Gianni Giovannelli

Sicurezza di regime

Riflessioni sul decreto legge 24.2.2026 n. 23
di Gianni Giovannelli


Tirannide indistintamente appellare si debbe

ogni qualunque governo in cui chi è preposto

alla esecuzion delle leggi può farle, distruggerle,

infrangerle, interpretarle, impedirle;

o anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità.

Vittorio Alfieri

(Della tirannide, Capitolo secondo)

Il Consiglio dei Ministri, riunito d’urgenza, ha approvato, già fra il 5 e il 6 febbraio, il testo di un decreto legge in materia di violenza giovanile, sicurezza urbana, pubbliche manifestazioni  e indagini della magistratura quando vi siano ragioni di giustificazione in capo a chi abbia commesso un fatto potenzialmente riconducibile a delitto. Il testo del provvedimento, come di consueto, viene reso noto solo per riassunto illustrativo, ma non è mai disponibile nella sua interezza. Dunque, oltre a non entrare in vigore, può subire modifiche, anche importanti, prima di essere firmato dal Presidente della repubblica e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. In questo caso, in evidente contraddizione con la pretesa urgenza improrogabile straordinaria richiesta dall’art. 77 della Costituzione, sono trascorsi ben 19 giorni fra l’annuncio del provvedimento e la pubblicazione del decreto: una dilazione inusuale accompagnata da spiegazioni poco convincenti e sgangherate. Meloni non si è anzi neppure presa il disturbo di motivare le ragioni di questa anomalia, con la costante arroganza che va coltivando nell’esercizio del suo mandato.

Il potere non viene esercitato, in questa fase storica di transizione, con un progetto di lungo periodo; ogni decisione viene presa reagendo a fatti di cronaca, nell’immediatezza, per consolidare il dominio e annientare l’avversario, sia esso un singolo soggetto ritenuto pericoloso oppure un segmento sociale refrattario all’omologazione. Il disprezzo per la mediazione, l’elogio della forza e la scelta dello scontro continuo separano l’attuale struttura dell’apparato di comando da quella precedente, fondata invece sul consenso di una maggioranza laboriosa. La forma comunicativa dei provvedimenti sostituisce il contenuto, la loro ricezione emotiva è il risultato che si propone di raggiungere chi li emana, con orizzonte brevissimo, pronti a sostituirli di lì a poco, abrogandoli senza problemi e imputando ogni difficoltà ad un nemico di turno. Di fronte ad un fatto (vero o inventato: questo è irrilevante) scatta la comunicazione dell’editto, subito, senza indugio, come dimostrazione di potenza; l’efficacia reale della cura rispetto al male o la legittimità stessa della soluzione adottata non hanno alcuna importanza.

Le occasioni a monte del decreto

Venerdì 16 gennaio 2026, a La Spezia, uno studente della scuola professionale “Domenico Chiodo” morì accoltellato da un compagno, in orario di lezione, pare per questioni di gelosia; vittima e assassino erano entrambi figli di emigrati. Subito si scatenarono i più variopinti commenti in una cornice di polemica politica e di sociologia d’accatto.

Il 26 gennaio 2026, nel boschetto di spaccio presso la stazione di Rogoredo, durante un’operazione antidroga, un poliziotto uccise  con unica revolverata, precisa a bersaglio in testa, un noto pusher del quartiere, che, a suo dire, lo stava puntando con una pistola poi rivelatasi giocattolo.

Il 6 febbraio 2026, a Torino, contestualmente alla riunione governativa, ci  furono duri scontri (prevedibili, previsti e annunciati come certi) fra un segmento dei dimostranti (circa 2 o 3 mila su 50.000) e le cosiddette “forze dell’ordine”, ovviamente meglio armate ed equipaggiate rispetto ai manifestanti. Oltre alle immancabili immagini di fumogeni, fuochi e danneggiamenti fece rumore mediatico un video che riprendeva un crocchio di 4 o 5 persone a volto coperto che prendevano a calci, con una certa foga, un celerino sganciato dal suo drappello, per un paio di minuti, fino a quando non avvenne il ricongiungimento. In quella ripresa, oltre ai calci, si intravede un giovane che lo colpisce sulla schiena (ben protetta dalla giubba) con un minuscolo martelletto (simile a quelli con cui i medici misurano la reazione delle ginocchia). La diffusione del video avvenne con un martellamento mediatico di enorme dimensione.

L’omicidio a scuola, estratto dal contesto irripetibile in cui era maturato e sostanzialmente falsificato nella sua essenza, diventò lo spunto per collocare al centro dell’attenzione la violenza giovanile e il teppismo dei maranza in banda, proposti come emergenza da contenere, riportando all’ordine studenti, minori, istruzione e famiglie, naturalmente con il bastone più che con la carota. Il ministro Giuseppe Valditara non ha perso l’occasione per dar sfogo alle sue ossessioni, tipiche dei codini piemontesi e confinanti con il fanatismo. Molta propaganda, nessun aiuto concreto alle vittime.

L’esecuzione dello spacciatore a Rogoredo fu accompagnata dall’indignazione per l’apertura di un’indagine giudiziaria (ovvia di fronte a un morto ammazzato) che veniva qualificata inutile e offensiva: solo elogi e tutele per l’assassino, anzi colletta per garantirgli una difesa legale nel procedimento penale in corso. Poi si è scoperto, mentre il decreto viaggiava nei corridoi della burocrazia, che non di giustizia si trattava, ma di delitto. Troppo tardi, ormai la macchina si era mossa, pazienza se l’urgente necessità si fondava su un falso divenuto conclamato prima dell’entrata in vigore.

Quanto ai fatti di Torino, grazie a un bravo tecnico informatico, si è scoperto che l’immagine distribuita dal governo, estratta da un filmato, aveva subito un ritocco a mezzo di intelligenza artificiale, che era dunque un falso costruito per alterare la comunicazione e supportare la gravità di una “violenza” equiparata a “terrorismo”. La “barbara aggressione” era poco più di una baruffa e il poliziotto aveva solo qualche livido; la “banda armata” del segmento di corteo protagonista dello scontro in strada è svanita nel nulla senza lasciare traccia della propria esistenza. Vive ora solo nella comunicazione costruita per mantenere alta la tensione sociale e giustificare la consegna del potere legislativo nelle mani del potere esecutivo, a colpi di decreti urgenti.

Il ritardo nella pubblicazione e il contenuto del decreto urgente

Il decreto è suddiviso in quattro capi. Il primo (art. 1-11) è dedicato alla violenza giovanile e alle manifestazioni pubbliche (sicurezza urbana); il secondo (art. 12-25) alla procedura di archiviazione dei procedimenti penali e all’arruolamento dei gendarmi; il terzo (art. 26-27) regola qualche beneficio a vittime di ordine pubblico; il quarto (art. 28-33) concerne il fenomeno migratorio. Nessuno dei provvedimenti presenta le caratteristiche richieste dall’art. 77 della Costituzione per consentire l’utilizzo di uno strumento eccezionale come il decreto (provvisorio con forza di legge). Non occorre essere un giurista, è sufficiente conoscere la lingua italiana e leggere, una per una, le norme varate, per capire che (buone o cattive che siano) certamente non rientrano in casi straordinari di necessità e urgenza. L’art. 77 impone di trasmettere alle Camere per ratifica il testo nel giorno stesso e l’esame deve iniziare entro 5 giorni per concludersi, in entrambi i rami del parlamento, entro sessanta giorni. Nel nostro caso invece ci sono voluti ben 20 giorni solo per arrivare alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dopo la c.d. bollinatura della Ragioneria di Stato, che deve verificare la sussistenza o meno delle coperture finanziarie. In realtà dovevano limare i dettagli, prevenire possibili interventi della Corte Costituzionale, chiarire le conseguenze spartitorie fra le forze di governo sul piano dei benefici politico-sociali connessi all’iniziativa adottata. Questo decreto, arrivato in forte ritardo a conclusione, sarà convertito in legge (con qualche modifica correttiva ma non sostanziale), senza discussione parlamentare, con lo strumento ormai divenuto abituale del voto di fiducia. Nella sostanza si tratta di legge ordinaria e non di decreto urgente: ma l’ineffabile professor Mattarella non ha battuto ciglia di fronte ad una palese violazione dell’art. 77 (primo comma) della Costituzione (il Governo non può senza delegazione delle Camere emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria).

Capo I. Violenza giovanile (art. 1-5)

L’art. 1 introduce pene di un certo rilievo (da 6 mesi fino a 3 anni) per il solo porto di coltello con lama oltre 8 centimetri (5 centimetri se a scatto o a farfalla), oltre a sanzioni aggiuntive come il diniego della patente di guida (anche per ciclomotori) o del porto d’armi. Diventa vietata la vendita ai minori, anche a mezzo della rete. Il problema è che il commercio on line può avvenire anche su siti non italiani e il recapito (in plico anonimo) ovunque; dunque è sostanzialmente incontrollabile. Infatti, dopo il decreto, l’offerta è perfino aumentata, come del resto la richiesta: basta verificare in rete per averne conferma. Difficile credere che di fronte al proibito un minore curioso e/o avventato si fermi; più probabile il contrario. La vera novità è l’apparato sanzionatorio posto in capo ai genitori del minore (art. 1 e 2), con responsabilità oggettiva e presunta: non la magistratura ma il prefetto detiene il monopolio delle multe e la prova a discarico, assai difficile, grava sui malcapitati, di fatto costretti a compiti di gendarmeria quotidiana in casa propria. Una scappatoia esiste nella formula senza giustificato motivo. E qui la fantasia trova una strada aperta: per motivi di lavoro, consegna o ritiro dall’arrotino, i professionisti una scusa la trovano, gli occasionali invece ci cascano. Quel che vogliono i governativi è acquisire la complicità collaborativa delle famiglie, non fermare le risse fra emarginati; usando il prefetto, che dipende dal Ministero, non la magistratura. L’art. 3 estende alle rapine di gruppo (per lo più con oggetto capi firmati o telefoni costosi) le pene aggravate: da 10 a 15 anni di carcere. Ma ci sono forti riduzioni per i pentiti, potenziali futuri informatori lasciati in libertà. L’art. 4 consente poi (di nuovo al prefetto, non alla magistratura) di tracciare zone calde da interdire a pregiudicati e soggetti pericolosi, per periodi da 6 fino a 18 mesi; l’apparato di Piantedosi potrà così esercitare controllo sulle aree urbane, a mezzo di norme amministrative che è oneroso, oltre che non semplice, impugnare davanti al TAR. Anche la confisca (art. 5) di veicoli o strumenti legati allo spaccio è misura di fatto affidata alla discrezionalità degli agenti, dunque mezzo di trattativa in caserma e di pressione (nella migliore delle ipotesi per strappare informazioni, nella peggiore per ricavarne un guadagno personale, in ogni caso sfuggendo a verifiche).

Sicurezza urbana: fermo di polizia (art. 6-7)

L’indicazione di spesa (art. 6, 48 milioni in un anno, personale compreso) costituisce la prova di un intervento superficiale, a prescindere dal rumore mediatico. L’art. 7 è la norma più discussa, il c.d. fermo di polizia. Ritocca il D.L. 21 marzo 1978 n. 59 (il decreto varato in occasione del sequestro Moro!) a mezzo di un art. 11 bis: i poliziotti possono accompagnare negli uffici soggetti ritenuti pericolosi, trattenendoli il tempo strettamente necessario, comunque non oltre 12 ore. Va data immediata (e motivata) comunicazione alla Procura sia del fermo sia del rilascio; le specifiche circostanze in ordine di tempo e di luogo (di fatto manifestazioni, eventi sportivi, contestazioni pubbliche annunciate) vanno congiunte a precedenti penali o diffide già comunicate o possesso di strumentazione offensiva. Il fermo non è una novità, tutt’altro. Fino all’autunno caldo, in base alle sopravvissute norme fasciste, la polizia ti fermava quando voleva, anche per molti giorni; a volte si trattava di vere e proprie retate. I commissari, al tempo di Mario Scelba, nel dopoguerra, prelevavano sindacalisti, dirigenti di partito, oppositori in genere e li torchiavano a piacimento, con bastone e carota. Pino Pinelli, lo ricorderete, morì in questura dopo essere stato accompagnato (ovvero fermato) come sospetto; con lui negli uffici di Via Fatebenefratelli erano trattenuti a decine. La sospensione dell’istituto fu breve; nel 1975 la legge Reale (n. 152/1975) prevedeva il fermo di 48 ore con proroga fino a 96 solo in forza di non meglio precisati indizi, con perquisizioni anche di auto e box oltre che di abitazioni. Nato con il testo unico del 1931 (ancora vigente) questa forma di prelievo personale in commissariato rimase una prassi consolidata anche dopo la liberazione, poggiando sull’art. 238 del vecchio codice di procedura penale; e trovò una conferma nella legge 27.12.1956 n. 1423 (con aggiunta di fogli di via, soggiorni obbligati e diffide). La Corte Costituzionale (sentenza n. 2 del 14.6.1956) ebbe modo di legittimare l’istituto, differenziando l’ordine pubblico in due filoni: materiale e amministrativo. L’art. 13 della Carta (sulla libertà personale) comunque prevede ipotesi di fermo per 48 ore, ma, recita quella sentenza, comunque va letto insieme all’art. 16 (limitazioni per motivi di sanità o di sicurezza). Basta sganciare l’atto amministrativo dalla contestazione penale, il divieto di fermo per ragioni politiche (art. 16) dalle ragioni di sicurezza (urbana) e il gioco è fatto. Il vecchio ministro Mario Scelba (1901-1991) era un maestro nell’uso della polizia dentro la cornice amministrativa: fu lui ad inventare la Celere e il Battaglione Padova per stroncare i picchetti operai, a inserire filtri d’ingresso nei corpi armati (espellendo ex partigiani o simpatizzanti socialcomunisti), a confinare nel ghetto di quello che chiamava culturame ogni forma di dissenso sociale. Negli anni Settanta fu largamente accettata la legge Cossiga del 15 dicembre 1979, con il fermo fino a 96 ore (bastavano indizi), l’aumento delle pene inflitte ai sovversivi (il 50% in più) e la diminuzione per i pentiti (il 50% in meno). Anche le norme di larghe intese emesse nella stagione dello scontro sociale italiano si fondavano sul ricondurre l’opposizione dentro il terrorismo e sull’uso spregiudicato dell’atto amministrativo. Poi, con il nuovo codice di procedura penale (22.9.1988 n. 447, a firma De Mita e Vassalli) e un certo contenimento del conflitto di classe, il fermo di polizia (art. 384 c.p.c.) fu ridotto ad eccezione, per poi tornare a far capolino nell’ordinamento, fino alla sua odierna riesumazione.

