Gianni Giovannelli

Via libera ai predoni

di Gianni Giovannelli

Torme di cittadini fuggivano per le vie,

cercando di salvare le cose più preziose,

inseguiti dai corsari e dai bucanieri

Emilio Salgari  (Il corsaro nero, capitolo 36)

Il 18 marzo 2026 la Commissione Europea ha ufficializzato (COM 0321-2026) la proposta di introdurre nell’ordinamento dell’Unione Europea una nuova forma di società denominata EU inc., assai semplificata nelle modalità di costituzione, gestione e scioglimento. La proposta, intitolata 28 regime, contiene anche uno schema di regolamento, attualmente all’esame dei 27 stati membri: in Italia tale esame è in corso presso la IV (politiche europee) e la IX (industria agricoltura turismo commercio) commissione del Senato; non è coinvolta invece la X sezione (lavoro) nonostante le oggettive ricadute della normativa sui salari e sul trattamento contrattuale dei dipendenti. L’intero piano di regolamento omette (con un significativo silenzio) ogni passaggio normativo che riguardi salari, contribuzioni, rappresentanza sindacale dei dipendenti; e tralascia altresì ogni questione connessa alle sanzioni (amministrative e soprattutto penali) connesse all’insolvenza delle nuove società introdotte nell’ordinamento.

Liberismo selvaggio nelle premesse della proposta

La proposta si riallaccia alla bussola per la competitività del 29 gennaio 2025, a sua volta redatta sulla base dei rapporti elaborati nel 2024 da Mario Draghi ed Enrico Letta su richiesta della Commissione; la radice neoliberista e filoamericana dei due lavori costituisce un dato oggettivo e, del resto, non ne hanno mai fatto mistero gli autori, avversari convinti di ogni forma di welfare o, più in generale, di limiti alle operazioni economico-finanziarie delle imprese multinazionali in Europa. Il 28 maggio 2025 si era aggiunto l’ulteriore documento che delineava la strategia UE in materia di start up. Bisogna tener presente che nei 27 paesi dell’UE è già diffuso il meccanismo delle c.d. Shelf Companies, società regolari e legittime secondo il diritto nazionale dei singoli paesi, lasciate inattive (dormienti) e pronte per essere utilizzate dagli acquirenti senza trafile burocratiche e con una almeno apparente anzianità di vita che consente di partecipare a concorsi o gare d’appalto. Le Shelf Companies sono state nel recente passato anche uno strumento di elusione fiscale e contributiva, oltre che di aggiramento delle regole in materia di sicurezza e di salario; l’applicazione in concreto di sanzioni nei confronti dei reali manovratori di queste strutture è sempre stata assai difficile, non solo per i lavoratori danneggiati, ma anche per le procure inquirenti e per la Guardia di Finanza. Individuare le esatte competenze dell’autorità preposta alla sanzione non è facile; la filiera a scatole cinesi dei prestanome è complicazione ulteriore. Ma evidentemente non bastava; mai sazi coloro che vogliono essere i padroni delle nostre vite vogliono di più.

La proposta del 18 marzo 2026, con un astuto colpo di mano, prepara il terreno alle future frodi mediante un espediente tecnico-giuridico. Come in altri interventi normativi del passato il punto di partenza rimane l’art. 50 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TfUE), sull’attuazione della libertà di stabilimento delle imprese e dei lavoratori nei 27 paesi; ma, con una modifica di enorme peso rispetto ai precedenti e anche rispetto ai lavori preliminari, l’art. 50 questa volta viene legato proceduralmente all’art. 114 TfUE e non più all’art. 352. La differenza fra le due procedure non è un semplice cavillo: l’art. 352 esige l’unanimità dei 27 membri, l’art. 114 no. La relazione del 29 giugno 2026, a firma di René Repasi, è un grimaldello per abbattere ogni forma di resistenza al progetto; il giurista tedesco è anche il capodelegazione socialista e viene considerato il pontiere dell’alleanza con i conservatori, comunque un sostenitore convinto della maggioranza Ursula e della sua linea politica.

L’allarme lanciato da European Trade Union Institut (ETUI)

Non dovete pensare che ETUI sia un covo di rivoluzionari decisi ad insorgere con le armi in pugno per costruire il comunismo. Più modestamente raccoglie, in un centro studi, i ricercatori segnalati dalle principali organizzazioni sindacali europee, con il finanziamento di ETUC, la Confederazione Europea di cui fanno parte (per l’Italia) CGIL-CISL-UIL. Attualmente l’unico italiano al vertice è Giulio Romani, moderatissimo esponente del settore bancario CISL (sono cariche a rotazione ovviamente). Non fanno parte di ETUC (e conseguentemente di ETUI) i sindacati di base nostrani, come CUB o COBAS o USB o altri simili.

Eppure il rapporto redatto da Marcus Meyer-Erdmann e Aline Hoffmann è un attacco durissimo alla proposta e alla relazione di René Repasi: Marcus è il ricercatore senior che più si è occupato degli aspetti societari per conto di Etui; Aline, storica funzionaria sindacale di IG Metal, gode di enorme prestigio nell’area della socialdemocrazia in Germania. Con la policy brief  diffusa con la sigla ufficiale di ETUI viene aperto lo scontro all’interno della sinistra tedesca; non a caso entrambi i firmatari della critica hanno la medesima nazionalità del relatore, quella tedesca. La policy brief è facilmente reperibile in rete presso il sito di ETUI: chiarisce benissimo quanto sia subdola e pericolosa la forzatura procedurale utilizzata, posto che la Corte di Giustizia, nel caso analogo della SCEA (la società cooperativa europea) aveva già escluso che potesse ritenersi giuridicamente ammissibile l’uso della procedura eccezionale di cui all’art. 114 (per le ricadute su finanza e salario) in luogo dell’art. 352. Marcus e Aline hanno rotto il silenzio complice costruito nel parlamento europeo intorno all’iniziativa, spiegando quanto sia pericolosa e come spalanchi la porta ad ogni sorta di elusioni e di abusi in danno dei lavoratori, stimolando un liberismo selvaggio senza più regole e senza più freni. L’allarme è dovuto anche ai brevi tempi per il deposito di emendamenti correttivi, visto che la discussione in aula europea dovrebbe cadere non molti mesi dopo la pausa estiva.

Che cosa sono le EU inc e perché sono insidiose

Le nuove società semplificate che la Commissione Europea ha in animo di introdurre nell’ordinamento europeo svolgeranno, di fatto e con maggiore efficacia, le funzioni in precedenza assegnate alle Shelf Companies, con minore costo e soprattutto con minore controllo. Sono strutture agili e sostanzialmente anonime; non solo i soci sono liberati da ogni responsabilità patrimoniale propria (rispondono solo i beni delle Eu inc. non quelli di chi le controlla) ma possono, liberamente e rapidamente (48 ore), insediarsi a piacere in uno qualunque dei 27 paesi dell’Unione con la semplice iscrizione al Registro, valida senza limite territoriale e senza necessità di ulteriore esame. Basta un capitale minimo (cento Euro!) e (art. 3) per iniziativa di una o più persone (fisiche o giuridiche non importa), con uno statuto standard, per ottenere un codice fiscale (TIN) e una partita iva con cui operare, senza altre domande o verifiche. Le società possono (non debbono) aprire filiali nei territori dell’Unione Europea in cui si trovano ad operare in concreto; ma vige il generale principio di separazione fra sede legale, sede reale e luogo di attività. Basterà dunque insediarsi legalmente dove (secondo necessità e occasione) si pagano meno imposte o sono più convenienti le norme salariali-previdenziali per acquisire l’applicazione della legge più utile; con una filiera di società utilizzabili diventa semplicissimo aggirare i diritti e i doveri connessi ad una qualunque attività d’impresa. Il meccanismo apre poi la strada a legislazioni nazionali in concorrenza fra loro per attirare insediamenti: lo abbiamo già constatato in questi ultimi anni con il trasferimento delle sedi legali di grandi corporation anche italiane in paesi fiscalmente ospitali.

Gli amministratori delle EU inc. possono essere più di uno, ma almeno uno deve risiedere nei 27 paesi dell’Unione. Dunque basta costituire un terzetto di responsabili, un prestanome residente e due irraggiungibili collocati fuori portata, per sottrarre ad eventuali azioni giudiziarie tutti i responsabili delle società, tutti i loro soci (persone fisiche o giuridiche) e tutti i loro beni. Tutto avviene senza il corpo fisico, mediante i sistemi informatici: costituzione delle società, loro scioglimento, vendita delle azioni e controllo operativo. Esiste già ora il marchingegno delle quote cedute in bianco (ovvero con firme cartacee pronte per l’uso), ma non cancella i rischi in capo a chi mette in opera la frode. Ora diventa più facile: basta un tasto e la firma digitale legittima qualunque passaggio, organizzando tutto in località sicure, irraggiungibili, nell’aria.

Parcellizzando le singole attività (magari a mezzo di appalti, ma non solo) si evita l’apertura formale di una filiale (che sarebbe probabilmente, anche se non sicuramente, tenuta ad applicare la legge nazionale del luogo in cui si opera). La temporaneità (parente prossima della precarietà) consente di applicare ai contratti di lavoro la legge del luogo in cui ha sede l’impresa, aggirando le tutele, comprese quelle connesse al regolamento Roma 1 teso a salvaguardare il trattamento dei dipendenti utilizzati in un determinato ambito territoriale. E apre la via, con opportuni accorgimenti legali, ad imporre (come condizione preventiva per l’assunzione) normative capestro ai lavoratori, costringendoli, nella migliore delle ipotesi, a complicate e costose azioni legali per tutelare i propri diritti aggirati e violati. Ancora più a rischio e compromessa appare la contribuzione previdenziale connessa ai rapporti lavorativi, con intuibili future conseguenze sul trattamento pensionistico dei singoli addetti, per via di un intreccio inestricabile di diversi trattamenti in essere nei 27 paesi. Per non parlare poi dei vantaggi fiscali legati ad un uso spregiudicato di queste nuove società, atte per loro natura a favorire elusione e crimine.

Insolvenze e sanzioni

I promotori battono la grancassa sulla semplificazione delle procedure, che, di per sé appare sempre come cosa buona e ragionevole. Ma la semplificazione presuppone la fiducia e un apparato sanzionatorio tale da sconsigliare le frodi. E qui casca l’asino. Invece di affiancare alla nuova forma societaria idonei strumenti punitivi e di protezione delle parti deboli il regolamento lascia campo libero a qualunque comportamento spregiudicato e antisociale. L’insolvenza (art. da 88 a 102) viene considerata quasi un irrilevante incidente di percorso, anche in questo caso semplificato e senza conseguenze per chi l’ha provocata, magari intenzionalmente (l’ipotesi non viene presa neppure in considerazione). Quando gli amministratori delle EU inc. (pigiando un tasto dal loro rifugio chissà dove) annunciano di non avere soldi per far fronte agli impegni il regolamento prevede il blocco delle azioni giudiziarie esecutive nei loro confronti, li lascia a gestire i beni rimasti e affida loro la liquidazione (rapida) a mezzo di asta elettronica (senza controllo e dunque basta far acquistare tutto a prezzo stracciato da un’altra EU inc. preparata per l’occasione. Nessuna sanzione è prevista: penale, amministrativa, giudiziaria, salvo poche risibili conseguenze per la società (che comunque viene chiusa e dunque i soci non ne ricevono alcun danno).

Uno strumento come questo, accompagnato dalle criptovalute e dai sistemi bancari coperti, pare fatto apposta per le cosche criminali (presenti nel settore immobiliare e negli appalti, non solo in quello della droga e della prostituzione); ma anche per l’intera economia connessa ai beni immateriali, il cuore della ricchezza ai giorni nostri. Liberalizzare lo strumento societario senza controllo alcuno è perfettamente funzionale al programma di cancellazione del residuo welfare e di riduzione del salario complessivo in un quadro di esistenza messa a valore, senza diritti e senza garanzie, totalmente precarizzata.

