stragi

2 agosto 2009

Discorso di Paolo Bolognesi in occasione del 29° anniversario della strage di Bologna

29 anni fa, in questa stazione, fu perpetrato un orrendo crimine: una bomba collocata da terroristi fascisti causò 85 morti e 200 feriti.

I presenti si trovarono immersi in un gran polverone che non permetteva di vedere nulla, poi abbassatasi la polvere, ai loro occhi, apparve, in tutta la sua gravità, lo scempio prodotto.

Solo la volontà  e l’abnegazione dei soccorritori limitarono la tragedia che, pure, fu tanto grave ed enorme. Fu grazie a loro, se molte vite umane furono salvate quel giorno.

Mentre la città  tutta si profondeva negli aiuti alle vittime, c’era chi, ai vertici della sicurezza, operava per nascondere prove o inventare piste che poi verranno a distanza di anni riproposte come nuove.

Anni di indagini e processi meticolosi hanno permesso di individuare, in parte, chi usò la violenza e la crudeltà, esseri umani che hanno concepito e voluto quella carneficina.

I loro nomi sono: Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, capi dei Nuclei Armati Rivoluzionari e il loro sodale Luigi Ciavardini

Poi vi sono coloro che hanno operato per nascondere la verità ed impedire ai magistrati che gli esecutori fossero scoperti, tutti distintisi nel tentativo di allontanare gli inquirenti dalla matrice dell’attentato; essi sono il Gran maestro della Loggia massonica P2 Licio Gelli, il faccendiere Francesco Pazienza, il generale Musumeci e il colonnello Belmonte al vertice del SISMI (Servizio Segreto Militare)

Discorso di Paolo Bolognesi 2 AGOSTO 2008

Il 2 agosto di 28 anni fa era un sabato, come oggi; era il 1° sabato di agosto, come il 4 agosto 1974, giorno in cui il treno Italicus fu squartato da un ordigno nei pressi di Bologna. Anche allora la bomba fascista sarebbe dovuta esplodere a Bologna, ma un ritardo imprevisto del treno, lo impedì.
Coloro che, sei anni dopo, vollero imitare quell’impresa scellerata, intesero evitare ogni possibile ostacolo al realizzarsi del loro disegno criminoso: scelsero ancora la città simbolo di democrazia civile e solidarietà sociale, Bologna, scelsero la sua stazione, scelsero le 10,25, l’ora di punta per il traffico ferroviario.
Volevano una strage, fu un’ecatombe: 85 morti e 200 feriti.
Sotto le macerie rimasero donne e bambini, giovani che volevano solo andare in vacanza, lavoratori e cittadini inermi. Tutti investiti da una terribile esplosione che, in un attimo, trasformò questo piazzale in uno scenario di morte e devastazione.
Noi parenti delle vittime perdemmo qui gli affetti più cari, molti dei feriti pagano ancora oggi le conseguenze di quell’atto vigliacco e disumano, e sappiamo che molti di voi hanno ancora negli occhi quelle scene strazianti.
Anni di indagini e processi hanno permesso di individuare le responsabilità di neofascisti, loggia massonica P2 e Servizi segreti, coinvolti a vari livelli nella strage e tutti alleati per occultarne i retroscena.
Licio Gelli, gran maestro della loggia massonica P2, il faccendiere Francesco Pazienza, gli appartenenti al SISMI, generale Musumeci e colonnello Belmonte, sono stati condannati per depistaggio. Oggi sono tutti liberi.
I neofascisti dei NAR, che hanno eseguito materialmente la strage, sono Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini; quest’ultimo condannato l’anno scorso, è l’unico in carcere (avendo iniziato la detenzione l’anno scorso) e come i suoi sodali segue il copione di professare un’innocenza smentita da fatti e prove,mantenendo il silenzio sui mandanti e ispiratori politici della carneficina del 2 agosto 1980.
Quella della menzogna e dell’omertà, d’altronde, è una strada che paga:
Francesca Mambro ha causato 95 morti, ha accumulato 6 ergastoli più 84 anni e 8 mesi di reclusione per i gravissimi reati che ha compiuto, ma dal 2001 non mette piede in carcere dove ha trascorso solo 2 mesi per ogni morto: sospensione pena per maternità, maternità che dura ormai da 7 anni. Ancora oggi, non ci è dato sapere in base a quale principio giuridico la terrorista più sanguinaria del nostro Paese abbia potuto godere di tali privilegi. Forse il diritto concesso dall’omertà di Stato a cui lei si è sempre attenuta.
Valerio Fioravanti, ha ucciso 93 persone e oltre ai sei ergastoli, gli sono stati inflitti 134 anni e 8 mesi di reclusione per gli ulteriori reati commessi. Anch’egli, come sua moglie, non ha mai aiutato le indagini, non ha mostrato alcun pentimento, ha offeso le Corti Giudicanti e si è più volte vantato di non avere rimorsi. Anche a lui, senza nessun principio giuridico, ma secondo il principio dell’omertà, è stato riservato un trattamento di favore, gli è stata concessa la liberazione condizionale.
Fra due anni il più efferato criminale della storia italiana moderna, potrà, come già è accaduto per altri terroristi, rossi o neri non importa, essere deputato della Repubblica e così legiferare in nome del popolo italiano. I cosiddetti democratici garantisti plaudiranno, siamo l’unico paese democratico con terroristi eletti in Parlamento.
Anche nell’attuale legislatura non mancano gli amici dei terroristi, Marcello De Angelis condannato per banda armata, cognato di Luigi Ciavardini, è senatore; Renato Farina, grande amico e sostenitore di Mambro e Fioravanti, spione al soldo dei Servizi segreti, condannato in relazione allo scandalo Telecom e per questo radiato con infamia dall’ordine dei giornalisti, è attualmente deputato alla Camera. Siamo l’unico Paese democratico a posizionare simili personaggi in ruoli istituzionali.
Tutti i partiti dovrebbero, per onestà intellettuale, evitare di candidare ad elezioni o a cariche istituzionali siffatti personaggi che ledono il decoro istituzionale e offendono, con la loro presenza  in Parlamento, i familiari delle vittime.
Il Parlamento ha finora legiferato più per la tutela dei malfattori che per i diritti delle vittime e la presenza di tali loschi figuri non invita certo a sperare in un cambiamento di rotta.
Nel manifesto di quest’anno abbiamo scritto:
LA TUTELA DELLA MEMORIA DELLE TRAGEDIE DELTERRORISMO
E DELLE STRAGI
E’ NECESSARIA PER AFFERMARE LEGALITA’ E DEMOCRAZIA
UN COMPITO CHE I FAMILIARI DELLE VITTIME NON ABBANDONERANNO MAI