Quando il movimento di protesta (contadino, operaio e studentesco) era forte, radicato nella società, potente, il fermo di polizia, anche nella forma estrema applicata da Scelba , danneggiava ma non fermava i conflitti. E la repressione, a sua volta, mirava a ripristinare il consenso, non a cancellare gli oppositori. La differenza, pur nell’asprezza dello scontro, non è di poco momento; non per caso la legge che ha reso reato l’apologia del fascismo (23.6.1952 n. 645) porta proprio la firma di Mario Scelba.

Il nuovo fermo di polizia viene invece calato in una fase in cui il potere è forte e la reazione al progressivo impoverimento di vasti settori nel nostro paese fatica a emergere, a svilupparsi, a radicarsi in forma organizzata. Disporre in questo quadro storico l’accompagnamento preventivo in questura di 50 o 100 persone, per 12 ore, non può avere alcun effetto pratico quando le manifestazioni di piazza raggruppano 50 o 100 mila persone, come avvenuto in occasione della chiusura dei centri sociali o del genocidio a Gaza; al massimo riduce da 1000 a 900 quelle di nicchia, a carattere testimoniale, o i segmenti di corteo più disponibili a misurarsi fisicamente, senza alcuna possibilità di prevalere, con forze militari armate fino ai denti. Il vero scopo della misura asseritamente preventiva non è in realtà la prevenzione ma la comunicazione spettacolare dell’infinita potenza dello stato. Si vuole criminalizzare la disobbedienza parificandola, mediaticamente, al terrorismo; si mira a fomentare comportamenti collettivi riconducibili ad attacco disperato e/o violento senza alcuna probabilità di vittoria; si punta a cancellare ogni forma di trattativa o mediazione, ad annientare il nemico assegnandogli la responsabilità del male. Il governo diffonde paura e rassegnazione. Questa è la sostanza; il resto è apparenza ingannatrice.

Sicurezza urbana: art. 8-11

L’art. 8 è quello che rischia di provocare conseguenze davvero gravi. Il codice della strada prevede l’obbligo di fermarsi all’alt di polizia o davanti al posto di blocco, sottoponendosi ai controlli. La tentazione di evitarli, voltando verso vie secondarie o invertendo la marcia, è forte quando chi guida ha bevuto un goccio di troppo o i passeggeri hanno una bustina nel taschino o magari i documenti non sono proprio in regola. Ora l’art. 7 bis punisce chi cerca di sottrarsi al controllo con il carcere da 1 a 5 anni, con la sospensione della patente e la confisca del veicolo. Il nuovo delitto apre la via alla caccia del fuggitivo e, inevitabilmente, all’uso delle armi, alle sparatorie, alle uccisioni; è una specie di potenziale licenza di uccidere lasciata alla discrezione e al buon senso degli agenti. Gli articoli 9, 10 e 11 assegnano ai prefetti una vasta facoltà sanzionatoria (multe per manifestazioni anche promosse mediante la rete, Daspo per i recidivi), depenalizzando il mancato preavviso ma introducendo conseguenze pecuniarie insidiose, sottratte alle procure perché amministrative. Il processo penale (con pene sostanziose) rimane a carico dei recidivi e a chi procuri in qualsiasi modo lesioni ai controllori sia nelle scuole sia nei treni. La militarizzazione della vita quotidiana si va così consolidando, passo dopo passo.

L’archiviazione rapida: art. 12-25

Gli articoli del capo II puntano a collocare in una procedura separata gli episodi che presentino caratteristiche di una qualche legittima difesa. Ovviamente i destinatari appartengono per lo più alle c.d. forze dell’ordine, con l’intenzione di sottrarli al processo, rapidamente. La norma è peraltro mal scritta, difficilmente sarà utile per lo scopo che si prefiggevano i suoi maldestri redattori. Intanto l’archiviazione non chiude affatto la possibilità di perseguire i responsabili, di fronte a fatti nuovi la riapertura è sempre consentita; un registro poi, alla fin fine, vale l’altro, è solo questione di immagine. Il caso clamoroso del poliziotto di Rogoredo ha evidenziato l’inutilità di questa costruzione di carattere, ancora una volta, solo comunicativo e spettacolare: il messaggio ai naviganti è che le divise non si toccano per nessun motivo e tanto basta. Gli altri articoli sono più oscuri, ma più interessanti. Disciplinano l’estensione di operazioni sotto copertura e l’accesso nei corpi armati dello stato, incrementando il controllo dell’esecutivo sulla loro affidabilità (ovvero sulla fedeltà al governo). Anche queste disposizioni rientrano nel progetto di militarizzazione della società.

Capo IV: il fenomeno migratorio e la guerra permanente (art. 28-33)

Il capo III (art. 26-27) contiene qualche piccola mancia (in denaro o posti di lavoro) destinata ai familiari delle vittime: erogazioni che in concreto saranno probabilmente clientelari dentro i clan politici della maggioranza, sperando tuttavia di non essere inutilmente sospettosi. Di certo sostenere che ciò abbia caratteristiche di urgenza straordinaria supera la decenza e la logica; ma si tratta comunque di spiccioli.

Il capo IV merita invece una specifica trattazione perché interviene nel gran mare del fenomeno migratorio, nervo scoperto che accende la sensibilità (il sentiment) sia nell’apparato di comando sia nella moltitudine dei sudditi. Ma chi si aspettava clamorose novità non può che rimanere deluso; sono insidiosi aggiustamenti che lasciano inalterato il disegno complessivo di sfruttamento intensivo della manodopera a basso costo, al tempo stesso sabotando con idonei strumenti repressivi ogni tentativo di organizzazione volta a spuntare migliori condizioni di vita (casa, salario, circolazione, salute, rapporti umani). Il governo in carica è perfettamente consapevole che il rimpatrio o l’espulsione sono e rimarranno a lungo una percentuale assai ridotta rispetto al flusso migratorio; non solo mancano trattati idonei con i paesi di provenienza ma la domanda imprenditoriale e sociale di utilizzo è un ostacolo oggettivo che rende inattuabile qualsiasi piano di estromissione massificata del popolo migrato e migrante. Il celebre annuncio di Giorgia Meloni (intervento repressivo sull’orbe terraqueo) rimane espediente di rozza (ma efficace) propaganda elettorale, senza alcun legame con quel che avviene sul campo: il problema è come utilizzare con profitto le braccia già arrivate e quelle in arrivo, tenendole tuttavia in una posizione sottoposta, inferiore, sottopagata, ghettizzata, con pochi diritti e molto timore.

La detenzione nei centri, la concessione o negazione dell’asilo, i permessi di soggiorno e/o lavoro, rimpatri o espulsione effettivi sono tutti strumenti-filtro utilizzati per colpire la minoranza poco produttiva, criminale o politicamente riottosa, soggiogando la maggioranza laboriosa, meglio ancora se in condizioni di incertezza sull’immediato futuro. Il controllo di un soggetto redditizio e ghettizzato è l’obiettivo, non la sua cacciata.

L’art. 28 del decreto impone al migrante di collaborare all’esatta sua identificazione, rivelando ogni passaggio del suo percorso, dal luogo di partenza fino all’arrivo; ove si riveli reticente questo sarà elemento di valutazione per le richieste di permanenza in Italia, anche sotto il profilo della pericolosità. In aggiunta il questore avrà maggiori poteri per disporre trasferimenti e respingimenti (art. 29), con potenziamento dei centri di detenzione e semplificazione di notifiche per velocizzare i termini di domande e ricorsi. Il voto del Parlamento europeo (che ha riunito la destra tradizionale e quella razzista) sui c.d. paesi sicuri ha reso più precaria la posizione del migrante, lasciandolo esposto alle decisioni “amministrative” della polizia di frontiera prima e delle questure successivamente. La guerra sempre più diffusa completa la cornice in cui si collocano gli arrivi; davvero la guerra è diventata ormai un elemento, ordinario e necessario, di governance e profitto nel tempo del capitalismo finanziarizzato. Per questo la domanda di pace è oggettivamente disobbediente, sovversiva, rivoluzionaria; per questo viene criminalizzato ogni desiderio di pace.

I centri di detenzione dei migranti in attesa di rimpatrio ed espulsione (anche quello semideserto in Albania) sono il messaggio intimidatorio che il potere, tormentando i pochi scelti a caso, invia ai molti che lavorano (precari e/o clandestini): obbedite in silenzio, basta un nulla per finire nel tritacarne!

Il potere è forte quando i sudditi sono deboli; quando i deboli trovano il modo di superare le divisioni e unirsi il potere crolla di schianto. Come scriveva tempo addietro il vecchio Karl Marx (quello della vecchia talpa che scava): di tutti gli strumenti di produzione la più grande forza produttiva è la classe rivoluzionaria stessa. Hic Rhodus, hic salta!

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 5 marzo 2026

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Rileggendo “Eternal Fascism” di Umberto Eco dopo che sono trascorsi trent’anni 

di Gianni Giovannelli

…in modo che le cose presenti

ci offendono, le future ci minacciano;

et così nella morte si stenta, nella vita si teme

Niccolò Machiavelli (Epistola della peste, Roma, 2019, pag. 52)

Il 25 aprile del 1995 Umberto Eco, visiting professor presso la Columbia University di New York, fu invitato a tenere una lezione-conferenza in sede e lesse un testo scritto appositamente per l’occasione, divenuto subito celebre: Eternal Fascism: Fourteen Ways of Looking at a Blackschirt. Dopo la prima edizione a stampa pubblicata dal mensile New York Review of Books seguirono numerose traduzioni, fra cui quella italiana del 1997, attualmente in commercio con La nave di Teseo, senza più l’originaria suddivisione in capitoli. Al momento di indicare le 14 Characteristics del fascismo, Eco premette che esiste un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istituti oscuri e di insondabili pulsioni e a queste, non al fascismo storico, egli intende fare riferimento, in spirit of this fuzziness (confusione sfocata, l’autore è un vero maestro nell’uso dei vocaboli, la traduzione è un problema!). Mancano nell’elenco elaborato (credo volutamente) riferimenti economici, sociali, giuridici, tecnici, istituzionali. Inoltre tiene ad avvertirci a scanso di equivoci: sono 14 caratteristiche presenti anche in other Kinds of Despotism or Fanaticism.

Nell’aprile del 1995, al tempo della prolusione di Eco, il Presidente degli Stati Uniti era (dal 1993) il democratico Bill Clinton, che aveva sconfitto il repubblicano Bush e sarebbe rimasto in carica per due mandati. In Italia Umberto Bossi aveva ritirato la fiducia al primo governo Berlusconi, e primo ministro fu nominato Lamberto Dini, con il sostegno del PDS e della Lega, definita da Massimo D’Alema una costola della sinistra. Il governo, per prima cosa, decise la riforma delle pensioni, con il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo e un con un conseguente taglio notevole del percepito. I neofascisti erano tornati all’opposizione, dopo una breve esperienza di potere durante il primo esecutivo Berlusconi. Nel gennaio del 1995 si tenne il XVII congresso di scioglimento del M.S.I., con la svolta di Fiuggi, la nascita di Alleanza Nazionale, il riconoscimento formale della Costituzione e perfino una sia pur prudente dichiarazione di “antifascismo”; la diciottenne Giorgia Meloni si trasferì dal nostalgico Fronte della Gioventù alla neonata Azione Giovani, assumendone ben presto la presidenza, primo gradino di una lunga carriera politica.  Questo era il quadro in cui si collocava Eternal Fascism, un quadro da tener presente per comprenderne la genesi e il contenuto. In Europa e negli Stati Uniti il fenomeno della destra c.d. populista era ancora minoritario, riguardava segmenti di malessere sociale legati alla crisi dell’industria manufatturiera tradizionale, alla caduta del Muro e alla dissoluzione dell’URSS, alle conseguenze del processo di precarizzazione, all’incremento della povertà, alla crescente presenza di manodopera immigrata.  Solo in Italia, unica eccezione, la destra neofascista, dopo essere stata sdoganata (ma non era mai stata isolata per davvero, era una presenza costante nelle istituzioni burocratiche e militari) aveva ottenuto posti di governo nazionale grazie al ciclone elettorale connesso all’ingresso in campo di Silvio Berlusconi. C’era un grande interesse dell’Occidente democratico (socialista e liberale), nel 1995, a comprendere come era stato possibile e il perché.

Trent’anni dopo

A trent’anni di distanza, in una situazione geopolitica profondamente mutata, a fronte di una transizione che ha lasciato traccia profonda e provocato notevoli trasformazioni, il terrore del fascismo, come progetto del capitale e come realtà distopica in arrivo, è entrato a far parte del nostro vivere quotidiano. E il pensiero corre a rievocare lo scritto di Eco, inteso quasi come una profezia, l’intuizione di ciò che si andava preparando sotto i nostri occhi. Di fronte al fascismo il contrasto, la resistenza, l’opposizione non può che chiamarsi antifascismo; e, come il fascismo anche l’antifascismo ha una sua storia, i suoi protagonisti, le sue strutture organizzate, le sue forme di lotta. Ma se quello che ci troviamo di fronte fosse altra cosa da quello che (politicamente, istituzionalmente, economicamente, militarmente, socialmente) per combatterlo chiamiamo fascismo non andremmo ad incappare in ciò che i giuristi chiamano aberratio ictus (colpire un destinatario diverso da quello cui miriamo)?

Other Kinds

Umberto Eco, semiologo, curava con attenzione la scelta di ogni vocabolo con cui componeva i concetti di ogni singola frase. Non scrive per caso che le 14 insondabili pulsioni caratteristiche di ogni fascismo emergente (e tuttavia tali da non poter essere irregimentate in un sistema), oltre a comparire spesso separatamente in ogni singola loro collocazione, possono essere presenti, ciascuna o tutte, anche in altre specie (Kinds) di dispotismo (dispotism) o di fanatismo (fanaticism). L’elenco delle 14 caratteristiche ci viene offerto in uso come fosse una cassetta degli attrezzi, un sensore, un fascism detector che ci avvisa di un possibile insorgere di questa nebulosa di istinti oscuri. Perché, si chiede Eco, nel biasimare con forza un comportamento o un atteggiamento prepotente e aggressivo, si grida fascist pig? E di rado invece compare un porco nazista o un porco falangista? Perché, risponde, il fascismo storico italiano costituì una confusione sgangherata in cui si consolidò una confusione strutturata sul piano istituzionale; ma proprio questa debolezza filosofica (intendo filosofia del diritto e dottrina dello stato) è quella che consente al fascismo di rimanere oggi più rappresentativo del nazismo, la cui ideologia si andò dissolvendo insieme al regime sconfitto nella seconda guerra mondiale. La voce “fascismo” della Treccani (scritta dal Gentile) mostra un sistema statuale diverso da quello che Carl Schmitt aveva delineato per Hitler. Oggi il nazismo è a sua volta oggetto di riabilitazione in Germania, come il falangismo in Spagna, e vedremo il come e il perché. Ma nel 1995 l’unico pig che toccava un cuore polemico era quello fascist, valeva per un prepotente, per un omofobo, per un razzista, per un fondamentalista religioso, per chiunque aggredisse la libertà degli altri. E in un diverso quadro politico-sociale il termine prevale, riassume, come scriveva Eco, il rifiuto di una cultura prevaricatrice, di un modo di sentire, di pensare, di agire. Ma si parla di rapporti nella società, non di istituzione giuridica statuale complessiva, legislativa, esecutiva, giudiziaria; quella è altra cosa.

