, l’agenda sociale di Draghi si fonda su presupposti completamente diversi, di stampo essenzialmente tradizional-liberista: indifferenza per l’allargamento della forbice fra ricchi e poveri, risorse destinate per la più larga parte alle imprese.

E infatti, anche con l’ultimo Decreto Aiuti che ha determinato la caduta dell’esecutivo, si è provveduto a irrigidire ulteriormente le condizionalità di accesso al reddito di cittadinanza, consentendo la chiamata nominativa dei percettori direttamente dai datori di lavoro (senza dover passare dai Centri per l’Impiego), con la conseguente abolizione del sussidio in caso di rifiuto non giustificato. Poiché la chiamata del datore non è sottoposta a regole inderogabili, ma si presenta in buona sostanza come una proposta unilaterale non trattabile, il destinatario si trova di fronte ad un vero e proprio ricatto: o accettare o perdere il beneficio.

Il Decreto Aiuti ha evitato di toccare il delicato crocevia di un trattamento retributivo non derogabile in basso e questo ha acuito il livello di scontro interno all’area governativa. Sul tema del salario minimo sono stati versati fiumi di inchiostro, soprattutto dopo la delibera europea che chiede la sua introduzione (pur se non la impone). Il Ministro Orlando ha promesso, con estrema prudenza e con una certa ipocrisia, un intervento al riguardo, ma dopo consultazioni con le parti sociali (esclusi naturalmente i sindacati di base). Ricordiamo che Cisl e padronato sono contrari all’idea di un salario minimo legale che prescinda dalle condizioni lavorative; la stessa CGIL nicchia temendo di essere superata nella capacità contrattuale dalla legge di tutela. Non dimentichiamo che una recente sentenza della Corte d’Appello di Milano ha ritenuto non congruo il minimo salariale di un contratto nazionale di settore sottoscritto da CGIL, CISL e UIL perché inferiore al minimo vitale garantito dall’art. 36 della Costituzione! Non sorprende quindi che la proposta governativa Orlando, appoggiata in pieno dalle associazioni datoriali, vada proprio in questa direzione, legando sul campo il salario minimo ai minimi tabellari dei contratti settoriali di riferimento, variabili e contrassegnati da rapporti di forza diversi.  Orlando, fra le altre cose, finge di non sapere che in Italia l’assenza di leggi attuative degli articoli 39 e 40 della Costituzione conferisce carattere privatistico alla scelta di un settore piuttosto che di un altro e soprattutto impedisce di estendere erga omnes la contrattazione collettiva. La Corte Costituzionale, con la sentenza 19.12.1962 n. 106 cancellò la c.d. legge Vigorelli che aveva concesso efficacia generale ai trattamenti dei CCNL di settore. E non indica limiti minimi di trattamento economico nella stesura dei contratti di categoria. Più che un miglioramento sembrerebbe, quello di Orlando, il tentativo, contro i lavoratori, di vanificare la portata dell’art. 36 della nostra Carta. Anche in questo caso, si vuole imporre una logica selettiva e non universalistica: la stessa degli  ammortizzatori sociali. Nell’attuale crisi della contrattazione collettiva e nella fase di perdurante perdita di potere d’acquisto, sino a far emergere una vera e propria questione salariale, solo l’instaurazione di un salario minimo legale per tutte e tutti, a prescindere dal tipo di prestazione effettuata, ad un livello minimo di euro 12 euro lordi, può creare quel pavimento che possa interrompere il dumping salariale verso il basso, conseguenza della precarietà dilagante e oggi fuori controllo e prima causa della crisi della contrattazione collettiva. Non sarà d’accordo il Giudice penale di Piacenza che qualifica come estorsione la lotta sindacale per ottenere trattamenti più favorevoli di quelli minimi nazionali; ma è invece prassi diffusa e ragionevole quella di fissare un limite minimo retributivo, lasciando al conflitto sociale trattamenti superiori. L’ordinanza del Giudice di Piacenza, in accoglimento delle istanze della Procura, è quella che ha disposto l’arresto di numerosi attivisti sindacali di USB e di SI COBAS nei giorni della crisi di governo e della discussione sul salario minimo.

Anche sul tema della rappresentanza sindacale e della contrattazione collettiva si sono spese molte parole, ma senza nessun fatto. È diventato usuale in Italia, unico paese in Europa, rinnovare i contratti collettivi con un ritardo medio di tre anni. Al punto, che la ragione principale dei pochi scioperi che vengono indetti non riguarda il merito del rinnovo ma la richiesta di avviare le trattative. Si tratta di una politica contrattuale scientemente utilizzata dal padronato per risparmiare ulteriormente sul costo del lavoro. Infatti, quando il contratto viene rinnovato, la “vacatio” contrattuale viene risarcita con somme miserevoli, di gran lunga inferiori a quelle che sarebbero spettate ai lavoratori e alle lavoratrici se il contratto fosse stanno rinnovato nei tempi previsti.

