Politica

L’Italia dei bambini in carcere

di Daniele Barbieri

La legge di bilancio aveva stanziato un fondo da 4,5 milioni di euro per sviluppare soluzioni di detenzione alternative al carcere: soldi da spendere in 3 anni. Eppure l’ultimo rapporto di Antigone, del gennaio 2021, conferma che ci sono ancora diversi bambini che nascono o restano dietro le sbarre con le madri e che è ancora possibile spezzare le famiglie.

Vediamo di capire qualcosa di più sull’Italia che oggi tiene bambine e bambini nelle galere ma anche su come a questo “sonno” si sia arrivati nel Paese che ipocritamente celebra sempre le madri. In coda troverete una chiacchierata con Marzia Belloli sul passato prossimo cioè sulla legge 40 del 2001 che affrontò la questione delle detenute madri e accese per un po’ i riflettori su questa vergogna.
Questo breve viaggio Inizia con i numeri attuali e con alcuni degli ultimi “fattacci”… anch’essi rimossi dopo pochi giorni di finto dibattito e misera informazione, proprio come accaduto per la bimba di Amra.

I numeri.
Secondo l’ultimo rapporto di Antigone al 31 gennaio 2021 erano 29 i bambini, 13 dei quali stranieri, in carcere con le proprie 26 madri. Erano alloggiati nell’Icam – la sigla sta per «Istituti a custodia attenuata per le madri» – di Lauro (8), in un altro Icam affiliato al carcere di Torino (6), nel carcere femminile di Rebibbia (5), nelle carceri di Salerno e Venezia (3), nel carcere di Milano Bollate (2) e nelle carceri di Foggia e Lecce (un unico bambino per ciascuna delle due strutture). Al 28 febbraio 2021 i bambini erano scesi ulteriormente a 27, con 25 detenute madri. «Siamo a uno dei minimi storici, se pensiamo che un anno prima i bambini in carcere erano 57 e che le presenze negli ultimi 25 anni sono rappresentate nel grafico seguente».
Minimo storico sì – nel 2018 erano 62 – ma uno “zoccolo duro” sembra proprio ineliminabile. Nonostante leggi, riforme, nuove proposte. Chissà come faranno in altri Paesi.
Il 23 gennaio 2021 sul quotidiano Repubblica Flavia Carlorecchio scriveva: «Sono ancora 28 bambini rinchiusi in cella con le loro madri in Italia. La nuova legge di Bilancio ha stanziato un fondo da 4,5 milioni di euro per sviluppare soluzioni di detenzione alternative»: soldi da spendere in 3 anni. Si stanziano spesso fondi in Italia (e i media strombazzano) per sanare le peggiori vergogne ma poi è difficile sapere se e come vengono spesi.
Daniela de Robert del Collegio del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale nell’articolo di Flavia Carlorecchio spiegava: «Di fronte all’emergenza imposta dalla pandemia, sono state prese delle misure per ridurre la pressione sulle carceri. Subito sono state alleggerite le pene inflitte alle madri con bambini al seguito. Questo significa che non era necessario che fossero lì».
Dunque se qualcosa si muove è “grazie” alla pandemia? Ancora la De Robert: «La soluzione ideale è quella di far scontare pene in strutture che assomiglino il meno possibile ad un carcere, affinché possano crescere i propri figli in un ambiente “normale”, accogliente».
La legge in vigore è la 62 del 2011. Prevede misure alternative al carcere per le madri con figli fino ai sei anni di età – salvo esigenze eccezionali – ovvero «Istituti a custodia attenuata per le madri» (ICAM) e case-famiglia protette. E’ assai opinabile che un Icam sia davvero “custodia attenuata” ma in ogni caso neanche questo si è riusciti a fare.
Ci sono proposte di riforma della legge 62-2011: ne parleremo magari in un’altra occasione. Perché per ora sono fiato e basta.

