povertà

Repressione economica e ortopedie della povertà

di Andrea Fumagalli e Cristina Morini

Strette e stretti nella morsa di un capitalismo «tutto intorno a noi», che colonizza immaginari oltre che spazi-tempi e forme di vita, non è strano sentirsi stanche e stanchi.
Ebbene, proprio per questo è più urgente che mai guardare da un lato ai meccanismi espropriativi che aggrediscono i campi propri del vivere nel sociale, della riproduzione sociale, dall’altro all’attacco organizzato contro gli strati sociali meno abbienti il cui scopo è facilitare, ancora e ancora, la separazione tra salvati e sommersi, facendo mancare, per questi ultimi, anche le forme minime di assistenza sociale.

La repressione economica

L’arretramento verso il quale si pretende di ricacciare «coloro che non ce la fanno» ricorda altre fasi della storia: saranno la carità, saranno i volontari e le parrocchie, sarà l’obolo offerto, la colletta, la raccolta di cibo o di libri per i bambini, a fornire aiuto ai «carichi residuali». La logica del merito cui fa da contraltare l’umiliazione sono stati posti a vessillo dall’attuale governo di destra che fomenta il rancore e il risentimento contro «gli assistiti», gli underserving poor che «meritano solo quello che hanno o neppure quello», per citare Eric Fassin[1].
La penalizzazione delle vite non essenziali è certo stata oggetto anche delle biopolitiche liberiste interpretate da un susseguirsi di governi di centro-sinistra, i quali, proprio attraverso i dispositivi di precarizzazione introdotti negli anni, hanno progressivamente assecondato un’interpretazione non universalistica del diritto e dello stato sociale. Ma sicuramente la destra, al governo in Italia da qualche mese, ha dimostrato, con la manovra economica presentata, quanto sia per lei basilare puntare sulla discriminazione per tenere insieme il consenso del proprio popolo.
Chiaramente il tema del Reddito non poteva rimanere estraneo a tale programma. All’interno della crisi economica infinita che stiamo vivendo, gli scenari dell’economia di guerra sono già in atto perché servono a snaturare profondamente i presupposti stessi del compromesso keynesiano tra Stato e cittadini, pur tra tutti i suoi limiti. La pacificazione ufficiale, la pace occidentale dei valori occidentali, è solo parvenza, poiché il campo di battaglia sono le condizioni di vita e l’espulsione di tutto ciò che viene ritenuto improduttivo per l’attuale capitalismo finanziarizzato. D’altro lato, come notato più volte in passato e come reso manifesto dall’epidemia Covid-19, è proprio l’immissione di una logica elitaria nel settore del welfare, attraverso forme di privatizzazione ovvero di selezione, a rappresentare un campo fondamentale per la generalizzazione della finanziarizzazione del «capitale umano».
Il riferimento all’«economia politica della promessa» rimane fondamentale dentro questo modello di finanziarizzazione della vita (la «messa a valore della vita», così tante volte da tutte/i noi citata). Si è diffusa l’assenza di retribuzione, resa trasparente dalla accumulazione consentita dalla riproduzione sociale e dall’estendersi di forme di lavoro non riconosciuto come tale. Si è indotta «la normalizzazione di aspettative costantemente decrescenti che finiscono per favorire l’accettazione di offerte al ribasso. […] Il soggetto, immerso nella condizione precaria, ulteriormente declassata dalla crisi, si consegna al lavoro che oggi può assumere lo “statuto” di lavoro gratuito»[2]. La depoliticizzazione di una frazione crescente del lavoro contemporaneo va connessa, poi, alla rilevanza assunta dalla nozione di «libertà di scelta» neoliberale. La quale agisce negativamente, in senso diametralmente opposto alla presa di coscienza politica e alla costruzione di reale autonomia. Va chiarito, dunque, al solo scopo di continuare fruttuosamente la discussione sul tema, il senso in cui viene intesa (e imposta) la promessa: sei libero di scegliere di essere schiavo. Apprendisti dell’obbedienza, li ha chiamati Marco Bascetta, «con raccapriccianti richiami alla virtù dell’umiltà»[3].
I poveri sono ostracizzati ma lo Stato fa di tutto per accrescerne il numero, così da poter mantenere una più ampia capacità di contenimento e di controllo delle classi subalterne. Nel dicembre scorso, Fabrizio Balassone, direttore del Servizio della struttura economica di Banca d’Italia, ha spiegato davanti alle commissioni di Bilancio di Camera e Senato che la possibilità di ricorrere agli aiuti previsti dal Reddito di Cittadinanza, tra pandemia e crescita inflazionistica, si è rivelata fondamentale per reggere il potere d’acquisto delle persone in difficoltà. Senza di essi, Banca d’Italia stima che ci sarà un milione di poveri in più[4].
Per tali motivi riteniamo che l’epoca di fronte alla quale ci troviamo si stia dotando di un apparato, non solo normativo e materiale ma anche culturale e simbolico, che di nuovo si articola intorno alla repressione politica della devianza dalle norme dell’apparato di potere ma sopra ogni cosa si centra sulla repressione economica rispetto al disadattamento dall’utilità capitalista.
Ricordiamo che mentre il lavoro è diventato oggettivamente merce scarsa, i termini dell’offerta di lavoro sono spesso miserabili: secondo l’Inps, sono 4,5 milioni i lavoratori (23%) che guadagnano una cifra inferiore a quanto assicurato dal reddito di cittadinanza (780 euro il mese)[5]. Nell’assenza totale di alternative, anche i lavori e le retribuzioni più indecenti non saranno rigettabili: ci troveremo ad affrontare il problema della diffusione capillare di situazioni sempre più schiavizzanti.
Anche il fenomeno delle «grandi dimissioni», spesso paragonato alla Great Resignation negli Usa, può essere analizzato in Italia tenendo conto della presenza del, pur manchevole, strumento del Reddito di Cittadinanza. Ci pare di poter sostenere, osservando i dati[6], che l’evoluzione del numero di coloro che nel 2021 hanno lasciato il lavoro (un aumento di 40.000 dimissioni rispetto a due anni prima) sia soprattutto legata alla prospettiva di un nuovo impiego, dunque a un desiderio di migliorare la propria condizione lavorativa. L’esistenza di ammortizzatori che sostengono possibilità diverse è presupposto determinante per la libera decisione delle persone e stimola a perseguire nuove opportunità, costringendo anche il mercato del lavoro a rendersi più attraente (con retribuzioni più alte e tempi più umani). Viceversa avremo solo coazione al lavoro, in una situazione paradossale di sempre più vistosa carenza di lavoro.
Tale circostanza, estremamente passivizzante per i soggetti, rende assai più complesse le possibilità di reazione poiché gioca sulle possibilità stesse della sopravvivenza. La repressione economica previene così, naturalmente, la repressione politica. Rischia infatti di far dilagare un senso d’impotenza e rassegnazione. Il processo viene innescato al fine di ostacolare il nostro desiderio e bisogno di riprenderci la vita e le possibilità di conflitto.

