Politica

Enrico Letta: il cavaliere dalla nobile coscienza

di Gianni Giovannelli

E se la Nato chiama
ditele che ripassi:
lo sanno pure i sassi:
non ci si crede più.                                                        

(Marcia della Pace Perugia-Assisi, 1961:
Franco Fortini e Fausto Amodei, camminando)      

Nel 1854, a New York, fu pubblicato un opuscolo di Marx (Il cavaliere dalla nobile coscienza), dedicato alla figura di Lord Palmerston, rimasto vent’anni Segretario per la Guerra nelle file dei conservatori e successivamente, per altri vent’anni, a capo della politica estera, ma ora quale esponente dei progressisti. Ogni volta trovava il modo di presentarsi come il rappresentante di una novità politica, come l’unica possibile soluzione per risolvere le crisi di governo. Un giudizio rimaneva sempre fermo nel suo agire, ovvero l’anonima nullità del Parlamento. Almeno così riteneva Marx in questa salace ma puntualissima invettiva.
Lo scritto mi è tornato alla memoria leggendo il recente intervento, concesso in esclusiva da Enrico Letta al quotidiano Il Foglio: per almeno due graffianti annotazioni. La prima: quando è incapace di tenere testa a un avversario forte ne improvvisa uno debole. La seconda: a forza di adulazioni e di seduzioni quell’Alcina riusciva a trasformare tutti i suoi nemici in giullari. D’accordo. Enrico Letta non è certo Palmerston (che non si sarebbe mai fatto fregare il posto di comando da un birbante toscano di provincia); ma attenzione a non sottovalutarlo, quando gli altri son tutti ciechi pure un orbo vede lontano.
Enrico Letta è assai abile nel sedurre, e non si sente per nulla in imbarazzo nell’adulare; questo non significa affatto che non sia pronto a colpire, occorrendo alle spalle. Giuseppe Conte, buon incassatore, è diventato assai più guardingo, dopo aver subito, insieme a complimenti eccessivi, uno sgambetto inatteso nel corso delle elezioni per la presidenza della Repubblica; il sempre sorridente Roberto Speranza farebbe bene, pure lui, ad evitare distrazioni, dopo il troppo caloroso abbraccio del segretario PD durante la caricatura di congresso organizzata a Roma da Articolo 1. Più che una fusione si profila la resa incondizionata del manipolo di ex dissidenti, con prevedibili risse per agguantare i pochi seggi disponibili alle prossime elezioni nazionali. Letta non esita a lodare, elogia perfino Giorgia Meloni, giusto per non trascurare nulla. Attenti: la maga Alcina (Palmerston/Letta) è assai lesta nel trasformare gli ammaliati in piante o animali, anche quando magari sembra accontentarsi di renderli vocianti giullari della Nato.
Enrico Letta evita gli avversari che potrebbero infastidirlo, ostacolando il corso da lui prefissato degli eventi; preferisce dunque sostituirli con altri più deboli, da lui appositamente scelti o, quando occorre, perfino creati dal nulla.  In genere sono personaggi grigi e inutili, resi famosi per 15 minuti e ricacciati in archivio a fine spettacolo. Quando la pandemia occupava le prime pagine Letta vestiva i panni del paladino della scienza, attaccando con foga qualche ingenuo malcapitato, chiamato a ricoprire il ruolo dell’oscurantista o del negazionista. Negli ultimi due mesi ha scoperto, come Palmerston, di poter utilizzare una nobile coscienza e si è fatto cavaliere della libertà, della resistenza popolare, della guerra di liberazione dal dispotismo russo; alla testa delle truppe governative mobilitate dal maresciallo Draghi va stanando i renitenti alla leva, ignobili pacifisti al soldo del tiranno Putin e dei suoi alleati.

Le sette unioni e il programma di restaurazione

Enrico Letta evoca, in apertura del suo saggio, nientemeno che un nuovo ordine europeo contro il dispotismo putiniano, un nuovo ordine che secondo lui dovrebbe sorgere dalla guerra e dalla pandemia, appoggiato a sette pilastri. Il primo pilastro viene individuato in una politica estera comune, fondata sul piano di sanzioni messo a punto da Mario Draghi e da Janet Yellen, entrambi membri del Gruppo dei TrentaMa si guarda bene dallo spiegare quali misure andrebbero in concreto adottate per evitare l’inflazione galoppante e la crisi economica connessa all’aumento dei costi energetici, alla strategia delle sanzioni. In realtà i 27 paesi dell’Unione sono profondamente divisi proprio sul come affrontare le conseguenze di guerre e ritorsioni, sia sul piano di un welfare adeguato sia sulla spinosa questione del deficit. Il secondo pilastro si presenta ancora più fragile e sconsiderato del primo. Si tratterebbe di confederare all’Unione Europea dei 27 (ormai orfani del Regno Unito, divenuto quasi ostile) Ucraina, Moldavia (con o senza i contrabbandieri della Transnistria ?), Georgia (con o senza Abkhazia e Ossezia ?), e a maggior ragione, sussurra il Letta, tutti i paesi balcanici (dunque Serbia, Montenegro, Albania, Macedonia, Kossovo, Bosnia, ma a questo punto perché non la confinante Turchia con il suo pezzo di Cipro ?). Già esiste un diritto di veto che impone ai 27 l’unanimità; figuriamoci se una simile Confederazione, piena zeppa di litigi antichi, sarebbe in grado di organizzare il cambiamento climatico, oltre a garantire la pace! Questa è una consapevole esposizione fraudolenta, comunque è un disegno non realizzabile. Il terzo pilastro riguarda l’accoglienza. Sostiene Letta che la vecchia contrapposizione frontale in tema di rifugiati si sarebbe ribaltata per poter soccorrere chi fugge dalla guerra, sottolineando in particolare lo sforzo del governo polacco. Ma non è affatto così; il trattamento riservato dal governo polacco ai diversi che premevano alla frontiera bielorussa, respinti e bastonati, non lascia dubbi. Rimane viva nella vecchia Europa, a est come a ovest, la xenofobia razzista, l’aiuto umanitario non vale per tutti, l’accordo momentaneo connesso alla guerra non può diventare regola. Anche Visegrad possiede diritto di veto. Il quarto pilastro, la politica energetica, si concreta in una generica petizione di principio, senza indicazione puntuale di passaggi operativi, di investimenti (e di profitti). Propone di moltiplicare le fonti di energia rinnovabili, ma al tempo stesso tace, senza prendere posizione, sulle continue pressioni per introdurre il nucleare, a dispetto dell’esito referendario italiano e delle normative tedesche vicine all’entrata in vigore. Di fatto il governo italiano cerca rifornimenti fossili (gas e petrolio) in altri e diversi paesi (che peraltro neppure applicano sanzioni e commerciano con la Russia), senza alcun progetto energetico comprensibile e chiaro, lasciando di fatto ogni ricaduta sulle spalle dei meno abbienti. Chi ci guadagna? Per ora le banche, non certo i precari. Il quinto pilastro lascia pochi dubbi, posto che tratta esplicitamente della sicurezza militare. Il buon Letta riconosce che già nel lontano 1954 il tentativo di costruire la Comunità Europea della Difesa si era concluso con un naufragio, e da allora nessuno ne aveva più parlato, lasciando in sostanza ogni decisione alle strutture sovranazionali della Nato. Ora vorrebbe che Italia, Spagna, Francia e Germania promuovessero un esercito europeo, autonomo dai singoli Stati; ma al tempo stesso non può non essere consapevole che si tratta di una pura astrazione, senza gambe per camminare. È solo un alibi per giustificare il cedimento alle pretese delle grandi imprese che producono armi e le vogliono vendere! Peraltro questi quattro paesi sono profondamente divisi al loro interno, tutti con una evidente mancanza di consenso delle popolazioni verso i singoli esecutivi che le governano, reggendo a fatica solo grazie alla mancanza di alternative possibili. La navigazione a vista consente di sopravvivere, non di pianificare. Il sesto e il settimo pilastro (welfare e salute) indicati dal leader del PD lasciano il lettore sconcertato, per l’ovvietà delle premesse e per la totale carenza di reali prospettive.  Si afferma: una democrazia che funziona ha una forte dimensione sociale: è lo spazio della redistribuzione, della solidarietà e della tutela dei diritti. In astratto la proposizione si presenta sensata. Ma il governo Draghi non pare affatto intenzionato a percorrere questa via; si guarda anzi bene dal contrastare la speculazione in atto, mediante inflazione, o perfino in qualche caso stagflazione, accettando piuttosto l’allargamento costante della forbice fra ricchezza e povertà. L’erosione di salari reali e pensioni prosegue senza sosta, al tempo stesso incrementando la spesa militare, ritenuta inderogabile fino al punto di rischiare la caduta del governo. Con un ribaltamento dei ruoli che lascia esterrefatti, sia sul fronte del valore catastale revisionato (dire che non comporta aggravi fiscali è una presa in giro), sia sul fronte delle bollette, la sinistra sostiene a spada tratta i prelievi in danno delle masse popolari, mentre la destra chiede un incremento della spesa sociale, anche sforando i limiti del pareggio di bilancio; davvero il mondo va alla rovescia, con Ferrara e Sesto San Giovanni capisaldi elettorali di Salvini! Quanto alla sanità, a prescindere da vuote affermazioni di circostanza, il cavaliere dalla nobile coscienza farebbe bene a spiegare la ragione che spinge lui, e il suo amico Mario Draghi, a non mettere in cantiere poche rapide norme che consentano, in questa fase di crisi economica e sociale, un virtuoso prelievo fiscale sulla quota di profitti giganteschi realizzati dalle società farmaceutiche durante la pandemia, consentendo invece loro di costruire, con la connivenza dei vertici europei, percorsi monetari sostanzialmente fraudolenti, che si traducono in benefici fiscali scandalosi. Un muratore subisce il prelievo minimo del 23% sul suo magro salario e Pfizer paga (ma all’estero) il 7% su un profitto già ampiamente tagliato grazie ad astute detrazioni. Lasciando da parte ogni rilievo sull’opportunità o meno di inviare armi dirette (magari per sentieri traversi) verso territori nei quali si spara (Ucraina compresa, senza escludere gli altri luoghi), chi ci guadagna e quanto? I prodotti bellici esportati dall’Italia, spesso per dubbi motivi di sicurezza occultati nelle spedizioni, sono fiscalmente tracciati? Contanti o bonifici?
Di questo si dovrebbe discutere in un Parlamento che non sia l’anonima nullità cara a Lord Palmerston o il pilota automatico elaborato dal primo ministro Draghi, questa sarebbe democrazia trasparente. Invece va di moda l’aria fritta di cui scriveva, inascoltato, Ernesto Rossi, un galantuomo che si starà rivoltando nella tomba di fronte a quel che oggi sono diventati i radicali italiani. Come notava nel XVII secolo il nostro maggior scrittore di cose militari, Raimondo Montecuccoli: E’ il danaro quello spirito universale che per tutto infondendosi l’anima e  ‘l move; è virtualmente ogni cosa, lo stromento degli stromenti, che ha la forza d’incantar lo spirito de’ più savi e l’impeto de’ più feroci. Qual meraviglia dunque se producendo gli effetti mirabili di cui son piene le storie, richiesto tal’uno (n.d.r.: si trattava di Gian Giacomo Trivulzio) delle cose necessarie alla guerra egli rispondesse tre esser quelle: danaro, danaro, danaro.