Le 14 caratteristiche

Elenchiamo sinteticamente le 14 caratteristiche del fascismo individuate da Umberto Eco, così da intendere subito quanto esse compaiano anche in altri generi dispotici o fondamentalisti; sono una cartina di tornasole che rende visibile un modo fascista di pensare, sentire o agire, ma non sono una sua esclusiva e va rimosso il potenziale equivoco fuorviante. 1) Culto della tradizione (con un sincretismo che mescola Tolkien, Evola e Gramsci). 2) Rifiuto del modernismo (irrazionalismo e anti-illuminismo). 3) Culto dell’azione (disprezzo del culturame). 4) Ogni disaccordo è un tradimento. 5) Paura del differente, xenofobia, razzismo. 6) Sobillazione delle classi medie impoverite dalla crisi e frustrate. 7) Nazione come identità sociale e ossessione del complotto, nemici interni ed esterni in agguato. 8) I nemici sono al tempo stesso forti e deboli, ricchi predatori ma destinati a perdere. 9) Vivere per lottare, guerra permanente, pacifismo come collusione con il nemico. 10) Disprezzo per i deboli, elitismo di popolo. 11) Culto della morte, eroismo, vocazione al martirio. 12) Rifiuto della castità e dell’omosessualità, armi come gioco fallico. 13) Populismo qualitativo, l’individuo deve rispettare la voce maggioritaria del popolo. 14) Neolingua, con sintassi elementare e lessico impoverito. Alcune annotazioni di Eco appaiono datate: ad esempio quale tipico nemico interno indica gli ebrei, di solito l’obiettivo migliore perché sono al tempo stesso dentro e fuori, mentre oggi il nemico interno in voga nell’Europa intera è piuttosto l’antisemitismo appioppato a chiunque azzardi una critica a Israele (stato o governo: non cale). Ma non cambia la sostanza del ragionamento di Eco, basta un aggiornamento di costume e di bersaglio comunicativo.

Fascismo e nuova articolazione del comando

A mio avviso lo scritto di Eco rimane valido ed utile ove lo si utilizzi per come è stato concepito: con riferimento a un modo di pensare, di sentire, di agire, di abitudine culturale. Il fascismo storico – inteso come assetto economico, lavorativo, sociale, istituzionale – non torna e non può tornare, né qui, né altrove nel mondo. Il Decreto del Duce n. 853 del 20.12.1943 affermava che lo stato fascista o è corporativo o non è. Nella nuova Repubblica Sociale trasferiva, più radicalmente, i principi già presenti nella Carta del Lavoro introdotta nel 1927, elaborazione di quella redatta a Fiume il 30 agosto 1920 dal sindacalista Alceste De Ambris (gli articoli 13 e 14 riguardano le corporazioni). Anche Leone XIII, il papa della Rerum Novarum, sosteneva il corporativismo, inteso come un vero e proprio organo dello stato. L’idea era quella di governare il modo di produrre c.d. fordista sottraendolo alla lotta di classe, in contrapposizione al socialismo ma in concorrenza con la democrazia liberista; Mussolini ottenne il consenso sia delle imprese sia della Chiesa cattolica e instaurò la dittatura per annientare le organizzazioni socialcomuniste del movimento operaio (i liberali e i repubblicani così come i cattolici poco docili finirono nel tritacarne insieme a loro). Ma pur liberticida il fascismo aveva bisogno di consenso popolare e per ottenerlo doveva sfidare sul piano sociale il socialismo reale nato con la rivoluzione d’ottobre. Durante il fascismo l’industria di stato (in particolare l’IRI) si sviluppò in modo significativo, guidata da Alberto Beneduce, con operazioni di salvataggio delle imprese durante la crisi del 1929 (mediante acquisizione pubblica dei pacchetti azionari) e con separazione netta fra sistema bancario e sistema industriale. La siderurgia fu anch’essa presa in mano dallo stato fascista e affidata al legionario fiumano ebreo Oscar Sinigaglia, che potenziò l’ILVA a Bagnoli, Piombino e Cornigliano (estromesso con il varo delle leggi razziali fu poi richiamato nel dopoguerra). Il fascismo nazionalizzò l’acciaio, la democrazia lo privatizzò nuovamente, la destra attuale di Giorgia Meloni, nella nuova crisi dell’oggi, si pone in continuità e sintonia con i lib-lab europei, promuove una politica siderurgica antifascista! Per ottenere consenso il fascismo, nell’attuare le bonifiche, consegnò piccoli appezzamenti di terra a singole famiglie; convivevano così i vecchi latifondi e le nuove piccole proprietà agricole, i braccianti poveri antifascisti e un nuovo ceto proletario che ancora oggi, in provincia di Latina, non nasconde simpatie nostalgiche per Mussolini. Senza dimenticare l’edilizia popolare degli anni Trenta, l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, il reticolato di organizzazioni sociali del regime (dalla GIL ai Littoriali della Cultura, alla GUF, ai Balilla). La dittatura garantiva con il bastone agrari e industriali che non si lasciava spazio al dissenso assicurando la continuità produttiva, ma al tempo stesso con la carota prometteva ai sudditi quieta stabilità e una sorta di prudente welfare nei servizi sociali, nel sistema pensionistico e sanitario. La piccola borghesia alle dipendenze dello Stato sonnecchiava consenziente nello stagno di una relativa agiatezza, forse non reale ma così percepita. Il corporativismo sindacale veniva presentato quale alternativa alla lotta di classe, tutti, servi e padroni, formavano la nazione, avevano la missione di proteggerla dal nemico (interno o esterno). Il nazionalismo e il colonialismo, nell’ultimo periodo affiancati dal razzismo e dall’impero (Libia, Etiopia, Somalia, Albania, Dodecaneso), costituivano il retroterra ideologico del consenso al regime. Pareva un impianto indistruttibile. La guerra mondiale dimostrò che non era tale.

La nuova articolazione del comando non è per nulla corporativa, non solo si guarda bene dal negare la divisione in classi, ma la accentua, la esalta, la impone. Promuove la condizione precaria generalizzata, e questa è incompatibile con la stabilità legata alla concezione corporativista. La nuova articolazione del comando combatte ogni ingerenza del capitale pubblico e dello stato, privatizza tutto, non si limita alla siderurgia, si estende all’energia, alle comunicazioni, all’armamento, perfino allo spazio in cui volano solo satelliti delle imprese private in lotta fra loro per il dominio del settore. Il precariato è una merce umana che si compra sul mercato, senza necessità di consenso dei singoli soggetti; la piccola borghesia va sparendo e rimane una forbice allargata che separa i ricchi dai poveri senza vie di mezzo. I primi sono sempre meno e sempre più ricchi; i secondi sono sempre di più, impoveriti, divisi in segmenti in lotta fra loro per sopravvivere. Non a caso è quasi sparita dalla scena politica l’antica destra sociale che costituiva la spina dorsale del MSI e della CISNAL (oggi trasformata in UGL, struttura più fiancheggiatrice della parte datoriale che corpo estraneo alle istituzioni). Il rancore più del corporativismo par essere il vero cemento che tiene insieme le variegate e variopinte strutture dell’ultradestra europee, tutte alquanto disinvolte quando si tratta di superare contraddizioni solo apparentemente irrisolvibili quanto a etnie, religioni, famiglie, orientamenti sessuali, trattati internazionali, guerre. L’importante è coltivare l’odio, il conflitto, la vendetta, la prevaricazione, l’umiliazione di un sottomesso.

Il comando nel tempo della condizione precaria

A mio avviso il fascismo storico (quello reale di Mussolini, per intenderci) fu un esperimento (il primo e fondante) realizzato per far funzionare il comando quando la catena di montaggio e la fabbrica insediata nel territorio costituivano l’elemento dominante, quello che dettava la tabella di marcia. La dittatura doveva rompere l’organizzazione della classe operaia, senza tuttavia incrinare il consenso delle altre componenti sociali, specialmente della piccola borghesia, ma anche del mondo agricolo e dell’artigianato. Welfare e manganello, parrocchia ed esercito venivano unificati nell’ideologia della nazione, con legame necessario. L’intervento dello stato nell’economia e il corporativismo nel rapporto di lavoro costituivano condizioni irrinunciabili dell’istituzione fascista. Per questa ragione il fascismo storico non può sopravvivere a quel sistema di produzione .

Umberto Eco mette in luce tuttavia una serie di elementi (caratteristiche) presenti nel fascismo e in grado di sopravvivergli proprio perché cooptabili da other kinds, utilizzabili dal sistema di comando dentro la transizione. Ciò che avviene sotto i nostri occhi è proprio questo: il capitalismo finanziarizzato non esita nel servirsi di questa nebulosa di istinti oscuri per esercitare il dominio. Ma non bisogna commettere l’errore di non saper leggere le differenze, perché sono differenze istituzionali, politiche, economiche, sociali. Un esempio di quel che ci troviamo a dover contrastare lo troviamo negli USA, elaborato da Russel Vought, il teorico del c.d. originalismo costituzionale, in chiave tuttavia modificata (un preteso spirito originale, non solo il testo): a lui è affidata l’esecuzione del progetto trumpiano, con già 182.528 licenziamenti del personale federale (il 10%).

Con l’originalismo costituzionale propugnato dal suo Center of Revening America si intende trasformare l’edificio giuridico in vigore negli USA in qualche cosa di diverso. La teorica possibilità di una simile trasformazione l’aveva individuata Kurt Godel, il geniale autore del celebre saggio sulle proposizioni formalmente indecidibili. Racconta infatti Oskar Morgenstern (il fondatore della teoria dei giochi) di quando, nell’aprile del 1948, lui e Einstein accompagnarono quali testimoni Godel nella cittadina di Trenton a sostenere l’esame  per ottenere la cittadinanza americana e questi, nonostante gli avvertimenti dei due amici, non riuscì a trattenersi davanti al funzionario che curava la pratica. Replicando all’affermazione (lei ha vissuto sotto una malvagia dittatura … per fortuna questo non è possibile in America) Godel disse di avere scoperto un metodo logico-legale con il quale gli USA potrebbero trasformarsi in una dittatura. Grazie all’azione di contenimento di Einstein l’esame si concluse positivamente, ma la scoperta di Godel (mai stesa in forma scritta) aveva evidentemente delle basi, visto quanto sta accadendo in quel paese, ad opera proprio del suo presidente in carica!

Il consolidamento dell’opzione autoritaria sta segnando i passaggi dentro la transizione, seguendo percorsi diversi tutti verso la medesima direzione (una moderna rielaborazione del detto tradizionale tutte le strade conducono a Roma). In particolare nei territori della c.d. democrazia occidentale assistiamo alla trasformazione con interventi logico-legali che paiono uscire dalla fertile mente di Godel. Lo scopo è quello di privatizzare ogni segmento del comune, di appropriarsi della cooperazione sociale sottraendola alla moltitudine, di cancellare ogni residuo beneficio di welfare, di mettere le esistenze a valore mercificandole e mantenendole connesse senza diritti. Ci troviamo di fronte a qualche cosa di diverso e ancor peggiore del fascismo, un fascismo senza corporativismo nei rapporti di lavoro e senza protezione sociale. Ora la cessione della libertà avviene senza alcuna contropartita, viene imposta, non è accompagnata da una richiesta di consenso, vive solo di paura o, nella migliore delle ipotesi, di rassegnazione. Anche la destra di orientamento vetero-fascista deve intraprendere il medesimo percorso delle democrazie occidentali ove intenda sopravvivere. Juan Domingo Peron aveva fondato il partito dei descamisados pescando a piene mani nell’esperienza del fascismo sociale italiano; Javier Milei ha sconfitto l’ultimo peronista, Sergio Massa, rubandogli il populismo e trasferendolo nel progetto di tagli alla spesa pubblica, di licenziamenti, di ghettizzazione violenta. Il nuovo ordine mira a distruggere ogni codificazione perché le codificazioni contengono in qualche modo i diritti; l’unica legge che vale, nel nuovo ordine, è quella dell’imperatore, esercitata con la forza, a prescindere da qualsiasi motivazione, non dovuta e per sua natura mutevole.

Il nuovo ordine sottrae al fascismo storico l’imposizione dittatoriale e violenta come sistema di comando, dal liberismo prende la cancellazione di regole certe e di limiti nell’interesse sociale, dalle teocrazie l’intrusione nella vita privata e sociale, dal socialismo reale la criminalizzazione del dissenso. Il nuovo ordine si oppone alla pace, dovunque, e instaura un clima di guerra permanente, modificando di volta in volta, sempre senza dare spiegazioni, il quadro degli amici e dei nemici. La destra ex-fascista italiana, la prima a raggiungere il governo, rimane razzista, ma destinatari della repressione non sono più gli “ebrei” (promossi ora a popolo alleato) ma gli “immigrati clandestini”, i “nomadi” (nessuna promozione per il popolo sinti rom, per loro niente adozione della definizione Ihra nella legge italiana). Quando è il comandante a incarnare la norma o la sua interpretazione siamo bel oltre la costituzione di Pinochet o il codice Rocco,  diventa potere assoluto, assolutismo. Non è solo un problema terminologico; io preferisco chiamarlo dispotismo ma un termine vale l’altro purché si abbia chiaro quel che ci si para davanti. Comprendere è un necessario presupposto del contrastare con efficacia. Rinchiudere il nuovo assetto dispotico del capitalismo finanziario nella gabbia del “fascismo” contiene l’illusione che possa essere riesumato, per sconfiggerlo, il fronte composto da classe operaia, borghesia, liberalismo, socialdemocrazia, un fronte ormai in archivio della storia trascorsa e non più ripetibile. La classe operaia è ormai assorbita nel precariato, la borghesia è stata quasi completamente cancellata nella società reale, i liberali e i socialdemocratici (intesi quali partiti storici) o non esistono più o quel che ne resta è nella gran parte inglobato nelle file del dispotismo. Per giunta l’uso della guerra (asimmetrica, senza limiti), divenuta ormai un elemento permanente dell’assetto dispotico, l’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale e la sorveglianza diffusa (quella ben descritta da Shoshana Zuboff) hanno contribuito ad accelerare il processo di dissoluzione del ceto medio e la scelta governativa del rifiuto di ogni mediazione nel conflitto sociale (ormai equiparato a terrorismo anche nella legislazione e nella comunicazione di regime). In questo quadro repressivo si cala, dentro la transizione, la sproporzione di mezzi d’offesa fra il potere e la resistenza (anche in forma di resilienza) al comando. Per farlo capire bene ai sudditi è sempre più frequente la reazione repressiva volutamente e consapevolmente sproporzionata, confinando nell’irrilevanza il sentiment dell’indignazione collettiva; costituisce un metodo che oltrepassa la semplice rappresaglia di cui si servivano i nazifascisti per diventare strumento di governo del territorio e di gestione dell’economia nella società civile.

