memoria

Quando la memoria non basta più

di Emilia De Rienzo

Foto di Hosny salah


“Io non ho voluto avere un figlio perché ho vissuto Auschwitz”
(Imre Kertész, Kaddish per il bambino non nato)

اللهم اجعله طيراً من طيور الجنة
“O Allah, rendilo un uccello tra gli uccelli del Paradiso”
(Duʿāʾ islamico per un bambino defunto)


Imre Kertész scrisse un Kaddish per il figlio che decise di non avere. Dopo Auschwitz, il mondo gli appariva troppo crudele per essere consegnato a una nuova vita. La Shoah non gli aveva tolto soltanto il passato: aveva incrinato la fiducia stessa nel futuro.

Circa un milione e mezzo di bambini ebrei furono uccisi durante lo sterminio nazista, insieme a migliaia di bambini rom e con disabilità. Quei bambini appartengono alla memoria dell’umanità e nessuno può permettersi di dimenticarli.

Ma ricordare non significa soltanto custodire il passato. Non significa sovrapporre tragedie diverse né cancellarne l’unicità storica. Significa chiedersi quale valore abbia la memoria se non diventa un principio universale, capace di proteggere ogni vita umana, soprattutto quella più indifesa.

La memoria non è un premio riservato alle vittime della storia. È una responsabilità verso le vittime di oggi. Oggi quella responsabilità ci conduce a Gaza.

Ci sono immagini che dovrebbero essere impossibili. Un bambino ucciso mentre cerca acqua. Una bambina colpita mentre torna da scuola. Un neonato ferito mentre viene allattato. Non sono soltanto episodi di guerra. Sono la negazione dell’infanzia.

I bambini non appartengono a uno Stato, a un esercito o a una bandiera. Appartengono all’umanità.

La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, nel rapporto L’essenza dell’infanzia è stata distrutta, afferma che nei primi due anni di guerra almeno 20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 sono rimasti feriti nella Striscia di Gaza. Parla di azioni che hanno «cancellato l’infanzia» e sostiene che l’uccisione e il ferimento dei minori abbiano contribuito a distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese. Israele respinge queste conclusioni. Ma nessuna contestazione cancella il fatto essenziale: decine di migliaia di bambini sono stati uccisi, mutilati o segnati per sempre.

Se oltre il trenta per cento delle vittime sono bambini, non possiamo rifugiarci nel linguaggio degli “effetti collaterali”. Quando una guerra divora l’infanzia, non colpisce soltanto il presente: cancella il domani.

Dietro quei numeri ci sono volti, nomi, famiglie. Ci sono bambini colpiti nelle scuole, negli ospedali, nelle tende dei campi profughi, mentre cercavano un pezzo di pane o un sorso d’acqua. Ci sono migliaia di piccoli sopravvissuti che porteranno dentro di sé ferite che nessuna ricostruzione potrà cancellare. È qui che la memoria viene messa alla prova. Il popolo ebraico ha conosciuto uno dei punti più bassi della storia umana. Proprio per questo, vedere lo Stato di Israele accusato di una violenza che colpisce in modo così devastante l’infanzia palestinese apre una ferita morale che attraversa il mondo intero. Non perché le due tragedie siano uguali. Non lo sono. Ma perché nessuna memoria del dolore può perdere il suo carattere universale. Se il ricordo della persecuzione non ci rende più sensibili alla sofferenza di altri bambini, allora qualcosa si è spezzato.

Primo Levi scriveva che «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Non era una profezia rivolta a un solo popolo. Era un monito per tutta l’umanità. Ogni volta che l’altro viene disumanizzato, ogni volta che la vita di un bambino diventa un prezzo accettabile, quel monito torna a interrogarci.

Eppure il mondo sembra già voltare pagina. Le crisi si susseguono, l’attenzione si sposta altrove, Gaza scompare lentamente dai notiziari. L’orrore si consuma, poi si normalizza. Infine viene dimenticato. È sempre così che l’indifferenza vince.

Per questo oggi non basta ricordare Auschwitz. Non basta commemorare. Non basta pronunciare “mai più” una volta all’anno. Occorre avere il coraggio di riconoscere il dolore ovunque si manifesti, anche quando ci mette a disagio, anche quando riguarda chi consideriamo lontano, anche quando ci obbliga a criticare chi pensavamo immune da ogni giudizio morale.

Nel ghetto di Terezín il giovane Pavel Friedmann ha scritto: “Le farfalle non vivono nel ghetto”. Quelle parole sembrano attraversare il tempo fino a Gaza. Perché le farfalle non vivono dove viene cancellata l’infanzia. E nemmeno la pace può nascere dove ai bambini viene negato il futuro.