Quale Europa?

Dopo aver indicato i sette punti programmatici Enrico Letta chiude il suo saggio politico-economico con inquietanti proposte di riforma della struttura comunitaria. Nel 2020 le sanzioni europee alla Bielorussia, dopo le contestate elezioni presidenziali, furono bloccate dal veto di Cipro, unico dei 27 paesi ad opporsi; il leader del PD si dichiara indignato per questo imprevisto incidente di percorso e coglie la palla al balzo chiedendo la rimozione del diritto di veto in capo ad ogni singolo stato, ravvisando in tale istituto l’elemento principe della debolezza europea.
Le cose naturalmente non stanno proprio così. La Turchia, come noto, occupa da anni una parte dell’isola, dopo averla invasa con le armi, senza provocare l’indignazione dell’occidente democratico. Ora intende mettere le mani sul petrolio dei giacimenti ciprioti, e ha più volte dato corso a veri e propri colpi di mano, a cannoni spianati per avvertimento. Cipro, paese piccolo e poco armato, chiese ripetutamente, ma invano, sanzioni economiche dissuasive nei confronti di Erdogan; l’Unione Europea ha sempre fatto (è il caso di dirlo) orecchie da mercante. Evidentemente non c’erano ragioni di irritare il governo turco, considerando l’adesione alla Nato e una certa cointeressenza occidentale negli affari petroliferi.
Cipro allora pose un’alternativa: non si opponeva alle sanzioni contro la Bielorussia a patto che l’Unione Europea sanzionasse pure la Turchia, sperando così di essere lasciati in pace (da Erdogan, non da Lukaschenko). Ma il cavaliere dalla nobile coscienza è disponibile a prendere provvedimenti contro russi e alleati dei russi, non certo nei confronti di un paese amico (dell’America) quale è la Turchia. Chi aderisce alla Nato ha diritto di invadere e bombardare (come fece D’Alema devastando Belgrado); anzi quello non fu neppure un bombardamento, forse al più una operazione di polizia internazionale (tra ex compagni si tende ad usare il medesimo vocabolario).
Per ironia del destino la Conferenza sul futuro dell’Europa si chiude il 9 maggio, la stessa data scelta da Putin per dichiarare liberato il Donbass; probabilmente sono tutti un po’ troppo ottimisti. Certamente la strada indicata da Enrico Letta, ovvero di procedere ad una revisione dell’assetto istituzionale europeo, favorendo l’alleanza dei più forti e cancellando l’autonomia dei più deboli, si presenta assai pericolosa per la pace futura. Il leader del PD vorrebbe in questo modo rafforzare l’Unione, ma non comprende che, ove mai fosse ascoltato, in questo modo la distruggerà. Gli Stati Uniti e l’Inghilterra sentono che il loro dominio vacilla; per mantenerlo debbono modificare l’equilibrio del vecchio continente, completare il tragitto iniziato con la Brexit. L’Unione indebolita e divisa può diventare un alleato fedele; l’Europa rafforzata e capace di agire in modo autonomo può diventare invece un concorrente.
Enrico Letta riconosce che un mutamento è in atto, che secondo previsioni entro il 2050 la quota occidentale del PIL globale scenderà dal 60% al 26%; ma pretende di fermare il corso della storia, ripristinando l’egemonia bianca occidentale con uno scontro generale diretto ad impedire l’arrivo dei barbari. Si tratta di una strategia che non ha mai avuto molta fortuna nel corso dei secoli; soprattutto quando a condurre le operazioni sono governi che non possono contare sul consenso sociale dei loro governati, ma rimangono faticosamente in sella solo inventando continui artifizi e raggiri.

Meglio uscire dalla Nato.