Il capitale finanziarizzato per un verso varca con sempre maggiore frequenza il confine fra oppressione e annientamento, fra repressione e genocidio; per altro verso e contraddittoriamente, dopo aver trasformato ogni esistenza in merce, quando uccide danneggia il proprio potenziale patrimonio, elimina fornitori di dati e di energia. Come fa con l’ambiente, fa con gli umani, conta sul numero, evita di pensare all’esaurimento, si disinteressa della reazione e/o delle possibili conseguenze. Il fascismo si credeva eterno (eternal fascism  propone Eco); il capitale finanziarizzato pensa solo al presente, con progetti di brevissima vita. E questo, a ben vedere, è il suo punto debole, il suo tallone d’Achille.

La scienza ribelle ha il compito di risolvere l’enigma per liberare finalmente l’energia rivoluzionaria. Aveva ragione Marx (aggiorno la prefazione alla seconda edizione del 18 Brumaio, 23 giugno 1869):

“la differenza fra le condizioni materiali della lotta delle classi nell’epoca fordista e nell’epoca contemporanea è così profonda che le manifestazioni politiche rispettive si rassomigliano precisamente quanto l’Arcivescovo di Canterbury rassomiglia al gran sacerdote Samuele!”

E dunque si arriverà, prima o poi, al punto in cui la situazione stessa grida Hic Rhodus, hic salta.



L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 16 febbraio 2026

Rileggendo “Eternal Fascism” di Umberto Eco dopo che sono trascorsi trent’anni  Leggi tutto »

Firmare & fermare

di Gianni Giovannelli

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate

Queste parole di colore oscuro

Vid’io scritte al sommo d’una porta;

Per ch’io: “Maestro il senso lor m’è duro”.

 Ed elli a me, come persona accorta:

“Qui si convien lasciare ogni sospetto

 Ogni viltà convien che qui sia morta”.       

Dante, Inferno, Canto III, 9-15                                            

La maggioranza parlamentare che sostiene il governo Meloni ha approvato una variazione della Costituzione, con la modifica di alcune regole che disciplinano l’attività dei magistrati e il controllo sulla loro attività (eventuali sanzioni disciplinari, assegnazione a funzioni dirigenti, trasferimenti). Le nuove norme potranno entrare in vigore solo e soltanto se troveranno conferma con il voto referendario, la cui data ancora non è fissata, ma che si terrà a breve, nella prossima primavera, fra marzo e aprile del prossimo anno. Come cercherò di spiegare quel che viene spacciato, usando parole volutamente oscure, come un passaggio meramente tecnico, è invece un intervento solo e soltanto politico, un tassello della guerra civile scatenata, contro i propri sudditi, dall’ala autoritaria e bellicista interna alla complessiva ragnatela in cui oggi si articola il potere.

Prima della riforma costituzionale

I magistrati diventano tali per concorso, unico e uguale; si dividono per funzione, alcuni sono assegnati a giudicare (e per questo sono giudici), altri ad inquisire (quelli delle procure, nei giudizi rappresentano l’accusa). Per passare da un’assegnazione a un’altra e/o da una funzione all’altra non basta la domanda dell’interessato; questa viene vagliata da un organo di valutazione e controllo, a composizione mista (eletti dai magistrati in parte e dalla politica in quota minore), il CSM (33 membri). Per assicurare l’autonomia della magistratura i due terzi del CSM sono eletti dai magistrati stessi; un terzo dal parlamento (attualmente 7 di destra, 3 di opposizione- PD, 5S, Italia Viva) ; si aggiungono Mattarella e i due al vertice della Cassazione. Il CSM detiene il potere disciplinare e provvede alla nomina dei preposti alle cariche direttive più importanti, nel settore civile e in quello penale, negli organi di accusa e in quelli giudicanti. In passato il passaggio dal settore di accusa a quello giudicante era molto più frequente, la doppia esperienza era considerata un valore aggiunto, lo stesso ministro Nordio fu prima giudice e in seguito PM. Negli ultimi anni (anche per il limite consentito di un solo passaggio di funzione) ciò che negli Anni Cinquanta non faceva il minimo rumore è diventato eccezione, ridottissima nel numero; anche la progressione di carriera avviene, quasi sempre ormai, all’interno di una delle due funzioni. Le nomine al CSM, in quanto elettive, riflettono nel risultato l’orientamento del corpo complessivo della magistratura, divisa in segmenti che per comodità possiamo chiamare di conservatori e di progressisti (ma l’articolazione dei due segmenti è in realtà assai più complessa e nulla va mai dato per scontato). L’unità delle due funzioni (giudizio e accusa) contiene conseguenze importanti: l’azione penale è innanzitutto obbligatoria (la procura non può scegliere quali delitti perseguire e quali no), ma soprattutto l’organo di accusa non deve cercare ad ogni costo la condanna, ma la verità, anche se favorevole all’imputato. Di recente due procuratori milanesi, ritenuti responsabili di aver taciuto alla difesa elementi a discarico, sono stati condannati per questo ad una pena detentiva. La ricerca della verità, e non necessariamente della colpevolezza, è un dovere inderogabile e caratterizza l’autonomia del magistrato inquirente in Italia, con un sistema diverso da quello di altri paesi in cui l’accusa è invece strettamente legata al governo (era così anche in Italia fino alla Costituzione repubblicana, quando vigeva il Regio Decreto del 1907, rimasto in vigore anche durante il regime fascista)

Il nuovo assetto introdotto dalla Riforma Nordio

Le modifiche introdotte sono quanto mai subdole, celate dietro espressioni quasi incomprensibili. La separazione delle funzioni diviene innanzitutto separazione di carriera, la magistratura viene divisa in due: giudicanti e accusa. Era separata anche prima, di fatto; dunque sul mero piano del funzionamento tecnico sul campo non ci sono variazioni. Cambiano invece – e non poco – il controllo e l’autonomia dei magistrati, in entrambe le funzioni. Perché cambia la composizione del CSM (ora diviso anch’esso in due, con aumento dei posti e dei costi) e cambia l’organo che detiene l’azione disciplinare, prima in capo al CSM, ora trasferita a un’Alta Corte di nuova concezione e di nuova composizione, che si occuperà sia dei giudicanti sia dei “requirenti” (denominazione tecnica dei magistrati delle procure). Il nuovo magistrato accusatore è molto più “poliziotto” di quello precedente, che già lo era non poco. Cerca condanne, non la verità; per orientare la caccia sono pronte leggi ordinarie di regime. Questo il cuore politico della riforma, tassello del progetto di controllo autoritario del potere giudiziario in capo al potere esecutivo.

I due nuovi CSM (privati del potere disciplinare, azzoppati) saranno scelti, per un terzo, da una lista elaborata dal parlamento; l’estrazione a sorte avviene comunque all’interno di quelli nominati dalla maggioranza, con regole oggi sconosciute, ma che saranno decise dal governo. Dunque un terzo sarà politico, e godrà della piena fiducia dell’esecutivo. Gli altri due terzi usciranno da un sorteggio che (recita il nuovo articolo 104 della Costituzione modificata) avverrà fra i magistrati nel numero e secondo le modalità stabilite dalla legge (una legge ordinaria, sganciata dalla Costituzione, mutabile in qualsiasi momento ad opera della maggioranza, magari con il consueto colpo di mano in un qualche emendamento). Pilotare un sorteggio non è affatto impossibile, se si detengono le chiavi che definiscono le modalità. Acquisendo il consenso del 25% dei sorteggiati si controlla il CSM, dunque passano sotto controllo l’assunzione, il trasferimento, la promozione, l’assegnazione e la carica connessa alle assegnazioni. Il nuovo articolo 105 della Costituzione regola il potere disciplinare, sottratto al vecchio CSM e consegnato all’Alta Corte di 15 membri. Sei sono “politici” (3 nominati dal Presidente della repubblica e 3 dal Parlamento), 6 sono estratti a sorte fra i giudicanti e 3 fra i requirenti; come si farà questo sorteggio lo dirà ancora una volta una legge ordinaria modificabile secondo convenienza, di cui nulla si sa e nulla viene detto. Come dicono nelle borgate romane: aho, famo a fidasse …L’ultimo comma dell’art. 105 nuovo testo è un piccolo capolavoro di prepotenza: con legge ordinaria, sempre modificabile a piacimento dalla maggioranza, si decideranno non solo le ipotetiche violazioni disciplinari con le rispettive sanzioni, ma anche le forme del procedimento e la composizione dei collegi! E contro le decisioni dell’Alta Corte ci si potrà rivolgere solo all’Alta Corte; basterà conquistare il consenso di 2 sorteggiati su 9 per ottenere il controllo politico di questa Alta Corte e sarà il ministro a sollecitare, all’occorrenza, l’apertura dell’azione disciplinare contro i magistrati scomodi. In sintesi: oggi non è bene, ma domani sarà peggio, e ci gettano le basi, con la riforma, per l’aggressione continua ai diritti.

Il progetto autoritario in cui si inserisce questa riforma costituzionale

La giustizia in Italia è senza dubbio una giustizia di classe. Funziona, con una certa frequenza, male nella difesa dei diritti dei poveri e degli oppressi, assicura, spesso ma non sempre, l’impunità ai potenti. Anche per questo la credibilità dei magistrati è piuttosto bassa, e la fiducia popolare nella giustizia è minima. Ma anche quel poco di democrazia che sopravvive faticosamente nel nostro ordinamento non è tollerato dall’apparato di potere; vogliono rimuoverlo e puntano a far prevalere il dominio sui sudditi, per così completare la transizione autoritaria.

Per questo travestono la riforma in un passaggio meramente “tecnico” e lo espongono in termini tali che, così come viene descritto, non frega niente a nessuno. Due CSM invece di uno? Due carriere invece di una? E a me che ne viene? Nulla di nulla! Tanto non cambia la mia condizione. Per aggiunta il potere diffonde l’idea (assolutamente falsa) che questa riforma costituzionale acceleri i tempi biblici della giustizia, elimini le condanne ingiuste, porti più democrazia nelle nostre vite. Per condire queste menzogne il potere va arruolando, come sempre, finti oppositori che, indossando uniformi di sinistra, sostengono la riforma proposta dalla destra neofascista di meloni con l’appoggio dei tecnocrati alla Calenda. E i finti oppositori (qualcuno in buona fede, da perfetto cretino; il grosso a pagamento

da questuante) finiscono sempre più spesso sotto i riflettori. Il delitto di Garlasco non c’entra nulla con la riforma costituzionale; ma nel sottofondo del clamore mediatico che accompagna la grancassa suonata sul palco delle nuove indagini viene inserito il messaggio subliminale, lanciato in forma apodittica, senza motivazione: con le nuove norme nessun Garlasco sarà possibile. Viva il Governo!

Diciamolo con franchezza. La separazione delle carriere è uno specchietto per le allodole, esiste già, non serve a niente, è un falso problema. Quel che conta è la modifica della sorveglianza, la rimozione della garanzia costituzionale sulla procedura, la riconduzione del controllo sui magistrati alla legge ordinaria e, conseguentemente, alle interferenze dell’esecutivo, del potere, del progetto autoritario che caratterizza questa fase di transizione e sussunzione. Infatti, dove non opera l’argine della Costituzione, il governo non lesina colpi di mano. Dopo il niet al Ponte di Messina, con prontezza, in piena pausa natalizia, con il solito emendamento pirata, hanno cambiato la legge e assestato una mazzata educativa alla Corte dei Conti, limitando i poteri di controllo contabile di quei magistrati, assicurando l’impunità ai caporali di regime che usano soldi pubblici a fini privati, facendo capire chi comanda. Questo prepara la riforma che contrabbandano come tecnica e democratica!

Non è un referendum sulla giustizia e sul suo funzionamento, non è un referendum tecnico. E’ invece un segmento della guerra civile scatenata dal potere contro i diritti dei subordinati, dei precari, dei non abbienti, dei sudditi. Vogliono controllare interamente il meccanismo giudiziario (giudicante e requirente) per accelerare la transizione autoritaria, per assicurare l’impunità ai funzionari del potere e al capitalismo delle piattaforme, per rinforzare il regime di guerra e riarmo, per cancellare i diritti residui alla salute, alla casa, al reddito, all’opinione, alla libertà. Dunque si tratta di un referendum politico per contrastare, in ogni passaggio e anche in questo, il progetto del potere. Il resto è fuffa, inganno, propaganda, ideologia. Va smascherata la finzione spettacolare messa in scena dalla maggioranza neofascista e dalla finta opposizione, pro-guerra-sempre-in-emergenza. Volevano nascondere questo passaggio autoritario dietro una cortina di tecnicismi incomprensibili, per favorire, come sempre, paura e rassegnazione. Per piegare ogni esistenza al profitto.

L’imprevista iniziativa di raccolta firme ha riaperto una discussione che appariva morta, o almeno stagnante. Ha sottratto i riflettori accesi solo e soltanto sulla comunicazione di palazzo, ha svegliato dal suo torpore rassegnato anche l’opposizione parlamentare. Raggiungere 500.000 firme pareva pazzesco, sta diventando possibile, giorno dopo giorno, con effetto a valanga; dobbiamo farlo diventare reale, raggiungere il risultato. Certo: il referendum avrebbe luogo ugualmente, anche senza le 500.000 sottoscrizioni. Ma con le firme invocate dai senza rappresentanza sarà un referendum diverso, con accesso anche dei comitati e dei sindacati di base alla comunicazione, secondo le norme della c.d. par condicio. Già così sta cambiando lo scenario dello spettacolo, un po’ alla volta si capisce che questo non è un Si o un No tecnico, ma un Si o un NO al regime che ci stanno preparando. La separazione delle carriere poco conta, ma la lotta al dispotismo è invece compito nostro!

***

Ecco il link dove firmare:

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5400034b

Per firmare on line occorre usare la firma digitale ma è possibile anche utilizzare lo SPID, la CIE e il CNS.

Nei prossimi giorni, saranno organizzati banchetti anche per la raccolta firme cartacee. 

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 30 dicembre 2025

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ANTISEMITISMO E SIONISMO REALE

Riflessioni sui progetti di legge in corso di esame presso le due Camere

di Gianni Giovannelli

E si perdona per certo ogni offesa
ma sempre pur nella memoria resta,
e così l’uno all’altro contrappesa.