Il caso di Bologna
A proposito dei bambini in carcere anche nella “civilissima Bologna” commentando il secondo rapporto semestrale della Ausl (Carcere Bologna: il disastro permanente) Vito Totire nell’agosto 2020 scriveva: «irrisolto il problema dello spazio per una persona detenuta con bambino; irrisolto nel senso che, dopo tanti anni, ancora non paiono esecutive le norme che vietano la detenzione in carcere di bambini piccoli che devono invece essere ospitati, con le loro mamme, negli ICAM e/o comunque in una struttura alternativa al carcere e diversa a seconda della posizione giuridica della madre; di recente, ancora una volta, la Dozza ha ospitato una bambina di 4 anni, sia pure per pochi giorni! comunque, fino a quando esiste lo spazio per donna con bambino, lo spazio “rischierà” di essere occupato a discapito della strutture alternative extracarcerarie».
Passano pochi mesi e la direzione del penitenziario annuncia che al reparto femminile del carcere Dozza il 9 luglio sarà inaugurato un nido per ospitare di volta in volta fino a due donne coi loro figli. Non è d’accordo il garante regionale delle persone private della libertà personale, Marcello Marighelli che fra l’altro dice: «Non è stata una sorpresa: il nido nei reparti femminili è una misura prevista dal 1975. La scelta di realizzarlo oggi appare tardiva se non anacronistica. La legge 62 del 2011 già riconosceva la fondamentale importanza della casa famiglia protetta, snodo fondamentale per garantire un riferimento abitativo alle madri con provvedimento di custodia cautelare o esecuzione della pena con i propri bambini» (vedi). Proteste, promesse. Poi il 9 luglio la direttrice Claudia Clementi inaugura il nido in gabbia con Gianfranco De Gesu, direttore della Direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dap che dichiara: «Nessuno vuole vedere bambini in carcere, ma la legge lo prevede… L’augurio che voglio fare a questa struttura è che venga utilizzata il meno possibile. Speriamo che presto ci siano norme che la rendano non più attuale, e che dunque possa essere definitivamente superata. Tra nidi e Icam, negli istituti italiani ci sono 31 bambini e 27 mamme: l’auspicio è che presto si sancisca che un bambino non possa, nella maniera più assoluta, stare in carcere»
A molti sembra di capire però che la struttura inaugurata a luglio partirà soltanto in settembre (un ripensamento? pressioni ufficiose della Regione Emilia-Romagna?). Invece a fine luglio su www.zic si legge: «Ancora bambini costretti a vivere in carcere: nei giorni scorsi sono entrati in un istituto penitenziario dell’Emilia-Romagna due bambini di appena sette e di 17 mesi, insieme alle loro mamme (una per scontare una pena di 20 giorni, l’altra per un provvedimento di custodia cautelare). Lo segnalano la Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza Clede Maria Garavini e il Garante dei detenuti Marcello Marighelli, secondo cui questi due casi confermano che si continua ad assumere decisioni e a valutare situazioni senza tenere ben presenti le esigenze specifiche dei bambini connesse alla loro crescita e i diritti sanciti da norme internazionali e nazionali, in particolare l’interesse superiore del fanciullo che, come indicato dall’articolo 3 della Convenzione Onu, deve orientare tutte le scelte relative alle persone di minore età».

Le promesse, le alternative, una tragedia a Rebibbia
Il ministro Andrea Orlando aveva assicurato: «entro il 2015 più nessun bambino in carcere». Infatti.
La presenza di bambine e bambini in carcere viene segnalata dai “soliti appassionati” ma istituzioni e media non reagiscono.
Una discussione sul da farsi sembra accendersi nel settembre 2018 dopo una tragedia (una madre ha ucciso il figlio) quasi certamente evitabile; cfr Infanticidio di Stato nel carcere di Rebibbia. Purtroppo è il solito copione: sdegno (più o meno sincero) e informazioni poche, promesse tante ma fatti zero.
Dunqe l’alternativa casa-famiglia «protetta» è rimasta sulla carta. O meglio ne esistono solo due: una privata a Milano e a Roma «La casa di Leda» (A Roma InsiemeLeda Colombini) – voluta dal Comune – inaugurata nel 2017. Non è chiaro perché Amra non fosse lì….
E adesso?

