Gianni Giovannelli

CODIFICAZIONE DELL’INCERTEZZA

di Gianni Giovannelli

(Intervento di Giovannelli al seminario “Dei corpi perduti e dei corpi ritrovati” – Milano, 10 ottobre 2020)

La norma, che è il nocciolo della legge, caratterizza, nella sua sostanza, il sistema complessivo che regge il potere; definire la norma consente di cogliere i punti di forza e i punti di debolezza nell’apparato di comando.
Dobbiamo a un serbo della Voivodina, Vujadin Boskov (1931-1914) l’aforisma che inquadra perfettamente l’idea di norma che si è affermata, con sempre maggiore evidenza, nel capitalismo finanziarizzato delle piattaforme. Boskov, pur se laureato in storia e filosofo del diritto formatosi nel socialismo reale, era anche un abile allenatore di calcio, capace di portare la Sampdoria fino alla vittoria nel campionato. Richiesto di un parere sulla legittimità o meno della decisione arbitrale di sanzionare la sua squadra con il rigore rispose chiarendo il procedimento corretto di interpretazione delle regole sul campo: quando arbitro fischia quello è rigore. Il direttore di gara incorpora sia la previsione astratta sia la sanzione eventuale, il suo verdetto diventa per mera discrezionalità o anche per mero arbitrio la legge.
In fondo si tratta di una riscoperta del vecchio ordinamento imperiale romano, di una massima risalente a Domizio Ulpiano, libanese di Tiro: quod principis placuit legis habet vigorem (Digesto, I, 4, 1 pr.). Ovvero: quando il principe ha deciso quella è la legge. La discrezionalità un tempo riservata all’imperatore oggi viene esercitata da una legione di funzionari, pubblici o privati; si sono ben radicati nella vita sociale e nell’esistenza quotidiana al punto che nessuno mette più in discussione la loro funzione. Quando fischiano quella è una multa.
Non possiamo tuttavia ricondurre ad un generico fascismo questa ampia e generale cancellazione di un codice comprensibile dei diritti e dei divieti; si tratta di un fenomeno assai più complesso e variegato che caratterizza quasi tutte le moderne organizzazioni statuali, non solo in Italia. Il regime militare sudamericano o il nazismo tedesco si limitavano a decodificare i soli delitti politici, a criminalizzare gli oppositori o a punire lo sciopero; ma non hanno mai esteso l’incertezza sulla liceità o meno di un comportamento all’insieme dei rapporti sociali. Il codice civile ancora oggi in vigore risale al 1942 e reca la firma di Benito Mussolini. Nella legislazione sovietica venne elevata al rango di legge l’incertezza su ciò che si potesse o non si potesse fare, ma con una certa attenzione a circoscrivere la portata di questa scelta nell’ambito della repressione dei nemici della rivoluzione (articolo 58 del codice penale, 1927) o dei teppisti, gli huligani che violavano la morale socialista. Rielaborando l’esperienza zarista i giuristi sovietici portarono contributi originali; Iverskij affermò che dentro le leggi vi sono articoli che parlano e articoli che non parlano, il commissario alla giustizia Petr Ivanovic Stucka aggiunse che non tutto il diritto è espresso in legge. Il nodo fu individuato da Pasukanis: la sfera del dominio, che assume la forma del diritto soggettivo, è un fenomeno sociale che inerisce all’individuo allo stesso modo che il valore, anch’esso fenomeno sociale, viene ascritto alla cosa, prodotto del lavoro. Il feticismo della merce si completa con il feticismo giuridico. Dunque i rapporti sociali, secondo Pasukanis, tendono sempre ad assumere una formula duplice, enigmatica. A lato della proprietà mistica del valore compare qualche cosa di non meno enigmatico, il diritto. Il più cattivo di tutti, Vysinskij, il pubblico accusatore nei processi staliniani, dopo aver definito sia Stuka sia Pasukanis spie e sabotatori, giunse a conclusioni più drastiche: il diritto è un mezzo di controllo, si estinguerà quando gli uomini si saranno assuefatti al rispetto delle regole così da attuarle senza coazione. Probabilmente pensava: cioè mai!
Le vecchie regole erano quelle di una società fordista o di una società postcoloniale; si fondavano sul tempo e sul luogo, sulla religione e sulla gerarchia, sulla esatta indicazione dei diritti e dei doveri costruiti per una operosa esistenza delle masse operaie o contadine. Oggi la produzione di merci smaterializzate è alla base delle ricchezze più ingenti. Ci troviamo di fronte a un nuovo flusso, caratterizzato dall’inatteso, dalla continua innovazione. L’innovazione è organizzabile, ma non prevedibile. Non è neppure misurabile utilizzando le forme convenzionali di misurazione di cui dispongono le attuali strutture sindacali dei lavoratori, anche quelle più radicali. Questo torrente di innovazione è un torrente di lavoro vivo, che non perde la sua caratteristica solo perché non è misurabile con l’orologio del tempo convenzionale o per assenza di materialità. Il capitale incamera valore e al tempo stesso sottrae alla nostra vista il tesoro. Il vecchio padrone si cela nella piattaforma, non esiste neppure la possibilità di un incontro fisico fra Jeff Bezos e i corpi che utilizza in giro per il mondo. Eppure anche Jeff Bezos ha un corpo, una famiglia; in qualche luogo mangia e dorme.
Il corpo. Il corpo deve essere sempre disponibile, in casa, in bicicletta, sul furgone, in ufficio, per strada, collegato e raggiungibile. Il contratto fra piattaforma ed esistenza, fra merce immateriale e corpo non ha alcuna necessità di fissare i confini nei luoghi o nei tempi. Quale che sia l’assetto istituzionale in cui si articola, territorio per territorio, il dominio della nuova organizzazione capitalistica (sia essa teocratica, socialista, populista, liberale, democratica, autoritaria) esige, comunque, oggi, una generale delegificazione, una ampia decodificazione; l’attuale modo di produzione presuppone infatti la condizione precaria e si fonda sull’appropriazione dei frutti della cooperazione sociale. L’uso del precariato abbatte il tempo di lavoro tradizionale e stravolge ogni misurazione. Dunque l’unica regola possibile diventa l’assenza di regole; l’esproprio del sociale a sua volta si traduce inevitabilmente nella cancellazione di ogni tutela dei soggetti riuniti in comunità o singolarmente considerati. Prima era merce l’ora lavorativa, ora è merce l’intera esistenza e le merci non hanno diritti.
Ci troviamo davanti al rovesciamento dei presupposti stessi che caratterizzano il contratto di lavoro. Nell’epoca fordista l’operaio cedeva un segmento temporale (tempo di lavoro), ore astratte, merce/tempo immateriale che il capitalista acquisiva per usarla a proprio rischio in un luogo, contrattando prezzo e condizioni vincolanti, ovvero codificando conseguenti diritti di cui il venditore era titolare. Nell’epoca del capitalismo finanziarizzato le merci immateriali non hanno più necessità di un luogo preciso o tempo prefissato, ma richiedono invece l’esproprio della cooperazione sociale complessiva e la disponibilità delle esistenze precarie per intero; dunque l’esistenza diviene merce essa stessa, con implicita rinunzia del soggetto ad essere titolare di diritti, quasi una moderna forma giuridica di schiavitù nell’era informatica.