Sotto cieli diversi, due preghiere continuano a salire verso lo stesso Dio. Il Kaddish ebraico e il duʿāʾ islamico per un bambino morto. Parlano lingue diverse, ma custodiscono lo stesso dolore. Ci ricordano che il pianto di una madre non ha nazionalità e che nessun bambino smette di essere bambino perché nasce dalla parte sbagliata di un confine.

La domanda, allora, riguarda tutti noi. A cosa serve la memoria, se non ci impedisce di accettare l’inaccettabile? A cosa serve dire «mai più», se quel principio non vale per ogni bambino? La memoria è l’inizio. L’umanità è il suo compimento. Se la memoria non ci conduce fin lì, allora non basta più.



L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 26 giugno 2026

La foto è di Hosny salah, fotografo palestinese residente a Gaza

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Ieri

di Aldo Merce

 

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Un racconto di vita partigiana

 il Partigiano Emilio Bacio Capuzzo

di Laura Tuzzi

In collaborazione con la sottoscritta e con Fabrizio Cracolici, già Presidente Anpi Nova Milanese – Monza e Brianza e membro attuale del direttivo provinciale Anpi, e da sempre attivista di pace e videomaker, il partigiano deportato Emilio Bacio Capuzzo ha testimoniato in più di 200 presentazioni in pubblico del libro “Un racconto di vita partigiana”. Si recò in numerose scuole, ma anche in moltissimi istituti scolastici della Lombardia e di altre regioni.

Bacio non era un nome di battaglia, ma di battesimo

Si chiamava Bacio, ma perché potesse ricevere il battesimo, i genitori gli diedero come primo nome Emilio. Perché Bacio non è il nome di nessun santo del calendario ecclesiastico. Emilio Bacio Capuzzo, partigiano e deportato. Alla sua memoria è intitolata la sezione ANPI di Nova Milanese, diretta da Fabrizio Cracolici, per dieci anni, che, assieme alla sottoscritta (giornalista e scrittrice), condivise l’amicizia con il partigiano: entrambi, infatti, eravamo presenti al suo capezzale nel giorno della morte.

In punto di morte la rivelazione a Bacio del Premio Nobel per la Pace al movimento pacifista

E quando rammentiamo la sua figura, proprio a quei tristi e toccanti attimi corre il nostro ricordo, a quella giornata di ottobre del 2017, che raccolse gli ultimi pensieri di Bacio rivolti proprio alla pace. La campagna per il disarmo nucleare ICAN, infatti, era appena stata insignita del Premio Nobel per la Pace e il partigiano esortava ad impegnarsi perché questo grande ed importante risultato si potesse finalmente concretizzare.

Abbiamo salutato Bacio ancora in vita con una notizia da Nobel…

Noi siamo riusciti a comunicargli, in punto di morte, il conseguimento del Premio Nobel per la Pace per il disarmo nucleare universale. Premio nobel la cui testimonianza è ricaduta come un grande impegno per il disarmo e la nonviolenza sul movimento pacifista mondiale e i suoi vari esponenti che testimoniano questo premio nelle varie iniziative e presentazioni in pubblico, a livello locale, nazionale, internazionale. Una “compresenza tra viventi e non viventi” come direbbe Aldo Capitini. Anche se Bacio vive sempre in mezzo a noi e illumina il nostro cammino di attivismo per la nonviolenza e il disarmo.

Un saggio di narrazione dedicato al Partigiano Emilio Bacio Capuzzo. Un racconto di vita partigiana

Ad Emilio Bacio Capuzzo e alla sua esperienza resistenziale è dedicato il libro “Un racconto di vita partigiana. Il ventennio fascista e la vicenda del partigiano Emilio Bacio Capuzzo”, edito da Mimesis nel 2012 e recentemente in seconda edizione.

La figura di Bacio ricordata nell’opera multimediale del giornalista d’inchiesta Daniele Biacchessi

La sua figura continua ad affascinare ed è presentata anche nell’opera multimediale curata da Daniele Biacchessi, L’Italia liberata. Storie partigiane. Il testo, accanto ad altre personalità che scrissero la storia della lotta di Liberazione, tratta anche l’esperienza del partigiano Bacio.

Il partigiano Bacio da sempre antifascista fin nel grembo della madre

Antifascista lo era ancora prima della nascita, già nel grembo di sua madre. Suo padre, operaio socialista, per aver rifiutato la famigerata tessera del fascio venne licenziato e ricevette anche lo sfratto dal proprietario di casa, che era sostenitore del regime. Con una moglie, tre figli e un quarto in arrivo, si vide costretto a sperare nella benevolenza di parenti, prima che la miseria lo conducesse, assieme alla famiglia, da Anguillara Veneta a Nova Milanese.