Proporre oggi di uscire dalla Nato è certamente più una petizione di principio, che una strada rivendicativa realmente percorribile. Non c’è dubbio che i rapporti di forza attuali non consentono di raggiungere davvero questo obiettivo. Ma è anche vero che non ci sono serie alternative a questa doverosa affermazione costituente, se non quella di una malinconica resa, accettando tutto quanto le circostanze ci vanno imponendo. E una testimonianza programmatica ribelle tutto è fuor che una resa. E’ invece la base su cui costruire nuove coalizioni.
Guardiamo le figure che oggi rappresentano il potere. Il democratico Joe Robinette Biden fu nominato senatore del Delaware nel 1972, a soli 29 anni; ha mantenuto il seggio fino al 2008, costruendo un potere dinastico proprio nello Stato che è il notorio paradiso fiscale degli USA. Suo figlio Beau (morto prematuramente per un tumore) di quello Stato fu il procuratore distrettuale, ovvero colui che dirigeva l’azione penale; l’altro figlio, Hunter, dal 2014 al 2019, rimase continuativamente membro della struttura direttiva di Burisma, compagnia importante nel settore del gas. Biden senior divenne vicepresidente con Obama, per essere poi eletto presidente dopo la parentesi Trump.
Burisma nacque nel 2002, per iniziativa di due imprenditori ucraini; uno morì in un incidente d’auto, l’altro, Mikola Lisin, fu l’artefice del successo di questa struttura imprenditoriale. Spostata già nel 2006 la sede legale originaria a Cipro, per ovvie ragioni fiscali, Burisma acquisì il controllo (69,47%) di Sunrise Energy Resources, impresa americana del settore energetico con sede (naturalmente!) in Delaware; e Sunrise, a sua volta, acquistò nel 2008 due società ucraine del gas, Esko Pivnic e Pari. L’operazione continuò con la cessione quasi contestuale dell’affare a un cartello composto da quattro società panamensi ed una americana, poi con il controllo di tre importanti imprese energetiche ucraine. Nell’apparato dirigente di Burisma ritroviamo pure Alexander Kwasniewski, per 10 anni presidente socialdemocratico della Polonia (ex POUP prima della caduta del muro), ora uomo d’affari buon amico degli americani. Burisma ha infine ottenuto ben 20 licenze per idrocarburi proprio nelle terre contese del Donbass; sono giacimenti in buona parte inesplorati ma ricchissimi, rappresentano secondo le stime oltre l’80% del potenziale gas/petrolio ucraino, nel centro del conflitto attualmente in corso. Dopo l’elezione (per nulla scontata) alla presidenza, Zelenskij ricevette le pressioni di Trump per colpire Biden e di Biden per colpire Trump; è un riflesso condizionato, gli USA non riescono mai ad evitare di intromettersi negli affari interni di altri paesi, quando intravedono potenza e denaro. Questa è una guerra per conquistare il controllo dei giacimenti, dunque il compromesso è possibile, trattandosi di soldi.
A questa guerra partecipa, interessato, il cavaliere dalla nobile coscienza, Enrico Letta, e con lui sta Mario Draghi. Se preferite è Enrico Letta a stare con Mario Draghi, poco cambia, questione di gerarchie fra sottufficiali. Il loro legame con gli americani è assai più solido di quello che hanno con l’Europa; più esattamente lavorano per costruire l’alleanza di un’America forte con un’Europa indebolita. Mario Draghi è un esponente di spicco del Gruppo dei Trenta, viene dalla finanza, agisce sul prelievo e sulla distribuzione; Enrico Letta è fin dal 2015 un membro della celebre Trilateral, viene dalla politica. Nel 1991, venticinquenne, fu eletto capo dei Giovani Democristiani Europei, poi divenne deputato europeo nel gruppo liberale di ALDE (con gli spagnoli di Ciudadanos, per capirci), a seguire fu nominato ministro in più governi, e ora è il leader del PD. La sua Trilateral, creatura di Rockfeller e di Chase Manhattan Bank, è un pensatoio operativo globale; al vertice europeo vi è l’inossidabile Trichet, scelto dopo i risultati ottenuti guidando la BCE nella stagione del contenimento della spesa pubblica. In Italia Trilateral può contare fra gli altri su Giampiero Massolo (prima ai servizi segreti ora in Fincantieri), su Tronchetti Provera, su Carlo Messina (Banca Intesa), su Monica Maggioni (RAI).  Trilateral condiziona, in quota americana, l’informazione, la comunicazione, la finanza, l’industria (civile e militare) di tutta Italia.
Quest’uomo si presenta sempre come una novità, lascia intendere che abbia appena iniziato la sua vera carriera; rappresenta invece il tramonto, vuole solo prolungare per un tempo indefinito il mondo in cui è nato e in cui si è formato. Vuole la Nato e vuole la supremazia americana; questo è il suo vero programma, ed è il programma di Draghi.
La Nato è il principale strumento di questa imposizione violenta, militare, e al tempo stesso insensata. Nacque nel 1949, fra i fondatori compare il colonialista fascista Antonio de Oliveira Salazar, dittatore del Portogallo; evidentemente la democrazia non costituiva requisito indispensabile per l’adesione all’apparato militare. È dunque un falso storico affermare che la caratteristica originaria e originale della Nato sia la difesa della libertà, dell’autonomia dei popoli, della democrazia. La Nato difendeva i territori delle colonie francesi, portoghesi, inglesi, belghe, olandesi e non certo i movimenti di liberazione nazionale nei territori occupati. La Nato stringeva alleanza con il fascismo di Salazar contro il blocco sovietico, nel tempo della guerra fredda. Ora è un patto militare che piega l’Unione Europea alle esigenze americane. Ma i popoli europei non hanno niente da guadagnare e molto da perdere in questa prospettiva. Meglio sarebbe starne fuori.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 2 maggio 2022

Le ragioni ignorate del pacifismo

di Giorgio Beretta

Ad oltre cinquanta giorni dall’invasione militare russa in Ucraina non accennano a placarsi le accuse nei confronti dei pacifisti. Una lunga lunga serie di epiteti è stata impiegata per etichettarli. Da quelli più volgari (“putiniani”, “filo-russi”, “pacifisti in poltrona”), a quelli più raffinati (“equidistanti”, “non interventisti”, “pacifisti passivi”) fino a quelli apparentemente più cordiali e, proprio per questo, più insidiosi (“utopisti”, “anime belle”, “pacifisti integrali”). Nonostante siano costantemente chiamati in causa nel “dibattito pubblico”, raramente sono stati invitati a presentare le proprie posizioni tanto che sorge spontanea una domanda: cosa hanno davvero detto i pacifisti? Proverò a rispondere richiamando alcuni interventi delle principali associazioni nazionali e di alcuni esponenti del pacifismo, tra cui alcuni dei miei.

Prevenire la guerra con la neutralità attiva

Un mese prima dell’aggressione militare della Russia all’Ucraina, con un comunicato stampa la Rete italiana pace e disarmo ha chiesto all’Italia e all’Europa di promuovere un’iniziativa di neutralità attiva per ridurre la tensione e favorire un accordo politico negoziato nel rispetto della sicurezza e dei diritti di tutte le popolazioni coinvolte, chiarendo la propria indisponibilità a sostenere avventure militari. In un successivo ampio documento, Rete italiana pace e disarmo ha spiegato cosa intende con “neutralità attiva” – che non è equidistanza – ma è ancorata al diritto internazionale con un effettivo impegno per una reale de-escalation militare, sostenendo la neutralità dell’Ucraina come parte del processo di distensione regionale e attivando un dialogo diretto tra le istituzioni europee, a partire dal Consiglio d’Europa, e la Federazione Russa, in una logica di sicurezza condivisa, di cooperazione e di promozione dei diritti umani e della democrazia. A partire da queste proposte, Rete italiana pace e disarmo insieme a numerose altre associazioni ha promosso la manifestazione del 3 marzo a Roma che ha preso il via esprimendo la chiara condanna dell’azione militare in Ucraina da parte della Federazione Russa, manifestando massima solidarietà alle popolazioni coinvolte e sostenendo tutti gli sforzi della società civile pacifista e dei lavoratori e lavoratrici in Ucraina e Russia che si oppongono alla guerra con la nonviolenza.

Le forniture militari italiane alla Russia

A chi accusa i pacifisti di essere “putiniani”, le associazioni pacifiste hanno ricordato che, a differenza di diversi rappresentanti politici italiani, hanno sempre denunciato le violazioni dei diritti umani e civili nella Russia di Putin. E che sono stati i primi – quando l’Italia nel 2011 con il governo Berlusconi ha cominciato a vendere armamenti alla Russia – a chiedere di revocare quelle vendite perché erano in palese contrasto con le norme della legge nazionale 185/1990 che vieta di esportare sistemi militari a regimi repressivi e che sono coinvolti in conflitti armati. Esportazioni che sono continuate anche dopo l’invasione russa in Crimea nonostante l’embargo di armi decretato nel luglio del 2014 dall’Unione Europea nei confronti della Russia. Con un’appendice che rivela la spregiudicatezza negli affari da parte del comparto militare-industriale: il tentativo di esportare in Ucraina i 94 blindati Lince che erano stati inizialmente destinati alla Russia ed erano bloccati per via dell’embargo. Un’iniziativa che fu prontamente denunciata da parte di Rete Disarmo e che portò il ministero della Difesa a smentire pubblicamente le notizie già diffuse dal governo ucraino.

No alle forniture di armi all’Ucraina

Rispondendo agli interventi di Luigi Manconi e di Gad Lerner, il presidente del Movimento Nonviolento, Mao Valpiana, ha esplicitato le motivazioni che hanno portato le associazioni pacifiste a contrastare la decisione del governo di inviare armi all’Ucraina. “L’invio delle armi non sposta nulla sul piano militare, ed è ipocrita perché configura una delega senza assunzione di responsabilità”, rispondeva Valpiana a Manconi. Valpiana, rispondendo a Gad Lerner, metteva in luce una serie di ragioni relative ai problemi della sicurezza e della possibile escalation del conflitto e concludeva: “Condannare l’aggressione e sostenere le giuste ragioni dell’Ucraina non significa automaticamente che si debba intervenire militarmente in quel contesto. Se così fosse, si dovrebbe fornire armi a tutti i popoli che lottano per la propria sovranità, come i palestinesi i cui territori sono illegalmente occupati da decenni da Israele. Non viene fatto perché inviare armi configura sempre una situazione di belligeranza”.