L’esame della proposta giace al Senato

L’esame della proposta avviene in Commissione parlamentare ove sono presenti tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione; non solo i partiti ma anche strutture associative interessate possono depositare osservazioni e avanzare rilievi. Ad oggi hanno provveduto alla redazione di note la CISL e la UIL: la prima con una sostanziale adesione al testo, la seconda limitandosi ad una prudentissima segnalazione di possibili rischi per i salari dei lavoratori, ma senza mettere in discussione l’impalcatura del testo. Non stupisce la scelta di CISL, da tempo schierata con il governo Meloni e di recente apertamente disponibile a firmare una normativa capestro nel settore rider rompendo l’unità sindacale in una fase delicata della trattativa; meno scontato il comportamento rinunciatario della UIL, per giunta nel pieno del congresso nazionale. L’Alleanza delle Cooperative, in pari data (15 giugno), è intervenuta con un pieno aperto sostegno, preparandosi ad un rinnovato inserimento negli appalti, senza più fastidiosi controlli, grazie alle nuove norme. Manca ancora (è allo stato di bozza) il parere della CGIL, che (da ottimisti) vogliamo sperare sia più in armonia con il sindacato europeo che con quello italiano, senza ascoltare le sirene del senatore PD Filippo Sensi, amico delle imprese più che dei lavoratori. E manca anche la presa di posizione, quella certamente critica, dei sindacati di base, in questo caso troppo lenti nell’aprire il contenzioso.

Una patente di corsa

Negli anni della prima era moderna gli stati nazionali, spesso in guerra fra loro, concedevano a privati (audaci e con pochi scrupoli) le cosiddette patenti di corsa. corsari erano autorizzati, con un regolare contratto, ad assalire città, villaggi, imbarcazioni, saccheggiando e rubando i beni delle nazioni ostili a quella committente, totalmente impuniti; una quota del bottino (in genere il 20%) veniva consegnata al governo che aveva rilasciato la patente di corsa. A differenza dei pirati (che rubavano a tutti, in proprio, senza un rapporto di committenza) i corsari erano agenti statali; spesso ottenevano cariche pubbliche e titoli nobiliari (per esempio il celebre Francis Drake, 1540-1596, nominato cavaliere dalla regina d’Inghilterra). Non è solo materia del passato: può sembrare strano ma la Costituzione degli Stati Uniti, articolo 1, sezione VIII, capo 11 afferma il diritto del Congresso di concedere, ancora oggi, lettere di corsa. L’Unione Europea non intende essere da meno, si pone in concorrenza con Trump su chi sia più pronto ad affermare con la violenza legalizzata il diritto di abuso.

Ecco: il regolamento predisposto dalla Commissione e offerto alla discussione del parlamento (europeo ma anche delle singole nazioni UE) è una patente di corsa. Le nuove società EU inc. altro non sono che uno strumento legale offerto al liberismo selvaggio e al capitalismo finanziarizzato per depredare il comune, sfruttare senza intoppi la manodopera, frodare i creditori, eludere il fisco, sottrarre risorse a ciò che resta del welfare e dello stato sociale. Un saccheggio indifferente all’ecologia e alla sicurezza del lavoro, entrambi neppure presi in esame come limite dal Regolamento proprio perché considerati un ostacolo da rimuovere senza conseguenze laddove risultasse in contrasto con le esigenze del profitto.

Il vantaggio che ne ricaveranno anche i criminali di professione viene considerato un danno collaterale; peraltro le mafie sono abbastanza intelligenti da aver già messo in conto una trattativa, disposte a versare una quota del bottino ai funzionari di governo perché chiudano un occhio. A questo serve l’assenza di sanzioni: a salvare la trattativa e ad assicurare l’impunità. La mobilità societaria sottrae i corsari, legalmente, ai procuratori penali dei 27 paesi che non riusciranno ad uscire dal labirinto normativo costruito grazie a regime 28: un 28 stato in cui vige una sola libertà, quella dei predoni.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il  22 luglio 2026

Immagine: Edvard Munch, lavoratori sulla via verso casa, 1914

Wikimedia CommonsUtente: Francesco Bini

Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0

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Archeologia repressiva


di Gianni Giovannelli

Breve premessa per i più giovani.

Il 4 giugno 1975 fu sequestrato dalle Brigate Rosse l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, morto poi nel 2022. Era rinchiuso in una cascina nei pressi di Aqui Terme, chiamata Spiotta, oggi ristrutturata dai nuovi proprietari, con un bel cancello all’ingresso.

Il Gancia fu liberato da quattro carabinieri; uno (D’Alfonso) morì durante la sparatoria; un altro (Rocca) fu ferito, venne decorato, divenne generale e venne a mancare nel 2023, vecchio e pensionato. Sono morti nel frattempo anche gli altri due: Cattafi (ferito) e Barberis (illeso, ebbe la croce di guerra). Quest’ultimo, l’unico in borghese durante l’azione, uccise Mara Cagol. Una morte oggetto di molte polemiche: nel combattimento dicono le istituzioni; un’esecuzione a freddo, quando già era ferita e disarmata, secondo i militanti delle Brigate Rosse. Non ci fu mai un processo sul punto. L’unico condannato fu all’epoca un giovane lodigiano, Massimo Maraschi, ancora vivo, oggi ha 73 anni. L’avevano preso il giorno prima del conflitto a fuoco, per via di un incidente d’auto del tutto casuale; stava in carcere quando ci furono gli spari e i morti, ma gli diedero ugualmente 26 anni per la morte del carabiniere D’Alfonso, un concorso anomalo secondo una sentenza che fece assai discutere i giuristi per la particolarità del caso (condanna per omicidio avvenuto quando già il preteso colpevole stava in galera). Il Maraschi si fece la sua galera, dal 1989 con lavoro esterno presso la Caritas, defilato, lontano dalla ribalta.


50 anni dopo arriva il processo

La corte d’assise di Alessandria, nel luglio 2026, ha condannato Lauro Azzolini a 6 anni di reclusione per lo scontro a fuoco di oltre 50 anni or sono, quando alla Cascina Spiotta morirono Margherita Cagol e Giovanni D’Alfonso.

Azzolini era stato prosciolto alcuni decenni prima, ma la decisione era sparita dagli archivi a causa di infiltrazioni (non di spie ma) d’acqua (alluvione del 1994). E ciò aveva consentito (con un artifizio giuridico di fondamento a dir poco dubbio) di revocare il provvedimento fantasma (la regola generale per la verità -ma qui non vale- non dovrebbe consentire vantaggi al responsabile del danno, le istituzioni).

Rimane Lauro Azzolini, classe 1943, oggi anni 83, iscritto al PCI nel 1960 (suggestione dei morti di Reggio Emilia, la sua città). Si era beccato già 4 ergastoli, da tempo vive in semilibertà (semi, non piena) e assiste i disabili (ma a 83 anni dovrebbero essere gli abili ad assistere lui). Non ha soldi, con la vita che ha fatto non stupisce che non abbia messo da parte un gruzzolo e neppure maturato una pensione sufficiente per vivere.

Quindi il risarcimento del danno rimane teorico e l’aggiunta di sei anni a quattro ergastoli (quattro vite: la fantasia dei giuristi criminali non conosce limiti, abbatte le leggi della natura) per fortuna non dovrebbe comportare conseguenze in capo al condannato.

Ma siamo certi che sarà interposto appello: il suo avvocato, che è simpatico e bravo, si chiama Davide Steccanella, è nato nel 1962, quando Azzolini era iscritto al PCI da 2 anni. Dunque la sentenza non sarà definitiva fino alla Cassazione e Steccanella non è tipo da mollare la presa senza averle tentate tutte.

Gli archeologi della repressione hanno ancora da lavorare alle loro vendette per gli anni a venire!




L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 9 luglio 2026
Immagine in apertura: Catacombe di Priscilla, II-V secolo, Roma

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Magnifica Humanitas: alcune riflessioni dopo la lettura della recente enciclica

di Gianni Giovannelli


(veritas parit odium; la verità genera odio)

Amant eam lucentem, oderunt eam reguardentem.

Quia enim falli nolunt et fallere volunt, amant eam,

cum se ipsa indicat, et oderunt eam, cun eos ipsos indicat

La amano quando risplende, la odiano quando li accusa.

Vogliono ingannare ma non essere ingannati,

per questo l’approvano quando indica se stessa e la detestano

quando punta il dito contro di loro.

Agostino (Confessioni, libro X, 23.34)

* * * * *


Per comprendere e valutare il testo della recente enciclica di Leone XIV bisogna innanzitutto tener conto della data volutamente scelta per rafforzare l’intento di una significativa connessione: la pubblicazione è avvenuta a distanza di 135 anni dalla Rerum Novarum di Leone XIII, nello stesso giorno, trattando il tema di una rivoluzione tecnologica ritenuta, per importanza storica e per conseguenze, capace di incidere sull’esistenza delle persone come era avvenuto in occasione della rivoluzione industriale a cavallo fra il XIX e il XX secolo. E tuttavia, a differenza del suo predecessore, che aveva posto al centro del titolo la fabbrica (de conditione opificium), l’attuale pontefice ha preferito un diretto riferimento alla persona umana (the human person, manca ad oggi il testo latino), come soggetto da tutelare nel tempo in cui si va dispiegando l’intelligenza artificiale (on safeguarding the human person in the time of artificial intelligence). Non è una differenza di poco conto, certamente non casuale: le parole hanno un significato, pesano e chi le usa dal soglio nell’intestazione di una lettera enciclica ne ha piena consapevolezza.

Dalla Rerum Novarum alla Magnifica Humanitas

Robert Francis Prevost non è il primo papa a misurarsi con la Rerum Novarum; era già accaduto in altre tre precedenti occasioni, con motivazioni e ragioni molto diverse da quelle che caratterizzano, oggi, la Magnifica Humanitas.

Il primo ad intervenire fu Achille Ratti, Pio XI, teologo di straordinaria erudizione, filologo e bibliofilo di fama, già prefetto della Biblioteca Ambrosiana prima e della Biblioteca Vaticana poi. Leone XIII, clericale molto conservatore e cresciuto nella nobiltà romana, aveva fondato la dottrina sociale della chiesa in contrapposizione esplicita allo stato laico italiano (e all’influenza della massoneria sia sulla componente liberale sia su quella socialista); l’associazionismo legato alle parrocchie e il partito dei cattolici erano i due pilastri che sostenevano la teoria della composizione dei conflitti di classe mediante una maggior tutela delle condizioni tragiche in cui versavano i salariati, nelle fabbriche e nelle campagne. Le organizzazioni cattoliche rimanevano estranee alle istituzioni statali ma al tempo stesso dovevano esercitare una forte pressione per far rispettare i costumi religiosi tradizionali e al tempo stesso per introdurre limiti anche legislativi alle imprese private (controllo del lavoro minorile, retribuzioni più elevate, difesa della salute, maggiori diritti).

Pio XI, eletto nel 1922 per compromesso fra progressisti e reazionari, dopo un lungo e contrastato conclave, si trovò ad operare in uno scenario politico assai diverso: il primo dopoguerra, la rivoluzione russa, la marcia su Roma e l’inizio del fascismo, i conflitti armati dentro le tensioni sociali. Scelse di innestare la dottrina sociale della chiesa dentro la politica sociale del fascismo, siglando la fine delle ostilità con i Patti Lateranensi del 1929 e diventando il primo monarca del nuovo Stato, Città del Vaticano. Se per un verso Pio XI accettò di mettere in soffitta il partito popolare di Don Sturzo, per altro verso ottenne la legittimazione della potentissima struttura dell’Azione Cattolica, che disponeva di oltre 5000 sedi. L’enciclica del 1931 (Quadragesimo Anno) critica gli eccessi del liberalismo, condanna il comunismo bolscevico, si lega (anticipando per certi versi una posizione peronista) al fascismo della Carta del Lavoro, al corporativismo, alle politiche sociali del regime, rimodellando la dirigenza dell’Azione Cattolica in senso meno ostile alla dittatura, e tuttavia mantenendo una certa libertà d’azione. La Quadragesimo Anno cerca dunque di orientare verso una svolta più moderata il populismo nazionalista; con una forte critica al nazismo (ripresa nell’enciclica del 1937, Mit brennender Sorge) e una certa accondiscendenza verso il franchismo spagnolo ((ribadita nell’enciclica antibolscevica Divini Redemptoris, sempre del 1937). L’operazione salvò dall’emarginazione i quadri della futura democrazia cristiana, ma fu complessivamente un disastro, per via delle leggi razziali e della guerra scatenata dai tedeschi; Pio XI morì senza aver pubblicato la Humani Generis predisposta contro Hitler, Pio XII la secretò appena eletto papa (il testo fu svelato molti anni dopo da Giovanni XXIII).

