Gianni Giovannelli

Scene di basso impero

di Gianni Giovannelli

La stragrande maggioranza degli uomini
di potere si fa facilmente e regolarmente
trascinare dalla stupidità a ripetere i crimini
dei predecessori e torna a commettere
con tutta disinvoltura gli stessi errori del passato

Procopio di Cesarea (Anekdota, Carte segrete, trad. L.R. Cresci Sacchini)

La figura di Donald Trump, sempre in bilico fra il tragico e il grottesco, deve essere collocata in questo particolare periodo storico di transizione, in cui l’incarnazione fisica del potere non può essere quella del princeps (il primo fra i pari) ma deve invece essere il dominus et deus (la fonte unica del diritto vigente). A modo suo il presidente degli Stati Uniti è in sintonia coerente con il suo tempo quando diffonde l’immagine di se stesso nelle vesti di un Papa o di un Dio capace di benedire o flagellare, a sua discrezione, mediante un semplice movimento della mano alzata per imporre il proprio volere all’intera umanità: chi non si piega deve essere distrutto.

Precedenti storici di riferimento

Ammiano Marcellino, storico geniale e soldato combattente, ha tratteggiato per i posteri, con gli occhi e la sensibilità di un contemporaneo, l’imperatore Valentiniano I (321-375 d.C.) e l’uso politico della crudeltà nell’esercizio del governo. Teneva in gabbia, nel palazzo in cui abitava, due orse, Mica Aurea e Innocentia, e si soffermava con attenzione a guardarle mentre sbranavano i corpi di chi era incorso nell’ira spietata del sovrano assoluto. Poteva essere, a titolo di esempio (come ci racconta nelle sue res gestae) un giovane paggio che aveva lasciato troppo presto libero un cane da caccia o un governatore che aveva chiesto di cambiare sede o un fabbro che aveva consegnato una corazza di peso inferiore a quello pattuito. La rivendicazione orgogliosa degli omicidi efferati e la gioia arrogante nell’annunciare morti violente del nemico connettono Trump, Ben Gvir, Rubio, Netanyahu al proprietario delle orse romane; il supplizio inflitto -senza bisogno di inutili verdetti o di spiegazioni ragionevoli- a chi si oppone alle pretese del dio padrone deve essere inteso come inevitabile conseguenza di una mancata resa, come strumento di potere, come verifica dell’obbedienza e come minaccia aperta a chi non è pronto ad approvare senza condizioni.

Come Ammiano ci aveva descritto l’inizio dell’epoca conosciuta come basso impero un altro storico straordinario, Procopio di Cesarea, ha provveduto a fornirci la chiave di lettura del suo epilogo, con Giustiniano (482-565) e Teodora (500-548). Convenzionalmente la morte di Giustiniano, al termine del suo ventennio (527-548), viene utilizzata per segnare la fine del diritto romano. Procopio non era solo contemporaneo dell’imperatore; fu a lungo il suo comunicatore ufficiale, la voce del regime. Solo nel 1623 vennero alla luce le sue carte segrete, anekdota, celate nella biblioteca vaticana e pubblicate in modo avventuroso. E ci volle un filologo italiano, Domenico Comparetti, per provare al mondo, nel 1928, che quello era un testo originale. Procopio lasciò al mondo la confessione che aveva sempre mentito, per timore di rappresaglia fisica: non sarei sfuggito alla rete di spie e una volta scoperto mi sarebbe toccata una fine atroce, non mi era consentito fidarmi nemmeno dei parenti più intimi. Scrisse alla fine la verità, su Giustiniano e Teodora, fece una trascrizione completa di quanto si era verificato in ogni parte dell’impero.  Ne esce il quadro di un despota privo di controllo e di autocontrollo, di governo libero da qualsiasi limite, di potere per il potere: corruzione, violenza, perversione sessuale, nepotismo, repressione sociale sanguinaria, guerra, magia nera, complotti, processi sommari.  C’era una sorta di gerarchia della mazzetta, su ogni cosa erano previste percentuali delle celesti (per indicare che piovevano dal cielo), e per chi non si adeguava era pronto il capestro. Soprattutto ci spiega, Procopio, come anche la perversione fosse, insieme alla guerra e al saccheggio delle risorse, uno strumento del dominio.

Il clima da basso impero secondo l’intelligenza artificiale

Abbiamo chiesto alla rete -che usa nelle risposte standard l’intelligenza artificiale- che cosa si debba intendere per clima da basso impero. La risposta è interessante, la cito testualmente nel suo conciso insieme. Ci dice che le 3 caratteristiche di un tal clima sono la decadenza politica (intesa come atmosfera di stanchezza, paralisi amministrativa e politica, intrighi), la corruzione (ovvero scandali, festini, foto compromettenti, gestione scandalosa delle cariche), l’insicurezza e rabbia sociale (percezione della crisi imminente, periferie impoverite, paura del diverso), il tutto quale metafora storica da ricondurre al periodo compreso fra il III e il V secolo, per instabilità, guerre, invasioni, disagio sociale e declino economico delle componenti sociali. Secondo il suggerimento fornito dalla rete in una simile situazione le istituzioni sono sentite come moralmente corrotte, prossime alla fine, paragonate a quelle della Roma in declino per sottolineare la gravità del momento. Possiamo dunque ritenere, utilizzando queste rielaborazioni dei dati ad opera di chi siede nella cabina di comando, che governanti e governati abbiano piena consapevolezza che la transizione attuale sia gestita senza regole (un combattimento asimmetrico fra le classi o, se si preferisce, fra i segmenti sociali), utilizzando la ferocia e la guerra per incutere timore, depredando le risorse (ovvero allargando la forbice fra ricchi e poveri), affermando nei fatti una totale impunità per qualsiasi perversione dei soggetti dominanti e l’assenza di qualsiasi diritto in capo ai soggetti dominati, che devono acquisire la precarietà quale condizione naturale di un’esistenza divenuta merce funzionale al profitto. Anche la crudeltà e la ferocia diventano una potenza economica, rientrano nella politica o nella guerra, non sono semplice perversione. Questa è la scena predisposta per lo spettacolo in corso di rappresentazione. E ne abbiamo esempi continui davanti agli occhi, qui e ora, ogni giorno.

Israele e Flotilla

La marina militare israeliana ha abbordato una nave battente bandiera italiana in acque internazionali che rientrano nell’ambito territoriale dell’Unione Europea, al largo di Creta. Con le armi in pugno hanno privato della libertà 175 persone (poi sbarcate in Grecia, ove il governo ha ricevuto i pirati invece di arrestarli) e ne ha tenute due in ostaggio: un cittadino spagnolo (UE e NATO), Seif Abukeschak, e un cittadino brasiliano, Thiago Avila. Non solo hanno violato il diritto internazionale in modo clamoroso: è un vero atto di guerra contro Italia, Spagna, Grecia, Brasile, con la certezza dell’impunità totale e l’aperta rivendicazione del gesto da parte del governo israeliano. Non ci sono state reazioni, solo qualche protesta balbettata, per il resto un imbarazzato silenzio che suona come un incentivo a proseguire con gli stessi metodi anche nel prossimo futuro. La pressione popolare, non la complice diplomazia europea, ha imposto la liberazione dei prigionieri, preannunciata non dai ministri dei paesi aggrediti ma dal servizio (segreto, occulto) dell’aggressore (Shabak o Shin Bet che dir si voglia) per ulteriore dimostrazione di forza. Il grande affare della spesa militare e l’imposizione della guerra permanente come arma di governo prevalgono sul diritto: l’unica legge è la volontà del potere, debbono averlo chiaro tutti quanti. In galera ci rimane invece (per richiesta di Israele e sentenza della Corte d’Assise di Aquila, 5 anni e 6 mesi) il profugo palestinese Anan Yaneesh, ritenuto responsabile di associazione sovversiva per il suo sostegno alla resistenza nei territori illegalmente occupati. Non può ancora presentare appello perché la Corte non ha depositato le motivazioni nei termini di legge, non si sa quando lo farà e nessuno trova scandaloso il ritardo (anche la condanna è un fuor d’opera). I pirati della marina israeliana non sono perseguiti, i sostenitori della resistenza all’occupazione illegale stanno dentro.

La relatività del diritto: la grazia a Minetti e il caso Garlasco

Esiste un filo che lega la concessione della grazia a Nicole Minetti al clamore mediatico intorno alle indagini della procura di Pavia sull’uccisione di Chiara Poggi nel borgo lombardo di Garlasco. Questo filo è un messaggio, per nulla subliminale, che l’apparato di potere invia ai sudditi, in modo aperto, esplicito: non esistono certezze, non esiste un giudicato che non possa essere ribaltato, annullato, vanificato ove questa sia la volontà di chi comanda, perché chi comanda non è sottoposto ad alcuna regola.

Per farlo intendere, e per meglio logorare la fastidiosa autonomia del potere giudiziario e di quello legislativo, il potere esecutivo si serve della comunicazione (per la gran parte sotto stretto controllo congiunto del governo e delle piattaforme) e non esita a sfruttare le fisiologiche contraddizioni della magistratura (istituzione composta da esseri umani, ciascuno con una propria sensibilità).

Considerato il lungo tempo trascorso da quei fatti ricordiamo (almeno ai più giovani) che Nicole Minetti ha una doppia condanna sulle spalle: sfruttamento della prostituzione (sceglieva e arruolava le ragazze per le voglie di Berlusconi) e peculato (rubava i soldi pubblici quando era poi diventata deputata regionale, eletta nelle liste di Forza Italia, in cambio del suo silenzio). Fu Nicole Minetti, in qualità di deputata, a ritirare in affidamento, presso la Questura, la celebre Ruby Rubacuori (Karima El Marough, spacciata per nipote di Mubarak) e a ricondurla nell’harem. Poi si mise, anni dopo, insieme al giovane Cipriani (erede dell’Harris Bar), diventato un imprenditore molto ricco, con vaste proprietà nel mondo. Non ha mai scontato un minuto di carcere, e più avanti percepirà pure la pensione di deputata lombarda (non molto, ma neppure nulla, in tanti ci metterebbero la firma). Probabilmente a Punta dell’Este il Cipriani avrebbe fatto brutta figura con gli amici se la sua Nicole si fosse piegata a svolgere qualche ora di servizio sociale (non era comunque prevista la galera, essendo la pena sotto i 4 anni); avrebbero pensato che non aveva abbastanza soldi per far tacere la giustizia italiana e questo magari avrebbe avuto cattivi effetti sugli affari. Difficile comunque indovinare il movente; facile invece leggere il risultato. Con il parere favorevole del ministro e della procura, un po’ di nascosto (moonlighting direbbero gli americani), Mattarella ha concesso la grazia. Poi, sull’onda di una peraltro prevedibile indignazione popolare, è montato lo scandalo. Ma non è questo il punto. Il punto è che la coppia Cipriani-Minetti ci è riuscita, che così funziona da queste parti, che l’impunità non la decidono i giudici, che le sentenze, se così vuole il dominus et deus, sono inutili.

Il circo equestre messo in scena a Pavia sul delitto di Garlasco vede procura contro procura, magistrati inquirenti contro magistrati giudicanti. Viene travolta la credibilità del potere giudiziario, e di conseguenza subisce un duro colpo la sua autonomia. Poco importa se il signor Alberto Stasi sia innocente o colpevole; poco importa se il signor Andrea Sempio sia una vittima o un mostro. Quel che conta è affermare, con prepotenza, il prevalere dell’esecutivo, rendere chiaro a tutta la platea che non esistono certezze su cui contare quando per qualsiasi ragione il governo non vuole accettare un verdetto. Per far passare il messaggio si violano le stesse leggi approvate per far tacere il dissenso (le norme che vietano la pubblicazione di atti processuali: abbondano invece virgolettati impuniti), si ventilano processi nei confronti della procuratrice che aveva ottenuto la condanna (la dottoressa Barbaini, da tempo in pensione), si moltiplicano le inchieste, si maltratta il dolore delle famiglie. Una muta di avvoltoi svolazza in cerca di prede. Non interessa la verità; quel che vale è portare ansia, crisi, incertezza. Poi vada come vada, il tempo passa, la gente dimentica, la memoria è corta.

L’attacco allo stato sociale.

L’insicurezza e la rabbia vengono sapientemente coltivate in funzione di controllo repressivo del dissenso in un tempo di transizione che prevede la sistematica demolizione del welfare, la privatizzazione della cura e della salute, l’esproprio della cooperazione sociale, in ogni suo passaggio e in ogni suo strumento (anche lo spazio, l’acqua, l’aria, le risorse naturali). La legislazione d’emergenza (la forma decreto) ha consentito all’esecutivo di marginalizzare il ruolo tradizionale del legislativo sottraendo spazio, a mezzo di interventi improvvisi spesso contraddittori, al giudiziario, le cui decisioni vengono così contrastate o vanificate (a volte perfino ignorate). Non è un problema solo italiano. Negli USA il presidente Trump, sulla spinosa questione dei dazi, non ha esitato ad attaccare pesantemente la stessa Suprema Corte, in gran parte nominata proprio da lui e accusata di tradimento (crimine tipico del basso impero); in Israele Netanyahu ha scagliato il ministro di giustizia Levin contro il presidente della Corte Suprema Yitzhak Amit, boicottando la sua nomina perché ritenuto troppo tenero nei confronti dei diritti della minoranza araba e di Adalah che l’assiste nei giudizi.

Utilizzando la legislazione d’emergenza (divenuta ormai ordinaria) il governo Meloni ha, di recente, introdotto (in luogo del salario minimo) il salario giusto con il preciso intento di limitare la portata delle sentenze emesse dalla Sezione Lavoro della Corte di Cassazione che, in applicazione dell’art. 36 della Costituzione (precettivo:  dunque non ha bisogno di ulteriore supporto legislativo) ha dichiarato l’illegittimità di quei contratti collettivi che non garantiscono il c.d. minimo vitale (una somma tale da consentire di vivere una vita libera e dignitosa). L’esecutivo ha corretto il tiro: il salario giusto è quello spuntato da CGIL-CISL-UIL (magari anche da CISAL e UGL), che poi ci si campi bene è del tutto secondario. Per chi protesta ci sono i decreti sulla sicurezza, con severe sanzioni a carico degli occupanti di casa, degli esasperati nei punti di pronto soccorso, dei detenuti ammassati, dei migranti rinchiusi nei CPR, delle manifestazioni contro il genocidio o contro lo sgombero sistematico dei centri sociali. E assistiamo a risvolti quasi grotteschi: viene approvata una norma palesemente nulla (perché anticostituzionale) che assegna un obolo agli avvocati capaci di convincere il migrante a rimpatriare, ma non a quelli che invece assistono i refrattari. Mattarella la firma lo stesso, ma contemporaneamente firma un altro decreto, pure lui urgente, che lo lima e lo taglia, vanificandolo.