Così ti smonto il Reddito di Cittadinanza

Esplicitata sin dalle premesse la nostra tesi, va specificato che la legge che introduce il Reddito di Cittadinanza (RdC) del primo governo Conte, entrata in vigore nel gennaio 2020, non propone un vero Reddito di base. La proposta di Reddito di base, infatti, consta di alcuni parametri, che non possono essere elusi: la residenza (e non la cittadinanza), l’individualità (e non la famiglia), la maggior incondizionalità possibile (in termini di vincoli di spesa e di comportamento), l’erogazione di un livello di reddito non inferiore alla soglia di povertà relativa (e non assoluta), la creazione di un fondo di finanziamento ad hoc, separato dalla previdenza, gestito dall’autorità pubblica. Ciò che importa sottolineare, in termini molto stringati, è che la proposta del Reddito di base rientra nelle politiche di distribuzione del reddito primario. Quindi non ha nulla a che fare con le politiche meramente assistenziali (anche se tra i suoi effetti collaterali c’è la riduzione dell’esclusione sociale e della povertà), né con le politiche attive del lavoro.
La legge italiana sul RdC non risponde ad alcuno di questi parametri. A taluni si avvicina, ad esempio il livello di reddito erogato, ma non molto di più. E non è un caso che proprio questo aspetto sia stato al centro della funzionale propaganda mediatica estiva ed elettorale contro tale strumento, secondo la quale l’eccessivo livello di reddito sarebbe un disincentivo ad accettare posti di lavori (precari e sottopagati).
Bisogna cioè sottolineare che la legge RdC targata 5S assomigliava più a uno strumento condizionato di assistenza al reddito in linea con la filosofia tipica di un sistema di «workfare». Al punto che le critiche rivolte si rifacevano al fatto che non era un mezzo efficiente per l’inserimento nel mercato del lavoro. Non era, cioè, una politica attiva per il lavoro.
Tuttavia, pure con tutti i limiti, esso ha risposto a un problema diventato più che vistoso, non aggirabile: l’assenza di lavoro e l’esplodere del lavoro povero, come segnalavamo poco sopra.
Il ridimensionamento di tale strumento, già di per sé fortemente depotenziato e claudicante, da parte del governo Meloni si muove su due fronti, il primo di tipo quantitativo (la durata), il secondo di tipo qualitativo (la condizionalità). Presupposto necessario per attuare questo disegno è l’introduzione nel dibattito politico del concetto di occupabilità, termine ambiguo e di difficile definizione. Che cosa significa essere occupabile? Dovrebbe essere la condizione di chi, per salute ed età, è teoricamente in grado di lavorare. Chi decide l’esistenza di tali caratteristiche non è il soggetto medesimo ma un’autorità terza, non meglio specificata, presumibilmente afferente ai centri dell’impiego ma anche al datore di lavoro che faccia richiesta di assunzione del beneficiario. Sicuramente non è il percipiente ad aver voce in capitolo. Si nega, in tal modo, alcuna possibilità di scelta e autodeterminazione personale.
La stessa Meloni ha più volte ribadito che occorre porre fine allo scandalo «della scelta del lavoro» o «del lavoro dei sogni»[7]. Evidentemente, chi è povero non è in grado di poter decidere. E, secondo una logica ortopedica (etimologicamente, «raddrizzare da piccoli», «aggiustare ciò che è storto») deve essere paternalisticamente «aggiustato» dall’autorità politica (il centro dell’impiego) oppure dall’autorità economica (il datore di lavoro, il «padrone»), che gli indicheranno anche come comportarsi e che cosa consumare.
Da questa visione, discendono i due principali cambiamenti che verranno introdotti con i decreti attuativi già annunciati ma ancora da deliberare. La durata del beneficio verrebbe ridotta, a partire dal primo gennaio 2023, a sette mesi, per chi viene ritenuto «occupabile». In una prima versione si era parlato di otto mesi, poi si è deciso per sette mesi. Con tale ulteriore riduzione temporale, non solo aumentano le risorse che possono essere recuperate ma gli «occupabili» diventeranno abili al lavoro a partire da agosto, non a caso il canonico mese della vacanza italiana. Si garantisce così, in modo forzoso, quella disponibilità al lavoro necessaria per far fronte alla richiesta stagionale di mano d’opera nelle località di villeggiatura per i settori del turismo e dei servizi tradizionali. Inoltre, nel decreto flussi per il 2023, varato dal Consiglio dei Ministri il 27 dicembre 2022[8] si afferma che chi intende assumere dall’estero un cittadino non comunitario dovrà in primo luogo verificare presso il centro per l’impiego competente la mancata disponibilità a ricoprire il ruolo richiesto da parte di altri lavoratori già presenti sul territorio nazionale. Non viene, nella confusione, fatto esplicito riferimento agli «occupabili» a cui andrebbe levato il RdC, ma si conferma la filosofia razzista «prima gli italiani».
Ma c’è dell’altro. Si invoca la necessità di collegare meglio la formazione della mano d’opera più dequalificata che ha maggiori difficoltà a trovare lavoro e quindi quella che maggiormente necessita di un RdC. Si propone così di introdurre una nuova condizionalità all’accesso del RdC legata alla frequentazione di corsi di studio con successo. Come afferma il ministro del Merito e – in subordine – dell’Istruzione, i bocciati non potranno usufruirne[9]. Tutto ciò, come rileva Chiara Saraceno[10], è impossibile se il tempo concesso è soli sette mesi e per di più a scuole già iniziate. Di fatto, una presa in giro, la cui sola certezza è la perdita del sussidio. Eppure il nesso tra povertà educativa e classe sociale di provenienza emerge chiaro da alcune ricerche relative ai corsi di studio[11]. Le condizioni economiche e culturali della famiglia di provenienza portano molti giovani a non riuscire più a rappresentarsi in un ruolo diverso da quello nel quale sembrano essere incastrati dal destino sociale, tra lavori precari, sfruttati e senza sbocco. Ancora una volta ci confrontiamo con la rinuncia a immaginare una vita diversa: con la repressione economica.
Un modo autoritario per risolvere il possibile collo di bottiglia di un’offerta di lavoro insufficiente a coprire una crescente domanda di lavoro stagionale sottopagato. È da notare, inoltre, che le risorse così risparmiate andranno a finanziare l’aumento a 600 euro delle pensioni minime per gli over 75, ma, sia chiaro, solo per il 2023. I giovani poveri finanziano pertanto gli anziani poveri. Manca solo l’introduzione delle working house per ritornare al quadro descritto da Marx nel cap. XXIV de Il Capitale su «La cosiddetta accumulazione originaria»[12]!

Verso il lavoro coatto

A tale situazione, tuttavia, ci si avvicina con il secondo cambiamento, di tipo qualitativo: l’abolizione dell’attributo congrua all’offerta di lavoro che dovrebbe, anzi deve, essere accettata dal beneficiario del RdC. La volontà è impedire il rifiuto della prima proposta di lavoro anche qualora essa non rispetti alcun parametro che la rendano accettabile per le aspettative della persona: distanza del luogo di lavoro dalla residenza, livello di reddito e tipo di mansione congruente con il percorso formativo del beneficiario stesso.
Poiché il concetto di congruità compare anche in altri provvedimenti (ad esempio, il Jobs Act di Renzi), la sua abolizione nella riscrittura della sola legge sul RdC non rende chiare le reali conseguenze di tale cambiamento. Ma siamo certi, come già dichiarato da vari esponenti del governo, che la volontà sia oggi finalmente quella di obbligare coercitivamente all’accettazione di una qualunque offerta di lavoro, anche la più indecente.
Di fatto, come anche dichiarato dalla neo-ministra del lavoro Calderone, l’intenzione è tornare a un Reddito di Inclusione[13], come già esisteva prima della legge sul RdC, opzione caldeggiata anche dal Pd e dal centro-sinistra, all’interno del sistema degli ammortizzatori sociali.
Si conferma, in senso peggiorativo, la logica fordista-workfarista che vede i diversi strumenti di sicurezza sociale dipendere dalla condizione professionale dei potenziali beneficiari, intervenendo ogni volta con un diverso strumento quando si aprono nuove falle nel sistema a causa dell’emergere di qualche nuova figura precaria e non protetta, sulla base delle trasformazioni del mercato del lavoro. Così, se negli anni del boom economico era in funzione il sussidio di disoccupazione, con riferimento alla figura dominante del lavoratore dipendente e stabile, con l’inizio della crisi fordista, comincia a prendere piede il dispositivo della cassa integrazione (che oggi ha assunto tre diverse forme: ordinaria, straordinaria, in deroga), a tutela di lavoratori e lavoratrici che smettono di lavorare ma formalmente non perdono il posto di lavoro, in presenza di ristrutturazioni aziendali. Negli anni Novanta, a seguito della prima fase della liberalizzazione dei licenziamenti collettivi, viene istituita l’indennità di mobilità, a cui seguono con l’esplosione della precarietà, l’Aspi, la Naspi, la Discoll e oggi il RdC per i cosiddetti «poveri».