Il secondo intervento uscì il 15 maggio 1961, in occasione del settantesimo anniversario della Rerum Novarum, con iniziativa sorprendente di Angelo Roncalli, mediante l’enciclica Mater et Magistra dedicata ai recenti sviluppi della questione sociale. Il tema del lavoro viene affrontato da un angolo prospettico completamente diverso rispetto al passato, inserito nel processo di trasformazione legato all’uso (civile e militare) dell’energia atomica, al progredire dell’automazione, all’accelerata rapidità dei trasporti (di merci e di persone), alla diffusione dei sistemi di comunicazione (radio, telefono, TV, etere). Il testo è funzionale al programma di radicale rinnovamento da attuare con il Concilio Vaticano, mette in discussione l’appoggio aperto allo schieramento conservatore in ambito internazionale, soprattutto apre alle rivendicazioni di emancipazione provenienti dai paesi sottosviluppati e dal gruppo di paesi c.d. non allineati (quelli che si ponevano fuori dai due blocchi protagonisti della guerra fredda). La teologia della liberazione irrompe sulla scena politica e il tema della giustizia sociale acquista una nuova centralità anche nella lettura dei rapporti connessi alla prestazione lavorativa, al reddito in generale, alle condizioni di vita; più che i tradizionali diritti civili a Papa Giovanni preme assicurare quelli che liberano dalla miseria, dallo sfruttamento e dalla fame. Un cambio di passo dentro un progetto di coesistenza pacifica che lascerà il segno, nonostante la maggiore prudenza del successore Paolo VI, incline a rallentare la tabella di marcia.

Il terzo intervento, si articola in due puntate, con la firma di Karol Wojtyla. Rispetto a Giovanni XXIII vuol cambiare strada, punta sulla gerarchia più che sul rinnovamento, sulla tradizione più che sul progresso: la condizione operaia, per migliorare davvero, deve archiviare il dialogo con il socialismo e puntare piuttosto sul liberismo, sulla competizione. L’enciclica Laborem Exercens doveva essere pubblicata, come di consueto il 15 maggio, in occasione del novantesimo anniversario della Rerum Novarum. Ma il 13 maggio Ali Agca sparò due colpi di rivoltella contro Giovanni Paolo II che solo per un soffio scampò alla morte (lui sosteneva grazie alla Madonna di Fatima, non siamo in grado di smentire o confermare); nella chiusa, in data 14 settembre, senza accennare al fatto, spiega il ritardo con la necessità di rivedere a fondo il testo. Il lavoro umano viene ricondotto, contro ogni forma di materialismo e di economicismo, alla spiritualità, alla religione, alla famiglia e all’unità nazionale; l’attacco allo statalismo invasivo e l’elogio della libera soggettività di ogni lavoratore è un consapevole attacco portato al cuore del governo polacco, e la difesa del sindacato come strumento di tutela di operai e contadini tende a rafforzare la presenza della chiesa cattolica in ogni sua forma associata, con l’obiettivo ambizioso di una rivincita del clero tradizionale sul c.d. comunismo reale, ateo e tecnocratico. Dieci anni dopo, pubblicando (provocatoriamente e in anticipo) il 1 maggio 1991 la seconda puntata,  Centesimus Annus, Wojtyla celebra la caduta del muro, la vittoria di Lech Walesa alle elezioni presidenziali del 9 dicembre 1990, il governo di una rinnovata democrazia cristiana nella cristianissima Polonia. Lo scrive senza reticenze: legge in modo critico il conflitto di classe sul lavoro e lo colloca definitivamente nel passato della storia, con occhio rivolto al futuro, inteso come sistema di valori fondato sulla gerarchia ecclesiastica come garante di un ordine tradizionalista nella vita delle persone e capace di garantire una tranquilla agiatezza grazie all’operosità. La battaglia (religiosa e politica) annunciata con Laborem Exercens fu certamente coronata da successo; ma la scommessa orgogliosa della Centesimus Annus, a distanza di 35 anni, risulta invece travolta dagli eventi, sicuramente nella sua Polonia, ma anche nel pianeta. Del conservatorismo sociale e solidaristico  di Papa Wojtyla, nel tempo di Trump, Meloni, Macron, Tusk e Netanyahu, non è rimasta traccia.

Profilo di Francis Robert Prevost

Leone XIV è nato a Chicago, terza metropoli degli States per numero di abitanti, multietnica e fra le più refrattarie al trumpismo. Il 28 maggio 2026 il Papa ha ricevuto in Vaticano Brandon Johnson, sindaco della sua città natale, eletto nel 2023 con un programma radicale di tutela dei senzatetto, di tassazione dei grandi patrimoni, di opposizione alle spese militari, di sostegno al popolo palestinese. L’arcivescovo di Chicago, il cardinale Blase Cupich, nominato da Francesco nel 2014, si è scontrato con il governo americano durante le operazioni di rastrellamento degli immigrati. Il governatore dello stato, Jay Pritzker, un miliardario di origine ebraica, è pure schierato con il fronte progressista e ha assegnato il prestigioso premio di architettura istituito dalla sua famiglia al cinese Liu Jiakun, ovvero al rappresentante più noto della c.d. architettura sostenibile, fondata sul rispetto della natura e sul recupero dei materiali, in una dimensione quasi minimalista, critica dell’uso indiscriminato del suolo e della grandeur. Uno schiaffo alle grandi società immobiliari ad opera di un magnate dell’industria alberghiera. Chicago, oltre che sede di grandi organizzazioni criminali durante il proibizionismo, è la città dei quattro anarchici impiccati per le proteste sanguinose di Haymarket, il 1 maggio 1886 (da questo episodio la scelta della data); e nel 1960 fu la scena dei giorni della rabbia, la rivolta guidata da Weatherman nel 1968 (con abbattimento del monumento ai poliziotti uccisi in Haymarket), repressa con inaudita violenza. Chicago, infine, per via della crisi connessa alla transizione in corso, si caratterizza per un deficit gigantesco delle casse pubbliche (oltre un miliardo di dollari) e per una spesa pensionistica pari a circa il 40% del bilancio comunale. Una città, quella di Francis Prevost, di grandi contraddizioni e di grandi speranze, al tempo stesso ribelle e inquieta. Bisogna tener conto dell’origine per comprendere il personaggio nella sua complessità. Prevost si è laureato, molto giovane, in matematica (1977); ha dunque studiato, negli anni della formazione, le regole del ragionamento e della dimostrazione, il sistema simbolico rigoroso per determinare la validità, o meno, delle risoluzioni. E, insieme, come ha ben chiarito un grande matematico come Kurt Godel, comprende l’incompletezza di ogni e qualsiasi sistema, la necessità di un esame dall’esterno, al di fuori del meccanismo interno che lo caratterizza. Durante i corsi universitari ebbe modo di approfondire gli scritti di Agostino (il suo riferimento talare al momento di prendere i voti) e di un grande teologo tedesco, Karl Rohner (1904-1984), figura centrale nei lavori del Concilio, alla radice di più segmenti del pensiero cristiano nel secolo scorso. A lui hanno guardato sia il giovane Ratzinger (conservando ammirazione anche dopo la svolta conservatrice negli anni della maturità) sia i fondatori della c.d. teologia della liberazione, in particolare (il suo testo del 1971 è di fondamentale importanza) Gustavo Gutierrez-Merino Diaz (1928-2024), il frate predicatore peruviano che Leone XIV ebbe modo di conoscere a fondo durante il lungo periodo trascorso nel paese sudamericano. Per 12 anni Prevost guidò l’ordine mendicante degli agostiniani (noti anche come eremitani, la medesima congregazione di Martin Lutero), oltre 400 conventi e 3000 frati, assai radicato in America Latina, maturando una solida esperienza organizzativa in territori turbolenti e guadagnando nel 2023 la porpora cardinalizia necessaria per diventare, nel 2025, papa.

L’enciclica del 15 maggio 2026

Magnifica Humanitas è un testo corposo, si articola in 245 paragrafi suddivisi in premessa, 4 capitoli e conclusione, utilizzando uno stile essenziale per una sequenza di affermazioni legate da una logica stringente in cui il dubbio su ciò che ci riserverà il futuro non incrina solide convinzioni sul dover agire. Nella premessa Leone XIV insiste sulla necessità di esaminare le radici spirituali e culturali che caratterizzano la trasformazione in atto (stiamo vivendo una fase di rapida transizione), indicando due segmenti di pensiero contrapposti e incompatibili: uno (la torre di Babele) mira ad impadronirsi della tecnologia al solo scopo di dominio e conquista della ricchezza, l’altro (le mura di Gerusalemme) vuole ricondurre l’IA (e lo sviluppo della tecnica) all’interno del comune, dei principi di giustizia solidale. La maggioranza degli esseri viventi nel pianeta rimane in trepidante attesa, assiste agli eventi, fra angoscia e speranza. Ma sono domande decisive e non possono essere eluse: esiste il dovere di rimanere umani. La radicalità della premessa viene temperata, prudentemente, nel primo capitolo, dedicato alle vicende delle encicliche sociali precedenti: come di consueto quando un pontefice parla dal soglio (ex cathedra) ogni passaggio dei predecessori viene ricondotto ad unità complessiva della Chiesa, sorvolando abilmente sulle divergenze per costruire una dottrina sociale cattolica coerente, uniforme, armonica. Ma, a leggere con attenzione, l’elogio del passato non è mai una rinunzia alle proprie convinzioni presenti, procede con ecclesiastica cautela, ma non fa mai un passo indietro, consapevole delle proprie debolezze ma forte delle proprie ragioni.

Tecnica e dominio

Il secondo e il terzo capitolo sono il cuore del saggio, in cui si affronta il rapporto fra la difesa dei principi e l’uso della tecnica come strumento di dominio; comunque si voglia giudicare questa presa di posizione che ha l’ambizione di costituire un manifesto del pensiero cattolico, non è possibile ignorare la sostanza di una condanna aperta del liberismo tecnocratico e dell’ideologia della forza. Non era per nulla scontata una scelta simile, soprattutto considerando la potenza di comunicazione mediatica, volta a segnalare la fine dell’anomalia rappresentata da papa Francesco e una sorta di restaurazione conservatrice incarnata da papa Leone; ora i comunicatori di regime stravolgono il testo, per disinnescarlo, per ridurlo a generica lamentela senza conseguenze concrete. Un esempio, fra i tanti, di questa operazione chirurgica è l’articolo pubblicato il 14 giugno 2026 su Il Sole 24 Ore dal presidente dell’Associazione Bancaria Italiana, Antonio Patuelli: il nuovo umanesimo (?) è una zuppa buona per tutti i gusti e non si comprende con chi se la prenda il pontefice quando segnala il pericolo (rischio) del controllo delle esistenze per mezzo di una acquisizione massiva e privata dei dati. Torna in mente quel che Francesco disse ai funerali di Gutierrez, avvezzo alle critiche e fermo nella difesa dei poveri: ha saputo fare silenzio quando doveva fare silenzio, ha saputo soffrire quando gli è toccato soffrire.