Sono pezzi del mosaico. Ma il mosaico presenta una sua drammatica unità, è un disegno funzionale a un preciso progetto di dominio, che va smascherato e combattuto nella sua interezza. Si spostano le risorse dalla sanità (si riducono le strutture, si alzano le liste d’attesa), dal piano casa (le case pubbliche svendute ai privati), dalla scuola (massiccio taglio di spesa per strutture e personale), dalla ricerca (abbiamo ormai una legione di ricercatori precari sottopagati senza fondi per la ricerca, molti vanno all’estero) verso la guerra, le grandi opere (TAV e Ponte sullo stretto), le banche, i petrolieri. La rabbia sociale monta, ovviamente, di fronte alla crisi del welfare tradizionale, alla contestuale riduzione dei salari e all’allargamento della forbice ricchi-poveri (sparisce il ceto medio, si allarga la fascia dell’indigenza). Interi territori periferici delle metropoli si vanno trasformando in ghetti sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno. Questa rabbia sociale viene tuttavia diretta verso il diverso perché in questa età dell’ansia ogni diversità mette paura e diventa il bersaglio-colpevole di ogni guaio quotidiano; è certamente una frode far credere ai disperati che l’aggressione al diverso possa essere la soluzione, ma chi è senza speranza si aggrappa, in mancanza di alternative, a qualunque cosa. Specie se non ve ne sono altre più credibili. Per questo il potere, non solo per generica propensione al delitto o per cinismo, ma anche per lucido calcolo, vuol recidere ogni alternativa, far sentire il proprio tallone d’acciaio sul collo dei sudditi, imporre la propria volontà a prescindere dalle ragioni e dal diritto. Vale per Trump e per Netanyahu, per Macron e per Meloni, per Musk e per Arnault: c’è del metodo in tanta follia dei tiranni.

E dunque?

Accanto al senso di impotenza, ai momenti di rassegnazione, alla constatazione che il potere esercita la sua forza deciso a travolgere ogni ostacolo la percezione generale di un clima caratteristico del basso impero apre la via alla possibilità di accelerare il processo di decomposizione delle attuali istituzioni in un senso diverso da quello programmato nell’attuale cabina di comando. La via tracciata all’interno del capitalismo delle piattaforme porta ad una sorta di neo-assolutismo, in una cornice di guerre permanenti e di razzia ininterrotta della cooperazione sociale. Ma cresce al tempo stesso un desiderio di pace incompatibile con l’attuale governance e sempre più consapevolmente ribelle; la neutralità non va lasciata gestire dalle formazioni reazionarie e nazionaliste (alla Vannacci), va rivendicata come patrimonio storico della democrazia popolare, dell’internazionalismo ribelle e ugualitario. E insieme al desiderio di pace cresce anche un sentimento di cooperazione che ci renda, anche disponendo di un reddito sufficiente, autonomi dalle tradizionali istituzioni dello stato, con una difesa puntuale della salute, dell’ambiente, della cultura intesa in senso ampio: questa è la sicurezza per cui vale la pena di battersi, nella metropoli e nella campagna. Le recenti manifestazioni contro la guerra sono un primo segnale che la partita potrebbe riaprirsi; per questo il potere ha reagito con violenza e utilizza la crudeltà feroce a scopo dissuasivo. Stiamo all’erta, forse un volgo disperso repente si desta: ovvero si ricomincia!

L’articolo è stato pubblicato su  Effimera il 12 maggio 2026

Foto dei mosaici di Giustiniano e Teodora – Basilica di San Vitale a Ravenna

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Note al rapporto Censis 2025

Di Gianni Giovannelli


I sat upon the shore
Fisching, with the arid plain behind me
Shall I at least set my lands in order?

(Sedetti sulla riva
Pescando, con l’arida pianura alle spalle:
Riuscirò infine a mettere ordine nella mia terra?)

Thomas Stearns Eliot
(The Waste Land, 423-425)

Già da qualche anno la redazione, preparazione e pubblicazione del “Rapporto sulla situazione sociale del Paese” pubblicato dal CENSIS è affidata a Massimiliano Valerii, non ancora cinquantenne, formatosi (non in economia o sociologia ma) in ambito filosofico tradizionale, il che lascia traccia visibile anche nell’architettura del corposo volume (468 pagine): insieme alle numerose (necessarie, preziose) tabelle statistiche troviamo infatti considerazioni per nulla scontate, certamente discutibili, tuttavia meditate, propositive nell’intento, qualche volta perfino (garbatamente, prudentemente) polemiche. Del resto, fin dalla sua costituzione, il CENSIS si è sempre proposto l’ambizioso obiettivo di fondere i dati con gli umori per poter cogliere traiettorie potenziali e così tentare di intravedere il prossimo futuro. Gli analisti finanziari ci hanno da tempo insegnato come il sentiment (a modo suo un condensato di umori) sia un elemento non secondario da considerare nella preparazione dei progetti speculativi; nella odierna società della comunicazione e dello spettacolo acquistano spazio crescente le c.d. Fake News, ovvero la diffusione del falso con il deliberato intento di provocare, per un preciso interesse, fatti veri. Anche interagendo con i dati oggettivi reali per modificare il quadro complessivo e/o rovesciare una previsione attendibile, come tale attesa. A ben vedere il commercio fiorente delle Fake News (ormai una merce offerta nel gran bazar di un pianeta in cui nazionalismo e globalizzazione hanno imparato a convivere) si salda e si nutre dell’incertezza generalizzata e della condizione precaria imposta con la violenza durante l’attuale fase di sussunzione reale.

Il rapporto 2025 è diviso in quattro parti: la prima, breve, è dedicata alle considerazioni generali. Le altre tre, articolate in capitoli, esaminano la società italiana di oggi (composizione, debito, percezioni), settori e soggetti del sociale (istruzione, lavoro, welfare, territorio, reddito), mezzi e processi (comunicazione, sicurezza, migrazione, cittadinanza). L’esito della ricerca e dell’elaborazione statistica viene versato nelle numerose tabelle riassuntive che costituiscono uno strumento oggettivo anche alla parte non omologata del paese, alla componente critica, disobbediente, ribelle.

In questa sezione del  commento tratterò le prime due parti; successivamente, nella sezione successiva, le due rimanenti. La divisione si rende necessaria per comodità di stesura e di esposizione.

Considerazioni generali (prima parte)

Il continuo faccia a faccia con l’inatteso ha lasciato il segno: se per un verso (positivo) i ceti popolari hanno dimostrato una capacità di resilienza e resistenza, per altro verso (negativo) non sono riusciti a spezzare la trappola del declino di ogni desiderio di futuro (pag. XI). L’indagine sottolinea come sia tornata al centro dell’attenzione la parola pace; una percentuale altissima (80,6%) è ormai convinta che le scelte dei grandi leaders del mondo siano prive di una logica razionale (tabella 1, pagina 4). E’ un dato che non stupisce, ma che dovrebbe far riflettere il movimento di opposizione su quali obiettivi siano davvero capaci di mobilitare la protesta. La mobilitazione per la pace attrae, ricompone, unifica; pace e solidarietà, in questa età del fuoco che privilegia il conflitto e la sopraffazione, hanno un contenuto oggettivamente eversivo. Il dominio della forza viene colto dal sentiment collettivo nel crescente vento di guerra, nei dazi, nell’impoverimento del ceto medio, nella inarrestabile crisi (non solo) delle istituzioni pubbliche (ma anche) delle complessive strutture associative tradizionalmente fondate sulla solidarietà e parità dei diritti. La lettura dei dati evidenzia una tendenza a sottrarsi, a chiudersi, a uno stare nel mezzo valutato come pregio e al tempo stesso difetto (pagina XV), sfuggendo per cautela e per timore alle grandi sfide della transizione (intelligenza artificiale, cambiamento climatico) e modellando, con circospetta lentezza, gli argini, senza più miti ideologici o fiducia nelle alleanze fra segmenti di popolazione. Quella che viene definita la laguna della cetomedizzazione (pag. XXV) non ha prodotto una nuova classe sociale, ha piuttosto trasformato quella esistente: risparmia ma non rinunzia a consumare, alterna la soluzione economy a qualche puntata nel lusso, frequenta il mercato di seconda mano, in una parola tenta di resistere. Accanto alla necessità primaria di continuare ad accedere a ciò che rimane del welfare o del servizio sanitario occupa una posizione importante la convinzione che la sana dieta mediterranea sia un pilastro dell’esistenza, che vi sia un vero e proprio diritto al cibo locale, che va garantito e difeso dal cibo omologante universale (e qui emergono simpatie per le piccole imprese agricole e attriti verso l’invadenza liberista dell’Unione Europea). La mancanza da troppi anni di una politica e di una seria linea di attacco alla povertà (rilevata a pag. XXII) insieme al sostanziale congelamento dei salari si pone alla radice della sfiducia nelle istituzioni statali e del diffuso accrescersi del risentimento; l’invocazione della pace e il rifiuto della forza-violenza sono, insieme, un disperato grido di aiuto e un programma minimo di rivendicazione che prescinde da qualsiasi massimalismo (armato o disarmato). Non per caso la tabella 12 (pagina 25) l’unica figura pubblica che ottiene la maggioranza di consenso fiduciario (60,7%) è Leone XIV, superando di molto sia il progressista Sanchez (44,9%) sia il liberista tedesco Merz (33,5%). La fiducia nell’Unione Europea si colloca invece al minimo storico: per il 61,9% il suo ruolo in scena globale è di scarsa o nessuna rilevanza; in compenso il 66% degli italiani, a differenza di Ursula von der Leyen, ritiene che ove il riarmo comportasse un taglio della spesa sociale sia meglio non farlo proprio. I dati del rapporto fotografano il divario che si è creato fra la cabina europea di comando e la volontà dei sudditi.

L’età selvaggia (seconda parte articolata in capitoli)

La seconda parte affronta le spinose questioni della composizione sociale e della transizione, presentando un quadro che certamente non induce all’ottimismo. Accanto all’economia, intesa in senso tradizionale, si afferma la centralità della guerra, della violenza di stato; l’incertezza e la paura vengono sapientemente coltivate in ogni segmento delle comunità e utilizzate per insediare la nuova forma di esercizio del potere, percepita come assoluta e comunque inevitabile. Gli Stati Uniti non sono più un punto di riferimento (inteso come stile di vita e di consumo) per il 73,7% della popolazione complessiva e per 84,4% degli anziani (ma il 60,9% dei più giovani, va annotato anche questo). Nell’età selvaggia prevale l’idea che la forza l’aggressività siano gli elementi determinanti; per giunta le decisioni dei grandi leaders del mondo appaiono per 80,6% degli italiani prive di una logica razionale (tabella 1, pagina 4). Per conseguenza una porzione (non maggioritaria ma) inquietante, il 38,7%, è ormai convinta che la democrazia non sia più adeguata in un mondo che prescinde dal diritto, e il 29,7% che il più adatto sia invece il regime c.d. autocratico, ovvero tirannico, dispotico, assolutista (tabella 2, pagina 6). I dati statistici segnalano che il rapporto fra debito pubblico e PIL procede verso una sorta di identità nei paesi sviluppati in cui aumentano le spese militari e diminuiscono quelle destinate al welfare: nel periodo 2001-2024 mentre in Italia sale da 108 a 134 negli USA balza da 53 a 122 così abbattendo gran parte della distanza (tabella 4, pagina 9). L’abbattimento del welfare procede senza trovare ostacoli, in un quadro di regressione demografica; fra il 2004 e il 2024 i titolari d’impresa sotto i 30 anni di età sono diminuiti del 46,2%, 132.000 in meno. Il pilastro economico italiano, la piccola impresa, la fabbrica diffusa ha subito duri colpi, per l’aumento dei costi energetici superiore a quello degli altri paesi (anche UE) e per il costo occulto degli adempimenti fiscali. E l’altro pilastro, il lavoro, registra nel 2024 una perdita del potere d’acquisto in termini reali di almeno 8,7% rispetto al 2007. La crescente delusione rispetto alla capacità delle istituzioni di garantire protezione trova riscontro nella tabella 11 (pagina 24): il 72,1% della popolazione italiana non ha più alcuna fiducia nei partiti politici e nel parlamento. E, nel clima di sconforto, pare che la tendenza sia quella di buttarsi sul cibo e sul sesso!

Dentro la spirale di deindustralizzazione solo la componente alimentare, nel 2024, ha aumentato la produzione, mentre la manifattura e perfino il trasporto sono stati in calo (solo 8 gruppi mostrano crescita: locomotive, aeromobili, navi, veicoli spaziali). Ma l’incremento maggiore (32, 3%, e non ci stupisce per nulla) lo troviamo nella fabbricazione di armi e munizioni.

Il lavoro, nella diversa cornice delineata, si è senilizzato; e di fronte all’aumento del c.d. carrello della spesa i consumi si sono ovviamente orientati verso il discount, diminuendo per qualità e quantità, ma non per volume monetario. Anche questa è una ragione di sfiducia e rancore.