Luigi Pulci
(Morgante, Cantare decimo, Ottava 95)

                                 Il Consiglio Europeo ha approvato già in data 6 dicembre 2018 la risoluzione n. 15.213, esortando gli stati membri che non l’hanno ancora fatto ad approvare la definizione operativa non giuridicamente vincolante di antisemitismo utilizzata da International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Il Consiglio non ha potere legislativo diretto, le sue risoluzioni sono dunque prive di effetti giuridici, indica tuttavia il percorso politico tracciato e programmato dalla maggioranza dell’Unione. Quasi otto anni dopo, nel 2025, i partiti di governo hanno ritenuto di procedere (non al riconoscimento della Palestina ma) ad inserire nell’ordinamento italiano una codificazione dell’antisemitismo connessa al testo approvato dall’IHRA il 26 giugno 2016 durante il Congresso di Bucarest.

I disegni di legge in esame

Il primo disegno (n. 2383, tre articoli) porta la data del 6 maggio 2025, per iniziativa del gruppo leghista, con prima firma Molinari, in esame della Prima Commissione Permanente della Camera dei Deputati; presso la Prima Commissione Permanente del Senato sono in corso di trattazione (congiunta per decisione unanime) ben tre disegni, il n. 1004 del leghista Romeo, il n. 1575 di Scalfarotto per Italia Viva, il n. 1627 di Gasparri per Forza Italia. Il testo Gasparri è quello più conosciuto, ha un effetto trainante, si compone di quattro articoli e contiene elementi inquietanti che lo diversificano dagli altri: l’art. 2 inserisce fra le iniziative di contrasto dell’antisemitismo, mediante formazione scolastica, anche l’antisionismo, l’art. 3 rinvia ad un Regolamento attualmente imprecisato, da varare per via governativa, sanzioni disciplinari a carico di docenti e ricercatori, l’art. 4 introduce  infine sanzioni penali (art. 604 bis) la contestazione della legittimità dell’esistenza di Israele come stato degli ebrei. Il testo di Scalfarotto omette di prendere posizione sulla questione dell’antisionismo, ma aggiunge invece la possibilità di vietare preventivamente le manifestazioni quando l’autorità di Pubblica Sicurezza (per intenderci: Questura e Prefettura, organi del Ministro di polizia) senta odore di antisemitismo, in applicazione del Regio Decreto fascista 773/1931, rimasto in vigore fino ad oggi. Nel loro insieme le norme in discussione al Senato appaiono alquanto pericolose per  la libertà di pensiero, di critica del potere, di opposizione alle strutture di comando, di lotta contro la tirannia.

Da ultimo, rubricato il 2 dicembre con il n. 1722, ma non ancora in esame, è pervenuto il testo del senatore Del Rio (e altri, tutti del PD), in sei articoli, il primo dei quali si limita a recepire la definizione IHRA. Il secondo, rinunziando a prendere posizione sul rapporto antisemitismo/antisionismo, concede delega in bianco al governo per intervenire a suon di decreti sulle piattaforme, censurando contenuti graditi; singolare il comportamento di una pattuglia di senatori dell’opposizione che si propone di consegnare al governo di estrema destra pieni poteri di decidere quel che sia lecito e quel che vada rimosso!

La definizione IHRA dell’antisemitismo

La nascita di IHRA è recente, risale al 1998, per iniziativa del primo ministro svedese, il socialdemocratico Goran Persson, con lo scopo di tener viva la memoria dell’Olocausto. Aderiscono oggi solo 35 paesi su 193 ammessi all’ONU, mancano Cina, Russia e India, fra gli stati membri uno solo è in Sudamerica (l’Argentina), nessuno in Africa e in Asia (salvo Israele, che pur essendo geograficamente in Asia guarda più verso occidente). Il Vaticano non ha ritenuto di entrare fra gli otto paesi osservatori, nonostante l’invito ricevuto. La definizione (definita operativa e non giuridicamente rilevante) di antisemitismo è stata approvata al congresso di Bucarest il 26 maggio 2016 in questi termini: l’antisemitismo è una percezione degli ebrei che può venire espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche verso ebrei o non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto. La definizione non contiene alcun riferimento a istituzioni o partiti politici, al movimento sionista, allo stato di Israele; gli ebrei da tutelare contro le ideologie dell’antisemitismo possono essere o non essere cittadini israeliani, seguire o meno i precetti religiosi, iscriversi alle comunità o rimanerne estranei. Si vuole dunque proteggere ogni (presunto) semita ritenuto tale dai fautori dell’antisemitismo, reali destinatari della definizione non a caso chiamata operativa. A mero titolo esemplificativo (ma estraneo alla definizione che vive vita propria) ci sono 11 esempi redatti a parte, alcuni dei quali vengono abitualmente utilizzati in funzione pro-sionista e pro-governo israeliano, stravolgendo in realtà il significato e la portata del testo originario. Il pericolo di letture liberticide della definizione IHRA fu colto nella Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, redatta da numerosi studiosi chiamati a raccolta  presso il Van Lee Jerusalem Institute. Come vedremo più sotto la lettura liberticida della dichiarazione IHRA è quel che caratterizza in particolare il disegno 1627 a firma del senatore Gasparri, ma che contagia anche gli altri in esame delle due Camere.

Per comprendere lo spirito originario della definizione è utile richiamarne un’altra, sempre approvata da IHRA, come operativa e giuridicamente non vincolante, in data 8 ottobre 2020, ovvero quella relativa ad altra vittima dell’Olocausto e del nazismo, l’antiziganismo. Eccola: l’antiziganismo/discriminazione anti Rom e Sinti è manifestazione di espressioni e atti individuali, nonché di politiche istituzionali di emarginazione, esclusione, violenza fisica, svalutazione della cultura e degli stili di vita di Rom e Sinti, discorsi di odio diretti ai Sinti e ai Rom ….e li associa a una serie di stereotipi peggiorativi e immagini distorte che vanno a rappresentare una forma specifica di razzismo.

                       Il senatore Gasparri, formatosi in gioventù nel Movimento Sociale, approdato a Forza Italia in età di mezzo, non ha ritenuto di associare nello stesso disegno di legge, con pari tutela, i due bersagli contestuali del nazismo storico, zingari ed ebrei. Ha invece lasciato gli zingari al loro destino e preso un’iniziativa legislativa in appoggio (non degli ebrei ma) del governo israeliano, proprio mentre era in corso il genocidio della popolazione di Gaza consumato dall’IDF.

Dopo le imponenti manifestazioni di piazza a sostegno del popolo palestinese e gli scioperi contro il genocidio, il disegno di legge Del Rio/PD (depositato il 20 novembre quasi clandestinamente e rubricato il 2 dicembre, 1722) mira a creare ostacoli alla comunicazione pro-Pal, lasciando libero il governo Meloni di censurare e reprimere come più gli aggrada, usando anche AGCOM (l’agenzia di nomina politica designata al controllo della rete) per le sanzioni. Evidentemente sopravvive il cromosoma dello stalinismo anche nell’ala moderata del PD.

La posizione politica dell’Unione Europea e l’uso strumentale di IHRA

Il Consiglio Europeo (composto dai governanti in carica nei singoli paesi) esercita funzioni di indirizzo politico; non ha mai proposto sanzioni contro Israele o contro chi fornisce a Israele gli strumenti per uccidere, appoggiando anzi diplomaticamente ed economicamente, oltre che militarmente, il governo Netanyahu. La Repubblica Federale Tedesca, in modo particolare, ha sostanzialmente sanzionato, ai limiti di una vera e propria criminalizzazione, ogni contrasto militante del programma nazionalista-espansionista dei fautori di Heretz Israel, la mitologica terra promessa che comprende Gaza, i territori, il Libano meridionale, la Siria sudoccidentale (cfr. la dichiarazione sionista del 3 febbraio 1919, elaborata da Chain Weizmann). Tuttavia il Consiglio Europeo, senza neppure richiamare la risoluzione ONU n. 242, ha approvato il 6 dicembre 2018 la risoluzione n. 15.213 con la quale esorta gli stati membri che non l’hanno ancora fatto ad approvare la definizione operativa giuridicamente non vincolante di antisemitismo. La risoluzione non richiama in alcun modo le 11 esemplificazioni, lo stato di Israele, il sionismo; tace piuttosto ambiguamente tralasciando la questione.

Indifferenti di fronte al massacro della popolazione a Gaza i rappresentanti dei 35 paesi aderenti a IHRA hanno avuto la geniale idea di eleggere alla loro presidenza, in data 3 marzo 2025, proprio lo Stato di Israele, per giunta nella persona di Dani Dayan, uno fra i più aggressivi esponenti dell’estrema destra sionista. Dayan (nato nel 1955 a Buenos Aires), israeliano di adozione dal 1971, ha prestato servizio nell’IDF per quasi otto anni, con il grado finale di maggiore. Ha fondato, e poi ceduto, l’impresa di software Elad Systems, dedicandosi alla politica, nelle file di Tehiya; ha poi guidato, dal 2013 al 2017, YESHA (acronimo per Giudea, Samaria e Gaza), il consiglio che rappresenta l’insieme dei coloni negli insediamenti illegali. Quando Netanyahu lo nominò ambasciatore in Brasile ci fu una rottura diplomatica, in quanto persona non gradita; fu allora collocato come console a New York. Contrario alla soluzione dei due stati è invece convinto sostenitore della necessità di espropriare la Cisgiordania palestinese e di acquisire l’intera area di Heretz Israel. Con un simile rappresentante alla sua presidenza non deve stupire che la credibilità internazionale di IHRA stia toccando ormai i minimi storici. Al tempo stesso il ruolo ricoperto ha consentito a Dayan di tessere la trama di consensi che, solo due mesi dopo, si sono concretati nei disegni di legge applicativi della definizione coniata da IHRA. La trama di consensi è rinvenibile anche nella recentissima iniziativa della minoranza PD concretatasi nel deposito in Senato del disegno di legge 1722 a firma Del Rio e altri.

Antisemitismo e sionismo.

Il termine antisemitismo è relativamente recente, risale al 1879, per iniziativa di tale Wilhelm Marr (1819-1904), fondatore della Antisemiten-Liga, propugnando l’espulsione degli ebrei dalle regioni di lingua tedesca (non esisteva la Germania come entità politica); un movimento similare nacque in Francia, guidato da Edouard Drumont (1844-1917), deputato di Algeri e il più strenuo accusatore di Albert Dreyfus. Curiosamente l’anti era, almeno filologicamente, scollegato dal destinatario dell’attacco, nel senso che non esisteva alcun movimento che propugnasse il semitismo come ideologia o come programma. A differenza di altri antagonismi, quali ad esempio comunismo&anticomunismo, clericalismo&anticlericalismo, fascismo&antifascismo, l’antisemitismo prescindeva dal nemico, che neppure si riconosceva nella pretesa identità che veniva loro attribuita, se non nel ruolo di mere vittime che li accomunava.

Il rilievo non è privo di importanza sostanziale, anzi! Il punto è che il semitismo, contro cui si scatena l’odio degli antisemiti, semplicemente non esiste, è una creazione, un’invenzione tardiva di un’entità ostile causa di ogni male: rimossa la fonte dei guai tutto si aggiusterà. Per dare sostanza a un simile imbroglio chi se ne serve ricorre alla genetica, alla razza, al complotto etnico-religioso. Marr e Drumont avevano preso di mira le comunità ebraiche dell’Europa Centrale, quelle che parlavano Yiddish, la lingua degli aschenaziti. Ma è improbabile che gli aschenaziti europei del XIX secolo fossero consanguinei dei mizrahim residenti nel Regno di Giudea nel II secolo a.C.  Arthur Koestler (1905-1983), lo scrittore famoso per Darkness at noon, fu sionista (democratico) della prima ora, visse in Kibbutz già nel 1926, poi tornò a casa, diventando inglese. Ci tenne a scrivere che gli aschenaziti non erano tecnicamente semiti (nel senso di popolazioni di lingua semitica), venivano dalla Khazaria, un paese che si trovava nell’entroterra del Mar Caspio, una tredicesima tribù, per ironia della sorte, secondo la Genesi, discendente da Jafet. Il loro Khan, un certo Bulan, per sfuggire alla forbice repressiva di cristiani e musulmani, si convertì all’ebraismo nel VII secolo,  e lo stesso fecero i sudditi poiché valeva il motto cuius regio eius religio. Il nome del territorio, nel turco antico, significa vagabondare; e vagabondando i Kazari lasciarono la steppa e si insediarono nella odierna Renania, portandosi dietro i precetti dei rabbini chiamati a corte dal Khan e la loro cultura. Gli aschenaziti erano nel VII secolo il 3% della popolazione ebraica; ma nel XIX secolo erano diventati il ceppo di maggioranza, dunque l’antisemitismo prendeva di mira non-semiti!

Il sionismo, a differenza del semitismo, esiste, nacque come movimento politico nel cuore della vecchia Europa, in reazione alle discriminazioni e alle persecuzioni subite dagli ebrei nel corso del XIX secolo; i primi dirigenti furono due ungheresi, Theodor Herzl (1806-1904) e Max  (Suedfeld) Nordau (1849-1923). Il testo fondativo è Der Judenstaat (1896), manifesto per la costruzione di un insediamento ebraico protetto, non necessariamente nell’odierna Palestina, ma in un qualche luogo che consentisse agli ebrei (tutti gli ebrei, non solo gli aschenaziti) di vivere in pace. Nel congresso di Basilea, 1897, l’Organizzazione Sionista Mondiale indicò la Palestina come il luogo dello Stato Ebraico, ma solo ove possibile. I primi flussi migratori, nel XX secolo, tutti o quasi in direzione della terra promessa, segnarono la svolta, di fatto irreversibile. L’ideologia sionista, inizialmente, associava programmi stellarmente diversi fra loro: l’utopia di comunità socialiste, il fondamentalismo di religiosi quanto mai ortodossi, le aspirazioni coloniali di nazionalisti decisi alla conquista della terra, il laicismo liberale di chi voleva convivere insieme ai residenti, il desiderio di avventura di chi voleva piegare per amore o per forza alle proprie inclinazioni una terra sconosciuta. Questo variopinto insieme di migranti radunava esperienze, culti e culture di notevole diversità: la maggioranza aschenazita abitava accanto ai sefarditi (romanioti) di lingua judezmo-ladina) e ai mizrahim provenienti dal Maghreb, dalla Persia, dall’Iraq. Lo scrittore polacco (poi americano) Shalom Ash racconta con una prosa suggestiva nei suoi romanzi gli incontri e gli scontri fra i residenti e i nuovi arrivati, negli anni che hanno preceduto la fondazione dello stato d’Israele. Fra i primi sionisti Dov Ber Borochov (1881-1917) decise di lasciare la sua comune socialista in Palestina per organizzare le Brigate Ebraiche a sostegno della Rivoluzione d’Ottobre, era sionista, filologo, marxista, bolscevico.