Eppure le affermazioni sono forti, non consentono interpretazioni equivoche. La dignità non si acquista e non si merita (paragrafo 53); il valore non è ciò che si produce (paragrafo 51); qualsiasi progetto o tentativo di progetto di eliminare o sottomettere una nazione è immorale e pertanto inaccettabile (paragrafo 64). La tecnocrazia viene descritta non come un generico e potenziale orizzonte politico-economico, ma come un concreto progetto di dominio, fondato su una criminale cultura dello scarto (definizione davvero efficace) applicata in danno di chi si trova nella condizione di rifugiato, di migrante, di povero; il potere va cadendo ogni giorno di più, nella rapidità della transizione, in mano mani (paragrafo 90 e seguenti) di pochi privati transnazionali, indifferenti alla solidarietà, alla sussidiarietà, alla fraternità (e dunque anche alla libertà e all’eguaglianza). Il paragrafo 99 introduce il problema e lascia intravedere la soluzione, evitando di cadere nell’equivoco di una banale equiparazione dell’IA a quella umana, ma senza nasconderne i benefici indubbi, che vanno invece riconosciuti. Il punto è che i dati, anche elaborati, non capiscono ciò che producono perché non abitano l’orizzonte affettivo. Non è una mera ovvietà; è una proposta reale di cambiare la prospettiva di osservazione, di nuovo con il metodo di Copernico. Si tratta di rimettere al centro l’orizzonte affettivo inteso nel senso più ampio: non solo amore o amicizia (questo è naturale) ma anche diritti, giustizia, remunerazione del lavoro, lotta alla moderna schiavitù, perché l’algoritmo (paragrafo 102) non è un fatto puramente tecnico, invade la sfera dei diritti e non considera la speranza (che è, me lo si lasci dire, parente prossima della rivoluzione, e io tengo in gran conto la rivoluzione)I dati, nella loro forma elaborata mediante IA, presentandosi come neutrali e oggettivi, rispecchiano e rafforzano stereotipi e posizioni ideologiche di chi li ha progettati e addestrati; non sono moralmente neutri (paragrafo 104). Bisogna definire un nuovo codice (etico e giuridico) per individuare il processo di responsabilità (accountability) nel possesso, nella gestione, nell’uso e nel frutto del sapere collettivo immagazzinato, delle risorse e dei c.d. beni comuni. E si arriva al dunque, all’indicazione censurata dalla comunicazione mediatica in quanto percepita come potenzialmente pericolosa nelle stanze del potere oggi consolidato (economico, finanziario, politico): disarmare l’intelligenza artificiale! Testualmente (paragrafo 110): la competizione armata non è più solo militare ma economica e cognitiva. Disarmare non significa rinunziare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale. Le ideologie connesse al trans-umanesimo e/o al post-umanesimo conducono alla catastrofe e vanno contrastate con decisione; la tecnica deve liberarsi di una concezione errata del limite, malattia vecchiaia vulnerabilità non sono difetti da rimuovere, ma elementi costitutivi dell’umanità, rientrano in ciò che è cura. Rendere disarmata e ospitale l’IA significa piegarla a questi principi che riemergono dalla teologia della liberazione nata non a caso nei tumultuosi anni sessanta del secolo scorso. Comprensibile che una simile prospettiva non piaccia affatto a chi punta invece sulla guerra, sulla paura, sul conflitto permanente, per mettere la vita a valore, non per liberarla.

Guerra, verità, lavoro

Nel quarto capitolo Prevost affronta la necessità di trovare strumenti capaci di custodire le persone nel tempo della trasformazione, a fronte di un saccheggio costante della verità, tema centrale per Agostino e dunque per il papa suo discepolo. Le piattaforme digitali, invece di favorire un consolidamento della democrazia sostanziale (e sarebbe possibile), tendono a confondere vero e falso, a mescolarlo al fine di orientare l’immaginario collettivo. Compare, e non poteva mancare, l’ombra di Guy Debord (non citato, ma presente): tutto diventa spettacolo, messa in scena, trasformazione della realtà volta a far ritenere esistente una finzione (mise en scéne in italiano si traduce anche come truffa). Oltre ad indicare la centralità della scuola e dell’istruzione pubblica l’enciclica invita ad elaborare una sorta di ecologia della comunicazione o, anche, con immagine suggestiva, una igiene dell’attenzione (paragrafo 146). In questa cornice di discontinuità nella transizione si calano il lavoro, il rapporto fra uomo e macchina (critica dell’ibridazione fra i due), il recupero della dignità, l’economia in senso ampio. Il PIL non è uno strumento di misura che consenta di comprendere lo stato effettivo delle cose (paragrafo 157), la finanza per la finanza è diversa dalla finanza per lo sviluppo e per la redistribuzione della ricchezza prodotta (paragrafo 163); in ogni caso acquistano rilievo le condizioni sociali della speranza. Dopo Debord compare (anche lei non citata) Soshana Zuboff: quando ogni gesto lascia traccia si crea un potere nuovo (paragrafo 171) e nasce una sorta di architettura della visibilità utilizzata a fini di controllo sociale e di sfruttamento intensivo, il che rende necessario spezzare le catene della nuova schiavitù (il titolo che comprende i paragrafi 173-179). Nulla, scrive Prevost, nel mondo dell’IA è davvero immateriale o magico: una lunga catena di mediazioni, una rete estesa di risorse naturali, di infrastrutture energetiche e, soprattutto, di persone. Rubano la vita a donne e bambini, schiavizzati nel lavoro, formano una catena di sfruttamento che resta deliberatamente invisibile. E ancora annota: il colonialismo ai giorni nostri mostra un volto inedito. Non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando la vita delle persone in informazioni sfruttabili. Per concludere infine: la lotta contro le nuove schiavitù è il banco di prova decisivo. Antonio Patuelli, presidente dei banchieri, ha preferito evitare ogni citazione di questi passi, soprattutto, visto che le banche guadagnano piuttosto bene sui dati e sulle schiavitù, cerca di sfuggire al banco di prova decisivo congelando la proposta (vaticana!) di lotta!     

La chiusa

L’ultima parte dell’enciclica (quinto capitolo e conclusione) è dedicata al falso realismo e alla cultura del conflitto, fondata sul concetto di forza non soggetta ad alcun limite (giuridico o etico). L’apologia della violenza devastatrice e la percezione di ogni diversità come minaccia si concretano in una sorta di nichilismo storico e di un insieme di progetti contrapposti che mirano a costruire un monopolio della minaccia armata. Citando un cattolico italiano, per un certo periodo sindaco di Firenze e pacifista per antonomasia, La Pira, Leone XIV rilancia la cultura del negoziato contro quella della potenza; a sostegno del suo invito teso a risparmiarci la totale distruzione del pianeta richiama, fra l’ironico e il beffardo visto che è tradizionale icona dell’estrema destra italiana, Tolkien, prima di affidarsi, da buon cattolico, alla Madonna e al suo magnificat.

Qui non si pone il problema di arruolare il papa nelle file del movimento comunista, sarebbe piuttosto fuori luogo. E per giunta ogni papa ha la sua identità. Bergoglio, per carattere e per formazione, aveva molta fiducia nelle parole, e, anche, una forza comunicativa teatrale, perfino gestuale, che non è invece nelle corde di Prevost, più incline a preparare il terreno, ad accompagnare ogni progetto, specie se ardito, agli strumenti necessari per attuarlo. Bergoglio poggiava su quello che oggi viene definito un partito liquido, sul consenso immediato ed emotivo. Prevost misura la forza degli antagonisti, ragiona sul come logorarli, concepisce la sua chiesa come una sintesi di fede e organizzazione; questo può accentuare la tendenza alla diplomazia e al compromesso, certamente ha l’effetto di moderare il suo vocabolario nell’esprimere i concetti, ma contribuisce anche a rafforzare progetti di alleanze inedite e soprattutto di costruzione concreta di strutture in conflitto con il liberismo tecnocratico, che si presenta oggi come il più duro ostacolo all’emancipazione degli sfruttati nel mondo. Ma non bisogna avere timore della diversità, rimanere se stessi cercando di capire come ciascun interlocutore si colloca, qui e ora. Senza preconcetti, sine ira et studio. In fondo si può marciare divisi per colpire insieme; lo dicevano anche Mao Tse Tung e Helmuth von Moltke. L’importante è non arrendersi mai.



L’articolo è stato pubblicato su Effimera Il 16 giugno 2026

Magnifica Humanitas: alcune riflessioni dopo la lettura della recente enciclica Leggi tutto »

Scene di basso impero

di Gianni Giovannelli

La stragrande maggioranza degli uomini
di potere si fa facilmente e regolarmente
trascinare dalla stupidità a ripetere i crimini
dei predecessori e torna a commettere
con tutta disinvoltura gli stessi errori del passato

Procopio di Cesarea (Anekdota, Carte segrete, trad. L.R. Cresci Sacchini)

La figura di Donald Trump, sempre in bilico fra il tragico e il grottesco, deve essere collocata in questo particolare periodo storico di transizione, in cui l’incarnazione fisica del potere non può essere quella del princeps (il primo fra i pari) ma deve invece essere il dominus et deus (la fonte unica del diritto vigente). A modo suo il presidente degli Stati Uniti è in sintonia coerente con il suo tempo quando diffonde l’immagine di se stesso nelle vesti di un Papa o di un Dio capace di benedire o flagellare, a sua discrezione, mediante un semplice movimento della mano alzata per imporre il proprio volere all’intera umanità: chi non si piega deve essere distrutto.

Precedenti storici di riferimento

Ammiano Marcellino, storico geniale e soldato combattente, ha tratteggiato per i posteri, con gli occhi e la sensibilità di un contemporaneo, l’imperatore Valentiniano I (321-375 d.C.) e l’uso politico della crudeltà nell’esercizio del governo. Teneva in gabbia, nel palazzo in cui abitava, due orse, Mica Aurea e Innocentia, e si soffermava con attenzione a guardarle mentre sbranavano i corpi di chi era incorso nell’ira spietata del sovrano assoluto. Poteva essere, a titolo di esempio (come ci racconta nelle sue res gestae) un giovane paggio che aveva lasciato troppo presto libero un cane da caccia o un governatore che aveva chiesto di cambiare sede o un fabbro che aveva consegnato una corazza di peso inferiore a quello pattuito. La rivendicazione orgogliosa degli omicidi efferati e la gioia arrogante nell’annunciare morti violente del nemico connettono Trump, Ben Gvir, Rubio, Netanyahu al proprietario delle orse romane; il supplizio inflitto -senza bisogno di inutili verdetti o di spiegazioni ragionevoli- a chi si oppone alle pretese del dio padrone deve essere inteso come inevitabile conseguenza di una mancata resa, come strumento di potere, come verifica dell’obbedienza e come minaccia aperta a chi non è pronto ad approvare senza condizioni.

Come Ammiano ci aveva descritto l’inizio dell’epoca conosciuta come basso impero un altro storico straordinario, Procopio di Cesarea, ha provveduto a fornirci la chiave di lettura del suo epilogo, con Giustiniano (482-565) e Teodora (500-548). Convenzionalmente la morte di Giustiniano, al termine del suo ventennio (527-548), viene utilizzata per segnare la fine del diritto romano. Procopio non era solo contemporaneo dell’imperatore; fu a lungo il suo comunicatore ufficiale, la voce del regime. Solo nel 1623 vennero alla luce le sue carte segrete, anekdota, celate nella biblioteca vaticana e pubblicate in modo avventuroso. E ci volle un filologo italiano, Domenico Comparetti, per provare al mondo, nel 1928, che quello era un testo originale. Procopio lasciò al mondo la confessione che aveva sempre mentito, per timore di rappresaglia fisica: non sarei sfuggito alla rete di spie e una volta scoperto mi sarebbe toccata una fine atroce, non mi era consentito fidarmi nemmeno dei parenti più intimi. Scrisse alla fine la verità, su Giustiniano e Teodora, fece una trascrizione completa di quanto si era verificato in ogni parte dell’impero.  Ne esce il quadro di un despota privo di controllo e di autocontrollo, di governo libero da qualsiasi limite, di potere per il potere: corruzione, violenza, perversione sessuale, nepotismo, repressione sociale sanguinaria, guerra, magia nera, complotti, processi sommari.  C’era una sorta di gerarchia della mazzetta, su ogni cosa erano previste percentuali delle celesti (per indicare che piovevano dal cielo), e per chi non si adeguava era pronto il capestro. Soprattutto ci spiega, Procopio, come anche la perversione fosse, insieme alla guerra e al saccheggio delle risorse, uno strumento del dominio.

Il clima da basso impero secondo l’intelligenza artificiale

Abbiamo chiesto alla rete -che usa nelle risposte standard l’intelligenza artificiale- che cosa si debba intendere per clima da basso impero. La risposta è interessante, la cito testualmente nel suo conciso insieme. Ci dice che le 3 caratteristiche di un tal clima sono la decadenza politica (intesa come atmosfera di stanchezza, paralisi amministrativa e politica, intrighi), la corruzione (ovvero scandali, festini, foto compromettenti, gestione scandalosa delle cariche), l’insicurezza e rabbia sociale (percezione della crisi imminente, periferie impoverite, paura del diverso), il tutto quale metafora storica da ricondurre al periodo compreso fra il III e il V secolo, per instabilità, guerre, invasioni, disagio sociale e declino economico delle componenti sociali. Secondo il suggerimento fornito dalla rete in una simile situazione le istituzioni sono sentite come moralmente corrotte, prossime alla fine, paragonate a quelle della Roma in declino per sottolineare la gravità del momento. Possiamo dunque ritenere, utilizzando queste rielaborazioni dei dati ad opera di chi siede nella cabina di comando, che governanti e governati abbiano piena consapevolezza che la transizione attuale sia gestita senza regole (un combattimento asimmetrico fra le classi o, se si preferisce, fra i segmenti sociali), utilizzando la ferocia e la guerra per incutere timore, depredando le risorse (ovvero allargando la forbice fra ricchi e poveri), affermando nei fatti una totale impunità per qualsiasi perversione dei soggetti dominanti e l’assenza di qualsiasi diritto in capo ai soggetti dominati, che devono acquisire la precarietà quale condizione naturale di un’esistenza divenuta merce funzionale al profitto. Anche la crudeltà e la ferocia diventano una potenza economica, rientrano nella politica o nella guerra, non sono semplice perversione. Questa è la scena predisposta per lo spettacolo in corso di rappresentazione. E ne abbiamo esempi continui davanti agli occhi, qui e ora, ogni giorno.

