Punto rosa

Quando sono le donne a fare il lavoro sporco del patriarcato

Napoli. Carnevale del Gridas di Scampia: su questo tema c’è poco da scherzare. Foto di Ferdinando Kaiser

Trent’anni sono passati da quel 1996 in cui pensavamo di aver finalmente spostato lo stupro dal fango della “morale pubblica” alla dignità della persona, ma oggi il vento è cambiato. Il 15 febbraio, in 44 città italiane, migliaia di corpi e di voci si sono alzati non per celebrare un anniversario, ma per alzare un argine contro una retromarcia che ha il sapore amaro del tradimento.

È una rabbia lucida quella che attraversa le piazze, alimentata dalla consapevolezza che il patriarcato non ha più bisogno di indossare i pantaloni per colpire: oggi usa il volto e la voce di donne come Giorgia Meloni e Giulia Bongiorno per fare il suo lavoro più sporco.

Non è un caso isolato, quello italiano. Nel momento in cui scriviamo, la destra più reazionaria lavora ovunque — dall’America di Trump all’Europa dei sovranismi — per rimettere al proprio posto l’autodeterminazione femminile. È un progetto culturale prima ancora che politico: riportare il corpo delle donne sotto il controllo maschile, un passo alla volta, con la gradualità di chi sa che i cambiamenti bruschi fanno rumore.

Il caso Epstein non è un’eccezione mostruosa: è la punta di un iceberg fatto di culture che vedono il silenzio come assenso e il potere come licenza. Quella stessa cultura bussa oggi alle porte del Parlamento italiano.

Hanno preso il concetto di “consenso” — quel sì libero e attuale che è l’unica linea di confine tra un atto d’amore e una violenza — e lo hanno cancellato con un tratto di penna, sostituendolo con la parola “dissenso”. Una sola parola che capovolge il mondo: non sei più libera per principio, ma sei preda per default finché non riesci a dimostrare di aver lottato, gridato, resistito. È la stessa cultura che ha permesso a uomini potenti di abusare per anni nel silenzio, sapendo che senza una “prova di resistenza” il loro crimine sarebbe scivolato in una zona grigia di impunità.

Ed è la stessa logica che rende invisibili le vittime come Gisèle Pelicot — drogata dal marito per anni e messa a disposizione di decine di uomini mentre era incosciente — perché chi non può esprimere dissenso, nella cultura patriarcale, non esiste come vittima.

Meloni e Bongiorno prestano il loro nome a questa operazione, agendo come scudi umani per un sistema che vuole normalizzare il silenzio come assenso.

Ma la piazza ha risposto con un calore che è incendio: meglio nessuna legge, meglio restare con le vecchie norme integrate dalla Convenzione di Istanbul, piuttosto che accettare un arretramento che ci vuole di nuovo silenziose e sottomesse. Dare un segnale forte oggi non è più un’opzione, è un dovere di sopravvivenza. Non permetteremo che il cammino di trent’anni venga cancellato da chi ha scelto di farsi ancella di un potere che ci vuole senza voce, dicono quelle piazze. Perché senza un sì esplicito, oggi e sempre, resta solo lo stupro.




L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 16 febbraio 2026

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Consenso o dissenso?

di Amnesty International

Italia, ma indossare una minigonna è un sì? E aver bevuto più del solito? Ancora una volta in Italia si sta attaccando la possibilità delle donne di essere credute e protette.

Italia, si vuole riscrivere la legge sulla violenza sessuale cancellando il cuore di tutto: il consenso. La proposta di modifica dell’art. 609‑bis a firma della senatrice Giulia Bongiorno sposta di nuovo il peso sulle sopravvissute, costringendole a dimostrare di aver detto “no”, invece di chiedere a chi agisce di accertare un “sì”. Un passo indietro rispetto all’approvazione all’unanimità della Camera dello scorso novembre che ignora quanto sia complesso reagire quando si ha paura, si è paralizzate o si subisce una violenza.


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Da cinque anni ci battiamo affinché, anche a livello legislativo, passi il concetto chiaro e semplice per cui il sesso senza consenso è stupro. E proprio ora che sembrava arrivata la fine di questa lunga battaglia, si è deciso di tornare indietro. Non possiamo accettare che si torni a una logica che scarica sulla sopravvissuta l’onere della prova: abbiamo bisogno di un cambiamento culturale e legislativo chiaro.