In un paese che insegue falsi miti e sinistre figure del passato i familiari delle vittime si sono assunti il ruolo di tutelare la memoria di quel periodo. Sostituendosi a politici molte volte disattenti o distratti.

Nel corso della cerimonia svoltasi al Quirinale per il giorno della memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, assieme alle altre associazioni di vittime delle stragi abbiamo sviluppato le seguenti considerazioni:
“Dobbiamo ricordare che in Italia, dal dopoguerra ad oggi, vi sono state 14 stragi con un numero spaventoso di morti e feriti, ma che in nessuna di esse si è arrivati a colpire mandanti e ispiratori politici.
Coloro che hanno utilizzato le stragi e il terrorismo per fini politici non sono stati individuati dai processi, sono ancora tra noi e sono impuniti.
Di quei tragici eventi lascia un ricordo particolarmente amaro il coinvolgimento degli apparati di sicurezza, fenomeno talmente esteso da chiamare in causa chi aveva su di essi poteri di nomina e controllo politico.
Il coinvolgimento di uomini dei servizi segreti nei depistaggi e nelle coperture date ai terroristi e l’impedire ai giudici di arrivare alla completa verità è un punto cruciale per la comprensione di quegli anni bui e non deve essere in alcun modo accantonato.
L’attuale Parlamento deve inaugurare una nuova stagione politica finalizzata alla ricerca della verità, ove non vi sia più spazio per segreti e reticenze, anche per dare un senso alla legge n. 124/2007 che recepisce, sia pure in parte, la proposta di legge di iniziativa popolare per l’“Abolizione del segreto di Stato nei delitti di strage e terrorismo”, presentata dalle associazioni delle vittime al Senato nel lontano 1984.
Le leggi vanno applicate nella loro interezza, i decreti attuativi non debbono stravolgerne o limitarne l’esecuzione.
E’ importante che chi ha attentato alla vita democratica del Paese venga finalmente punito.
Aprire gli armadi non deve essere solo uno slogan, a questo punto vi sono anche gli strumenti legislativi per farlo senza incertezze e reticenze.
Pensiamo sia giunto il tempo per un giudizio anche politico sullo stragismo che determini l’allontanamento dalle istituzioni di chi lo ha favorito anche solo con la sua colpevole inerzia.”
Queste considerazioni sono state censurate dalla RAI TG1, incaricata della diretta televisiva, che proprio nel giorno del ricordo delle vittime, durante la cerimonia ha valutato più conveniente sostituire l’intervento delle vittime con l’intervento del direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli. Anche questo è un fatto di una gravità eccezionale, si è voluto evitare che nel Paese si sentisse la voce alta e chiara di chi vuole conoscere il nome dei mandanti, di chi più volte ha denunciato che, i direttori dei servizi segreti nostrani aderenti alla famigerata loggia massonica P2, sono stati nominati dall’allora Presidente del Consiglio On. Giulio Andreotti e dall’allora Ministro dell’Interno On. Francesco Cossiga. Non si è voluto far sapere al paese e a tutti coloro che in questi anni si sono battuti per l’abolizione del segreto di Stato nei delitti di strage e terrorismo che l’interpretazione data alla legge 124/2007 (Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica e nuova disciplina del segreto) con i decreti attuativi, rischia di fatto di far diventare eterno il segreto di Stato.