Nel frattempo, l’”agenda sociale” di Draghi si materializza concretamente nel DDL sulla concorrenza, la cui logica si fonda esclusivamente sulla filosofia del New Public Management (NPM). Esso detta nuove regole di gestione del settore pubblico, sull’esempio delle pubbliche amministrazioni anglo-sassoni, dove si è diffuso il sistema di workfare, integrando le gestioni tradizionali di un ente pubblico con una metodologia più orientata al risultato economico (o al limite ad annullare le possibili perdite). La finalità è decretare la scomparsa della sfera pubblica senza che scompaia del tutto la proprietà pubblica, immergendola nelle leggi del mercato, non più improntata al buon andamento della società, in funzione delle esigenze della collettività. È il trionfo dell’individualismo anche nella sfera pubblica. La sanità, così come il sistema d’istruzione e la pubblica amministrazione, vengono amministrate in base a criteri che non contemplano la qualità dei servizi, dal momento che per il NPM la qualità non è altro che una proprietà derivata dalla quantità – e della quantità contano solo gli aspetti economici, che vengono valutati attraverso il benchmarking: invece di fissare gli obiettivi di un’istituzione in base ai suoi scopi (tipo curare i malati per la sanità, istruire per la scuola), si stabilisce uno standard astratto – il benchmark – che dovrebbe consentire di mettere a confronto diverse istituzioni.

Se si deve favorire la logica del mercato, ovvero le sue gerarchie, l’azione governativa si fa sentire. Se si deve intervenire sul tema della sicurezza sociale, alle parole non seguono fatti. Anzi. L’incertezza normativa e l’insicurezza sociale marciano insieme e diventano parte integrante del programma, ovvero dell’agenda sociale, di un esecutivo che non accetta più neppure l’ingerenza o la critica parlamentare. Maggiore ascolto viene dato, eventualmente, alla pressione lobbistica, o perfino all’arroganza criminale (la cronaca giudiziaria di queste ore narra di un compenso fisso, rilevato dall’inquirente milanese dottoressa Cerreti, versato alla ndrangheta per velocizzare le pratiche amministrative!).

È il caso, ad esempio, che abbiamo già ricordato su Effimera del venir meno della responsabilità in solido per le grandi imprese committenti nella logistica (Tnt, Amazon, Leroy Merlin, ecc.) quando le imprese subappaltanti non pagano adeguatamente i propri dipendenti. Un duro colpo per le condizioni di lavoro in un comparto già caratterizzato da ampi livelli di sfruttamento e di non rispetto delle regole. Altro che salario minimo: l’agenda Draghi tende a costruire la riduzione di quello reale!

Ma tutto ciò non basta. L’esperienza del governo di unità nazionale, dell’agenda Draghi, è quella di varare un modello di governo tirannico e liberista insieme; e sia destra sia sinistra sono pronte a raccogliere i frutti della velenosa semina in questo ultimo scorcio di legislatura. Si aggiunge, mentre cade l’esecutivo e si annunciano le nuove elezioni, un nuovo capitolo, pesantemente repressivo, come testimoniano le inquietanti accuse formulate contro alcuni sindacalisti di base nel polo logistico di Piacenza. La dottoressa Sonia Caravelli, Giudice per le Indagini Preliminari presso il locale Tribunale, ritiene assolutamente normale l’uso di intercettazioni telefoniche fin dal 2016 (per oltre sei anni!) nei confronti di attivisti sindacali; la contestazione di un reato quale associazione per delinquere viene ricondotto ai tipici delitti con cui il codice Rocco colpiva lo sciopero: violenza privata, danneggiamento, resistenza a pubblico ufficiale, minaccia, blocco stradale, violazione del domicilio. L’ordinanza della dottoressa Caravelli che dispone l’arresto di una pattuglia di sindacalisti sotto inchiesta da oltre sei anni è a modo suo un capolavoro tecnico giuridico che ci riporta indietro negli anni; andrebbe letta nelle scuole, recitata a teatro, diffusa nei centri sociali, inserita in video con una platea di quei lavoratori immigrati che sono il bersaglio del Tribunale e che costituiscono la base del profitto ingiusto acquisito dalle multinazionali mediante inaccettabile sfruttamento della manodopera. Questa è l’agenda Draghi: una tenaglia di emendamenti inseriti da abili manine e di ordinanze decise a reprimere il dissenso ribelle nella logistica.