La mobilitazione nazionale


Un folto gruppo di centri antiviolenza, associazioni femministe e transfemministe, con il sostegno di varie realtà della società civile, ha promosso una mobilitazione diffusa contro la modifica del disegno di legge che coinvolgerà oltre 100 piazze in tutta Italia domenica 15 febbraio e che culminerà in un corteo nazionale a Roma il 28 febbraio. Cerca l’iniziativa più vicina.




L’articolo è stato pubblicato da Pressenza il 13 febbraio 2026

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Perché l’autocoscienza maschile fa così paura?

di Lea Melandri


Quelli che oggi chiamiamo “stereotipi di genere”, se li guardiamo più profondamente, ci accorgiamo che non si tratta di “differenze”, ma di un processo sempre in atto di “differenziazione”, la spaccatura che ha diviso, contrapposto nella loro complementarità, parti inscindibili dell’umano, come il corpo e il pensiero, la ragione e i sentimenti, la biologia e la storia, e che perciò stesso tende alla loro riunificazione. Femminilità e virilità parlano di rapporti e di gerarchie di potere, di sfruttamento e di violenza, ma è innegabile che ritornano, sotto un altro aspetto, come i volti di quel desiderio di unità, appartenenza intima, che è il sogno d’amore: “il miracolo che di due esseri complementari fa un solo essere armonioso” (Sibilla Aleramo).
’uscita dal due in uno della nascita, dal momento che la donna è stata confinata nel ruolo materno, non poteva far incontrare due singolarità incarnate, ma le figure dell’origine in posizioni capovolte. Anche quando è diventato il padre di se stesso l’uomo, che celebra nella sessualità penetrativa la “vittoria sul trauma della nascita” (Sàndor Ferenczi), non può dire di aver reciso il cordone ombelicale, la dipendenza che nell’infanzia lo ha visto inerme affidato al corpo con cui è stato tutt’uno, e da cui ancora teme immaginariamente di poter essere riassorbito.
Di questa ambiguità delle figure di genere, strette dentro logiche di desiderio e di paura, di amore e di odio, di vita e di morte, a dare conto è stata finora la pratica che il femminismo ha chiamato “autocoscienza”: un pensiero e una parola spinti fin dentro le acque insondate della persona, ai confini tra inconscio e coscienza, tanto da portare allo scoperto vissuti che sfuggono alle costruzioni teoriche e al discorso politico tradizionalmente inteso, o che restano “impresentabili”.
Nei rari casi in cui sono stati uomini a vincere, nelle loro scritture, la ritrosia a parlare di sé, a esporre sentimenti, fantasie, ritenute “naturali” inclinazioni femminili, non sono mancate voci critiche anche nel femminismo. Il vissuto di un figlio, l’intreccio di sentimenti opposti di amore e odio, tenerezza e violenza, affidamento e autonomia, destano comprensibilmente inquietudini nella donna che, suo malgrado, ha fatta propria come portato “naturale” la maternità: madre sempre e comunque, che abbia o non abbia avuto figli. Se è stato storicamente lo sguardo dell’uomo, l’ideologia del patriarcato, a identificarla con la sessualità e la maternità, è nell’immaginario di un figlio maschio che prende corpo negli anni dell’infanzia e della adolescenza una relazione destinata a prolungarsi nella vita amorosa adulta, con tutte le sue contraddizioni e ambivalenze.

“L’ossessione era sempre quella dell’identità maschile: confonderla e riavvicinarla a quella dell’altro sesso (capelli, orecchini eccetera) o al contrario credere di custodirla a colpi di forbici (…) Vedono la femminilità come una infezione, temono di esserne contaminati, custodiscono la virilità come un sistema chiuso, compatto, impermeabile alle mollezze che il contatto con il femminile evoca e provoca (…) Nella prima esperienza, abbracciati a una donna, ai ragazzi manca il respiro, si sentono soffocare, intrappolati. Altro che possedere, conquistare, dominare! Un uomo si sente avviluppato dalle spire, avvinghiato dai tentacoli, sepolto nella cedevolezza delle forme di un corpo femminile, e quando entra dentro di lei è come se fosse entrato nella tomba. Con immenso piacere e sgomento, la sconcertante novità della morbidezza”.
(Edoardo AlbinatiLa scuola cattolica, Rizzoli 2016)

Settant’anni prima, nel 1946, Franco Matacotta, il giovane poeta marchigiano, ultimo amore di una Sibilla Aleramo che si scopriva “madre- amante”, descrive la sua formazione di adolescente con parole e immagini molto simili.