La lunga storia del Reddito di base

Si tratta di un inseguimento (in eterno ritardo) delle nuove forme del lavoro, partendo sempre dal principio che è la condizione lavorativa che deve essere tutelata, non la persona. Il risultato è una giungla di provvedimenti, dove è inevitabile che qualche categoria finisca per essere esclusa[14].
Se la nozione di cittadinanza già stava stretta, poiché il cittadino ha determinate caratteristiche, è bianco, è residente con la nazionalità italiana, è un maschio lavoratore, figuriamoci in quale contraddizione ci troviamo oggi quando ci confrontiamo con l’inserimento nelle catene del valore di atti fino a ieri non catalogati sotto la nozione di lavoro e con lo sfruttamento di tutto il vivente.
Il lavoro, insomma, non ha una sostanza, un significato, un contenuto e un senso univoco, omogeneo, e identico, in tutti i tempi e in tutti i luoghi e dobbiamo finalmente considerare la possibile varietà dei lavori di donne e di uomini, che si è fatta esplicita. Le forme abbozzate (e del tutto inadeguate) di salarizzazione della riproduzione, si innestano sul tramonto di un modello di società occidentale basata sul lavoro produttivo salariato maschile.
Ed effettivamente da un punto di vista non solo politico ma anche etico dobbiamo interrogarci su questioni cruciali riguardanti la libertà di scelta e l’autodeterminazione di cui ciascuna persona dovrebbe realmente disporre, e il sistema di «giustizia» (di equità, di considerazione e di diritti) che dovrebbe essere adottato per rendere questa libertà concretamente fruibile.
La governance della povertà è, insomma, da un lato un business economico, dall’altro il terribile terreno privilegiato di una rinnovata forma di repressione e coercizione, quella economica, che disgraziatamente si allarga e si aggiunge a quella politica e sociale.
Riteniamo necessario essere crudamente consapevoli di questa situazione critica, non per lamentarci delle nostre sfortune ma per continuare, senza stancarci, a proporre, e a inventare, possibili percorsi alternativi di liberazione della vita.
Non si tratta di partire da zero. Basta continuare a sviluppare e approfondire il dibattito sulla riforma del welfare (verso un modello di Commonfare[15]) e la proposta di un Reddito di base incondizionato che ha una lunga storia, patrimonio inalienabile del pensiero autonomo e critico dei movimenti sociali.

NOTE

[1] E. Fassin, Contro il populismo di sinistra, Manifestolibri, Roma 2019, p. 72.
[2] Ricordiamo, su tale concetto e discussione, AA.VV., Economia politica della promessa, Manifestolibri, Roma 2015. Essa è stata aperta dall’accordo sindacale per Expo 2015 che «benediva il lavoro a salario zero» (Premessa, p. 7). La citazione è tratta dal testo di Cristina Morini, Pur di non sparire. Dalla condizione precaria al lavoro gratuito, p. 56.
[3] Marco Bascetta, Al mercato delle illusioni, in ivi, pp. 14-15.
[4] Commissioni V della Camera dei Deputati (Bilancio, Tesoro e Programmazione) e 5 del Senato della Repubblica (Programmazione economica e bilancio), Audizione preliminare all’esame della manovra economica per il triennio 2023-2025, testimonianza di Fabrizio Balassone, capo della Struttura economica della Banca d’Italia, Roma 5 dicembre 2022 https://www.bancaditalia.it/media/notizia/fabrizio-balassone-in-audizione-preliminare-all-esame-della-manovra-economica-per-il-triennio-2023-2025/.
[5] Cfr. Inps, Relazione annuale del presidente: XXI rapporto annuale, luglio 2022, p. 9: https://www.inps.it/docallegatiNP/Mig/Dati_analisi_bilanci/Rapporti_annuali/XXI_Rapporto_Annuale/Relazione_Presidente_XXI_Rapporto_annuale.pdf
[6] Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e Banca d’Italia, Il mercato del lavoro: dati e analisi. Le comunicazioni obbligatorie, n.6, novembre 2021 (su dati al 31 ottobre 2021), https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/comunicazioni-obbligatorie/comunicazioni-obbligatorie-2021/Comunicazioni-obbligatorie-2021.06.pdf
[7] «Il Sole 24 ore», Reddito di cittadinanza, Meloni: «Congruità? Non tutti trovano il lavoro dei sogni», https://www.youtube.com/watch?v=7mTr7eGegkM
[8] https://www.informazionefiscale.it/Decreto-flussi-2023-novita-datori-lavoro.
[9] «Il Sole 24 ore», Valditara: stop al reddito di cittadinanza per chi interrompe gli studi, https://www.ilsole24ore.com/art/valditara-stop-reddito-cittadinanza-chi-interrompe-studi-AE5knkJC.
[10] Chiara Saraceno, La povertà e i limiti del nuovo reddito, «La Stampa», https://www.c3dem.it/wp-content/uploads/2023/01/la-poverta-e-i-limiti-del-nuovo-reddito-c.-saraceno-alst.pdf/
[11] Report Istat, Livelli di istruzione e partecipazione alla formazione, anno 2020, https://www.istat.it/it/files/2021/10/REPORT-LIVELLI-DI-ISTRUZIONE-2020.pdf
[12] K. Marx, Il Capitale, Libro I, cap. XXIV, Editori Riuniti, Roma, 1977, pp. 777-826: http://www.criticamente.com/marxismo/capitale/ capitale_1/Marx_Karl – IlCapitale – Libro_I_-_24.htm
[13] M. Calderone: “Il Rdc diventerà reddito di inclusione. Cuneo fiscale al -5%”, Affari Italiani, 2 gennaio 2023: https://www.affaritaliani.it/politica/calderone-il-rdc-diventera-reddito-di-inclusione-cuneo-fiscale-al–5-833017.html
[14] Per approfondimenti, ci permettiamo di rinviare al nostro testo: A. Fumagalli, C. Morini, “Contro il lavoro coatto per una riforma degli ammortizzatori sociali”, 5 luglio 2022: http://effimera.org/contro-il-lavoro-coatto-per-una-riforma-degli-ammortizzatori-sociali-di-andrea-fumagalli-e-cristina-morini/
[15] A. Fumagalli – G. Giovannelli – C. Morini, a cura di, La rivolta della cooperazione. Sperimentazioni sociali e autonomia possibile, Mimesis, Milano 2018.

