Ucraina

Mario Draghi: il massacro delle illusioni

Immagine: Regno Unito, 1915, operaie impiegate nella lavorazione del TNT, trinitrotoluene o tritolo

di Joe Vannelli

Là dove si trova un esercito i prezzi sono alti,
là dove i prezzi salgono la ricchezza del popolo
si esaurisce. Quando la ricchezza è esaurita il
popolo sarà afflitto da richieste fiscali pressanti.

Sun Zu, L’arte della guerra
(Milano, 1965, II, XII, pag. 119)

In occasione del 1 maggio 2022 è stato reso noto l’annuale rapporto Censis-Ugl e non è difficile scorgere nell’elaborazione e nella ricchezza di dati sostanziali l’insegnamento di Giuseppe De Rita, fondatore dell’Istituto nel 1964 e dal 2021 membro del Consiglio d’Indirizzo presso Palazzo Chigi. A dispetto dei suoi novant’anni al governo sentono ancora il bisogno di questo inossidabile grand commis formatosi, come Mario Draghi, presso i gesuiti, nel liceo romano Massimiliano Massimo.

I dati oggettivi degli studi statistici

Lo studio pone questioni oggettivamente ineludibili che, tuttavia, i nostri parlamentari si ostinano a non ritenere tali. In dieci anni, ovvero da quando un mediocre economista, Mario Monti, ebbe a varare una disastrosa riforma delle norme che regolano il rapporto di lavoro e il trattamento pensionistico (2012), invece della promessa ripresa, abbiamo registrato un crollo. La retribuzione di fatto è diminuita in modo assai consistente, la misura individuata dalla ricerca è pari ad 8,3%; questo dato, già significativo, risente ora, di giorno in giorno, degli effetti connessi all’inflazione, e in particolare all’andamento dei prezzi nel settore energetico. Oggi, dopo la cura elaborata da pretesi esperti, il 13% della popolazione italiana si colloca sotto la soglia di povertà, proprio mentre una canea di analfabeti, spacciati per studiosi e/o giornalisti, non si fa scrupolo di invocare il taglio del reddito di cittadinanza e perfino degli ammortizzatori sociali. Il rapporto del Censis pubblicato il 3 dicembre 2021 (prima della guerra in Ucraina) è implacabile: l’Italia è l’unico fra i 38 paesi che aderiscono all’OCSE – organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico – in cui la retribuzione dei lavoratori è diminuita nel trentennio 1990/2020, nella misura del 2,9%. Nello stesso arco temporale si è registrato un aumento salariale del 31,1% in Francia e del 33,7% in Germania. Dunque l’alternanza dei governi di centrodestra, di centrosinistra e di tecnici non ha comportato mutamenti di rotta, con malvagia coerenza ha sempre trovato conferma l’esproprio sistematico dei salariati.

Con l’inflazione il dispotismo attacca

Nel corso dell’audizione alla Camera in data 27 luglio 2021 il presidente di ISTAT, Gian Carlo Blangiardo, ha confermato (pagina 12) che è in forte crescita la povertà assoluta e non solo nelle regioni arretrate: nel nord ovest si è passati dal 5,8% al 7,9% mentre nel nord est dal 6% al 7,1%. L’allargamento della forbice caratterizza, sia pure in forma meno accentuata, anche i paesi del nord, Belgio e Olanda compresi.

Secondo le sostanzialmente unanimi diverse rilevazioni economiche già nell’ottobre del 2021 – dunque prima della guerra – l’inflazione si è posta come elemento costante, tanto da determinare un aumento dei costi di produzione industriale prossimo al 20%, con inevitabili effetti a cascata. In particolare vi è stato un incremento, clamoroso e inarrestabile, dei prezzi nel settore energetico: elettricità, gas, petrolio sono raddoppiati e le stime meno inquietanti si collocano comunque almeno sulla soglia di 80%. Nonostante il taglio drastico delle retribuzioni percepite sia dai subordinati sia dagli autonomi la rete industriale italiana fatica a mantenere il passo, così che, per la prima volta dopo molti anni, gli analisti cominciano a considerare l’eventualità, in alcuni casi, di possibile stagflazione.

L’erosione del reddito esistenziale di fatto subisce inoltre un aumento sinergico a causa del contestuale taglio degli ammortizzatori sociali, che durante la pandemia si è rilevato soprattutto in ambito sanitario, con una palese contrazione dell’assistenza. Mentre i profitti delle società farmaceutiche crescevano in progressione geometrica, sottratti già in origine al fisco e al patrimonio dei singoli stati nazionali, la privatizzazione della salute proseguiva, anche con il quotidiano ricatto di versare una tangente legalizzata o di attendere tempi biblici, con il rischio di morire prima dell’accesso al servizio.

L’attacco al precariato si pone come obiettivo quello di cancellare ogni forma di contrasto e di ribellione alla conquista dell’intera esistenza di ogni suddito, reso precario sul piano contrattuale e impaurito sul piano psicologico; il moderno capitalismo finanziarizzato si articola in forme diverse per esercitare un pieno dominio, ma ciascuna forma ha quale caratteristica comune il dispotismo politico, economico, giuridico, sociale. La guerra e la prevaricazione, la paura diffusa e l’incertezza costante, sono intrinsecamente legate, tutte, all’esercizio del comando, ne sono anzi elementi costitutivi; l’autocrazia del XXI secolo prescinde, a ben vedere, dal tiranno quale soggetto titolare di una propria autonomia, e ormai anche dalla forma stato contingente. Il potere, sempre più sganciato dall’ideologia e dalla religione, si fonda piuttosto sulla menzogna spettacolare, è capace di trasformare il falso oggettivo in vero reale, con le armi, con la comunicazione, con il denaro, con il terrore.

L’attuale governo italiano di larga intesa intende completare il percorso intrapreso colpendo le due ultime roccaforti di resistenza popolare: la casa e il risparmio della famiglia.

La casa. Il recentissimo dibattito sulla revisione degli estimi catastali si prefigge di aumentare il prelievo statale e solo un ingenuo può fidarsi della parola di un banchiere abituato, fin da giovanissimo, ad esercitare l’arte della speculazione, mentendo ai mercati. Mario Draghi non riusciva a trattenere un sorriso divertito mentre spiegava ai membri delle due Camere che la rivalutazione del valore degli immobili non si sarebbe in nessun caso concretata in un maggior costo per la vasta platea dei piccoli proprietari: non si capacitava di essere creduto! Già. In Italia, negli anni trascorsi, grazie soprattutto alla forza del movimento operaio e contadino, i meno abbienti avevano ottenuto il mattone, percepito come un bene rifugio in cui ripararsi durante i tempi grami. Come noto il nostro è il paese europeo in cui i ceti popolari hanno, in percentuale, la maggior quota immobiliare, non solo di prime case, ma anche di laboratori artigianali, abitazioni rurali o di secondo soggiorno.

Il risparmio di famiglia è un’altra caratteristica peculiare italiana. Difficile calcolarlo esattamente – gli italiani sono gente che diffida dei potenti e dello stato – ma con gli strumenti informatici nascondersi diventa ogni giorno più difficile: richiede una professionalità che solo gli speculatori finanziari possiedono in pieno. Secondo il Censis il risparmio/patrimonio si è ridotto del 5,3% negli ultimi dieci anni; i depositi ammontano comunque a 967 miliardi, una somma considerevole. I dati offerti presentano tuttavia contraddizioni evidenti, generati probabilmente dalla diversa modalità di acquisizione. Secondo ABI (la struttura bancaria) il risparmio complessivo sarebbe cresciuto del 10% fra il 2019 e il 2020, calcolandolo in 1.737 miliardi; Eurostat rileva invece un calo del 4,6% nel 2021 in confronto ai trimestri precedenti, con un taglio che non ha determinato aumento di consumi (questo vorrebbe dire che l’uso delle somme accantonate è servito per far fronte a debiti già accumulati, non per investimento).

Necessiterebbe una lettura più ragionata per comprendere meglio il significato esatto di questi numeri, apparentemente in contrasto logico, e lascio volentieri il compito a chi possiede maggiore professionalità e competenza. Rimane tuttavia – e questa è una valutazione politica più che strettamente tecnica – che si prospetta assai probabile un programma di aggressione alla quota di risparmio, nella migliore delle ipotesi per trasformare risorse inutilizzate in investimenti produttivi (magari speculativi), nella peggiore per sanare il deficit senza toccare le grandi imprese. O, forse, nell’ottica a breve termine che caratterizza il progetto neoliberista negli ultimi anni, solo per sopravvivere un altro semestre, senza curarsi della prossima generazione, magari sperando in una qualche neo-hegeliana astuzia della storia.