Giunge a conclusione un lungo tragitto giuridico, iniziato con Enghelbert d’Admont, il primo ad intuire che il Sacro Romano Impero si era avviato al tramonto; Baldo degli Ubaldi (1250-1331, conosciuto anche come Baldo da Perugia), allievo del celebre Bartolo da Sassoferrato, seppe elaborare strumenti tecnici in grado di arginare il potere assoluto, codificando diritti comunali e territoriali. A lui si deve, fra l’altro, il primo studio sulla cambiale. La codificazione dei diritti, e ovviamente delle pene, accompagnò sempre le rivendicazioni; erano le carte e non a caso i primi movimenti dei lavoratori si chiamarono cartisti in ragione delle petizioni sottoscritte che trainarono riforme elettorali prima, sociali poi.  La difesa pura e semplice del passato normativo fordista non ha un avvenire e si presenta quasi come un lamento luddista; lo scontro si è spostato ormai sul muro tecnico giuridico che il capitale va con diverse forme costruendo per impedire ai corpi del precariato di realizzare un diverso modo di vivere, per ambiente, produzione, distribuzione, uso del comune. La pandemia ha solo accelerato un processo già in atto. Non è il gallo che canta a determinare l’arrivo del mattino; non è il corona virus a produrre un ipotetico stato di eccezione. A ben vedere neppure si tratta di un vero e proprio stato di eccezione, almeno non in senso schmittiano. Al contrario: si tratta di una nuova normativa che prende il posto di quella precedente ormai desueta. Esistono invece molte varianti di un neo-autoritarismo che si consolida mediante la sistematica cancellazione istituzionale di ogni carta dei diritti. Si va delineando un moderno assolutismo in cui la piattaforma assume il ruolo del sovrano e i suoi caporali fungono da arbitri legibus soluti in un quadro giuridico contrassegnato da incertezza costante. Il capitale si è mosso rapidamente per trasformare la crisi in opportunità, e Jeff Bezos ha ulteriormente incrementato i profitti alla faccia della crisi, anzi dentro e grazie alla crisi. I dati sull’incremento della ricchezza e del fatturato di Amazon in costanza di pandemia sono impressionanti, ma prevedibili e previsti. Il precariato ha invece subito gli eventi. Questa è la differenza. Il resto non cale. Forse vale la pena di esaminare le ragioni di questa carenza di opposizione sociale; e la cancellazione del diritto non mi pare priva di rilevanza.
Thomas Hobbes, già nel 1640, ebbe ad osservare che tre sono gli elementi necessari per disporre gli animi alla sedizione contro l’ordine costituito: lo scontento, il pretesto di un diritto violato, la speranza di ottenere un risultato. La paura della povertà e il timore della pandemia può naturalmente determinare una sensazione di sofferenza che induce alla rivolta; ma in assenza di quel particolare convincimento che consiste nel ritenersi dalla parte del giusto prevale il timore delle sanzioni inflitte da chi detiene il potere, il rischio di essere incarcerati o espropriati della proprietà di un bene o anche soltanto multati. In ogni caso solo intravedendo una concreta possibilità di successo gli scontenti possono affrontare le altrettante possibili conseguenze di una sommossa. Senza questi tre elementi non vi può essere ribellione; quando invece compaiono tutti insieme non resta che dar fiato alla tromba (Elements of Law Natural and Politic, parte II, capitolo VIII; traduzione italiana di Arrigo Pacchi, Firenze, 1968, La Nuova Italia, pag. 238).
Il potere, in questo primo scorcio del XXI secolo, tende a cancellare le norme, o, meglio, a renderle così vaghe e generiche da risultare sostanzialmente incomprensibili; tocca al funzionario di polizia interpretarle e applicarle, la magistratura si limita ormai a confermare l’operato dei gendarmi. Un nostro giovane amico mi raccontò di essere stato multato da un vigile per aver passeggiato nel parco; lui aveva dato spiegazioni invocando una lettura della norma, ma il vigile non aveva sentito ragioni. Ricordate Boskov? Quando arbitro fischia quello è rigore. Il tema del cosiddetto negazionismo nulla ha a che vedere con questo passaggio dal diritto codificato al diritto delegificato, affidato all’interpretazione discrezionale dei funzionari.
Non esistono diritti certi, dunque non è possibile rivendicare giustizia o lamentare ingiustizia. Esistono solo formalità inutili, richieste dal moderno dispotismo con il solo scopo di affermare quotidianamente l’esercizio di un dominio cui è non solo vietato, ma anche impossibile sottrarsi. Astolphe de Custine aveva colto questa caratteristica della legislazione autoritaria nel momento stesso in cui era entrato in territorio russo: Je répète donc avec le seigneurs russes, que la Russie est le pays des formalités inutiles (Lettre huitième, 11 juillet 1839, au soir).
La libertà residua sopravvive solo nei pochissimi segmenti dell’esistenza individuale che il potere sovrano non è interessato ad acquisire o mettere comunque a valore; ma sono ritagli poco significativi. Pensate alla cassa integrazione. La richiede il datore di lavoro, non il lavoratore. E solo dopo un certo tempo il direttore provinciale di INPS dirà se e per quanto tempo è andata bene. Meglio di nulla, ovvio. Ma nessuna certezza. O pensate all’operaio che risulta positivo al sierologico (dunque deve uscire dall’azienda) ma rimane in attesa del tampone. Chi paga l’attesa? Non si sa, non lo si può sapere. Prevale in questo tempo un sentimento che viene efficacemente definito Trigger Warning, viviamo in una condizione di voluta e procurata incertezza; quale che sia la tua scelta in una determinata circostanza non è detto che sia la scelta giusta perché il verdetto spetta all’arbitro. Si crea dunque uno stato di ansia permanente, e questo produce profonde depressioni insieme a un senso di resa, di assenza di prospettive.
Con un decreto hanno delegificato il c.d. smart working, che poi neppure è esattamente tale. In realtà si tratta di innovazione, di lavoro telematico, di lavoro vivo sottratto a qualsiasi codificazione normativa e con molte zone d’ombra anche nella parte economica (indennità di mensa, straordinario ecc. ecc.). Il corpo del precariato messo a valore per l’intera esistenza si avvia a vivere in un tempo di totale incertezza codificata e si contrappone all’immaterialità del prodotto che il corpo è chiamato a realizzare; solo se il corpo rifiuta di essere merce può aprirsi la via di una nuova diversa codificazione dei diritti, finalmente rivendicati da un lavoro vivo capace di ricomporsi in classe. Ma per questo bisogna avere il coraggio di lasciarsi alle spalle i vecchi diritti fordisti e procedere invece alla elaborazione di quelli oggi necessari.
Rimane naturalmente la libertà di ribellarsi, e questa per sua stessa natura sfugge a qualsiasi codificazione: si trasforma in ordine nuovo quando la rivolta è accompagnata dal successo, produce la sanzione punitiva quando prevale la struttura di comando. La rimozione di ogni fondamento giuridico che possa legittimare i desideri originati dal malcontento rende difficile la sedizione e oggi prevale piuttosto la paura. Ma basta un niente perché una protesta venga affissa sul portone di Wittenberg e tutto cambi di nuovo.