Tutto l’impegno che gran parte delle istituzioni e dei media pongono nella salvaguardia del buon nome dei terroristi, accampando ogni scusante per ciò che hanno fatto, non sembra essere casuale. Nel contempo, non è accettabile il costante impegno a svilire, umiliare, frapporre ostacoli insormontabili ai diritti dei familiari delle vittime del terrorismo: impegni presi solennemente, nella precedente legislatura, non sono stati rispettati, la legge 206 del 2004 “Nuove norme a favore delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice”, dopo 4 anni non è ancora attuata nella sua integrità; una burocrazia che si comporta in modo avvilente, cercando di scoraggiare in ogni modo le legittime richieste avanzate dalle vittime, tendenti a far applicare quanto stabilito dalla legge. Giorni fa le associazioni sono state ricevute dal Sottosegretario On.Gianni Letta, ci auguriamo che questo possa finalmente rendere attuativa la legge e le sue integrazioni senza umiliare ulteriormente i familiari delle vittime.
Un Parlamento che ha sempre qualcosa di più importante da fare, ignora sia la proposta di legge quadro per la tutela delle vittime di reato, che la modifica dell’art. 111 della Costituzione con l’inserimento della tutela delle vittime; dopo anni di promesse  queste proposte di legge sono ancora bloccate senza vedere possibilità di discussione e approvazione. Inoltre l’Osservatorio per la tutela delle vittime  di reato, chiuso nel 2003 dall’allora ministro della Giustizia Castelli, non è stato ancora ripristinato.
Questo ribaltamento dei ruoli, questa disparità di trattamento tra vittime e carnefici non è più tollerabile. E’ una situazione che non ci preoccupa solo come parenti delle vittime, ma prima di tutto come cittadini: impedire a pregiudicati per gravi reati di rappresentare il popolo nelle istituzioni è un dovere imprescindibile per chi voglia costruire una società giusta e occorre dimostrare anche alle giovani generazioni che il crimine non può costituire un mezzo per raggiungere il successo.
Per questo ci rivolgiamo in particolare ai giovani. A loro che sono il futuro vogliamo dire: abbiate il culto della memoria! Una memoria critica ma non confusa. Abbiate il senso delle radici. Perché il nostro vissuto è il seme del vostro futuro.
Da anni l’associazione si impegna in progetti formativi, per promuovere la memoria e la consapevolezza storica nelle nuove generazioni.
Proprio oggi, qui a Bologna, verrà proiettato un film sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e sull’attentato alle Twin Towers di New York dell’11 settembre 2001.
Il film è il risultato di un laboratorio sperimentale, il progetto NoWhere, che ha visto protagonisti studenti italiani e americani ed è stata realizzato assieme alla facoltà di scienze della Formazione e di Comunicazione dell’Università di Bologna e all’Università della California col contributo della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, delle istituzioni locali e dell’Assemblea legislativa della Regione Emilia Romagna. L’11 settembre lo stesso film verrà proiettato a Los Angeles e a New York.
Da quest’anno, poi, il progetto NoWhere diventa un laboratorio permanente. Non solo nelle aule dell’Università ma anche attraverso nuovi strumenti di comunicazione e di partecipazione come un blog su internet aperto a tutti e in particolare ai giovani a cui ci rivolgiamo per condividere e costruire assieme.
Con questo intento, da anni noi familiari delle vittime, con l’aiuto del CEDOST (Centro di Documentazione Storico Politico sullo Stragismo) incontriamo gli studenti nelle scuole d’Italia, pensando che anche questo sia un modo per diffondere la conoscenza dei fatti e per impedire che quanto di orribile è successo in passato possa ripetersi.
L’anno scorso, il 7 marzo, mi sono recato fra l’altro in un liceo di Verona, per parlare con gli studenti di quanto accadde qui in questa stazione e della nostra lotta per ottenere giustizia e verità.
Durante il dibattito è intervenuto un ragazzo, che ha sostenuto che i processi contro i NAR, per i quali mostrava di nutrire una certa ammirazione, erano una farsa.