L’interruzione degli studi per la scelta antifascista di tutta la famiglia

Il fascismo precluse a Bacio, che non poteva permettersi nemmeno la dotazione del materiale didattico, un regolare percorso di scolarizzazione. «Ho dovuto smettere di andare a scuola perché i miei genitori non avevano una lira per comperarmi i libri ed i quaderni. C’era solo la fame».

Operaio alla Breda Campovolo di Sesto San Giovanni: sempre fame e povertà

Fame e miseria lo accompagneranno anche alla Breda Campovolo, dove lavorerà come apprendista aggiustatore, in seguito al diploma di apprendistato conseguito all’Ercole Marelli di Sesto San Giovanni, un tempo soprannominata la Stalingrado d’Italia.

La partecipazioni agli scioperi del 1944 nel triangolo industriale milanese

La vicenda partigiana di Bacio ha inizio con la preparazione degli scioperi del marzo 1944, che, caratterizzati da una forte connotazione politica, interessarono il triangolo industriale, specialmente il milanese. Ricercato dai fascisti, si unì ai primi gruppi partigiani. «Loro mi cercavano, e allora io poi andai in diversi cascinotti perché ormai il fidanzato di mia sorella non è che potesse rischiare a tenermi lì per diversi giorni ancora».

Bacio si aggregò sia ai SAP che ai GAP, formazioni partigiane di azioni dirette e sabotaggi

Quando la fabbrica in cui lavorava venne rasa al suolo dalle “super fortezze volanti”, ricevette l’ordine di presentarsi al comando tedesco per essere destinato alla Junker in Germania. Fu allora che scelse di aggregarsi ai GAP, nei quali operò con sabotaggi, volantinaggio, recupero di armi.

Incarcerato anche a San Vittore e deportato nel Lager di Bolzano

Quando un compagno, sotto tortura, pronunciò il suo nome, assieme a quello di altri partigiani, venne incarcerato dapprima a Monza, poi a San Vittore e infine deportato nel lager di Bolzano. Fuggì, lanciandosi dal treno giunto quasi al confine, al Brennero. Riuscì con altri compagni a gettarsi dal “treno della morte” in corsa. Il cosidetto Transport dei deportati. E si unì alle formazioni partigiane della Valsesia.

Dalla Valsesia alla Brigata Osella fino alla Liberazione

Inserito nella 82° Brigata Osella, partecipò attivamente nella squadra guastatori fino alla Liberazione, quando entrò a Nova Milanese liberata e partecipò il 29 aprile 1945 alla grande manifestazione di Milano. Un’esperienza breve la sua, eppure intensa ed estremamente viva, che ebbe sempre cura di condividere, in seguito, con le nuove generazioni. In diverse occasioni incontrò i fanciulli delle scuole elementari di Bovisio Masciago, narrando la sua battaglia di civiltà e le orribili pagine del fascismo. Memorabile e toccante il ricordo del suo 25 aprile, vissuto come un giorno di festa, perché la guerra era ormai terminata.

Con Laura Tussi e Fabrizio Cracolici il partigiano deportato Emilio Bacio Capuzzo ha testimoniato in più di 200 presentazioni del libro Un racconto di vita partigiana

Si recò in numerose scuole, non solo di Bovisio Masciago e Nova Milanese, ma anche in moltissimi istituti scolastici della Lombardia e di altre regioni: ovunque venisse richiesto il suo intervento e la sua testimonianza di alti ideali antifascisti. Il partigiano Bacio ha lasciato la sua Nova Milanese quasi sette anni fa; a lui i compagni hanno intitolato la sezione ANPI che ha “comandato” per anni. La memoria della sua figura, contraddistinta da una grande coerenza, li guida sul sentiero tracciato dal suo esempio.

L’articolo è stato pubblicato su Unimondo il 10 aprile 2024

Foto: Mimesisedizioni.it

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L’infinita disputa sulla memoria

di Raúl Zibechi

Quando infuriava il nazismo, Walter Benjamin scrisse nelle sue famose Tesi sul concetto di storia: “Neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere”.

In questi giorni sta accadendo qualcosa di paradossale: la memoria di Salvador Allende viene adulterata, non dai suoi nemici pinochetisti, ma da coloro che si proclamano suoi seguaci. Il presidente Gabriel Boric è a capo di un’operazione ad ampio raggio per trasformare Allende in un’icona del consenso tra i partiti del sistema.
Lo scrittore cileno Dauno Totoro, in un’intervista a Telesur, mette a nudo questa operazione, attraverso la quale Boric cerca di reincarnare Allende, “riproducendo i suoi gesti, i suoi movimenti, cercando di diventare l’immagine di Salvador Allende […]. È il prolungamento di qualcosa di molto più serio che ha a che fare con la storia profonda di questo paese e con i gravi eventi che si sono verificati negli ultimi 50 anni” (https://goo.su/F9jG).