Israele e Flotilla

La marina militare israeliana ha abbordato una nave battente bandiera italiana in acque internazionali che rientrano nell’ambito territoriale dell’Unione Europea, al largo di Creta. Con le armi in pugno hanno privato della libertà 175 persone (poi sbarcate in Grecia, ove il governo ha ricevuto i pirati invece di arrestarli) e ne ha tenute due in ostaggio: un cittadino spagnolo (UE e NATO), Seif Abukeschak, e un cittadino brasiliano, Thiago Avila. Non solo hanno violato il diritto internazionale in modo clamoroso: è un vero atto di guerra contro Italia, Spagna, Grecia, Brasile, con la certezza dell’impunità totale e l’aperta rivendicazione del gesto da parte del governo israeliano. Non ci sono state reazioni, solo qualche protesta balbettata, per il resto un imbarazzato silenzio che suona come un incentivo a proseguire con gli stessi metodi anche nel prossimo futuro. La pressione popolare, non la complice diplomazia europea, ha imposto la liberazione dei prigionieri, preannunciata non dai ministri dei paesi aggrediti ma dal servizio (segreto, occulto) dell’aggressore (Shabak o Shin Bet che dir si voglia) per ulteriore dimostrazione di forza. Il grande affare della spesa militare e l’imposizione della guerra permanente come arma di governo prevalgono sul diritto: l’unica legge è la volontà del potere, debbono averlo chiaro tutti quanti. In galera ci rimane invece (per richiesta di Israele e sentenza della Corte d’Assise di Aquila, 5 anni e 6 mesi) il profugo palestinese Anan Yaneesh, ritenuto responsabile di associazione sovversiva per il suo sostegno alla resistenza nei territori illegalmente occupati. Non può ancora presentare appello perché la Corte non ha depositato le motivazioni nei termini di legge, non si sa quando lo farà e nessuno trova scandaloso il ritardo (anche la condanna è un fuor d’opera). I pirati della marina israeliana non sono perseguiti, i sostenitori della resistenza all’occupazione illegale stanno dentro.

La relatività del diritto: la grazia a Minetti e il caso Garlasco

Esiste un filo che lega la concessione della grazia a Nicole Minetti al clamore mediatico intorno alle indagini della procura di Pavia sull’uccisione di Chiara Poggi nel borgo lombardo di Garlasco. Questo filo è un messaggio, per nulla subliminale, che l’apparato di potere invia ai sudditi, in modo aperto, esplicito: non esistono certezze, non esiste un giudicato che non possa essere ribaltato, annullato, vanificato ove questa sia la volontà di chi comanda, perché chi comanda non è sottoposto ad alcuna regola.

Per farlo intendere, e per meglio logorare la fastidiosa autonomia del potere giudiziario e di quello legislativo, il potere esecutivo si serve della comunicazione (per la gran parte sotto stretto controllo congiunto del governo e delle piattaforme) e non esita a sfruttare le fisiologiche contraddizioni della magistratura (istituzione composta da esseri umani, ciascuno con una propria sensibilità).

Considerato il lungo tempo trascorso da quei fatti ricordiamo (almeno ai più giovani) che Nicole Minetti ha una doppia condanna sulle spalle: sfruttamento della prostituzione (sceglieva e arruolava le ragazze per le voglie di Berlusconi) e peculato (rubava i soldi pubblici quando era poi diventata deputata regionale, eletta nelle liste di Forza Italia, in cambio del suo silenzio). Fu Nicole Minetti, in qualità di deputata, a ritirare in affidamento, presso la Questura, la celebre Ruby Rubacuori (Karima El Marough, spacciata per nipote di Mubarak) e a ricondurla nell’harem. Poi si mise, anni dopo, insieme al giovane Cipriani (erede dell’Harris Bar), diventato un imprenditore molto ricco, con vaste proprietà nel mondo. Non ha mai scontato un minuto di carcere, e più avanti percepirà pure la pensione di deputata lombarda (non molto, ma neppure nulla, in tanti ci metterebbero la firma). Probabilmente a Punta dell’Este il Cipriani avrebbe fatto brutta figura con gli amici se la sua Nicole si fosse piegata a svolgere qualche ora di servizio sociale (non era comunque prevista la galera, essendo la pena sotto i 4 anni); avrebbero pensato che non aveva abbastanza soldi per far tacere la giustizia italiana e questo magari avrebbe avuto cattivi effetti sugli affari. Difficile comunque indovinare il movente; facile invece leggere il risultato. Con il parere favorevole del ministro e della procura, un po’ di nascosto (moonlighting direbbero gli americani), Mattarella ha concesso la grazia. Poi, sull’onda di una peraltro prevedibile indignazione popolare, è montato lo scandalo. Ma non è questo il punto. Il punto è che la coppia Cipriani-Minetti ci è riuscita, che così funziona da queste parti, che l’impunità non la decidono i giudici, che le sentenze, se così vuole il dominus et deus, sono inutili.

Il circo equestre messo in scena a Pavia sul delitto di Garlasco vede procura contro procura, magistrati inquirenti contro magistrati giudicanti. Viene travolta la credibilità del potere giudiziario, e di conseguenza subisce un duro colpo la sua autonomia. Poco importa se il signor Alberto Stasi sia innocente o colpevole; poco importa se il signor Andrea Sempio sia una vittima o un mostro. Quel che conta è affermare, con prepotenza, il prevalere dell’esecutivo, rendere chiaro a tutta la platea che non esistono certezze su cui contare quando per qualsiasi ragione il governo non vuole accettare un verdetto. Per far passare il messaggio si violano le stesse leggi approvate per far tacere il dissenso (le norme che vietano la pubblicazione di atti processuali: abbondano invece virgolettati impuniti), si ventilano processi nei confronti della procuratrice che aveva ottenuto la condanna (la dottoressa Barbaini, da tempo in pensione), si moltiplicano le inchieste, si maltratta il dolore delle famiglie. Una muta di avvoltoi svolazza in cerca di prede. Non interessa la verità; quel che vale è portare ansia, crisi, incertezza. Poi vada come vada, il tempo passa, la gente dimentica, la memoria è corta.

L’attacco allo stato sociale.

L’insicurezza e la rabbia vengono sapientemente coltivate in funzione di controllo repressivo del dissenso in un tempo di transizione che prevede la sistematica demolizione del welfare, la privatizzazione della cura e della salute, l’esproprio della cooperazione sociale, in ogni suo passaggio e in ogni suo strumento (anche lo spazio, l’acqua, l’aria, le risorse naturali). La legislazione d’emergenza (la forma decreto) ha consentito all’esecutivo di marginalizzare il ruolo tradizionale del legislativo sottraendo spazio, a mezzo di interventi improvvisi spesso contraddittori, al giudiziario, le cui decisioni vengono così contrastate o vanificate (a volte perfino ignorate). Non è un problema solo italiano. Negli USA il presidente Trump, sulla spinosa questione dei dazi, non ha esitato ad attaccare pesantemente la stessa Suprema Corte, in gran parte nominata proprio da lui e accusata di tradimento (crimine tipico del basso impero); in Israele Netanyahu ha scagliato il ministro di giustizia Levin contro il presidente della Corte Suprema Yitzhak Amit, boicottando la sua nomina perché ritenuto troppo tenero nei confronti dei diritti della minoranza araba e di Adalah che l’assiste nei giudizi.

Utilizzando la legislazione d’emergenza (divenuta ormai ordinaria) il governo Meloni ha, di recente, introdotto (in luogo del salario minimo) il salario giusto con il preciso intento di limitare la portata delle sentenze emesse dalla Sezione Lavoro della Corte di Cassazione che, in applicazione dell’art. 36 della Costituzione (precettivo:  dunque non ha bisogno di ulteriore supporto legislativo) ha dichiarato l’illegittimità di quei contratti collettivi che non garantiscono il c.d. minimo vitale (una somma tale da consentire di vivere una vita libera e dignitosa). L’esecutivo ha corretto il tiro: il salario giusto è quello spuntato da CGIL-CISL-UIL (magari anche da CISAL e UGL), che poi ci si campi bene è del tutto secondario. Per chi protesta ci sono i decreti sulla sicurezza, con severe sanzioni a carico degli occupanti di casa, degli esasperati nei punti di pronto soccorso, dei detenuti ammassati, dei migranti rinchiusi nei CPR, delle manifestazioni contro il genocidio o contro lo sgombero sistematico dei centri sociali. E assistiamo a risvolti quasi grotteschi: viene approvata una norma palesemente nulla (perché anticostituzionale) che assegna un obolo agli avvocati capaci di convincere il migrante a rimpatriare, ma non a quelli che invece assistono i refrattari. Mattarella la firma lo stesso, ma contemporaneamente firma un altro decreto, pure lui urgente, che lo lima e lo taglia, vanificandolo.

Sono pezzi del mosaico. Ma il mosaico presenta una sua drammatica unità, è un disegno funzionale a un preciso progetto di dominio, che va smascherato e combattuto nella sua interezza. Si spostano le risorse dalla sanità (si riducono le strutture, si alzano le liste d’attesa), dal piano casa (le case pubbliche svendute ai privati), dalla scuola (massiccio taglio di spesa per strutture e personale), dalla ricerca (abbiamo ormai una legione di ricercatori precari sottopagati senza fondi per la ricerca, molti vanno all’estero) verso la guerra, le grandi opere (TAV e Ponte sullo stretto), le banche, i petrolieri. La rabbia sociale monta, ovviamente, di fronte alla crisi del welfare tradizionale, alla contestuale riduzione dei salari e all’allargamento della forbice ricchi-poveri (sparisce il ceto medio, si allarga la fascia dell’indigenza). Interi territori periferici delle metropoli si vanno trasformando in ghetti sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno. Questa rabbia sociale viene tuttavia diretta verso il diverso perché in questa età dell’ansia ogni diversità mette paura e diventa il bersaglio-colpevole di ogni guaio quotidiano; è certamente una frode far credere ai disperati che l’aggressione al diverso possa essere la soluzione, ma chi è senza speranza si aggrappa, in mancanza di alternative, a qualunque cosa. Specie se non ve ne sono altre più credibili. Per questo il potere, non solo per generica propensione al delitto o per cinismo, ma anche per lucido calcolo, vuol recidere ogni alternativa, far sentire il proprio tallone d’acciaio sul collo dei sudditi, imporre la propria volontà a prescindere dalle ragioni e dal diritto. Vale per Trump e per Netanyahu, per Macron e per Meloni, per Musk e per Arnault: c’è del metodo in tanta follia dei tiranni.

E dunque?

Accanto al senso di impotenza, ai momenti di rassegnazione, alla constatazione che il potere esercita la sua forza deciso a travolgere ogni ostacolo la percezione generale di un clima caratteristico del basso impero apre la via alla possibilità di accelerare il processo di decomposizione delle attuali istituzioni in un senso diverso da quello programmato nell’attuale cabina di comando. La via tracciata all’interno del capitalismo delle piattaforme porta ad una sorta di neo-assolutismo, in una cornice di guerre permanenti e di razzia ininterrotta della cooperazione sociale. Ma cresce al tempo stesso un desiderio di pace incompatibile con l’attuale governance e sempre più consapevolmente ribelle; la neutralità non va lasciata gestire dalle formazioni reazionarie e nazionaliste (alla Vannacci), va rivendicata come patrimonio storico della democrazia popolare, dell’internazionalismo ribelle e ugualitario. E insieme al desiderio di pace cresce anche un sentimento di cooperazione che ci renda, anche disponendo di un reddito sufficiente, autonomi dalle tradizionali istituzioni dello stato, con una difesa puntuale della salute, dell’ambiente, della cultura intesa in senso ampio: questa è la sicurezza per cui vale la pena di battersi, nella metropoli e nella campagna. Le recenti manifestazioni contro la guerra sono un primo segnale che la partita potrebbe riaprirsi; per questo il potere ha reagito con violenza e utilizza la crudeltà feroce a scopo dissuasivo. Stiamo all’erta, forse un volgo disperso repente si desta: ovvero si ricomincia!