Etica della responsabilità e nonviolenza

Tutto questo va collocato nel contesto dell’etica della responsabilità e della nonviolenza che il filosofo del Movimento Nonviolento, Pasquale Pugliese spiegava in un ampio articolo per “Il Fatto Quotidiano” a cui ho dato il mio modesto contributo. Ricordando la regola aurea della nonviolenza (“Tra il mezzo e il fine c’è lo stesso inviolabile nesso che c’è tra il seme e l’albero”, Moandhas K. Gandhi) il principio responsabilità prescrive: “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza di un’autentica vita umana sulla terra”. La quale, da Hiroshima in avanti, è sotto la spada di Damocle della minaccia atomica, colpevolmente rimossa dalla coscienza collettiva dopo l’abbattimento del muro di Berlino, seppur oggi presente più che mai. Dunque qualunque azione politica, soprattutto all’interno di una dimensione di conflitto internazionale, non può non tenere conto della situazione atomica così come definita dal filosofo Günther Anders: “La tesi apparentemente plausibile che nell’attuale situazione politica ci sarebbero (fra l’altro) anche armi atomiche è un inganno. Poiché la situazione attuale è determinata esclusivamente dall’esistenza di armi atomiche, è vero il contrario: che le cosiddette azioni politiche hanno luogo entro la situazione atomica”. E’ responsabile e realistico tenerne conto ed agire di conseguenza a cominciare dalla gestione dei conflitti internazionali.

Le vie della pace dentro il conflitto

Alle critiche al movimento pacifista ha riposto anche Francesco Vignarca, coordinatore campagne di Rete italiana pace e disarmo. In un saggio per la rivista “Il Mulino”, Vignarca evidenziava che “l’avvento di una guerra porta sempre a una estremizzazione e a una polarizzazione nel pensiero e nelle azioni, anche in coloro che ne sono distanti. La reazione emotiva rischia però di essere pericolosa e controproducente”. “I percorsi di nonviolenza – aggiunge Vignarca – richiedono tempo, pazienza, passi concreti, mentre ora in poche settimane i riferimenti costruiti in interi decenni di lavoro sono stati spazzati via. Un punto di partenza però rimane: quando c’è la guerra non si può preparare la pace. La pace può solo essere costruita preventivamente, e con “pace” indichiamo non solo l’assenza di conflitto, ma soprattutto la presenza di diritti per tutti: una pace positiva, come ci ha insegnato Johan Galtung”. Per questo il movimento pacifista ha scelto chiaramente, e non da oggi, di schierarsi a fianco delle popolazioni civili, che rappresentano le vittime principali in ogni conflitto armato. Persone da entrambi i lati del fronte: in questo caso, dunque, sia gli ucraini sia i russi. “In tal senso – spiega Vignarca – riteniamo che non ci sia alternativa praticabile ai negoziati e al dialogo, anche con i governi che sono visti come nemici”.

La Carovana della Pace

A dimostrare che quelle del movimento pacifista non sono affatto chiacchiere da salotto, ma solidarietà attiva ed operante va ricordata l’iniziativa promossa da numerose associazioni che ai primi di aprile hanno dato vita alla “Carovana della Pace” a cui hanno partecipato oltre 200 persone che hanno portato aiuti umanitari a Leopoli, in Ucraina, e hanno portato in Italia le persone più fragili e bisognose. “Crediamo fermamente in un’alternativa agli schieramenti bellici e nella possibilità di andare oltre la violenza” – ha spiegato Francesca Farruggia di Archivio Disarmo. “Essere lì, con i nostri corpi oltre che con le nostre voci, ha voluto essere una testimonianza concreta». Partecipare alla Carovana della pace, ha proseguito Farruggia, “è stata un’esperienza unica che ha risposto alla forte esigenza di non rimanere spettatori della tragedia immane che si sta consumando sotto i nostri occhi. La guerra è molto più drammatica di quello che possiamo percepire attraverso le immagini e le testimonianze raccolte dai media”.

Per chi non ha ancora capito

Se c’è qualcuno che non ha ancora capito che il movimento pacifista e le sue associazioni fanno tutt’altro che chiacchiere, ma avanzano da anni proposte concrete e sono promotori di istanze che mettono in pratica di persona, possono essere utili le parole di Mao Valpiana. “A tutti quelli che ci dicono che il nostro è un pacifismo da divano, ricordo che dal 1948 come obiettori di coscienza siamo andati in carcere con Pietro Pinna e che da allora in poi non abbiamo perso un giorno di lavoro per il disarmo, per la riduzione delle spese militari, per la smilitarizzazione della Nato, per la smilitarizzazione prima dell’Unione Sovietica (siamo andati anche lì a manifestare e farci arrestare) e poi della Russia chiedendo che l’Italia non gli vendesse le armi, e abbiamo lavorato quotidianamente per far crescere il movimento dei resistenti alla guerra. E in tutto questo siamo stati isolati e ignorati dalla gran parte delle forze politiche e dei giornali che oggi si scoprono bellicisti e vogliono più armi e più fondi per aumentare ancora i bilanci militari di tutti i paesi d’Europa, felici di correre verso il baratro. A tutti questi bellicisti da divano, chiedo: dove eravate fino a ieri?”.

Giorgio Beretta
giorgio.beretta@unimondo.org

P.S.: Come ha evidenziato Mao Valpiana in un articolo per Aggiornamenti Sociali. “in Ucraina non c’è una sola voce. Il Governo chiede “armi, armi, armi”; invece altre voci, come la Croce Rossa ucraina, chiedono “cibo, cibo, cibo”, e altre ancora, come i pacifisti di Kiev, chiedono “verità, verità, verità”. Dunque le richieste sono molte e non è vero che c’è identità totale tra il popolo ucraino e la sue forze armate, così come non c’è solo una resistenza armata, ma anche una resistenza civile che non vuole partecipare alla guerra, ma vuole difendersi ugualmente”.

L’articolo è stato pubblicato su Unimondo il 17 aprile 2022

BREVETTI SANITARI E RIVOLUZIONE

di Gianni Giovannelli
(Intervento al Seminario a cura di Effimera, tenutosi il 26 marzo 2022 presso la Casa della cultura di Milano)