Totoro sostiene che è stato costruito un Allende simile a un’icona cristiana, che diventa l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo; che muore per noi e ci libera dalle colpe. Allende è stato tramutato in una sorta di redentore quasi soprannaturale, che trasforma il popolo in un soggetto passivo dei suoi miracoli.
Lo scrittore analizza il modo in cui le ultime parole di Allende sono state manipolate. Secondo la versione ufficiale, egli disse: “Quanto prima si apriranno le grandi strade dove cammina l’uomo libero…” Ma ciò che Allende disse agli operai, a cui si rivolgeva, è “…aprirete”, voi aprirete le strade” (“Salvador Allende: último discurso. 11 septiembre 1973”, minuto 5:45. [ndt: i sottotitoli in spagnolo dicono “se abrirán”, ma se si ascolta, si sente che il “se” non c’è]).

Nel primo caso, si tratta di qualcosa di magico. Si apriranno da sole? Nel secondo caso, è la lotta a determinare l’apertura delle strade.

Un piccolo trucco che modifica tutto, che pone al centro un essere mitico al posto della classe operaia. Ecco perché Totoro conclude: “Hanno trasformato Allende in un prodotto che scagiona l’intera classe politica”.
Un tassello essenziale di questa manovra storico-politica è Boric, colui che sostiene che Sebastián Piñera è un vero democratico (quel Piñera che ha dichiarato guerra al popolo, durante la rivolta del 2019).
Ma Allende non è stato un agnello di Dio, né una star del mondo dei media, ma il presidente impegnato che nella sua ultima apparizione portava un fucile mitragliatore e un elmetto per difendere il palazzo del governo. Quelle immagini sono state sostituite con altre, come l’esposizione delle sue scarpe in una teca perché la gente vada ad adorarle, aggiunge Totoro.

A differenza di quelli che ora lo spogliano del suo fucile mitragliatore, lo scrittore non passa sotto silenzio gli errori di Allende, che credeva in un paese che non esisteva e, in particolare, immaginava un esercito repubblicano rispettoso della legalità.

L’obiettivo finale di questa operazione è costruire un consenso storico senza profondità, un consenso vuoto, senza storia, senza futuro, che ci intontisce e che può essere spezzato solo fisicamente, cioè con la rivolta. Di questo si tratta: mostrare un Allende vuoto di contenuti, che serve agli scopi di una democrazia che non ha nulla a che vedere con quella per cui l’ex presidente ha dato la vita, e rimuovere l’idea della rivolta popolare dallo scenario e dall’immaginario politico.

L’immagine che presenta la sua morte come un suicidio va nella stessa direzione, intende demoralizzare i suoi seguaci. Gabriel García Márquez ha scritto della morte di Allende nel 2003, nel 30 ° anniversario del colpo di Stato, sottolineando che Allende morì in uno scontro a fuoco con una pattuglia di militari, con in mano il fucile mitragliatore che gli era stato regalato da Fidel (García Márquez, “La verdadera muerte de un Presidente”).

Tutta quella storia è stata cancellata perché, come ha detto lo stesso Allende, si trattava di impartire una lezione morale dando la propria vita. Un atteggiamento etico in contrasto con la politica attuale basata sul consenso, sull’unione. Contro che cosa o contro chi? Contro la rivolta e contro coloro che persistono nella loro ribellione, come settori del popolo Mapuche e come i giovani che sono stati repressi l’11 settembre per aver preso le distanze dalle celebrazioni ufficiali.

Ma le cose non finiscono qui. Questo montaggio fa parte della quotidianità del capitalismo e in particolare dei governi progressisti.

Lula ha messo una donna indigena a capo del Ministero dei Popoli Indigeni, ma i suoi alleati dell’agroindustria uccidono ogni giorno membri di quegli stessi popoli, come è successo questa settimana con le autorità spirituali Sebastiana e Rufino, nella più assoluta impunità (“Sebastiana y Rufino, autoridades espirituales Guaraní Kaiowá, asesinadas por defender su territorio en Brasil”).
Nella Colombia del progressista Gustavo Petro, il paramilitarismo continua ad essere la politica dello Stato nei territori (“El Paramilitarismo como política de Estado se mantiene en los territorios”). Nel 2022, sono stati uccisi 215 leader sociali e 60 ambientalisti.
In questo modo, le rivendicazioni e la memoria dei popoli vengono svuotate, mentre si afferma di difenderle. Nell’ambito di questo progetto di svuotamento della memoria per continuare a governare a favore del capitale, quale strategia sta elaborando il governo messicano nei confronti dei popoli originari, prima del 30° anniversario dell’insurrezione zapatista?

Fonte: “La interminable disputa por la memoria”, in La Jornada, 22/09/2023.
Traduzione a cura di Camminardomandando.

L’articolo è stato pubblicato il 28 settembre 2023 su Comune-info 

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