Si legge nell’ordinanza dei giudici: Le lotte della logistica sono finalizzate a ‘estorcere’ alle società condizioni di miglior favore per i lavoratori, che ovviamente prevedono un aumento dei costi per le aziende. Il Tribunale si erge a sociologo, a storico, a censore sociale, e non esita a sostenere che i due sindacati di base si erano trasformati, di fatto, da lecite strutture in associazioni per delinquere, poiché i loro dirigenti creavano ad arte od alimentavano situazioni di conflitto con la parte datoriale […] avviando attività di picchettaggio illegale all’esterno degli stabilimenti interessati, impedendo ai mezzi di entrare e uscire, anche occasionando scontri con le forze dell’ordine, occupando la sede stradale anche con oggetti oltre che con la persona dei lavoratori istigati allo scopo, ponendo in essere continue azioni di sabotaggio” (pag. 2). Per la verità il sabotaggio (articolo 508 del codice penale) disciplina casi un po’ diversi, non è il picchetto e neppure il blocco dell’ingresso, riguarda l’occupazione e l’invasione dello stabilimento, appropriandosi di macchinari e scorte; per giunta le aziende debbono essere agricole o industriali, non logistiche o di trasporto. Ma sono dettagli per la nostra giudicante.

Ricordiamo tutti che a Piacenza e a Biandrate (Novara), due lavoratori sono morti, travolti dagli autisti dei mezzi pesanti determinati a superare qualsiasi ostacolo; poco possono i corpi umani disarmati contro un bilico o un camion. Eppure, l’autista è stato prosciolto a Piacenza, da tutte le imputazioni, neppure tenuto a risarcire la vittima. Nel secondo e più recente caso, in Piemonte, il procedimento langue. Gli unici colpevoli sembrano al momento essere i compagni dei defunti.

Contro le medesime organizzazioni sindacali (Si Cobas e Usb) agisce invece la potente Assologistica; assistita dal prestigioso studio del giuslavorista Pietro Ichino ha chiesto i danni e l’udienza sarà chiamata presso la Sezione Lavoro del Tribunale di Milano, nel prossimo mese di settembre. La premessa di Assologistica, anche in sede civile, è la medesima: le forme di lotta nel settore logistico sono illecite, illegali e penalmente rilevanti. L’azione per danni ha lo scopo preciso di dissuadere, di creare difficoltà al sindacato di base, di piegarlo anche sul piano economico oltre che sul piano politico. Una manovra a tenaglia, che rientra pienamente nella filosofia del diritto che caratterizza i governi di unità nazionale.

Poiché questa è l’agenda sociale di Draghi, non ci strappiamo di certo i capelli per la sua caduta. Per “agenda  sociale”, noi intendiamo invece l’introduzione di un salario minimo orario a prescindere dalla condizione contrattuale, sanzioni ed esclusione dalle gare (pubbliche e private) per chi non lo applica, l’introduzione di una penale pagata delle imprese a favore dei lavoratori e del loro salario per ogni mese di ritardo del rinnovo contrattuale o nel pagamento, l’estensione del reddito di cittadinanza in forme sempre più incondizionate a favore di una armonizzazione degli ammortizzatori sociali che non sia legato allo status e condizione professionale, in senso universalistico, una riforma fiscale progressiva che contempli anche una tassazione dei grandi patrimoni e una web tax sui profitti delle grandi piattaforme della logistica e non solo. Nell’agenda sociale di Draghi fa capolino nuovamente il nucleare e neppure viene esclusa la privatizzazione dell’acqua, contro l’esito di ben tre referendum e contro la volontà popolare; nell’agenda sociale di chi a Draghi si oppone deve invece risaltare il NO netto e chiaro ad entrambe le restaurazioni, costringendo ogni forza politica alla chiarezza, per evitare l’ennesima frode.

Vogliamo anche ricordare che, nei profondi recessi della crisi infinita – che ha raggiunto l’apice con la spesa pubblica dirottata dai tanti bisogni sociali scoperchiati dalla pandemia verso gli armamenti e la guerra – la stagnazione e l’immobilità sociale hanno avuto ripercussioni particolarmente dure per le donne, la cui subalternità sul piano economico e decisionale viene svelata dalle statistiche sull’occupazione, sui salari, sulla assenza nei luoghi del potere. L’assenza di servizi sociali adeguati è ciò che ancora oggi, in Italia, vincola le scelte, i desideri, le libertà femminili. Cosicché delle donne italiane, nell’anno 2022, resta esclusivamente una malinconica e ingiusta rappresentazione in termini di marginalizzazione e inferiorizzazione. Che cosa dovrebbero rimpiangere, le donne di questo paese, di Mario Draghi e della sua azione politica?

Lo stesso ragionamento potrebbe essere condotto dalle generazioni più giovani, condannate alla più cruda povertà da una precarietà che si estende nelle maglie della vita: il lavoro ha perso ogni valore, economico, sociale, addirittura culturale mentre il capitale viene protetto e celebrato dalla politica. Lo diciamo da convinti non lavoristi: la precarizzazione estrema, e il dumping sociale che oggi caratterizzano e segnano l’attuale dinamica del mercato del lavoro, enfatizzata dal succedersi delle crisi dal 2008 fino ai precipizi odierni, ha svilito il significato della parola lavoro. Aumentano i casi di giusto e legittimo rifiuto di condizioni di lavoro, sottopagate e degradate. Tuttavia, il fenomeno rischia di assumere tendenze nichiliste se non accompagnato da strumenti di politica e sicurezza sociale che permettano lo sviluppo di processi di autodeterminazione della persona.