L’immagine è di di Anemone123 da Pixabay

DISTRAZIONI DI MASSA

Foto di Collen da Pixabay

di Gianni Giovannelli

Quando uno schiavo non prende
coscienza del significato e del
perché delle catene che ne
fanno uno schiavo, se gliele togli
ti accuserà di furto.

(Ugo Duse, 1926-1997, musicologo comunista)

La relazione sull’evasione fiscale e contributiva è parte integrante del NADEF (la nota di aggiornamento al documento di economia e finanza), testo che deve obbligatoriamente essere presentato entro la data del 27 settembre, ogni anno. Il professor Alessandro Santoro, professore ordinario di scienza delle finanze presso la Bicocca e consigliere retribuito del MEF, aveva provveduto al deposito in termini, già il 19 settembre. Ma l’ineffabile Mario Draghi, come suo costume, della scadenza se ne è allegramente infischiato, rendendo nota solo la cosiddetta “previsione tendenziale”, congelando il resto, senza dare spiegazioni. Tale decisione, unilaterale e illegittima, ha provocato qualche timido malessere in una sparuta pattuglia di parlamentari, ma è stata accettata dalla larga maggioranza, silenziosa e genuflessa, incapace di resistere alla prepotenza del Presidente nominato dagli americani (dunque infallibile quando agisce ex cathedra). La nota di aggiornamento fu pertanto rivelata, insieme al testo completo del NADEF, solo il 5 novembre, da Giorgetti, nuovo ministro posto a capo del MEF con il beneplacito di Draghi.   La “previsione tendenziale” era naturalmente ottimistica ed encomiastica; la relazione, a consuntivo, un po’ meno. Il problema sta nell’oggettività dei numeri. Mentre l’evasione verificata, in termini assoluti, mostrava un sia pur minimo calo, toccava il massimo storico la quota in cui sono accorpate (per la verità senza una convincente giustificazione) le prestazioni autonome e i guadagni delle imprese: 68,7% per un totale di 27,65 miliardi nel corso dell’anno 2020. Come noto il numero complessivo di autonomi e imprenditori è alquanto più basso di quello dei lavoratori subordinati, ma il raffronto con l’evasione di questi ultimi è impietoso: 4,6 miliardi (in lieve crescita pure questo, era a 4,4). Una lettura di questi dati sembrerebbe suggerire una stretta repressiva contro i maggiori responsabili del mancato introito, ovvero le imprese, destinando a questo obiettivo la gran parte delle risorse. Invece entrambi i governi, quello uscente e quello appena insediato, hanno annunciato di voler destinare proprio alle imprese la gran parte delle risorse disponibili, negando invece l’utilità di introdurre una soglia salariale minima di garanzia per i lavoratori sottopagati; quindi ai 27,65 miliardi evasi (somma quasi pari allo stanziamento della manovra ultima approvata in consiglio dei ministri, 30 miliardi, da reperire con tagli alla spesa pubblica e uso dell’accantonato disponibile) si aggiungerà un premio alle imprese responsabili dell’evasione, senza alcun programma impositivo per recuperare i giganteschi profitti (quelli che vengono chiamati extraprofitti con definizione impropria atta a nascondere frodi e saccheggi consentiti dal dispotismo finanziario).