Articolo pubblicato su Effimera il 30 gennaio 2023
Articolo pubblicato in contemporanea su Machina

Articolo tradotto in spagnolo e pubblicato su il periodico El Salto

Foto di Amine M’siouri da Pexels

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La dittatura della finanza e il mercato del gas 

Porto di Sabetta, sulla penisola di Yamal, nella Russia artica – Aleksandr Rumin/TASS

di Andrea Fumagalli

Prefazione

Il 12 e 13 settembre 2008, nel pieno del crollo finanziario dei subprime negli Usa, due giorni prima del fallimento della Lehmann Brother (15 settembre 2008), a Bologna si svolgeva un convegno organizzato da UniNomade sui mercati finanziari e la crisi dei mercati globali. Gli atti di quel convegno (e molto di più) verranno pubblicati l’anno successivo da Ombre Corte a cura di Andrea Fumagalli e Sandro Mezzadra con il titolo Crisi dell’economia globale. Mercati finanziari, lotte sociali e nuovi scenari politici [1]. All’interno di quella raccolta di saggi, compariva un testo di Stefano Lucarelli: “Il biopotere della finanza”. All’epoca, tale titolo ci pareva più che mai azzeccato per descrivere il dominio delle oligarchie finanziare nel definire le traiettorie di accumulazione del nuovo capitalismo delle piattaforme, che da lì a poco sarebbe emerso dalle ceneri di quella crisi.
Oggi a quasi 15 anni da quegli eventi, possiamo dire di aver sottovalutato il problema. Certo, la nostra analisi si era rivelata più che corretta nel sottolineare il ruolo centrale e dominante della finanza speculativa nel nuovo (dis)ordine monetario internazionale e il tendenziale declino del dollaro come moneta di riserva internazionale. Ma nel frattempo, il biopotere (che poteva dare origine anche a qualche forma di contropotere, come illusoriamente ha fatto credere la parabola del bitcoin) si è trasformato in una vera e propria dittatura.

La finanziarizzazione delle materie prime

Ciò che sta succedendo nella determinazione del prezzo del gas nel mercato di Amsterdam lo conferma ampiamente. Già nel passato c’erano state avvisaglie della capacità della speculazione finanziaria, oggi sempre più essenza e anima dei mercati finanziari, di stravolgere in modo quasi irreversibile le stesse regole di funzionamento di un mercato neo-liberista. Nel 2008, ad esempio, il prezzo del petrolio aveva registrato un’impennata dai 70$/barile del dicembre 2007 ai 142$/barile dell’estate 2008, per poi calare entro la fine dell’anno a quota 33$: una bolla speculativa che si era sgonfiata, però, molto rapidamente.
Ma ciò che sta succedendo al mercato del gas presenta novità che devono essere sottolineate. Fino a pochi anni fa, le dinamiche di mercato e il prezzo che si determinava nello scambio reale tra domanda e offerta delle commodities erano la base sulle quali si formavano le aspettative sui prodotti derivati (di solito i futures) che alimentano l’attività speculativa. Il prezzo sui mercati reali era la base delle dinamiche speculative e delle convenzioni finanziarie che di volta in volta alimentavano le decisioni speculative.
Oggi avviene l’opposto. Sono le aspettative sulla dinamica futura dei prezzi rappresentate dal valore dei futures sul gas o su altre merci a determinare il prezzo dello scambio di mercato. Così avviene nel principale mercato per gli scambi all’ingrosso di gas, denominato Title Transfer Facility (TTF). Si tratta di una piattaforma virtuale (e un indice) della borsa di Amsterdam, nei Paesi Bassi, in cui si vendono e si acquistano gas (poco) e futures sul gas (molto), cioè contratti per scambiare una certa quantità di gas in una data futura e a un prezzo prestabilito. La logica è dunque puramente speculativa. Il prezzo che si determina non è influenzato dall’effettiva domanda e offerta di gas ma dalle aspettative future.
È l’esito della liberalizzazione del mercato dell’energia, voluta dal Trattato di Cardiff del 1996, che, in nome della libera concorrenza, ha eliminato qualsiasi forma di regolamentazione del prezzo del settore. Il paradosso è, contrariamente a quanto auspicato dai fautori del libero mercato, che il prezzo dell’energia non deriva più dall’incontro tra domanda e offerta ma dall’attività speculativa che origina dallo stato delle attese sul futuro del mercato. Il che dipende in modo massiccio soprattutto da fattori geopolitici e geoeconomici che poco hanno a che fare con l’effettivo andamento del mercato.
Si sostiene che l’aumento del prezzo del gas sconta previsioni negative su ciò che accadrà all’offerta di questa materia prima, scommettendo su una sua presunta scarsità futura. A differenza di ciò che accadde con il petrolio nel 2008 – la cui presunta scarsità venne innescata dalla notizia che i giacimenti di Baku erano sul punto di terminare – oggi la supposta insufficienza del gas si fonda sulla forte instabilità geo-politica internazionale e sulle tensioni internazionali tra Usa, Cina e Russia.
La realtà attuale del mercato è, in effetti, un’altra. Il gas non è affatto, al momento, una risorsa naturale scarsa. Secondo il rapporto Eni “Natural Gas – Supply and Demand” all’interno della World Energy Review, pubblicata il 26 luglio 2022, le attuali riserve sono sufficiente a colmare il fabbisogno crescente per oltre 59 anni.  Inoltre, occorre ricordare che è in forte aumento la produzione di biometano derivante dall’utilizzo del letame degli animali.  Al 31 dicembre 2021 (ultimo dato disponibile) le riserve mondiali ammontavano a 202.179 miliardi di metri cubi: erano 172.742 miliardi nel 2005. Il 40% di tali riserve si trova nel medio oriente, il 33% in Russia e nell’Asia Centrale, l’8% in Africa e nel Nord America, solo il 2% in Europa. Nel corso del 2021, la produzione globale è stata di 4.050,35 miliardi di metri cubi. Il consumo è risultato inferiore, pari a 4.027,04 miliardi. Siamo così in presenza di un eccesso di offerta che dovrebbe portare ad un ribassamento del prezzo o per lo meno non ad un suo aumento.
Ma non è così che è andata, anzi. Nel corso del 2021 (prima quindi dell’invasione russa in Ucraina), il prezzo TTF del gas quotato alla borsa di Amsterdam è aumentato del 402%. Gli esperti giustificano tale andamento con il fatto che si è verificato un aumento del consumo di gas pari al 4,6%  dovuta all’inverno lungo e freddo nei primi mesi del 2021, che ha determinato un maggiore ricorso al riscaldamento, seguito da un’estate prolungata e calda che ha causato un maggiore utilizzo di dispositivi di raffreddamento, accompagnato dall’aumento della domanda di gas naturale liquefatto con la conseguente impennata dei prezzi di quest’ultimo e infine dall’aumento del consumo di gas in Asia dovuto alla ripresa economica. Si tratta di fattori che certamente concorrono a smentire la presunta scarsità della materia prima ma non sono sufficienti a far supporre un prossimo deficit d’offerta.
Nel 2022, l’invasione della Russia in Ucraina è stata la classica goccia può fare traboccare un vaso comunque già pieno, aggiungendo ulteriore incertezza e instabilità. E sappiamo come la speculazione vada a nozze in queste situazioni. Occorre tuttavia notare che possibili restrizioni nell’offerta di gas all’Europa da parte della Russia sono anche il corollario delle sanzioni europee. Il divieto di esportare in Russia componenti tecnologiche, necessarie alla manutenzione dei gasdotti e degli impianti di estrazione del gas, mina infatti la capacità produttiva russa, riducendo, di conseguenza, i ricavi derivanti dalla vendita del gas. I costi che ne conseguono per la Russia sono, tutto sommato, inferiori a quelli che i paesi europei rischiano di pagare, prima di riuscire ad affrancarsi dalla dipendenza dal gas russo.
Negli Stati Uniti, di converso, il prezzo del gas naturale per famiglia, misurato in kWh, fissato sul mercato Henry Hub, punto di distribuzione per gli Usa, situato in Louisiana, è passata da 0,0094$ del gennaio 2021 a 0,0134 di dicembre (+ 42% circa). Un aumento di gran lunga inferiore a quello registratosi ad Amsterdam (+ 402%, come abbiamo visto), perché nel mercato Usa del gas i futures sulle materie prime hanno un ruolo decisamente più limitato. Ciò dipende dal fatto che i prodotti derivati si scambiano su un mercato diverso poiché vengono quotati principalmente a Chicago e non in Louisiana. E infatti a fine agosto 2022 il prezzo sul mercato americano Henry Hub è pari a 0,043$ per kWh contro un prezzo medio mondiale pari a 0,75kWh e a un prezzo europeo di circa 0,136$, oltre il triplo. È la conferma che in Europa il prezzo a cui si scambia il gas è l’esito della finanziarizzazione del mercato e della dittatura dell’attività speculativa.