Riteniamo che siano questi i temi e le proposte che devono stare al centro dell’”agenda sociale”, così intesa, nell’imminente campagna elettorale che, al solito, sarà caratterizzata da promesse vane e da menzogne. Sperando dunque in una nuova grande onda che li faccia traballare e preoccupare: il nostro sguardo è rivolto là.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 28 luglio 2022

Dimenticare Draghi | Un’altra “Agenda”, un’altra onda Leggi tutto »

Mario Draghi: il massacro delle illusioni

Immagine: Regno Unito, 1915, operaie impiegate nella lavorazione del TNT, trinitrotoluene o tritolo

di Joe Vannelli

Là dove si trova un esercito i prezzi sono alti,
là dove i prezzi salgono la ricchezza del popolo
si esaurisce. Quando la ricchezza è esaurita il
popolo sarà afflitto da richieste fiscali pressanti.

Sun Zu, L’arte della guerra
(Milano, 1965, II, XII, pag. 119)

In occasione del 1 maggio 2022 è stato reso noto l’annuale rapporto Censis-Ugl e non è difficile scorgere nell’elaborazione e nella ricchezza di dati sostanziali l’insegnamento di Giuseppe De Rita, fondatore dell’Istituto nel 1964 e dal 2021 membro del Consiglio d’Indirizzo presso Palazzo Chigi. A dispetto dei suoi novant’anni al governo sentono ancora il bisogno di questo inossidabile grand commis formatosi, come Mario Draghi, presso i gesuiti, nel liceo romano Massimiliano Massimo.

I dati oggettivi degli studi statistici

Lo studio pone questioni oggettivamente ineludibili che, tuttavia, i nostri parlamentari si ostinano a non ritenere tali. In dieci anni, ovvero da quando un mediocre economista, Mario Monti, ebbe a varare una disastrosa riforma delle norme che regolano il rapporto di lavoro e il trattamento pensionistico (2012), invece della promessa ripresa, abbiamo registrato un crollo. La retribuzione di fatto è diminuita in modo assai consistente, la misura individuata dalla ricerca è pari ad 8,3%; questo dato, già significativo, risente ora, di giorno in giorno, degli effetti connessi all’inflazione, e in particolare all’andamento dei prezzi nel settore energetico. Oggi, dopo la cura elaborata da pretesi esperti, il 13% della popolazione italiana si colloca sotto la soglia di povertà, proprio mentre una canea di analfabeti, spacciati per studiosi e/o giornalisti, non si fa scrupolo di invocare il taglio del reddito di cittadinanza e perfino degli ammortizzatori sociali. Il rapporto del Censis pubblicato il 3 dicembre 2021 (prima della guerra in Ucraina) è implacabile: l’Italia è l’unico fra i 38 paesi che aderiscono all’OCSE – organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – in cui la retribuzione dei lavoratori è diminuita nel trentennio 1990/2020, nella misura del 2,9%. Nello stesso arco temporale si è registrato un aumento salariale del 31,1% in Francia e del 33,7% in Germania. Dunque l’alternanza dei governi di centrodestra, di centrosinistra e di tecnici non ha comportato mutamenti di rotta, con malvagia coerenza ha sempre trovato conferma l’esproprio sistematico dei salariati.

Con l’inflazione il dispotismo attacca

Nel corso dell’audizione alla Camera in data 27 luglio 2021 il presidente di ISTAT, Gian Carlo Blangiardo, ha confermato (pagina 12) che è in forte crescita la povertà assoluta e non solo nelle regioni arretrate: nel nord ovest si è passati dal 5,8% al 7,9% mentre nel nord est dal 6% al 7,1%. L’allargamento della forbice caratterizza, sia pure in forma meno accentuata, anche i paesi del nord, Belgio e Olanda compresi.

Secondo le sostanzialmente unanimi diverse rilevazioni economiche già nell’ottobre del 2021 – dunque prima della guerra – l’inflazione si è posta come elemento costante, tanto da determinare un aumento dei costi di produzione industriale prossimo al 20%, con inevitabili effetti a cascata. In particolare vi è stato un incremento, clamoroso e inarrestabile, dei prezzi nel settore energetico: elettricità, gas, petrolio sono raddoppiati e le stime meno inquietanti si collocano comunque almeno sulla soglia di 80%. Nonostante il taglio drastico delle retribuzioni percepite sia dai subordinati sia dagli autonomi la rete industriale italiana fatica a mantenere il passo, così che, per la prima volta dopo molti anni, gli analisti cominciano a considerare l’eventualità, in alcuni casi, di possibile stagflazione.