Chi lo sa? E chi si ricorda di Sofia Loren.
Per finire vi do i risultati di un sondaggio (minimo, per carità) condotto, questa estate, fra 14 persone – di varie età – che ho scelto per essere le più “medie” possibili. Alla mia domanda se in Italia i bambini finiscano in carcere ho avuto in risposta 14 no. E alla seconda domanda («Ma se una detenuta è incinta al momento del parto rimane in carcere o esce?») ho avuto 9 «certo che esce», 2 «non lo so», 3 «dipende dal reato». Fra i 9 «certo che esce» una persona ha aggiunto: «ma tu che sei appassionato di cinema, ricordi quel film con Sofia Loren?». Me lo ricordo sì e mi aspettavo che qualcuno lo citasse. Nel 1963 Sofia – o Sophia se preferite – Loren recita in un film a episodi diretto da Vittorio De Sica. Il primo episodio («Adelina») – scritto da Eduardo De Filippo con Isabella Quarantotti – è ispirato alla storia vera della contrabbandiera napoletana Concetta Muccardi, che per non andare in galera ebbe 19 gravidanze, 7 delle quali finite con la nascita di figli. Radicatasi nell’immaginario popolare quella storia “conferma” che in Italia i figli piccoli non restano in cella con i figli piccoli; men che mai per reati lievi. Proprio così… ma accade soltanto nell’immaginario.

Quando la legge non c’era: un chiacchierata con Marzia Belloli
Ero a San Vittore nel gennaio 1996 con una bambina di 14 mesi dopo 2 anni di «differimento pena» per la maternità. Essendo io una “politica” mi avevano messo nella sezione penale (a pianoterra): cella singola con la bimba mentre le altre donne con figli stavano nel nido della sezione giudiziaria (in media potevano essere 5-6 bambini con molte donne rom che entravano e uscivano) che era un disastro con muri a pezzi: i bimbi uscivano un’ora al giorno con le mamme nel giardino del carcere per «l’aria».
Ho cominciato a protestare: da sola e poi con altre. Abbiamo detto «almeno migliorate il nido». Per fare un esempio le donne potevano uscire anche il pomeriggio all’aria, ma di fatto non ne usufruivano. Si ottenne di sistemare le piastrelle.
Ci furono incontri con il direttore: ragionando sull’idea di una legge (quella che poi diventerà “legge Finocchiaro”). Sembrava impossibile e invece nel giro di un anno circa qualcosa inizia a muoversi… Se ne occuparono anche alcuni giornalisti e quello aiutò.
Io allora uscivo in «lavoro esterno» portandomi dietro la bimba e ovviamente ne parlavo. Lavorando con la Comunità Nuova di don Gino Rigoldi ho cominciato ad avere documenti che in carcere non arrivano. E così scopriamo che esiste la “bozza Finocchiaro”.
Con un tot di donne formiamo a San Vittore un comitato per la legge. Poi scriviamo in giro – a onorevoli ma anche al cardinal Martini – con le nostre testimonianze… per chiedere che la bozza si concretizzi. Facemmo un convegno – per una settimana al Barrio’s – invitando tutta la gente che si occupava di carcere (da Leda Colombini al Naga, alla televisione svizzera).
Intanto a San Vittore inizia il «progetto Casina» con le volontarie: giornate aperte dove i genitori potevano incontrare le persone care con i bambini. Parte anche una raccolta firme (prima adesione Gino Rigoli ma anche Roberto Vecchioni e alcuni nomi famosi) di appoggio alla “bozza” che però non ebbe gran seguito.
Ci fu un incontro con «L’albero azzurro» (della Rai) in una scuola a Baggio per far giocare bimbi carcerati con altri. Ne parlò anche il settimanale «Vita», do atto che fu una iniziativa importante. Non l’unica comunque, ci fu anche una mostra.
Si ragionava di ottenere un luogo per la “custodia attenuata”. Si arrivò a una convenzione con la Regione Lombardia e con il ministero di Grazia e Giustizia ma poi tutto si fermò.
La “bozza Finocchiaro” aveva grandi difetti. La pecca più grave era escludere certi reati (per le mamme). Il nostro piccolo comitato fece proposte, segnalando: 1) la «legge Gozzini» era più avanti, dunque per alcuni versi si tornava indietro; 2) si considerava il lavoro più importante del bambino e dunque se lavoravi non potevi stare col figlio.
Si è arrivati a scrivere le modifiche e a chiedere che comunque il Parlamento lo mettesse in calendario. Passarono 3 anni.
Incontrammo anche Gloria Buffo (un’altra parlamentare dell’allora Pds, come Anna Finocchiaro) proponendo come migliorare la legge – si parlava di 8 anni poi la legge spostò l’età a 10 – e la “bozza Buffo” venne conglobata con quella della Finocchiaro.
Finalmente si mosse Franco Corleone e grazie al suo impegno la legge 40 venne approvata nel 2001.
All’epoca facemmo un “censimento” (autogestito) fra le donne di San Vittore: allora c’erano in media 30/40 bambini l’anno in carcere (Vedi qui) ma il problema grosso erano i tanti minori fuori ma con la madre o entrambi i genitori in carcere (e non riuscivano a vederli): mi ricordo che su un centinaio di donne al giudiziario – anche per reati minimi, nonostante la «legge Simeone» dicesse che si poteva uscire – circa 80 erano madri, metà (grosso modo) con figli all’estero e l’altra metà in Italia.