Nel 1896 esistevano sionisti comunisti, socialdemocratici, laici, liberali, pacifisti, a fianco di quelli nazionalisti, colonialisti, predatori. Esistevano, dal 1881, anche i pogrom e proseguivano, in danno degli ebrei europei, discriminazioni, saccheggi, violenze, persecuzioni. Oggi, almeno nella vecchia Europa, pur resistendo sotto traccia la mala erba del pregiudizio contro l’ebreo, sono per fortuna venuti meno il pogrom  e la legislazione razziale; e sul piano politico esiste solo il sionismo reale, par essere l’unica corrente sopravvissuta fra quelle originarie, evoluta nelle forme sotto gli occhi di tutti, elemento portante della coalizione che governa Israele. Gli altri segmenti del sionismo originario sono scomparsi.

Il sionismo reale

                              Lo stalinismo che ha caratterizzato il c.d. socialismo reale non corrisponde necessariamente alla ben più ampia area del pensiero marxista e dei movimenti comunisti, ma era complicato spiegarlo agli operai polacchi in sciopero. La Santa Inquisizione non esauriva affatto il complesso ricco e articolato della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, ma questa considerazione storico-filosofica non muta il destino delle presunte streghe bruciate sul rogo, dopo i processi sommari di condanna. Il sionismo reale incarnato, qui e ora, dalle figure di Netanyahu, Smotrich o Ben Gvir è certamente diverso (a mio avviso perfino incompatibile) con il progetto elaborato da Theodor Herzl e Max Nordau, ma ciò risulta del tutto irrilevante per i contadini palestinesi aggrediti, espropriati, assassinati senza pietà dai coloni, protetti da IDF, certi del silenzio complice assicurato dai governi democratici dell’occidente. Gli esponenti della nostrana Sinistra per Israele se la sentirebbero di proporre ad una platea di coloni assetati di sangue il programma dello scomparso sionismo socialista, o pacifista, o laico, o liberale? Il problema (un serio problema) è proprio che, qui e ora, l’unico sionismo esistente, reale, è quello armato, colonialista, razzista, predatore, che rifiuta sia lo stato laico unico per tutti sia l’ipotesi dei due stati, che esige l’acquisizione completa di Heretz Israel per il solo popolo eletto. Il sionismo reale al governo dello stato intende raggiungere lo scopo con la guerra, con la strage e/o con la deportazione, nella migliore delle ipotesi con l’asservimento e/o la discriminazione nel trattamento.

Si tratta ora di comprendere in quale rapporto si pongano l’antisemitismo e il sionismo reale, a partire dalla precedente osservazione dell’anomalia di un anti privo di un bersaglio concreto, ovvero il semitismo. Con una concordanza d’intenti fra gli opposti estremismi l’antisemitismo reale e il sionismo reale risolvono la questione equiparando sionismo e semitismo, dunque (e anche) antisionismo e antisemitismo. Mentre il semita è pura astrazione il sionista è un soggetto concreto, esiste in carne e ossa. Il sionismo reale e l’antisemitismo reale hanno bisogno, per esistere, l’uno dell’altro; il sionismo per poter affermare di essere il legittimo rappresentante di ogni semita, l’antisemitismo per avere di fronte un nemico visibile da combattere. Lo aveva intuito il più celebre teorico dell’ideologia razzista in Italia, Julius Evola; nella prefazione (datata settembre 1937) ai Protocollo dei Savi Anziani di Sion sostiene che non ha importanza accertare se l’opera sia un falso, perché, anche se falsa, è tuttavia verosimile, e tanto basta per ritenere dimostrato il complotto volto a sovvertire tutto ciò che nei popoli non ebraici è tradizione, casta, aristocrazia, gerarchia, valore etico (Cfr. pag. XII, ed. 1938). Era un sinistro preludio al Manifesto degli scienziati razzisti e ai regi decreti del novembre 1938, noti come leggi razziali.

Per reggere il conflitto fra gli opposti estremismi deve necessariamente poggiare sull’esistenza della razza, o almeno del sangue, a supporto dell’etnia, della religione, del clan, dell’appartenenza. Per questo Arthur Koestler aveva lanciato, provocatoriamente, l’ipotesi di una discendenza degli ebrei aschenaziti dai Catari provenienti dalla steppa prossima al Caspio; voleva recidere il preteso legame biologico con gli antichi abitanti del Regno di Giuda, separare la maggioranza aschenazita degli ebrei nel mondo dalla leggenda di una razza semita. Con lo stesso scopo un geniale professore di Tel Aviv, Shlomo Sand, ha ripreso il tema pubblicando il saggio The invention of Jewish People (in italiano L’invenzione del popolo ebraico, Rizzoli, 2010). L’apparato del sionismo reale cerca invece, in ogni modo, di affermare l’esistenza del semita biologico oltre che del semita storico. Contesta l’ipotesi di Koestler, rastrellando reperti archeologici che consentano di riannodare un filo di congiungimento fra sefarditi spagnoli, aschenaziti centroeuropei, mizrahim iraniani e antichi ebrei. Il genetista americano Harry Ostrer, professore alla Yeshiva University di New York, ha pubblicato nel 2010 una ricerca in cui si affermava l’esistenza di un DNA comune per tutti gli ebrei, proponendo anche, su tali basi, di risolvere mediante ascendenza genetica le controversie territoriali in Palestina. Shlomo Sand commentò a caldo  che Adolph Hitler sarebbe stato felice di leggere un simile lavoro scientifico e i due litigarono pesantemente.

La ricerca di Ostrer, ritenuta priva di fondamento dal biologo americano-israeliano Eran Elhaik, divide il mondo scientifico e quello antropologico (sempre pro o contro l’ipotesi dei Catari), ma è al tempo stesso il segno sicuro di come il sionismo reale abbia preso la decisione di sostenere l’esistenza genetica del semita, inserendola nel proprio programma politico. Si è prodotto, nei fatti, un reciproco riconoscimento fra i due estremismi, con equiparazione sul campo, con intenti e scopi contrapposti, di semitismo e sionismo. Il falso viene trasformato in vero.

La vera natura dei disegni di legge sull’antisemitismo

Il disegno di legge n. 1627 (Gasparri, Senato) si propone di dare attuazione alla risoluzione del Consiglio d’Europa inserendo la definizione IHRA nell’ordinamento italiano. Ma già nella relazione che   il testo si comprende che lo scopo è invece quello di rafforzare l’attuale compagine di governo in Israele e di colpire l’ampia rete di solidarietà che si è formata intorno alla tragedia palestinese. Non solo viene tralasciato l’antiziganismo, ma si afferma in modo apodittico che i focolai dell’antisemitismo si sono estesi e propagati sotto la veste dell’antisionismo, dell’odio contro lo stato d’Israele, del suo diritto a esistere e a difendersi. La medesima premessa compare, con parole molto simili, nel disegno n. 2383 (Molinari, Camera). Viene così contrabbandata l’equiparazione dell’antisemitismo con l’antisionismo, stravolgendo la portata stessa della definizione IHRA da attuare. Non si discostano da questa linea neppure gli altri due disegni all’esame del Senato (1004 e 1575), mentre non emergono, ad oggi almeno, nei lavori di commissione voci apertamente contrarie a tale insidiosissima equiparazione. Il sionismo reale di Smotrich e Ben Gvir, invece di essere ripudiato, riceve nei disegni di legge una sorta di promozione sul campo a rappresentante unico degli ebrei nel mondo, a loro volta piegati ad essere biologicamente semiti.

Di fronte ad un progetto sionista che in modo aperto prevede l’esproprio dei territori ritenuti parte di Heretz Israel (l’intera Cisgiordania, Gaza, ma anche porzioni significative di Siria e Libano) non ci si può certo stupire che le vittime designate dell’esproprio tentino di resistere e si oppongano al loro massacro, più esattamente al genocidio che viene perpetrato ai loro danni. La resistenza, la lotta per l’indipendenza, la difesa delle case e dei campi sono oggettivamente, necessariamente, antisioniste, per contrastare le azioni militari del sionismo reale (non quello di Theodor Herzl, sepolto in Austria nel 1904, senza aver mai sparato un colpo, poco dopo aver proposto al sesto congresso sionista del 23 agosto 1903 una mozione, all’inizio approvata, poi bocciata nel 1905, per l’insediamento in Uganda). Contrariamente a quel che scrive il senatore Gasparri “antisionismo” è, nel caso dei palestinesi, solo il diritto a sopravvivere.

L’art. 2 del disegno Gasparri inserisce nella formazione obbligatoria degli studenti-sudditi di regime corsi di contrasto all’antisionismo, il che equivale all’apologia dei principi sostenuti da Ben Gvir e Smotrich per giustificare il genocidio in atto. Rivive il punto 7 del Manifesto degli scienziati razzisti ovvero viene riproposto in altro scenario il monito: è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti. Il sionismo reale rivendica infatti l’esistenza biologica dei semiti, dunque una razza. L’art. 3 introduce sanzioni amministrative e disciplinari a carico di  docenti e ricercatori, per violazione dei doveri di prevenzione e segnalazione; qui manca un richiamo espresso a Israele come stato e al sionismo come movimento politico, ma la norma rinvia a un imprecisato regolamento da adottare ai sensi dell’art. 17 L. 400/88, ovvero per iniziativa del Ministro dell’Istruzione (con Giuseppe Valditara siamo tranquilli!) e senza passare dal Parlamento. Mediante regolamento diventa agevole organizzare la repressione del dissenso, la punizione arriva subito e colpisce, l’esito del ricorso giudiziario arriva sempre in ritardo, fuori tempo. L’ultimo articolo, il quarto, introduce sanzioni penali, ritoccando l’art. 604 bis, che già trattava la materia della discriminazione razziale, etnica e religiosa. La reclusione da 2 a 6 anni, prevista per l’apologia del genocidio, viene estesa alla negazione della Shoah (e fin qui nulla obiettare) e a chi neghi il diritto all’esistenza dello stato di Israele (ed entriamo nel pericoloso circolo dell’opinione), negazione ricavabile anche indirettamente da avversione ostilità lotta (e l’intenzione di reprimere ogni forma di solidarietà con i palestinesi appare evidente).

Chiudono il circolo, vista la trattazione disposta in comune, il disegno di Scalfarotto al Senato e di Molinari alla Camera introducendo il divieto preventivo di manifestare, in base alle valutazioni di polizia (Prefetto, Questore, Ministro), riesumando l’art. 18 del Regio Decreto fascista in tema di Pubblica Sicurezza. Quando ai gendarmi sembri di sentir odore di antisemitismo – magari, come suggerisce il senatore Gasparri, sotto la veste dell’antisionismo – allora si proibisce di scendere in piazza e chi non si piega andrà a processo. Ancora peggio di Scalfarotto (anche se è difficile essere peggio di Scalfarotto Del Rio ci è riuscito) ha fatto la minoranza PD presentando il disegno 1722. Rinunzia a precisare chiaramente che antisionismo e antisemitismo sono ben diversi fra loro, rinunzia a riconoscere il diritto di boicottare Israele in quanto stato (non semplice gruppo armato) autore di genocidio, delega invece al governo italiano di estrema destra, senza porre limiti, il potere di emanare in piena autonomia e senza ulteriore controllo, una sequenza di decreti legislativi sottratti alle Camere, con i quali definire che cosa in concreto possa essere ricondotto al delitto di antisemitismo, dunque anche, come suggerisce Gasparri, l’antisionismo, la critica o il boicottaggio di Israele. Propugnare il programma Heretz Israel con le bombe e le stragi è lecito, contrastare il programma è antisemitismo: questo potrà deciderlo il governo in base al testo Del Rio. Complimenti, senatore!

Dietro il nobile proposito di tutelare 30.000 ebrei italiani (di cui buona parte, a giudicare dalle elezioni nelle comunità territoriali, non si riconosce affatto nel sionismo reale di Smotrich & Dayan) si cela un intento repressivo, per imporre, con la minaccia di severe sanzioni, il sostegno alla politica del governo israeliano, l’ostracismo alla solidarietà con il popolo palestinese, l’accettazione di una divisione dell’umanità in razze disuguali, anche biologicamente. Non lo possiamo accettare.

Il futuro sarà, piaccia o no, inevitabilmente meticcio.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 6 dicembre 2025

ANTISEMITISMO E SIONISMO REALE Leggi tutto »

GUERRA: LEVATRICE DELLA SOVRANITA’, CARDINE DEL NUOVO ORDINE GIURIDICO

 

Pubblichiamo il contributo di Gianni Giovannelli al Convegno di Effimera: “ANNI DI GUERRA: MENZOGNE, VERITA’, SCINTILLE”, svoltosi il 15 novembre 2025 al C. S. Cantiere Milano.

Nel 1641, durante la prigionia, Raimondo Montecuccoli scrisse uno straordinario Trattato della guerra,  il primo testo sull’argomento in lingua italiana nell’era moderna. Già in apertura annotava: qualunque sia la cagione della guerra ella è colorita col candore della giustizia e del suo mantello ricoperta, dando pretesto all’armi di guerra giusta. Tuttavia le finalità reali del conflitto, una volta rimosso il colore che le nasconde, sono profondamente mutate nel corso dei secoli. E con le finalità – o forse anche quale conseguenza delle finalità – sono cambiati gli strumenti utilizzati sul campo per battere il nemico, le modalità di combattimento, le regole stesse dello scontro. Definire, qui e oggi, il concetto di guerra, impone allora di esaminare preliminarmente il complessivo percorso logico che conduce alla decisione di sceglierla quale soluzione risolutiva, in luogo di un’altra, compromissoria, meno pericolosa e meno sanguinosa.                         

                     Lo Statuto delle Nazioni Unite fu firmato a San Francisco il 26 giugno 1945; 41 giorni dopo fu sganciata la prima bomba atomica sulla città di Hiroshima. Seguì la seconda, il 9 agosto, su Nagasaki. Morirono circa duecentomila persone. Eppure il 24 ottobre successivo lo Statuto fu ugualmente ratificato e vincola ancora (meglio: dovrebbe vincolare) i 193 stati membri. Il preambolo del 26 giugno inizia declinando un suggestivo intento: Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra. L’art. 1 afferma, perentoriamente, che i fini sono mantenere la pace e la sicurezza internazionale; l’art. 4 impone ai governi di risolvere le controversie con mezzi pacifici (comma 3) e di astenersi nelle loro relazioni dalle minacce e dall’uso della forza.  Questi principi non mutarono il destino dei cittadini di Hiroshima ma vennero recepiti, nella Costituzione della nuova Repubblica Italiana, anno 1946, art. 11: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie. Sia pure tra mille contraddizioni quel che si intendeva perseguire, dentro la guerra fredda, era una coesistenza pacifica non solo fra i due blocchi, ma pure fra tutti i c.d. paesi non allineati, al loro interno assai diversi per scelte nazionali di tipo economico, sociale o religioso. Certamente non mancarono comportamenti bellicosi in palese contrasto con le linee guida dei patti sottoscritti, ma altrettanto certamente ci si sforzava di discostarsi, almeno nella filosofia del diritto, dall’elogio della guerra di aggressione, di conquista, di supremazia violenta. Non è più così oggigiorno. Erosa dagli eventi e travolta da disinvolte interpretazioni delle norme, usando la teoria della costituzione materiale per giustificare ogni stravolgimento, la pace liberal-social-democratica prosegue il cammino verso l’archiviazione senza incontrare ostacoli. In questa fase di transizione viene infatti costruito su larga scala un nuovo assetto, diverso dal precedente, ritenuto, da chi detiene il potere economico, più utile e più redditizio.