L’erosione del reddito esistenziale di fatto subisce inoltre un aumento sinergico a causa del contestuale taglio degli ammortizzatori sociali, che durante la pandemia si è rilevato soprattutto in ambito sanitario, con una palese contrazione dell’assistenza. Mentre i profitti delle società farmaceutiche crescevano in progressione geometrica, sottratti già in origine al fisco e al patrimonio dei singoli stati nazionali, la privatizzazione della salute proseguiva, anche con il quotidiano ricatto di versare una tangente legalizzata o di attendere tempi biblici, con il rischio di morire prima dell’accesso al servizio.

L’attacco al precariato si pone come obiettivo quello di cancellare ogni forma di contrasto e di ribellione alla conquista dell’intera esistenza di ogni suddito, reso precario sul piano contrattuale e impaurito sul piano psicologico; il moderno capitalismo finanziarizzato si articola in forme diverse per esercitare un pieno dominio, ma ciascuna forma ha quale caratteristica comune il dispotismo politico, economico, giuridico, sociale. La guerra e la prevaricazione, la paura diffusa e l’incertezza costante, sono intrinsecamente legate, tutte, all’esercizio del comando, ne sono anzi elementi costitutivi; l’autocrazia del XXI secolo prescinde, a ben vedere, dal tiranno quale soggetto titolare di una propria autonomia, e ormai anche dalla forma stato contingente. Il potere, sempre più sganciato dall’ideologia e dalla religione, si fonda piuttosto sulla menzogna spettacolare, è capace di trasformare il falso oggettivo in vero reale, con le armi, con la comunicazione, con il denaro, con il terrore.

L’attuale governo italiano di larga intesa intende completare il percorso intrapreso colpendo le due ultime roccaforti di resistenza popolare: la casa e il risparmio della famiglia.

La casa. Il recentissimo dibattito sulla revisione degli estimi catastali si prefigge di aumentare il prelievo statale e solo un ingenuo può fidarsi della parola di un banchiere abituato, fin da giovanissimo, ad esercitare l’arte della speculazione, mentendo ai mercati. Mario Draghi non riusciva a trattenere un sorriso divertito mentre spiegava ai membri delle due Camere che la rivalutazione del valore degli immobili non si sarebbe in nessun caso concretata in un maggior costo per la vasta platea dei piccoli proprietari: non si capacitava di essere creduto! Già. In Italia, negli anni trascorsi, grazie soprattutto alla forza del movimento operaio e contadino, i meno abbienti avevano ottenuto il mattone, percepito come un bene rifugio in cui ripararsi durante i tempi grami. Come noto il nostro è il paese europeo in cui i ceti popolari hanno, in percentuale, la maggior quota immobiliare, non solo di prime case, ma anche di laboratori artigianali, abitazioni rurali o di secondo soggiorno.

Il risparmio di famiglia è un’altra caratteristica peculiare italiana. Difficile calcolarlo esattamente – gli italiani sono gente che diffida dei potenti e dello stato – ma con gli strumenti informatici nascondersi diventa ogni giorno più difficile: richiede una professionalità che solo gli speculatori finanziari possiedono in pieno. Secondo il Censis il risparmio/patrimonio si è ridotto del 5,3% negli ultimi dieci anni; i depositi ammontano comunque a 967 miliardi, una somma considerevole. I dati offerti presentano tuttavia contraddizioni evidenti, generati probabilmente dalla diversa modalità di acquisizione. Secondo ABI (la struttura bancaria) il risparmio complessivo sarebbe cresciuto del 10% fra il 2019 e il 2020, calcolandolo in 1.737 miliardi; Eurostat rileva invece un calo del 4,6% nel 2021 in confronto ai trimestri precedenti, con un taglio che non ha determinato aumento di consumi (questo vorrebbe dire che l’uso delle somme accantonate è servito per far fronte a debiti già accumulati, non per investimento).

Necessiterebbe una lettura più ragionata per comprendere meglio il significato esatto di questi numeri, apparentemente in contrasto logico, e lascio volentieri il compito a chi possiede maggiore professionalità e competenza. Rimane tuttavia – e questa è una valutazione politica più che strettamente tecnica – che si prospetta assai probabile un programma di aggressione alla quota di risparmio, nella migliore delle ipotesi per trasformare risorse inutilizzate in investimenti produttivi (magari speculativi), nella peggiore per sanare il deficit senza toccare le grandi imprese. O, forse, nell’ottica a breve termine che caratterizza il progetto neoliberista negli ultimi anni, solo per sopravvivere un altro semestre, senza curarsi della prossima generazione, magari sperando in una qualche neo-hegeliana astuzia della storia.