Dentro la massa precaria, vulnerabile e privata di orizzonti certi, si colloca il 10,5% di occupati stranieri (2.514.000): il 29,4% non è fissa a tempo pieno, contro il 17,2% degli italiani. La forbice, oltre che significativa, è in aumento costante. Inoltre il 55,4% dei lavoratori stranieri è overqualified, possiede cioè un livello di istruzione più elevato rispetto all’attività svolta (per gli italiani la percentuale corrispondente è del 18,7%). Si va via via sgretolando il modello italiano di integrazione, al tempo stesso il processo di ghettizzazione e di marginalizzazione non viene arginato con le misure che sarebbero necessarie per contrastarlo. Si è radicata una profonda contraddizione, logica, sociale, politica: per un verso, per giunta in piena crisi demografica, non è neppure immaginabile un vivere quotidiano nelle metropoli o nei paesi, senza la presenza attiva del popolo già migrato o in arrivo migrante; per altro verso il 62,8% degli indigeni italiani vorrebbe limitare il flusso migratorio e il 54,1% percepisce lo straniero come un pericolo (tabelle 24 e 25, pagina 54). Eppure la denatalità è proseguita anche nel 2025: nei primi sette mesi dell’anno sono 197.956 i nuovi nati, circa 13.000 in meno rispetto allo stesso periodo del 2024. Ma negli anni della regressione demografica Milano (+ 1,9) e Bologna (+ 1,9), in controtendenza, sono cresciute (tabella 17). Un dato confortante, nella palude della crisi in cui trovano nutrimento l’assolutismo e la corsa all’armamento, viene dall’aumentata partecipazione alle manifestazioni di piazza (anche nelle piazze virtuali) senza delega politica. La “narcolessia senza indignazione” aveva preso piede negli anni trascorsi; le proteste contro il genocidio in corso nel territorio palestinese sembrano aver invertito il ciclo. Ne abbiamo avuto recente conferma con l’aumentata affluenza alle urne in occasione del voto referendario, che ha costituito eccezione rispetto al calo costante che aveva caratterizzato le elezioni politiche e amministrative. Anche in questo caso si registra la volontaria sottrazione alla delega politica. Le tabelle ci dicono che un giovane su cinque (20,9%) è sceso almeno una volta in piazza per manifestare dissenso o aderire a una qualche causa ritenuta giusta. Le punte d’interesse (fra i giovani compresi nella fascia 18-34) toccano il 94% per la tutela della sanità pubblica e l’87% per la pace. E anche questo ci pare un dato che debba far riflettere nella scelta degli obiettivi.

Seconda sezione delle note. L’innovazione diseguale (terza e quarta parte del rapporto)

Dal luogo dove si trovava Winston

si potevano leggere, stampati in eleganti caratteri

sulla sua bianca facciata, i tre slogans del partito:

La guerra è pace

La libertà è schiavitù

L’ignoranza è forza

George Orwell (Eric Arthr Blair) (1984, pag. 3)

Un dato che compare nella terza parte del rapporto (pure divisa in capitoli), viene qui inserito nella trattazione del sistema scolastico, ma per certi versi e da esso autonomo, e giunge inatteso: negli ultimi anni è calata la percentuale dei c.d. NEET, i giovani che, per fatti concludenti, si sottraggono sia allo studio sia al lavoro. La tabella 8  della terza parte (pagina 110) indica, nel periodo 2019-2024, una riduzione percentuale non piccola (da 23% a 16,2%) nella fascia dei 18/24 anni che trova riscontro anche in quella 25/29 (da 29,6% a 21,5%). Questa tendenza non la ritroviamo solo in Italia (ove il fenomeno rimane comunque più marcato), è invece comune all’area dell’Unione Europea, ma con l’eccezione della Germania, ove nella fascia 18/24 anni cresce non poco, da 7,7% a 9,4%, e soprattutto della Lituania ove l’incremento è da 11,4% a 18,7%. In generale il malessere in forma NEET o permane o si estende in alcuni paesi ex sovietici (Romania, Baltici)  e al nord del continente (in Finlandia e in Svezia);  diminuisce invece, a ritmo italiano, anche in Spagna e in Irlanda.

La riduzione del tasso di abbandono scolastico non ha frenato tuttavia il costante peggioramento della qualità dell’istruzione, percepita anche da chi la frequenta (fascia da 16 a 19 anni): se il 18,4% la ritiene adeguata al futuro che li aspetta e i più (53,3%) la considerano almeno sufficiente esiste ormai un segmento significativo (28,3%) di radicalmente insoddisfatti (e sale al 32,7% nella fascia di fine studi: 18-19). Condivisa largamente risulta, per migliorare l’istruzione, l’esigenza di utilizzare gli strumenti informatici e di apprendere i meccanismi di interfaccia utili a ottenere un contratto di lavoro salvaguardando i propri diritti: la scuola appare ancora piuttosto arretrata e burocraticamente appesantita in entrambi questi settori.

L’intelligenza artificiale

Il decreto ministeriale Valditara del 9 agosto scorso (n.166/2025) ha posto (in forma oscura e pasticciata) le linee guida per introduzione dell’intelligenza artificiale nella scuola pubblica; lo scopo evidente è quello di mantenere il controllo pieno dello strumento, innanzitutto filtrando la fornitura a monte (e questo già assicura assai), poi limitando l’autonomia del suo utilizzo concreto, sia nella parte riservata al corpo docente (assimilato a una funzione simile a quella del vigile urbano) sia in quella assegnata all’utente-studente (da tenere sotto tutela, in quanto soggetto fragile, onde evitare intrusioni ritenute potenzialmente nocive). La tabella 5 (pagina 106) ci mostra il punto di vista di chi vive sulla propria pelle l’istruzione di secondo grado: il 72% vuole imparare ad utilizzarla con propria esperienza autonoma (e questo va insegnato) e il 74,8% sa che si corre il rischio di perdere padronanza delle nozioni basilari così che il 71,7% ritiene necessario (tentare di) controllare sempre il contenuto di quanto generato dall’IA, per capire se sia o meno corretto. In generale il grosso (92,3%) la vede come un utile attrezzo ma rimane guardingo, sospettoso, preferisce verificare di persona e non delegare a Valditara (e neppure ai docenti). Un modo di porsi che ricorda il noto proverbio popolare russo: doveryay, no proveryay, ovvero fidati, ma controlla.

L’università

Nell’anno accademico 2024-25 le immatricolazioni sono cresciute del 5,3%, ma in misura disuguale: di più al centro-sud e assai meno al nord (specie nel nord ovest in cui sono perfino diminuite: -0,9%). Il costo della vita e soprattutto dell’alloggio sono una delle principali ragioni del calo, e anche della minore mobilità territoriale studentesca, dentro la crisi le famiglie faticano a far fronte al costo dell’istruzione universitaria. La forbice di attrattività del nord rispetto al centro-sud permane, ma si è ridotta; ma cresce la disuguaglianza nella scelta in ragione del reddito, le sedi più appetibili sono sempre più caratterizzate dalla condizione economica degli immatricolati. E questo vale, naturalmente, per la fascia proveniente (direttamente o per famiglia) dall’estero. I laureati sono il 16,8% (18,6% donne, 14,9% uomini); negli anni a venire si dovrà tener conto che nella scuola primaria il segmento immigrato è già oggi al 14,1% degli iscritti, che è in salita l’opzione per i corsi di laurea non statali (21,4%) rispetto a quelli statali (78,6%),  che nell’ultimo biennio (tabella 25, pagina 138) l’opzione verso l’università telematica è salita dal 12,6% al 15,1%. Nel trovare una effettiva occupazione e soprattutto nella qualità del contratto siglato gioca un ruolo importante il giudizio dell’apparato comunicativo legato alle cabine economiche di comando; la disuguaglianza nell’ammissione alla frequenza nelle sedi più prestigiose e costose si concreta dopo gli studi in una più marcata disuguaglianza per reddito, posizione professionale, potere. Sempre a danno della fascia più debole.

Il lavoro: quello visibile e quello invisibile

Il numero dei corpi umani utilizzati per lavorare era calato nel quinquennio successivo alla crisi finanziaria del 2008: da oltre 23 milioni a meno di 22 milioni, con ulteriore riduzione durante il COVID. Poi c’è stata una risalita e nel luglio 2024 gli occupati hanno per la prima volta superato la soglia dei 24 milioni. Ma l’anomalia italiana non è svanita: il lavoro si è senilizzato, le retribuzioni di chi è in attività si sono costantemente ridotte, la pianificazione familiare è diventata molto incerta. In buona sostanza c’è stato un cambio di passo: il più salario meno lavoro che guidava le rivendicazioni sindacali del secolo scorso pare soppiantato nei fatti dal programma più lavoro meno salario che caratterizza l’azione di governo nel terzo decennio del XXI secolo. Leggiamo a pagina 158: il lavoro si rivela oggi drammaticamente incapace di garantire benessere interiore e serenità psicologica. Non è il comitato centrale bolscevico a scriverlo e neppure la segreteria soggettiva di Potere Operaio: è invece il pensatoio più accreditato del palazzo, la Fondazione Censis, a rilevare come la percezione di benessere veda l’Italia fanalino di coda (38%, contro il 64% in Danimarca o il 55% della Spagna). L’incertezza precaria è tale che, nonostante il crollo di credibilità delle istituzioni, il 46,4% degli italiani vorrebbe un pubblico impiego (quanto meno come male minore). Il capitalismo delle piattaforme invade ogni campo: l’indagine rileva un utilizzo sempre più ampio del lavoro dei detenuti (poco pagato, naturalmente); il risparmio incide infine sulla sicurezza del lavoro, con incremento del 5% degli infortuni (592.882 di cui 1202 mortali, 10 morti ogni tre giorni, una strage). La resistenza economica delle famiglie italiane, in questo clima di timore ansioso permanente, poggia sul lavoro invisibile, collocato al di fuori del lavoro retribuito (pagine 164-170). Il 54,7% delle donne (e 17,6% degli uomini) dedica tempo-lavoro alle faccende domestiche, per almeno due ore al giorno nel 37,4% dei casi (tabelle 5 e 6); a questo si aggiunge una mole crescente e significativa del lavoro di cura in buona parte connesso all’autunno demografico (ma non solo). Il 4% ha lasciato il lavoro per dedicarsi alla cura (in Germania il 4,7%); chi opera come caregiver è soggetto a stress di notevole impatto sulla salute, con possibile trasferimento dalla posizione assistente a quella assistito/a aggravando il problema. Anche quello sanitario nel suo complesso.

Welfare e sanità

Malattie professionali, infortuni, tagli alla spesa pubblica e conseguenti ricadute su quella di ogni singola famiglia sono gli elementi che hanno contribuito a far esplodere il problema della salute: ormai esiste una vera e propria crisi del sistema sanitario, crisi indotta e provocata per accelerare la cancellazione del welfare e privatizzare il comparto della salute: (pagina 199) quel che sta accadendo è paradigmaticamente sintetizzato dall’evidente trasformazione dei luoghi sanità da santuari inviolabili a luoghi di paura.

Le lunghe liste d’attesa e le strutture intasate generano disagio e il malessere emerge con progressione geometrica, specie nelle aree territoriali e nei segmenti sociali in cui l’incertezza e la povertà si trovano a contatto con strutture fatiscenti, strumentazione difettosa, carenza di personale, non di rado anche corruzione nel dispensare il servizio. Le 659 postazioni di Pronto Soccorso del 2003 sono diventate 433 nel 2023, con ulteriore taglio nell’ultimo triennio; nello stesso periodo i posti letto sono diminuiti da 233.576 a 174.633. Lavoro di cura, genitori, nonni non sono in grado da soli, nonostante l’impegno davvero straordinario dei singoli soggetti, di fare argine all’alluvione in corso. Le oltre 21.000 aggressioni subite dal personale sanitario sono il segnale di incattivimento del clima; il governo Meloni non ha risposto con un rilancio massiccio della spesa sanitaria pubblica, come le circostanze richiederebbero, ma sottraendo ancora risorse per destinarle alle armi, alla guerra. L’unica misura adottata dall’esecutivo in materia sanitaria è quella di un decreto, ancora in via di conversione, che si propone di fermare il fiume in piena delle aggressioni fisiche al personale sanitario ad opera di poveri poco assistiti arrestando tutti quanti e relegandoli in carcere con condanne severissime e multe stratosferiche: 5 anni per lesioni semplici, 10 per quelle gravi, 16 per quelle gravissime. Considerando che ad oggi si contano 63.928 detenuti a fronte di 46.348 posti teoricamente disponibili (sovraffollamento notevole) non si comprende dove Giorgia Meloni pensi di sistemare i 21.000 aggressori annuali da condannare a pene comprese fra 2 e 5 anni di galera, anche solo per un ceffone in corsia d’ospedale!

Non è solo il welfare sanitario a sentire il peso della crisi; è venuta meno la fiducia nell’intero sistema di assistenza sociale e pubblica. Per il 49,8% dei genitori la condizione dei figli sarà peggiore, il 52,7% pensa che andare all’estero sia meglio, il 71,1% della popolazione pensa che non sia possibile una protezione capace di coprire i rischi dell’esistenza: la tabella 8 (pagina 222) evidenzia la percezione ansiosa del crollo del welfare, ormai solo il 22% ci conta ancora. Si affaccia nel nostro paese, per autodifesa o per limitazione del danno, specie fra i più anziani, una cultura della misura che si traduce in spese oculate, nel monitoraggio attento di entrata e uscita, nella persistenza dell’attività lavorativa; questo comportamento dei longevi par essere, secondo la statistica, l’ultima diga sociale sopravvissuta al disastro.