Il dispotismo di Mario Draghi

Alberto Quadrio Curzio, un valtellinese sempre attento alle cose del mondo, fu tra i primi a cogliere l’importanza della riunione romana in cui fu presentato il rapporto elaborato da Mario Draghi e Raghuram Rajan su richiesta del Gruppo dei Trenta. Il titolo era assai suggestivo: Reviving and Restructuring the Corporate Sector post Covid. Rajan era stato il governatore della banca indiana di stato fra il 2013 e il 2016; di lui ricordiamo un saggio scritto a quattro mani con Luigi Zingales, Saving Capitalism from the Capitalists, elogio senza remore del più bieco liberalismo finanziario, privo di qualsivoglia tentazione pacifista o anche solo solidaristica. Dopo la rottura con il leader nazionalista indiano Narendra Modi, Rajan era rientrato a Chicago, accompagnato dall’accusa di aver utilizzato e trasmesso, per fini propri, informazioni riservate. A Roma era presente Janet Yellen, attuale segretario del tesoro nell’amministrazione Biden; l’Italia sarebbe stato il laboratorio politico economico del nuovo corso americano, con il conferimento dell’incarico di governo a Mario Draghi. Quando il Gruppo dei Trenta propone – la sede è a Washington – e il governo USA approva, i parlamentari italiani debbono eseguire, limitandosi di volta in volta a ripartire i voti fra una maggioranza richiesta e un’opposizione che, per decoro istituzionale, deve, almeno apparentemente, esistere. Il presidente emerito dell’Accademia dei Lincei, professor Quadrio Curzio, nel suo acuto commento del 16 dicembre 2020, mostrò di aver perfettamente compreso l’ormai prossimo procedere degli avvenimenti politici, in Italia e in Europa. Neppure due mesi dopo, il 13 febbraio 2021, il nuovo esecutivo prestava giuramento preparandosi a realizzare quanto deliberato out there. I rappresentanti dei lavoratori italiani, nelle due Camere, negli enti territoriali, nei sindacati, si guardarono bene dal lottare contro e perfino dal protestare con troppa energia. Un po’ per interesse, un po’ per codardia, ma soprattutto per mancanza di prospettive concrete e di seguito nel territorio. Si sono guadagnati sul campo il disprezzo con cui vengono trattati.

La strage delle illusioni

In un breve saggio scritto nel 1824 (Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani) Giacomo Leopardi notava che l’ambizione può aver varie forme e vari fini. Una volta ella era desiderio di gloria, passione che fu comunissima. Ma ora questa è cosa troppo grande, troppo nobile, troppo forte e viva perch’ella possa aver luogo nella piccolezza delle idee e delle passioni moderne, ristrette e ridotte in angustissimi termini e in bassissimo grado dalla ragione geometrica e dallo stato politico della società … e la gloria è un’illusione troppo splendida e un nome troppo alto perché possa durare dopo la strage delle illusioni.

Da ormai tre mesi il tema della guerra è dominante. Prima dell’invasione russa in Ucraina lo scontro epocale che caratterizzava la cronaca italiana era fra presunti sì vax e presunti no vax; ora la contesa riguarda i difensori della libertà democratica (la NATO) e i paladini dell’autocrazia (Putin). A ogni facchino/a precario/a del settore logistico e a ogni addetto/a all’inserimento dati nel gran mare telematico immateriale viene chiesto di schierarsi; il quesito è presentato con tale impeto che riesce difficile evitare una risposta, e molto spesso, pur di farla finita, si risponde con la pancia, magari a casaccio, in ogni caso senza convinzione.

La resistenza presuppone la caduta del governo e la sua sostituzione con altra struttura istituzionale controllata dall’occupante; sicuramente fu il caso francese durante la seconda guerra mondiale, quando i ribelli guidati da De Gaulle si unirono all’opposizione socialcomunista per rovesciare il governo di Vichy. E sicuramente non è il caso della repubblica Ucraina, visto che il governo rimane in carica. La Russia è attaccante, dunque l’Ucraina è resistente: non c’è dubbio. Ma si tratta di uno scontro fra due eserciti di mestiere, entrambi con una quota di coscritti arruolati a forza e con un supporto di mercenari (chiamati con eufemismo volontari); i rispettivi comandanti non hanno mai inteso mettere in discussione la fedeltà ai rispettivi presidenti. I russi, a differenza del nostro Manzoni, non coltivano il vero per soggetto e chiamano liberazione quella che gli ucraini denunciano come invasione; non c’è dubbio che in base alle vigenti norme del diritto internazionale gli invasi abbiano sempre ragione. Ma insurrezioni, rivoluzioni e conquiste tendono, per loro natura, a rifiutare le regole, preferiscono senza dubbio sottrarsi ad esse; non per caso Russia, America e Ucraina si sono rifiutate fino ad oggi di riconoscere le decisioni del TPI, il Tribunale Penale Internazionale. Usando le norme internazionali vigenti (peraltro spesso disconosciute dagli Stati) quale criterio tecnico giuridico per la risoluzione delle controversie territoriali, dovremmo ri-disegnare la geografia politica del pianeta, cosa per nulla agevole e anzi probabilmente impossibile. Israele dovrebbe restituire il Golan alla Siria? In Somalia a chi assegnare territori vasti come Puntland o Galmudugh?

In realtà Israele sostiene, ad esempio, la piena legittimità della presenza in Golan sulla base di una articolata sequenza di ragioni politiche (la cui validità è negata dalla Siria) così come il Puntland fonda la propria, non riconosciuta, autonomia su una sorta di diritto naturale. Il conflitto fra giusnaturalismo e positivismo giuridico dura fin dalla notte dei tempi. La distinzione fra aggredito e aggressore è certamente suggestiva, e altrettanto certamente non priva di importanza; ma non risolve il problema connesso alla guerra e le grandi potenze non hanno mai deciso, in concreto, chi sostenere sul solo rilievo di chi avesse preso l’iniziativa. La letteratura militare è ricca di testi sulla guerra preventiva intesa come guerra difensiva; una giustificazione teorica si trova sempre per ogni azione.

Ucraina e Russia vogliono entrambe il possesso e il controllo sulla Crimea e sul Donbass; la prima per la posizione strategica, il secondo per i giacimenti di gas, petrolio e altre ricchezze del sottosuolo. Non intendono rinunziare a questa formidabile opportunità, e si trascinano dietro i rispettivi oligarchi (più banalmente: imprenditori avventurosi e avventurieri) i quali, negli anni, hanno accumulato fortune immense sfruttando la manodopera e depredando le comunità. La messa in scena spettacolare dei princìpi universali più diversi è solo un espediente per nascondere la realtà di una guerra per le risorse e per il controllo di un mare.

Mario Draghi è schierato con gli Stati Uniti, con la NATO, con le banche occidentali, con i suoi amici di sempre. Non cerca gloria e non cerca libertà; il suo interesse è rivolto esclusivamente al bottino, l’unico fascino cui, fin dall’infanzia, si mostra costantemente sensibile, con lodevole coerenza. Quest’uomo è andato oltre l’ormai superata etica protestante descritta da Max Weber; l’ha rinnovata con il cattolicesimo meticcio di Biden, un misto di liberismo e di Santa Inquisizione, forgiato nelle parrocchie del Delaware. Il capitalismo di Putin si prefigge lo stesso obiettivo. Per mettere le mani sul medesimo bottino non esita ad invocare i sacri valori del cristianesimo ortodosso, la tradizione imperiale zarista, perfino le imprese dell’Armata Rossa.

Nella incessante ricerca del profitto, inteso come bene Supremo, Putin, Biden, Draghi e Zelensky hanno ucciso i valori; piegando alla moneta democrazia e libertà si sono macchiati di un crimine, la strage delle illusioni.

La legislatura si avvia a conclusione

Piuttosto in sordina la legislatura si avvia verso la naturale conclusione e nelle file dei partiti monta un sordo rancore, si moltiplicano i complotti, si preparano le risse. Il taglio al numero di parlamentari alimenta il clima di sospetto e di congiura, senza che ad oggi sia stato possibile risolvere la questione della legge elettorale, fra le due ipotesi del maggioritario e del proporzionale. Le ormai vicine elezioni amministrative non sembrano sufficienti, comunque vadano, a determinare la scelta. Nel frattempo i due rami del Parlamento vivacchiano rassegnati alla loro irrilevanza, chiamati solo a ratificare le decisioni del Gruppo dei Trenta e della Commissione, trasmesse con arroganza da Mario Draghi senza consentire modifiche o, tantomeno, rifiuti. Quando una forza di maggioranza abbozza forme di protesta provvede la cosiddetta opposizione al salvataggio dell’Esecutivo; davvero la cabina di comando può contare su larghe intese.