Il dispotismo di Mario Draghi

Alberto Quadrio Curzio, un valtellinese sempre attento alle cose del mondo, fu tra i primi a cogliere l’importanza della riunione romana in cui fu presentato il rapporto elaborato da Mario Draghi e Raghuram Rajan su richiesta del Gruppo dei Trenta. Il titolo era assai suggestivo: Reviving and Restructuring the Corporate Sector post Covid. Rajan era stato il governatore della banca indiana di stato fra il 2013 e il 2016; di lui ricordiamo un saggio scritto a quattro mani con Luigi Zingales, Saving Capitalism from the Capitalists, elogio senza remore del più bieco liberalismo finanziario, privo di qualsivoglia tentazione pacifista o anche solo solidaristica. Dopo la rottura con il leader nazionalista indiano Narendra Modi, Rajan era rientrato a Chicago, accompagnato dall’accusa di aver utilizzato e trasmesso, per fini propri, informazioni riservate. A Roma era presente Janet Yellen, attuale segretario del tesoro nell’amministrazione Biden; l’Italia sarebbe stato il laboratorio politico economico del nuovo corso americano, con il conferimento dell’incarico di governo a Mario Draghi. Quando il Gruppo dei Trenta propone – la sede è a Washington – e il governo USA approva, i parlamentari italiani debbono eseguire, limitandosi di volta in volta a ripartire i voti fra una maggioranza richiesta e un’opposizione che, per decoro istituzionale, deve, almeno apparentemente, esistere. Il presidente emerito dell’Accademia dei Lincei, professor Quadrio Curzio, nel suo acuto commento del 16 dicembre 2020, mostrò di aver perfettamente compreso l’ormai prossimo procedere degli avvenimenti politici, in Italia e in Europa. Neppure due mesi dopo, il 13 febbraio 2021, il nuovo esecutivo prestava giuramento preparandosi a realizzare quanto deliberato out there. I rappresentanti dei lavoratori italiani, nelle due Camere, negli enti territoriali, nei sindacati, si guardarono bene dal lottare contro e perfino dal protestare con troppa energia. Un po’ per interesse, un po’ per codardia, ma soprattutto per mancanza di prospettive concrete e di seguito nel territorio. Si sono guadagnati sul campo il disprezzo con cui vengono trattati.

La strage delle illusioni

In un breve saggio scritto nel 1824 (Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani) Giacomo Leopardi notava che l’ambizione può aver varie forme e vari fini. Una volta ella era desiderio di gloria, passione che fu comunissima. Ma ora questa è cosa troppo grande, troppo nobile, troppo forte e viva perch’ella possa aver luogo nella piccolezza delle idee e delle passioni moderne, ristrette e ridotte in angustissimi termini e in bassissimo grado dalla ragione geometrica e dallo stato politico della società … e la gloria è un’illusione troppo splendida e un nome troppo alto perché possa durare dopo la strage delle illusioni.

Da ormai tre mesi il tema della guerra è dominante. Prima dell’invasione russa in Ucraina lo scontro epocale che caratterizzava la cronaca italiana era fra presunti sì vax e presunti no vax; ora la contesa riguarda i difensori della libertà democratica (la NATO) e i paladini dell’autocrazia (Putin). A ogni facchino/a precario/a del settore logistico e a ogni addetto/a all’inserimento dati nel gran mare telematico immateriale viene chiesto di schierarsi; il quesito è presentato con tale impeto che riesce difficile evitare una risposta, e molto spesso, pur di farla finita, si risponde con la pancia, magari a casaccio, in ogni caso senza convinzione.

La resistenza presuppone la caduta del governo e la sua sostituzione con altra struttura istituzionale controllata dall’occupante; sicuramente fu il caso francese durante la seconda guerra mondiale, quando i ribelli guidati da De Gaulle si unirono all’opposizione socialcomunista per rovesciare il governo di Vichy. E sicuramente non è il caso della repubblica Ucraina, visto che il governo rimane in carica. La Russia è attaccante, dunque l’Ucraina è resistente: non c’è dubbio. Ma si tratta di uno scontro fra due eserciti di mestiere, entrambi con una quota di coscritti arruolati a forza e con un supporto di mercenari (chiamati con eufemismo volontari); i rispettivi comandanti non hanno mai inteso mettere in discussione la fedeltà ai rispettivi presidenti. I russi, a differenza del nostro Manzoni, non coltivano il vero per soggetto e chiamano liberazione quella che gli ucraini denunciano come invasione; non c’è dubbio che in base alle vigenti norme del diritto internazionale gli invasi abbiano sempre ragione. Ma insurrezioni, rivoluzioni e conquiste tendono, per loro natura, a rifiutare le regole, preferiscono senza dubbio sottrarsi ad esse; non per caso Russia, America e Ucraina si sono rifiutate fino ad oggi di riconoscere le decisioni del TPI, il Tribunale Penale Internazionale. Usando le norme internazionali vigenti (peraltro spesso disconosciute dagli Stati) quale criterio tecnico giuridico per la risoluzione delle controversie territoriali, dovremmo ri-disegnare la geografia politica del pianeta, cosa per nulla agevole e anzi probabilmente impossibile. Israele dovrebbe restituire il Golan alla Siria? In Somalia a chi assegnare territori vasti come Puntland o Galmudugh?

