di Alberto Conci

Mi sono chiesto spesso, nel mio lavoro con i ragazzi, quali potrebbero essere i cardini e gli spazi per un’educazione alla cittadinanza responsabile.

Non so se questo derivi dal fatto che con il passare degli anni si focalizzano con maggior chiarezza alcune questioni che si considerano essenziali e irrinunciabili. O se tutto derivi dalla consapevolezza di quanto siano importanti i processi educativi per la costruzione di un mondo più responsabile.

Fatto sta che questa mi sembra un’urgenza pedagogica non più procrastinabile.

Il punto di partenza non è indifferente, poiché i ragazzi che oggi frequentano le scuole superiori sono i primi veri “figli della seconda repubblica”: nati dopo tangentopoli, giunti all’età della ragione quando sono crollate le torri gemelle, hanno vissuto tutta la loro vita in un mondo segnato da una crescente disaffezione per la politica, dal tramonto delle grandi ideologie e dal ritorno della guerra in vaste aree del pianeta. Piuttosto presentisti, in generale conoscono abbastanza poco della storia recente e vivono questa democrazia malata come un dato di fatto, senza interrogarsi troppo sull’importanza delle istituzioni democratiche per la convivenza civile e senza indignarsi se sono calpestate.

Si mantengono a una certa distanza dalla vita politica, che appare loro per molti aspetti incomprensibile, ma questa distanza si riduce considerevolmente se solo si ha la pazienza di accompagnarli in percorsi di riflessione nei quali si sentano protagonisti.

Certo, lo spettacolo quotidiano di una politica troppo rissosa – e la controtestimonianza di molti uomini politici… – non aiuta a comprenderne il valore e a maturare atteggiamenti responsabili; ma proprio il rischio che la spettacolarizzazione del peggio produca nei ragazzi una certa narcosi e li chiuda in una vita tutta centrata su sé stessi e sui propri bisogni quotidiani ci deve far riflettere sulla necessità di farsi carico di un’educazione alla cittadinanza responsabile. Perché il problema maggiore, forse, sta proprio nel pericolo che una generazione intera, disillusa dalla politica e sentendosi impotente di fronte alle grandi tragedie internazionali, decida di concentrarsi totalmente su sé stessa e sulla propria realizzazione personale. E su questo non mancano le responsabilità degli adulti, che così spesso dimenticano il valore irrinunciabile del “noi”, dell’“assieme a”, del “con” e del “per” gli altri nella realizzazione del sé.

La questione mi sembra molto seria e non credo possa essere liquidata affidandola a qualche ora di educazione civica a scuola, perché si tratta di un problema che va ben oltre la conoscenza sommaria delle istituzioni e che impegna non solo tutta la scuola (e nella scuola non solo gli insegnanti di educazione civica), ma più ampiamente tutti i settori della vita civile con i quali i giovani hanno a che fare. Ed è chiaro che non serve l’apologia della Costituzione o delle istituzioni democratiche, non solo perché spesso appare smentita dai comportamenti di coloro che quelle istituzioni più di altri dovrebbero rappresentare e difendere, ma anche perché il linguaggio apologetico funziona ben poco sul piano educativo, quando non ottiene addirittura effetti di rifiuto.

In quest’ottica rimane ancora attuale la domanda che quattro anni fa, in un piccolo saggio (Imparare la democrazia, Torino-Roma 2005), si poneva Gustavo Zagrebelsky, chiedendosi se nell’Italia repubblicana non sia mancata «un’autentica pedagogia democratica ». Domanda cruciale, alla quale Zagrebelsky rispondeva suggerendo un piccolo decalogo a fondamento di una pedagogia attenta alla cittadinanza responsabile. Vale la pena di riprendere brevemente quei punti, che ancora oggi sono così attuali.

La democrazia, sostiene Zagrebelsky, non può che essere relativistica. Ciò non significa che essa non abbia degli irrinunciabili punti di riferimento sui quali poggiare: essa “deve credere in sé stessa e non lasciar correre sulle questioni di principio, quelle che riguardano il rispetto dell’uguale dignità di tutti gli esseri umani e dei diritti che ne conseguono, e il rispetto dell’uguale partecipazione alla vita politica e delle procedure relative. Ma al di là di questo nucleo, essa è relativistica nel senso preciso della parola, cioè nel senso che i fini e i valori sono da considerare relativi a coloro che li propugnano e, nella loro varietà, tutti ugualmente legittimi”.

Non si tratta quindi di scivolare in un nichilismo senza punti di riferimento, ma di accettare il valore che in questa cornice esprime ogni singola persona umana.

La cura delle personalità individuali

L’attenzione ai singoli e alla loro uguaglianza di diritti non può condurre alla massificazione. Al contrario “una democrazia che vuole preservarsi dalla degenerazione demagogica deve curare nel massimo grado l’originalità di ciascuno dei suoi membri e combattere la passiva adesione alle mode. L’originalità che non deve essere concepita come stramberia, amore estetizzante della stravaganza ma, etimologicamente, come seria capacità di dare inizio, origine a un progetto, a un rinnovamento che produce vita nuova e combatte la passiva e animalesca ripetitività”. Sul piano educativo questa attenzione al singolo assume un enorme valore e implica cambiamenti di stile tanto profondi quanto innovativi.

