Punto rosa

Protestantesimo e differenza sessuale: storia di un incontro

Maria Paola Fiorensoli
Luce Irigaray la definì “forse l’unica grande rivoluzione riuscita del Novecento”. Parlava del percorso di movimenti femministi che avevano introdotto il pensiero della differenza e allargato lo sguardo a tutte le componenti e le variabili dei vissuti, ripensando il mondo.

Che cosa succede quando il pensiero della differenza incontra un percorso di fede, si è chiesto un gruppo di donne diverse per età, lavoro, formazione professionale e inserimento nelle chiese, gravitante intorno alle Valle Valdesi? Dopo un lungo confronto e scavo, nel partire da sé, Sabina Baral, Ines Pontet, Giovanna Ribet, Toti Rochat, Francesca Spano, Federica Tourn e Graziella Tron, hanno pubblicato La parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi, aggiungendovi le riflessioni di Franca Long “sull’altra metà del cielo”, di Daniela Di Carlo sul pastorato femminile, di Bruna Peyrot sui linguaggi di confine (memoria e identità tra storia e letteratura) e altre. Nelle sue tre parti (Da dove veniamo; pensiero della differenza sessuale e ricerca teologica; storia e genealogia), e nella postfazione dedicata alla nascita del libro, le curatrici “esplorano il territorio dei padri per incontrare l’ombra delle madri”, recuperando “la complessità delle vite umane”, “le parole della riscossa del movimento delle donne” ed esperienze di un passato vicino e lontano.

Il rimando al Museo della donna del Serre (Val d’Angrogna, Torino), aperto, nel 1990, dall’Unione femminile valdese locale dopo una significativa ricerca sulla propria genealogia femminile valdese e protestante, fa emergere maestre, balie, diaconesse, istitutrici, emigrate, missionarie, operaie, contadine attraverso oggetti, diari, lettere, fotografie. Più lontano l’incontro con le valdesi medievali; più recente quello con le suffragiste.

L’ampio spazio dedicato “alle portatrici del femminismo dell’uguaglianza e del pensiero della differenza”, nel secondo dopoguerra, offre un percorso critico e autocritico, che nomina le contiguità e le divergenze con le donne della Libreria di Milano e della Comunità filosofica di Diotima, di Verona, cui è tributato “un debito di pensiero” per il forte senso di liberazione per le donne; la distinzione tra autorità e potere; il carattere politico fondamentale della relazione tra donne che permette di superare l’amicalità selettiva e appartenere al genere che annulla le differenze.

Forti della ricchezza ermeneutica del partire da sé, le curatrici analizzano, con “riconoscenza critica” le “resistenze interiori” all’origine delle divergenze con il pensiero della differenza, attraversando la tradizione protestante per rintracciarne le cause: diversità delle rispettive formazioni teologiche; diffidenza verso l’affidamento in generale per la fortissima valorizzazione della libertà di coscienza individuale; polemica antiritualistica; difficoltà, di chi è portatrice di una lunga tradizione, d’accettare le scoperte del discorso sull’ordine simbolico; timore di confondere la dimensione simbolica con quella dell’immaginario; esperienza storica di comunità perseguitata e poi tollerata che spinge a privilegiare il concetto di responsabilità e osteggiare l’estraniazione.

Ribet G., Rochat T., Spano F., Tourn F, Tron G.
La parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi.
Torino: Claudiana, 2007; Isbn 978-88-7016-705-4.

Il paese delle donne, 13 febbraio 2008

Iran: morte per lapidazione, una pena grottesca e inaccettabile

Un rapporto di Amnesty lancia l’allarme per nove donne e due uomini

Nove donne e due uomini in Iran aspettano di essere uccisi a colpi di pietra: Amnesty International ha chiesto oggi alle autorita’ iraniane di abolire la morte per lapidazione e di imporre una moratoria immediata su questa orribile pratica, appositamente studiata per provocare la massima sofferenza nella vittima.