Le partite Iva

La nota di aggiornamento al DEF, approvata dal ministro Giorgetti, si pone peraltro in contrasto logico-politico con uno dei punti programmatici della Lega salviniana, l’estensione della flat tax al 15% (esente da IVA ma senza spese detraibili) da quota 65.000 euro (lordi) a 100.000 (trattabili o scaglionati, comunque almeno 85.000). Secondo la relazione il massimo storico di 27,65 miliardi sarebbe stato raggiunto a causa, dunque per colpa, dei lavoratori autonomi, i quali avrebbero omesso di dichiarare una parte di introiti per non superare il tetto attuale (65.000 euro) e subire un pesante aumento dell’imposizione. Hanno calcolato, infatti, che superando di un solo euro la soglia in cui opera la flat tax il singolo lavoratore autonomo si sarebbe visto addebitare circa 5.000 euro in più dall’Agenzia delle Entrate. Probabile, in effetti, che chi si sia trovato in quella condizione abbia ceduto alla tentazione di sottrarsi a un balzello irragionevole. Ma non convince molto che, in questa miscela fra imprese e lavoro autonomo, il picco di evasione sia riconducibile alle partite IVA con fatturato al confine del limite fissato dal regime forfettario; sembra piuttosto una considerazione politica volta a contrastare l’incremento dell’area a imposizione agevolata, un argomento in favore delle società di capitale, per struttura più adatte dei singoli soggetti fisici a mettere in opera meccanismi elusivi. Di certo, nello scontro assai acceso interno alla compagine di governo (a prescindere dall’esattezza di un rilievo presuntivo non accompagnato da riferimenti oggettivi), l’uso di una simile imputazione conduce per la via più rapida al prevalere di una linea in continuità con la gestione Draghi piuttosto che a un cambio di passo in senso nazional-populista. Il regime forfettario fu varato dal Conte 1, ovvero dalla maggioranza gialloverde, per iniziativa soprattutto della Lega, con una fiera opposizione non solo del PD (paladino delle macro-imprese) ma pure di LEU (per mera inguaribile ottusità). Il tetto di 65.000 euro (ma non tutti si collocano al tetto, il grosso sta sotto), applicando il 15%, porta a un ricavo di 55.250 euro, eroso tuttavia dalle spese, tutte non detraibili, legate all’attività svolta (box o ufficio o coworking, auto, cellulare, attrezzi) o sociali (materiali, sanità, assicurazioni, gestione separata INPS); stiamo dunque parlando di un’area caratterizzata da un forte rischio d’impresa e da orari pesanti (si pensi agli autisti), a fronte di un reddito netto mensile effettivo fra i 2 e i 3 mila euro, senza TFR. Concentrare la guerra contro questa ultima fascia residuale che sfugge agli estremi della forbice significa consegnare alla destra estrema (quella oltre Meloni) la loro rabbia, con la conseguenza di indebolire ulteriormente il fronte già logorato e diviso della maggioranza popolare (non populista) che subisce la violenza del liberismo, la prepotenza della scelta dispotica. L’incremento di evasione da 4,4 a 4,6 miliardi nel bacino subordinato va qualificata per quello che è: una disperata forma di resilienza, in un tempo di attacco al reddito della parte debole, da difendere e proteggere con la massima omertà, contro la polizia fiscale di destra e di sinistra. Con i lavoratori autonomi in regime forfettario va costruito invece un percorso di ricomposizione dell’unità, perché, a prescindere dal nominalismo, sono una componente indispensabile del possibile antagonismo, avversari oggettivi del dispotismo liberista (se e quando prenderanno coscienza delle catene).
L’avversario da colpire sono le imprese, in particolare quelle dell’energia, delle armi, della comunicazione, della farmaceutica; quelle che usano la guerra e la pandemia per moltiplicare i profitti allargando la forbice fra ricchi e poveri. L’evasione fiscale più rilevante, non esaminata nelle relazioni allegate al NADEF annuale, avviene legalmente, con il trasferimento della sede legale in Olanda o in Irlanda, con il pagamento dei vaccini europei in Svizzera, soprattutto con l’esproprio sistematico del comune (aria, mare, sottosuolo, sapere) da parte del c.d. privato. Un programma sovversivo non propone redistribuzione della ricchezza ma riappropriazione di quanto il liberismo dispotico ha rubato alle moltitudini.

Le menzogne di regime: il reddito di cittadinanza

Sono stati resi noti dalla Guardia di Finanza i dati complessivi relativi all’attività svolta nel quinquennio; e, quasi contestualmente la Banca d’Italia ha pubblicato il report UIF (Unità di Informazione Finanziaria), elaborato sulla base delle Segnalazioni di Operazioni Sospette ricevute. Il quadro emerso non è per nulla contraddittorio, sembra anzi integrarsi a conferma.
Le frodi accertate dal 2019 ad oggi nell’erogazione del reddito di cittadinanza ammontano a 288,7 milioni di Euro, ovvero una quota complessiva pari ad 1% delle somma complessiva impiegata (circa 25 miliardi). I soggetti accusati degli illeciti sono 29.194 (9731 per ogni anno); ogni criminale ha ottenuto, in media, un bottino di circa 300 Euro mensili, rischiando assai quanto a sanzioni, per giunta con poche possibilità di passarla liscia, posto che si tratta di verifiche incrociate cui è quasi impossibile sfuggire. In buona sostanza si tratta, in genere, di comunicazione in cui la dichiarazione risulta difforme rispetto all’ISEE o al DSU (Dichiarazione Sostitutiva Unica), ad opera per lo più di soggetti marginalizzati (pregiudicati, immigrati precari, tossicodipendenti); per giunta il controllo sull’utilizzo concreto di queste somme apre un sipario inquietante (di complicità fra mafia e istituzioni) visto che viaggiano mediante contratti di locazione fittizi e sovrafatturazione commerciale, strumenti più in uso fra i ricchi che fra i poveri (ma la rete di imbiancatori naturalmente non viene perseguita).
Su queste anomalie del tutto marginali (ripetiamo: 1%) la macchina della propaganda neoliberista ha sferrato un attacco mediatico di grandi proporzioni, arruolando economisti, giornalisti, opinionisti, con lo scopo dichiarato di eliminare questo ammortizzatore sociale, percepito come una sorta di concorrenza sleale da chi esige manodopera reclutata dai caporali e scandalosamente sottopagata. Le sanzioni a carico di chi accede al reddito di cittadinanza senza averne diritto sono più severe di quelle previste per chi omette le coperture contributive e spunta salari da fame giocando sul bisogno crescente dei poveri.
La marginalità delle anomalie legate all’erogazione del reddito di cittadinanza emerge chiarissima esaminando proprio i dati forniti dalla Guardia di Finanza. Nel periodo 2017-2021 (cinque anni) l’evasione e la frode nel settore degli appalti ammonta a 34 miliardi di Euro; riparametrati nel triennio (per un raffronto con quella del reddito di cittadinanza) sono 20,4 miliardi contro 288,7 milioni ! L’imputazione del totale è divisa in gran parte (30 miliardi su 34) fra appalti truccati (11 miliardi), corruzione (ovvero mazzette: 1 miliardo) e responsabili amministrativi di danno erariale (19 miliardi). Anche riparametrate al triennio le sole mazzette ammontano a 600.000 Euro, più del doppio delle frodi sul reddito di cittadinanza!
Clamoroso poi è l’esito di un raffronto condotto sui soggetti responsabili, che nel settore degli appalti riguarda 18.952 persone in cinque anni, dunque 11.371 nel triennio, contro i 29.154 nell’area del reddito di cittadinanza. Ciascun soggetto (in media naturalmente) nel settore appalti ha ricavato 10.964 Euro mensili per i tre anni di riferimento; dunque un singolo evasore nel settore appalti incassa in un mese quello che prende in tre anni un destinatario senza titolo del reddito di cittadinanza.
Ma la propaganda di regime tace sugli appalti e si scatena sull’ammortizzatore sociale, con il preciso disegno di non perseguire le grandi frodi e togliere a tutti i disagiati anche quel poco che ha consentito loro di sopravvivere durante questa lunga crisi.
I dati della Guardia di Finanza trovano conferma in quelli elaborati da UIF (Unità di Informazione Finanziaria) per Banca d’Italia, nell’analisi diretta e coordinata dal suo responsabile, dottor Claudio Clemente.
La menzogna viene distribuita al pubblico come verità e in qualche modo lo diventa, grazie all’arroganza del potere. E così matura la distrazione di massa, per far dimenticare guerra, inquinamento, attacco al risparmio, sfruttamento. E’ una forma moderna di guerra asimmetrica di classe condotta da chi detiene le chiavi del potere contro i sudditi.