Territorio e reti

La presenza dei data center -intesi come infrastrutture in grado di elaborare informazioni di assai elevate dimensioni- nel territorio è un segnale che consente di leggere le traiettorie di una crescita connessa all’innovazione, dunque è un criterio frequentemente utilizzato per misurare il potenziale economico di un paese o di una sua porzione territoriale. Su circa 10.000 data center attivi nel mondo gli USA ne hanno 4.072, il Regno Unito 490, la Cina 379, l’India 267, il Giappone 223, l’Italia 208 (tabella 3, pagina 275). Il fenomeno dei data center (con una richiesta crescente di utilizzarli) è emerso con il boom dell’Intelligenza Artificiale; anche in Italia si registra una crescita esponenziale della domanda di connessione dei data center alla rete elettrica, da 30 Gigawatt nel 2024 a 50 nei primi sei mesi del 2025, mentre nel 2023 erano 6 (tabella 4). Lo sviluppo in Italia si presenta territorialmente disuguale: su 208 centri ben 73 sono localizzati a Milano, 21 a Roma, 11 a Torino, la prima provincia del sud è Bari con 6 unità. Si ha conferma del forte (crescente) divario nord-sud localizzando le richieste di connessione alla rete elettrica, viste dal lato della potenza: 86,6% al nord, il resto nel centro sud. Questo influisce ovviamente anche sulle dinamiche migratorie (interne ed estere), ma Milano nel 2024 ha registrato un deficit di oltre 10 mila residenti (“ufficiali”, ma il flusso reale sfugge alla catalogazione). La disuguaglianza caratterizza anche il consumo di suolo, in incremento ininterrotto dal 2006 a oggi (oltre 1290 kmq, 17 ettari al giorno nel 2023); Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna il suolo consumato cresce in modo più marcato (tabella 4, pagina 283). Non è solo questione quantitativa; per il 36,1% la trasformazione appare irreversibile (aeroporti, ferrovie, strade, edifici, discariche) e per il 40,7% invece (sia pure con difficoltà) recuperabile (cave, parcheggi, impianti a terra). Il consumo di suolo produce disastro ambientale, sommandosi alla crisi climatica: il rapporto del CENSIS si sofferma sul caso emblematico di Ravenna con una ricerca svolta per la Cassa della città. L’aumento della temperatura e delle precipitazioni  ha creato, di fatto, una sorta di normalità dell’eccezione: la tabella 1 (pagina 286) indica come in meno di una settimana si sia dissolto l’equivalente di un anno di crescita. E, ancora una volta, la distribuzione di rischi e danni appare tutt’altro che uniforme. La parte di popolazione più colpita invece di essere aiutata viene emarginata, deve sbrigarsela da sola; il capitale si sposta dove costa meno ricavare profitto, ci sono a macchia di leopardo zone più ricche e zone impoverite, con allargamento ulteriore della forbice della diseguaglianza. Dentro il processo di sussunzione generalizzata nella condizione precaria e di acquisizione potenziale dell’intera esistenza connessa di ciascuno viene iniettata la normalità della diseguaglianza, equiparando realtà e profitto. La celebre massima di Hegel viene snaturata: tutto ciò che è fruttuoso è razionale, tutto ciò che è razionale è fruttuoso. Solo il profitto è razionale, il resto è inutile, non merita spenderci sopra denaro: welfare addio!

I soggetti dello sviluppo

Il rapporto propone, in apertura del quinto e ultimo capitolo della terza parte, tre elementi da osservare con attenzione per comprendere i processi in corso: il rapporto fra globalizzazione ed economie emergenti; l’accelerazione dell’innovazione digitale; il mutato quadro di comando, più informale che istituzionale, spesso sotterraneo (pagina 315).

Le guerre, asimmetriche e permanenti, e l’uso imprevedibile dei dazi in segmenti temporali variabili creano un effetto incertezza che si traduce in attese guardinghe o in reazioni violente, in assenza di regole rispettate. La pandemia ha accelerato questi atteggiamenti e comportamenti. Il TPU (indice di incertezza sulla politica commerciale globale: tabella 1-2, pagina 320) era sostanzialmente stabile fra il 2019 e il 2024, poi ha acquisito un andamento schizofrenico nei mesi in cui c’è stata la guerra dei dazi:  fra febbraio e agosto 2025 si registra un picco di 1933 punti, un crollo a 370, una continua oscillazione che ha inciso sulla volatilità delle esportazione/importazioni complessive. Il clima di incertezza ha determinato conseguenze sulle aspettative di reddito delle famiglie italiane; e non solo sulle aspettative, naturalmente. Vi è stato infatti un oggettivo impoverimento, ancora una volta disuguale, secondo fascia.

Il 50% delle famiglie più povere ha visto decrescere in termini reali il patrimonio del 23,2% negli ultimi 14 anni; la classe media del 35,3%; quella medio alta del 17,1%; al contrario al vertice della piramide si è avuta una crescita reale del 5,9%.Leggiamo a pagina 323: se nel 2011 il 10% delle famiglie deteneva il 52,1% della ricchezza, di cui il 40% in mano al 5%, all’inizio del 2025 2,6 milioni di famiglie del decimo decile sono arrivate a possedere il 60% della ricchezza (di cui il 48% in mano al 5%). In particolare si è concentrata verso l’alto la ricchezza d’impresa (il 10% ha l’86%). Quanto ai titoli di debito pubblico, tradizionale bene-guida in Italia, l’incidenza nel patrimonio dei meno abbienti è scesa dal 2,4% (2011) allo 0,6% (2025); nello stesso periodo è calata pure l’incidenza del mattone a fini abitativi, dal 70,9% al 66,3%. Per far fronte alla crisi, in questi anni, c’è stata, nella fascia debole, anche la dismissione di altri strumenti (le assicurazioni del ramo vita sono scese dal 4,6% a 1,9%). Non è il cambio di una strategia d’investimento, ma l’adattamento contabile a una situazione di oggettivo impoverimento; si allarga la forbice e i ricchi sono meno, sempre più ricchi, mentre si dissolve il ceto medio.

Automazione, salari, piccole imprese

In chiusura della terza parte il rapporto esamina i processi settoriali (pagine 318-338). Uno dei settori in passato trainanti in Italia, l’automotive (non solo veicoli, ma rimorchi e affini) mostra un calo degli occupati (da 207.000 del 1995 a 163.000 del 2022) mentre la produzione nel medesimo periodo è cresciuta del 61,4% con 17,2% di valore aggiunto. Dunque il valore aggiunto per singolo occupato è cresciuto del 48,8% mentre, sempre in quel periodo, il salario solo del 9,3% ; restringendo l’indagine alla fascia 2000/2022 il valore aggiunto cresce del 31% e il salario di 0,9%. Riemerge dunque, nel XXI secolo, in nuova veste, la caduta tendenziale del saggio di profitto? Il dato è, comunque, una cartina di tornasole che consente di capire uno dei criteri guida che caratterizzano il programma del capitalismo finanziarizzato nel tempo della piattaforma.

La centralizzazione del dominio la si coglie anche nella drastica diminuzione dei titolari d’impresa (piccola, l’ossatura dell’economia precedente): erano 3.428.000 nel 2004 e sono 2.844.000 vent’anni dopo, il 17% in meno (tabella 6, pagina 332). Non è solo effetto della crisi demografica: nella fascia fino a 29 anni il calo è ancora più netto (tabella 7), del 46,2%, 132.000 in meno rispetto al 2004 (erano 8,3% del totale, ora il 5,4%, pure qui si ha senilizzazione). Non basta a frenare l’andamento l’ingresso di 461.000 titolari d’impresa stranieri (16,2% del totale, il 20,8% al nord). La quasi totalità (94,8%) ha meno di 10 dipendenti, che sono però il 41,4% del totale contro il 23,1% di chi lavora nelle grandi imprese con oltre 250 addetti (tabella 20, pagina 350). Prevale ancora la struttura ridotta, il modello italiano, nonostante tutto.

Nella globalizzazione produttiva le multinazionali estere in Italia (18.434 con 1,7 milioni di addetti) sono presenza crescente, con una produttività più alta della media; quelle italiane all’estero sono di più (25.491), ma più piccole e con produttività inferiore.

4.La scena digitale (quarta parte del rapporto)

La chiusa del rapporto (quarta parte) è breve come l’apertura (prima parte), ma entrambe sono dense di contenuto. Tutto è comunicazione dichiara l’estensore delle considerazioni introduttive. I numeri lo confermano: 6,8 miliardi di persone (80%) usano il cellulare nel mondo e 5,3 miliardi (68%) anche Internet, anche chi muore di fame telefona, si connette, crepa in diretta. In Europa la percentuale è del 95% e 91%, in pochi sfuggono alla ragnatela reticolare. In Italia WhatsApp con 87,4% di utenza raccoglie quasi per intero la popolazione giovanile; Telegram il 42,9%; Instagram il 78,1%; You Tube il 77,6% e TiK Tok il 64,2%. Non si sfugge, anche a volersi impegnare, al sistema social network. Le famiglie italiane hanno speso nel 2024 ben 14,4 miliardi di Euro (valore quadruplicato rispetto al 2007); nel 2025 il 46,1% degli italiani fra i 16 e i 64 anni ha utilizzato i dispositivi (e non per lavoro) oltre 4 ore al giorno, come il 64,5% dei giovanissimi (16-17 anni) e più del 50% nella fascia 18/34.

Connettendosi ogni individuo fornisce informazioni che il data center elabora, trasformandole in merce che genera profitto mediante commercio; non solo le informazioni non vengono pagate a chi le ha inviate, ma spesso l’autore paga per riaverle dopo il trattamento, magari in veste di Intelligenza Artificiale. Siamo oltre il lavoro gratuito: il capitalismo delle piattaforme ha inventato un meccanismo perverso e geniale in cui si paga tre volte: per essere ammesso a lavorare (dare informazioni), per avere gli strumenti di lavoro (acquistandoli) e per utilizzare la merce prodotta (ricevere informazioni).

Le sei compagnie che “valgono” di più al mondo (le sei sorelle, 18.000 miliardi di dollari, quasi il PIL dell’UE) sono tutte americane, tutte private ma profondamente intrecciate con il pubblico, tutte nel settore dello sviluppo digitale. Il mondo è cambiato. Nel 1955 la General Motors tagliò per prima il traguardo di un miliardo di dollari: aveva circa 500.000 dipendenti. Oggi la prima in classifica produce chip logici, e fattura 10 volte tanto a prezzi raffrontati, con circa 30.000 unità complessive. Si produce, si compra, si vende, ci si impoverisce e ci si arricchisce on line. I sudditi debbono essere parcellizzati (nel senso di non solidali fra loro), connessi, fruttiferi.

La connessione costante è al tempo stesso percepita come una necessità dell’esistere e una condanna inflitta dal sovrano per mantenere il controllo sull’esistenza altrui. A fini di controllo dilagano i deepfake, manipolazione dei contenuti reali, spesso usando l’Intelligenza Artificiale (amica e nemica, utile e dannosa, intima ed estranea). Questo spiega perché per un verso sia diffusa e maggioritaria (oltre 80%, e quasi il 90% fra i più giovani) la consapevolezza della falsità dei contenuti trasmessi in rete e per altro verso la rete sia ugualmente il principale strumento di informazione e giudizio (circa le stesse percentuali). In una cornice così contraddittoria spicca il ruolo professionale dell’influencer, che gioca sull’empatia e sulla credibilità. Il 71,2% della popolazione italiana, oggi, afferma di non avere mai seguito alcun influencer; ma la fascia giovanile è più sensibile, più esposta e in ogni caso quasi un terzo di utenza teorica non è poca cosa.

Ma il dato forse più interessante si cela nelle pieghe dei dati raccolti dal rapporto 2025: il 65,6% degli italiani sente sulla propria pelle l’esigenza di doversi disconnettere più spesso; e la percentuale si innalza al 74,1% fra i 18/34 anni di età. Il che (pagina 367) fa emergere una constatazione per certi versi paradossale, ossia che le persone che passano più tempo nel metaverso sono anche quelle che vorrebbero passarcene di meno (tabella 3, pagina 368).

Vediamola da un altro punto di vista. Il desiderio di disconnessione è un desiderio di ribellione, di emancipazione, di liberazione. Dunque è una buona base di partenza, che va coltivata, compresa, sollecitata. Bisogna imparare come sia possibile combattere il lavoro (aggiornare il tradizionale Contro il lavoro del secolo scorso) nella forma organizzata dal capitale finanziarizzato, l’asservimento schiavizzato alla produzione di merce immateriale, il confinamento dei reclusi sociali nei campi in cui vengono espletati i servizi e preparati i manufatti. Le sei sorelle si sono impadronite della connessione e della rete, dello spazio e dell’ambiente, dell’aria e dell’acqua, dell’energia e del tempo; usano la guerra permanente e la paura, odiano la pace, la solidarietà e gli affetti. Il problema non è di spaccare il telaio (con buona pace di Ned Ludd) ma di riappropriazione del maltolto, di restituzione della cooperazione sociale sottratta, di vivere liberi in pace. La connessione o è senza tiranni o diventa un carcere.



L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 20 aprile 2026

Note al rapporto Censis 2025 Leggi tutto »

Sicurezza di regime

Riflessioni sul decreto legge 24.2.2026 n. 23
di Gianni Giovannelli


Tirannide indistintamente appellare si debbe

ogni qualunque governo in cui chi è preposto

alla esecuzion delle leggi può farle, distruggerle,

infrangerle, interpretarle, impedirle;

o anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità.

Vittorio Alfieri

(Della tirannide, Capitolo secondo)

Il Consiglio dei Ministri, riunito d’urgenza, ha approvato, già fra il 5 e il 6 febbraio, il testo di un decreto legge in materia di violenza giovanile, sicurezza urbana, pubbliche manifestazioni  e indagini della magistratura quando vi siano ragioni di giustificazione in capo a chi abbia commesso un fatto potenzialmente riconducibile a delitto. Il testo del provvedimento, come di consueto, viene reso noto solo per riassunto illustrativo, ma non è mai disponibile nella sua interezza. Dunque, oltre a non entrare in vigore, può subire modifiche, anche importanti, prima di essere firmato dal Presidente della repubblica e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. In questo caso, in evidente contraddizione con la pretesa urgenza improrogabile straordinaria richiesta dall’art. 77 della Costituzione, sono trascorsi ben 19 giorni fra l’annuncio del provvedimento e la pubblicazione del decreto: una dilazione inusuale accompagnata da spiegazioni poco convincenti e sgangherate. Meloni non si è anzi neppure presa il disturbo di motivare le ragioni di questa anomalia, con la costante arroganza che va coltivando nell’esercizio del suo mandato.

Il potere non viene esercitato, in questa fase storica di transizione, con un progetto di lungo periodo; ogni decisione viene presa reagendo a fatti di cronaca, nell’immediatezza, per consolidare il dominio e annientare l’avversario, sia esso un singolo soggetto ritenuto pericoloso oppure un segmento sociale refrattario all’omologazione. Il disprezzo per la mediazione, l’elogio della forza e la scelta dello scontro continuo separano l’attuale struttura dell’apparato di comando da quella precedente, fondata invece sul consenso di una maggioranza laboriosa. La forma comunicativa dei provvedimenti sostituisce il contenuto, la loro ricezione emotiva è il risultato che si propone di raggiungere chi li emana, con orizzonte brevissimo, pronti a sostituirli di lì a poco, abrogandoli senza problemi e imputando ogni difficoltà ad un nemico di turno. Di fronte ad un fatto (vero o inventato: questo è irrilevante) scatta la comunicazione dell’editto, subito, senza indugio, come dimostrazione di potenza; l’efficacia reale della cura rispetto al male o la legittimità stessa della soluzione adottata non hanno alcuna importanza.

