Stati Uniti

Gli USA uccidono i cittadini stranieri nonostante le proteste

(libera traduzione a cura COALIT)

Ciò che l’America fa nelle proprie prigioni in linea di massima e’ affar proprio, ma non sempre. Come questo mese, quando a Jose Medellin, cittadino messicano condannato a morte per lo stupro di gruppo e l’omicidio di due adolescenti avvenuti 15 anni fa a Houston, e’ stata somministrata un’iniezione letale nel carcere di Huntsville, in Texas.
La morte di Medellin ha scatenato un’immediata protesta da parte del Messico, che aveva chiesto che nel caso di Medellin, così come in quello di altri 50 cittadini messicani rinchiusi nei bracci della morte americani, fosse applicato quanto previsto dai trattati in essere, firmati anche dagli USA, in materia di relazioni consolari.
La Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja negli ultimi 5 anni per ben due volte ha chiesto agli USA di riesaminare le condanne a morte emesse nei confronti di cittadini stranieri e la Casa Bianca aveva chiesto al Texas quantomeno di ritardare l’esecuzione [di Medellin], ma nonostante cio’ la scorsa settimana il Texas ha disobbedito a George Bush e al mondo pochi minuti dopo il mancato accoglimento di un appello dell’ultimo minuto da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti.
Secondo il “Death Penalty Information Centre”, alla fine dello scorso anno erano 132 i cittadini stranieri in attesa di esecuzione capitale negli USA. Nonostante il gruppo piu’ nutrito sia rappresentato dai cittadini messicani, sono presenti anche i cittadini di altri 38 Paesi, fra cui Germania e Francia.
Molti Paesi decidono di non concedere l’estradizione di prigionieri verso gli Stati Uniti, se il reato commesso e’ passibile di pena capitale e se le leggi dello Stato richiedente l’estradizione prevedono la pena capitale. La Gran Bretagna ha concesso l’estradizione di Neil Entwistle, cittadino inglese, recentemente giudicato colpevole dell’omicidio di sua moglie e di sua figlia in Massachusetts, uno dei pochi Stati americani senza la pena di morte.
Non soltanto gli Stati del Sud applicano la pena capitale. Sono 36 gli Stati americani le cui leggi prevedono questa pena, fra cui Stati liberali come lo Stato di New York ed il Maryland, mentre sono soltanto 14 quelli senza braccio della morte (oltre a Washington DC).
Dal 1976, anno in cui la Corte Suprema degli Stati Uniti si pronuncio’ a favore della reintroduzione della pena capitale da parte dei singoli Stati, al 1° agosto di quest’anno sono state giustiziate 1.115 persone, di cui il 38% afro-americane, una percentuale del tutto sproporzionata in relazione alla percentuale di popolazione di afro-americana residente negli USA (13%). L’anno in cui sono state eseguite piu’ condanne a morte e’ stato il 1999,
con 98 esecuzioni.
Negli ultimi 30 anni il Texas ha giustiziato quattro volte piu’ prigionieri di qualsiasi altro Stato (a seguire la Virginia). E’ vero che la regione chiamata “il Sud del Paese” e’ piu’ propensa a giustiziare rispetto ad altre aree degli USA. Pero’ non tutti gli Stati che hanno l’opzione di mettere a morte i detenuti scelgono di farlo. Il New Hampshire, ad esempio, e’ uno Stato con la pena di morte, ma non pratica esecuzioni capitali da decenni.
Stanno aumentando le pressioni affinche’ la pena capitale venga abolita, in parte grazie al riconoscimento che il rischio di mettere a morte una persona innocente non puo’ essere ignorato, e questo, a sua volta, in seguito al miglioramento di tecnologie forensi e all’uso del test del DNA utili nel determinare l’innocenza o la colpevolezza. Il tasso di esonero di condannati a morte e’ stato in media di 3,1 all’anno fino al 1999, schizzato poi a 5 all’anno oggi.
Gli abolizionisti hanno anche messo in evidenza i costi esorbitanti che i contribuenti sostengono per ogni caso capitale.
Tutto questo, tuttavia, e’ ben lontano da un vero cambiamento di mentalita’.
Gli abolizionisti sembrano fare un passo indietro ogni due passi in avanti. Recentemente hanno subito un duro colpo quando, in aprile, la Corte Suprema degli USA ha posto fine ad una breve moratoria nazionale sulle esecuzioni in attesa del pronunciamento in merito alla costituzionalita’ dell’iniezione letale (il metodo di esecuzione piu’ usato), decretata pena non insolita e non crudele.
Il Texas e’ stato il primo Stato a riprendere le esecuzioni.
Tuttavia, anche questo puo’ essere considerato un piccolo passo in avanti, anche se in base ai sondaggi gli americani favorevoli alla mena capitale continuano ad essere di piu’ (seppur sempre meno rispetto al passato).
Un momento importante fu il 2003, quando il Governatore uscente dell’Illinois, Gorge Ryan (poi condannato per corruzione) commuto’ tutte le condanne dei prigionieri rinchiusi nel braccio della morte in quel momento. In precedenza [Ryan] aveva decretato una moratoria sulle esecuzioni, in seguito alla scoperta di errori e discriminazioni razziali nel procedimenti. Tuttavia, le speranze che l’Illinois si sarebbe mosso verso l’abolizione in seguito sono andate deluse.
Un evento storico si e’ verificato lo scorso dicembre, quando il New Jersey e’ diventato il 1° Stato americano ad eliminare ufficialmente la pena di morte dal proprio Statuto dalla reintroduzione della pena capitale nel 1976.
Anche i legislatori di altri quattro Stati – Maryland, New Mexico, Montana e Nebraska – stanno discutendo da un anno a questa parte se abolire o meno la pena di morte. Il Maryland ha annunciato la formazione di una speciale commissione che eseguira’ uno studio di fattibilita’.
E’ la Cina ad essere in cima alla lista dei Paesi del mondo per numero di esecuzioni (ufficialmente vi ha fatto ricorso per 470 volte lo scorso anno, anche se il numero e’ molto piu’ altro secondo Amnesty International), seguita dall’Iran e dall’Arabia Saudita. Fra i Paesi industrializzati, soltanto gli USA, il Giappone e la Corea del Sud continuano a fare ricorso alla pena di morte. Convincere gli Stati Uniti ad abolire la pena di morte e’ diventata una questione
della massima importanza per gli attivisti che operano in difesa dei diritti umani in tutto il mondo. Ma come dimostrato dall’esecuzione di Medellin, cio’ che il resto del mondo pensa degli Stati Uniti non conta granche’ per gli americani.
Ancora nessun candidato alla casa Bianca si e’ espresso contro la pena di morte, nemmeno uno liberale come Barack Obama. Il rischio e’ quello di perdere le elezioni. Tuttavia, se eletto, Obama potrebbe influenzare il dibattito e far almeno in modo che vengano emanate leggi a salvaguardia degli innocenti.