Ho risposto che i processi si basavano sulle prove, che la colpevolezza di Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini era stata accertata inequivocabilmente da più Tribunali, Corti d’Appello e Cassazione, gli ho ricordato l’assassinio del giudice Mario Amato, ucciso con un colpo alla nuca mentre aspettava l’autobus e i numerosi omicidi dei NAR, che per questo non potevano certo costituire un esempio di vita.
Nella primavera di quest’anno, quello stesso giovane, è stato arrestato con altri quattro amici per aver ucciso a calci e pugni un ragazzo, colpevole solo di portare i capelli lunghi.
E’ agghiacciante ricordare che, per lo stesso futile motivo,Valerio Fioravanti aveva compiuto il suo primo omicidio: quello di Roberto Scialabba.
E’ agghiacciante pensare che ancora oggi vi siano giovani che hanno il mito e seguono l’ideologia dei NAR, terroristi violenti e vigliacchi.
E’ agghiacciante, ma non stupisce perché purtroppo anche questo è il frutto avvelenato di anni e anni di buonismo nei confronti di criminali sanguinari, dipinti come eroi romantici. E’ il risultato dei palchi e delle tribune che vengono ampiamente concessi ai terroristi che sono stati troppo spesso rappresentati come i soli depositari della verità e della memoria storica dei cosiddetti anni di piombo.
E’ il risultato di un clima di generale lassismo e di pericolosa superficialità sull’argomento anni di piombo, al punto che l’attrice Fanny Ardant, è arrivata ad affermare che le Brigate Rosse operavano per la libertà e che Renato Curcio è un eroe.
Sono ancora troppe, simili manifestazioni d’ignoranza plateale e sono poche le voci che ricordano anche ai giovani quali sono stati i veri eroi , da Vittorio Occorsio a Guido Rossa, dai giudici Emilio Alessandrini e Mario Amato, da Emanuele Petri a Marco Biagi, dai giornalisti come Walter Tobagi e Carlo Casalegno.
Il Capo dello stato Giorgio Napolitano, uomo di grande sensibilità e buon senso, il nove maggio scorso ha ricevuto i parenti delle vittime del terrorismo. Nel trentennale della morte di Aldo Moro, ha ricordato a tutti che un paese civile deve onorare le vittime e non i carnefici che hanno certamente diritto a rifarsi una vita, ma non a godere di ostentata visibilità , a salire in cattedra e, al riguardo, anche mass media e giornalisti hanno una grande responsabilità.
E a proposito di giornalismo, c’è un grande giornalista recentemente scomparso che oggi ci fa piacere ricordare, Enzo Biagi. Vogliamo ricordarlo con le parole che egli usò per descrivere Francesca Mambro:”forse nessuno è un mostro, neanche Himmler o Hitler, neanche Stalin; ma Francesca Mambro, volto quadrato, senza un segno di cosmetici,sguardo freddo e sorriso ironico,jeans,scarpe Clarks, ha qualcosa in sé di incomprensibile, di inafferrabile. L’aspetto e i modi spigolosi,il lucido disprezzo. E’ forse il personaggio più sconvolgente che ho incontrato in cinquant’anni di mestiere; e c’è dentro tutto: artisti, ladri,soldati, banditi, politici,campioni, puttane, quasi sante,grandi signore, mezze calzette, prelati, grandi truffatori, giocatori di ogni genere, roulette, carte, affari, pelle o reputazione del prossimo. Nessuno mi ha mai detto: “Non conosco la parola rimorso”; qualche tarlo, qualche pena, tutti ce l’avevano dentro”.
Con poche parole Enzo Biagi, ex partigiano, persona per bene, ha saputo descrivere e cogliere perfettamente una personalità.
Anche a lui va il nostro commosso ricordo e il nostro ringraziamento per esserci stato vicino in anni di dure battaglie e per lo stesso motivo siamo grati di cuore a tutti voi, per essere ancora qui oggi, in tanti, al nostro fianco.
Grazie