ALLE CINQUE DELLA SERA

(Lamento per Giuliano De Seta)

Fonte della foto: www.infoaut.org

di Gianni Giovannelli

Son cussì disgrazià che pianzo tanto,
Né so se gò dirito ai sfoghi e al pianto.

Giacomo Ca’ Zorzi Noventa
(Versi e poesie, pag. 173)
Milano, Edizioni di Comunità, 1956

Alle cinque della sera, in un reparto della piccola fabbrica metalmeccanica BC Service, nel cuore del laborioso nord-est, a Noventa di Piave, è morto Giuliano De Seta, diciotto anni appena compiuti, ultimo anno all’Istituto Tecnico Leonardo Da Vinci (Portogruaro). Per poter conseguire il diploma il giovane studente doveva, necessariamente, documentare qualche centinaio di ore di prestazione gratuita nell’ambito del programma di alternanza scuola-lavoro; e così, alle cinque della sera, mentre stava eseguendo le tassative disposizioni ministeriali, Giuliano De Seta ha perso la vita, schiacciato da una lastra d’acciaio, solo, senza scampo. Lo demas era muerte y solo muerte a las cinco de la tarde.

La cosiddetta alternanza fu introdotta con una legge chiamata “buona scuola”, la 107/2015, commi da 33 a 45, quando ministro in carica era Stefania Giannini, in quota “tecnica” legata al gruppo parlamentare del senatore Monti, durante il governo Renzi. Il comma 36 escludeva qualsiasi onere per la finanza pubblica e assegnava al dirigente scolastico la responsabilità di individuare le imprese presso le quali il lavoro gratuito obbligatorio si sarebbe in concreto materializzato, anche con riferimento ai problemi della sicurezza.  Le linee guida attualmente in vigore sono quelle contenute nel decreto ministeriale n. 774 del 4.9.2019, a firma di Marco Bussetti, indipendente di area leghista, quando era in carica il governo gialloverde guidato da Conte e Salvini; si applica altresì la Carta dei diritti e dei doveri degli studenti varata con il decreto interministeriale 3.11.2017 n. 195. Non è stato reso noto, nell’immediatezza, con chiarezza e trasparenza, il testo della convenzione fra scuola e impresa che si riferisce all’assegnazione di Giuliano De Seta presso B.C. Service s.r.l.; sappiamo solo – lo ha riferito la dirigente scolastica Anna Maria Zago – che questa società collaborava da tempo con l’ITIS Leonardo Da Vinci. Ancora ignote sono invece le generalità del tutor interno e del tutor esterno, soggetti che secondo l’articolo 4 delle linee guida avrebbero dovuto interagire costantemente fra loro e tenere sotto controllo l’attività svolta. Ma alle cinque della sera, in quel drammatico venerdì 16 settembre, non c’erano, mentre la muerte puso huevos en la herida. Ci pare davvero difficile rinchiudere questo terribile accaduto nel recinto della fatalità, della semplice disgrazia imprevista e imprevedibile. Il quadro che caratterizza la vicenda è quello di responsabilità plurime, di comportamenti tollerati dalle istituzioni dello stato, concretando quella che con suggestiva immagine venne qualificata complicità ambientale. Da molti anni, troppi ormai, l’impunità sostanziale accompagna ogni morte sul lavoro, sia per esposizione all’amianto, sia per consapevole rimozione dei dispositivi di sicurezza, sia, come in questo caso, per una mal concepita, e mal eseguita, alternanza di studi e lavoro. Chi ha imposto l’alternanza come obbligatoria al fine di conseguire il diploma ha costruito una fitta ragnatela di regole ben difficilmente applicabili (anche, ma non solo, per mancanza di fondi), volutamente dimenticando un idoneo conseguente apparato di sanzioni. Non è questione di invocare un giustizialismo inutile e insensato, come presumibilmente suggerirà la critica interessata dei giuristi ingaggiati dalle associazioni datoriali o da pseudo-sindacalisti foraggiati; è piuttosto la constatazione di come si sia consolidata nel tempo una cultura giuridica e legislativa di appoggio a chi reprime le lotte dei precari nella logistica o le proteste contro il TAV in Val di Susa, ma al tempo stesso reticente nel contrasto di inquinamenti, omicidi sul lavoro, riciclaggi, bancarotte. Per i primi compare sempre più frequentemente l’addebito di associazione per delinquere, per gli altri la conclusione, per una ragione o per l’altra, è l’impunità.