Fonte: The Independent

Europei: attenzione ad investire in Texas!

di David Atwood

Il Governatore del Texas Rick Perry recentemente si e’ recato in visita in Francia ed in Svezia al fine di pubblicizzare le possibilita’ di investimento in Texas. Cio’ che il Governatore non ha detto ai cittadini europei e’ che in Texas sono state eseguite 407 condanne a morte da quando la pena capitale e’ stata reintrodotta nello Stato nel 1982. Il nostro Stato detiene il record nazionale per numero di esecuzioni avendone portate a termine quattro volte di piu’ di qualsiasi altro Stato dell’Unione.
Un’altra cosa che Perry non ha detto e’ che le condanne a morte eseguite da quando lui e’ Governatore sono state 167 (fino ad ora).
Questo numero rende Perry il Governatore che ha firmato il maggior numero di condanne a morte della storia moderna, oltrepassando persino George W. Bush, che ne aveva sottoscritte 152 durante il suo governatorato.
Quest’anno sono previste in Texas altre 13 esecuzioni ed attualmente sono 370 i detenuti rinchiusi nel braccio della morte dello Stato.
Perry, inoltre, non ha fatto menzione alle oltre 200.000 persone rinchiuse nelle prigioni texane. Il nostro tasso di incarcerazione e’ uno dei piu’ alti del mondo. L’industria carceraria texana e’ viva e vegeta.
Ne’, ancora, si e’ preso la briga di dire, il Governatore Perry, che in Texas il 23% della popolazione giovanile vive in poverta’ e che lo Stato e’ ultimo nella classifica nazionale per le assicurazioni sanitarie a favore dei minori. E’ quasi ultimo anche nella classifica degli Stati americani in termini di investimenti per la prevenzione degli abusi e degli abbandoni dei bambini. Poi, quando questi stessi bambini diventeranno adulti ed avranno problemi durante la loro vita, le istituzioni risponderanno incarcerandoli e condannandoli a morte.
Cittadini europei, Vi prego di tenere ben presente che le ambizioni politiche di Rick Perry sono le stesse che aveva Gorge W. Bush prima di lui, quando era Governatore del Texas.
Le aziende europee farebbero meglio a non investire il loro denaro in Texas fino a quando lo Stato non decidera’ di cambiare la propria politica in materia di diritti umani e di diritti dell’infanzia.
Bisogna agire!!