34 anni dopo

di Ghismunda

Quello che più mi colpisce di un attentato o di una strage è l’attimo, quella frazione di secondo che fa sì che qualcun altro sia al posto tuo; quel momento in cui il puro caso si fa destino, lasciando te illeso e un altro, pochi metri più in là, dilaniato a terra. Manlio e sua moglie Livia erano in piazza quella mattina. Lì avrebbero senz’altro incontrato altri compagni, come Alberto e Clementina. La sera prima erano convenuti, insieme ad altri, circa l’importanza ideale di essere presenti ad una manifestazione che non era per rivendicazioni economiche, ma per opporsi alle ultime violenze fasciste in città e nel paese; per ribadire, una volta di più, la fedeltà ai valori “plurali” della Resistenza e della Costituzione. Ad un certo punto, Manlio viene trattenuto da un conoscente per un’informazione, Livia prosegue, poi si volta a cercare lo sguardo di suo marito, rimasto indietro… i loro occhi si incrociano per un attimo, poi il boato… Anche Arnaldo cercava, tra la folla, di raggiungere suo fratello Alberto e sua cognata, ma era un po’ in ritardo, forse loro erano più avanti… poi il boato, e un agghiacciante presentimento, confermato di lì a poco da quei capelli brizzolati che spuntavano da sotto uno striscione rosso, steso per pietà, e da quel corpo bocconi di donna, coperto anch’esso per pietà, alla meglio… Poi il getto dell’idratante, precoce e sospetto, lava via tutto: sangue e prove, carne e indizi. Quella organizzata a Brescia, a Piazza della Loggia, il 28 maggio 1974 era una manifestazione politica, come politica fu la strage. Strage neo-fascista, senza mai alcun dubbio. Ma ancora, dopo 34 anni, senza nessun colpevole.