L’articolo è stato Pubblicato su COMUNE-info il 24 Settembre 2021

Pacifismo: un’altra prospettiva?

Pace

di Laura Tussi

La pace è da sempre aspirazione centrale dell’uomo.
Con la Pace tutto è possibile, tutto si può realizzare. Con la guerra conta solo la vittoria militare. Tutti noi camminatori delle vie della pace e della nonviolenza ci incontriamo nelle marce, nelle manifestazioni e nei cortei semplicemente per dire no alla guerra. 
Cosa hanno creato e animato i movimenti per la pace nei momenti e negli appuntamenti di massa? ma anche nell’impegno della quotidianità, nelle attività fuori dal clamore e dall’attenzione dei media?
Molteplici narrazioni per riportare sulla scena i protagonisti in carne e ossa, le loro motivazioni e i loro sentimenti, i loro saperi e le loro culture politiche, la loro spontaneità. 

Un’altra prospettiva?
La pace è da sempre aspirazione centrale dell’uomo.
Con la pace tutto è possibile, tutto si può realizzare. Con la guerra conta solo la vittoria militare.
Tutto si fa per la pace, tutto ad essa si sacrifica.
“Prima di tutto la pace” era un diffuso slogan negli anni ‘80 del Novecento.
Per troppo lungo tempo, subculture e politiche prevalenti hanno pensato che la Pace è raggiungibile solo con la guerra. Che la pace altro non fosse che assenza di guerra e il luogo di preparazione della prossima inevitabile guerra.
Solo in tempi recenti si comincia a pensare la pace diversamente: molto di più che assenza di guerra e certo indiscutibilmente assenza di conflitti armati. Solo in tempi recenti si comincia a pensare la pace per via alternativa a quella classica delle armi, come l’arbitrato, i negoziati, il diritto internazionale. E solo in tempi recenti si è pensato a elidere il potere di fare la guerra al sovrano di turno. Chi ha deciso la politica coloniale italiana? La conquista della Libia? Chi la prima guerra mondiale? Chi la seconda? Per secoli il pensiero, la politica, i miti, i riti convergevano sul fatto che la guerra fosse l’unico strumento e unica via per la pace. 

La vera rivoluzione è quando comincia un pensiero alternativo.
Fino ad oggi l’Europa non ha ancora vissuto un periodo di pace duraturo, basti pensare ai conflitti in ex Jugoslavia e nelle nazioni dell’est Europeo, contando anche le cosiddette “missioni di pace” che altro non sono che azioni mirate a sostenere i privilegi predatori di alcune nazioni su altre.
E non molti sanno che il progetto  dell’unione dell’Europa nella pace non con le armi, ma come soluzione per niente guerrafondaia fu propugnata in primis dal pensiero pacifista.
Si pensi al congresso della pace di Parigi del 1849 quello presieduto da Vittorio Hugo, quello che pose l’accento sulla necessità dell’educazione alla pace. Non fu il mondo pacifista a rivendicare che decisioni sulla guerra fossero assunte dai parlamenti e non già dai sovrani e dai governi? E chi pensò al diritto e alle organizzazioni internazionali adeguate per costruire la pace?
Fu un pioniere del pacifismo quale Immanuel Kant.
Poteva nascere l’ONU senza questo pensiero? Il termine pacifismo è stato introdotto tra l’ottocento e il novecento.