                                           L’attuale modo di produzione è fondato sulla abrogazione, anche formale, di ogni garanzia di stabilità. Viene rimosso il tradizionale legame fra la creazione di valore e un preciso ambito territoriale, con le sue specifiche comunità di lavoratori. La presenza fisica sul luogo in cui ha sede l’impresa e la misurazione temporale dell’attività espletata non sono più gli elementi chiave utilizzati per individuare la retribuzione corrisposta o, quantomeno, non lo sono più in prospettiva tendenziale. Sia la merce materiale sia il prodotto immateriale possono raggiungere i mercati, e consentire il profitto, solo se viene impiegata energia lavorativa precaria, in gran parte fungibile, sfruttando appieno la cooperazione sociale, appropriandosi del comune mediante meccanismi di parziale o totale esclusiva. L’odierno capitalismo finanziarizzato si serve dei sistemi di connessione per mettere a valore l’intera esistenza, neo-schiavitù posta quale condizione del permanere in vita. Chi non si connette, o rifiuta il proprio consenso alla connessione operosa, non mangia.

                           L’intelligenza artificiale sta accelerando il cammino, già avviato, della transizione, dal precedente sistema di produzione al nuovo. Viene generata, in un clima di guerra e coercizione, la nuova struttura sociale, compare sulla scena della storia una mutata composizione degli sfruttati,  da inserire, con bastone o carota, in una organizzazione trasformata del processo di valorizzazione.

La scelta del dispotismo.

                                            Emerge, giorno dopo giorno, l’incompatibilità di questo variato modo di ottenere profitto e accumulare ricchezza con la concezione liberale e con quella socialdemocratica dello Stato. Viene archiviato il tradizionale programma condiviso di garantire protezione sociale ai meno abbienti (welfare), dignitosa agiatezza e diritti civili al ceto medio, circolazione delle merci e delle valute senza ostacoli (libero mercato), accettazione del conflitto d’interesse economico fra i diversi segmenti della popolazione, con il proposito, tuttavia, di comporlo, mediante accordi o con un compromesso  contenuto in leggi da rispettare. Nella transizione il ceto medio va scomparendo, la forbice fra ricchi e poveri si allarga: la connessione ininterrotta è un fattore estraneo ai meccanismi di mediazione, la divisione fra tempo di lavoro e tempo libero non può trovare ospitalità nel villaggio delle piattaforme e dell’intelligenza artificiale. L’intero edificio della democrazia rappresentativa c.d. occidentale non corrisponde più alle esigenze dell’assetto capitalistico, quello consolidatosi, in forme varie, nel XXI secolo. I miliardari del terzo millennio, avidi di dominio, in tutto il mondo mordono insofferenti il freno, puntano ad imporre l’opzione autoritaria in ogni singolo stato nazionale, cercano lo scontro, boicottano ogni forma di mediazione, negano legittimità al dissenso. Direbbe Lichtemberg (L, 282): visto che in tempo di pace si intona il Te Deum non ci sarebbe niente di più naturale se ora si intonasse il Te Diabolicum.

                                    Nei paesi del c.d. socialismo reale, principalmente in Cina, la struttura giuridica ed economica si è evoluta iniettando nella proprietà dello stato quella privata e cooptando nella gestione del potere politico una leva di imprenditori che hanno via via accumulato ingenti capitali, senza mai mettere in discussione la guida centralizzata. Il 1 gennaio 2021 è entrato in vigore nella Repubblica Popolare il primo sistematico codice civile, che lega l’ossatura giuridica in vigore fino a quel momento agli istituti della tradizione romanistica giustinianea, acquisendo pure elementi tipicamente anglosassoni. In questa sorta di comunismo del capitale (come lo definirebbe Christian Marazzi) compare una divisione fra le società volte a profitto e   quelle senza fine di lucro, affiancate da agenzie governative speciali e da quelle a carattere cooperativo. In Italia esiste, in tema, una pubblicazione di Sapienza Università Editrice che raccoglie gli atti di un importante convegno di studi proprio sul codice cinese. Nel mutamento, sul campo, del meccanismo di creazione del valore è rimasto fermo  quello, tecnico-giuridico, del controllo centralizzato e gerarchico.

                                    In generale, nei paesi caratterizzati da un solido autoritarismo, la transizione avviene senza toccare le istituzioni nella loro forma, tuttavia agevolando l’ingresso delle piattaforme e dell’intelligenza artificiale, la precarizzazione del lavoro, l’allargamento fra i due estremi della forbice di reddito distribuito, l’obbligo di connessione. Il telefono portatile è presente, sempre, anche nelle sacche di estrema povertà, perfino dentro le carestie. Questo vale nelle repubbliche teocratiche e nelle monarchie islamiche, ma anche in quelle rette dai militari, dal populismo nazionalista, dai clan familiari o dal caudillo di turno. Il capitalismo finanziarizzato delle piattaforme non conosce confini, non ha religione o ideale, è senza principi; non crede in nulla ma usa tutto con disinvoltura, piega la comunicazione alle proprie necessità, ritiene vero solo ciò che è utile.

Il dispotismo in occidente

                                  La transizione, nei paesi in cui si sono alternati governi socialdemocratici e governi liberaldemocratici, percorre un diverso sentiero, adeguandosi alle realtà territoriali. Il fascismo, invenzione politica italiana esportata con successo all’estero fra le due guerre, fu il tentativo di rendere eterno il ciclo fordista, di sottrarre alla forma demoplutocratica la gestione di un ciclo produttivo fondato sulla fabbrica territorializzata, sulla manodopera stabile fidelizzata, sul colonialismo di rapina, sullo stato nazionale, sull’ordine. Era una dittatura, ma aveva bisogno di consenso; a questo servivano le terre bonificate, la retorica delle adunate,  la costruzione delle case popolari, la riconduzione al pubblico dell’assistenza sociale (ONMI, ECA, Opera Nazionale Balilla, infortuni, pensioni). Il nazifascismo perse la guerra, venne meno il consenso, rimase escluso dal c.d. arco costituzionale. La socialdemocrazia e il liberalismo coltivarono welfare e stato sociale, la loro alternanza (un patto di reciproco rispetto e riconoscimento di ruolo) non trovò più ostacoli nel rappresentare l’insieme dei paesi liberi per l’intera durata di quel modo di produzione.

                                           La crisi di governance è emersa, con sempre maggior forza, man mano che procedeva la transizione e si affermava il nuovo assetto dell’economia, cogliendo di sorpresa il personale delle istituzioni, impreparato a reggere l’onda travolgente in arrivo. La muta di intellettuali a libro paga ha cercato di minimizzare la portata degli eventi, prima liquidando ogni imprevisto elettorale come passeggero populismo, poi evocando il pericolo fascista per mantenere la situazione in stallo, infine chiamando a raccolta i cittadini contro terrorismo e autocrazia. Non era sufficiente. Come osserva Lichtemberg (L67): che nelle chiese si predichi non rende inutili i parafulmini su di esse. Quando si sono accorti che tutto ciò non bastava sono saliti sul carro dell’estrema destra, convinti di poterne prendere la guida, rinunziando al confronto.

                                   Da Elon Musk a Vincent Bollorè è in costante aumento il numero dei miliardari di ultima generazione che in modo aperto sostengono finanziariamente i movimenti politici nazionalisti ultraradicali nei paesi più sviluppati e più ricchi del pianeta. In Italia il partito di Giorgia Meloni guida da tre anni la coalizione di governo; ha sepolto il vecchio populismo di maniera, ha archiviato i progetti sociali tagliando i fondi all’assistenza, può ormai contare sull’appoggio convinto delle imprese, non solo nel settore delle telecomunicazioni e della finanza, ma anche della logistica, dell’informatica, della farmaceutica, delle armi. Il vento di destra soffia forte in tutta Europa, e non solo negli Usa di Trump o nell’Argentina di Milei; in Francia Macron frana e il Rassemblement National preme all’uscio deciso a prendere il comando. Sarebbe riduttivo rinchiudere i variopinti segmenti di questo aggregato, di recente entrato in scena con prepotenza, nel fascismo novecentesco o nel generale contenitore dell’autocrazia. Siamo di fronte, piuttosto, ad un cambio di passo. Si afferma una concezione sovranista dello stato, in alternativa contrapposta alla tradizionale democrazia rappresentativa dominante nel secolo scorso. Ritorna, in veste aggiornata, l’assolutismo sconfitto dalla rivoluzione del 1789; ma, a differenza di quello precedente, l’assolutismo necessario ai Signori di questo XXI secolo non prevede – non intende riconoscere – neppure il limite di Dio o della Natura. Le ideologie, le religioni e Gaia debbono piegarsi al profitto. Il traguardo della transizione, nel progetto capitalistico attuale, è quello di imporre alla moltitudine sottomessa dei paesi sviluppati un sistema dispotico in salsa occidentale.

Viene cancellata la tripartizione dei poteri

                                                La democrazia rappresentativa vive di consenso ottenuto con la mediazione, con la tutela legislativa dei diritti e con il welfare. Il fascismo novecentesco si reggeva sull’idea di ordine e sicurezza, mediante la dittatura, con la compressione dei diritti, senza tuttavia tralasciare l’assistenza sociale ad evitare sedizioni. Il dispotismo occidentale (come le altre forme del dispotismo contemporaneo) nega fondamento alla concezione dello Stato connessa all’esistenza di un contratto sociale. I sudditi tali sono; poiché si vuole mettere a valore l’intera esistenza, essi stessi diventano merce, e la merce non ha diritti, ha solo proprietari, venditori, acquirenti. Le radici di questa dottrina del potere possiamo ritrovarle nel celebre trattato di Jean Bodin (Les Six Livres de la Republique, 1, 1, 1576): per sovranità si intende quel potere assoluto e perpetuo che è proprio dello Stato. Bodin separa il droit, ovvero il concetto astratto di giusto, dalla lex, il comando imposto come atto di volontà del sovrano, prevalente anche sugli usi e sulle consuetudini. La lex può inibire ogni pre-esistente possibilità di accesso alle risorse, non è vero il contrario. Anche la concessione di un privilegio a singoli o collettività compete soltanto a chi detiene il potere; il sovrano è arbitro anche del diritto, è giudice di ultima istanza in ogni controversia, magistrato supremo, libero da ogni limitazione codificata. Scrive Bodin: il Principe giura a se stesso di custodire le leggi, ma non è legato a queste, è un giuramento a se stesso. La magistratura, lungi dal godere di autonomia, è quella disegnata nel sistema imperiale romano, la gerarchia opera all’interno della corporazione, ma anche l’apice dei giudicanti deve obbedire al sovrano assoluto. Siamo di fronte a un pragmatismo politico spinto fino alla spregiudicatezza (cfr. Anna Di Bello in Storia e Politica, XVI, n. 2, pag. 346). Il dispotismo occidentale, come quello neosocialista cinese o teocratico iraniano, si nutre, rielaborandolo, dei principi elaborati dalla tradizione giuridica imperiale romana: quod principi placuit legis habet vigorem (Digesta, I, 4, 1), la fonte del potere è la persona che lo incarna, cui il popolo ha ceduto lo scettro, senza condizioni limitative.

                                                       Il programma politico dei nuovi capitalisti, da attuare per mezzo dell’ultradestra e/o degli apparati burocratici-amministrativi-militari, prevede prima l’erosione e poi, in rapido progredire, l’eliminazione della tripartizione dei poteri. La funzione legislativa parlamentare e quella giudiziaria dei magistrati debbono essere gerarchicamente ricondotte al solo potere esecutivo, al governo, al signore, al sovrano assoluto, quale che sia la denominazione formale attribuitagli. Ne abbiamo continuamente la prova. Nel pieno del processo intentato a Netanyahu in Israele l’americano Donald Trump interviene alla Knesset e invita il presidente Herzog a chiudere la vicenda giudiziaria, con un provvedimento di grazia, calpestando l’autonomia  dei magistrati. Tutti hanno trovato la cosa normale, alcuni perfino umoristica. In Italia in barba alla Corte Penale Internazionale il governo, invece di arrestare Almasri eseguendo il mandato vincolante, gli ha pagato il volo di rimpatrio; a seguire le Camere hanno negato l’apertura del processo intentato nei confronti di chi aveva preso questa decisione, con insulti e accuse ai togati del Tribunale che avevano osato avanzare la richiesta. Lo ha detto con chiarezza Giorgia Meloni, celebrando il funerale della tripartizione dei poteri, a fronte delle ripetute sentenze (anche europee) in tema di illegittimità della deportazione dei migranti in Albania: noi andiamo avanti lo stesso, se i giudici insistono nel voler giudicare gli atti di governo si presentino alle elezioni!

Il dispotismo occidentale non si regge sul consenso ma sulla paura e sul terrore, dunque ha bisogno della guerra   

                                    Il passaggio da un sistema fondato sulla separazione dei tre poteri a quello sovranista in cui domina la funzione esecutiva è un punto irrinunciabile per il contemporaneo assetto capitalistico, perché necessario ad assicurare, forzando i meccanismi di connessione alla rete, l’inserimento dell’intera esistenza nel ciclo di valorizzazione. Durante la pandemia, a prescindere da ogni effettivo bisogno di misure sanitarie, molti governi hanno colto l’occasione per consegnare la funzione legislativa nelle mani dell’esecutivo, introducendo la forma del decreto come modalità ordinaria; venuta meno l’emergenza questo procedimento è rimasto in uso come metodo ordinario. Sempre invocando pretese urgenze -del tutto generiche e immotivate, ma  presentate come improrogabili- il potere esecutivo si è servito della forma-decreto per disinnescare, mutando continuamente il quadro legislativo, le decisioni sgradite della magistratura. Lo abbiamo potuto constatare nelle vicende sindacali di Alitalia, in quelle social-ambientali di Ilva, nella gestione repressiva del fenomeno migratorio, dell’ordine pubblico, dell’imposizione fiscale, della politica estera, degli armamenti. Il peso delle rappresentanze parlamentari e delle istituzioni giudiziarie viene eroso da un attacco incessante dell’esecutivo, istigato dalla muta emergente formatasi dentro l’economia finanziarizzata.