In realtà Israele sostiene, ad esempio, la piena legittimità della presenza in Golan sulla base di una articolata sequenza di ragioni politiche (la cui validità è negata dalla Siria) così come il Puntland fonda la propria, non riconosciuta, autonomia su una sorta di diritto naturale. Il conflitto fra giusnaturalismo e positivismo giuridico dura fin dalla notte dei tempi. La distinzione fra aggredito e aggressore è certamente suggestiva, e altrettanto certamente non priva di importanza; ma non risolve il problema connesso alla guerra e le grandi potenze non hanno mai deciso, in concreto, chi sostenere sul solo rilievo di chi avesse preso l’iniziativa. La letteratura militare è ricca di testi sulla guerra preventiva intesa come guerra difensiva; una giustificazione teorica si trova sempre per ogni azione.

Ucraina e Russia vogliono entrambe il possesso e il controllo sulla Crimea e sul Donbass; la prima per la posizione strategica, il secondo per i giacimenti di gas, petrolio e altre ricchezze del sottosuolo. Non intendono rinunziare a questa formidabile opportunità, e si trascinano dietro i rispettivi oligarchi (più banalmente: imprenditori avventurosi e avventurieri) i quali, negli anni, hanno accumulato fortune immense sfruttando la manodopera e depredando le comunità. La messa in scena spettacolare dei princìpi universali più diversi è solo un espediente per nascondere la realtà di una guerra per le risorse e per il controllo di un mare.

Mario Draghi è schierato con gli Stati Uniti, con la NATO, con le banche occidentali, con i suoi amici di sempre. Non cerca gloria e non cerca libertà; il suo interesse è rivolto esclusivamente al bottino, l’unico fascino cui, fin dall’infanzia, si mostra costantemente sensibile, con lodevole coerenza. Quest’uomo è andato oltre l’ormai superata etica protestante descritta da Max Weber; l’ha rinnovata con il cattolicesimo meticcio di Biden, un misto di liberismo e di Santa Inquisizione, forgiato nelle parrocchie del Delaware. Il capitalismo di Putin si prefigge lo stesso obiettivo. Per mettere le mani sul medesimo bottino non esita ad invocare i sacri valori del cristianesimo ortodosso, la tradizione imperiale zarista, perfino le imprese dell’Armata Rossa.

Nella incessante ricerca del profitto, inteso come bene Supremo, Putin, Biden, Draghi e Zelensky hanno ucciso i valori; piegando alla moneta democrazia e libertà si sono macchiati di un crimine, la strage delle illusioni.

La legislatura si avvia a conclusione

Piuttosto in sordina la legislatura si avvia verso la naturale conclusione e nelle file dei partiti monta un sordo rancore, si moltiplicano i complotti, si preparano le risse. Il taglio al numero di parlamentari alimenta il clima di sospetto e di congiura, senza che ad oggi sia stato possibile risolvere la questione della legge elettorale, fra le due ipotesi del maggioritario e del proporzionale. Le ormai vicine elezioni amministrative non sembrano sufficienti, comunque vadano, a determinare la scelta. Nel frattempo i due rami del Parlamento vivacchiano rassegnati alla loro irrilevanza, chiamati solo a ratificare le decisioni del Gruppo dei Trenta e della Commissione, trasmesse con arroganza da Mario Draghi senza consentire modifiche o, tantomeno, rifiuti. Quando una forza di maggioranza abbozza forme di protesta provvede la cosiddetta opposizione al salvataggio dell’Esecutivo; davvero la cabina di comando può contare su larghe intese.

I risultati del 2018 erano stati, in una certa misura, sorprendenti. Il primo governo Conte, definito gialloverde, si chiuse con una rottura, ma, a differenza di quanto sperava il gruppo dirigente leghista, non portò ad elezioni anticipate. Seguì invece il secondo governo Conte, definito giallorosso, con maggioranza nuovamente risicata, ma unita grazie al collante di un imprevisto, la pandemia. E si caratterizzò per l’introduzione del meccanismo tecnico giuridico di leggi delega, decreti legge convertiti mediante apposizione della fiducia e decreti ministeriali. Questo metodo di governo, a modo suo innovativo, ha creato un precedente che sarà nel prossimo futuro difficile rimuovere. Mario Draghi lo ha ereditato e ben volentieri confermato, esautorando le Camere nonostante l’ampiezza del consenso.