“Mia madre! Essa lo era stata quando un minuscolo grumo di sangue attendeva nel suo grembo d’essere chiamato alla luce. Allora essa m’aveva posseduto, io ero stato tutt’uno con le sue viscere. Ora mi pareva che tra me e lei il rapporto fosse come tra l’acqua e le viscere della montagna. L’acqua se ne fugge, corre lontana. E io, perché dovevo continuare ad appartenere a mia madre? (…) Si amavano i miei genitori? Quelle braccia della mamma ch’io m’era rappresentato naturalmente protese verso il babbo, le sentivo invece deviate da non so qual vento nemico verso di me. Braccia. Bramose di offrirsi, di sacrificarsi, perennemente sollevate nell’atmosfera elettrica della casa: braccia senza corpo, senza volto, con quel loro gesto concavo delle mani sempre vuote. Perchè quella curva terribile, nel gesto d’amore? Essa chiama, stringe, diviene cerchio e spira”.
(Franco MatacottaLa lepre bianca, ristampato da Feltrinelli, 1982).

Figlia femmina, cresciuta per vent’anni in una famiglia contadina, dove i maltrattamenti riguardo alle donne sembravano far tutt’uno con la povertà e la fatica del lavoro dei campi, neppure il privilegio di aver potuto frequentare un buon liceo di provincia mi ha permesso allora di districare il perverso annodamento tra la debolezza e la violenza paterna, la vitalità prorompente di mia madre e la sua sottomissione. Ma, soprattutto, avendo potuto percorrere le strade riservate di solito al figlio maschio – lo studio, la fuga verso la grande città, l’impegno politico – non mi è stato difficile, con la consapevolezza che mi è venuta in seguito dal femminismo, rendermi conto di quanto la visione maschile del mondo – la “fuga dal femminile”, il desiderio e la paura di una possessività materna, sia pure legata agli affetti più che al potere – avesse messo radici profonde anche nella memoria del mio corpo. “Non c’è rivoluzione senza la liberazione delle donne”, scrivevamo nei volantini degli anni Settanta. Oggi direi “Non c’è liberazione senza una rivoluzione della coscienza maschile”. Se invece pensiamo che le donne siano “innocenti”, toccate dal patriarcato solo come vittime, e gli uomini malvagi “per natura”, allora non resta che chiederci perché continuiamo a mettere al mondo dei mostri.



L’articolo è stato pubblicato su  Comune-info il 24 Marzo 2025
L’immagine è di Folco Masi da unsplash