Esiste a mio avviso un nesso causale che lega, ai giorni nostri, il brevetto di un medicamento – qualunque specie di medicamento – e la rivoluzione, intesa come mutamento dell’assetto sociale in un territorio. Esiste per la semplice ragione che, senza rivoluzione, nessun governo dell’Unione Europea accetterebbe di togliere alle imprese farmaceutiche multinazionali l’esclusiva nell’utilizzo di un prodotto sanitario. Non è stato sempre così, le regole attuali sono state anzi introdotte da non molto tempo, e la memoria di un passato relativamente recente è stata cancellata dalla macchina orwelliana dell’apparato di comando.
Quando ancora la lotta per l’indipendenza nazionale andava prendendo via via più forza ma ancora si trovava bel lontana dal traguardo nel Regno di Sardegna – ovvero nel primo embrione unitario – fu approvata dal parlamento di Torino la legge 18 marzo 1855 n. 782, compreso l’art. 6 che con concisa ma importante risoluzione affermava: non possono costituire argomento di privativa i medicamenti di qualunque specie. Estensore fu un giurista ed economista di fama, Antonio Scialoia, già ministro nel primo governo costituzionale italiano nel 1848, quello siciliano e per questo condannato all’esilio in Piemonte. Pur se esponente della destra storica e sostenitore del libero scambio, Scialoia era tuttavia molto attento ai temi di economia sociale. Riuscì, in quegli anni piuttosto turbolenti, a modificare il sistema delle Regie Patenti che lasciavano al sovrano assoluto pieni poteri, consentendo il brevetto (allora definito privativa) ma sottraendo ogni possibilità di proprietà esclusiva di ciò che per sua natura doveva essere invece un bene comune. Le scoperte e le invenzioni in materia sanitaria erano a disposizione di tutti, liberamente utilizzabili senza che nessuno potesse frapporre ostacoli. Basti mettere a confronto questo chiarissimo conciso non possono con i prolissi e incomprensibili decreti sanitari varati durante la pandemia per cogliere l’abisso tecnico, politico, morale, sociale e giuridico che separa un conservatore integerrimo come Antonio Scialoia dall’odierna squadra di governo, incapace di approvare un testo chiaro e sempre pronta al raggiro dei sudditi.
La legge piemontese fu estesa, senza modifiche, ai nuovi territori con il Regio Decreto 30 ottobre 1859 n. 3731, questa volta per iniziativa di un medico chirurgo romagnolo, Carlo Farini, esperto nella cura delle epidemie di colera o di contrasto delle malattie sociali quali la pellagra. In quel momento era dittatore nelle regioni annesse con il plebiscito.  Il Farini sarà poi a capo del nuovo regno, come presidente del consiglio e la legge sui brevetti rimase acquisita all’ordinamento italiano.
Numerosi furono i tentativi, tutti rintuzzati e falliti, di rimuovere il divieto di brevetto per i medicamenti di qualunque specie: l’ottimo Scialoia aveva costruito una barricata giuridica difficile da abbattere con semplici sotterfugi, le pressioni delle case farmaceutiche non riuscivano a raggiungere lo scopo anche se certo non desistevano. Con l’avvento del regime fascista le speranze delle Big Pharma si riaccesero, grazie ad una legge delega, la 2032 del 25 novembre 1926.; ma le resistenze alla modifica perduravano, per via di un certo qual carattere sociale che al fascismo serviva per mantenere consenso nel paese. Finalmente, senza passare neppure per quel poco di parlamento che rimaneva (la Camera dei fasci e delle corporazioni), fu emanato il Regio Decreto 13 settembre 1934 n. 1602, in esecuzione della vecchia legge delega. Lo strumento è simile a quello usato e abusato ai giorni nostri: legge delega e successivo decreto legislativo del governo, il meccanismo con cui vennero introdotti i famigerati Jobs Act da Matteo Renzi. L’articolo 16 consentiva la possibilità di brevettare prodotti sanitari, rimuovendo il divieto di Scialoia; ma l’estensore era molto meno abile, condizionando incautamente l’ingresso delle nuove norme all’approvazione di un regolamento (art. 134 del decreto). A questo punto si moltiplicarono le discussioni, ma il regolamento non fu mai scritto e la liberalizzazione non entrò mai in vigore; il genio giuridico di Scialoia aveva avuto ancora una volta la meglio.
Intanto il mondo correva verso il precipizio della seconda guerra mondiale, e il fascismo aveva quanto mai necessità di conservare il consenso in vista del conflitto; colpire la salute popolare proprio quando ci si apprestava a mettere a rischio le vite umane con le armi non poteva essere una strategia utile di comunicazione. Di nuovo con una legge delega fu varato il Regio Decreto 1127/1939; l’art. 14 non solo confermava il vecchio divieto, ma lo volle rafforzare adeguandolo al tempo della fabbrica fordista: non possono costituire oggetto di brevetto i medicamenti di qualsiasi genere e i processi per la loro produzione. Già. Le Case Farmaceutiche avevano cercato di tutelarsi brevettando formule e macchinari, così da potersi assicurare il monopolio sul campo, e ora questa correzione colpiva il potenziale stratagemma.
Dopo il conflitto il divieto di brevetto fu acquisito nel nuovo stato repubblicano, rimase in vigore; e naturalmente proseguirono anche gli attacchi da parte dell’intero sistema internazionale Big Pharma. Ma la collaborazione ostile dei due principali partiti popolari, DC e PCI, rimase ostacolo insuperabile che impedì alle due camere di approvare l’invocata liberalizzazione dei brevetti; DC e PCI non avevano vere ragioni di opposizione, ma i loro dirigenti avevano piena consapevolezza di quanto il loro elettorato fosse contrario a questo mutamento, a un nuovo assetto che avrebbe colpito la salute consentendo enormi profitti ai ricchi sulla pelle dei poveri. E non volevano assumersi una responsabilità politica di tale portata.
Solo nel 1956 cominciò a funzionare la Corte Costituzionale, dopo anni di dibattito; prima non esisteva la possibilità di cancellare una norma dell’ordinamento. La strada fu percorsa subito da alcune Big Pharma non italiane che si vedevano rigettate le domande di brevetto, per esempio Geigy, Ciba, American Cjanamid (la nonna della odierna Pfizer), Welcome Trust (oggi Glaxo per acquisizione del ramo sanitario). Il dato singolare è che importanti imprese italiane, come Carlo Erba e De Angeli, parteciparono al procedimento davanti alla Consulta ma per chiedere il mantenimento del divieto di brevetto e non per rimuoverlo come chiedevano le multinazionali del settore. Le ragioni di una simile scelta furono molteplici; di certo traspariva uno scontro interno al capitalismo sanitario, destinato a proseguire nel tempo. Con la sentenza n. 37 del 24 gennaio 1957 la Corte, presieduta da Enrico De Nicola (che era stato anche il primo presidente della Repubblica) ebbe a statuire la piena compatibilità del divieto di brevetto con la nostra carta costituzionale; di conseguenza il libero utilizzo industriale dei medicamenti continuò a dispiegare i suoi effetti negli anni del boom economico, anche con riferimento ai processi di produzione.
Fu il centrosinistra, per iniziativa del socialdemocratico Edgardo Lami Starnuti, a presentare il disegno di legge n. 1278 nel luglio del 1965, negli anni in cui si moltiplicavano progetti autoritari finanziati dagli Stati Uniti con l’appoggio di settori importanti delle forze armate; la scelta del tempo era un evidente tentativo di compromesso per disinnescare la fortissima pressione nordamericana volta a rimuovere la svolta politica italiana. Ancora una volta guerra di brevetti sanitari e conflitto sociale si incrociavano sul campo di battaglia. Si consideri che in quegli anni, a differenza di oggi, la comunità europea non aveva ancora assunto il carattere marcatamente neoliberista dei giorni nostri; il divieto di brevetto costituiva opzione nazionale legittima, compatibile con l’impegno nel mercato comune. Il disegno 1278 si presentava tuttavia come apripista. Leggiamo nella relazione al Senato: il ritmo molto veloce con il quale si succedono le scoperte e il necessario adeguamento di ciascun paese al progresso scientifico mondiale impongono la necessità di tutelare l’industria farmaceutica, l’unica capace di mettere a punto l’intero ciclo del procedimento industriale, dal prelievo dei campioni allo studio dei microorganismi, dalla separazione e dalla concentrazione del principio attivo fino alla realizzazione del prodotto, che siano in grado di consentirle i costi di produzione più bassi …..l’incentivo brevettuale è condizione indispensabile per ulteriore sviluppo non bastando più l’imitazione servile dei prodotti brevettati all’estero. Con questa sconsiderata decisione politica del centro sinistra si afferma il nucleo centrale del pensiero neocapitalista mercantile, fondato sulla privatizzazione e sull’esproprio di ciò che fino a quel momento era comune; è la base teorico-economica che conduce alla svendita del patrimonio statale, della cessione ai privati di ogni risorsa naturale (come l’acqua) o energetica. Il disegno di legge n. 1278 è un manifesto del liberismo, non a caso il relatore sarà più tardi nominato al vertice dell’azienda elettrica municipalizzata (AEM).
Tuttavia le resistenze delle correnti democristiane più legate ai ceti popolari e dello stesso partito comunista, per tacita alleanza operativa, impedirono la trasformazione del disegno in legge dello stato; il grande ciclo di lotte iniziato nel 1966-67, e proseguito per un decennio di intenso scontro sociale, costituì un impedimento decisivo. Le camere che avevano approvato lo statuto dei lavoratori e introdotto la reintegrazione nel posto di lavoro a fronte di un licenziamento illegittimo non erano in grado di votare la liberalizzazione dei brevetti sanitari senza provocare una sollevazione popolare di dimensioni assolutamente imprevedibili. Ancora una volta Scialoia, l’autore dei Principi di economia sociale l’aveva spuntata; il parlamento non era in grado di rimuovere il divieto, non aveva l’autorità e la forza di farlo.
Ci riuscirono le case farmaceutiche, italiane e multinazionali, questa volta alleate, con decisione della Corte Costituzionale n. 20 del 9 marzo 1978. Farmitalia e Carlo Erba, insieme a Ciba, Astra, Hoechst e all’intero settore (con intervento dell’associazione industriale, arruolarono gli avvocati più prestigiosi, decisi a spuntarla una volta per tutte. Una settimana dopo la trattazione della causa Aldo Moro fu sequestrato dalle Brigate Rosse per quasi due mesi e l’attenzione mediatica si concentrò su quel fatto, passando sotto silenzio che dopo 123 anni i medicamenti venivano sottratti alla disponibilità pubblica e consegnati in esclusiva protetta al profitto dei privati. Le Big Pharma erano rappresentate da un giurista assai vicino al partito radicale, il professor Arturo Carlo Jemolo, per dare una connotazione democratica a questo colpo di scure, inferto aggirando il parlamento. Con la coerenza tipica degli intellettuali liberaldemocratici l’illustre giurista sostenne il contrario di quanto aveva detto vent’anni prima, dimostrandosi capace di qualunque interpretazione della legge, purché su commissione retribuita della società Carlo Erba s.p.a. La sentenza n. 20 del 9 marzo 1978 è una delle pagine più vergognose scritte dalla nostra Corte Costituzionale. Da allora, e in modo incessante, la rapina sanitaria in danno dei meno abbienti prosegue consentendo alle imprese del settore profitti da capogiro.