Le occasioni a monte del decreto

Venerdì 16 gennaio 2026, a La Spezia, uno studente della scuola professionale “Domenico Chiodo” morì accoltellato da un compagno, in orario di lezione, pare per questioni di gelosia; vittima e assassino erano entrambi figli di emigrati. Subito si scatenarono i più variopinti commenti in una cornice di polemica politica e di sociologia d’accatto.

Il 26 gennaio 2026, nel boschetto di spaccio presso la stazione di Rogoredo, durante un’operazione antidroga, un poliziotto uccise  con unica revolverata, precisa a bersaglio in testa, un noto pusher del quartiere, che, a suo dire, lo stava puntando con una pistola poi rivelatasi giocattolo.

Il 6 febbraio 2026, a Torino, contestualmente alla riunione governativa, ci  furono duri scontri (prevedibili, previsti e annunciati come certi) fra un segmento dei dimostranti (circa 2 o 3 mila su 50.000) e le cosiddette “forze dell’ordine”, ovviamente meglio armate ed equipaggiate rispetto ai manifestanti. Oltre alle immancabili immagini di fumogeni, fuochi e danneggiamenti fece rumore mediatico un video che riprendeva un crocchio di 4 o 5 persone a volto coperto che prendevano a calci, con una certa foga, un celerino sganciato dal suo drappello, per un paio di minuti, fino a quando non avvenne il ricongiungimento. In quella ripresa, oltre ai calci, si intravede un giovane che lo colpisce sulla schiena (ben protetta dalla giubba) con un minuscolo martelletto (simile a quelli con cui i medici misurano la reazione delle ginocchia). La diffusione del video avvenne con un martellamento mediatico di enorme dimensione.

L’omicidio a scuola, estratto dal contesto irripetibile in cui era maturato e sostanzialmente falsificato nella sua essenza, diventò lo spunto per collocare al centro dell’attenzione la violenza giovanile e il teppismo dei maranza in banda, proposti come emergenza da contenere, riportando all’ordine studenti, minori, istruzione e famiglie, naturalmente con il bastone più che con la carota. Il ministro Giuseppe Valditara non ha perso l’occasione per dar sfogo alle sue ossessioni, tipiche dei codini piemontesi e confinanti con il fanatismo. Molta propaganda, nessun aiuto concreto alle vittime.

L’esecuzione dello spacciatore a Rogoredo fu accompagnata dall’indignazione per l’apertura di un’indagine giudiziaria (ovvia di fronte a un morto ammazzato) che veniva qualificata inutile e offensiva: solo elogi e tutele per l’assassino, anzi colletta per garantirgli una difesa legale nel procedimento penale in corso. Poi si è scoperto, mentre il decreto viaggiava nei corridoi della burocrazia, che non di giustizia si trattava, ma di delitto. Troppo tardi, ormai la macchina si era mossa, pazienza se l’urgente necessità si fondava su un falso divenuto conclamato prima dell’entrata in vigore.

Quanto ai fatti di Torino, grazie a un bravo tecnico informatico, si è scoperto che l’immagine distribuita dal governo, estratta da un filmato, aveva subito un ritocco a mezzo di intelligenza artificiale, che era dunque un falso costruito per alterare la comunicazione e supportare la gravità di una “violenza” equiparata a “terrorismo”. La “barbara aggressione” era poco più di una baruffa e il poliziotto aveva solo qualche livido; la “banda armata” del segmento di corteo protagonista dello scontro in strada è svanita nel nulla senza lasciare traccia della propria esistenza. Vive ora solo nella comunicazione costruita per mantenere alta la tensione sociale e giustificare la consegna del potere legislativo nelle mani del potere esecutivo, a colpi di decreti urgenti.

Il ritardo nella pubblicazione e il contenuto del decreto urgente

Il decreto è suddiviso in quattro capi. Il primo (art. 1-11) è dedicato alla violenza giovanile e alle manifestazioni pubbliche (sicurezza urbana); il secondo (art. 12-25) alla procedura di archiviazione dei procedimenti penali e all’arruolamento dei gendarmi; il terzo (art. 26-27) regola qualche beneficio a vittime di ordine pubblico; il quarto (art. 28-33) concerne il fenomeno migratorio. Nessuno dei provvedimenti presenta le caratteristiche richieste dall’art. 77 della Costituzione per consentire l’utilizzo di uno strumento eccezionale come il decreto (provvisorio con forza di legge). Non occorre essere un giurista, è sufficiente conoscere la lingua italiana e leggere, una per una, le norme varate, per capire che (buone o cattive che siano) certamente non rientrano in casi straordinari di necessità e urgenza. L’art. 77 impone di trasmettere alle Camere per ratifica il testo nel giorno stesso e l’esame deve iniziare entro 5 giorni per concludersi, in entrambi i rami del parlamento, entro sessanta giorni. Nel nostro caso invece ci sono voluti ben 20 giorni solo per arrivare alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dopo la c.d. bollinatura della Ragioneria di Stato, che deve verificare la sussistenza o meno delle coperture finanziarie. In realtà dovevano limare i dettagli, prevenire possibili interventi della Corte Costituzionale, chiarire le conseguenze spartitorie fra le forze di governo sul piano dei benefici politico-sociali connessi all’iniziativa adottata. Questo decreto, arrivato in forte ritardo a conclusione, sarà convertito in legge (con qualche modifica correttiva ma non sostanziale), senza discussione parlamentare, con lo strumento ormai divenuto abituale del voto di fiducia. Nella sostanza si tratta di legge ordinaria e non di decreto urgente: ma l’ineffabile professor Mattarella non ha battuto ciglia di fronte ad una palese violazione dell’art. 77 (primo comma) della Costituzione (il Governo non può senza delegazione delle Camere emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria).

Capo I. Violenza giovanile (art. 1-5)

L’art. 1 introduce pene di un certo rilievo (da 6 mesi fino a 3 anni) per il solo porto di coltello con lama oltre 8 centimetri (5 centimetri se a scatto o a farfalla), oltre a sanzioni aggiuntive come il diniego della patente di guida (anche per ciclomotori) o del porto d’armi. Diventa vietata la vendita ai minori, anche a mezzo della rete. Il problema è che il commercio on line può avvenire anche su siti non italiani e il recapito (in plico anonimo) ovunque; dunque è sostanzialmente incontrollabile. Infatti, dopo il decreto, l’offerta è perfino aumentata, come del resto la richiesta: basta verificare in rete per averne conferma. Difficile credere che di fronte al proibito un minore curioso e/o avventato si fermi; più probabile il contrario. La vera novità è l’apparato sanzionatorio posto in capo ai genitori del minore (art. 1 e 2), con responsabilità oggettiva e presunta: non la magistratura ma il prefetto detiene il monopolio delle multe e la prova a discarico, assai difficile, grava sui malcapitati, di fatto costretti a compiti di gendarmeria quotidiana in casa propria. Una scappatoia esiste nella formula senza giustificato motivo. E qui la fantasia trova una strada aperta: per motivi di lavoro, consegna o ritiro dall’arrotino, i professionisti una scusa la trovano, gli occasionali invece ci cascano. Quel che vogliono i governativi è acquisire la complicità collaborativa delle famiglie, non fermare le risse fra emarginati; usando il prefetto, che dipende dal Ministero, non la magistratura. L’art. 3 estende alle rapine di gruppo (per lo più con oggetto capi firmati o telefoni costosi) le pene aggravate: da 10 a 15 anni di carcere. Ma ci sono forti riduzioni per i pentiti, potenziali futuri informatori lasciati in libertà. L’art. 4 consente poi (di nuovo al prefetto, non alla magistratura) di tracciare zone calde da interdire a pregiudicati e soggetti pericolosi, per periodi da 6 fino a 18 mesi; l’apparato di Piantedosi potrà così esercitare controllo sulle aree urbane, a mezzo di norme amministrative che è oneroso, oltre che non semplice, impugnare davanti al TAR. Anche la confisca (art. 5) di veicoli o strumenti legati allo spaccio è misura di fatto affidata alla discrezionalità degli agenti, dunque mezzo di trattativa in caserma e di pressione (nella migliore delle ipotesi per strappare informazioni, nella peggiore per ricavarne un guadagno personale, in ogni caso sfuggendo a verifiche).

Sicurezza urbana: fermo di polizia (art. 6-7)

L’indicazione di spesa (art. 6, 48 milioni in un anno, personale compreso) costituisce la prova di un intervento superficiale, a prescindere dal rumore mediatico. L’art. 7 è la norma più discussa, il c.d. fermo di polizia. Ritocca il D.L. 21 marzo 1978 n. 59 (il decreto varato in occasione del sequestro Moro!) a mezzo di un art. 11 bis: i poliziotti possono accompagnare negli uffici soggetti ritenuti pericolosi, trattenendoli il tempo strettamente necessario, comunque non oltre 12 ore. Va data immediata (e motivata) comunicazione alla Procura sia del fermo sia del rilascio; le specifiche circostanze in ordine di tempo e di luogo (di fatto manifestazioni, eventi sportivi, contestazioni pubbliche annunciate) vanno congiunte a precedenti penali o diffide già comunicate o possesso di strumentazione offensiva. Il fermo non è una novità, tutt’altro. Fino all’autunno caldo, in base alle sopravvissute norme fasciste, la polizia ti fermava quando voleva, anche per molti giorni; a volte si trattava di vere e proprie retate. I commissari, al tempo di Mario Scelba, nel dopoguerra, prelevavano sindacalisti, dirigenti di partito, oppositori in genere e li torchiavano a piacimento, con bastone e carota. Pino Pinelli, lo ricorderete, morì in questura dopo essere stato accompagnato (ovvero fermato) come sospetto; con lui negli uffici di Via Fatebenefratelli erano trattenuti a decine. La sospensione dell’istituto fu breve; nel 1975 la legge Reale (n. 152/1975) prevedeva il fermo di 48 ore con proroga fino a 96 solo in forza di non meglio precisati indizi, con perquisizioni anche di auto e box oltre che di abitazioni. Nato con il testo unico del 1931 (ancora vigente) questa forma di prelievo personale in commissariato rimase una prassi consolidata anche dopo la liberazione, poggiando sull’art. 238 del vecchio codice di procedura penale; e trovò una conferma nella legge 27.12.1956 n. 1423 (con aggiunta di fogli di via, soggiorni obbligati e diffide). La Corte Costituzionale (sentenza n. 2 del 14.6.1956) ebbe modo di legittimare l’istituto, differenziando l’ordine pubblico in due filoni: materiale e amministrativo. L’art. 13 della Carta (sulla libertà personale) comunque prevede ipotesi di fermo per 48 ore, ma, recita quella sentenza, comunque va letto insieme all’art. 16 (limitazioni per motivi di sanità o di sicurezza). Basta sganciare l’atto amministrativo dalla contestazione penale, il divieto di fermo per ragioni politiche (art. 16) dalle ragioni di sicurezza (urbana) e il gioco è fatto. Il vecchio ministro Mario Scelba (1901-1991) era un maestro nell’uso della polizia dentro la cornice amministrativa: fu lui ad inventare la Celere e il Battaglione Padova per stroncare i picchetti operai, a inserire filtri d’ingresso nei corpi armati (espellendo ex partigiani o simpatizzanti socialcomunisti), a confinare nel ghetto di quello che chiamava culturame ogni forma di dissenso sociale. Negli anni Settanta fu largamente accettata la legge Cossiga del 15 dicembre 1979, con il fermo fino a 96 ore (bastavano indizi), l’aumento delle pene inflitte ai sovversivi (il 50% in più) e la diminuzione per i pentiti (il 50% in meno). Anche le norme di larghe intese emesse nella stagione dello scontro sociale italiano si fondavano sul ricondurre l’opposizione dentro il terrorismo e sull’uso spregiudicato dell’atto amministrativo. Poi, con il nuovo codice di procedura penale (22.9.1988 n. 447, a firma De Mita e Vassalli) e un certo contenimento del conflitto di classe, il fermo di polizia (art. 384 c.p.c.) fu ridotto ad eccezione, per poi tornare a far capolino nell’ordinamento, fino alla sua odierna riesumazione.

Quando il movimento di protesta (contadino, operaio e studentesco) era forte, radicato nella società, potente, il fermo di polizia, anche nella forma estrema applicata da Scelba , danneggiava ma non fermava i conflitti. E la repressione, a sua volta, mirava a ripristinare il consenso, non a cancellare gli oppositori. La differenza, pur nell’asprezza dello scontro, non è di poco momento; non per caso la legge che ha reso reato l’apologia del fascismo (23.6.1952 n. 645) porta proprio la firma di Mario Scelba.

Il nuovo fermo di polizia viene invece calato in una fase in cui il potere è forte e la reazione al progressivo impoverimento di vasti settori nel nostro paese fatica a emergere, a svilupparsi, a radicarsi in forma organizzata. Disporre in questo quadro storico l’accompagnamento preventivo in questura di 50 o 100 persone, per 12 ore, non può avere alcun effetto pratico quando le manifestazioni di piazza raggruppano 50 o 100 mila persone, come avvenuto in occasione della chiusura dei centri sociali o del genocidio a Gaza; al massimo riduce da 1000 a 900 quelle di nicchia, a carattere testimoniale, o i segmenti di corteo più disponibili a misurarsi fisicamente, senza alcuna possibilità di prevalere, con forze militari armate fino ai denti. Il vero scopo della misura asseritamente preventiva non è in realtà la prevenzione ma la comunicazione spettacolare dell’infinita potenza dello stato. Si vuole criminalizzare la disobbedienza parificandola, mediaticamente, al terrorismo; si mira a fomentare comportamenti collettivi riconducibili ad attacco disperato e/o violento senza alcuna probabilità di vittoria; si punta a cancellare ogni forma di trattativa o mediazione, ad annientare il nemico assegnandogli la responsabilità del male. Il governo diffonde paura e rassegnazione. Questa è la sostanza; il resto è apparenza ingannatrice.