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Peccati essenziali

di Cristina Formica

I Sette peccati necessari. Manifesto contro il patriarcato è un libro da regalarsi e da regalare, da tenere vicino per riflettere e cambiare. È un testo fatto per amarsi e per criticarsi, perché solo guardando in faccia la realtà, la propria persona e la società si può veramente migliorare e stare meglio. Pubblicato dalla piccola casa editrice femminista LE PLURALI, è un testo che descrive un mondo recente ma non solo vicino, uno sguardo necessario per offrirci qualcosa di migliore e da coltivare. I peccati necessari sono quelli che le donne e tutte le identità LGBTQ+ hanno diritto ad agire, almeno quelle che non vogliono essere, o non vogliono più essere, le serve del patriarcato e che perciò possono imparare ad abitare, ad agire, a scagliarsi contro l’imperativo imperante di un mondo al maschile becero, quello bianco ed eterosessuale, quello capitalista e colonialista, anche quello nero e musulmano che ha gli stessi tratti di quello cattolico integralista e repressivo. Il patriarcato è il patriarcato in qualunque parte del mondo agisca, e questo libro lo spiega molto bene.
Peccare fa essere anche felici: la Rabbia, l’Attenzione, l’Ambizione, la volgarità, il Potere, la Violenza e la Lussuria possono essere il modo di riappropriarsi di se stesse e di lottare, anche da sole, contro tutti i mulini a vento che il patriarcato vuole mantenere per opprimere le donne. I peccati sono tali perché rompono muri, aboliscono proibizioni, urlano forte e lontano, trovano altre che donne che Mona Eltahawy nomina e unisce, scrivendo di donne che si muovono in tutto il pianeta, soprattutto in quelle zone di cui la tradizione patriarcale, secondo l’ottica occidentale, le vuole sempre sottomesse perché impossibilitate a lottare, incapaci di combattere per i propri diritti. Proprio questo elenco, lunghissimo e dettagliato, delle donne che lottano in Africa, nel Maghreb da cui l’autrice proviene, nel Medio Oriente e in tutta l’Asia, coniuga serenamente le lotte femministe nordamericane e australiane, quelle europee e sudamericane. Il rendere e pubblicizzare quello che le donne fanno in tutto il mondo non attenua la rabbia, ma la rende più forte per essere maggiormente potente, per essere insieme e non disperate, nonostante tutto, nonostante le sconfitte, l’umiliazione, la prigione e l’essere uccise, spesso non è solo un rischio di subire violenza: ma è proprio la rabbia che permette di affrontare la violenza subita.
Mona Eltahawy è una donna di più di 50 anni, è nata in Egitto e con la sua famiglia si è trasferita in Inghilterra e in Arabia Saudita; ha poi scelto di essere statunitense, dove si è trasferita nei primi anni del duemila e ha preso la cittadinanza, unendo i punti della sua vita e continuando a essere una giornalista e scrittrice importante, che gira il mondo con i capelli rosso fuoco; Mona è voluta diventare una femminista nota in tutto il mondo, come racconta di sé, per agitare le donne in ogni posto che va. Più di un anno fa era anche alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, dove arringava la folla, quasi solo di donne, non cedendo mai l’entusiasmo e la voglia di porsi avanti e guardare avanti. La scrittrice non nasconde mai la sua storia, parte fondamentale dei suoi cambiamenti e che hanno spesso rotto quegli equilibri ipocriti che nascondono le donne sotto, funzionali alla società degli uomini e anche delle donne: ci sono anche quelle, che Eltahawy definisce operaie del patriarcato, che mantengono e contribuiscono a mantenere l’oppressione delle donne, tutte le altre donne che non hanno raggiunto alcuna posizione ragguardevole per poter agire liberamente il loro essere. Non c’è carica politica, economica e sociale che tenga, anche se si arriva a una posizione “invidiabile” come donna bisogna saper mantenere uno sguardo che vada oltre sé e parli anche alle altre che non ce la fanno a realizzarsi, in molte situazioni a vivere dignitosamente proprio perché donne. Non esiste nessuna carica che possa effettivamente riuscire a cambiare il patriarcato se si agisce come un uomo, ne è un esempio perfetto Giorgia Meloni che infatti si definisce al maschile, contribuendo ad una visione del potere che è sempre e solo degli uomini. E come lei, le diverse donne nominate dalla prima presidenza di Trump, di cui l’autrice ricorda come non sia né sia mai stato dalla parte delle donne, lui che è accusato di violenza sessuale e che ha nominato Gina Haspel a capo della CIA nel 2018, una donna funzionale al patriarcato e che ha partecipato direttamente a sessioni di tortura di sospetti terroristi, distruggendone poi la documentazione di prova, atti orrendi per cui è stata accusata di crimini di guerra.
Molte sono le storie che Eltahawy racconta, a partire dalle molestie e violenze che ha subito e che l’hanno incoraggiata a combattere la violenza contro le donne in ogni posto in cui ha vissuto. Poi, ci sono le storie degli stupri etnici in Bosnia e in Rwanda, di cui nessuno vuole mantenere memoria. Ed ancora le storie delle donne indiane che lottano per andare nei templi nonostante le mestruazioni, periodo naturale che impedisce alle donne la preghiera, come se qualsiasi dio sia meno disposto ad essere riverito se lo fa una donna con il mestruo; la stessa lotta è stata fatta dalle donne musulmane di New York, che subiscono la stessa limitazione. Ma d’altronde, anche in Italia, fino a non molto tempo fa, si diceva che se una donna aveva le mestruazioni non doveva impastare il pane e fare tutta una serie di cose perché il sangue avrebbe influito negativamente. E poi l’autrice parla delle donne elette al parlamento statunitense nel 2018, quando sono state nominate anche figure fuori dalla casta politica come Ilham Omar, una donna di origine somala che ha continuato a portare il velo anche nell’emiciclo di Washington; oppure Alexandria Ocasio-Cortez, eletta dai sobborghi newyorkesi perché anche lei si era dovuta districare in una vita complicata, essendo di origine portoricana, povera e a rischio di perdere la casa. Donne che il potere non ha sostenuto, ma la gente sì, anche per questo sono espressione contraria del patriarcato che, di nuovo, Trump rappresenta e non solo lui purtroppo.
Così come il racconto delle lotte in tante nazioni africane per i diritti delle donne, delle persone gay, lesbiche e trans: in diversi stati infatti si rischia la prigione e la morte se non si è eterosessuali, o se si attacca un leader uomo che governa anche rispetto al fatto che le donne si vedono negare i propri diritti umani, tutti i giorni della loro vita, perché sono donne.
Un libro che esprime il bisogno di essere ribelli, di essere libere e liberi perché questo è il destino necessario per una vita ricca e realizzata. A seguire il potere (patriarcale) si rimane sempre sotto un sistema che forse individualmente salva, ma è un destino solitario, senza sbocchi se non quelli che qualcun altro vuole darti oppure, da un momento a un altro, toglierti. Un libro che non vuole assolutamente trovare una soluzione pacifica, ma che anzi sobilla ed agita perché è questo l’unico modo di cambiare ciò che non ci piace; Mona Eltahawy ci è riuscita, approfittando delle possibilità che ha avuto e mostrandosi sempre in prima linea, consapevole che la sua posizione di notorietà l’avrebbe protetta: ma soprattutto ha protetto altre donne, e su questo indica una strada che è ancora tutta da percorrere, perché realmente possiamo costruire quanto di meglio per noi se, e solo se, consideriamo anche le altre persone, anche se non sono come noi, anche se non vogliono essere come noi.
Alla fine, leggendo questo libro, rimane un confine molto più ampio da varcare, un coraggio più grande, un pensiero più forte, è proprio un libro di forza e ne abbiamo, mai come ora, assolutamente bisogno.