                                                 Il dispotismo sovranista mira alla sottomissione, non al consenso. Esige obbedienza incondizionata, dunque non concede spazio alla trattativa, non tollera il dissenso perché rallenta il ciclo del profitto, rende meno operosa la connessione, riduce il processo di appropriazione della cooperazione sociale. Per garantire il controllo viene diffusa l’incertezza, viene coltivata l’ansia nel gran mare della precarietà diffusa; viene comunicata, professionalmente, la convinzione che l’unica interpretazione possibile delle norme sia quella indicata dal potere sovrano, che non esistano diritti irrevocabili, né soggettivi né collettivi. Ma l’incertezza non basta. Per far accettare la condizione servile occorre incutere paura, mostrare l’apparato statuale come il male minore, come rifugio che protegge dal peggio. A questo serve il terrore: a iniettare la sensazione di panico che rende incapaci di reagire ai soprusi del tiranno. Il dispotismo occidentale non esita a usare la pandemia, il terrorismo, la guerra per raggiungere lo scopo. Soprattutto la guerra, che non è più, come al tempo di Carl von Clausewitz, la prosecuzione della politica con altri mezzi, ma è divenuta una struttura indispensabile della politica, dell’economia e dello stato.  

La guerra come regola permanente

                                                 Nel 1999 Qiao Liang e Wang Xiangsui hanno elaborato il concetto di quella che in italiano porta il nome di guerra asimmetrica e in inglese di unrescricted warfare. Fino ad allora gli studi militari non avevano mai messo in discussione il principio secondo il quale ogni guerra doveva essere (almeno a detta di chi l’iniziava) giusta; l’eventuale   violazione del diritto umanitario veniva o negata o definita eccezione non voluta. Le quattro convenzioni di Ginevra (12 agosto 1949) sono state ratificate da ben 196 paesi, perfino Israele aveva aderito già il 6 luglio 1951. Le norme approvate prevedono la protezione dei soldati feriti, dei prigionieri di guerra, delle formazioni di resistenza nei territori occupati, riconducono a crimine contro l’umanità ogni atto di violenza contro la popolazione civile e contro i soccorritori della Croce Rossa o della Mezzaluna. Provocare epidemie o sabotare impianti idrici o affamare le città era dunque bollato (e sulla carta rimane tale anche oggi) un delitto.

                                                      Il quadro giuridico cominciò a scricchiolare già nell’ultimo quarto del secolo scorso; i tre protocolli aggiuntivi alle convenzioni (1977 e 2007) registrarono un certo numero di diserzioni all’atto della ratifica, così come la normativa contro la tortura (New York, 10 dicembre 1984), firmata dall’ Autorità Palestinese,  non da Israele. Ma il punto di svolta fu la c.d. Guerra del Golfo, culminata nell’Operation Desert Storm iniziata il 17 gennaio 1991, con uso di quel Tomahawk che oggi gli ucraini sollecitano a gran voce, per scagliarlo contro i russi. Fu il primo grande conflitto bellico nell’era del villaggio globale, in cui si verificò il tradimento generale delle regole, da parte di tutti. Saddam invase il Kuwait, le sue truppe presero ostaggi, uccisero prigionieri, rapinarono le abitazioni. La coalizione dei 35 paesi democratici bombardò le città, massacrò gli iracheni in fuga lungo l’Autostrada della morte. Fu annientato un convoglio meticcio lungo dieci chilometri, composto da mezzi militari, autombulanze, automobili private, soldati allo sbando, lavoratori immigrati. Nella strage di Mutla Ridge morirono migliaia di persone. Come ebbero a scrivere Qiao e Wang la rivoluzione tecnologica delle armi fu la chiave di volta di un intervento militare che abrogò sul campo il diritto umanitario.

                                              Dal 1991 la guerra, ogni guerra nel nostro pianeta, è sempre asimmetrica, pone l’utilizzo in concreto di ogni eccezione vietata come unica regola da impiegare nello scontro. Sono divenute archeologia giuridica le quattro convenzioni di Ginevra, insieme ai suoi tre protocolli, alle Corti Penali, al divieto di tortura, ai limiti di impiego delle armi atomiche, chimiche o non convenzionali. La deportazione dei popoli, i rastrellamenti, le stragi e il genocidio trovano i loro difensori istituzionali, a volte ipocritamente negazionisti, sempre più spesso disinvolti, fino alla esplicita rivendicazione. Il metodo ha preso piede. Nel 2015 l’Arabia Saudita, contro gli Houthy nello Yemen, ha effettuato sistematiche distruzioni di infrastrutture, causando un’epidemia di colera e migliaia di decessi. Nel 1995 le milizie di Mladic uccisero 8.000 bosgnacchi (musulmani di Bosnia) e la Cour International de Justice con sentenza n. 921 del 26 febbraio 2007 lo qualificò genocidio; nel 2025 rimane invece impunito Israele e sbeffeggiato l’ordine di arresto emesso contro Netanyahu, e chi, come la relatrice ONU Francesca Albanese, usa questo termine tecnico, a fronte di oltre 60.000 gazawi sterminati, viene colpito dalle sanzioni di Trump, senza possibilità di ricorso, additato anzi come esempio negativo.

                                          Fra le regole generali con cui Machiavelli chiude la sua Arte della guerra questa è di sicura attualità: Sapere nella guerra conoscere l’occasione e pigliarla giova più di ogni altra cosa. Gli stati nazionali, nel quadro multipolare che oggi caratterizza l’esercizio del dominio, hanno bisogno di rendere permanente il conflitto in ogni angolo della terra, per introdurre o per rafforzare il sovranismo dispotico. Dunque la massima del Machiavelli si traduce sul campo nella capacità di cogliere, di volta in volta, il pretesto adatto per aprire le ostilità, per trarne vantaggio, sia mettendo a valore i combattenti sia incrementando il profitto sia infine criminalizzando il dissenso. Chi si nutre di polemos per sopravvivere giudica ogni richiesta di pace o di accordo incompatibile con il giusto; sono riconosciute legittime solo le norme utili allo scontro e all’armamento. Lo stato di eccezione, nel tempo del sovranismo dispotico è una struttura ordinaria di governo, l’unica possibile e l’unica compatibile con il modo di produzione fondato sulla vita connessa. La giustizia si salda con la discordia, entrambe hanno due volti. Vive nuova vita il celebre frammento 22 di Eraclito: Polemos di tutte le cose è padre, di tutte le cose è re, gli uni rivela dei, gli altri umani, gli uni schiavi, gli altri liberi (trad. Angelo Tonelli, Milano, 1993). L’unica regola rimasta in vigore, nel tempo della guerra asimmetrica e del diritto umanitario con applicazione condizionata, è quella di non farla cessare mai.

Si vis pacem para bellum

                                     Con motivazioni più apparenti che vere, ma comunicate con efficacia, i sudditi vengono persuasi o minacciati, accettando lo stato di guerra permanente e tutti i pretesti utilizzati per giustificarlo. Il messaggio viene trasmesso poggiando sulla suggestione di una massima estratta, per la verità stravolgendola dal contesto, da un’opera di Vegezio, autore bizantino del IV secolo, quella secondo cui si vis pacem para bellum, ovvero che è necessario disporre di un buon arsenale e di un esercito potente come garanzia preventiva della propria sicurezza. Si tratta, a ben vedere, di un aggiornamento della teoria della deterrenza elaborata negli anni della guerra fredda, ora calata nell’assetto multipolare che caratterizza il villaggio globale dell’economia finanziarizzata. La deterrenza non mira più all’equilibrio delle forze e alla coesistenza pacifica, come avveniva secondo la teoria dei giochi; questa nuova deterrenza prevede la permanenza endemica di vari segmenti di battaglia, alimentati e diffusi a macchia di leopardo, alternando distruzioni e ricostruzioni, senza soluzione di continuità. La spesa militare viene incrementata erodendo quella per welfare, prevale sulla ricerca civile, divora le risorse della cooperazione sociale. Lo aveva intuito Guy Debord, aggiornando von Clausewitz: i giochi di guerra sono la continuazione della politica con altri mezzi.

L’armamento è una produzione per sua natura segreta, sia nella tecnica sia nell’impiego; dunque si sottrae al controllo parlamentare e giudiziario, rimane competenza esclusiva dell’esecutivo che non deve renderne conto a nessuno. Al tempo stesso le imprese del settore militare (anche quelle riconducibili a un singolo stato nazionale) operano in ragione di un interesse privato, del profitto a breve termine, sempre più sganciandosi dalle esigenze delle comunità territoriali. La gestione sovranista del pubblico e del privato, in ogni singola entità nazionale, tende a rimuovere gli ostacoli posti o dalla legislazione vigente o dai comportamenti dissenzienti. Di conseguenza mira per un verso alla delegificazione dell’ordinamento e per altro verso alla criminalizzazione delle opposizioni. Dopo aver cancellato, per fatti concludenti e sul campo, l’intero corpo normativo del diritto umanitario, l’attuazione del programma colpisce ora i singoli paesi, all’ombra delle esigenze difensive contro il nemico di turno. I satelliti che si vanno ammassando nello spazio, pubblici e privati, sono strumento bellico di fondamentale importanza; al tempo stesso controllano la comunicazione, quella del consenso e quella del dissenso. Sono investimento militare e infrastruttura necessaria all’economia, elementi inseparabili, ad uso esclusivo di chi li detiene, l’insieme dei sovrani. Il popolo dei connessi riceve bombe e notizie false che consolidano servitù vere.

La guerra senza regole  

                                       Anche i trattati stipulati per proibire l’uso di armi chimiche (CWC) e nucleari (TNP) sono apertamente disattesi, nessuno è in grado di rendere effettivo il divieto. Le sanzioni sono applicate dal più forte contro il più debole secondo convenienze, alleanze, interesse tattico o strategico. Gli Stati Uniti proteggono l’atomica israeliana e distruggono i laboratori iraniani per rallentare il programma nucleare di quel paese; al tempo stesso la Cina chiude un occhio sugli ordigni allestiti in Corea del Nord. Tutti negano di utilizzare armi chimiche e uranio (arricchito o impoverito), senza rinunziare a produrle e ad usarle. Il terrorismo, le torture, i colpi di stato, gli omicidi mirati, le sanzioni, gli interventi di milizie mercenarie rientrano, per fatto notorio, nell’azione quotidiana dei servizi segreti. Le epidemie, le carestie, il genocidio perpetrato in più regioni del pianeta non sono più un incidente non pianificato, un evento dovuto alla situazione sfuggita di mano; rientrano a pieno titolo nella programmazione dei conflitti, sono scelte di stato. Ovunque, non solo a Gaza.

                                                         In Sudan i combattimenti proseguono feroci, dal 15 aprile 2023,  fra Forze Armate del Consiglio Sovrano e RFS; i morti, difficili da conteggiare, sono oltre 100.000, i profughi, sistematicamente depredati, superano i 10 milioni su una popolazione di 45 milioni, i soldati delle due parti sono almeno trecentomila. La carestia viene deliberatamente provocata per ottenere il controllo di zone contese, il saccheggio delle risorse (oro e petrolio) consente di acquistare la strumentazione necessaria a condurre il conflitto, che costituisce comunque un buon affare per i sostenitori delle due fazioni in lotta. Intanto, con in mano il premio Nobel per la pace appena ricevuto e il sostegno israeliano, Maria Corina Machado invoca il progetto patriottico della Carta di Madrid e si prepara alla conquista armata del Venezuela, al seguito dell’esercito nordamericano. Non ha bisogno di elezioni, è sufficiente un colpo di stato.

                                             L’attacco informatico alle strutture e il sabotaggio delle fonti energetiche, o rivendicati o anonimi o attribuiti a terzi, sono ormai una costante della guerra asimmetrica. Stuxnet è un virus, prodotto di una collaborazione scientifica fra Israele e Stati Uniti, che colpisce i PLC (le componenti hardware programmabili via software) indispensabili per l’automazione degli impianti. I due paesi, impiegando due unità speciali sotto copertura, hanno infettato il sistema del sito nucleare iraniano di Natanz, nel 2009; l’operazione prese il nome in codice Olympic Games e causò il blocco di circa 1000 centrifughe su 5000 complessive, con danni di enorme rilievo per l’intero programma di produzione dell’uranio arricchito. In quello stesso periodo (in particolare nel biennio 2010-2012) almeno cinque scienziati iraniani furono assassinati. Pur se pianificate da entità statali queste azioni dovevano rimanere segrete, ma una fuga di notizie consentì di accertare la verità. Peraltro, come succede ad ogni apprendista stregone, il virus Stuxnet è sfuggito di mano ai suoi stessi inventori. Un tecnico bielorusso, tale Sergey Ulasen, allertato da un cliente iraniano, riuscì ad individuare Stuxnet aprendo la via alla ricerca; successive elaborazioni lo hanno reso più efficace, volendo è reperibile nel mercato nero ed è un’arma disponibile per l’intera marea di belligeranti. Del resto anche la dinamite fu inventata nel 1867 da Alfred Nobel, il filantropo che istituì il premio per la pace con i ricavi dell’esplosivo.

                                     Il conflitto armato ha distrutto le regole, continua a diffondersi in tutto il pianeta, senza esclusione di colpi, consolidandosi come cardine dell’ordinamento politico ed economico. Anche il genocidio, come lascia intendere il Montecuccoli nella citazione d’esordio, non si sottrae e viene nascosto sotto il mantello della giustizia. La guerra asimmetrica produce il sovranismo dispotico, nelle diverse sedimentazioni acquisite dai singoli stati nazionali. Il nazionalismo ribelle del Quarantotto voleva coniugare industria e libertà, insorgendo contro i sovrani assoluti; il Manzoni (Marzo 1821) legava l’essere fratelli su libero suol alla patria una d’arme di lingua d’altare di memorie di sangue e di cor. Il nazionalismo sovranista contemporaneo rinnega quell’esperienza perché  la stravolge. Contrasta proprio il doppio principio indissolubile che la contrassegnava: ogni gente sia libera e pèra della spada l’iniqua ragion. L’unica ragione invocata dal nazionalismo sovranista è invece la forza. Dietro i retorici proclami di autonomia si annidano colonialismo, xenofobia, prepotenza, ostilità, guerra. Dietro la restaurazione piena della corsa al profitto, inteso come ordine costituito, si cela l’alternativa alla lotta di emancipazione collettiva; alla moltitudine viene assegnata la sua parte, servire e tacer.  Il sovranismo, dispotico e bellicoso, comunque lo si chiami, è l’unica forma di governo compatibile, qui e ora, con il sistema capitalistico finanziarizzato delle piattaforme. Questa forma istituzionale, a sua volta, non può che risolversi in assolutismo. Questo è l’apparato giuridico che si sta imponendo nel pianeta. Il problema è come impedirlo. Non è tempo di divisione. Il potere criminalizza il dissenso, gli va opposta l’unità di tutti noi criminali.

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