I risultati del 2018 erano stati, in una certa misura, sorprendenti. Il primo governo Conte, definito gialloverde, si chiuse con una rottura, ma, a differenza di quanto sperava il gruppo dirigente leghista, non portò ad elezioni anticipate. Seguì invece il secondo governo Conte, definito giallorosso, con maggioranza nuovamente risicata, ma unita grazie al collante di un imprevisto, la pandemia. E si caratterizzò per l’introduzione del meccanismo tecnico giuridico di leggi delega, decreti legge convertiti mediante apposizione della fiducia e decreti ministeriali. Questo metodo di governo, a modo suo innovativo, ha creato un precedente che sarà nel prossimo futuro difficile rimuovere. Mario Draghi lo ha ereditato e ben volentieri confermato, esautorando le Camere nonostante l’ampiezza del consenso.

Dopo la pandemia anche la guerra non è sfuggita alla regolamentazione sganciata dal dibattito parlamentare, sottraendo ad ogni verifica di merito la scelta di appoggio militare alla NATO e agli USA. In assenza di voto parlamentare il Governo Draghi ha varato, a distanza di pochi giorni (25 e 28 febbraio 2022), due decreti legge di immediata attuazione (n. 14 e n. 16). Il primo disponeva (articolo 2) la cessione gratuita di mezzi non letali di protezione per le autorità governative ucraine con scadenza 30 settembreIl secondo, tre giorni dopo, modificava radicalmente il quadro. Senza alcuna limitazione – e in assenza di riferimenti al costo o alla gratuità – il primo comma dell’art. 1 disponeva: fino al 31.12.2022 previo atto di indirizzo delle Camere è autorizzata la cessione di mezzi, materiali, equipaggiamenti militari. Una vera e propria delega in bianco, da esercitarsi a mezzo di decreti ministeriali che non necessitano più del voto parlamentare. Decide dunque il ministro della difesa, Lorenzo Guerini (PD, corrente moderata), di concerto con Luigi Di Maio (esteri, 5 Stelle) e Daniele Franco (economia, Banca d’Italia), senza rendere conto a nessuno; per aggiunta, con ulteriore innovazione, il testo con l’elenco delle armi è secretato. Quattro giorni dopo l’invasione si prevedeva dunque non una guerra lampo (come cianciano i commentatori) ma un conflitto presumibile fino al 31 dicembre (almeno dieci mesi) con impiego illimitato di forniture militari alla repubblica ucraina per la difesa del territorio nazionale. Il decreto legge n. 14 è stato poi convertito nella legge 5 aprile 2022 n. 28, assorbendo il contenuto del decreto n. 16, lasciato decadere, con salvezza dei provvedimenti adottati (l’invio di armi). Non è vero pertanto che esistano limiti, qualitativi e quantitativi, all’invio di forniture belliche in Ucraina; è vero invece che le due Camere (contro il volere dei cittadini italiani, almeno secondo tutti i sondaggi) hanno rimesso ogni decisione al ministro Lorenzo Guerini, rendendolo libero di fare quel che vuole fino al 31 dicembre 2022, quale che sia la spesa. A prescindere direbbe Totò.

In questo caotico svolgersi degli eventi non si possono neppure escludere del tutto sorprese, con elezioni anticipate entro l’anno. Ma, con maggiore probabilità, la gestione affidata dal Gruppo dei Trenta a Mario Draghi proseguirà senza incontrare altro ostacolo che il mugugno. Questo, dal punto di vista precario, è un vero peccato.

La caduta del governo sarebbe un fatto positivo

Il precariato italiano nulla avrebbe da perdere, anche se poco da guadagnare, in caso di inattesa crisi del governo Draghi.

La composizione attuale regge su un compromesso elaborato dal neocapitalismo finanziario, per necessità contingente: per poter completare l’opera di precarizzazione e sottomissione ai danni di un’intera popolazione lascia vivere il vecchio apparato di funzionari, di faccendieri, di gendarmi, quando occorre perfino di criminali (questi ultimi con maggiore prudenza, naturalmente). Le cariche e le provvigioni servono anche a questo; il ceto imprenditoriale emergente si è dimostrato capace di aspettare con pazienza il concludersi della transizione, si accontenta per ora del denaro senza rinunziare al sogno del potere anche formale.

L’insieme dell’apparato è ancora necessario per rendere inoffensiva l’opposizione, distribuendo con sapienza qualche buona occasione ai ribelli più utili mediante cooptazione oppure estromettendo le menti potenzialmente più pericolose. L’opera di bonifica procede con metodo; l’arruolamento dei rappresentanti eletti nel territorio, in sede nazionale o europea, sembra rassicurare la cabina di comando. Bisogna saper cogliere l’occasione, magari con maggior utile di un Bobby Seale o di una Angela Davis. Mario Draghi è un esempio, quanto a proficua riservatezza. Dal matrimonio con la discendente di Bianca Cappello (la moglie di Francesco de’ Medici) sono nati due figli: Giacomo si occupa dal 2017 di investimenti speculativi (i famosi hedge funds) per LMR Partners (2,5 miliardi) e Federica, dirigente di Genextra, attende il via libera per il fondo farmaceutico X Gen (il programma è quello di guadagnare investendo in farmaci e vaccini). Qualcuno ritiene che possa sussistere un conflitto di interesse, ma il fedele bracco ungherese conosce bene l’intera famiglia e giura che non esiste alcun pericolo; a Città della Pieve è rigorosamente vietato parlare di affari. L’unico a protestare, abbaiando, è un altro cane, ma totalmente inaffidabile: si tratta di Vernyi, il molosso turcomanno di Putin, discendente di una razza abituata ad accompagnare i mongoli durante l’invasione dell’Europa centrale.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 30 maggio 2022

Enrico Letta: il cavaliere dalla nobile coscienza

di Gianni Giovannelli

E se la Nato chiama
ditele che ripassi:
lo sanno pure i sassi:
non ci si crede più.                                                        

(Marcia della Pace Perugia-Assisi, 1961:
Franco Fortini e Fausto Amodei, camminando)      

Nel 1854, a New York, fu pubblicato un opuscolo di Marx (Il cavaliere dalla nobile coscienza), dedicato alla figura di Lord Palmerston, rimasto vent’anni Segretario per la Guerra nelle file dei conservatori e successivamente, per altri vent’anni, a capo della politica estera, ma ora quale esponente dei progressisti. Ogni volta trovava il modo di presentarsi come il rappresentante di una novità politica, come l’unica possibile soluzione per risolvere le crisi di governo. Un giudizio rimaneva sempre fermo nel suo agire, ovvero l’anonima nullità del Parlamento. Almeno così riteneva Marx in questa salace ma puntualissima invettiva.
Lo scritto mi è tornato alla memoria leggendo il recente intervento, concesso in esclusiva da Enrico Letta al quotidiano Il Foglio: per almeno due graffianti annotazioni. La prima: quando è incapace di tenere testa a un avversario forte ne improvvisa uno debole. La seconda: a forza di adulazioni e di seduzioni quell’Alcina riusciva a trasformare tutti i suoi nemici in giullari. D’accordo. Enrico Letta non è certo Palmerston (che non si sarebbe mai fatto fregare il posto di comando da un birbante toscano di provincia); ma attenzione a non sottovalutarlo, quando gli altri son tutti ciechi pure un orbo vede lontano.
Enrico Letta è assai abile nel sedurre, e non si sente per nulla in imbarazzo nell’adulare; questo non significa affatto che non sia pronto a colpire, occorrendo alle spalle. Giuseppe Conte, buon incassatore, è diventato assai più guardingo, dopo aver subito, insieme a complimenti eccessivi, uno sgambetto inatteso nel corso delle elezioni per la presidenza della Repubblica; il sempre sorridente Roberto Speranza farebbe bene, pure lui, ad evitare distrazioni, dopo il troppo caloroso abbraccio del segretario PD durante la caricatura di congresso organizzata a Roma da Articolo 1. Più che una fusione si profila la resa incondizionata del manipolo di ex dissidenti, con prevedibili risse per agguantare i pochi seggi disponibili alle prossime elezioni nazionali. Letta non esita a lodare, elogia perfino Giorgia Meloni, giusto per non trascurare nulla. Attenti: la maga Alcina (Palmerston/Letta) è assai lesta nel trasformare gli ammaliati in piante o animali, anche quando magari sembra accontentarsi di renderli vocianti giullari della Nato.
Enrico Letta evita gli avversari che potrebbero infastidirlo, ostacolando il corso da lui prefissato degli eventi; preferisce dunque sostituirli con altri più deboli, da lui appositamente scelti o, quando occorre, perfino creati dal nulla.  In genere sono personaggi grigi e inutili, resi famosi per 15 minuti e ricacciati in archivio a fine spettacolo. Quando la pandemia occupava le prime pagine Letta vestiva i panni del paladino della scienza, attaccando con foga qualche ingenuo malcapitato, chiamato a ricoprire il ruolo dell’oscurantista o del negazionista. Negli ultimi due mesi ha scoperto, come Palmerston, di poter utilizzare una nobile coscienza e si è fatto cavaliere della libertà, della resistenza popolare, della guerra di liberazione dal dispotismo russo; alla testa delle truppe governative mobilitate dal maresciallo Draghi va stanando i renitenti alla leva, ignobili pacifisti al soldo del tiranno Putin e dei suoi alleati.