Sicurezza urbana: art. 8-11

L’art. 8 è quello che rischia di provocare conseguenze davvero gravi. Il codice della strada prevede l’obbligo di fermarsi all’alt di polizia o davanti al posto di blocco, sottoponendosi ai controlli. La tentazione di evitarli, voltando verso vie secondarie o invertendo la marcia, è forte quando chi guida ha bevuto un goccio di troppo o i passeggeri hanno una bustina nel taschino o magari i documenti non sono proprio in regola. Ora l’art. 7 bis punisce chi cerca di sottrarsi al controllo con il carcere da 1 a 5 anni, con la sospensione della patente e la confisca del veicolo. Il nuovo delitto apre la via alla caccia del fuggitivo e, inevitabilmente, all’uso delle armi, alle sparatorie, alle uccisioni; è una specie di potenziale licenza di uccidere lasciata alla discrezione e al buon senso degli agenti. Gli articoli 9, 10 e 11 assegnano ai prefetti una vasta facoltà sanzionatoria (multe per manifestazioni anche promosse mediante la rete, Daspo per i recidivi), depenalizzando il mancato preavviso ma introducendo conseguenze pecuniarie insidiose, sottratte alle procure perché amministrative. Il processo penale (con pene sostanziose) rimane a carico dei recidivi e a chi procuri in qualsiasi modo lesioni ai controllori sia nelle scuole sia nei treni. La militarizzazione della vita quotidiana si va così consolidando, passo dopo passo.

L’archiviazione rapida: art. 12-25

Gli articoli del capo II puntano a collocare in una procedura separata gli episodi che presentino caratteristiche di una qualche legittima difesa. Ovviamente i destinatari appartengono per lo più alle c.d. forze dell’ordine, con l’intenzione di sottrarli al processo, rapidamente. La norma è peraltro mal scritta, difficilmente sarà utile per lo scopo che si prefiggevano i suoi maldestri redattori. Intanto l’archiviazione non chiude affatto la possibilità di perseguire i responsabili, di fronte a fatti nuovi la riapertura è sempre consentita; un registro poi, alla fin fine, vale l’altro, è solo questione di immagine. Il caso clamoroso del poliziotto di Rogoredo ha evidenziato l’inutilità di questa costruzione di carattere, ancora una volta, solo comunicativo e spettacolare: il messaggio ai naviganti è che le divise non si toccano per nessun motivo e tanto basta. Gli altri articoli sono più oscuri, ma più interessanti. Disciplinano l’estensione di operazioni sotto copertura e l’accesso nei corpi armati dello stato, incrementando il controllo dell’esecutivo sulla loro affidabilità (ovvero sulla fedeltà al governo). Anche queste disposizioni rientrano nel progetto di militarizzazione della società.

Capo IV: il fenomeno migratorio e la guerra permanente (art. 28-33)

Il capo III (art. 26-27) contiene qualche piccola mancia (in denaro o posti di lavoro) destinata ai familiari delle vittime: erogazioni che in concreto saranno probabilmente clientelari dentro i clan politici della maggioranza, sperando tuttavia di non essere inutilmente sospettosi. Di certo sostenere che ciò abbia caratteristiche di urgenza straordinaria supera la decenza e la logica; ma si tratta comunque di spiccioli.

Il capo IV merita invece una specifica trattazione perché interviene nel gran mare del fenomeno migratorio, nervo scoperto che accende la sensibilità (il sentiment) sia nell’apparato di comando sia nella moltitudine dei sudditi. Ma chi si aspettava clamorose novità non può che rimanere deluso; sono insidiosi aggiustamenti che lasciano inalterato il disegno complessivo di sfruttamento intensivo della manodopera a basso costo, al tempo stesso sabotando con idonei strumenti repressivi ogni tentativo di organizzazione volta a spuntare migliori condizioni di vita (casa, salario, circolazione, salute, rapporti umani). Il governo in carica è perfettamente consapevole che il rimpatrio o l’espulsione sono e rimarranno a lungo una percentuale assai ridotta rispetto al flusso migratorio; non solo mancano trattati idonei con i paesi di provenienza ma la domanda imprenditoriale e sociale di utilizzo è un ostacolo oggettivo che rende inattuabile qualsiasi piano di estromissione massificata del popolo migrato e migrante. Il celebre annuncio di Giorgia Meloni (intervento repressivo sull’orbe terraqueo) rimane espediente di rozza (ma efficace) propaganda elettorale, senza alcun legame con quel che avviene sul campo: il problema è come utilizzare con profitto le braccia già arrivate e quelle in arrivo, tenendole tuttavia in una posizione sottoposta, inferiore, sottopagata, ghettizzata, con pochi diritti e molto timore.

La detenzione nei centri, la concessione o negazione dell’asilo, i permessi di soggiorno e/o lavoro, rimpatri o espulsione effettivi sono tutti strumenti-filtro utilizzati per colpire la minoranza poco produttiva, criminale o politicamente riottosa, soggiogando la maggioranza laboriosa, meglio ancora se in condizioni di incertezza sull’immediato futuro. Il controllo di un soggetto redditizio e ghettizzato è l’obiettivo, non la sua cacciata.

L’art. 28 del decreto impone al migrante di collaborare all’esatta sua identificazione, rivelando ogni passaggio del suo percorso, dal luogo di partenza fino all’arrivo; ove si riveli reticente questo sarà elemento di valutazione per le richieste di permanenza in Italia, anche sotto il profilo della pericolosità. In aggiunta il questore avrà maggiori poteri per disporre trasferimenti e respingimenti (art. 29), con potenziamento dei centri di detenzione e semplificazione di notifiche per velocizzare i termini di domande e ricorsi. Il voto del Parlamento europeo (che ha riunito la destra tradizionale e quella razzista) sui c.d. paesi sicuri ha reso più precaria la posizione del migrante, lasciandolo esposto alle decisioni “amministrative” della polizia di frontiera prima e delle questure successivamente. La guerra sempre più diffusa completa la cornice in cui si collocano gli arrivi; davvero la guerra è diventata ormai un elemento, ordinario e necessario, di governance e profitto nel tempo del capitalismo finanziarizzato. Per questo la domanda di pace è oggettivamente disobbediente, sovversiva, rivoluzionaria; per questo viene criminalizzato ogni desiderio di pace.

I centri di detenzione dei migranti in attesa di rimpatrio ed espulsione (anche quello semideserto in Albania) sono il messaggio intimidatorio che il potere, tormentando i pochi scelti a caso, invia ai molti che lavorano (precari e/o clandestini): obbedite in silenzio, basta un nulla per finire nel tritacarne!

Il potere è forte quando i sudditi sono deboli; quando i deboli trovano il modo di superare le divisioni e unirsi il potere crolla di schianto. Come scriveva tempo addietro il vecchio Karl Marx (quello della vecchia talpa che scava): di tutti gli strumenti di produzione la più grande forza produttiva è la classe rivoluzionaria stessa. Hic Rhodus, hic salta!

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 5 marzo 2026

Sicurezza di regime Leggi tutto »

Rileggendo “Eternal Fascism” di Umberto Eco dopo che sono trascorsi trent’anni 

di Gianni Giovannelli

…in modo che le cose presenti

ci offendono, le future ci minacciano;

et così nella morte si stenta, nella vita si teme

Niccolò Machiavelli (Epistola della peste, Roma, 2019, pag. 52)

Il 25 aprile del 1995 Umberto Eco, visiting professor presso la Columbia University di New York, fu invitato a tenere una lezione-conferenza in sede e lesse un testo scritto appositamente per l’occasione, divenuto subito celebre: Eternal Fascism: Fourteen Ways of Looking at a Blackschirt. Dopo la prima edizione a stampa pubblicata dal mensile New York Review of Books seguirono numerose traduzioni, fra cui quella italiana del 1997, attualmente in commercio con La nave di Teseo, senza più l’originaria suddivisione in capitoli. Al momento di indicare le 14 Characteristics del fascismo, Eco premette che esiste un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istituti oscuri e di insondabili pulsioni e a queste, non al fascismo storico, egli intende fare riferimento, in spirit of this fuzziness (confusione sfocata, l’autore è un vero maestro nell’uso dei vocaboli, la traduzione è un problema!). Mancano nell’elenco elaborato (credo volutamente) riferimenti economici, sociali, giuridici, tecnici, istituzionali. Inoltre tiene ad avvertirci a scanso di equivoci: sono 14 caratteristiche presenti anche in other Kinds of Despotism or Fanaticism.

Nell’aprile del 1995, al tempo della prolusione di Eco, il Presidente degli Stati Uniti era (dal 1993) il democratico Bill Clinton, che aveva sconfitto il repubblicano Bush e sarebbe rimasto in carica per due mandati. In Italia Umberto Bossi aveva ritirato la fiducia al primo governo Berlusconi, e primo ministro fu nominato Lamberto Dini, con il sostegno del PDS e della Lega, definita da Massimo D’Alema una costola della sinistra. Il governo, per prima cosa, decise la riforma delle pensioni, con il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo e un con un conseguente taglio notevole del percepito. I neofascisti erano tornati all’opposizione, dopo una breve esperienza di potere durante il primo esecutivo Berlusconi. Nel gennaio del 1995 si tenne il XVII congresso di scioglimento del M.S.I., con la svolta di Fiuggi, la nascita di Alleanza Nazionale, il riconoscimento formale della Costituzione e perfino una sia pur prudente dichiarazione di “antifascismo”; la diciottenne Giorgia Meloni si trasferì dal nostalgico Fronte della Gioventù alla neonata Azione Giovani, assumendone ben presto la presidenza, primo gradino di una lunga carriera politica.  Questo era il quadro in cui si collocava Eternal Fascism, un quadro da tener presente per comprenderne la genesi e il contenuto. In Europa e negli Stati Uniti il fenomeno della destra c.d. populista era ancora minoritario, riguardava segmenti di malessere sociale legati alla crisi dell’industria manufatturiera tradizionale, alla caduta del Muro e alla dissoluzione dell’URSS, alle conseguenze del processo di precarizzazione, all’incremento della povertà, alla crescente presenza di manodopera immigrata.  Solo in Italia, unica eccezione, la destra neofascista, dopo essere stata sdoganata (ma non era mai stata isolata per davvero, era una presenza costante nelle istituzioni burocratiche e militari) aveva ottenuto posti di governo nazionale grazie al ciclone elettorale connesso all’ingresso in campo di Silvio Berlusconi. C’era un grande interesse dell’Occidente democratico (socialista e liberale), nel 1995, a comprendere come era stato possibile e il perché.

Trent’anni dopo

A trent’anni di distanza, in una situazione geopolitica profondamente mutata, a fronte di una transizione che ha lasciato traccia profonda e provocato notevoli trasformazioni, il terrore del fascismo, come progetto del capitale e come realtà distopica in arrivo, è entrato a far parte del nostro vivere quotidiano. E il pensiero corre a rievocare lo scritto di Eco, inteso quasi come una profezia, l’intuizione di ciò che si andava preparando sotto i nostri occhi. Di fronte al fascismo il contrasto, la resistenza, l’opposizione non può che chiamarsi antifascismo; e, come il fascismo anche l’antifascismo ha una sua storia, i suoi protagonisti, le sue strutture organizzate, le sue forme di lotta. Ma se quello che ci troviamo di fronte fosse altra cosa da quello che (politicamente, istituzionalmente, economicamente, militarmente, socialmente) per combatterlo chiamiamo fascismo non andremmo ad incappare in ciò che i giuristi chiamano aberratio ictus (colpire un destinatario diverso da quello cui miriamo)?

Other Kinds

Umberto Eco, semiologo, curava con attenzione la scelta di ogni vocabolo con cui componeva i concetti di ogni singola frase. Non scrive per caso che le 14 insondabili pulsioni caratteristiche di ogni fascismo emergente (e tuttavia tali da non poter essere irregimentate in un sistema), oltre a comparire spesso separatamente in ogni singola loro collocazione, possono essere presenti, ciascuna o tutte, anche in altre specie (Kinds) di dispotismo (dispotism) o di fanatismo (fanaticism). L’elenco delle 14 caratteristiche ci viene offerto in uso come fosse una cassetta degli attrezzi, un sensore, un fascism detector che ci avvisa di un possibile insorgere di questa nebulosa di istinti oscuri. Perché, si chiede Eco, nel biasimare con forza un comportamento o un atteggiamento prepotente e aggressivo, si grida fascist pig? E di rado invece compare un porco nazista o un porco falangista? Perché, risponde, il fascismo storico italiano costituì una confusione sgangherata in cui si consolidò una confusione strutturata sul piano istituzionale; ma proprio questa debolezza filosofica (intendo filosofia del diritto e dottrina dello stato) è quella che consente al fascismo di rimanere oggi più rappresentativo del nazismo, la cui ideologia si andò dissolvendo insieme al regime sconfitto nella seconda guerra mondiale. La voce “fascismo” della Treccani (scritta dal Gentile) mostra un sistema statuale diverso da quello che Carl Schmitt aveva delineato per Hitler. Oggi il nazismo è a sua volta oggetto di riabilitazione in Germania, come il falangismo in Spagna, e vedremo il come e il perché. Ma nel 1995 l’unico pig che toccava un cuore polemico era quello fascist, valeva per un prepotente, per un omofobo, per un razzista, per un fondamentalista religioso, per chiunque aggredisse la libertà degli altri. E in un diverso quadro politico-sociale il termine prevale, riassume, come scriveva Eco, il rifiuto di una cultura prevaricatrice, di un modo di sentire, di pensare, di agire. Ma si parla di rapporti nella società, non di istituzione giuridica statuale complessiva, legislativa, esecutiva, giudiziaria; quella è altra cosa.