Noventa di Piave è il borgo in cui nacque uno dei più importanti poeti dialettali del secolo scorso, Giacomo Ca’ Zorzi. Amava la sua terra e per questo volle firmarsi “Noventa”. Era un convinto cattolico liberale, antifascista nel ventennio, legato a Croce e a Gobetti; non certo un comunista, ma ugualmente sensibile e attento a quel che avveniva nei ceti popolari. Giuliano, nato in una famiglia di lavoratori emigrati dalla Calabria, viveva a Ceggia, un paese in cui negli anni Sessanta aveva messo radici Potere Operaio. Questa morte, alle cinque della sera, in un piccolo triangolo di territorio veneto capace di lotte sociali e sottomissioni, pronto sempre a lavorare senza risparmio nella speranza di migliorare il destino della collettività, ci deve far riflettere. Magari potrebbe diventare un grimaldello per superare questa bonaccia di apatica rassegnazione in cui siamo caduti, per riaprire una porta sul futuro.

Giovanni Cagnassi, cronista per La Nuova di Venezia e Mestre, il 17 settembre, commentando l’incidente ha così descritto B.C. Service s.r.l.: “una di quelle aziende specializzate e poco sindacalizzate che sono la spina dorsale dell’economia del territorio e di una zona industriale molto attiva”. L’articolo rende bene il contesto, ci fa comprendere le ragioni profonde della complicità ambientale in cui si radica il consenso e non trova ostacoli una organizzazione neoliberista che in poco conto tiene la vita umana. I genitori della vittima vanno rispettati, nella loro identità e nel loro dolore; e anche nel loro procedere prudentemente, senza proclami. Al tempo stesso vanno sostenuti, evitando ogni strumentalizzazione, quando dicono: “Non ce la sentiamo di esprimerci finché la magistratura non avrà accertato l’esatta dinamica dei fatti. Però, è ovvio, vogliamo sapere la verità su come sia stato possibile che la vita di nostro figlio finisse in questo modo”.

Non credo sia possibile condividere tanta fiducia negli accertamenti della magistratura, a fronte di una inaccettabile incapacità, nella gran parte dei casi, di pervenire rapidamente all’individuazione dei responsabili. E penso sia bene invece esprimersi subito, qui e ora, incalzando senza sosta, perché la “verità”, in casi come questo, è per sua natura ribelle, se non anche rivoluzionaria. E allora potremmo procedere alla redazione di un testo in cui si chiede, ora, che sia reso di pubblica conoscenza il testo della convenzione (deve farlo Anna Maria Zago che dirige l’ITIS Da Vinci di Portogruaro) e che diano subito la loro versione, previa identificazione, i due tutor. I genitori hanno riferito al giornalista del Corriere Andrea Priante (18 settembre, pagina 23) che Giuliano aveva lavorato come operaio presso la B.C. Service s.r.l. nei mesi di luglio e agosto con un regolare contratto di apprendistato. Lascia perplessi un contratto di apprendistato di due soli mesi, fra l’altro risolto proprio quando ebbe poi inizio lo stage di alternanza. Che senso abbia poi un breve stage di alternanza dopo due mesi di lavoro è un bel mistero; certamente va acquisita anche tutta la documentazione relativa a questo contratto (dall’aria assai poco regolare se la descrizione risultasse esatta) e la direttrice Anna Maria Zago (con i due tutor) dovrebbe sentirsi tenuta a spiegare come le due prestazioni siano state ritenute compatibili. L’assegnazione ad un’impresa metalmeccanica rientra fra quelle a rischio elevato secondo le norme che regolano l’alternanza; dunque era necessario un congruo periodo di formazione in presenza, con una idonea informazione sui rischi. Lo svolgimento dell’attività lavorativa gratuita prima dell’inizio dell’anno scolastico induce qualche dubbioso sospetto.

Vogliamo provare ad intervenire con appelli e proteste? Questo Lamento per Giuliano De Seta, archiviata la malinconica campagna elettorale, potrebbe essere un modo per ritrovarci.

ESTERNO NOTTE di Marco Bellocchio. Riflessioni

di Gianni Giovannelli

Tutta la molteplicità del mondo,
la sua illusionistica corposità,
è un intreccio di enigmi.
Ma l’enigma si formula
contraddittoriamente.
Ogni coppia di contrari
è un enigma,
il cui scioglimento è l’unità.

Giorgio Colli
(La nascita della filosofia)
Milano, Adelphi

Sei episodi divisi in due parti, circa cinque ore complessive, pochissimo pubblico in sala in entrambe le proiezioni da me scelte, per due volte nel primo pomeriggio festivo, senza mai annoiarmi, attento e coinvolto. Non so se sia stato così per il debito emotivo che mi lega a questo ultraottantenne giovanissimo regista, fin da quando, ragazzo, ero rimasto affascinato dalla rabbiosa intelligenza dei suoi pugni in tasca (1965); forse anche, ma di certo non solo.

Il fatto
Il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro hanno segnato profondamente un tempo, e contribuito a modificare il rapporto di forza fra operai e capitale, a preparare la transizione autoritaria; la vicenda complessiva si caratterizza per essere, contestualmente, un intreccio di enigmi e un fatto storico, nella sua materiale – ma a ben vedere solo apparente – semplicità. Le lunghe polemiche, mai sopite in 44 anni, ruotano intorno a due quesiti, posti dai contendenti in contraddizione fra loro: se le BR debbano ritenersi o meno un’organizzazione davvero genuina (qualunque sia il significato di un simile aggettivo) e se ci si trovi o meno di fronte ad un complotto di natura politico-militare. Un falso sillogismo mai rilevato come tale: l’adesione alle Brigate Rosse di 2 o 3 mila veterocomunisti non esclude affatto, almeno sul piano logico astratto, l’intervento autonomo di un apparato statale capace di cogliere l’occasione per propri fini. Eppure il falso sillogismo ha fino ad oggi dominato ogni discussione sul caso Moro.