Le sette unioni e il programma di restaurazione

Enrico Letta evoca, in apertura del suo saggio, nientemeno che un nuovo ordine europeo contro il dispotismo putiniano, un nuovo ordine che secondo lui dovrebbe sorgere dalla guerra e dalla pandemia, appoggiato a sette pilastri. Il primo pilastro viene individuato in una politica estera comune, fondata sul piano di sanzioni messo a punto da Mario Draghi e da Janet Yellen, entrambi membri del Gruppo dei TrentaMa si guarda bene dallo spiegare quali misure andrebbero in concreto adottate per evitare l’inflazione galoppante e la crisi economica connessa all’aumento dei costi energetici, alla strategia delle sanzioni. In realtà i 27 paesi dell’Unione sono profondamente divisi proprio sul come affrontare le conseguenze di guerre e ritorsioni, sia sul piano di un welfare adeguato sia sulla spinosa questione del deficit. Il secondo pilastro si presenta ancora più fragile e sconsiderato del primo. Si tratterebbe di confederare all’Unione Europea dei 27 (ormai orfani del Regno Unito, divenuto quasi ostile) Ucraina, Moldavia (con o senza i contrabbandieri della Transnistria ?), Georgia (con o senza Abkhazia e Ossezia ?), e a maggior ragione, sussurra il Letta, tutti i paesi balcanici (dunque Serbia, Montenegro, Albania, Macedonia, Kossovo, Bosnia, ma a questo punto perché non la confinante Turchia con il suo pezzo di Cipro ?). Già esiste un diritto di veto che impone ai 27 l’unanimità; figuriamoci se una simile Confederazione, piena zeppa di litigi antichi, sarebbe in grado di organizzare il cambiamento climatico, oltre a garantire la pace! Questa è una consapevole esposizione fraudolenta, comunque è un disegno non realizzabile. Il terzo pilastro riguarda l’accoglienza. Sostiene Letta che la vecchia contrapposizione frontale in tema di rifugiati si sarebbe ribaltata per poter soccorrere chi fugge dalla guerra, sottolineando in particolare lo sforzo del governo polacco. Ma non è affatto così; il trattamento riservato dal governo polacco ai diversi che premevano alla frontiera bielorussa, respinti e bastonati, non lascia dubbi. Rimane viva nella vecchia Europa, a est come a ovest, la xenofobia razzista, l’aiuto umanitario non vale per tutti, l’accordo momentaneo connesso alla guerra non può diventare regola. Anche Visegrad possiede diritto di veto. Il quarto pilastro, la politica energetica, si concreta in una generica petizione di principio, senza indicazione puntuale di passaggi operativi, di investimenti (e di profitti). Propone di moltiplicare le fonti di energia rinnovabili, ma al tempo stesso tace, senza prendere posizione, sulle continue pressioni per introdurre il nucleare, a dispetto dell’esito referendario italiano e delle normative tedesche vicine all’entrata in vigore. Di fatto il governo italiano cerca rifornimenti fossili (gas e petrolio) in altri e diversi paesi (che peraltro neppure applicano sanzioni e commerciano con la Russia), senza alcun progetto energetico comprensibile e chiaro, lasciando di fatto ogni ricaduta sulle spalle dei meno abbienti. Chi ci guadagna? Per ora le banche, non certo i precari. Il quinto pilastro lascia pochi dubbi, posto che tratta esplicitamente della sicurezza militare. Il buon Letta riconosce che già nel lontano 1954 il tentativo di costruire la Comunità Europea della Difesa si era concluso con un naufragio, e da allora nessuno ne aveva più parlato, lasciando in sostanza ogni decisione alle strutture sovranazionali della Nato. Ora vorrebbe che Italia, Spagna, Francia e Germania promuovessero un esercito europeo, autonomo dai singoli Stati; ma al tempo stesso non può non essere consapevole che si tratta di una pura astrazione, senza gambe per camminare. È solo un alibi per giustificare il cedimento alle pretese delle grandi imprese che producono armi e le vogliono vendere! Peraltro questi quattro paesi sono profondamente divisi al loro interno, tutti con una evidente mancanza di consenso delle popolazioni verso i singoli esecutivi che le governano, reggendo a fatica solo grazie alla mancanza di alternative possibili. La navigazione a vista consente di sopravvivere, non di pianificare. Il sesto e il settimo pilastro (welfare e salute) indicati dal leader del PD lasciano il lettore sconcertato, per l’ovvietà delle premesse e per la totale carenza di reali prospettive.  Si afferma: una democrazia che funziona ha una forte dimensione sociale: è lo spazio della redistribuzione, della solidarietà e della tutela dei diritti. In astratto la proposizione si presenta sensata. Ma il governo Draghi non pare affatto intenzionato a percorrere questa via; si guarda anzi bene dal contrastare la speculazione in atto, mediante inflazione, o perfino in qualche caso stagflazione, accettando piuttosto l’allargamento costante della forbice fra ricchezza e povertà. L’erosione di salari reali e pensioni prosegue senza sosta, al tempo stesso incrementando la spesa militare, ritenuta inderogabile fino al punto di rischiare la caduta del governo. Con un ribaltamento dei ruoli che lascia esterrefatti, sia sul fronte del valore catastale revisionato (dire che non comporta aggravi fiscali è una presa in giro), sia sul fronte delle bollette, la sinistra sostiene a spada tratta i prelievi in danno delle masse popolari, mentre la destra chiede un incremento della spesa sociale, anche sforando i limiti del pareggio di bilancio; davvero il mondo va alla rovescia, con Ferrara e Sesto San Giovanni capisaldi elettorali di Salvini! Quanto alla sanità, a prescindere da vuote affermazioni di circostanza, il cavaliere dalla nobile coscienza farebbe bene a spiegare la ragione che spinge lui, e il suo amico Mario Draghi, a non mettere in cantiere poche rapide norme che consentano, in questa fase di crisi economica e sociale, un virtuoso prelievo fiscale sulla quota di profitti giganteschi realizzati dalle società farmaceutiche durante la pandemia, consentendo invece loro di costruire, con la connivenza dei vertici europei, percorsi monetari sostanzialmente fraudolenti, che si traducono in benefici fiscali scandalosi. Un muratore subisce il prelievo minimo del 23% sul suo magro salario e Pfizer paga (ma all’estero) il 7% su un profitto già ampiamente tagliato grazie ad astute detrazioni. Lasciando da parte ogni rilievo sull’opportunità o meno di inviare armi dirette (magari per sentieri traversi) verso territori nei quali si spara (Ucraina compresa, senza escludere gli altri luoghi), chi ci guadagna e quanto? I prodotti bellici esportati dall’Italia, spesso per dubbi motivi di sicurezza occultati nelle spedizioni, sono fiscalmente tracciati? Contanti o bonifici?
Di questo si dovrebbe discutere in un Parlamento che non sia l’anonima nullità cara a Lord Palmerston o il pilota automatico elaborato dal primo ministro Draghi, questa sarebbe democrazia trasparente. Invece va di moda l’aria fritta di cui scriveva, inascoltato, Ernesto Rossi, un galantuomo che si starà rivoltando nella tomba di fronte a quel che oggi sono diventati i radicali italiani. Come notava nel XVII secolo il nostro maggior scrittore di cose militari, Raimondo Montecuccoli: E’ il danaro quello spirito universale che per tutto infondendosi l’anima e  ‘l move; è virtualmente ogni cosa, lo stromento degli stromenti, che ha la forza d’incantar lo spirito de’ più savi e l’impeto de’ più feroci. Qual meraviglia dunque se producendo gli effetti mirabili di cui son piene le storie, richiesto tal’uno (n.d.r.: si trattava di Gian Giacomo Trivulzio) delle cose necessarie alla guerra egli rispondesse tre esser quelle: danaro, danaro, danaro.

Quale Europa?