Lo spirito del dialogo

La prospettiva del dialogo rimane in democrazia essenziale. Sul piano del metodo, perché si tratta di imparare che il ragionare assieme è coessenziale alla democrazia stessa, indicandoci la necessità di non cadere nei due errori opposti dell’intestardirsi e del lasciar perdere; e sul piano dei contenuti, in quanto ci insegna che la verità va faticosamente conquistata assieme agli altri e che per questo è importante “rallegrarsi di essere scoperto in errore.

Chi, al termine, è ancora sulle sue stesse iniziali posizioni, infatti, ne esce com’era prima; ma chi è stato indotto a correggersi ne esce migliorato, alleggerito dell’errore”.

Lo spirito dell’uguaglianza

L’uguaglianza che caratterizza una democrazia non va intesa come annullamento della propria singolarità, ma come rifiuto del privilegio, come riconoscimento che alla base della convivenza non può che esserci un’ uguaglianza di tutti di fronte alla legge (“isonomia”). È questo, sul piano pedagogico, un punto delicato, perché spesso gli atteggiamenti di sfiducia nei confronti della democrazia passano proprio dall’impressione che la società rimane divisa in caste e che l’uguaglianza non sia un principio realizzato.

L’apertura verso chi porta identità diverse

“La democrazia esige, afferma Zagrebelsky, che le identità particolari siano ininfluenti rispetto alla pari partecipazione alla vita sociale; esige, in breve, di essere potenzialmente multi-identitaria”. Questo significa da un lato che la tolleranza è un livello minimo, ma non la realizzazione della democrazia; e dall’altro che una democrazia matura deve porre al centro, come criterio discriminante, il linguaggio dei diritti di cittadinanza di ciascuno. In questo senso è importante riflettere sul concetto stesso di identità che “se può e deve valere ai fini del riconoscimento e della protezione delle diverse culture, deve considerarsi completamente non rilevante con riguardo alla partecipazione alla vita pubblica e al riconoscimento dei diritti relativi”.

La diffidenza verso le decisioni irrimediabili

Per educare al dialogo e alla cittadinanza responsabile occorre coltivare la disponibilità a “ritenere reversibile ogni decisione (sempre esclusa quella sulla democrazia medesima)”. Questa disponibilità a rivedere le decisioni e a dialogare non è un segno di debolezza, ma una condizione essenziale per la convivenza democratica. Si tratta qui di una questione delicata, difficile da realizzare ma al tempo stesso irrinunciabile in un Paese come il nostro, che così spesso si lacera nello scontro fra persone che considerano i propri valori come non negoziabili.

L’atteggiamento sperimentale

In questa prospettiva è chiara l’importanza di quello che Zagrebelsky chiama “atteggiamento sperimentale” che implica da un lato lo sforzo di mettere da parte le tentazioni manicheiste di dividere la realtà fra bene e male e dall’altro l’impegno a interrogarsi sulle conseguenze delle proprie scelte e delle proprie posizioni.

L’atteggiamento altruistico

È questo un aspetto fondamentale. Non solo perché “la democrazia è la forma di vita comune di esseri umani solidali tra loro” e perché “l’emarginazione sociale è contro la democrazia”, ma soprattutto perché al fondo della democrazia sta “l’idea che nessuno possa essere lasciato indietro, abbandonato a sé stesso e alle difficoltà della sua vita particolare”. Questo, che è un elemento così trascurato in una società che sembra spesso dire ai giovani che devono imparare a emergere e a farcela da soli, non è un elemento accidentale della democrazia, “che può esserci o non esserci, a seconda delle politiche del momento”, ma ne costituisce l’anima stessa.

La cura delle parole

È proprio l’importanza del dialogo nella democrazia a imporre la cura delle parole. Questa, ricorda ciascuno dei suoi membri e combattere la passiva adesione alle mode. L’originalità che non deve essere concepita come stramberia, amore estetizzante della stravaganza ma, etimologicamente, come seria capacità di dare inizio, origine a un progetto, a un rinnovamento che produce vita nuova e combatte la passiva e animalesca ripetitività”. Sul piano educativo questa attenzione al singolo assume un enorme valore e implica cambiamenti di stile tanto profondi quanto innovativi.

Zagrebelsky, vale sul piano della quantità come su quello della qualità. Sul piano quantitativo, perché “il numero di parole conosciute e usate è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia. […] Più sono le parole che si conoscono, più ricca è la discussione politica e, con essa, la vita democratica.

Quando il nostro linguaggio si fosse rattrappito al punto di poter pronunciare solo sì e no, saremo pronti per i plebisciti; e quando conoscessimo solo i sì, saremmo nella condizione del gregge che può solo obbedire al padrone”. E sul piano della qualità, perché nella democrazia “le parole non devono essere ingannatrici, affinché il dialogo sia onesto”.

Al centro di questa sfida educativa, per quel che posso vedere, sta l’educazione al “noi” che, come sostiene il filosofo francese Jean-Luc Nancy, è l’unica strada per scoprire non solo il senso della vita assieme, ma anche quello della propria esistenza personale.

Unimondo, 27 ottobre 2009

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