Il film
Marco Bellocchio ci costringe ora a cambiare prospettiva, muove da un angolo di visuale diverso, inusuale, spiazzante. L’azione armata è solo un frammento della vicenda, il punto di partenza, il fatto che costituisce presupposto necessario degli eventi successivi. Ma solo l’esame dell’intero affaire Moro (per usare l’efficace titolo del volume di Leonardo Sciascia) consente di sciogliere l’intreccio degli enigmi, portandoli a unità. Con l’intuito e la formidabile potenza dell’opera d’arte il regista pone al centro della scena non gli autori materiali del sequestro ma l’apparato di potere: ministri, poliziotti, preti, agenti segreti, psichiatri, faccendieri, militari, massoni della P2. I colloqui fra l’agente americano Pieczenik, inviato sotto copertura a Roma per seguire gli sviluppi del sequestro, e il ministro Cossiga, in una meravigliosa terrazza romana, rendono l’atmosfera di quelle giornate. I due costruiscono una doppia strategia, con Moro vivo e con Moro morto, giusto per non lasciare nulla al caso; ma entrambi hanno ben chiaro che il destino del prigioniero è segnato in modo irreversibile. Paolo VI, amico di vecchia data dello statista democristiano, decide, con molte dubbiose perplessità, di chiedere il rilascio utilizzando lo sterco del diavolo; in poche ore raccoglie banconote pulite per oltre dieci miliardi, una somma mai pagata da nessuno in precedenza, accatastata su un tavolo nelle stanze del Vaticano, pronta per essere versata alle Brigate Rosse. Ma i vertici delle Forze Armate remano contro, i comunisti rilanciano la strategia della fermezza, Andreotti tesse abilmente il reticolo di un rifiuto. Ogni spiraglio di trattativa viene, dentro il palazzo del potere, immediatamente richiuso senza lasciare al sequestrato alcuna possibilità di scampo: con diverso scopo e con diverse finalità i più lo volevano ammazzato, con poche eccezioni dentro una minoranza ormai rassegnata all’inevitabile epilogo. Anche il Pontefice finisce con il rassegnarsi e rinunzia al sogno di pagare un riscatto; la famiglia Moro comprende di poter solo attendere la fine, decisa e sostanzialmente pianificata: una condanna a morte ratificata dalle istituzioni.

Protagonisti e comparse
I militanti delle Brigate Rosse appaiono comprimari quasi irrilevanti, espropriati del loro destino. In una piazza della capitale si svolge l’animata discussione fra due colombe (Morucci e Faranda) favorevoli alla liberazione e due falchi (Moretti e Braghetti) decisi ad uccidere. E mentre si svolge questo surreale alterco i quattro subiscono, senza versare nulla, impassibili, la pressante richiesta di monete da parte di un tossico che voleva raggranellare il necessario per la sua dose; come se non bastasse, poco dopo, una donna viene scippata da due ladri in moto che le rubano la borsa, grida, senza sapere di chiedere, inutilmente, aiuto alla direzione strategica del partito armato! Le immagini sono qui più forti di qualsiasi ricostruzione storica o critica: quella dei quattro brigatisti è una pazzia amletica in cui affiora un metodo, ma al tempo stesso rimane indifferente rispetto alla realtà della popolazione metropolitana, sganciata da rapporti sociali veri. Comunque lo ritengo un passaggio di bellissimo cinema.

L’epilogo
Un doppio funerale costituisce il grottesco epilogo. Una sepoltura strettamente privata, con la presenza dei pochi congiunti nella tomba di famiglia; una cerimonia pubblica con le autorità schierate, disertata dai congiunti, senza la salma, con il trionfo dell’ipocrisia di regime. Le esequie di stato senza il corpo segnano l’atto fondativo delle larghe intese, inizia il percorso di transizione che consentirà, cancellando le conquiste del movimento, di varare l’odierno stato autoritario e di imporre l’ordine nuovo del capitalismo finanziarizzato. Più per intuito artistico che non per ragionamento politico osservava, quasi nell’immediatezza dei fatti, Leonardo Sciascia (1978, Sellerio): ma se lo scopo delle Brigate Rosse è quello di interrompere il processo di attrazione, il movimento di congiunzione che si svolge fra Partito Comunista e Democrazia Cristiana come mai non si accorgono del sortire ad effetto opposto delle loro azioni, cioè che quel processo riceve dalle loro azioni parvenza di necessità e accelerazione? In una lettera dal carcere lo stesso Aldo Moro mostra di avere ben chiaro il quadro della fermezza, del fronte di chi lo vuole morto: il governo è in piedi e questa è la riconoscenza che mi viene tributata. Per un paradosso della storia l’artefice dell’ingresso comunista in maggioranza deve essere ucciso per consentire la riuscita del suo progetto, con la piena adesione del PCI anche alla Nato. Nei sei episodi, mentre si svolge il dramma, la popolazione di Roma vive la propria vita di tutti i giorni, andava maturando la rassegnata indifferenza che ora abbiamo tutti davanti agli occhi; tornano in mente i versi di Trilussa sul venir meno del credere: nun se fida più della campana perché conosce quello che la sona.

Il sugo della vicenda
Bellocchio rimuove dal centro della scena la ragione di mille inutili polemiche su cui si attardano in troppi, ovvero se già in Via Fani il nucleo delle Brigate Rosse abbia potuto contare su un appoggio esterno, o, ancora, se la struttura, politica e militare, dell’organizzazione armata possa considerarsi genuina. Nel film ciò che rileva è il fatto non le modalità tecniche che lo hanno reso possibile, quali che esse siano.
Ci sono state due commissioni d’inchiesta, si sono svolti molti processi e si è stampata una montagna di volumi. Esiste una verità di stato, affidata al memoriale costruito dalla leggendaria suor Teresilla Barillà, firmato dal pentito Morucci con editing del giornalista democristiano Remigio Cavedon, confermato quale versione corrispondente al vero da Moretti. Mancano all’esame i pizzini di polizia, numerosi rapporti degli informatori, le relazioni dei servizi segreti; questo rende difficile allo storico la ricostruzione dettagliata, esauriente, convincente.
Ove con il bizzarro aggettivo genuine si intenda affermare che le Brigate Rosse erano una struttura reale, con qualche migliaio di militanti, in gran parte formatisi durante le lotte di massa, allora non ci sono dubbi che sia così. Ove si intenda invece negare l’uso di infiltrati nel gruppo si va invece contro il buon senso e l’evidenza. D’altro canto dove mai i servizi segreti e l’apparato repressivo avrebbero dovuto piazzare i propri informatori, se non dentro formazioni armate? Alcuni sono noti, altri sono ancora coperti dal silenzio di stato. Ma i nomi noti abbracciano l’intera vita dell’organizzazione: Marco Pisetta risale al periodo 1970/72 (arresti a Milano in Via Delfico e in Via Boiardo), Frate Mitra Girotto agì nel 1974 consentendo la cattura di Curcio e Franceschini (ma non solo), nel 1979 furono le informazioni a segnare la sorte di Morucci e Faranda (troppo lungo sarebbe descrivere il come anche se interessante), e il 4 aprile 1981 cadde in trappola anche Mario Moretti, ingannato da Renato Longo che aveva ricevuto 60 milioni (a rate) dal capo della mobile di Pavia, Ettore Filippi, poi vicesindaco di centrosinistra. L’esistenza reale di una formazione armata non impedisce affatto che possano infilarsi fra i militanti spie di regime; questo avviene anzi sempre, quasi senza eccezioni. E non consente neppure di escludere condizionamenti, azioni di disturbo, abili provocazioni, interferenze in genere. Quel che conta nell’Affaire Moro non è l’azione militare, ma il dopo. E nel dopo il ruolo dei rapitori è stato secondario, la sequenza l’hanno imposta, come veri protagonisti, coloro che stavano a palazzo.