Dopo aver indicato i sette punti programmatici Enrico Letta chiude il suo saggio politico-economico con inquietanti proposte di riforma della struttura comunitaria. Nel 2020 le sanzioni europee alla Bielorussia, dopo le contestate elezioni presidenziali, furono bloccate dal veto di Cipro, unico dei 27 paesi ad opporsi; il leader del PD si dichiara indignato per questo imprevisto incidente di percorso e coglie la palla al balzo chiedendo la rimozione del diritto di veto in capo ad ogni singolo stato, ravvisando in tale istituto l’elemento principe della debolezza europea.
Le cose naturalmente non stanno proprio così. La Turchia, come noto, occupa da anni una parte dell’isola, dopo averla invasa con le armi, senza provocare l’indignazione dell’occidente democratico. Ora intende mettere le mani sul petrolio dei giacimenti ciprioti, e ha più volte dato corso a veri e propri colpi di mano, a cannoni spianati per avvertimento. Cipro, paese piccolo e poco armato, chiese ripetutamente, ma invano, sanzioni economiche dissuasive nei confronti di Erdogan; l’Unione Europea ha sempre fatto (è il caso di dirlo) orecchie da mercante. Evidentemente non c’erano ragioni di irritare il governo turco, considerando l’adesione alla Nato e una certa cointeressenza occidentale negli affari petroliferi.
Cipro allora pose un’alternativa: non si opponeva alle sanzioni contro la Bielorussia a patto che l’Unione Europea sanzionasse pure la Turchia, sperando così di essere lasciati in pace (da Erdogan, non da Lukaschenko). Ma il cavaliere dalla nobile coscienza è disponibile a prendere provvedimenti contro russi e alleati dei russi, non certo nei confronti di un paese amico (dell’America) quale è la Turchia. Chi aderisce alla Nato ha diritto di invadere e bombardare (come fece D’Alema devastando Belgrado); anzi quello non fu neppure un bombardamento, forse al più una operazione di polizia internazionale (tra ex compagni si tende ad usare il medesimo vocabolario).
Per ironia del destino la Conferenza sul futuro dell’Europa si chiude il 9 maggio, la stessa data scelta da Putin per dichiarare liberato il Donbass; probabilmente sono tutti un po’ troppo ottimisti. Certamente la strada indicata da Enrico Letta, ovvero di procedere ad una revisione dell’assetto istituzionale europeo, favorendo l’alleanza dei più forti e cancellando l’autonomia dei più deboli, si presenta assai pericolosa per la pace futura. Il leader del PD vorrebbe in questo modo rafforzare l’Unione, ma non comprende che, ove mai fosse ascoltato, in questo modo la distruggerà. Gli Stati Uniti e l’Inghilterra sentono che il loro dominio vacilla; per mantenerlo debbono modificare l’equilibrio del vecchio continente, completare il tragitto iniziato con la Brexit. L’Unione indebolita e divisa può diventare un alleato fedele; l’Europa rafforzata e capace di agire in modo autonomo può diventare invece un concorrente.
Enrico Letta riconosce che un mutamento è in atto, che secondo previsioni entro il 2050 la quota occidentale del PIL globale scenderà dal 60% al 26%; ma pretende di fermare il corso della storia, ripristinando l’egemonia bianca occidentale con uno scontro generale diretto ad impedire l’arrivo dei barbari. Si tratta di una strategia che non ha mai avuto molta fortuna nel corso dei secoli; soprattutto quando a condurre le operazioni sono governi che non possono contare sul consenso sociale dei loro governati, ma rimangono faticosamente in sella solo inventando continui artifizi e raggiri.

Meglio uscire dalla Nato.

Proporre oggi di uscire dalla Nato è certamente più una petizione di principio, che una strada rivendicativa realmente percorribile. Non c’è dubbio che i rapporti di forza attuali non consentono di raggiungere davvero questo obiettivo. Ma è anche vero che non ci sono serie alternative a questa doverosa affermazione costituente, se non quella di una malinconica resa, accettando tutto quanto le circostanze ci vanno imponendo. E una testimonianza programmatica ribelle tutto è fuor che una resa. E’ invece la base su cui costruire nuove coalizioni.
Guardiamo le figure che oggi rappresentano il potere. Il democratico Joe Robinette Biden fu nominato senatore del Delaware nel 1972, a soli 29 anni; ha mantenuto il seggio fino al 2008, costruendo un potere dinastico proprio nello Stato che è il notorio paradiso fiscale degli USA. Suo figlio Beau (morto prematuramente per un tumore) di quello Stato fu il procuratore distrettuale, ovvero colui che dirigeva l’azione penale; l’altro figlio, Hunter, dal 2014 al 2019, rimase continuativamente membro della struttura direttiva di Burisma, compagnia importante nel settore del gas. Biden senior divenne vicepresidente con Obama, per essere poi eletto presidente dopo la parentesi Trump.
Burisma nacque nel 2002, per iniziativa di due imprenditori ucraini; uno morì in un incidente d’auto, l’altro, Mikola Lisin, fu l’artefice del successo di questa struttura imprenditoriale. Spostata già nel 2006 la sede legale originaria a Cipro, per ovvie ragioni fiscali, Burisma acquisì il controllo (69,47%) di Sunrise Energy Resources, impresa americana del settore energetico con sede (naturalmente!) in Delaware; e Sunrise, a sua volta, acquistò nel 2008 due società ucraine del gas, Esko Pivnic e Pari. L’operazione continuò con la cessione quasi contestuale dell’affare a un cartello composto da quattro società panamensi ed una americana, poi con il controllo di tre importanti imprese energetiche ucraine. Nell’apparato dirigente di Burisma ritroviamo pure Alexander Kwasniewski, per 10 anni presidente socialdemocratico della Polonia (ex POUP prima della caduta del muro), ora uomo d’affari buon amico degli americani. Burisma ha infine ottenuto ben 20 licenze per idrocarburi proprio nelle terre contese del Donbass; sono giacimenti in buona parte inesplorati ma ricchissimi, rappresentano secondo le stime oltre l’80% del potenziale gas/petrolio ucraino, nel centro del conflitto attualmente in corso. Dopo l’elezione (per nulla scontata) alla presidenza, Zelenskij ricevette le pressioni di Trump per colpire Biden e di Biden per colpire Trump; è un riflesso condizionato, gli USA non riescono mai ad evitare di intromettersi negli affari interni di altri paesi, quando intravedono potenza e denaro. Questa è una guerra per conquistare il controllo dei giacimenti, dunque il compromesso è possibile, trattandosi di soldi.
A questa guerra partecipa, interessato, il cavaliere dalla nobile coscienza, Enrico Letta, e con lui sta Mario Draghi. Se preferite è Enrico Letta a stare con Mario Draghi, poco cambia, questione di gerarchie fra sottufficiali. Il loro legame con gli americani è assai più solido di quello che hanno con l’Europa; più esattamente lavorano per costruire l’alleanza di un’America forte con un’Europa indebolita. Mario Draghi è un esponente di spicco del Gruppo dei Trenta, viene dalla finanza, agisce sul prelievo e sulla distribuzione; Enrico Letta è fin dal 2015 un membro della celebre Trilateral, viene dalla politica. Nel 1991, venticinquenne, fu eletto capo dei Giovani Democristiani Europei, poi divenne deputato europeo nel gruppo liberale di ALDE (con gli spagnoli di Ciudadanos, per capirci), a seguire fu nominato ministro in più governi, e ora è il leader del PD. La sua Trilateral, creatura di Rockfeller e di Chase Manhattan Bank, è un pensatoio operativo globale; al vertice europeo vi è l’inossidabile Trichet, scelto dopo i risultati ottenuti guidando la BCE nella stagione del contenimento della spesa pubblica. In Italia Trilateral può contare fra gli altri su Giampiero Massolo (prima ai servizi segreti ora in Fincantieri), su Tronchetti Provera, su Carlo Messina (Banca Intesa), su Monica Maggioni (RAI).  Trilateral condiziona, in quota americana, l’informazione, la comunicazione, la finanza, l’industria (civile e militare) di tutta Italia.
Quest’uomo si presenta sempre come una novità, lascia intendere che abbia appena iniziato la sua vera carriera; rappresenta invece il tramonto, vuole solo prolungare per un tempo indefinito il mondo in cui è nato e in cui si è formato. Vuole la Nato e vuole la supremazia americana; questo è il suo vero programma, ed è il programma di Draghi.
La Nato è il principale strumento di questa imposizione violenta, militare, e al tempo stesso insensata. Nacque nel 1949, fra i fondatori compare il colonialista fascista Antonio de Oliveira Salazar, dittatore del Portogallo; evidentemente la democrazia non costituiva requisito indispensabile per l’adesione all’apparato militare. È dunque un falso storico affermare che la caratteristica originaria e originale della Nato sia la difesa della libertà, dell’autonomia dei popoli, della democrazia. La Nato difendeva i territori delle colonie francesi, portoghesi, inglesi, belghe, olandesi e non certo i movimenti di liberazione nazionale nei territori occupati. La Nato stringeva alleanza con il fascismo di Salazar contro il blocco sovietico, nel tempo della guerra fredda. Ora è un patto militare che piega l’Unione Europea alle esigenze americane. Ma i popoli europei non hanno niente da guadagnare e molto da perdere in questa prospettiva. Meglio sarebbe starne fuori.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 2 maggio 2022

