Guerra

Scene di basso impero

di Gianni Giovannelli

La stragrande maggioranza degli uomini
di potere si fa facilmente e regolarmente
trascinare dalla stupidità a ripetere i crimini
dei predecessori e torna a commettere
con tutta disinvoltura gli stessi errori del passato

Procopio di Cesarea (Anekdota, Carte segrete, trad. L.R. Cresci Sacchini)

La figura di Donald Trump, sempre in bilico fra il tragico e il grottesco, deve essere collocata in questo particolare periodo storico di transizione, in cui l’incarnazione fisica del potere non può essere quella del princeps (il primo fra i pari) ma deve invece essere il dominus et deus (la fonte unica del diritto vigente). A modo suo il presidente degli Stati Uniti è in sintonia coerente con il suo tempo quando diffonde l’immagine di se stesso nelle vesti di un Papa o di un Dio capace di benedire o flagellare, a sua discrezione, mediante un semplice movimento della mano alzata per imporre il proprio volere all’intera umanità: chi non si piega deve essere distrutto.

Precedenti storici di riferimento

Ammiano Marcellino, storico geniale e soldato combattente, ha tratteggiato per i posteri, con gli occhi e la sensibilità di un contemporaneo, l’imperatore Valentiniano I (321-375 d.C.) e l’uso politico della crudeltà nell’esercizio del governo. Teneva in gabbia, nel palazzo in cui abitava, due orse, Mica Aurea e Innocentia, e si soffermava con attenzione a guardarle mentre sbranavano i corpi di chi era incorso nell’ira spietata del sovrano assoluto. Poteva essere, a titolo di esempio (come ci racconta nelle sue res gestae) un giovane paggio che aveva lasciato troppo presto libero un cane da caccia o un governatore che aveva chiesto di cambiare sede o un fabbro che aveva consegnato una corazza di peso inferiore a quello pattuito. La rivendicazione orgogliosa degli omicidi efferati e la gioia arrogante nell’annunciare morti violente del nemico connettono Trump, Ben Gvir, Rubio, Netanyahu al proprietario delle orse romane; il supplizio inflitto -senza bisogno di inutili verdetti o di spiegazioni ragionevoli- a chi si oppone alle pretese del dio padrone deve essere inteso come inevitabile conseguenza di una mancata resa, come strumento di potere, come verifica dell’obbedienza e come minaccia aperta a chi non è pronto ad approvare senza condizioni.

Come Ammiano ci aveva descritto l’inizio dell’epoca conosciuta come basso impero un altro storico straordinario, Procopio di Cesarea, ha provveduto a fornirci la chiave di lettura del suo epilogo, con Giustiniano (482-565) e Teodora (500-548). Convenzionalmente la morte di Giustiniano, al termine del suo ventennio (527-548), viene utilizzata per segnare la fine del diritto romano. Procopio non era solo contemporaneo dell’imperatore; fu a lungo il suo comunicatore ufficiale, la voce del regime. Solo nel 1623 vennero alla luce le sue carte segrete, anekdota, celate nella biblioteca vaticana e pubblicate in modo avventuroso. E ci volle un filologo italiano, Domenico Comparetti, per provare al mondo, nel 1928, che quello era un testo originale. Procopio lasciò al mondo la confessione che aveva sempre mentito, per timore di rappresaglia fisica: non sarei sfuggito alla rete di spie e una volta scoperto mi sarebbe toccata una fine atroce, non mi era consentito fidarmi nemmeno dei parenti più intimi. Scrisse alla fine la verità, su Giustiniano e Teodora, fece una trascrizione completa di quanto si era verificato in ogni parte dell’impero.  Ne esce il quadro di un despota privo di controllo e di autocontrollo, di governo libero da qualsiasi limite, di potere per il potere: corruzione, violenza, perversione sessuale, nepotismo, repressione sociale sanguinaria, guerra, magia nera, complotti, processi sommari.  C’era una sorta di gerarchia della mazzetta, su ogni cosa erano previste percentuali delle celesti (per indicare che piovevano dal cielo), e per chi non si adeguava era pronto il capestro. Soprattutto ci spiega, Procopio, come anche la perversione fosse, insieme alla guerra e al saccheggio delle risorse, uno strumento del dominio.