Il pacifismo ha una sua storia.
Il pacifismo ha una sua storia e questo deve essere continuamente precisato.
Esso assume il significato di pensiero e pratiche, teorie e movimenti tesi a prevenire e contrastare la guerra, le culture guerresche e violente e i guerrafondai. E a elaborare e sostenere vie alternative per la soluzione di conflitti e di controversie internazionali. 

Un movimento plurale. 
Più forte e incisivo quando è stato capace di essere autonomo e coerente e quando ha coltivato e prodotto idee forti, illuminanti, alterità di pensiero, pratiche coerenti.

È un arcipelago. 
Un pacifismo di teorici, un pacifismo politico e non di partito, un pacifismo dei movimenti, un pacifismo spontaneo delle persone, un pacifismo delle classi sociali. È però poco studiato nella sua pluralità e complessità. Nella sua influenza, nelle sue contraddizioni e risultati.
Forse si pensa che poi comunque le guerre ci sono state, che i pacifisti hanno sempre perso, che non hanno ottenuto nulla. Forse perché l’utopia della pace è rimasta tale? Non è esattamente così.
Si accennava alla semina del pacifismo che ha prodotto raccolti. In alcune fasi il pacifismo è riuscito a condizionare l’azione di leaders politici e governi. Durante gli anni più duri della guerra fredda è riconosciuto che la mobilitazione di massa ha contribuito ad evitare l’uso dell’atomica

Il pacifismo oggi.
E il premio Nobel per la pace del 2017 alla campagna Ican per il trattato di proibizione delle armi nucleari? Autentico e imprescindibile e grande contributo per il disarmo nucleare mondiale che ha coinvolto migliaia di attivisti e centinaia di associazioni in tutto il mondo. Di recente ai movimenti pacifisti è anche ascrivibile in Italia la legge 185/1990 che finalmente ha posto qualche vincolo alla esportazione di armi e è dei pacifisti il merito alla campagna internazionale per la messa al bando delle mine Nobel per la pace del 1997.
E senza l’imponente movimento del 2003 il governo italiano non avrebbe coinvolto pienamente e ancora maggiormente il nostro paese nella guerra di Bush all’Iraq dell’ex amico Saddam? Si possono cancellare gli enormi contributi del pacifismo per controbattere alla glorificazione della guerra, per smentire la convinzione della sua fatalità, per un sapere di Pace? Cenni per dire che l’influenza del pacifismo è ancora tutta da studiare.
Perché quanti si sono opposti alla prima guerra mondiale, con prezzi salatissimi non devono essere considerati soggetti di storia? Il cammino è lungo e tortuoso ma è frequentato.
“È ancora lunga la strada perché la guerra diventi un tabù come l’incesto – afferma padre Alex Zanotelli – ma vi è chi la percorre”. Se pensiamo alle numerose guerre in corso nel mondo dal dopo guerra fredda non rimane altro che prendere atto della sconfitta del pacifismo. Ma sarebbero conclusioni affrettate e errate oltretutto perché non tengono conto dell’enorme sproporzione di mezzi tra pacifismo e guerrafondai. Il pacifismo. Un impegno da non dimenticare, per il futuro e per la storia, se la storia è selezione delle cose da ricordare, per la memoria e il futuro.

L’articolo è stato Pubblicato su Unimondo il 24 Settembre 2021

Tutti gli articoli di Laura Tussi sono anche sul sito PeaceLink.it.
 