L’articolo è stato pubblicato su  Effimera il 12 maggio 2026

Foto dei mosaici di Giustiniano e Teodora – Basilica di San Vitale a Ravenna

Scene di basso impero Leggi tutto »

Note al rapporto Censis 2025

Di Gianni Giovannelli


I sat upon the shore
Fisching, with the arid plain behind me
Shall I at least set my lands in order?

(Sedetti sulla riva
Pescando, con l’arida pianura alle spalle:
Riuscirò infine a mettere ordine nella mia terra?)

Thomas Stearns Eliot
(The Waste Land, 423-425)

Già da qualche anno la redazione, preparazione e pubblicazione del “Rapporto sulla situazione sociale del Paese” pubblicato dal CENSIS è affidata a Massimiliano Valerii, non ancora cinquantenne, formatosi (non in economia o sociologia ma) in ambito filosofico tradizionale, il che lascia traccia visibile anche nell’architettura del corposo volume (468 pagine): insieme alle numerose (necessarie, preziose) tabelle statistiche troviamo infatti considerazioni per nulla scontate, certamente discutibili, tuttavia meditate, propositive nell’intento, qualche volta perfino (garbatamente, prudentemente) polemiche. Del resto, fin dalla sua costituzione, il CENSIS si è sempre proposto l’ambizioso obiettivo di fondere i dati con gli umori per poter cogliere traiettorie potenziali e così tentare di intravedere il prossimo futuro. Gli analisti finanziari ci hanno da tempo insegnato come il sentiment (a modo suo un condensato di umori) sia un elemento non secondario da considerare nella preparazione dei progetti speculativi; nella odierna società della comunicazione e dello spettacolo acquistano spazio crescente le c.d. Fake News, ovvero la diffusione del falso con il deliberato intento di provocare, per un preciso interesse, fatti veri. Anche interagendo con i dati oggettivi reali per modificare il quadro complessivo e/o rovesciare una previsione attendibile, come tale attesa. A ben vedere il commercio fiorente delle Fake News (ormai una merce offerta nel gran bazar di un pianeta in cui nazionalismo e globalizzazione hanno imparato a convivere) si salda e si nutre dell’incertezza generalizzata e della condizione precaria imposta con la violenza durante l’attuale fase di sussunzione reale.

Il rapporto 2025 è diviso in quattro parti: la prima, breve, è dedicata alle considerazioni generali. Le altre tre, articolate in capitoli, esaminano la società italiana di oggi (composizione, debito, percezioni), settori e soggetti del sociale (istruzione, lavoro, welfare, territorio, reddito), mezzi e processi (comunicazione, sicurezza, migrazione, cittadinanza). L’esito della ricerca e dell’elaborazione statistica viene versato nelle numerose tabelle riassuntive che costituiscono uno strumento oggettivo anche alla parte non omologata del paese, alla componente critica, disobbediente, ribelle.

In questa sezione del  commento tratterò le prime due parti; successivamente, nella sezione successiva, le due rimanenti. La divisione si rende necessaria per comodità di stesura e di esposizione.

Considerazioni generali (prima parte)

Il continuo faccia a faccia con l’inatteso ha lasciato il segno: se per un verso (positivo) i ceti popolari hanno dimostrato una capacità di resilienza e resistenza, per altro verso (negativo) non sono riusciti a spezzare la trappola del declino di ogni desiderio di futuro (pag. XI). L’indagine sottolinea come sia tornata al centro dell’attenzione la parola pace; una percentuale altissima (80,6%) è ormai convinta che le scelte dei grandi leaders del mondo siano prive di una logica razionale (tabella 1, pagina 4). E’ un dato che non stupisce, ma che dovrebbe far riflettere il movimento di opposizione su quali obiettivi siano davvero capaci di mobilitare la protesta. La mobilitazione per la pace attrae, ricompone, unifica; pace e solidarietà, in questa età del fuoco che privilegia il conflitto e la sopraffazione, hanno un contenuto oggettivamente eversivo. Il dominio della forza viene colto dal sentiment collettivo nel crescente vento di guerra, nei dazi, nell’impoverimento del ceto medio, nella inarrestabile crisi (non solo) delle istituzioni pubbliche (ma anche) delle complessive strutture associative tradizionalmente fondate sulla solidarietà e parità dei diritti. La lettura dei dati evidenzia una tendenza a sottrarsi, a chiudersi, a uno stare nel mezzo valutato come pregio e al tempo stesso difetto (pagina XV), sfuggendo per cautela e per timore alle grandi sfide della transizione (intelligenza artificiale, cambiamento climatico) e modellando, con circospetta lentezza, gli argini, senza più miti ideologici o fiducia nelle alleanze fra segmenti di popolazione. Quella che viene definita la laguna della cetomedizzazione (pag. XXV) non ha prodotto una nuova classe sociale, ha piuttosto trasformato quella esistente: risparmia ma non rinunzia a consumare, alterna la soluzione economy a qualche puntata nel lusso, frequenta il mercato di seconda mano, in una parola tenta di resistere. Accanto alla necessità primaria di continuare ad accedere a ciò che rimane del welfare o del servizio sanitario occupa una posizione importante la convinzione che la sana dieta mediterranea sia un pilastro dell’esistenza, che vi sia un vero e proprio diritto al cibo locale, che va garantito e difeso dal cibo omologante universale (e qui emergono simpatie per le piccole imprese agricole e attriti verso l’invadenza liberista dell’Unione Europea). La mancanza da troppi anni di una politica e di una seria linea di attacco alla povertà (rilevata a pag. XXII) insieme al sostanziale congelamento dei salari si pone alla radice della sfiducia nelle istituzioni statali e del diffuso accrescersi del risentimento; l’invocazione della pace e il rifiuto della forza-violenza sono, insieme, un disperato grido di aiuto e un programma minimo di rivendicazione che prescinde da qualsiasi massimalismo (armato o disarmato). Non per caso la tabella 12 (pagina 25) l’unica figura pubblica che ottiene la maggioranza di consenso fiduciario (60,7%) è Leone XIV, superando di molto sia il progressista Sanchez (44,9%) sia il liberista tedesco Merz (33,5%). La fiducia nell’Unione Europea si colloca invece al minimo storico: per il 61,9% il suo ruolo in scena globale è di scarsa o nessuna rilevanza; in compenso il 66% degli italiani, a differenza di Ursula von der Leyen, ritiene che ove il riarmo comportasse un taglio della spesa sociale sia meglio non farlo proprio. I dati del rapporto fotografano il divario che si è creato fra la cabina europea di comando e la volontà dei sudditi.

L’età selvaggia (seconda parte articolata in capitoli)

La seconda parte affronta le spinose questioni della composizione sociale e della transizione, presentando un quadro che certamente non induce all’ottimismo. Accanto all’economia, intesa in senso tradizionale, si afferma la centralità della guerra, della violenza di stato; l’incertezza e la paura vengono sapientemente coltivate in ogni segmento delle comunità e utilizzate per insediare la nuova forma di esercizio del potere, percepita come assoluta e comunque inevitabile. Gli Stati Uniti non sono più un punto di riferimento (inteso come stile di vita e di consumo) per il 73,7% della popolazione complessiva e per 84,4% degli anziani (ma il 60,9% dei più giovani, va annotato anche questo). Nell’età selvaggia prevale l’idea che la forza l’aggressività siano gli elementi determinanti; per giunta le decisioni dei grandi leaders del mondo appaiono per 80,6% degli italiani prive di una logica razionale (tabella 1, pagina 4). Per conseguenza una porzione (non maggioritaria ma) inquietante, il 38,7%, è ormai convinta che la democrazia non sia più adeguata in un mondo che prescinde dal diritto, e il 29,7% che il più adatto sia invece il regime c.d. autocratico, ovvero tirannico, dispotico, assolutista (tabella 2, pagina 6). I dati statistici segnalano che il rapporto fra debito pubblico e PIL procede verso una sorta di identità nei paesi sviluppati in cui aumentano le spese militari e diminuiscono quelle destinate al welfare: nel periodo 2001-2024 mentre in Italia sale da 108 a 134 negli USA balza da 53 a 122 così abbattendo gran parte della distanza (tabella 4, pagina 9). L’abbattimento del welfare procede senza trovare ostacoli, in un quadro di regressione demografica; fra il 2004 e il 2024 i titolari d’impresa sotto i 30 anni di età sono diminuiti del 46,2%, 132.000 in meno. Il pilastro economico italiano, la piccola impresa, la fabbrica diffusa ha subito duri colpi, per l’aumento dei costi energetici superiore a quello degli altri paesi (anche UE) e per il costo occulto degli adempimenti fiscali. E l’altro pilastro, il lavoro, registra nel 2024 una perdita del potere d’acquisto in termini reali di almeno 8,7% rispetto al 2007. La crescente delusione rispetto alla capacità delle istituzioni di garantire protezione trova riscontro nella tabella 11 (pagina 24): il 72,1% della popolazione italiana non ha più alcuna fiducia nei partiti politici e nel parlamento. E, nel clima di sconforto, pare che la tendenza sia quella di buttarsi sul cibo e sul sesso!

Dentro la spirale di deindustralizzazione solo la componente alimentare, nel 2024, ha aumentato la produzione, mentre la manifattura e perfino il trasporto sono stati in calo (solo 8 gruppi mostrano crescita: locomotive, aeromobili, navi, veicoli spaziali). Ma l’incremento maggiore (32, 3%, e non ci stupisce per nulla) lo troviamo nella fabbricazione di armi e munizioni.

Il lavoro, nella diversa cornice delineata, si è senilizzato; e di fronte all’aumento del c.d. carrello della spesa i consumi si sono ovviamente orientati verso il discount, diminuendo per qualità e quantità, ma non per volume monetario. Anche questa è una ragione di sfiducia e rancore.

Dentro la massa precaria, vulnerabile e privata di orizzonti certi, si colloca il 10,5% di occupati stranieri (2.514.000): il 29,4% non è fissa a tempo pieno, contro il 17,2% degli italiani. La forbice, oltre che significativa, è in aumento costante. Inoltre il 55,4% dei lavoratori stranieri è overqualified, possiede cioè un livello di istruzione più elevato rispetto all’attività svolta (per gli italiani la percentuale corrispondente è del 18,7%). Si va via via sgretolando il modello italiano di integrazione, al tempo stesso il processo di ghettizzazione e di marginalizzazione non viene arginato con le misure che sarebbero necessarie per contrastarlo. Si è radicata una profonda contraddizione, logica, sociale, politica: per un verso, per giunta in piena crisi demografica, non è neppure immaginabile un vivere quotidiano nelle metropoli o nei paesi, senza la presenza attiva del popolo già migrato o in arrivo migrante; per altro verso il 62,8% degli indigeni italiani vorrebbe limitare il flusso migratorio e il 54,1% percepisce lo straniero come un pericolo (tabelle 24 e 25, pagina 54). Eppure la denatalità è proseguita anche nel 2025: nei primi sette mesi dell’anno sono 197.956 i nuovi nati, circa 13.000 in meno rispetto allo stesso periodo del 2024. Ma negli anni della regressione demografica Milano (+ 1,9) e Bologna (+ 1,9), in controtendenza, sono cresciute (tabella 17). Un dato confortante, nella palude della crisi in cui trovano nutrimento l’assolutismo e la corsa all’armamento, viene dall’aumentata partecipazione alle manifestazioni di piazza (anche nelle piazze virtuali) senza delega politica. La “narcolessia senza indignazione” aveva preso piede negli anni trascorsi; le proteste contro il genocidio in corso nel territorio palestinese sembrano aver invertito il ciclo. Ne abbiamo avuto recente conferma con l’aumentata affluenza alle urne in occasione del voto referendario, che ha costituito eccezione rispetto al calo costante che aveva caratterizzato le elezioni politiche e amministrative. Anche in questo caso si registra la volontaria sottrazione alla delega politica. Le tabelle ci dicono che un giovane su cinque (20,9%) è sceso almeno una volta in piazza per manifestare dissenso o aderire a una qualche causa ritenuta giusta. Le punte d’interesse (fra i giovani compresi nella fascia 18-34) toccano il 94% per la tutela della sanità pubblica e l’87% per la pace. E anche questo ci pare un dato che debba far riflettere nella scelta degli obiettivi.