L’economia della guerra permanente 

di Andrea Fumagalli

Nel messaggio che Mario Draghi ha rilasciato il giorno prima del summit europeo di Versailles, l’11 marzo scorso, si affermava: “L’Europa e l’Italia non sono in una fase di “economia di guerra”, ma il “futuro preoccupa” e “bisogna prepararsi”.
In realtà siamo già in un’economia di guerra. Tale termine implica l’adozione di “misure di politiche economiche al fine di adeguare il sistema economico nazionale alle esigenze che derivano dalla partecipazione dello Stato ad un evento bellico”.
La definizione citata fa ovviamente riferimento ad un reale stato di guerra militare, con morti, bombardamenti, profughi, ecc. – come sta avvenendo in questi giorni in molte città dell’Ucraina.
Ma negli ultimi decenni la metafora della guerra si è estesa e la logica economica sottostante è diventata parte della nostra vita, sino al punto di poter affermare che viviamo in un’economia di guerra: un’economia di guerra, che, senza andare troppo indietro nella storia, ha cominciato a diffondersi quando è entrato in crisi il paradigma fordista e il dualismo tra i blocchi Usa-Urss. La guerra economica, come la guerra sanitaria, è oramai una costante, mentre il ricorso alla guerra militare, pur cresciuto all’indomani del crollo dell’URSS e dello scioglimento del patto di Varsavia, è un’ultima ratio.
La logica tuttavia è più o meno la stessa. Guerra è sinonimo di distruzione e a ogni distruzione segue una ricostruzione, cioè si devono creare le condizioni per una nuova accumulazione capitalistica. Se la guerra può prescindere dal capitalismo, il capitalismo non può fare a meno dalla guerra. La guerra, la moneta e lo Stato sono forze ontologiche, cioè costitutive e costituenti, del capitalismo e le guerre (e non La guerra) sono da intendersi come il principio di organizzazione della società (Eric Alliez, M. Lazzarato,  Guerres et capital, Ed. Amsterdam, Paris, 2016).
Le sanzioni dei paesi Nato (Turchia esclusa), e non solo, sono la risposta di guerra economica all’invasione dell’esercito russo ai danni dell’Ucraina. Oltre a colpire il settore energetico, i trasporti, il commercio e la ricchezza privata di numerosi individui legati al governo di Mosca, la strategia sembra quella di estromettere la Russia dal sistema dei pagamenti internazionali.
Lo strumento principale è il sistema SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), che regola i pagamenti transfrontalieri che passano per il sistema bancario. Gli ordini di pagamento sono trasmessi tramite un consorzio internazionale di banche con sede in Belgio che collega attraverso una rete informatica circa 11.000 istituzioni finanziarie in tutto il mondo. SWIFT fu costituito nel 1977 per evitare che l’infrastruttura dei pagamenti internazionali fosse monopolizzata dall’americana Citibank. Per una ironia della storia, ha finito per diventare la principale arma degli Stati Uniti nell’esercizio dell’egemonia monetaria globale.
La prima volta che il sistema dei pagamenti viene utilizzato per fini militari e strategici è stato nel 2012 quando, sotto la pressione americana, SWIFT ha disconnesso il sistema bancario dell’Iran nel quadro del pacchetto di sanzioni impiegato per fermarne il programma nucleare. Il sistema dei pagamenti si è rivelato immediatamente uno strumento bellico estremamente efficace per garantire l’attuazione delle sanzioni. Infatti, è sufficiente sospendere il codice SWIFT di un individuo, di un’impresa o anche di un intero Paese per impedire a chiunque (compresi gli intermediari) di effettuare pagamenti verso il beneficiario identificato da quel codice.
Come scrive giustamente Luca Fantacci: “Le sanzioni finanziarie, quando sono comminate dagli Stati Uniti, possono avere effetti ancor più devastanti di un attacco militare. Sono “un’arma nucleare”, come ha commentato recentemente un banchiere occidentale, forse sperando di scongiurarne l’uso”.
Il paragone non è azzardato: infatti, al pari di un attacco atomico, seppure in maniera diversa, più lenta e più subdola, le sanzioni rischiano di provocare ripercussioni devastanti anche per chi le mette in atto, minando alla radice l’egemonia monetaria del dollaro.

Possibile crisi dell’egemonia del dollaro?

Le sanzioni economiche hanno l’obiettivo di depotenziare l’economia russa, sino a causare una recessione economica. Già a partire dal 2014, dopo l’annessione unilaterale della Crimea da parte di Mosca, le potenze occidentali, in primis gli Usa, avevano imposto sanzioni all’economia russa, così come, pur se in maniera diversa, era stato deciso da Trump nei confronti dell’Iran nel 2018 per la questione nucleare.  In questo caso, secondo i dati FMI, il Pil iraniano è calato del 5% nel 2020. Ma per la Russia la situazione appare diversa, grazie alla maggior indipendenza e autarchia della sua economia. Putin ha dichiarato a fine 2019 che le perdite causate dalle sanzioni all’economia russa erano inferiori a 50 miliardi di dollari. Uno studio ha stimato una mancata crescita del Pil tra lo 0,5% e l’1,5%, per una perdita complessiva fra 40 e 120 miliardi di dollari dal 2014 al 2018. Il lato debole dell’economia russa è la sua “dollarizzazione”, vista l’ingente quantità di valuta americana che entra nel paese a causa dell’elevato export di materie prime quotate in dollari (gas e petrolio, ma non solo).
Se questi dati vengono confermati, l’impatto è tutto sommato limitato. Ma queste sanzioni contengono delle novità importanti, soprattutto sul lato finanziario. Infatti, oltre al già ricordato blocco del sistema Swift per alcune banche (escluse quelle che intermediano i prodotti energetici), si prevede anche il congelamento delle riserve valutarie della Banca Centrale. Si tratta di un provvedimento che gli Usa avevano già intrapreso nei confronti di Iran, Venezuela e Corea del Nord ma che oggi per la prima volta viene usata nei confronti di un paese del G20, detentore di grandi riserve.
Secondo i dati della Banca Centrale Russa, al 31 gennaio 2022, le riserve valutarie russe ammontano a  oltre 630 miliardi di dollari (630,207, per l’esattezza), di cui circa 500 in valuta estera e 130 in oro, per un totale di 2300 tonnellate d’oro, circa un terzo  degli USA, due terzi  della Germania e poco meno di Francia e Italia. Si tratta di un ammontare che è cresciuto costantemente nel tempo, a partire da metà 2015 (poco più di 350 miliardi di dollari all’epoca), a seguito di una precisa strategia di Putin di creare una sorta di scudo per affrontare gli effetti recessivi delle sanzioni occidentali a seguito dell’annessione della Crimea. Contemporaneamente, la Banca di Russia ha venduto tutti i suoi titoli di stato americani fra aprile e maggio del 2018, nel tentativo di mettere le proprie riserve al riparo dagli Stati Uniti nel caso di un inasprimento delle relazioni (si veda Fantacci) .
Tuttavia, nonostante il tentativo di “de-dollarizzare” l’economia e le riserve valutarie, il 60% di tali riserve è detenuto ancora in dollari, escludendo una quota del 13% detenuto in valuta cinese (quota destinata ad aumentare). L’impatto immediato delle sanzioni, più ancora del parziale blocco dello SWIFT, è l’impossibilità per la Banca Centrale russa di poter vendere parte delle proprie riserve per sostenere il corso del rublo, che, non casualmente, ha perso circa il 30% nel giorno in cui le sanzioni sono diventate operative. È questo il rischio maggiore che può correre l’economia russa. Dopo questo iniziale tracollo (il cambio rublo/dollaro è passato da 82 rubli per un dollaro del 24 febbraio, giorno di inizio dell’invasione russa, a 152 rubli per dollaro il 7 marzo), attualmente il rublo viene quotato su valori intorno a 100 rubli per dollaro e il suo valore si sta stabilizzando. La svalutazione rispetto all’euro è inferiore, visto che l’euro in questo periodo si è svalutato rispetto al dollaro. I dati ci dicono che le sanzioni, dopo un iniziale pesante effetto, si stanno rivelando meno efficaci del previsto, probabilmente anche in seguito al ricorso di valute alternative non direttamente legate al dollaro (quindi non bloccabili) come la valuta cinese e le criptomonete. Le dichiarazioni di Putin del 23 marzo 2022 di continuare la fornitura di gas all’Europa, mantenendo fede ai contratti in essere, convertendo la valuta di pagamento da dollari in rubli, se da un lato intende proseguire sul processo di “de-dollarizzazione”, dall’altro intende confermare la tenuta della stessa valuta russa.
È troppo presto oggi per verificare gli effetti di questa guerra valutaria in corso. Di sicuro sappiamo che a differenza della guerra miliare sul campo (ristretto, al momento, al martoriato territorio ucraino), questa guerra si combatte su scala mondiale.
La questione è ben descritta da Luca Fantacci:

“Il blocco delle riserve (russe, ndr.) costituisce un precedente che si ripercuoterà inevitabilmente sullo status del dollaro come moneta internazionale: che strumento di riserva può mai essere quello che rischia di venire a mancare proprio nel momento del bisogno? Questo precedente potrebbe ridurre la disponibilità di altri Paesi, in particolare della Cina, a detenere le proprie riserve sotto forma di titoli del Tesoro americano e, in generale, titoli denominati in dollari, indebolendo la funzione del dollaro come strumento di riserva internazionale”.

Come anticipato da Giovanni Arrighi in “Adam Smith a Pechino”, il nuovo secolo si prefigura come il “secolo cinese” in grado di sostituire il XX secolo come “secolo americano”. L’illusione statunitense di rimanere l’unica potenza egemone una volta crollata l’URSS si perde di fronte al crescente potere economico e tecnologico cinese. Gli Usa cercano di mantenere il potere militare, finanziario e mediatico (il quarto potere di Orson Welles) al fine di compensare il declino dell’egemonia economica. Il potere militare è il primo a cominciare a declinare proprio perché non adeguatamente surrogato da quello economico. Il tentativo di ripristinare l’autorevolezza USA del proprio raggio d’azione ha al momento successo per quanto riguarda l’Europa, sulla quale è strategico mantenere un’influenza ideologica e commerciale.
Ma se per rinfocolare il patto d’intenti con l’Europa (grazie alle sanzioni contro il comune nemico rappresentato da Mosca), si rischia di mettere a repentaglio quel poco di potere finanziario che ancora oggi il dollaro detiene, la situazione rischia di sfuggire di mano.
All’erosione dell’egemonia del dollaro potrebbe contribuire anche il crescente ricorso alle criptovalute. In effetti, le criptovalute potrebbero costituire un mezzo di pagamento internazionale e di detenzione della ricchezza alternativo per i cittadini, le banche e le istituzioni finanziarie russe colpite dal blocco di SWIFT, e in generale dalle sanzioni occidentali. Infatti, le criptovalute costituiscono una forma di asset virtuale che viene scambiato sulla blockchain senza alcun bisogno di intermediari, sfuggendo al controllo delle autorità.
Non è un caso che le quotazioni del Bitcoin da fine febbraio alla prima settimana di marzo sino aumentate del 20% sino a sfiorare i 40.000 dollari, per poi avere un andamento altalenante, ma mantenendosi su quei livelli.
Occorre allora domandarsi, quale tipo di governance finanziaria mondiale possa essere possibile e soprattutto conveniente. Quella governata dalla speculazione delle grandi oligarchie finanziarie, grazie alla totale deregulation dei mercati finanziari, come è stato sino ad oggi ma con crescenti rischi di instabilità, oppure una governance politico-finanziaria volta a ricreare le premesse di una nuova Bretton-Woods, questa volta più a trazione asiatica che occidentale e non basata su una sola valuta?
Ecco la nuova economia di guerra: la possiamo definire una “terza guerra mondiale”?

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 29 marzo 2022

Resistenza civile

di Lorenzo Guadagnucci

Fra i tanti paradossi del non-dibattito sulla guerra in Ucraina e sulle scelte che abbiamo compiuto o stiamo per compiere e su ciò che ne può conseguire (questo aspetto, in particolare, è pressoché inesistente nel discorso pubblico), c’è un piccolo ma rivelatore paradosso. Molti, fra quanti sostengono la necessità di inviare armi da guerra al governo ucraino, fanno un parallelo con la resistenza italiana durante la seconda guerra mondiale: partigiani allora contro l’occupazione nazifascista, partigiani oggi contro l’invasione russa; il paradosso è che gli eredi dei nostri partigiani, cioè l’Anpi, respinge tale accostamento ed è scesa in piazza per la pace e contestando l’opportunità di gettare benzina, cioè armi, sul fuoco della guerra. Paradosso nel paradosso: fra chi sostiene il parallelo Italia ’43 – Ucraina ’22 non sono pochi i detrattori della resistenza italiana, sempre sminuita nella sua importanza, se non attaccata per le sue attitudini politiche e le sue azioni.
Proprio un’analisi storica ci permette di avviare un ragionamento attorno alle scelte che stiamo compiendo e alle prospettive che ne conseguono. È pacifico, sul piano storico, che i nostri partigiani durante la seconda guerra mondiale furono un supporto – prezioso e di enorme spessore morale, un viatico all’insediamento della repubblica antifascista, ma un supporto – alle forze armate alleate, vere protagoniste sul piano militare della liberazione d’Italia e della sconfitta dell’esercito tedesco. Mutatis mutandis, la scelta di armare l’Ucraina è stata presa senza prefigurare alcunché: gli esperti militari sostengono che per fermare e sconfiggere l’invasore russo non basterà distribuire armi alla cittadinanza, ma servirebbe un intervento militare esterno, cioè cacciabombardieri e tutto il resto, quindi una guerra aperta contro la Russia da parte della Nato, dell’Unione europea o almeno di una coalizione di stati. Se questa fosse la strategia, l’impulso alla resistenza ucraina avrebbe un senso diverso – cioè più senso – da come si prospetta attualmente, sia pure al prezzo di scatenare – sostanzialmente – una terza guerra mondiale.
Altrimenti, qual è l’obiettivo dell’invio di armi? Nessuno si è sentito in obbligo di chiarirlo, nell’assenza di un vero dibattito sulla guerra in corso e sulle opzioni che abbiamo a disposizione. Se non vogliamo la terza guerra mondiale – e tutti dicono di non volerla – e se non è possibile fermare altrimenti l’invasione russa, perché inviamo armi? Per aiutare la giusta resistenza ucraina, si dice. Ma con quali obiettivi? In vista di che cosa? Di quale via d’uscita, cioè di quale soluzione che possa far tacere le armi? E a che prezzo? Nessuno ne parla.

Una resistenza armata?
È possibile che si pensi di rallentare l’invasione, sperando che nel frattempo succeda qualcosa a Mosca: una rivolta popolare, un golpe a opera degli oligarchi… Mah. O forse si ipotizza di convincere Putin, attraverso una resistenza più forte del previsto, a limitare i propri obiettivi e magari “accontentarsi” di occupare solo una parte del paese. O forse altro ancora, ma nessuno menziona ipotesi e prospettive; nessun giornalista incalza i governi europei su questo punto, né un dibattito si è aperto nel mondo politico: tutti sembrano accontentarsi delle decisioni prese finora, senza spingersi oltre, senza offrire alcuna prospettiva. Il dubbio dunque è legittimo. Davvero una resistenza armata in Ucraina è la soluzione migliore per l’avvenire del popolo ucraino e di tutti gli europei? Non c’è il rischio che tutto si risolva in una carneficina ancora più cruenta senza il minimo avvicinamento a una soluzione?
In questa paralisi del pensiero chiunque voglia mettere la guerra in Ucraina in una prospettiva storica e sul più ampio scenario geopolitico globale, viene messo sotto attacco e accusato di fare il gioco del nemico, se non si trova addirittura inserito nel girone infernale dei “putiniani” (metodo violento e volgare praticato sia da modesti esponenti politici sia da supposte grandi firme del giornalismo). Eppure, non è possibile affrontare politicamente la guerra ucraina, senza gli strumenti della politica e quindi senza prospettiva storica. Il movimento pacifista italiano ha messo a disposizione le sue conoscenze e la sua esperienza pluridecennale – a questo è servita la manifestazione del 5 marzo – ricordando, fra le altre cose, gli errori compiuti nell’ultimo trentennio: è dal 1989, quando il blocco sovietico cominciò a dissolversi, e non dal febbraio scorso che pacifisti e nonviolenti indicano la necessità di immaginare un futuro di pace in Europa attraverso la collaborazione con la Russia e i paesi limitrofi, liberando il continente dai missili ereditati dalla guerra fredda (“dall’Atlantico agli Urali”, si diceva); rispettando l’impegno a non allargare la Nato verso est; dismettendo le testate atomiche.
È un fatto storico che siamo andati in direzione opposta, con sicumera da apprendisti stregoni, favorendo pericolosamente lo sviluppo dei nazionalismi nell’est Europa e l’ansia russa di accerchiamento, come detto e scritto infinite volte da innumerevoli osservatori e diplomatici. La guerra un corso potrà finire solo riprendendo il filo di questo ragionamento, ma toccherà farlo con un’occupazione in corso, una minaccia di guerra globale incombente e migliaia di morti in più.
La resistenza armata oggi è descritta e concepita come una scelta ovvia, oltre che opportuna, nell’Ucraina soggetta a un’invasione, ma perché scartare a priori altre strade? Perché non domandarsi se non stiamo rischiando di incrementare distruzione e morte, col carico di odio aggiuntivo che ciò comporta, senza un vero motivo, in assenza di obiettivi politici percepibili, cosicché fra qualche settimana e con qualche migliaia di morti in più, si presenti comunque la necessità di confrontarsi con un’Ucraina occupata dai russi e la necessità di trovare un equilibrio geopolitico.