In un nuovo rapporto pubblicato oggi [15-01-08 n.d.r.], in inglese, l’organizzazione ha rivolto un appello urgente al governo iraniano chiedendo di modificare il codice penale del paese e, nel frattempo, assicurare il rispetto della moratoria sulla lapidazione imposta dal Capo dell’autorita’ giudiziaria nel 2002.
“Accogliamo con favore i recenti passi verso le riforme e la notizia che il parlamento sta esaminando emendamenti al codice penale che permetterebbero la sospensione di alcune condanne alla lapidazione nei casi in cui sia ritenuto opportuno – ha affermato Malcom Smart, Direttore del programma Medio Oriente e Nord Africa di Amnesty International.- Tuttavia, le autorita’ devono andare oltre e adottare le misure necessarie per assicurare che il nuovo codice penale non permetta la lapidazione ne’ contempli l’esecuzione per il reato di adulterio con altri metodi”.
Il codice penale iraniano prevede l’esecuzione tramite lapidazione.
Secondo l’articolo 102, gli uomini devono essere sotterrati fino alla vita, le donne fino al petto. Con riferimento al reato di adulterio, l’articolo 104 afferma che le pietre da usare dovrebbero essere ‘non cosi’ grandi da uccidere la persona con uno o due colpi, e nemmeno cosi’ piccole da non poter essere definite pietre’.

Il sistema giudiziario iraniano presenta gravi lacune che spesso sfociano in processi iniqui, anche nei casi di pena capitale. Nonostante la moratoria del 2002 e le smentite ufficiali sulle esecuzioni tramite questa pratica crudele, Amnesty International e’ venuta a conoscenza di alcuni casi di lapidazione.
Ja’far Kiani e’ stato lapidato il 5 luglio 2007 ad Aghche-kand, nella provincia di Qazvin. Era stato condannato a morte per aver commesso adulterio con Mokarrameh Ebrahimi, condannata alla lapidazione per lo stesso reato, dalla quale aveva avuto due figli.
La condanna e’ stata eseguita nonostante un ordine di sospensione dell’esecuzione e in spregio alla moratoria del 2002.
Si e’ trattato della prima lapidazione confermata in via ufficiale dopo la moratoria, sebbene esistano notizie sulla morte per lapidazione di un uomo e una donna a Mashhad, nel maggio del 2006. Si teme che Mokarrameh Ebrahimi possa subire la stessa sorte. La donna e’ rinchiusa nella prigione di Choubin, nella provincia di Qazvin, sembra con uno dei suoi figli.

Amnesty International e’ ugualmente preoccupata per otto donne e due uomini che rischiano la lapidazione e i cui casi sono evidenziati nel rapporto diffuso oggi.
Sono le donne a essere piu’ di frequente condannate a morire per lapidazione, spesso a causa del diverso trattamento che subiscono davanti alla legge e nei tribunali, in aperta violazione degli standard internazionali sul giusto processo. Sono in particolar modo vittime di processi iniqui perche’ meno istruite rispetto agli uomini e per questo motivo indotte piu’ facilmente a firmare confessioni di crimini mai commessi. Inoltre, la discriminazione cui vanno incontro in altri aspetti della loro vita fa si’ che siano piu’ soggette a condanne a morte per adulterio. Nonostante questa cupa realta’, ci sono fondate speranze che la morte per lapidazione venga completamente abolita in Iran.

Sforzi coraggiosi sono stati compiuti dai difensori iraniani dei diritti umani che, in seguito ai due casi del 2006, hanno lanciato la campagna ‘Stop alla lapidazione per sempre!’.
La loro azione ha contribuito a salvare quattro donne e un uomo: Esmailvand, Soghra Mola’i, Zahra Reza’i, Parisa A e suo marito Najaf. Inoltre, un’altra donna, Ashraf Kalhori, ha ottenuto una sospensione temporanea dell’esecuzione.

”Sollecitiamo le autorita’ iraniane a prestare attenzione alle nostre richieste e a quelle degli iraniani che si stanno battendo senza tregua per mettere fine a questa orrenda pratica”, ha dichiarato ancora Malcom Smart. Questi sforzi, pero’, hanno un prezzo elevato.
Gli attivisti per i diritti umani in Iran continuano a subire pressioni e intimidazioni da parte delle autorita’.
Asieh Amini, Shadi Sadr e Mahboubeh Abbasgholizadeh, esponenti di Stop alla lapidazione per sempre!, erano tra le 33 donne arrestate nella prima settimana di marzo 2007 a Teheran durante le proteste contro il processo di cinque attivisti per i diritti delle donne; 31 di esse sono state rilasciate il 9 marzo. Dieci giorni dopo, anche Mahboubeh Abbasgholizadeh e Shadi Sadr sono state rilasciate dietro il pagamento di 200 milioni di tuman (piu’ di 145.000,00 euro). E’ probabile che le due donne verranno processate con accuse quali ‘disturbo dell’ordine pubblico’ e ‘atti contro la sicurezza dello Stato’.

I difensori dei diritti umani in Iran ritengono che la pubblicita’ internazionale e la pressione a sostegno degli sforzi locali possano contribuire a portare un cambiamento nel paese.

Il Paese delle donne online, 16 gennaio 2008