Cui prodest?

L’attività speculativa conviene a molti. In primo luogo ai grandi fondi speculativi che creando la bolla rialzista possono ottenere elevate plusvalenze, per poi ritrarsi al momento opportuno, così come è successo per altre convenzioni speculative (ad esempio, quelle sui titoli di stato greci e italiani nel 2011). Ma conviene soprattutto alle grandi imprese energetiche. Chi può usufruire di contratti standard di lungo periodo con i produttori di gas grezzo (come la Gazprom) gode di condizioni estremamene vantaggiose con un prezzo bloccato a livello molto inferiore all’attuale prezzo di vendita. Chi non ha questo privilegio, può sempre acquistare il gas sul mercato americano ad un prezzo decisamente più conveniente.
Non stupisce che solo nel primo trimestre del 2022, secondo i dati di Arera (Autorità di Regolazione per Energia, Rete, Ambiente), le bollette della luce siano cresciute del +131% rispetto allo stesso periodo del 2021, +94% il gas. Gli extra-profitti incamerati dalle società dell’energia grazie alla differenza tra i costi di produzione e il Pun (acronimo di Prezzo Unico Nazionale, ovvero il prezzo di riferimento all’ingrosso dell’energia elettrica che viene acquistata sul mercato della Borsa Elettrica Italiana – IPEX – Italian Power Exchange) valgono, secondo le stime Assoutenti, la bellezza di 27,9 miliardi di euro solo nel primo trimestre del 2022. Il ministero dell’Economia aumenta la cifra a 40 miliardi. Il guadagno è evidente.
Pensare di limitare l’attività speculativa con un decreto non è possibile. Ma alcuni interventi potrebbero essere utilmente introdotti. Ad esempio, lo scorporo del mercato del gas da quello dell’energia elettrica e delle fonti rinnovabili. Ad Amsterdam, il prezzo del gas al TTF viene fissato con il sistema delle aste al prezzo marginale (Sistem Marginal Price), che di fatto porta a corrispondere il prezzo più alto tra quelli offerti. La particolarità dell’asta marginale sta nel fatto che, nella fissazione del prezzo dell’energia, non conta da quale fonte la stessa sia stata prodotta (rinnovabile, gas, carbone, nucleare); infatti, alla fine dell’asta tutti gli intermediari pagheranno quanto acquistato al prezzo marginale, ovvero l’ultimo prezzo che viene accolto – ovviamente, il più alto fra quelli offerti.
Paradossale è infine il fatto che il volume delle transazioni di gas scambiate ad Amsterdam rappresentino una quota risibile del totale europeo (3-4%: dati Arera) ma indicativo che Amsterdam sia il mercato europeo dominante per la compravendita di titoli futures. Poiché il mercato TTF viene gestito da Gasunie, società olandese che controlla buona parte della rete del metano dei Paesi Bassi, oltre ad alcuni gasdotti europei (pur essendo di proprietà di Intercontinental Exchange (ICE), gigante delle piattaforme finanziarie, proprietaria anche di Wall Street), l’Olanda può godere di vantaggi economici e finanziari che portano il paese a incrementare la propria bilancia commerciale e dei pagamenti a svantaggio di altri paesi europei come Germania, Spagna e Italia. Motivo più che sufficiente per spiegare la contrarietà dell’Olanda a introdurre un limite di prezzo (price gap) a livello europeo.
Al di là di queste considerazioni, la finanziarizzazione del gas ci illustra come oggi la determinazione dei prezzi sia sempre meno dipendente dagli scambi reali, materiali, del bene in oggetto ma sempre più da variabili extra-mercato di tipo finanziario. Si tratta della morte del tradizionale libero scambio di mercato, con buona pace degli economisti liberisti. La teoria della domanda e dell’offerta, base principale della microeconomia neoclassica, perde di senso. La dittatura della finanza mostra qui tutta la sua potenza.

NOTE

[1] Tra i numerosi testi italiani che, in quegli anni, hanno trattato il tema della crisi finanziaria, la maggior parte con un taglio mainstream, questo è quello che avuto il numero maggiore di traduzioni all’estero: inglese, tedesco, spagnolo, portoghese, turco, coreano, giapponese.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 3 settembre 2022

La dittatura della finanza e il mercato del gas  Leggi tutto »

Mario Draghi: il massacro delle illusioni

Immagine: Regno Unito, 1915, operaie impiegate nella lavorazione del TNT, trinitrotoluene o tritolo

di Joe Vannelli

Là dove si trova un esercito i prezzi sono alti,
là dove i prezzi salgono la ricchezza del popolo
si esaurisce. Quando la ricchezza è esaurita il
popolo sarà afflitto da richieste fiscali pressanti.

Sun Zu, L’arte della guerra
(Milano, 1965, II, XII, pag. 119)

In occasione del 1 maggio 2022 è stato reso noto l’annuale rapporto Censis-Ugl e non è difficile scorgere nell’elaborazione e nella ricchezza di dati sostanziali l’insegnamento di Giuseppe De Rita, fondatore dell’Istituto nel 1964 e dal 2021 membro del Consiglio d’Indirizzo presso Palazzo Chigi. A dispetto dei suoi novant’anni al governo sentono ancora il bisogno di questo inossidabile grand commis formatosi, come Mario Draghi, presso i gesuiti, nel liceo romano Massimiliano Massimo.

I dati oggettivi degli studi statistici

Lo studio pone questioni oggettivamente ineludibili che, tuttavia, i nostri parlamentari si ostinano a non ritenere tali. In dieci anni, ovvero da quando un mediocre economista, Mario Monti, ebbe a varare una disastrosa riforma delle norme che regolano il rapporto di lavoro e il trattamento pensionistico (2012), invece della promessa ripresa, abbiamo registrato un crollo. La retribuzione di fatto è diminuita in modo assai consistente, la misura individuata dalla ricerca è pari ad 8,3%; questo dato, già significativo, risente ora, di giorno in giorno, degli effetti connessi all’inflazione, e in particolare all’andamento dei prezzi nel settore energetico. Oggi, dopo la cura elaborata da pretesi esperti, il 13% della popolazione italiana si colloca sotto la soglia di povertà, proprio mentre una canea di analfabeti, spacciati per studiosi e/o giornalisti, non si fa scrupolo di invocare il taglio del reddito di cittadinanza e perfino degli ammortizzatori sociali. Il rapporto del Censis pubblicato il 3 dicembre 2021 (prima della guerra in Ucraina) è implacabile: l’Italia è l’unico fra i 38 paesi che aderiscono all’OCSE – organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – in cui la retribuzione dei lavoratori è diminuita nel trentennio 1990/2020, nella misura del 2,9%. Nello stesso arco temporale si è registrato un aumento salariale del 31,1% in Francia e del 33,7% in Germania. Dunque l’alternanza dei governi di centrodestra, di centrosinistra e di tecnici non ha comportato mutamenti di rotta, con malvagia coerenza ha sempre trovato conferma l’esproprio sistematico dei salariati.

Con l’inflazione il dispotismo attacca

Nel corso dell’audizione alla Camera in data 27 luglio 2021 il presidente di ISTAT, Gian Carlo Blangiardo, ha confermato (pagina 12) che è in forte crescita la povertà assoluta e non solo nelle regioni arretrate: nel nord ovest si è passati dal 5,8% al 7,9% mentre nel nord est dal 6% al 7,1%. L’allargamento della forbice caratterizza, sia pure in forma meno accentuata, anche i paesi del nord, Belgio e Olanda compresi.