A volte il caso
Non c’è dubbio che, comunque siano andate le cose, l’agguato di Via Fani mostri nella preparazione molte falle. Eppure è riuscito. Che ciò sia dovuto a casuale buona sorte oppure al supporto di due professionisti a bordo di una moto (come ritengono alcuni) poco cambia nel risultato finale: bene ha fatto, io credo, il regista ad attenersi all’accaduto sostanziale, evitando digressioni inquinanti.
La prima guerra mondiale è legata all’attentato che nel 1914 costò la vita all’arciduca Ferdinando e alla moglie Sofia. Un assassinio riuscito nonostante una preparazione assai sgangherata. Dragutin Dimitrievic aveva assoldato e armato una pattuglia di nazionalisti socialisteggianti, che provenivano da due (genuine) strutture armate: Crna Ruka (mano nera) e Narodna Opbrana (difesa del popolo).
Il capo del governo, Nicola Pasic, fu avvisato da un informatore, tale Voijslavtankosi, ma ritenne di non adottare misure particolari in prevenzione; in guerra si schierò contro l’Austria Ungheria. L’attentato ebbe corso.
Per un errore di tiro, al passaggio dell’auto imperiale, fu ferito un attendente, il pilota accelerò portando l’arciduca salvo al municipio. Gavrilo Princip non riuscì ad intervenire come aveva in animo, rinunciò sconfortato al progetto e si diresse verso l’osteria. Ma il diavolo ci mise lo zampino. L’arciduca, dopo aver rimproverato i funzionari del municipio per la cattiva gestione della sicurezza, volle ad ogni costo risalire in macchina per andare a prendere il suo collaboratore ferito. C’era folla, la vettura procedeva lentamente, fermandosi ogni tanto; durante una di queste brevi soste Gavrilo Princip si trovò accanto l’arciduca. E, salito sul predellino, sparò con la sua Browning M 1910 calibro 7,65 uccidendo l’erede al trono insieme alla consorte: il progetto sgangherato di sette sprovveduti, per una serie di accadimenti imprevedibili, ebbe successo, per geometrica potenza del caso! Dopo le confessioni dei congiurati il governo imperiale chiese l’estradizione degli attentatori e il rifiuto serbo aprì la via alla grande guerra, come speravano i gestori del dopo cogliendo al volo una ghiotta occasione.
Paolo Mieli ha scritto: ritengo che in merito all’Affaire Moro si sappia sostanzialmente tutto quel che si deve sapere. Dal suo punto di vista ha ragione. E’ un affidabile funzionario di quello stesso apparato che ha determinato davvero, con lucida consapevolezza e con geometrica potenza, la sorte dell’esponente politico democristiano. Un regista geniale, Marco Bellocchio, ha sciolto l’intreccio di enigmi, con la semplicità dell’arte.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera l’11 luglio 2022

“Guido Bianchini, ritratto di un maestro dell’operaismo” – Presentazione del libro: i video degli interventi – Padova 10 maggio 2022

di Gianni Giovannelli

Padova 10 maggio 2022, ore 17. Siamo nell’Aula N, a Scienze Politiche, in Via del Santo; non è una piccola sala, negli anni della rivolta si erano tenute qui molte appassionate assemblee di movimento, era un laboratorio del pensiero politico operaista.
A dispetto di ogni timore che segnava il tempo dell’attesa, la sala si è riempita in fretta. I posti a sedere se li sono presi, giustamente, i compagni più anziani, un po’ per la fatica degli anni, un po’ anche per nascondere l‘emozione di essere tornati sul luogo del delitto, dopo il 7 aprile, dopo la repressione, dopo la restaurazione nel tempo delle larghe intese. Esaurite le sedie crocchi di ragazze e di ragazzi hanno occupato, a terra, i corridoi.
Finalmente più generazioni hanno trovato il modo di ritrovarsi, di riunirsi: brutto segnale per il potere!
L’incontro era stato programmato per presentare il volume dedicato alla figura di Guido Bianchini (1926-1998), uno degli esponenti più significativi dell’operaismo italiano, per oltre vent’anni al lavoro presso l’università patavina, con il solo intervallo della detenzione e della latitanza, con il rientro dopo l’assoluzione, dopo il naufragio delle accuse mosse nei suoi confronti dal pubblico ministero del teorema, Pietro Tomas de Torquemada Calogero. Di questo magistrato inquirente, in pensione dal 2015, dopo la promozione al vertice della procura generale veneziana, nessun ricordo è rimasto a memoria del suo insuccesso e del suo zelo repressivo. Anche in questo è stato sconfitto, dimenticato. La sala era invece piena di vecchi e giovani perché ben più viva è la figura della sua vittima, che  nonostante l’assoluzione mai volle vestire i panni dell’innocente. Di pervicace contrasto al potere Guido volle anzi sempre essere colpevole, e questo ce lo mantiene caro.
Il libro, edito da Derive Approdi, nella collana tascabile Input , contiene le poche pagine a stampa pubblicate da Bianchini in vita, alcune interviste finora inedite e di straordinario interesse, una ventina di testimonianze scritte per l’occasione da chi lo ha conosciuto: sono tasselli di una storia che ci appartiene.
Offriamo qui l’insieme degli interventi che si sono susseguiti nel corso di una bella giornata, sotto la guida attenta di Alisa Del Re, felice di essere tornata in Aula N, nella sua facoltà, a ricordare l’amico insieme ai partecipanti, in un clima di autentica suggestiva commozione. Buona visione.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 14 giugno 2022