Le 14 caratteristiche

Elenchiamo sinteticamente le 14 caratteristiche del fascismo individuate da Umberto Eco, così da intendere subito quanto esse compaiano anche in altri generi dispotici o fondamentalisti; sono una cartina di tornasole che rende visibile un modo fascista di pensare, sentire o agire, ma non sono una sua esclusiva e va rimosso il potenziale equivoco fuorviante. 1) Culto della tradizione (con un sincretismo che mescola Tolkien, Evola e Gramsci). 2) Rifiuto del modernismo (irrazionalismo e anti-illuminismo). 3) Culto dell’azione (disprezzo del culturame). 4) Ogni disaccordo è un tradimento. 5) Paura del differente, xenofobia, razzismo. 6) Sobillazione delle classi medie impoverite dalla crisi e frustrate. 7) Nazione come identità sociale e ossessione del complotto, nemici interni ed esterni in agguato. 8) I nemici sono al tempo stesso forti e deboli, ricchi predatori ma destinati a perdere. 9) Vivere per lottare, guerra permanente, pacifismo come collusione con il nemico. 10) Disprezzo per i deboli, elitismo di popolo. 11) Culto della morte, eroismo, vocazione al martirio. 12) Rifiuto della castità e dell’omosessualità, armi come gioco fallico. 13) Populismo qualitativo, l’individuo deve rispettare la voce maggioritaria del popolo. 14) Neolingua, con sintassi elementare e lessico impoverito. Alcune annotazioni di Eco appaiono datate: ad esempio quale tipico nemico interno indica gli ebrei, di solito l’obiettivo migliore perché sono al tempo stesso dentro e fuori, mentre oggi il nemico interno in voga nell’Europa intera è piuttosto l’antisemitismo appioppato a chiunque azzardi una critica a Israele (stato o governo: non cale). Ma non cambia la sostanza del ragionamento di Eco, basta un aggiornamento di costume e di bersaglio comunicativo.

Fascismo e nuova articolazione del comando

A mio avviso lo scritto di Eco rimane valido ed utile ove lo si utilizzi per come è stato concepito: con riferimento a un modo di pensare, di sentire, di agire, di abitudine culturale. Il fascismo storico – inteso come assetto economico, lavorativo, sociale, istituzionale – non torna e non può tornare, né qui, né altrove nel mondo. Il Decreto del Duce n. 853 del 20.12.1943 affermava che lo stato fascista o è corporativo o non è. Nella nuova Repubblica Sociale trasferiva, più radicalmente, i principi già presenti nella Carta del Lavoro introdotta nel 1927, elaborazione di quella redatta a Fiume il 30 agosto 1920 dal sindacalista Alceste De Ambris (gli articoli 13 e 14 riguardano le corporazioni). Anche Leone XIII, il papa della Rerum Novarum, sosteneva il corporativismo, inteso come un vero e proprio organo dello stato. L’idea era quella di governare il modo di produrre c.d. fordista sottraendolo alla lotta di classe, in contrapposizione al socialismo ma in concorrenza con la democrazia liberista; Mussolini ottenne il consenso sia delle imprese sia della Chiesa cattolica e instaurò la dittatura per annientare le organizzazioni socialcomuniste del movimento operaio (i liberali e i repubblicani così come i cattolici poco docili finirono nel tritacarne insieme a loro). Ma pur liberticida il fascismo aveva bisogno di consenso popolare e per ottenerlo doveva sfidare sul piano sociale il socialismo reale nato con la rivoluzione d’ottobre. Durante il fascismo l’industria di stato (in particolare l’IRI) si sviluppò in modo significativo, guidata da Alberto Beneduce, con operazioni di salvataggio delle imprese durante la crisi del 1929 (mediante acquisizione pubblica dei pacchetti azionari) e con separazione netta fra sistema bancario e sistema industriale. La siderurgia fu anch’essa presa in mano dallo stato fascista e affidata al legionario fiumano ebreo Oscar Sinigaglia, che potenziò l’ILVA a Bagnoli, Piombino e Cornigliano (estromesso con il varo delle leggi razziali fu poi richiamato nel dopoguerra). Il fascismo nazionalizzò l’acciaio, la democrazia lo privatizzò nuovamente, la destra attuale di Giorgia Meloni, nella nuova crisi dell’oggi, si pone in continuità e sintonia con i lib-lab europei, promuove una politica siderurgica antifascista! Per ottenere consenso il fascismo, nell’attuare le bonifiche, consegnò piccoli appezzamenti di terra a singole famiglie; convivevano così i vecchi latifondi e le nuove piccole proprietà agricole, i braccianti poveri antifascisti e un nuovo ceto proletario che ancora oggi, in provincia di Latina, non nasconde simpatie nostalgiche per Mussolini. Senza dimenticare l’edilizia popolare degli anni Trenta, l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, il reticolato di organizzazioni sociali del regime (dalla GIL ai Littoriali della Cultura, alla GUF, ai Balilla). La dittatura garantiva con il bastone agrari e industriali che non si lasciava spazio al dissenso assicurando la continuità produttiva, ma al tempo stesso con la carota prometteva ai sudditi quieta stabilità e una sorta di prudente welfare nei servizi sociali, nel sistema pensionistico e sanitario. La piccola borghesia alle dipendenze dello Stato sonnecchiava consenziente nello stagno di una relativa agiatezza, forse non reale ma così percepita. Il corporativismo sindacale veniva presentato quale alternativa alla lotta di classe, tutti, servi e padroni, formavano la nazione, avevano la missione di proteggerla dal nemico (interno o esterno). Il nazionalismo e il colonialismo, nell’ultimo periodo affiancati dal razzismo e dall’impero (Libia, Etiopia, Somalia, Albania, Dodecaneso), costituivano il retroterra ideologico del consenso al regime. Pareva un impianto indistruttibile. La guerra mondiale dimostrò che non era tale.

La nuova articolazione del comando non è per nulla corporativa, non solo si guarda bene dal negare la divisione in classi, ma la accentua, la esalta, la impone. Promuove la condizione precaria generalizzata, e questa è incompatibile con la stabilità legata alla concezione corporativista. La nuova articolazione del comando combatte ogni ingerenza del capitale pubblico e dello stato, privatizza tutto, non si limita alla siderurgia, si estende all’energia, alle comunicazioni, all’armamento, perfino allo spazio in cui volano solo satelliti delle imprese private in lotta fra loro per il dominio del settore. Il precariato è una merce umana che si compra sul mercato, senza necessità di consenso dei singoli soggetti; la piccola borghesia va sparendo e rimane una forbice allargata che separa i ricchi dai poveri senza vie di mezzo. I primi sono sempre meno e sempre più ricchi; i secondi sono sempre di più, impoveriti, divisi in segmenti in lotta fra loro per sopravvivere. Non a caso è quasi sparita dalla scena politica l’antica destra sociale che costituiva la spina dorsale del MSI e della CISNAL (oggi trasformata in UGL, struttura più fiancheggiatrice della parte datoriale che corpo estraneo alle istituzioni). Il rancore più del corporativismo par essere il vero cemento che tiene insieme le variegate e variopinte strutture dell’ultradestra europee, tutte alquanto disinvolte quando si tratta di superare contraddizioni solo apparentemente irrisolvibili quanto a etnie, religioni, famiglie, orientamenti sessuali, trattati internazionali, guerre. L’importante è coltivare l’odio, il conflitto, la vendetta, la prevaricazione, l’umiliazione di un sottomesso.

Il comando nel tempo della condizione precaria

A mio avviso il fascismo storico (quello reale di Mussolini, per intenderci) fu un esperimento (il primo e fondante) realizzato per far funzionare il comando quando la catena di montaggio e la fabbrica insediata nel territorio costituivano l’elemento dominante, quello che dettava la tabella di marcia. La dittatura doveva rompere l’organizzazione della classe operaia, senza tuttavia incrinare il consenso delle altre componenti sociali, specialmente della piccola borghesia, ma anche del mondo agricolo e dell’artigianato. Welfare e manganello, parrocchia ed esercito venivano unificati nell’ideologia della nazione, con legame necessario. L’intervento dello stato nell’economia e il corporativismo nel rapporto di lavoro costituivano condizioni irrinunciabili dell’istituzione fascista. Per questa ragione il fascismo storico non può sopravvivere a quel sistema di produzione .

Umberto Eco mette in luce tuttavia una serie di elementi (caratteristiche) presenti nel fascismo e in grado di sopravvivergli proprio perché cooptabili da other kinds, utilizzabili dal sistema di comando dentro la transizione. Ciò che avviene sotto i nostri occhi è proprio questo: il capitalismo finanziarizzato non esita nel servirsi di questa nebulosa di istinti oscuri per esercitare il dominio. Ma non bisogna commettere l’errore di non saper leggere le differenze, perché sono differenze istituzionali, politiche, economiche, sociali. Un esempio di quel che ci troviamo a dover contrastare lo troviamo negli USA, elaborato da Russel Vought, il teorico del c.d. originalismo costituzionale, in chiave tuttavia modificata (un preteso spirito originale, non solo il testo): a lui è affidata l’esecuzione del progetto trumpiano, con già 182.528 licenziamenti del personale federale (il 10%).

Con l’originalismo costituzionale propugnato dal suo Center of Revening America si intende trasformare l’edificio giuridico in vigore negli USA in qualche cosa di diverso. La teorica possibilità di una simile trasformazione l’aveva individuata Kurt Godel, il geniale autore del celebre saggio sulle proposizioni formalmente indecidibili. Racconta infatti Oskar Morgenstern (il fondatore della teoria dei giochi) di quando, nell’aprile del 1948, lui e Einstein accompagnarono quali testimoni Godel nella cittadina di Trenton a sostenere l’esame  per ottenere la cittadinanza americana e questi, nonostante gli avvertimenti dei due amici, non riuscì a trattenersi davanti al funzionario che curava la pratica. Replicando all’affermazione (lei ha vissuto sotto una malvagia dittatura … per fortuna questo non è possibile in America) Godel disse di avere scoperto un metodo logico-legale con il quale gli USA potrebbero trasformarsi in una dittatura. Grazie all’azione di contenimento di Einstein l’esame si concluse positivamente, ma la scoperta di Godel (mai stesa in forma scritta) aveva evidentemente delle basi, visto quanto sta accadendo in quel paese, ad opera proprio del suo presidente in carica!

Il consolidamento dell’opzione autoritaria sta segnando i passaggi dentro la transizione, seguendo percorsi diversi tutti verso la medesima direzione (una moderna rielaborazione del detto tradizionale tutte le strade conducono a Roma). In particolare nei territori della c.d. democrazia occidentale assistiamo alla trasformazione con interventi logico-legali che paiono uscire dalla fertile mente di Godel. Lo scopo è quello di privatizzare ogni segmento del comune, di appropriarsi della cooperazione sociale sottraendola alla moltitudine, di cancellare ogni residuo beneficio di welfare, di mettere le esistenze a valore mercificandole e mantenendole connesse senza diritti. Ci troviamo di fronte a qualche cosa di diverso e ancor peggiore del fascismo, un fascismo senza corporativismo nei rapporti di lavoro e senza protezione sociale. Ora la cessione della libertà avviene senza alcuna contropartita, viene imposta, non è accompagnata da una richiesta di consenso, vive solo di paura o, nella migliore delle ipotesi, di rassegnazione. Anche la destra di orientamento vetero-fascista deve intraprendere il medesimo percorso delle democrazie occidentali ove intenda sopravvivere. Juan Domingo Peron aveva fondato il partito dei descamisados pescando a piene mani nell’esperienza del fascismo sociale italiano; Javier Milei ha sconfitto l’ultimo peronista, Sergio Massa, rubandogli il populismo e trasferendolo nel progetto di tagli alla spesa pubblica, di licenziamenti, di ghettizzazione violenta. Il nuovo ordine mira a distruggere ogni codificazione perché le codificazioni contengono in qualche modo i diritti; l’unica legge che vale, nel nuovo ordine, è quella dell’imperatore, esercitata con la forza, a prescindere da qualsiasi motivazione, non dovuta e per sua natura mutevole.

Il nuovo ordine sottrae al fascismo storico l’imposizione dittatoriale e violenta come sistema di comando, dal liberismo prende la cancellazione di regole certe e di limiti nell’interesse sociale, dalle teocrazie l’intrusione nella vita privata e sociale, dal socialismo reale la criminalizzazione del dissenso. Il nuovo ordine si oppone alla pace, dovunque, e instaura un clima di guerra permanente, modificando di volta in volta, sempre senza dare spiegazioni, il quadro degli amici e dei nemici. La destra ex-fascista italiana, la prima a raggiungere il governo, rimane razzista, ma destinatari della repressione non sono più gli “ebrei” (promossi ora a popolo alleato) ma gli “immigrati clandestini”, i “nomadi” (nessuna promozione per il popolo sinti rom, per loro niente adozione della definizione Ihra nella legge italiana). Quando è il comandante a incarnare la norma o la sua interpretazione siamo bel oltre la costituzione di Pinochet o il codice Rocco,  diventa potere assoluto, assolutismo. Non è solo un problema terminologico; io preferisco chiamarlo dispotismo ma un termine vale l’altro purché si abbia chiaro quel che ci si para davanti. Comprendere è un necessario presupposto del contrastare con efficacia. Rinchiudere il nuovo assetto dispotico del capitalismo finanziario nella gabbia del “fascismo” contiene l’illusione che possa essere riesumato, per sconfiggerlo, il fronte composto da classe operaia, borghesia, liberalismo, socialdemocrazia, un fronte ormai in archivio della storia trascorsa e non più ripetibile. La classe operaia è ormai assorbita nel precariato, la borghesia è stata quasi completamente cancellata nella società reale, i liberali e i socialdemocratici (intesi quali partiti storici) o non esistono più o quel che ne resta è nella gran parte inglobato nelle file del dispotismo. Per giunta l’uso della guerra (asimmetrica, senza limiti), divenuta ormai un elemento permanente dell’assetto dispotico, l’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale e la sorveglianza diffusa (quella ben descritta da Shoshana Zuboff) hanno contribuito ad accelerare il processo di dissoluzione del ceto medio e la scelta governativa del rifiuto di ogni mediazione nel conflitto sociale (ormai equiparato a terrorismo anche nella legislazione e nella comunicazione di regime). In questo quadro repressivo si cala, dentro la transizione, la sproporzione di mezzi d’offesa fra il potere e la resistenza (anche in forma di resilienza) al comando. Per farlo capire bene ai sudditi è sempre più frequente la reazione repressiva volutamente e consapevolmente sproporzionata, confinando nell’irrilevanza il sentiment dell’indignazione collettiva; costituisce un metodo che oltrepassa la semplice rappresaglia di cui si servivano i nazifascisti per diventare strumento di governo del territorio e di gestione dell’economia nella società civile.