Secondo le sostanzialmente unanimi diverse rilevazioni economiche già nell’ottobre del 2021 – dunque prima della guerra – l’inflazione si è posta come elemento costante, tanto da determinare un aumento dei costi di produzione industriale prossimo al 20%, con inevitabili effetti a cascata. In particolare vi è stato un incremento, clamoroso e inarrestabile, dei prezzi nel settore energetico: elettricità, gas, petrolio sono raddoppiati e le stime meno inquietanti si collocano comunque almeno sulla soglia di 80%. Nonostante il taglio drastico delle retribuzioni percepite sia dai subordinati sia dagli autonomi la rete industriale italiana fatica a mantenere il passo, così che, per la prima volta dopo molti anni, gli analisti cominciano a considerare l’eventualità, in alcuni casi, di possibile stagflazione.

L’erosione del reddito esistenziale di fatto subisce inoltre un aumento sinergico a causa del contestuale taglio degli ammortizzatori sociali, che durante la pandemia si è rilevato soprattutto in ambito sanitario, con una palese contrazione dell’assistenza. Mentre i profitti delle società farmaceutiche crescevano in progressione geometrica, sottratti già in origine al fisco e al patrimonio dei singoli stati nazionali, la privatizzazione della salute proseguiva, anche con il quotidiano ricatto di versare una tangente legalizzata o di attendere tempi biblici, con il rischio di morire prima dell’accesso al servizio.

L’attacco al precariato si pone come obiettivo quello di cancellare ogni forma di contrasto e di ribellione alla conquista dell’intera esistenza di ogni suddito, reso precario sul piano contrattuale e impaurito sul piano psicologico; il moderno capitalismo finanziarizzato si articola in forme diverse per esercitare un pieno dominio, ma ciascuna forma ha quale caratteristica comune il dispotismo politico, economico, giuridico, sociale. La guerra e la prevaricazione, la paura diffusa e l’incertezza costante, sono intrinsecamente legate, tutte, all’esercizio del comando, ne sono anzi elementi costitutivi; l’autocrazia del XXI secolo prescinde, a ben vedere, dal tiranno quale soggetto titolare di una propria autonomia, e ormai anche dalla forma stato contingente. Il potere, sempre più sganciato dall’ideologia e dalla religione, si fonda piuttosto sulla menzogna spettacolare, è capace di trasformare il falso oggettivo in vero reale, con le armi, con la comunicazione, con il denaro, con il terrore.

L’attuale governo italiano di larga intesa intende completare il percorso intrapreso colpendo le due ultime roccaforti di resistenza popolare: la casa e il risparmio della famiglia.

La casa. Il recentissimo dibattito sulla revisione degli estimi catastali si prefigge di aumentare il prelievo statale e solo un ingenuo può fidarsi della parola di un banchiere abituato, fin da giovanissimo, ad esercitare l’arte della speculazione, mentendo ai mercati. Mario Draghi non riusciva a trattenere un sorriso divertito mentre spiegava ai membri delle due Camere che la rivalutazione del valore degli immobili non si sarebbe in nessun caso concretata in un maggior costo per la vasta platea dei piccoli proprietari: non si capacitava di essere creduto! Già. In Italia, negli anni trascorsi, grazie soprattutto alla forza del movimento operaio e contadino, i meno abbienti avevano ottenuto il mattone, percepito come un bene rifugio in cui ripararsi durante i tempi grami. Come noto il nostro è il paese europeo in cui i ceti popolari hanno, in percentuale, la maggior quota immobiliare, non solo di prime case, ma anche di laboratori artigianali, abitazioni rurali o di secondo soggiorno.

Il risparmio di famiglia è un’altra caratteristica peculiare italiana. Difficile calcolarlo esattamente – gli italiani sono gente che diffida dei potenti e dello stato – ma con gli strumenti informatici nascondersi diventa ogni giorno più difficile: richiede una professionalità che solo gli speculatori finanziari possiedono in pieno. Secondo il Censis il risparmio/patrimonio si è ridotto del 5,3% negli ultimi dieci anni; i depositi ammontano comunque a 967 miliardi, una somma considerevole. I dati offerti presentano tuttavia contraddizioni evidenti, generati probabilmente dalla diversa modalità di acquisizione. Secondo ABI (la struttura bancaria) il risparmio complessivo sarebbe cresciuto del 10% fra il 2019 e il 2020, calcolandolo in 1.737 miliardi; Eurostat rileva invece un calo del 4,6% nel 2021 in confronto ai trimestri precedenti, con un taglio che non ha determinato aumento di consumi (questo vorrebbe dire che l’uso delle somme accantonate è servito per far fronte a debiti già accumulati, non per investimento).

Necessiterebbe una lettura più ragionata per comprendere meglio il significato esatto di questi numeri, apparentemente in contrasto logico, e lascio volentieri il compito a chi possiede maggiore professionalità e competenza. Rimane tuttavia – e questa è una valutazione politica più che strettamente tecnica – che si prospetta assai probabile un programma di aggressione alla quota di risparmio, nella migliore delle ipotesi per trasformare risorse inutilizzate in investimenti produttivi (magari speculativi), nella peggiore per sanare il deficit senza toccare le grandi imprese. O, forse, nell’ottica a breve termine che caratterizza il progetto neoliberista negli ultimi anni, solo per sopravvivere un altro semestre, senza curarsi della prossima generazione, magari sperando in una qualche neo-hegeliana astuzia della storia.

Il dispotismo di Mario Draghi

Alberto Quadrio Curzio, un valtellinese sempre attento alle cose del mondo, fu tra i primi a cogliere l’importanza della riunione romana in cui fu presentato il rapporto elaborato da Mario Draghi e Raghuram Rajan su richiesta del Gruppo dei Trenta. Il titolo era assai suggestivo: Reviving and Restructuring the Corporate Sector post Covid. Rajan era stato il governatore della banca indiana di stato fra il 2013 e il 2016; di lui ricordiamo un saggio scritto a quattro mani con Luigi Zingales, Saving Capitalism from the Capitalists, elogio senza remore del più bieco liberalismo finanziario, privo di qualsivoglia tentazione pacifista o anche solo solidaristica. Dopo la rottura con il leader nazionalista indiano Narendra Modi, Rajan era rientrato a Chicago, accompagnato dall’accusa di aver utilizzato e trasmesso, per fini propri, informazioni riservate. A Roma era presente Janet Yellen, attuale segretario del tesoro nell’amministrazione Biden; l’Italia sarebbe stato il laboratorio politico economico del nuovo corso americano, con il conferimento dell’incarico di governo a Mario Draghi. Quando il Gruppo dei Trenta propone – la sede è a Washington – e il governo USA approva, i parlamentari italiani debbono eseguire, limitandosi di volta in volta a ripartire i voti fra una maggioranza richiesta e un’opposizione che, per decoro istituzionale, deve, almeno apparentemente, esistere. Il presidente emerito dell’Accademia dei Lincei, professor Quadrio Curzio, nel suo acuto commento del 16 dicembre 2020, mostrò di aver perfettamente compreso l’ormai prossimo procedere degli avvenimenti politici, in Italia e in Europa. Neppure due mesi dopo, il 13 febbraio 2021, il nuovo esecutivo prestava giuramento preparandosi a realizzare quanto deliberato out there. I rappresentanti dei lavoratori italiani, nelle due Camere, negli enti territoriali, nei sindacati, si guardarono bene dal lottare contro e perfino dal protestare con troppa energia. Un po’ per interesse, un po’ per codardia, ma soprattutto per mancanza di prospettive concrete e di seguito nel territorio. Si sono guadagnati sul campo il disprezzo con cui vengono trattati.