David Atwood – Fondatore della Texas Coalition to Abolish the Death penalty

1802 Kipling St.
Houston, Texas 77098
(832)693-5710

American Gulag

11 giugno 2008

La crescita dell’universo concentrazionario americano prosegue inarrestabile.
Ogni settimana 1.000 detenuti si aggiungono al più grande esperimento di imprigionamento di massa dai tempi di Stalin.
Un milione e seicentomila carcerati riempiono le prigioni statali e federali (trent’anni fa erano duecentomila), ottocentomila quelle locali (cinquecentomila sono in attesa di giudizio), con in più centoventimila minorenni nei riformatori (20-30.000 sono i minori nelle carceri per adulti) [BJS – Sourcebook]
Gli Stati Uniti d’America detengono il record mondiale di un carcerato ogni 120 abitanti, con un tasso di detenzione di 833 per 100.000, ma, se ai 2,5 milioni in prigione aggiungiamo i 5 milioni e passa che sono in libertà vigilata (probation e parole), arriviamo a un condannato ogni 40 abitanti e a un tasso di 2.500 per centomila.
Un adulto americano ogni cento è dietro le sbarre e per i neri si arriva a uno ogni nove. [Liptak 28/02/2008, 23/04/2008]
Metà dei carcerati sono neri, ma i neri sono il 13% della popolazione.
Un terzo dei ventenni di colore è in prigione o in libertà vigilata e per i giovani neri passare un periodo di tempo in prigione è un “rito di passaggio” come lo era per noi fare il servizio militare. Il loro tasso d’incarcerazione è di 13.000 per centomila, mentre per i loro coetanei bianchi è di 1.700. [Sentencing Project – HRW]
Ci sono più ragazzi neri in prigione che all’università [Donohoe]
Le donne detenute sono 200.000 e spesso si ha notizia di una di loro costretta a partorire ammanettata mani e piedi. [AI – Liptak 02/03/2006]
100.000 detenuti sono in isolamento nei supermax.
3.300 sono nel braccio della morte.
Gli ergastolani sono 130.000. Un quarto non ha la possibilità di rilascio sulla parola (LWOP) e di questi 2.200 sono minorenni (fra cui ragazzini di 13 e 14 anni) [Liptak 17/10/2007]
Il prezzo del mantenimento del gulag americano è di 60 miliardi di dollari annui e l’intero sistema giudiziario-penale ne costa 200. [Webb]
In California ogni detenuto costa 40.000 dollari all’anno (come tenerlo a studiare ad Harvard), ma se i matti fossero in manicomio e i drogati in comunità la spesa diventerebbe di 20 e 10 mila rispettivamente.
Il Governatore Schwarzenegger sta tentando di salvare il bilancio rilasciando 22.000 dei 160.000 carcerati californiani. [International Herald Tribune 11/01/2008]
A tenere gremito il sistema concentrazionario Usa ci pensano le diciottomila polizie americane che, anche se metà dei crimini gravi non è denunciata, arrestano ogni anno 15 milioni di persone: 5.000 arresti ogni 100.000 abitanti. 1 milione e 500.000 sono arresti per guida in stato di ebbrezza (DUI). 2,5 milioni sono arresti di minorenni e almeno 500.00 di bambini sotto i 14 anni. [UCR]
Questa enorme massa di persone schiaccerebbe qualsiasi sistema giudiziario, ma quello americano è salvato dalle infinite possibilità di ricatto e contrattazione che offre il patteggiamento. Così i processi con giuria sono appena 155.000 su di un totale di 45 milioni e duecentomila casi giudiziari civili e penali, mentre gli appelli sono solo 273.000. [BJS – Mize]
La famosa efficienza giudiziaria americana si basa esclusivamente sulla frettolosa sommarietà del giudizio, senza certezza del diritto e della pena.
Il 6% degli americani è afflitto da gravi problemi mentali, ma per i detenuti si passa al 20% e le carceri, con i loro 500.000 matti, sostituiscono gli ospedali psichiatrici. [Time – HRW]
Il sovraffollamento di jails e prisons non produce solo gente che dorme per terra o nei corridoi, ma condizioni igienico sanitarie atroci, con altissimi tassi di violenza, stupro e suicidio, tanto che una prigione in Georgia è stata definita da un giudice federale “una nave di schiavi”. [SCHR]
Se, ai due milioni e mezzo in prigione e ai cinque in libertà vigilata, aggiungiamo i cinque milioni che hanno perso il diritto di voto (con gravi conseguenze sia per loro che per il sistema elettorale) e i bambini che hanno almeno un genitore in prigione vediamo che l’Incarceration Nation, ha creato una sottoclasse di 15 milioni di persone, un ventesimo della popolazione americana.