Il capitale finanziarizzato per un verso varca con sempre maggiore frequenza il confine fra oppressione e annientamento, fra repressione e genocidio; per altro verso e contraddittoriamente, dopo aver trasformato ogni esistenza in merce, quando uccide danneggia il proprio potenziale patrimonio, elimina fornitori di dati e di energia. Come fa con l’ambiente, fa con gli umani, conta sul numero, evita di pensare all’esaurimento, si disinteressa della reazione e/o delle possibili conseguenze. Il fascismo si credeva eterno (eternal fascism  propone Eco); il capitale finanziarizzato pensa solo al presente, con progetti di brevissima vita. E questo, a ben vedere, è il suo punto debole, il suo tallone d’Achille.

La scienza ribelle ha il compito di risolvere l’enigma per liberare finalmente l’energia rivoluzionaria. Aveva ragione Marx (aggiorno la prefazione alla seconda edizione del 18 Brumaio, 23 giugno 1869):

“la differenza fra le condizioni materiali della lotta delle classi nell’epoca fordista e nell’epoca contemporanea è così profonda che le manifestazioni politiche rispettive si rassomigliano precisamente quanto l’Arcivescovo di Canterbury rassomiglia al gran sacerdote Samuele!”

E dunque si arriverà, prima o poi, al punto in cui la situazione stessa grida Hic Rhodus, hic salta.



L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 16 febbraio 2026

Rileggendo “Eternal Fascism” di Umberto Eco dopo che sono trascorsi trent’anni  Leggi tutto »

Firmare & fermare

di Gianni Giovannelli

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate

Queste parole di colore oscuro

Vid’io scritte al sommo d’una porta;

Per ch’io: “Maestro il senso lor m’è duro”.

 Ed elli a me, come persona accorta:

“Qui si convien lasciare ogni sospetto

 Ogni viltà convien che qui sia morta”.       

Dante, Inferno, Canto III, 9-15                                            

La maggioranza parlamentare che sostiene il governo Meloni ha approvato una variazione della Costituzione, con la modifica di alcune regole che disciplinano l’attività dei magistrati e il controllo sulla loro attività (eventuali sanzioni disciplinari, assegnazione a funzioni dirigenti, trasferimenti). Le nuove norme potranno entrare in vigore solo e soltanto se troveranno conferma con il voto referendario, la cui data ancora non è fissata, ma che si terrà a breve, nella prossima primavera, fra marzo e aprile del prossimo anno. Come cercherò di spiegare quel che viene spacciato, usando parole volutamente oscure, come un passaggio meramente tecnico, è invece un intervento solo e soltanto politico, un tassello della guerra civile scatenata, contro i propri sudditi, dall’ala autoritaria e bellicista interna alla complessiva ragnatela in cui oggi si articola il potere.

Prima della riforma costituzionale

I magistrati diventano tali per concorso, unico e uguale; si dividono per funzione, alcuni sono assegnati a giudicare (e per questo sono giudici), altri ad inquisire (quelli delle procure, nei giudizi rappresentano l’accusa). Per passare da un’assegnazione a un’altra e/o da una funzione all’altra non basta la domanda dell’interessato; questa viene vagliata da un organo di valutazione e controllo, a composizione mista (eletti dai magistrati in parte e dalla politica in quota minore), il CSM (33 membri). Per assicurare l’autonomia della magistratura i due terzi del CSM sono eletti dai magistrati stessi; un terzo dal parlamento (attualmente 7 di destra, 3 di opposizione- PD, 5S, Italia Viva) ; si aggiungono Mattarella e i due al vertice della Cassazione. Il CSM detiene il potere disciplinare e provvede alla nomina dei preposti alle cariche direttive più importanti, nel settore civile e in quello penale, negli organi di accusa e in quelli giudicanti. In passato il passaggio dal settore di accusa a quello giudicante era molto più frequente, la doppia esperienza era considerata un valore aggiunto, lo stesso ministro Nordio fu prima giudice e in seguito PM. Negli ultimi anni (anche per il limite consentito di un solo passaggio di funzione) ciò che negli Anni Cinquanta non faceva il minimo rumore è diventato eccezione, ridottissima nel numero; anche la progressione di carriera avviene, quasi sempre ormai, all’interno di una delle due funzioni. Le nomine al CSM, in quanto elettive, riflettono nel risultato l’orientamento del corpo complessivo della magistratura, divisa in segmenti che per comodità possiamo chiamare di conservatori e di progressisti (ma l’articolazione dei due segmenti è in realtà assai più complessa e nulla va mai dato per scontato). L’unità delle due funzioni (giudizio e accusa) contiene conseguenze importanti: l’azione penale è innanzitutto obbligatoria (la procura non può scegliere quali delitti perseguire e quali no), ma soprattutto l’organo di accusa non deve cercare ad ogni costo la condanna, ma la verità, anche se favorevole all’imputato. Di recente due procuratori milanesi, ritenuti responsabili di aver taciuto alla difesa elementi a discarico, sono stati condannati per questo ad una pena detentiva. La ricerca della verità, e non necessariamente della colpevolezza, è un dovere inderogabile e caratterizza l’autonomia del magistrato inquirente in Italia, con un sistema diverso da quello di altri paesi in cui l’accusa è invece strettamente legata al governo (era così anche in Italia fino alla Costituzione repubblicana, quando vigeva il Regio Decreto del 1907, rimasto in vigore anche durante il regime fascista)

Il nuovo assetto introdotto dalla Riforma Nordio

Le modifiche introdotte sono quanto mai subdole, celate dietro espressioni quasi incomprensibili. La separazione delle funzioni diviene innanzitutto separazione di carriera, la magistratura viene divisa in due: giudicanti e accusa. Era separata anche prima, di fatto; dunque sul mero piano del funzionamento tecnico sul campo non ci sono variazioni. Cambiano invece – e non poco – il controllo e l’autonomia dei magistrati, in entrambe le funzioni. Perché cambia la composizione del CSM (ora diviso anch’esso in due, con aumento dei posti e dei costi) e cambia l’organo che detiene l’azione disciplinare, prima in capo al CSM, ora trasferita a un’Alta Corte di nuova concezione e di nuova composizione, che si occuperà sia dei giudicanti sia dei “requirenti” (denominazione tecnica dei magistrati delle procure). Il nuovo magistrato accusatore è molto più “poliziotto” di quello precedente, che già lo era non poco. Cerca condanne, non la verità; per orientare la caccia sono pronte leggi ordinarie di regime. Questo il cuore politico della riforma, tassello del progetto di controllo autoritario del potere giudiziario in capo al potere esecutivo.

I due nuovi CSM (privati del potere disciplinare, azzoppati) saranno scelti, per un terzo, da una lista elaborata dal parlamento; l’estrazione a sorte avviene comunque all’interno di quelli nominati dalla maggioranza, con regole oggi sconosciute, ma che saranno decise dal governo. Dunque un terzo sarà politico, e godrà della piena fiducia dell’esecutivo. Gli altri due terzi usciranno da un sorteggio che (recita il nuovo articolo 104 della Costituzione modificata) avverrà fra i magistrati nel numero e secondo le modalità stabilite dalla legge (una legge ordinaria, sganciata dalla Costituzione, mutabile in qualsiasi momento ad opera della maggioranza, magari con il consueto colpo di mano in un qualche emendamento). Pilotare un sorteggio non è affatto impossibile, se si detengono le chiavi che definiscono le modalità. Acquisendo il consenso del 25% dei sorteggiati si controlla il CSM, dunque passano sotto controllo l’assunzione, il trasferimento, la promozione, l’assegnazione e la carica connessa alle assegnazioni. Il nuovo articolo 105 della Costituzione regola il potere disciplinare, sottratto al vecchio CSM e consegnato all’Alta Corte di 15 membri. Sei sono “politici” (3 nominati dal Presidente della repubblica e 3 dal Parlamento), 6 sono estratti a sorte fra i giudicanti e 3 fra i requirenti; come si farà questo sorteggio lo dirà ancora una volta una legge ordinaria modificabile secondo convenienza, di cui nulla si sa e nulla viene detto. Come dicono nelle borgate romane: aho, famo a fidasse …L’ultimo comma dell’art. 105 nuovo testo è un piccolo capolavoro di prepotenza: con legge ordinaria, sempre modificabile a piacimento dalla maggioranza, si decideranno non solo le ipotetiche violazioni disciplinari con le rispettive sanzioni, ma anche le forme del procedimento e la composizione dei collegi! E contro le decisioni dell’Alta Corte ci si potrà rivolgere solo all’Alta Corte; basterà conquistare il consenso di 2 sorteggiati su 9 per ottenere il controllo politico di questa Alta Corte e sarà il ministro a sollecitare, all’occorrenza, l’apertura dell’azione disciplinare contro i magistrati scomodi. In sintesi: oggi non è bene, ma domani sarà peggio, e ci gettano le basi, con la riforma, per l’aggressione continua ai diritti.

Il progetto autoritario in cui si inserisce questa riforma costituzionale

La giustizia in Italia è senza dubbio una giustizia di classe. Funziona, con una certa frequenza, male nella difesa dei diritti dei poveri e degli oppressi, assicura, spesso ma non sempre, l’impunità ai potenti. Anche per questo la credibilità dei magistrati è piuttosto bassa, e la fiducia popolare nella giustizia è minima. Ma anche quel poco di democrazia che sopravvive faticosamente nel nostro ordinamento non è tollerato dall’apparato di potere; vogliono rimuoverlo e puntano a far prevalere il dominio sui sudditi, per così completare la transizione autoritaria.

Per questo travestono la riforma in un passaggio meramente “tecnico” e lo espongono in termini tali che, così come viene descritto, non frega niente a nessuno. Due CSM invece di uno? Due carriere invece di una? E a me che ne viene? Nulla di nulla! Tanto non cambia la mia condizione. Per aggiunta il potere diffonde l’idea (assolutamente falsa) che questa riforma costituzionale acceleri i tempi biblici della giustizia, elimini le condanne ingiuste, porti più democrazia nelle nostre vite. Per condire queste menzogne il potere va arruolando, come sempre, finti oppositori che, indossando uniformi di sinistra, sostengono la riforma proposta dalla destra neofascista di meloni con l’appoggio dei tecnocrati alla Calenda. E i finti oppositori (qualcuno in buona fede, da perfetto cretino; il grosso a pagamento

da questuante) finiscono sempre più spesso sotto i riflettori. Il delitto di Garlasco non c’entra nulla con la riforma costituzionale; ma nel sottofondo del clamore mediatico che accompagna la grancassa suonata sul palco delle nuove indagini viene inserito il messaggio subliminale, lanciato in forma apodittica, senza motivazione: con le nuove norme nessun Garlasco sarà possibile. Viva il Governo!

Diciamolo con franchezza. La separazione delle carriere è uno specchietto per le allodole, esiste già, non serve a niente, è un falso problema. Quel che conta è la modifica della sorveglianza, la rimozione della garanzia costituzionale sulla procedura, la riconduzione del controllo sui magistrati alla legge ordinaria e, conseguentemente, alle interferenze dell’esecutivo, del potere, del progetto autoritario che caratterizza questa fase di transizione e sussunzione. Infatti, dove non opera l’argine della Costituzione, il governo non lesina colpi di mano. Dopo il niet al Ponte di Messina, con prontezza, in piena pausa natalizia, con il solito emendamento pirata, hanno cambiato la legge e assestato una mazzata educativa alla Corte dei Conti, limitando i poteri di controllo contabile di quei magistrati, assicurando l’impunità ai caporali di regime che usano soldi pubblici a fini privati, facendo capire chi comanda. Questo prepara la riforma che contrabbandano come tecnica e democratica!

Non è un referendum sulla giustizia e sul suo funzionamento, non è un referendum tecnico. E’ invece un segmento della guerra civile scatenata dal potere contro i diritti dei subordinati, dei precari, dei non abbienti, dei sudditi. Vogliono controllare interamente il meccanismo giudiziario (giudicante e requirente) per accelerare la transizione autoritaria, per assicurare l’impunità ai funzionari del potere e al capitalismo delle piattaforme, per rinforzare il regime di guerra e riarmo, per cancellare i diritti residui alla salute, alla casa, al reddito, all’opinione, alla libertà. Dunque si tratta di un referendum politico per contrastare, in ogni passaggio e anche in questo, il progetto del potere. Il resto è fuffa, inganno, propaganda, ideologia. Va smascherata la finzione spettacolare messa in scena dalla maggioranza neofascista e dalla finta opposizione, pro-guerra-sempre-in-emergenza. Volevano nascondere questo passaggio autoritario dietro una cortina di tecnicismi incomprensibili, per favorire, come sempre, paura e rassegnazione. Per piegare ogni esistenza al profitto.

L’imprevista iniziativa di raccolta firme ha riaperto una discussione che appariva morta, o almeno stagnante. Ha sottratto i riflettori accesi solo e soltanto sulla comunicazione di palazzo, ha svegliato dal suo torpore rassegnato anche l’opposizione parlamentare. Raggiungere 500.000 firme pareva pazzesco, sta diventando possibile, giorno dopo giorno, con effetto a valanga; dobbiamo farlo diventare reale, raggiungere il risultato. Certo: il referendum avrebbe luogo ugualmente, anche senza le 500.000 sottoscrizioni. Ma con le firme invocate dai senza rappresentanza sarà un referendum diverso, con accesso anche dei comitati e dei sindacati di base alla comunicazione, secondo le norme della c.d. par condicio. Già così sta cambiando lo scenario dello spettacolo, un po’ alla volta si capisce che questo non è un Si o un No tecnico, ma un Si o un NO al regime che ci stanno preparando. La separazione delle carriere poco conta, ma la lotta al dispotismo è invece compito nostro!

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Ecco il link dove firmare:

https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5400034b

Per firmare on line occorre usare la firma digitale ma è possibile anche utilizzare lo SPID, la CIE e il CNS.

Nei prossimi giorni, saranno organizzati banchetti anche per la raccolta firme cartacee. 

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 30 dicembre 2025

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