Una resistenza popolare
Perché allora non incoraggiare una resistenza civile del popolo ucraino?
Sarebbe meno cruenta e probabilmente più efficace. Certo, non potrebbe fermare l’invasione, ma nemmeno la resistenza armata sembra in grado di farlo e non a caso il presidente Zelenski ha già chiesto un intervento diretto dell’occidente, quindi la terza guerra mondiale. L’occupante, una volta terminata l’invasione, dovrà “governare” in qualche modo l’Ucraina, e una resistenza popolare con forme di non-collaborazione e boicottaggio potrebbe col tempo cambiare lo scenario, nonostante gli sfavorevoli rapporti di forza in ambito militare. Una resistenza civile renderebbe anche più plausibile e più concreto l’intervento di un mediatore internazionale, potrebbe ridare smalto all’Onu, fondata a suo tempo per impedire il ricorso alla guerra come metodo di regolazione dei rapporti fra stati – il metodo, non dimentichiamolo, che nel secolo scorso ha trasformato l’Europa in un cumulo di macerie e in un immenso cimitero.
In un documento dei giorni scorsi, i pacifisti tedeschi suggeriscono questa strada: chiedono il cessate fuoco russo, una conferenza internazionale su tutti i conflitti in corso, un’azione diplomatica per una nuova architettura di sicurezza ma anche la rinuncia ucraina alla lotta armata e il passaggio alla resistenza civile, nonché l’accoglienza per gli obiettori di coscienza ucraini, e poi il sostegno di lungo periodo ai cittadini ucraini nella ricostruzione di spazi di democrazia anche in condizioni di temporanea occupazione russa.

Verso l’irrimediabile
Conosciamo già la reazione immediata del Palazzo e dei media mainstream: roba da sognatori
, mentre i tank russi avanzano; Putin va fermato e basta. È per via di questo riflesso pavloviano – il rifiuto delle riflessione a mente aperta con profondità storica – che le manifestazioni pacifiste di questi giorni vengono ignorate, sbeffeggiate o messe esplicitamente sotto accusa, ma qui si torna al punto di partenza. Se l’obiettivo è davvero fermare l’invasione, come ignorare le richieste di escalation che arrivano dal presidente Zelenski? E come evitare, allora, la terza guerra mondiale?
Nessuno ha certezze di fronte agli orribili avvenimenti di questi giorni, ma senza un dibattito serio, senza mettere i fatti in una prospettiva storica, senza immaginare una soluzione di medio e lungo periodo che consideri e includa gli interessi geopolitici russi (nonostante i crimini di Putin e dei suoi generali, che forse un giorno saranno puniti), il rischio incombente è uno scivolamento progressivo, passo dopo passo, verso l’irrimediabile.

Materiali utili:

  • Un’intervista non banale sul contesto geopolitico e le possibili soluzioni del conflitto con Andrea Riccardi, della Comunità di Sant’Egidio
  • Un intervento di Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, sulla resistenza nonviolente
  • Una riflessione (e un’intervista) di Pasquale Pugliese, vice presidente del Movimento Nonviolento
  • L’appello dei pacifisti tedeschi “Fermare subito l’attacco. Rinunciare alla resistenza militare, la resistenza deve essere civile”

 

L’articolo è stato pubblicato su COMUNE-INFO, 8 marzo 2022

La vittoria di Putin e l’isteria della guerra

di Raffaele Crocco

Al netto di ogni considerazione, c’è che la guerra uno la fa se gli conviene. Altrimenti la evita, perché la guerra è una di quelle cose imprevedibili, in cui la garanzia di avere la superiorità militare, non è garanzia di vittoria. Almeno se parliamo di guerra convenzionale, non nucleare. Gli Stati Uniti lo hanno imparato in Vietnam, Afghanistan. I russi lo hanno appreso in Afghanistan e, in parte, in Cecenia. Se questo è vero – e lo è, in termini di analisi – la domanda è: perché Putin dovrebbe fare la guerra? Per quale ragione?Quello che voleva lo ha già ottenuto da tempo.
L’Ucraina per i prossimi vent’anni e sino a quando la guerra – quella sì che c’è – nel Donbass non sarà risolta, non potrà in ogni caso entrare nella Nato, per assenza di requisiti. La Georgia è nelle medesime condizioni. Ogni allargamento dell’Alleanza, quindi, è pura teoria, estremo gioco di fantasia. I confini fra Russia e Nato sono quelli attuali e resteranno così per un pezzo, cosa che per il capo del Cremlino è fondamentale. Contemporaneamente, Putin ha chiuso un accordo con la grande rivale degli Usa, la Cina. Accordo che gli permetterà di rafforzarsi economicamente e di dedicarsi al futuro. Futuro che si chiama Rotta Artica: è quella rotta navale e commerciale che si sta aprendo grazie allo scioglimento dei ghiacci e che consentirà di trasportare merci più in fretta e con minor costo passando a Nord, nel Mare Artico, praticamente sempre davanti alla Russia.
Guardate la cartina: i canali di Panama e Suez diventeranno vecchi di colpo. La Cina, per arrivare in Europa – che ricordiamolo, resta il più grande e ricco mercato mondiale – passerà da Nord, con l’aiuto dell’amica Russia. Per gli Usa un colpo durissimo, per la Russia la possibilità di controllare rotte semplici e fondamentali.
In questa situazione, con il prestigio internazionale ripristinato e con il Mondo riposizionato, perché Putin dovrebbe fare la guerra? Perché non dovremmo invece semplicemente credere al fatto che l’invasione dell’Ucraina non è mai realmente stata pianificata? Perché non dovremmo credere al ritiro delle truppe, soprattutto se questo ritiro è – banalmente – la fine di una lunga esercitazione? La guerra si ferma anche usando la logica e mantenendo i nervi saldi. Il continuo gridare “al lupo, al lupo” degli Stati Uniti sembra l’urlo isterico di chi sa di aver perso posizioni e prestigio.
Washington negli ultimi vent’anni ha già trascinato il Mondo in guerra con la menzogna, non dimentichiamolo. Abbiamo occupato l’Afghanistan raccontandoci che i talebani erano gli autori, con Osama bin Laden, degli attentati alle torri di New York. Stiamo occupando da quasi vent’anni l’Iraq, perché i servizi segreti statunitensi dicevano che aveva armi chimiche: non era vero. Ora siamo alla nuova isteria. Non caschiamoci. Non si tratta di pensare che Putin sia migliore o “buono”. Si tratta di capire che Putin non è stupido e non gli conviene fare la guerra.
Si tratta di ascoltare quello che, ad esempio, dice la chiesa cattolica ucraina attraverso il vescovo di Kiev, Vitalii Kryvytskyi: “Se da un lato non vediamo motivi politici per l’inizio di una guerra, c’è già chi sostiene che la guerra sia già cominciata, anche se magari sono gli stessi media che ancora uno o due anni fa negavano che in Ucraina ci fosse un conflitto iniziato in realtà già otto anni fa”. “L’Ucraina – aggiunge – deve restare indipendente e respingere ogni desiderio imperialista”. Insomma, informiamoci meglio e con lucidità. Forse così aiuteremo molto di più e molto meglio il popolo ucraino.

L’articolo è stato pubblicato su Unimondo il 16 febbraio 2022