La strage delle illusioni

In un breve saggio scritto nel 1824 (Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani) Giacomo Leopardi notava che l’ambizione può aver varie forme e vari fini. Una volta ella era desiderio di gloria, passione che fu comunissima. Ma ora questa è cosa troppo grande, troppo nobile, troppo forte e viva perch’ella possa aver luogo nella piccolezza delle idee e delle passioni moderne, ristrette e ridotte in angustissimi termini e in bassissimo grado dalla ragione geometrica e dallo stato politico della società … e la gloria è un’illusione troppo splendida e un nome troppo alto perché possa durare dopo la strage delle illusioni.

Da ormai tre mesi il tema della guerra è dominante. Prima dell’invasione russa in Ucraina lo scontro epocale che caratterizzava la cronaca italiana era fra presunti sì vax e presunti no vax; ora la contesa riguarda i difensori della libertà democratica (la NATO) e i paladini dell’autocrazia (Putin). A ogni facchino/a precario/a del settore logistico e a ogni addetto/a all’inserimento dati nel gran mare telematico immateriale viene chiesto di schierarsi; il quesito è presentato con tale impeto che riesce difficile evitare una risposta, e molto spesso, pur di farla finita, si risponde con la pancia, magari a casaccio, in ogni caso senza convinzione.

La resistenza presuppone la caduta del governo e la sua sostituzione con altra struttura istituzionale controllata dall’occupante; sicuramente fu il caso francese durante la seconda guerra mondiale, quando i ribelli guidati da De Gaulle si unirono all’opposizione socialcomunista per rovesciare il governo di Vichy. E sicuramente non è il caso della repubblica Ucraina, visto che il governo rimane in carica. La Russia è attaccante, dunque l’Ucraina è resistente: non c’è dubbio. Ma si tratta di uno scontro fra due eserciti di mestiere, entrambi con una quota di coscritti arruolati a forza e con un supporto di mercenari (chiamati con eufemismo volontari); i rispettivi comandanti non hanno mai inteso mettere in discussione la fedeltà ai rispettivi presidenti. I russi, a differenza del nostro Manzoni, non coltivano il vero per soggetto e chiamano liberazione quella che gli ucraini denunciano come invasione; non c’è dubbio che in base alle vigenti norme del diritto internazionale gli invasi abbiano sempre ragione. Ma insurrezioni, rivoluzioni e conquiste tendono, per loro natura, a rifiutare le regole, preferiscono senza dubbio sottrarsi ad esse; non per caso Russia, America e Ucraina si sono rifiutate fino ad oggi di riconoscere le decisioni del TPI, il Tribunale Penale Internazionale. Usando le norme internazionali vigenti (peraltro spesso disconosciute dagli Stati) quale criterio tecnico giuridico per la risoluzione delle controversie territoriali, dovremmo ri-disegnare la geografia politica del pianeta, cosa per nulla agevole e anzi probabilmente impossibile. Israele dovrebbe restituire il Golan alla Siria? In Somalia a chi assegnare territori vasti come Puntland o Galmudugh?

In realtà Israele sostiene, ad esempio, la piena legittimità della presenza in Golan sulla base di una articolata sequenza di ragioni politiche (la cui validità è negata dalla Siria) così come il Puntland fonda la propria, non riconosciuta, autonomia su una sorta di diritto naturale. Il conflitto fra giusnaturalismo e positivismo giuridico dura fin dalla notte dei tempi. La distinzione fra aggredito e aggressore è certamente suggestiva, e altrettanto certamente non priva di importanza; ma non risolve il problema connesso alla guerra e le grandi potenze non hanno mai deciso, in concreto, chi sostenere sul solo rilievo di chi avesse preso l’iniziativa. La letteratura militare è ricca di testi sulla guerra preventiva intesa come guerra difensiva; una giustificazione teorica si trova sempre per ogni azione.

Ucraina e Russia vogliono entrambe il possesso e il controllo sulla Crimea e sul Donbass; la prima per la posizione strategica, il secondo per i giacimenti di gas, petrolio e altre ricchezze del sottosuolo. Non intendono rinunziare a questa formidabile opportunità, e si trascinano dietro i rispettivi oligarchi (più banalmente: imprenditori avventurosi e avventurieri) i quali, negli anni, hanno accumulato fortune immense sfruttando la manodopera e depredando le comunità. La messa in scena spettacolare dei princìpi universali più diversi è solo un espediente per nascondere la realtà di una guerra per le risorse e per il controllo di un mare.

Mario Draghi è schierato con gli Stati Uniti, con la NATO, con le banche occidentali, con i suoi amici di sempre. Non cerca gloria e non cerca libertà; il suo interesse è rivolto esclusivamente al bottino, l’unico fascino cui, fin dall’infanzia, si mostra costantemente sensibile, con lodevole coerenza. Quest’uomo è andato oltre l’ormai superata etica protestante descritta da Max Weber; l’ha rinnovata con il cattolicesimo meticcio di Biden, un misto di liberismo e di Santa Inquisizione, forgiato nelle parrocchie del Delaware. Il capitalismo di Putin si prefigge lo stesso obiettivo. Per mettere le mani sul medesimo bottino non esita ad invocare i sacri valori del cristianesimo ortodosso, la tradizione imperiale zarista, perfino le imprese dell’Armata Rossa.

Nella incessante ricerca del profitto, inteso come bene Supremo, Putin, Biden, Draghi e Zelensky hanno ucciso i valori; piegando alla moneta democrazia e libertà si sono macchiati di un crimine, la strage delle illusioni.

La legislatura si avvia a conclusione

Piuttosto in sordina la legislatura si avvia verso la naturale conclusione e nelle file dei partiti monta un sordo rancore, si moltiplicano i complotti, si preparano le risse. Il taglio al numero di parlamentari alimenta il clima di sospetto e di congiura, senza che ad oggi sia stato possibile risolvere la questione della legge elettorale, fra le due ipotesi del maggioritario e del proporzionale. Le ormai vicine elezioni amministrative non sembrano sufficienti, comunque vadano, a determinare la scelta. Nel frattempo i due rami del Parlamento vivacchiano rassegnati alla loro irrilevanza, chiamati solo a ratificare le decisioni del Gruppo dei Trenta e della Commissione, trasmesse con arroganza da Mario Draghi senza consentire modifiche o, tantomeno, rifiuti. Quando una forza di maggioranza abbozza forme di protesta provvede la cosiddetta opposizione al salvataggio dell’Esecutivo; davvero la cabina di comando può contare su larghe intese.

I risultati del 2018 erano stati, in una certa misura, sorprendenti. Il primo governo Conte, definito gialloverde, si chiuse con una rottura, ma, a differenza di quanto sperava il gruppo dirigente leghista, non portò ad elezioni anticipate. Seguì invece il secondo governo Conte, definito giallorosso, con maggioranza nuovamente risicata, ma unita grazie al collante di un imprevisto, la pandemia. E si caratterizzò per l’introduzione del meccanismo tecnico giuridico di leggi delega, decreti legge convertiti mediante apposizione della fiducia e decreti ministeriali. Questo metodo di governo, a modo suo innovativo, ha creato un precedente che sarà nel prossimo futuro difficile rimuovere. Mario Draghi lo ha ereditato e ben volentieri confermato, esautorando le Camere nonostante l’ampiezza del consenso.