Mona Eltahawy – I Sette peccati necessari. Manifesto contro il patriarcato. LE PLURALI Editrice

L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 9 febbraio 2025




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La strage delle innocenti

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Contenuto

Solo nel 2023, in Italia, 121 donne sono state uccise, ma quella fisica non è l’unica tipo di violenza che gli uomini commettono da secoli contro le donne.
La violenza di genere sfocia negli ambiti più disparati – psicologico, emotivo, economico, lavorativo e non solo – e lascia segni profondi nel corpo e nell’anima.

Attraverso la voce di numerosi professionisti che ogni giorno si battono contro la violenza di genere, questo saggio si pone come vero e proprio kit di sopravvivenza per tutte le donne.
Attraverso le testimonianze di avvocati, criminologi, psicologi e tanti altri esperti è possibile riconoscere i segnali di abuso e, quindi, correre ai ripari.
Un libro non solo per le donne, ma soprattutto per gli uomini: che scendano in guerra, al fianco di mogli, madri, figlie, sorelle e amiche, contro il patriarcato e il maschilismo, per costruire una società davvero libera.

Autore

Gian Ettore Gassani, è un avvocato matrimonialista con studi a Milano e Roma, ha patrocinato in numerosi processi di grande rilievo, presidente nazionale dell’Ami – Associazione degli avvocati matrimonialisti italiani – esperto di Diritto delle relazioni familiari, Diritto penale della famiglia e Diritto di famiglia internazionale.

Gian Ettore Gassani – La strage delle innocenti. Diarkos, 2024

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