E pensare che da noi c’è chi si balocca facendo improbabili confronti fra il numero delle intercettazioni.

Come ho fatto i conti

1,6 prisons
0,8 jails
0,1 juvies
2,5 in totale

300 milioni di americani diviso 2,5 milioni di galeotti fa un galeotto ogni 120 abitanti
2,5 milioni diviso 3.000 fa 833 galeotti per 100.000 abitanti
Con i 5 milioni in parole e probation passiamo a uno ogni 40 abitanti e 2.500 ogni 100.000

Attenzione.
Molti dei dati in circolazione sono vecchi o non tengono conto dei minorenni in riformatorio.

Note bibliografiche
AI: Amnesty International
AMR 51/019/1999 Not Part of my Sentence. Violation of H R of Women in Custody
www.amnesty.org

BJS: Bureau of Justice Statistics Bulletin
“Prison Inmates at Midyear 2007”
“Jails Inmates at Midyear 2007”
“Probation and Parole in the United States 2006”
”State court Organization, 1987-2004”
www.ojp.usdoj.gov/bjs/

Donohoe Martin
“Incarceration Nation” 2006
www.medscape.com/viewarticle/520251?src=search

HRW: Human Rights Watch
“Ill-Equipped: U.S. Prisons and Offenders with Mental Illness” 2003
www.hrw.org/reports/2003/usa1003/

Adam Liptak
“Prisons Often Shackle Pregnant Inmates in Labor”
New York Times March 2, 2006

“Lifers as Teenagers, Now Seeking Second Chance”
New York Times October 17, 2007

“1 in 100 U.S. Adults Behind Bars, New Study Says”
New York Times February 28, 2008

“Inmate Count in U.S. Dwarfs Other Nations’”
New York Times April 23, 2008

G. E. Mize et al.
“The State of the State Survey of Jury Improvement Efforts”
State Justice Institute April 2007
www.ncsconline.org/D_Research/cjs/pdf/SOSCompendiumFinal.pdf

The Sentencing Project
“Young Black American and the Criminal Justice System”
www.sentencingproject.org/

Sourcebook of Criminal Justice Statistics
www.albany.edu/sourcebook/

SCHR: Southern Centre for Human Rights
www.schr.org/

Tallying Mental Illness’ Costs
Time Magazine Friday, May. 09, 2008
www.time.com/time/health/article/0,8599,1738804,00.html

UCR: Uniform Crime Report 2006
US Department of Justice, FBI.
www.fbi.gov/ucr/prelim06/index.html

Senator Jim Webb
“Facts About The Prison System In The United States”
webb.senate.gov/pdf/prisonfactsheet4.html

Sulla Moratoria delle esecuzioni.

Il primo marzo 1847 il glorioso Michigan aboliva la pena di morte, dimostrando così che persino negli Stati Uniti è possibile vivere senza ammazzare la gente.