E’ di questi giorni la notizia del rinvio a giudizio per sei persone. Per tutti l’accusa è di concorso in strage. Un reato da ergastolo. Dopo 34 anni. Rabbia e vergogna i sentimenti. E scetticismo, sfiducia, inevitabilmente. Noi siamo il “Paese delle Associazioni delle vittime”, cioè un paese in cui le persone uccise negli affetti più cari hanno bisogno di stringersi in associazione per reclamare verità e giustizia. Perché in questo paese, evidentemente, vige la consapevolezza che verità e giustizia sono destinate a non emergere attraverso i canali ordinari della magistratura e della democrazia. Di più: vige la constatazione che anche attraverso i “memento” ripetuti ed accorati da parte dei parenti delle vittime, la verità non salta fuori. Ripercorrere la storia processuale della strage di Brescia significa elencare un intreccio impressionante di connivenze, complicità, depistaggi; fughe, sparizioni, assassini; denunce e omissioni, condanne trasformate in assoluzioni. Ciò che resta, è un nulla di fatto. In Italia le verità sono sempre due: una storica, l’altra processuale. Quest’ultima deve accertare le responsabilità personali, trovare i colpevoli ed è la verità più “difficile”, più distorta, più coperta, mistificata, truffata; l’altra, la storica, è quella più “facile”, per chi studia, conosce e sa. E’ la verità dei fatti contro le sentenze, del contesto vero di un’epoca contro le prove architettate di un singolo episodio o di una singola persona. In realtà, sappiamo tutto da tempo, meno i nomi. Solo questi mancano all’appello, “solo” chi deve ancora pagare. “La strage di Brescia- scrive Manlio Milani, presidente dell’Associazione dei caduti di Piazza della Loggia – ha una sua precisa identità: perpetrata durante una manifestazione antifascista, assume un connotato particolarmente esplicito su quale fosse il clima politico di quell’epoca e su quale fosse il prezzo che lo Stato era disposto a pagare per ostacolare l’ascesa delle forze di sinistra. Piazza della Loggia è una vicenda paradigmatica della ‘strategia della tensione’. Ed i tanti ostacoli posti lungo il cammino delle indagini ci illumina su quale fosse il livello a cui giunsero i legami (e conseguentemente le coperture) fra apparati statali e gruppi neofascisti… Recentemente sono stati desegretati dagli americani dei documenti che gettano nuova luce su quegli anni e che confermano che quelle stragi facevano parte di quel contesto di contrapposizione a livello mondiale che divise l’Europa in due blocchi; l’Italia era un Paese caratterizzato da una forte presenza del PCI ma apparteneva al blocco occidentale, e ciò era sufficiente a giustificare qualsiasi azione tesa ad ostacolare l’andata al governo del Partito Comunista e della sinistra nel suo insieme…” Una strage di Stato, insomma, all’indomani, non a caso, del golpe cileno e del primo abbozzo berlingueriano di un “compromesso storico” che permettesse al paese di uscire, in qualche modo, dalla sua “sovranità limitata” e dalla pregiudiziale anticomunista. La strage, si sa, destabilizza, incute paura e tensione; genera quindi una domanda di governo forte, di “ordine”, rispondendo alla quale si crea, paradossalmente, proprio quella “stabilità”, quella “normalizzazione”, voluta dal blocco di potere (e dalle pressioni internazionali) che sono dietro la strage stessa. Insomma, il meccanismo è risaputo. Ogni indagine ha evidenziato il coinvolgimento, oltre che della Destra di Ordine Nuovo, di elementi dello Stato e dei servizi segreti. La speranza in più, oggi, anche se una distanza di 34 anni offusca di per sé la credibilità della giustizia, sta nel fatto che nei sei rinviati a giudizio sono presenti in modo chiaro e netto tutte le componenti dell’attentato: da quella della destra estrema (Pino Rauti, suocero dell’attuale sindaco di Roma) a quella dei servizi segreti (Maurizio Tramonte) a quella dello Stato, in uno dei suoi apparati, i carabinieri (il generale Francesco Delfino). Se ne riparlerà, per l’ennesima volta, per l’ennesimo tentativo, il 25 novembre…

Due verità, ho detto. La mia preoccupazione è che si riesca ad occultare e far naufragare, oltre che la verità giudiziaria (a questa siamo abituati), anche quella storica, che si fonda sulla memoria e sulla conseguente esplorazione dei fenomeni e delle loro radici. Un cappa di ignoranza voluta o di mistificazione cala in Italia sul nostro recente passato, di cui fanno le spese le giovani generazioni. Quando il 9 maggio, nelle scuole, si è fatto un minuto di silenzio per commemorare (almeno in quelle che se ne sono ricordate…) le vittime di tutte le stragi, alcuni alunni sono rimasti stupiti di sentir parlare (almeno da quegli insegnanti che l’hanno fatto…) anche di un terrorismo nero e di tante bombe, tanti morti: per loro il terrorismo è solo di sinistra e porta il nome di Brigate Rosse, poco più o poco meno che un nomignolo da stadio. Spetta non solo alle Associazioni delle Vittime, ma a ciascuno di noi che voglia capire e mantenersi libero, tener viva la memoria storica di ciò che è stato. E di ciò che continua ancora.

In ricordo di:

Giulietta Banzi Bazoli
Clementina Calzari Trebeschi
Livia Bottardi Milani
Euplo Natali
Luigi Pinto
Bartolomeo Talenti
Alberto Trebeschi
Vittorio Zambarda

La voce di Ghismunda, 18 maggio 2008