Da allora la rete di protezione costruita intorno ai brevetti sanitari si è rafforzata, sempre evitando i passaggi parlamentari. Il Decreto presidenziale 338/1979 ha recepito l’istituzione del brevetto europeo e la convenzione di Monaco; a seguire sono stati approvati i regolamenti CE n. 469 del 6 maggio 2009 e n. 933 del 20 maggio 2019, entrambi vincolanti per l’Italia, con la conferma della brevettabilità in materia medico-sanitaria e con introduzione aggiuntiva della possibilità di ottenere il rilascio di certificazioni protettive complementari. Anche in Europa si è così affermato il principio liberista del vietato vietare, inteso tuttavia in senso diverso da quello dei manifestanti durante il maggio francese; qui si tratta vietare qualunque provvedimento legislativo capace di colpire, o anche solo ledere, e a maggior ragione di vietare, l’accumulazione di profitto utilizzando l’esclusiva. Si tratta ormai di un protezionismo liberistico, ossimoro forse, ma certamente redditizio. La durata dei brevetti si va estendendo temporalmente. L’Italia è passata dal divieto alla durata massima assoluta. Mentre in Europa si cumulano 15 anni di brevetto sanitario più 5 anni di certificazione complementare, in Italia si era arrivati a 38 anni complessivi di esclusiva (20 anni secondo l’art. 27 del TRIPS e 18 di integrazione). Essendoci contrasto con il regolamento europeo fu approvato un decreto, il 63 del 2002, che prevedeva adeguamento graduale al limite ventennale con abbattimento della differenza pari a 2 anni per anno; ma in sede di conversione la solita manina lobbistica ridusse il biennio a sei mesi, silenziosamente e nonostante la protesta del Garante per il danno alla salute connesso.
La vera e propria guerra dei vaccini esplosa durante la pandemia ha messo in luce la differenza fra la legislazione 1855-1978 e quella oggi in vigore.
Negli anni sessanta fu introdotta la vaccinazione obbligatoria di massa contro la poliomielite; l’alternativa era fra il rimedio elaborato da Albert Bruce Sabin (1906-1993) e quello di Jonas Edward Salk (1914-1995). Negli anni della guerra fredda gli americani preferirono Salk a Sabin, perché il secondo era nato in Polonia e il primo in America. I due non si amavano molto, polemizzavano in modo vivace. Salk usava virus morto, Sabin virus vivo attenuato. Visto che gli USA utilizzavano Salk l’URSS scelse subito Sabin. Per fortuna (e nonostante il grave incidente di Cutter nella fase sperimentale del Salk) funzionarono entrambi; in Italia la vecchia DC preferì lo zuccherino di Sabin alla puntura di Salk, nel 1963, con una scelta diversa da quella americana (oggi non sarebbe consentito, il dissenso è sempre meno tollerato, l’America ha sempre ragione!).
Quel che mi preme tuttavia sottolineare è che entrambi i virologi, Salk e Sabin, rinunziarono espressamente al brevetto. Certo esisteva il problema tecnico del Patent Act (1952) e della sentenza emessa dalla Corte Suprema (vincolante) che non consentiva di brevettare i prodotti della natura. C’era una grande differenza fra scoperta e invenzione; e in materia sanitaria individuare i criteri di separazione fra le due ipotesi di catalogazione non è semplice. E tuttavia i due medici rinunziarono entrambi. La ricerca di Salk, diretta dall’Università di Pittsburgh, coinvolse 20.000 medici e ufficiali sanitari, 64.000 impiegati scolastici, 220.000 volontari. Salk, alla domanda del giornalista che chiedeva chiarimenti sul brevetto, consapevole dello sforzo collettivo, rispose candidamente: non c’è brevetto, non si può brevettare il sole! E Sabin, a sua volta, ricordando Amy e Debora, le nipotine morte nei campi tedeschi di sterminio, disse che regalava il suo lavoro ai bambini di tutto il mondo, gli bastava lo stipendio di professore universitario. La poliomelite, proprio per la mancanza di brevetti e in ragione della libera produzione di vaccini, fu sconfitta al di qua e al di là della cortina di ferro, senza guerra pur se in piena guerra fredda.
Durante la pandemia le cose sono andate diversamente. A differenza di quanto fecero Salk e Sabin le Big Pharma del XXI secolo si sono guardate bene dal rinunciare ai diritti, mettendo subito le zampe sui soldi pubblici. Come noto Pfizer e Moderna hanno incamerato oltre otto miliardi di finanziamento pubblico, senza cedere un solo centimetro quanto all’esclusiva e ai diritti connessi all’uso del prodotto. Poi si sono adoperate in ogni modo per escludere la possibile concorrenza dei cubani (che non richiedono alcun brevetto), dei cinesi e dei russi. Gli stati nazionali legati all’alleanza occidentale si sono anzi adoperati in ogni maniera per proteggere l’esclusiva di Moderna, Astrazeneca e Pfizer, magari intervenendo con la comunicazione in favore dell’una o dell’altra, secondo regole o di convenienza politica o, peggio, di tradizionale corruzione. La gratuità della somministrazione non deve trarre in inganno; ogni dose inoculata non un costo direttamente addebitato al singolo cittadino obbligato a riceverla, ma rimane pur sempre a carico della parte pubblica, incide sul bilancio e sottrae risorse al welfare complessivo sottoposto ad attacco erosivo per assegnarle alla quota di profitto. L’accordo fra Unione Europea e Big Pharma contiene una clausola di segretezza (chiamata per pudore riservatezza) quanto ai costi; ma una fuga di notizie ha consentito di acquisire il dato relativo a Pfizer con una certa attendibilità. Dovrebbe essere pari a 15,50 $ per singola somministrazione. L’elaborazione del costo di produzione conduce ad una forbice assai divaricata, compresa comunque fra 1,79 e 4,21 $ per dose, ma presumibilmente non supera mai i 2,85 $, secondo i tempi e secondo le zone.
La pandemia si è rivelata dunque, a posteriori, un affare davvero colossale, grazie ai diritti di esclusiva, al controllo governativo, alle clausole di riservatezza; il costo dei cosiddetti richiami, secretato, è comunque ancora più alto, ovunque. Ovviamente la vaccinazione nei paesi più poveri rende meno e infatti procede a rilento; altri paesi, come Cina, Russia e Cuba, dopo aver elaborato un prodotto proprio, sono stati oggetto di attacco mediatico e additati quali nemici della democrazia. L’Uganda è il paese cui è stato applicato il prezzo minore per il vaccino approvato in occidente, ma si tratta pur sempre di 6,75 $ a dose, e ogni dose costa più di quanto lo stato spenda pro capite in un anno per la salute dei propri cittadini. Anche in Uganda il brevetto consente profitti straordinari, pur se la percentuale di inoculati rimane bassa. In Unione Europea si è calcolato che solo al luglio 2021 il profitto sia stato superiore a 31 miliardi.
Sara Albani di Oxfarm Italia e Rossella Miccio di Emergency hanno il merito di aver fornito i dati relativi alle operazioni economiche legate ai vaccini, individuando anche alcuni criteri che consento la tracciabilità delle imposte pagate da Pfizer e da Moderna. Importante è stato, sotto questo profilo, il contributo della ONG olandese SOMO.
Pfizer ha sede a New York, ma ha trovato la maniera (tollerata) di pagare le tasse nel paradiso fiscale americano del Delaware, quando non in Olanda; in passato venne bloccata una fusione societaria perché ritenuta strumento elusivo. BionTech è partner di Pfizer; il portale olandese Follow the Money ha segnalato il sistema di Holding che conduce i profitti europei di Pfizer verso Irlanda, Lussemburgo, Delaware.
Quanto a Moderna, società del Massachusset, ha aperto nel giugno 2020 una sussidiaria svizzera, Moderna Switerland GMBH, che riceve i pagamenti del vaccino destinato all’Unione Europea; paga le imposte o in territorio elvetico oppure nel solito Delaware. Il risultato è che Moderna ha pagato 322 milioni di imposta a fronte di un utile di circa 4,3 miliardi, ovvero il 7% del totale. Quando riceve lo stipendio un operaio italiano si vede trattenere alla fonte un minimo del 23%, paga in percentuale oltre il triplo di Moderna!
Lo stato italiano organizza il meccanismo di vaccinazione gratuito, ne sostiene i costi, versa alle tre Big Pharma un corrispettivo secretato dalla riservatezza che si colloca fra cinque e dieci volte l’onere di produzione, consente che i ricavi collocati nel territorio italiano non conducano ad alcun prelievo d’imposta, si traducano in una evasione, qui totale, all’estero evitata grazie ad una imposizione ridottissima. Ancora una volta il brevetto e l’esclusiva si rivelano strumento di rapina.
Il sistema instaurato dopo il 1978, attualmente in vigore, non limita i suoi effetti al solo vaccino in tempo di pandemia; è alla base della privatizzazione selvaggia del settore sanitario, incide sulla prevenzione e sulla cura. La terapia legata al settore oncologico, la diagnostica, la somministrazione di farmaci, i macchinari ospedalieri, sono ormai conquistati completamente dal vincolo di esclusiva. Lo stato non brevetta nulla, lascia la ricerca nelle mani di chi la usa come imprenditore privato. Il comune della conoscenza legata alla ricerca universitaria viene sistematicamente espropriato gratis dall’industria sanitaria. Qui in Italia esiste un gigantesco agglomerato medico-sanitario in territorio modenese, nella zona di Mirandola; è in continua espansione, in mani private e in costante relazione con il pubblico. Qui si annida la creazione di valore, la costruzione di profitto.
Oggi abbiamo un terreno scoperto nell’assistenza sanitaria. Tramontato il vecchio medico condotto, che doveva risiedere sul posto in cui abitavano gli assistiti ed era di necessità tuttologo, esiste ora il medico di famiglia, un soggetto travolto da operazioni burocratiche senza fine, non più residente ma con orario d’ufficio. Poi abbiamo le città-ospedale, moderne e gigantesche. In mezzo, fra il medico di famiglia e le città ospedaliere, non c’è nulla. E qui sta il problema. Non si tratta di abbattere le megastrutture, sarebbe una forma moderna e sanitaria di luddismo, sono ormai necessarie, sono utili. Ma vanno riconquistate, ricondotte all’assistenza effettiva. E per poterlo fare bisogna riempire il vuoto terribile fra i due estremi del segmento, de-privatizzare la sanità, riacciuffare il controllo del costo.
Dopo tanta devastazione non credo sia possibile farlo, senza che un simile obiettivo diventi programma politico ribelle. Proprio perché il profitto nel settore è enorme le imprese resisteranno con violenza inaudita, disposte a tutto. A corrompere, a comunicare contro, a colpire in ogni modo. Quando Sudafrica e India hanno chiesto una deroga all’esclusiva per poter vaccinare la popolazione la risposta delle Big Pharma è stata negativa e netta, hanno scatenato i loro lobbisti, arruolato ministri e parlamentari. Il governo Draghi, sempre in prima fila quando si tratta di tutelare il profitto, non ha avuto dubbi nel rispondere di no. Meglio un indiano o un sudafricano morto che un dollaro in meno a Pfizer. Questa è l’attuale situazione dei rapporti di forza. Per questo solo una rivoluzione di massa (non una reazione emotiva, sconsideratamente violenta) potrà consentire la necessaria introduzione del divieto di brevettare i medicamenti di qualsiasi genere e i processi per la loro produzione. La norma fu introdotta durante il processo rivoluzionario dell’indipendenza italiana; potrà essere ripristinata solo a furor di popolo.