Dopo la pandemia anche la guerra non è sfuggita alla regolamentazione sganciata dal dibattito parlamentare, sottraendo ad ogni verifica di merito la scelta di appoggio militare alla NATO e agli USA. In assenza di voto parlamentare il Governo Draghi ha varato, a distanza di pochi giorni (25 e 28 febbraio 2022), due decreti legge di immediata attuazione (n. 14 e n. 16). Il primo disponeva (articolo 2) la cessione gratuita di mezzi non letali di protezione per le autorità governative ucraine con scadenza 30 settembreIl secondo, tre giorni dopo, modificava radicalmente il quadro. Senza alcuna limitazione – e in assenza di riferimenti al costo o alla gratuità – il primo comma dell’art. 1 disponeva: fino al 31.12.2022 previo atto di indirizzo delle Camere è autorizzata la cessione di mezzi, materiali, equipaggiamenti militari. Una vera e propria delega in bianco, da esercitarsi a mezzo di decreti ministeriali che non necessitano più del voto parlamentare. Decide dunque il ministro della difesa, Lorenzo Guerini (PD, corrente moderata), di concerto con Luigi Di Maio (esteri, 5 Stelle) e Daniele Franco (economia, Banca d’Italia), senza rendere conto a nessuno; per aggiunta, con ulteriore innovazione, il testo con l’elenco delle armi è secretato. Quattro giorni dopo l’invasione si prevedeva dunque non una guerra lampo (come cianciano i commentatori) ma un conflitto presumibile fino al 31 dicembre (almeno dieci mesi) con impiego illimitato di forniture militari alla repubblica ucraina per la difesa del territorio nazionale. Il decreto legge n. 14 è stato poi convertito nella legge 5 aprile 2022 n. 28, assorbendo il contenuto del decreto n. 16, lasciato decadere, con salvezza dei provvedimenti adottati (l’invio di armi). Non è vero pertanto che esistano limiti, qualitativi e quantitativi, all’invio di forniture belliche in Ucraina; è vero invece che le due Camere (contro il volere dei cittadini italiani, almeno secondo tutti i sondaggi) hanno rimesso ogni decisione al ministro Lorenzo Guerini, rendendolo libero di fare quel che vuole fino al 31 dicembre 2022, quale che sia la spesa. A prescindere direbbe Totò.

In questo caotico svolgersi degli eventi non si possono neppure escludere del tutto sorprese, con elezioni anticipate entro l’anno. Ma, con maggiore probabilità, la gestione affidata dal Gruppo dei Trenta a Mario Draghi proseguirà senza incontrare altro ostacolo che il mugugno. Questo, dal punto di vista precario, è un vero peccato.

La caduta del governo sarebbe un fatto positivo

Il precariato italiano nulla avrebbe da perdere, anche se poco da guadagnare, in caso di inattesa crisi del governo Draghi.

La composizione attuale regge su un compromesso elaborato dal neocapitalismo finanziario, per necessità contingente: per poter completare l’opera di precarizzazione e sottomissione ai danni di un’intera popolazione lascia vivere il vecchio apparato di funzionari, di faccendieri, di gendarmi, quando occorre perfino di criminali (questi ultimi con maggiore prudenza, naturalmente). Le cariche e le provvigioni servono anche a questo; il ceto imprenditoriale emergente si è dimostrato capace di aspettare con pazienza il concludersi della transizione, si accontenta per ora del denaro senza rinunziare al sogno del potere anche formale.

L’insieme dell’apparato è ancora necessario per rendere inoffensiva l’opposizione, distribuendo con sapienza qualche buona occasione ai ribelli più utili mediante cooptazione oppure estromettendo le menti potenzialmente più pericolose. L’opera di bonifica procede con metodo; l’arruolamento dei rappresentanti eletti nel territorio, in sede nazionale o europea, sembra rassicurare la cabina di comando. Bisogna saper cogliere l’occasione, magari con maggior utile di un Bobby Seale o di una Angela Davis. Mario Draghi è un esempio, quanto a proficua riservatezza. Dal matrimonio con la discendente di Bianca Cappello (la moglie di Francesco de’ Medici) sono nati due figli: Giacomo si occupa dal 2017 di investimenti speculativi (i famosi hedge funds) per LMR Partners (2,5 miliardi) e Federica, dirigente di Genextra, attende il via libera per il fondo farmaceutico X Gen (il programma è quello di guadagnare investendo in farmaci e vaccini). Qualcuno ritiene che possa sussistere un conflitto di interesse, ma il fedele bracco ungherese conosce bene l’intera famiglia e giura che non esiste alcun pericolo; a Città della Pieve è rigorosamente vietato parlare di affari. L’unico a protestare, abbaiando, è un altro cane, ma totalmente inaffidabile: si tratta di Vernyi, il molosso turcomanno di Putin, discendente di una razza abituata ad accompagnare i mongoli durante l’invasione dell’Europa centrale.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 30 maggio 2022

Mario Draghi: il massacro delle illusioni Leggi tutto »

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