Non fatevi ingannare dal silenzio piombatoci addosso dopo le celebrazioni della Risoluzione sulla Moratoria delle esecuzioni: il brutto deve ancora arrivare, visto che una sessantina di paesi forcaioli ha scritto al Segretario delle NU promettendo battaglia alla prossima Assemblea Generale.
Il capofila dei “soliti sospetti” (Cina, Corea del Nord, Islamici assortiti, Birmania, Zimbabwe, ecc.) è il “boia del mondo” Singapore e la loro posizione è estremamente solida perché, al contrario della tortura, la pena di morte non è (ancora) vietata dalle norme internazionali.
Gli incauti che, ignorando i consigli di Eric Prokosch, si sono avventurati in territori a loro sconosciuti, non sapevano che questa pena è vietata solo per i minorenni, i minorati e le donne gravide, che la Dichiarazione Universale non ne fa cenno, che l’Articolo 6 del l’ICCPR può essere letto in senso abolizionista, ma che, come le Garanzie ECOSOC, limita (ma non vieta) l’uso della pena capitale ai “most serious crimes” e che il dimenticato Secondo Protocollo è solo opzionale, anche se importante.
Insomma, l’Italia abolizionista di qualche mese fa non aveva bisogno di propaganda ma di buone letture. Purtroppo, come per la sventurata Corte Penale Internazionale di cui ricorre il decimo inutile anniversario, il danno è fatto.
I paesi forcaioli poi aggiungono che:
“Ogni stato ha il diritto inalienabile di scegliere il suo sistema politico, economico, sociale, culturale e legale, senza interferenze esterne” e che “Nulla nello Statuto delle NU autorizza queste a intervenire in materie che sono interne alla giurisdizione di uno stato.” (tradotto in italiano significa che i paesi abolizionisti sono pregati di pensare ai casi loro).
A settembre il Movimento Abolizionista italiano avrà bisogno di gente preparata e di personale competente per combattere questa battaglia, ma
“This commodity is, as always, in short supply”

”Alla fin fine, ammazzare mia madre mi è venuto facile”