La guerra dei vaccini: brevetti, sanità, cura

Seminario a cura di Effimera
Tenutosi il 26 marzo 2022
Presso la Casa della cultura di Milano

Parte I – Vaccini, cure farmacologiche e bene comune

Interventi di: V. Agnoletto, L. Demontis, N. Dentico, M. Florio, G. Giovannelli

Durata 3:00:20

 

Parte II – La guerra dei vaccini: brevetti, sanità, cura

Interventi di: R. D’Ambrosio, R. Faure, A. Fiorencis, A. Trombetta

Durata 2:41:07

L’economia della guerra permanente 

di Andrea Fumagalli

Nel messaggio che Mario Draghi ha rilasciato il giorno prima del summit europeo di Versailles, l’11 marzo scorso, si affermava: “L’Europa e l’Italia non sono in una fase di “economia di guerra”, ma il “futuro preoccupa” e “bisogna prepararsi”.
In realtà siamo già in un’economia di guerra. Tale termine implica l’adozione di “misure di politiche economiche al fine di adeguare il sistema economico nazionale alle esigenze che derivano dalla partecipazione dello Stato ad un evento bellico”.
La definizione citata fa ovviamente riferimento ad un reale stato di guerra militare, con morti, bombardamenti, profughi, ecc. – come sta avvenendo in questi giorni in molte città dell’Ucraina.
Ma negli ultimi decenni la metafora della guerra si è estesa e la logica economica sottostante è diventata parte della nostra vita, sino al punto di poter affermare che viviamo in un’economia di guerra: un’economia di guerra, che, senza andare troppo indietro nella storia, ha cominciato a diffondersi quando è entrato in crisi il paradigma fordista e il dualismo tra i blocchi Usa-Urss. La guerra economica, come la guerra sanitaria, è oramai una costante, mentre il ricorso alla guerra militare, pur cresciuto all’indomani del crollo dell’URSS e dello scioglimento del patto di Varsavia, è un’ultima ratio.
La logica tuttavia è più o meno la stessa. Guerra è sinonimo di distruzione e a ogni distruzione segue una ricostruzione, cioè si devono creare le condizioni per una nuova accumulazione capitalistica. Se la guerra può prescindere dal capitalismo, il capitalismo non può fare a meno dalla guerra. La guerra, la moneta e lo Stato sono forze ontologiche, cioè costitutive e costituenti, del capitalismo e le guerre (e non La guerra) sono da intendersi come il principio di organizzazione della società (Eric Alliez, M. Lazzarato,  Guerres et capital, Ed. Amsterdam, Paris, 2016).
Le sanzioni dei paesi Nato (Turchia esclusa), e non solo, sono la risposta di guerra economica all’invasione dell’esercito russo ai danni dell’Ucraina. Oltre a colpire il settore energetico, i trasporti, il commercio e la ricchezza privata di numerosi individui legati al governo di Mosca, la strategia sembra quella di estromettere la Russia dal sistema dei pagamenti internazionali.
Lo strumento principale è il sistema SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), che regola i pagamenti transfrontalieri che passano per il sistema bancario. Gli ordini di pagamento sono trasmessi tramite un consorzio internazionale di banche con sede in Belgio che collega attraverso una rete informatica circa 11.000 istituzioni finanziarie in tutto il mondo. SWIFT fu costituito nel 1977 per evitare che l’infrastruttura dei pagamenti internazionali fosse monopolizzata dall’americana Citibank. Per una ironia della storia, ha finito per diventare la principale arma degli Stati Uniti nell’esercizio dell’egemonia monetaria globale.
La prima volta che il sistema dei pagamenti viene utilizzato per fini militari e strategici è stato nel 2012 quando, sotto la pressione americana, SWIFT ha disconnesso il sistema bancario dell’Iran nel quadro del pacchetto di sanzioni impiegato per fermarne il programma nucleare. Il sistema dei pagamenti si è rivelato immediatamente uno strumento bellico estremamente efficace per garantire l’attuazione delle sanzioni. Infatti, è sufficiente sospendere il codice SWIFT di un individuo, di un’impresa o anche di un intero Paese per impedire a chiunque (compresi gli intermediari) di effettuare pagamenti verso il beneficiario identificato da quel codice.
Come scrive giustamente Luca Fantacci: “Le sanzioni finanziarie, quando sono comminate dagli Stati Uniti, possono avere effetti ancor più devastanti di un attacco militare. Sono “un’arma nucleare”, come ha commentato recentemente un banchiere occidentale, forse sperando di scongiurarne l’uso”.
Il paragone non è azzardato: infatti, al pari di un attacco atomico, seppure in maniera diversa, più lenta e più subdola, le sanzioni rischiano di provocare ripercussioni devastanti anche per chi le mette in atto, minando alla radice l’egemonia monetaria del dollaro.