Italia-Israele: inaccettabili esercitazioni militari e affari di armi

di Giorgio Beretta

Inaccettabile e fortemente preoccupante: per questo chiediamo che l’esercitazione militare venga sospesa fino a quando non vi saranno informazioni precise al riguardo ed invitiamo il Parlamento ad interpellare urgentemente il Ministro della Difesa affinché renda conto dell’esercitazione in atto, delle finalità e delle ripercussioni sui processi di distensione nella zona mediorientale e sulla politica estera e di difesa dell’Italia”.

La Rete Italiana Pace e Disarmo non usa mezzi termini per definire l’esercitazione militare “Falcon Strike 2021” in corso in questi giorni in Italia tra l’Aeronautica Militare Italiana, la US Air Force, la britannica Royal Air Force e l’aeronautica militare israeliana (IAF). “Si tratta – spiega il comunicato di Rete Pace e Disarmo – della prima esercitazione congiunta in cui sono impiegati i cacciabombardieri F-35 italiani a fianco non solo di quelli di Paesi alleati (Regno Unito e Stati Uniti) ma di un paese come Israele”. Che è un paese belligerante.

I silenzi del Ministero della Difesa

Un’operazione in grande stile (qui la mappa con le aree utilizzate) che durerà per dodici giorni (dal 6 al 17 giugno) e che prevede un ampio dispiegamento di mezzi militari italiani tra cui i caccia multiruolo Eurofighter Typhoon, i caccia da combattimento AMX, droni Predator ed elicotteri Augusta-Westland ed aerei da rifornimento. Ma di cui né il Ministero della Difesa né l’Aeronautica Militare italiana hanno dato notizia. Tutto quello che si sa proviene infatti da fonti militari israeliane che hanno dato la notizia, con grande enfasi, alla stampa nazionalesul sito ufficiale della IAF e finanche sui canali social tra cui twitter e facebook.

E’ evidente l’imbarazzo da parte del Ministero della Difesa italiano – ha commentato Rete Pace Disarmo – per un’operazione che, secondo fonti israeliane, vedrà l’utilizzo anche di un gran numero di batterie di missili terra-aria contro i caccia F-35 per creare un’atmosfera piena di minacce”.

Gli F-35 israeliani nei bombardamenti su Gaza

Il silenzio del Ministero della Difesa deriva dall’aver invitato in Italia proprio i caccia israeliani F-35 che nelle scorse settimane hanno bombardato in modo indiscriminato la Striscia di Gaza durante l’operazione militare “Guardiani del muro”. Un “teatro operativo” per gli F-35 israeliani durante il quale i caccia della Israeli Air Force hanno ucciso 230 palestinesi, la gran parte civili, inclusi 65 bambini, 39 donne e 17 anziani e ferito più di 1.710 persone. Bombardamenti che hanno colpito anche la sede della stampa internazionale ed hanno sfiorato la sede dell’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, colpendo 58 scuole e 8 centri sanitari.

Indagine Onu su possibili crimini di guerra

Come ha evidenziato l’Alto Commissario per i Diritti Umani, Michelle Bachelet, “tali attacchi possono costituire crimini di guerra”. Proprio per questo il Consiglio dei diritti umani dell’Onu promosso un’inchiesta internazionale sulle violazioni dei diritti umani commesse da Israele nei Territori palestinesi occupati e in Israele da aprile: la risoluzione è stata adottata con 24 voti favorevoli, 9 contrari e 14 astensioni (tra cui l’Italia) durante una riunione straordinaria del Consiglio lo scorso 27 maggio.

Obiettivo dichiarato: l’Iran

Ancor più preoccupante è l’obiettivo dichiarato dell’esercitazione militare: l’Iran. L’intento dell’esercitazione è infatti preparare i piloti israeliani all’utilizzo dei caccia F-35 contro le forze iraniane. “L’Iran è il nostro obiettivo”, ha detto un alto ufficiale israeliano parlando sotto anonimato ai giornalisti. “Riteniamo che indicare l’Iran come potenziale nemico da attaccare sia gravissimo e controproducente – ha commentato Rete Pace e Disarmo – soprattutto in questa fase in cui l’Unione Europea è attivamente impegnata per la ripresa dei negoziati riguardanti il programma nucleare militare iraniano”.