Seconda sezione delle note. L’innovazione diseguale (terza e quarta parte del rapporto)

Dal luogo dove si trovava Winston

si potevano leggere, stampati in eleganti caratteri

sulla sua bianca facciata, i tre slogans del partito:

La guerra è pace

La libertà è schiavitù

L’ignoranza è forza

George Orwell (Eric Arthr Blair) (1984, pag. 3)

Un dato che compare nella terza parte del rapporto (pure divisa in capitoli), viene qui inserito nella trattazione del sistema scolastico, ma per certi versi e da esso autonomo, e giunge inatteso: negli ultimi anni è calata la percentuale dei c.d. NEET, i giovani che, per fatti concludenti, si sottraggono sia allo studio sia al lavoro. La tabella 8  della terza parte (pagina 110) indica, nel periodo 2019-2024, una riduzione percentuale non piccola (da 23% a 16,2%) nella fascia dei 18/24 anni che trova riscontro anche in quella 25/29 (da 29,6% a 21,5%). Questa tendenza non la ritroviamo solo in Italia (ove il fenomeno rimane comunque più marcato), è invece comune all’area dell’Unione Europea, ma con l’eccezione della Germania, ove nella fascia 18/24 anni cresce non poco, da 7,7% a 9,4%, e soprattutto della Lituania ove l’incremento è da 11,4% a 18,7%. In generale il malessere in forma NEET o permane o si estende in alcuni paesi ex sovietici (Romania, Baltici)  e al nord del continente (in Finlandia e in Svezia);  diminuisce invece, a ritmo italiano, anche in Spagna e in Irlanda.

La riduzione del tasso di abbandono scolastico non ha frenato tuttavia il costante peggioramento della qualità dell’istruzione, percepita anche da chi la frequenta (fascia da 16 a 19 anni): se il 18,4% la ritiene adeguata al futuro che li aspetta e i più (53,3%) la considerano almeno sufficiente esiste ormai un segmento significativo (28,3%) di radicalmente insoddisfatti (e sale al 32,7% nella fascia di fine studi: 18-19). Condivisa largamente risulta, per migliorare l’istruzione, l’esigenza di utilizzare gli strumenti informatici e di apprendere i meccanismi di interfaccia utili a ottenere un contratto di lavoro salvaguardando i propri diritti: la scuola appare ancora piuttosto arretrata e burocraticamente appesantita in entrambi questi settori.

L’intelligenza artificiale

Il decreto ministeriale Valditara del 9 agosto scorso (n.166/2025) ha posto (in forma oscura e pasticciata) le linee guida per introduzione dell’intelligenza artificiale nella scuola pubblica; lo scopo evidente è quello di mantenere il controllo pieno dello strumento, innanzitutto filtrando la fornitura a monte (e questo già assicura assai), poi limitando l’autonomia del suo utilizzo concreto, sia nella parte riservata al corpo docente (assimilato a una funzione simile a quella del vigile urbano) sia in quella assegnata all’utente-studente (da tenere sotto tutela, in quanto soggetto fragile, onde evitare intrusioni ritenute potenzialmente nocive). La tabella 5 (pagina 106) ci mostra il punto di vista di chi vive sulla propria pelle l’istruzione di secondo grado: il 72% vuole imparare ad utilizzarla con propria esperienza autonoma (e questo va insegnato) e il 74,8% sa che si corre il rischio di perdere padronanza delle nozioni basilari così che il 71,7% ritiene necessario (tentare di) controllare sempre il contenuto di quanto generato dall’IA, per capire se sia o meno corretto. In generale il grosso (92,3%) la vede come un utile attrezzo ma rimane guardingo, sospettoso, preferisce verificare di persona e non delegare a Valditara (e neppure ai docenti). Un modo di porsi che ricorda il noto proverbio popolare russo: doveryay, no proveryay, ovvero fidati, ma controlla.

L’università

Nell’anno accademico 2024-25 le immatricolazioni sono cresciute del 5,3%, ma in misura disuguale: di più al centro-sud e assai meno al nord (specie nel nord ovest in cui sono perfino diminuite: -0,9%). Il costo della vita e soprattutto dell’alloggio sono una delle principali ragioni del calo, e anche della minore mobilità territoriale studentesca, dentro la crisi le famiglie faticano a far fronte al costo dell’istruzione universitaria. La forbice di attrattività del nord rispetto al centro-sud permane, ma si è ridotta; ma cresce la disuguaglianza nella scelta in ragione del reddito, le sedi più appetibili sono sempre più caratterizzate dalla condizione economica degli immatricolati. E questo vale, naturalmente, per la fascia proveniente (direttamente o per famiglia) dall’estero. I laureati sono il 16,8% (18,6% donne, 14,9% uomini); negli anni a venire si dovrà tener conto che nella scuola primaria il segmento immigrato è già oggi al 14,1% degli iscritti, che è in salita l’opzione per i corsi di laurea non statali (21,4%) rispetto a quelli statali (78,6%),  che nell’ultimo biennio (tabella 25, pagina 138) l’opzione verso l’università telematica è salita dal 12,6% al 15,1%. Nel trovare una effettiva occupazione e soprattutto nella qualità del contratto siglato gioca un ruolo importante il giudizio dell’apparato comunicativo legato alle cabine economiche di comando; la disuguaglianza nell’ammissione alla frequenza nelle sedi più prestigiose e costose si concreta dopo gli studi in una più marcata disuguaglianza per reddito, posizione professionale, potere. Sempre a danno della fascia più debole.

Il lavoro: quello visibile e quello invisibile

Il numero dei corpi umani utilizzati per lavorare era calato nel quinquennio successivo alla crisi finanziaria del 2008: da oltre 23 milioni a meno di 22 milioni, con ulteriore riduzione durante il COVID. Poi c’è stata una risalita e nel luglio 2024 gli occupati hanno per la prima volta superato la soglia dei 24 milioni. Ma l’anomalia italiana non è svanita: il lavoro si è senilizzato, le retribuzioni di chi è in attività si sono costantemente ridotte, la pianificazione familiare è diventata molto incerta. In buona sostanza c’è stato un cambio di passo: il più salario meno lavoro che guidava le rivendicazioni sindacali del secolo scorso pare soppiantato nei fatti dal programma più lavoro meno salario che caratterizza l’azione di governo nel terzo decennio del XXI secolo. Leggiamo a pagina 158: il lavoro si rivela oggi drammaticamente incapace di garantire benessere interiore e serenità psicologica. Non è il comitato centrale bolscevico a scriverlo e neppure la segreteria soggettiva di Potere Operaio: è invece il pensatoio più accreditato del palazzo, la Fondazione Censis, a rilevare come la percezione di benessere veda l’Italia fanalino di coda (38%, contro il 64% in Danimarca o il 55% della Spagna). L’incertezza precaria è tale che, nonostante il crollo di credibilità delle istituzioni, il 46,4% degli italiani vorrebbe un pubblico impiego (quanto meno come male minore). Il capitalismo delle piattaforme invade ogni campo: l’indagine rileva un utilizzo sempre più ampio del lavoro dei detenuti (poco pagato, naturalmente); il risparmio incide infine sulla sicurezza del lavoro, con incremento del 5% degli infortuni (592.882 di cui 1202 mortali, 10 morti ogni tre giorni, una strage). La resistenza economica delle famiglie italiane, in questo clima di timore ansioso permanente, poggia sul lavoro invisibile, collocato al di fuori del lavoro retribuito (pagine 164-170). Il 54,7% delle donne (e 17,6% degli uomini) dedica tempo-lavoro alle faccende domestiche, per almeno due ore al giorno nel 37,4% dei casi (tabelle 5 e 6); a questo si aggiunge una mole crescente e significativa del lavoro di cura in buona parte connesso all’autunno demografico (ma non solo). Il 4% ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla cura (in Germania il 4,7%); chi opera come caregiver è soggetto a stress di notevole impatto sulla salute, con possibile trasferimento dalla posizione assistente a quella assistito/a aggravando il problema. Anche quello sanitario nel suo complesso.

Welfare e sanità

Malattie professionali, infortuni, tagli alla spesa pubblica e conseguenti ricadute su quella di ogni singola famiglia sono gli elementi che hanno contribuito a far esplodere il problema della salute: ormai esiste una vera e propria crisi del sistema sanitario, crisi indotta e provocata per accelerare la cancellazione del welfare e privatizzare il comparto della salute: (pagina 199) quel che sta accadendo è paradigmaticamente sintetizzato dall’evidente trasformazione dei luoghi sanità da santuari inviolabili a luoghi di paura.

Le lunghe liste d’attesa e le strutture intasate generano disagio e il malessere emerge con progressione geometrica, specie nelle aree territoriali e nei segmenti sociali in cui l’incertezza e la povertà si trovano a contatto con strutture fatiscenti, strumentazione difettosa, carenza di personale, non di rado anche corruzione nel dispensare il servizio. Le 659 postazioni di Pronto Soccorso del 2003 sono diventate 433 nel 2023, con ulteriore taglio nell’ultimo triennio; nello stesso periodo i posti letto sono diminuiti da 233.576 a 174.633. Lavoro di cura, genitori, nonni non sono in grado da soli, nonostante l’impegno davvero straordinario dei singoli soggetti, di fare argine all’alluvione in corso. Le oltre 21.000 aggressioni subite dal personale sanitario sono il segnale di incattivimento del clima; il governo Meloni non ha risposto con un rilancio massiccio della spesa sanitaria pubblica, come le circostanze richiederebbero, ma sottraendo ancora risorse per destinarle alle armi, alla guerra. L’unica misura adottata dall’esecutivo in materia sanitaria è quella di un decreto, ancora in via di conversione, che si propone di fermare il fiume in piena delle aggressioni fisiche al personale sanitario ad opera di poveri poco assistiti arrestando tutti quanti e relegandoli in carcere con condanne severissime e multe stratosferiche: 5 anni per lesioni semplici, 10 per quelle gravi, 16 per quelle gravissime. Considerando che ad oggi si contano 63.928 detenuti a fronte di 46.348 posti teoricamente disponibili (sovraffollamento notevole) non si comprende dove Giorgia Meloni pensi di sistemare i 21.000 aggressori annuali da condannare a pene comprese fra 2 e 5 anni di galera, anche solo per un ceffone in corsia d’ospedale!

Non è solo il welfare sanitario a sentire il peso della crisi; è venuta meno la fiducia nell’intero sistema di assistenza sociale e pubblica. Per il 49,8% dei genitori la condizione dei figli sarà peggiore, il 52,7% pensa che andare all’estero sia meglio, il 71,1% della popolazione pensa che non sia possibile una protezione capace di coprire i rischi dell’esistenza: la tabella 8 (pagina 222) evidenzia la percezione ansiosa del crollo del welfare, ormai solo il 22% ci conta ancora. Si affaccia nel nostro paese, per autodifesa o per limitazione del danno, specie fra i più anziani, una cultura della misura che si traduce in spese oculate, nel monitoraggio attento di entrata e uscita, nella persistenza dell’attività lavorativa; questo comportamento dei longevi par essere, secondo la statistica, l’ultima diga sociale sopravvissuta al disastro.