Possibile crisi dell’egemonia del dollaro?

Le sanzioni economiche hanno l’obiettivo di depotenziare l’economia russa, sino a causare una recessione economica. Già a partire dal 2014, dopo l’annessione unilaterale della Crimea da parte di Mosca, le potenze occidentali, in primis gli Usa, avevano imposto sanzioni all’economia russa, così come, pur se in maniera diversa, era stato deciso da Trump nei confronti dell’Iran nel 2018 per la questione nucleare.  In questo caso, secondo i dati FMI, il Pil iraniano è calato del 5% nel 2020. Ma per la Russia la situazione appare diversa, grazie alla maggior indipendenza e autarchia della sua economia. Putin ha dichiarato a fine 2019 che le perdite causate dalle sanzioni all’economia russa erano inferiori a 50 miliardi di dollari. Uno studio ha stimato una mancata crescita del Pil tra lo 0,5% e l’1,5%, per una perdita complessiva fra 40 e 120 miliardi di dollari dal 2014 al 2018. Il lato debole dell’economia russa è la sua “dollarizzazione”, vista l’ingente quantità di valuta americana che entra nel paese a causa dell’elevato export di materie prime quotate in dollari (gas e petrolio, ma non solo).
Se questi dati vengono confermati, l’impatto è tutto sommato limitato. Ma queste sanzioni contengono delle novità importanti, soprattutto sul lato finanziario. Infatti, oltre al già ricordato blocco del sistema Swift per alcune banche (escluse quelle che intermediano i prodotti energetici), si prevede anche il congelamento delle riserve valutarie della Banca Centrale. Si tratta di un provvedimento che gli Usa avevano già intrapreso nei confronti di Iran, Venezuela e Corea del Nord ma che oggi per la prima volta viene usata nei confronti di un paese del G20, detentore di grandi riserve.
Secondo i dati della Banca Centrale Russa, al 31 gennaio 2022, le riserve valutarie russe ammontano a  oltre 630 miliardi di dollari (630,207, per l’esattezza), di cui circa 500 in valuta estera e 130 in oro, per un totale di 2300 tonnellate d’oro, circa un terzo  degli USA, due terzi  della Germania e poco meno di Francia e Italia. Si tratta di un ammontare che è cresciuto costantemente nel tempo, a partire da metà 2015 (poco più di 350 miliardi di dollari all’epoca), a seguito di una precisa strategia di Putin di creare una sorta di scudo per affrontare gli effetti recessivi delle sanzioni occidentali a seguito dell’annessione della Crimea. Contemporaneamente, la Banca di Russia ha venduto tutti i suoi titoli di stato americani fra aprile e maggio del 2018, nel tentativo di mettere le proprie riserve al riparo dagli Stati Uniti nel caso di un inasprimento delle relazioni (si veda Fantacci) .
Tuttavia, nonostante il tentativo di “de-dollarizzare” l’economia e le riserve valutarie, il 60% di tali riserve è detenuto ancora in dollari, escludendo una quota del 13% detenuto in valuta cinese (quota destinata ad aumentare). L’impatto immediato delle sanzioni, più ancora del parziale blocco dello SWIFT, è l’impossibilità per la Banca Centrale russa di poter vendere parte delle proprie riserve per sostenere il corso del rublo, che, non casualmente, ha perso circa il 30% nel giorno in cui le sanzioni sono diventate operative. È questo il rischio maggiore che può correre l’economia russa. Dopo questo iniziale tracollo (il cambio rublo/dollaro è passato da 82 rubli per un dollaro del 24 febbraio, giorno di inizio dell’invasione russa, a 152 rubli per dollaro il 7 marzo), attualmente il rublo viene quotato su valori intorno a 100 rubli per dollaro e il suo valore si sta stabilizzando. La svalutazione rispetto all’euro è inferiore, visto che l’euro in questo periodo si è svalutato rispetto al dollaro. I dati ci dicono che le sanzioni, dopo un iniziale pesante effetto, si stanno rivelando meno efficaci del previsto, probabilmente anche in seguito al ricorso di valute alternative non direttamente legate al dollaro (quindi non bloccabili) come la valuta cinese e le criptomonete. Le dichiarazioni di Putin del 23 marzo 2022 di continuare la fornitura di gas all’Europa, mantenendo fede ai contratti in essere, convertendo la valuta di pagamento da dollari in rubli, se da un lato intende proseguire sul processo di “de-dollarizzazione”, dall’altro intende confermare la tenuta della stessa valuta russa.
È troppo presto oggi per verificare gli effetti di questa guerra valutaria in corso. Di sicuro sappiamo che a differenza della guerra miliare sul campo (ristretto, al momento, al martoriato territorio ucraino), questa guerra si combatte su scala mondiale.
La questione è ben descritta da Luca Fantacci:

“Il blocco delle riserve (russe, ndr.) costituisce un precedente che si ripercuoterà inevitabilmente sullo status del dollaro come moneta internazionale: che strumento di riserva può mai essere quello che rischia di venire a mancare proprio nel momento del bisogno? Questo precedente potrebbe ridurre la disponibilità di altri Paesi, in particolare della Cina, a detenere le proprie riserve sotto forma di titoli del Tesoro americano e, in generale, titoli denominati in dollari, indebolendo la funzione del dollaro come strumento di riserva internazionale”.

Come anticipato da Giovanni Arrighi in “Adam Smith a Pechino”, il nuovo secolo si prefigura come il “secolo cinese” in grado di sostituire il XX secolo come “secolo americano”. L’illusione statunitense di rimanere l’unica potenza egemone una volta crollata l’URSS si perde di fronte al crescente potere economico e tecnologico cinese. Gli Usa cercano di mantenere il potere militare, finanziario e mediatico (il quarto potere di Orson Welles) al fine di compensare il declino dell’egemonia economica. Il potere militare è il primo a cominciare a declinare proprio perché non adeguatamente surrogato da quello economico. Il tentativo di ripristinare l’autorevolezza USA del proprio raggio d’azione ha al momento successo per quanto riguarda l’Europa, sulla quale è strategico mantenere un’influenza ideologica e commerciale.
Ma se per rinfocolare il patto d’intenti con l’Europa (grazie alle sanzioni contro il comune nemico rappresentato da Mosca), si rischia di mettere a repentaglio quel poco di potere finanziario che ancora oggi il dollaro detiene, la situazione rischia di sfuggire di mano.
All’erosione dell’egemonia del dollaro potrebbe contribuire anche il crescente ricorso alle criptovalute. In effetti, le criptovalute potrebbero costituire un mezzo di pagamento internazionale e di detenzione della ricchezza alternativo per i cittadini, le banche e le istituzioni finanziarie russe colpite dal blocco di SWIFT, e in generale dalle sanzioni occidentali. Infatti, le criptovalute costituiscono una forma di asset virtuale che viene scambiato sulla blockchain senza alcun bisogno di intermediari, sfuggendo al controllo delle autorità.
Non è un caso che le quotazioni del Bitcoin da fine febbraio alla prima settimana di marzo sino aumentate del 20% sino a sfiorare i 40.000 dollari, per poi avere un andamento altalenante, ma mantenendosi su quei livelli.
Occorre allora domandarsi, quale tipo di governance finanziaria mondiale possa essere possibile e soprattutto conveniente. Quella governata dalla speculazione delle grandi oligarchie finanziarie, grazie alla totale deregulation dei mercati finanziari, come è stato sino ad oggi ma con crescenti rischi di instabilità, oppure una governance politico-finanziaria volta a ricreare le premesse di una nuova Bretton-Woods, questa volta più a trazione asiatica che occidentale e non basata su una sola valuta?
Ecco la nuova economia di guerra: la possiamo definire una “terza guerra mondiale”?

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 29 marzo 2022