L’Accordo militare tra Italia e Israele

I rapporti militari tra Italia e Israele hanno visto un radicale cambio di prospettiva a partire dai governi Berlusconi. Il 16 giugno 2003, infatti, a seguito della visita a Tel Aviv del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, venne firmato a Parigi il “Memorandum d’intesa con Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa”. L’accordo che è entrato in vigore, dopo la ratifica delle Camere, l’8 giugno 2005 (qui l’iter parlamentare; si veda anche qui), regola tra l’altro la reciproca collaborazione nel settore della difesa, con particolare attenzione all’interscambio di materiale di armamento, all’organizzazione delle forze armate, alla formazione e all’addestramento del personale e alla ricerca e sviluppo in campo industriale-militare. Fino a quel momento l’Italia, pur mantenendo buoni rapporti con lo Stato di Israele, aveva positivamente escluso per decenni ogni tipo di accordo militare con Tel Aviv.

L’interscambio miliardario di armamenti 

Ma il “salto di qualità” avviene nell’aprile del 2012 quando, l’allora presidente del Consiglio, Mario Monti, in visita in Israele annunciò l’intenzione del governo di finalizzare al più presto i dettagli del contratto per la fornitura all’Aeronautica Militare Israeliana di 30 “velivoli d’addestramento” M-346 prodotti dalla Alenia-Aermacchi e relativi simulatori di volo. Monti lo definì, appunto, un “salto di qualità”. Il contratto, che faceva seguito agli accordi presi dal precedente governo Berlusconi, vedeva l’acquisto da parte dell’Italia di tecnologia aerospaziale israeliana per un valore di oltre 850 milioni di euro, tra cui un satellite spia e due aerei Gulfstream G550 “per la sorveglianza e la supremazia aerea”.

I contratti recenti

Negli anni successivi le forniture di sistemi militari dall’Italia a Israele, pur aumentando rispetto agli anni novanta, non hanno segnato valori rilevanti fino al febbraio 2019 quando i ministeri della Difesa dei due Paesi hanno firmato un accordo per l’acquisto di sette di elicotteri AW119Kx d’addestramento avanzato della Agusta-Westland (gruppo Leonardo) per le forze aeree israeliane, del valore di 350 milioni di dollari, ancora una volta in cambio dell’acquisto da parte dell’Italia di un valore equivalente di tecnologia militare israeliana. Nel settembre del 2020 ne sono stati aggiunti altri cinque, per un totale di dodici elicotteri e due simulatori destinati alla Air Force Flight School in cambio dell’acquisto da parte dell’Italia di missili Spike della Rafael e di simulatori di tiro della Elbit Systems.

Di questi contratti non è stata data alcuna notizia da parte del Ministero della Difesa italiano nonostante sia stato attivamente impegnato nell’operazione. Lo si è saputo da fonti israeliane poi riprese dalla stampa italiana.

La retorica e i silenzi del ministro Guerini

Nonostante il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, non perda occasione per magnificare presso le autorità israeliane “l’eccellente livello di cooperazione tecnico militare ed industriale” tra i due paesi e la volontà “di sviluppare ulteriormente gli ambiti di cooperazione nel settore specifico della Difesa”, quando si tratta di dare notizia in Italia delle compravendite di armamenti sembra diventare afono. Ancor più quando dovrebbe spiegare ai cittadini italiani le esercitazioni militari congiunte con uno Stato, come Israele, che è stato oggetto di numerose risoluzioni di condanna da parte dell’Assemblea Generale dell’Onu fin dal 1975 per “la continua occupazione dei territori arabi in violazione della Carta delle Nazioni Unite e dei principi del diritto internazionale” (si veda la Risoluzione 3414 del 5 dicembre 1975, la Risoluzione 31/61 del 9 dicembre 1976 e successive). Le risoluzioni chiedono a “tutti gli Stati di desistere dal fornire a Israele qualsiasi aiuto militare o economico fintanto che continua ad occupare territori arabi e nega i diritti nazionali inalienabili del popolo palestinese”. Ma su tutto questo, il nostro ministro della Difesa sistematicamente tace.

L’articolo è stato Pubblicato su Unimondo il 9 giugno 2021

8 marzo 2021: le mimose hanno messo le spine