di Ghismunda

Di parricidi, reali o metaforici, è piena la letteratura del Novecento. Di matricidi, invece, niente o quasi. Gli Edipi abbondano, le Elettre scarseggiano. Troppo sgradevole, forse, l’argomento, percepito quasi come sacrilego, indegno del rapporto più intimo, dolce e consolatorio che ci sia; e troppo irriverente verso una figura, la Madre, i cui significati affondano nel mito e assumono, nel tempo, connotazioni simbolico-religiose sempre più profonde, fino a farne oggetto di venerazione e indiscutibile amore. Ma la realtà profana, quella che si consuma tra le quattro pareti domestiche giorno dopo giorno, anno dopo anno, è spesso diversa. In particolare, la relazione tra madre e figlia è una delle più complesse e ambivalenti che esistano e l’amore, se c’è, quando c’è, può arrivare ad assumere le forme più diverse e contraddittorie, spesso compresenti: attaccamento morboso, dipendenza, oppressione, invidia, rivalità, gelosia, emulazione, ma anche tanta cura, attenzione, premure, pietà. Fino a non farcela più. Fino all’odio. E a pulsioni liberatrici inconfessabili. Raccontare tutto ciò, districare tali grumi emotivi ed esistenziali, è difficile. Ma Alice Sebold c’è riuscita. Ne “La quasi luna” eguaglia, e forse supera, il precedente successo di “Amabili resti” e scrive un romanzo impegnativo, sgradevole a tratti, sconvolgente, eppure ironico, delicato, struggente; sempre, comunque, lucidissimo, asciutto, teso. Fino all’ultima pagina.Non voglio qui raccontare come Helen, che ha 49 anni ed è l’io narrante, uccide sua madre, che ne ha 88 e che è ormai arrivata al capolinea. In fondo, come dice nell’incipit, ammazzarla le è venuto più facile di quanto avrebbe pensato (se mai l’avesse consapevolmente pensato). Preferisco parlare della struttura del racconto, che procede per flash-back, intermittenze della memoria, squarci di luce su momenti della vita passata, alternati ai gesti prima della morte inflitta, poi di ciò che ne resta, di un corpo da pulire, accudire ancora (spogliare? vestire? nascondere? recuperarne un pezzetto, per sé?). E il lettore scopre pian piano una figura totemica di madre, “malata di mente”, chiusa in casa per paura del mondo di fuori, una donna un tempo bellissima, una sorta di Garbo, di musa ispiratrice, in gioventù modella di lingerie, fasciata in sottovesti di seta, come dimostrano le foto sparse per tutta la casa, che tanto ammaliavano la sua bambina trascurata, colpevole forse di ricordarle la delusione di una vita spentasi sui binari di un’anonima routine di provincia: “A casa nostra si faceva l’elenco delle delusioni di mia madre e io me le vedevo davanti tutti i giorni come fossero appiccicate sul frigorifero, un elenco statico che la mia presenza non riusciva a mitigare”. Una presenza, quella della madre, divorante, asfissiante, al centro delle attenzioni di un marito buono e vanamente innamorato, solo, sempre più solo, che finirà coll’ “andarsene” e lasciare alla figlia tutta la pesante eredità di cure e protezione che richiedeva la moglie. Per Helen sarà una vita dura, sospesa tra senso del dovere, bisogno d’amore e desiderio spasmodico di libertà, di autonomia (un matrimonio – fallito – dei figli, un lavoro). Ma è questo il punto: riuscirà mai, Helen, a “liberarsi” dalla Madre? E noi, ci riusciamo? Qualcuno potrebbe obiettare: e perché dovremmo? Forse per non riprodurre in noi i modelli genitoriali, per non ripetere di loro quello che più detestiamo, che non accettiamo, in fatto di carattere e di relazioni umane; per non essere (non dover essere) come loro, come lei; per essere, come figlie femmine, noi stesse, uniche e libere. Ma, scrive la Sebold, “quand’è che una persona arriva a capire che nel DNA portiamo intessuti tanto il diabete o la densità ossea dei nostri consanguinei quanto le loro deformità relazionali?”. Checché se ne dica, ancora oggi per una figlia è più difficile avere una vita propria: in genere, quando c’è, è una conquista strappata con i denti e sottoposta a continui “ritorni”; è una parentesi o una fuga. Condivido in pieno queste parole della Sebold: “Oggi, nel XXI secolo, a chi viene ancora attribuito il dovere di sacrificare la propria vita per badare agli altri? Alla figlia femmina. E in questo stesso XXI secolo le conquiste raggiunte in campo medico fanno sì che gli anziani vivano sempre più a lungo, per cui la figlia femmina rischia di arrivare a settant’anni continuando ancora a occuparsi dei genitori. Mi dispiace, ma questa è una specie di prigione per chi non ha un rapporto assolutamente meraviglioso e idilliaco con la madre o il padre (e a quanti capita davvero?). Ho visto centinaia di donne portare il peso di un fardello che con i progressi della medicina e dell’antica convinzione che il ruolo di una donna sia quello della balia e della badante, non ha fatto altro che aumentare”. E quanti sensi di colpa, quanta solitudine, nelle desolate province della nostra opulenta società, accompagnano oggi questo ruolo antico? “nessuno sapeva com’era diventata la mia vita con mia madre”. Una vita destinata a non finire mai, nemmeno “dopo”, anzi, come Helen intuisce, soprattutto “dopo”:

“… non riuscivo a cancellare l’immagine di mia madre che si decomponeva strato per strato, finché anche lei non diventava tutta ossa. In quell’idea, in quella lenta muta verso un ammasso di calcio ingiallito che bisognava tenere unito per evitare il crollo, c’era qualcosa di spaventoso e di consolante a un tempo. L’idea che mia madre fosse eterna come la luna. In quella posa goffa, la realtà ineluttabile mi ha fatto venire voglia di ridere. Viva o morta che fosse, una madre, o la sua assenza, ti plasma la vita. Mi ero illusa che fosse semplice? Che il disfacimento della sua sostanza mi avrebbe restituito una me stessa vendicata? L’avevo fatta ridere facendo il giullare. Le avevo raccontato storie. Avevo sfilato come un buffone alla mercé di altri buffoni e così facendo mi ero sincerata che quella donna non si perdesse nulla, anche se aveva deciso di voltare le spalle al mondo. Sacrificando a lei tutta la mia vita, compravo in cambio dei brevi momenti per me: potevo leggere i libri che mi piacevano; potevo coltivare i fiori che volevo… Solo quando ho creduto di aver raggiunto la libertà sono riuscita a capire fino a che punto fossi imprigionata”.

Alice Sebold
La quasi luna
Edizioni e/o, 2007

La voce di Ghismunda, 27 febbraio 2008