Territorio e reti

La presenza dei data center -intesi come infrastrutture in grado di elaborare informazioni di assai elevate dimensioni- nel territorio è un segnale che consente di leggere le traiettorie di una crescita connessa all’innovazione, dunque è un criterio frequentemente utilizzato per misurare il potenziale economico di un paese o di una sua porzione territoriale. Su circa 10.000 data center attivi nel mondo gli USA ne hanno 4.072, il Regno Unito 490, la Cina 379, l’India 267, il Giappone 223, l’Italia 208 (tabella 3, pagina 275). Il fenomeno dei data center (con una richiesta crescente di utilizzarli) è emerso con il boom dell’Intelligenza Artificiale; anche in Italia si registra una crescita esponenziale della domanda di connessione dei data center alla rete elettrica, da 30 Gigawatt nel 2024 a 50 nei primi sei mesi del 2025, mentre nel 2023 erano 6 (tabella 4). Lo sviluppo in Italia si presenta territorialmente disuguale: su 208 centri ben 73 sono localizzati a Milano, 21 a Roma, 11 a Torino, la prima provincia del sud è Bari con 6 unità. Si ha conferma del forte (crescente) divario nord-sud localizzando le richieste di connessione alla rete elettrica, viste dal lato della potenza: 86,6% al nord, il resto nel centro sud. Questo influisce ovviamente anche sulle dinamiche migratorie (interne ed estere), ma Milano nel 2024 ha registrato un deficit di oltre 10 mila residenti (“ufficiali”, ma il flusso reale sfugge alla catalogazione). La disuguaglianza caratterizza anche il consumo di suolo, in incremento ininterrotto dal 2006 a oggi (oltre 1290 kmq, 17 ettari al giorno nel 2023); Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna il suolo consumato cresce in modo più marcato (tabella 4, pagina 283). Non è solo questione quantitativa; per il 36,1% la trasformazione appare irreversibile (aeroporti, ferrovie, strade, edifici, discariche) e per il 40,7% invece (sia pure con difficoltà) recuperabile (cave, parcheggi, impianti a terra). Il consumo di suolo produce disastro ambientale, sommandosi alla crisi climatica: il rapporto del CENSIS si sofferma sul caso emblematico di Ravenna con una ricerca svolta per la Cassa della città. L’aumento della temperatura e delle precipitazioni  ha creato, di fatto, una sorta di normalità dell’eccezione: la tabella 1 (pagina 286) indica come in meno di una settimana si sia dissolto l’equivalente di un anno di crescita. E, ancora una volta, la distribuzione di rischi e danni appare tutt’altro che uniforme. La parte di popolazione più colpita invece di essere aiutata viene emarginata, deve sbrigarsela da sola; il capitale si sposta dove costa meno ricavare profitto, ci sono a macchia di leopardo zone più ricche e zone impoverite, con allargamento ulteriore della forbice della diseguaglianza. Dentro il processo di sussunzione generalizzata nella condizione precaria e di acquisizione potenziale dell’intera esistenza connessa di ciascuno viene iniettata la normalità della diseguaglianza, equiparando realtà e profitto. La celebre massima di Hegel viene snaturata: tutto ciò che è fruttuoso è razionale, tutto ciò che è razionale è fruttuoso. Solo il profitto è razionale, il resto è inutile, non merita spenderci sopra denaro: welfare addio!

I soggetti dello sviluppo

Il rapporto propone, in apertura del quinto e ultimo capitolo della terza parte, tre elementi da osservare con attenzione per comprendere i processi in corso: il rapporto fra globalizzazione ed economie emergenti; l’accelerazione dell’innovazione digitale; il mutato quadro di comando, più informale che istituzionale, spesso sotterraneo (pagina 315).

Le guerre, asimmetriche e permanenti, e l’uso imprevedibile dei dazi in segmenti temporali variabili creano un effetto incertezza che si traduce in attese guardinghe o in reazioni violente, in assenza di regole rispettate. La pandemia ha accelerato questi atteggiamenti e comportamenti. Il TPU (indice di incertezza sulla politica commerciale globale: tabella 1-2, pagina 320) era sostanzialmente stabile fra il 2019 e il 2024, poi ha acquisito un andamento schizofrenico nei mesi in cui c’è stata la guerra dei dazi:  fra febbraio e agosto 2025 si registra un picco di 1933 punti, un crollo a 370, una continua oscillazione che ha inciso sulla volatilità delle esportazione/importazioni complessive. Il clima di incertezza ha determinato conseguenze sulle aspettative di reddito delle famiglie italiane; e non solo sulle aspettative, naturalmente. Vi è stato infatti un oggettivo impoverimento, ancora una volta disuguale, secondo fascia.

Il 50% delle famiglie più povere ha visto decrescere in termini reali il patrimonio del 23,2% negli ultimi 14 anni; la classe media del 35,3%; quella medio alta del 17,1%; al contrario al vertice della piramide si è avuta una crescita reale del 5,9%.Leggiamo a pagina 323: se nel 2011 il 10% delle famiglie deteneva il 52,1% della ricchezza, di cui il 40% in mano al 5%, all’inizio del 2025 2,6 milioni di famiglie del decimo decile sono arrivate a possedere il 60% della ricchezza (di cui il 48% in mano al 5%). In particolare si è concentrata verso l’alto la ricchezza d’impresa (il 10% ha l’86%). Quanto ai titoli di debito pubblico, tradizionale bene-guida in Italia, l’incidenza nel patrimonio dei meno abbienti è scesa dal 2,4% (2011) allo 0,6% (2025); nello stesso periodo è calata pure l’incidenza del mattone a fini abitativi, dal 70,9% al 66,3%. Per far fronte alla crisi, in questi anni, c’è stata, nella fascia debole, anche la dismissione di altri strumenti (le assicurazioni del ramo vita sono scese dal 4,6% a 1,9%). Non è il cambio di una strategia d’investimento, ma l’adattamento contabile a una situazione di oggettivo impoverimento; si allarga la forbice e i ricchi sono meno, sempre più ricchi, mentre si dissolve il ceto medio.

Automazione, salari, piccole imprese

In chiusura della terza parte il rapporto esamina i processi settoriali (pagine 318-338). Uno dei settori in passato trainanti in Italia, l’automotive (non solo veicoli, ma rimorchi e affini) mostra un calo degli occupati (da 207.000 del 1995 a 163.000 del 2022) mentre la produzione nel medesimo periodo è cresciuta del 61,4% con 17,2% di valore aggiunto. Dunque il valore aggiunto per singolo occupato è cresciuto del 48,8% mentre, sempre in quel periodo, il salario solo del 9,3% ; restringendo l’indagine alla fascia 2000/2022 il valore aggiunto cresce del 31% e il salario di 0,9%. Riemerge dunque, nel XXI secolo, in nuova veste, la caduta tendenziale del saggio di profitto? Il dato è, comunque, una cartina di tornasole che consente di capire uno dei criteri guida che caratterizzano il programma del capitalismo finanziarizzato nel tempo della piattaforma.

La centralizzazione del dominio la si coglie anche nella drastica diminuzione dei titolari d’impresa (piccola, l’ossatura dell’economia precedente): erano 3.428.000 nel 2004 e sono 2.844.000 vent’anni dopo, il 17% in meno (tabella 6, pagina 332). Non è solo effetto della crisi demografica: nella fascia fino a 29 anni il calo è ancora più netto (tabella 7), del 46,2%, 132.000 in meno rispetto al 2004 (erano 8,3% del totale, ora il 5,4%, pure qui si ha senilizzazione). Non basta a frenare l’andamento l’ingresso di 461.000 titolari d’impresa stranieri (16,2% del totale, il 20,8% al nord). La quasi totalità (94,8%) ha meno di 10 dipendenti, che sono però il 41,4% del totale contro il 23,1% di chi lavora nelle grandi imprese con oltre 250 addetti (tabella 20, pagina 350). Prevale ancora la struttura ridotta, il modello italiano, nonostante tutto.

Nella globalizzazione produttiva le multinazionali estere in Italia (18.434 con 1,7 milioni di addetti) sono presenza crescente, con una produttività più alta della media; quelle italiane all’estero sono di più (25.491), ma più piccole e con produttività inferiore.

4.La scena digitale (quarta parte del rapporto)

La chiusa del rapporto (quarta parte) è breve come l’apertura (prima parte), ma entrambe sono dense di contenuto. Tutto è comunicazione dichiara l’estensore delle considerazioni introduttive. I numeri lo confermano: 6,8 miliardi di persone (80%) usano il cellulare nel mondo e 5,3 miliardi (68%) anche Internet, anche chi muore di fame telefona, si connette, crepa in diretta. In Europa la percentuale è del 95% e 91%, in pochi sfuggono alla ragnatela reticolare. In Italia WhatsApp con 87,4% di utenza raccoglie quasi per intero la popolazione giovanile; Telegram il 42,9%; Instagram il 78,1%; You Tube il 77,6% e TiK Tok il 64,2%. Non si sfugge, anche a volersi impegnare, al sistema social network. Le famiglie italiane hanno speso nel 2024 ben 14,4 miliardi di Euro (valore quadruplicato rispetto al 2007); nel 2025 il 46,1% degli italiani fra i 16 e i 64 anni ha utilizzato i dispositivi (e non per lavoro) oltre 4 ore al giorno, come il 64,5% dei giovanissimi (16-17 anni) e più del 50% nella fascia 18/34.

Connettendosi ogni individuo fornisce informazioni che il data center elabora, trasformandole in merce che genera profitto mediante commercio; non solo le informazioni non vengono pagate a chi le ha inviate, ma spesso l’autore paga per riaverle dopo il trattamento, magari in veste di Intelligenza Artificiale. Siamo oltre il lavoro gratuito: il capitalismo delle piattaforme ha inventato un meccanismo perverso e geniale in cui si paga tre volte: per essere ammesso a lavorare (dare informazioni), per avere gli strumenti di lavoro (acquistandoli) e per utilizzare la merce prodotta (ricevere informazioni).

Le sei compagnie che “valgono” di più al mondo (le sei sorelle, 18.000 miliardi di dollari, quasi il PIL dell’UE) sono tutte americane, tutte private ma profondamente intrecciate con il pubblico, tutte nel settore dello sviluppo digitale. Il mondo è cambiato. Nel 1955 la General Motors tagliò per prima il traguardo di un miliardo di dollari: aveva circa 500.000 dipendenti. Oggi la prima in classifica produce chip logici, e fattura 10 volte tanto a prezzi raffrontati, con circa 30.000 unità complessive. Si produce, si compra, si vende, ci si impoverisce e ci si arricchisce on line. I sudditi debbono essere parcellizzati (nel senso di non solidali fra loro), connessi, fruttiferi.

La connessione costante è al tempo stesso percepita come una necessità dell’esistere e una condanna inflitta dal sovrano per mantenere il controllo sull’esistenza altrui. A fini di controllo dilagano i deepfake, manipolazione dei contenuti reali, spesso usando l’Intelligenza Artificiale (amica e nemica, utile e dannosa, intima ed estranea). Questo spiega perché per un verso sia diffusa e maggioritaria (oltre 80%, e quasi il 90% fra i più giovani) la consapevolezza della falsità dei contenuti trasmessi in rete e per altro verso la rete sia ugualmente il principale strumento di informazione e giudizio (circa le stesse percentuali). In una cornice così contraddittoria spicca il ruolo professionale dell’influencer, che gioca sull’empatia e sulla credibilità. Il 71,2% della popolazione italiana, oggi, afferma di non avere mai seguito alcun influencer; ma la fascia giovanile è più sensibile, più esposta e in ogni caso quasi un terzo di utenza teorica non è poca cosa.

Ma il dato forse più interessante si cela nelle pieghe dei dati raccolti dal rapporto 2025: il 65,6% degli italiani sente sulla propria pelle l’esigenza di doversi disconnettere più spesso; e la percentuale si innalza al 74,1% fra i 18/34 anni di età. Il che (pagina 367) fa emergere una constatazione per certi versi paradossale, ossia che le persone che passano più tempo nel metaverso sono anche quelle che vorrebbero passarcene di meno (tabella 3, pagina 368).

Vediamola da un altro punto di vista. Il desiderio di disconnessione è un desiderio di ribellione, di emancipazione, di liberazione. Dunque è una buona base di partenza, che va coltivata, compresa, sollecitata. Bisogna imparare come sia possibile combattere il lavoro (aggiornare il tradizionale Contro il lavoro del secolo scorso) nella forma organizzata dal capitale finanziarizzato, l’asservimento schiavizzato alla produzione di merce immateriale, il confinamento dei reclusi sociali nei campi in cui vengono espletati i servizi e preparati i manufatti. Le sei sorelle si sono impadronite della connessione e della rete, dello spazio e dell’ambiente, dell’aria e dell’acqua, dell’energia e del tempo; usano la guerra permanente e la paura, odiano la pace, la solidarietà e gli affetti. Il problema non è di spaccare il telaio (con buona pace di Ned Ludd) ma di riappropriazione del maltolto, di restituzione della cooperazione sociale sottratta, di vivere liberi in pace. La connessione o è senza tiranni o diventa un carcere.



L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 20 aprile 2026

Note al rapporto Censis 2025 Leggi tutto »

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