Dopo la pandemia anche la guerra non è sfuggita alla regolamentazione sganciata dal dibattito parlamentare, sottraendo ad ogni verifica di merito la scelta di appoggio militare alla NATO e agli USA. In assenza di voto parlamentare il Governo Draghi ha varato, a distanza di pochi giorni (25 e 28 febbraio 2022), due decreti legge di immediata attuazione (n. 14 e n. 16). Il primo disponeva (articolo 2) la cessione gratuita di mezzi non letali di protezione per le autorità governative ucraine con scadenza 30 settembre. Il secondo, tre giorni dopo, modificava radicalmente il quadro. Senza alcuna limitazione – e in assenza di riferimenti al costo o alla gratuità – il primo comma dell’art. 1 disponeva: fino al 31.12.2022 previo atto di indirizzo delle Camere è autorizzata la cessione di mezzi, materiali, equipaggiamenti militari. Una vera e propria delega in bianco, da esercitarsi a mezzo di decreti ministeriali che non necessitano più del voto parlamentare. Decide dunque il ministro della difesa, Lorenzo Guerini (PD, corrente moderata), di concerto con Luigi Di Maio (esteri, 5 Stelle) e Daniele Franco (economia, Banca d’Italia), senza rendere conto a nessuno; per aggiunta, con ulteriore innovazione, il testo con l’elenco delle armi è secretato. Quattro giorni dopo l’invasione si prevedeva dunque non una guerra lampo (come cianciano i commentatori) ma un conflitto presumibile fino al 31 dicembre (almeno dieci mesi) con impiego illimitato di forniture militari alla repubblica ucraina per la difesa del territorio nazionale. Il decreto legge n. 14 è stato poi convertito nella legge 5 aprile 2022 n. 28, assorbendo il contenuto del decreto n. 16, lasciato decadere, con salvezza dei provvedimenti adottati (l’invio di armi). Non è vero pertanto che esistano limiti, qualitativi e quantitativi, all’invio di forniture belliche in Ucraina; è vero invece che le due Camere (contro il volere dei cittadini italiani, almeno secondo tutti i sondaggi) hanno rimesso ogni decisione al ministro Lorenzo Guerini, rendendolo libero di fare quel che vuole fino al 31 dicembre 2022, quale che sia la spesa. A prescindere direbbe Totò.

In questo caotico svolgersi degli eventi non si possono neppure escludere del tutto sorprese, con elezioni anticipate entro l’anno. Ma, con maggiore probabilità, la gestione affidata dal Gruppo dei Trenta a Mario Draghi proseguirà senza incontrare altro ostacolo che il mugugno. Questo, dal punto di vista precario, è un vero peccato.

La caduta del governo sarebbe un fatto positivo

Il precariato italiano nulla avrebbe da perdere, anche se poco da guadagnare, in caso di inattesa crisi del governo Draghi.

La composizione attuale regge su un compromesso elaborato dal neocapitalismo finanziario, per necessità contingente: per poter completare l’opera di precarizzazione e sottomissione ai danni di un’intera popolazione lascia vivere il vecchio apparato di funzionari, di faccendieri, di gendarmi, quando occorre perfino di criminali (questi ultimi con maggiore prudenza, naturalmente). Le cariche e le provvigioni servono anche a questo; il ceto imprenditoriale emergente si è dimostrato capace di aspettare con pazienza il concludersi della transizione, si accontenta per ora del denaro senza rinunziare al sogno del potere anche formale.

L’insieme dell’apparato è ancora necessario per rendere inoffensiva l’opposizione, distribuendo con sapienza qualche buona occasione ai ribelli più utili mediante cooptazione oppure estromettendo le menti potenzialmente più pericolose. L’opera di bonifica procede con metodo; l’arruolamento dei rappresentanti eletti nel territorio, in sede nazionale o europea, sembra rassicurare la cabina di comando. Bisogna saper cogliere l’occasione, magari con maggior utile di un Bobby Seale o di una Angela Davis. Mario Draghi è un esempio, quanto a proficua riservatezza. Dal matrimonio con la discendente di Bianca Cappello (la moglie di Francesco de’ Medici) sono nati due figli: Giacomo si occupa dal 2017 di investimenti speculativi (i famosi hedge funds) per LMR Partners (2,5 miliardi) e Federica, dirigente di Genextra, attende il via libera per il fondo farmaceutico X Gen (il programma è quello di guadagnare investendo in farmaci e vaccini). Qualcuno ritiene che possa sussistere un conflitto di interesse, ma il fedele bracco ungherese conosce bene l’intera famiglia e giura che non esiste alcun pericolo; a Città della Pieve è rigorosamente vietato parlare di affari. L’unico a protestare, abbaiando, è un altro cane, ma totalmente inaffidabile: si tratta di Vernyi, il molosso turcomanno di Putin, discendente di una razza abituata ad accompagnare i mongoli durante l’invasione dell’Europa centrale.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 30 maggio 2022

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Era uno di quelli

di Vincenzo Andraous

Su un quotidiano c’era un articolo posizionato in modo da esser letto poco e male, diceva che nella parte abbandonata di un Ferrotel,  era stato trovato sopra un materasso lacero e sporco, un extracomunitario privo di vita.
E’ trascorsa una settimana per scoprire nei sotterranei di una mensa-accoglienza, il corpo senza  vita di una persona, di un ultimo perfino nella malattia.
E’ quanto meno indecente che un episodio del genere passi sotto silenzio, come fosse la risultanza  di un dazio collaterale da mettere in conto, da sopportare e digerire, a fronte di un’inondazione dell’essere “diverso”, che tanto fa adirare  e imprecare chi in casa propria non ha più diritto di vivere in sicurezza.
E’ formidabile l’atteggiamento indifferente e anche intimidatorio dei mass-media, quando intendono cavalcare la tigre nazional-popolare, che vorrebbe le strade pulite, mai più auto in doppia o tripla fila, ma anche e soprattutto poter mandare a quel paese il vigile che redige l’eventuale sanzione.
Indifferenza come strumento di difesa al dilagare della minaccia incombente, del bisogno di sicurezza e protezione, indifferenza verso chi muore senza fare baccano, verso chi disturba da vivo e finalmente diparte senza più scocciare alcuno.
E’ indifferenza a voler allontanare un peso, un carico, perfino il ritaglio di un giornale, è fastidio per quanti s’affannano a non volersi mischiare nelle differenze, quelle che tracciano un confine alle parole spese male, avvinghiate con il filo spinato delle bugie, quelle che non concedono scampo, non consegnano giustizia, invece lacerano disponibilità e buoni sentimenti, menzogne come gli atteggiamenti mentali volutamente disattenti.
E’ morto un immigrato, non un clandestino, un uomo in possesso del necessario permesso di soggiorno, con i requisiti richiesti ben conservati al fondo delle tasche.
Intimidazione mascherata dalla tragicità dell’evento, perché nelle poche righe a epitaffio, c’è malcelata e irriverente la stoccata alla cultura dell’accoglienza, verso quella politica eretta a  norma da rispettare, nei riguardi della fede e delle fratellanze allargate, c’è intimidazione  oltre che indifferenza, nella facilità con cui dividiamo, sommiamo, per meglio rendere conforme e accettabile un onere fastidioso.
“Lavora e non commettere reati, il resto è affar tuo, chiaramente anche il morire, nel massimo rispetto della pace altrui”.
Un piccolo articolo a margine, in fin dei conti se ne è andato uno dell’est, uno di quelli regolari, che fatica davvero nei cantieri, nelle fabbriche, uno di quelli che non ha creato disturbo precario, né problemi all’imprenditore di turno per qualche sfortunato incidente.
Uno di quelli che non intaccava la libertà degli altri, di coloro che neppure lo vedevano, un uomo invisibile, di quelli usati per le braccia sempre pronte all’alzo, quelli delle otto ore di lavoro, e delle altre più dure, a comando.
E’ morto uno di quelli che non  consumava la cena in famiglia, lavorava di giorno e arrancava la notte nel sonno, nel tentativo di rimettere insieme qualche nuova speranza.
Della sua storia personale, della sua dignità e di noi stessi sparsi all’intorno, non interessa a nessuno.

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