Il clima da basso impero secondo l’intelligenza artificiale

Abbiamo chiesto alla rete -che usa nelle risposte standard l’intelligenza artificiale- che cosa si debba intendere per clima da basso impero. La risposta è interessante, la cito testualmente nel suo conciso insieme. Ci dice che le 3 caratteristiche di un tal clima sono la decadenza politica (intesa come atmosfera di stanchezza, paralisi amministrativa e politica, intrighi), la corruzione (ovvero scandali, festini, foto compromettenti, gestione scandalosa delle cariche), l’insicurezza e rabbia sociale (percezione della crisi imminente, periferie impoverite, paura del diverso), il tutto quale metafora storica da ricondurre al periodo compreso fra il III e il V secolo, per instabilità, guerre, invasioni, disagio sociale e declino economico delle componenti sociali. Secondo il suggerimento fornito dalla rete in una simile situazione le istituzioni sono sentite come moralmente corrotte, prossime alla fine, paragonate a quelle della Roma in declino per sottolineare la gravità del momento. Possiamo dunque ritenere, utilizzando queste rielaborazioni dei dati ad opera di chi siede nella cabina di comando, che governanti e governati abbiano piena consapevolezza che la transizione attuale sia gestita senza regole (un combattimento asimmetrico fra le classi o, se si preferisce, fra i segmenti sociali), utilizzando la ferocia e la guerra per incutere timore, depredando le risorse (ovvero allargando la forbice fra ricchi e poveri), affermando nei fatti una totale impunità per qualsiasi perversione dei soggetti dominanti e l’assenza di qualsiasi diritto in capo ai soggetti dominati, che devono acquisire la precarietà quale condizione naturale di un’esistenza divenuta merce funzionale al profitto. Anche la crudeltà e la ferocia diventano una potenza economica, rientrano nella politica o nella guerra, non sono semplice perversione. Questa è la scena predisposta per lo spettacolo in corso di rappresentazione. E ne abbiamo esempi continui davanti agli occhi, qui e ora, ogni giorno.

Israele e Flotilla

La marina militare israeliana ha abbordato una nave battente bandiera italiana in acque internazionali che rientrano nell’ambito territoriale dell’Unione Europea, al largo di Creta. Con le armi in pugno hanno privato della libertà 175 persone (poi sbarcate in Grecia, ove il governo ha ricevuto i pirati invece di arrestarli) e ne ha tenute due in ostaggio: un cittadino spagnolo (UE e NATO), Seif Abukeschak, e un cittadino brasiliano, Thiago Avila. Non solo hanno violato il diritto internazionale in modo clamoroso: è un vero atto di guerra contro Italia, Spagna, Grecia, Brasile, con la certezza dell’impunità totale e l’aperta rivendicazione del gesto da parte del governo israeliano. Non ci sono state reazioni, solo qualche protesta balbettata, per il resto un imbarazzato silenzio che suona come un incentivo a proseguire con gli stessi metodi anche nel prossimo futuro. La pressione popolare, non la complice diplomazia europea, ha imposto la liberazione dei prigionieri, preannunciata non dai ministri dei paesi aggrediti ma dal servizio (segreto, occulto) dell’aggressore (Shabak o Shin Bet che dir si voglia) per ulteriore dimostrazione di forza. Il grande affare della spesa militare e l’imposizione della guerra permanente come arma di governo prevalgono sul diritto: l’unica legge è la volontà del potere, debbono averlo chiaro tutti quanti. In galera ci rimane invece (per richiesta di Israele e sentenza della Corte d’Assise di Aquila, 5 anni e 6 mesi) il profugo palestinese Anan Yaneesh, ritenuto responsabile di associazione sovversiva per il suo sostegno alla resistenza nei territori illegalmente occupati. Non può ancora presentare appello perché la Corte non ha depositato le motivazioni nei termini di legge, non si sa quando lo farà e nessuno trova scandaloso il ritardo (anche la condanna è un fuor d’opera). I pirati della marina israeliana non sono perseguiti, i sostenitori della resistenza all’occupazione illegale stanno dentro.

La relatività del diritto: la grazia a Minetti e il caso Garlasco

Esiste un filo che lega la concessione della grazia a Nicole Minetti al clamore mediatico intorno alle indagini della procura di Pavia sull’uccisione di Chiara Poggi nel borgo lombardo di Garlasco. Questo filo è un messaggio, per nulla subliminale, che l’apparato di potere invia ai sudditi, in modo aperto, esplicito: non esistono certezze, non esiste un giudicato che non possa essere ribaltato, annullato, vanificato ove questa sia la volontà di chi comanda, perché chi comanda non è sottoposto ad alcuna regola.

Per farlo intendere, e per meglio logorare la fastidiosa autonomia del potere giudiziario e di quello legislativo, il potere esecutivo si serve della comunicazione (per la gran parte sotto stretto controllo congiunto del governo e delle piattaforme) e non esita a sfruttare le fisiologiche contraddizioni della magistratura (istituzione composta da esseri umani, ciascuno con una propria sensibilità).

Considerato il lungo tempo trascorso da quei fatti ricordiamo (almeno ai più giovani) che Nicole Minetti ha una doppia condanna sulle spalle: sfruttamento della prostituzione (sceglieva e arruolava le ragazze per le voglie di Berlusconi) e peculato (rubava i soldi pubblici quando era poi diventata deputata regionale, eletta nelle liste di Forza Italia, in cambio del suo silenzio). Fu Nicole Minetti, in qualità di deputata, a ritirare in affidamento, presso la Questura, la celebre Ruby Rubacuori (Karima El Marough, spacciata per nipote di Mubarak) e a ricondurla nell’harem. Poi si mise, anni dopo, insieme al giovane Cipriani (erede dell’Harris Bar), diventato un imprenditore molto ricco, con vaste proprietà nel mondo. Non ha mai scontato un minuto di carcere, e più avanti percepirà pure la pensione di deputata lombarda (non molto, ma neppure nulla, in tanti ci metterebbero la firma). Probabilmente a Punta dell’Este il Cipriani avrebbe fatto brutta figura con gli amici se la sua Nicole si fosse piegata a svolgere qualche ora di servizio sociale (non era comunque prevista la galera, essendo la pena sotto i 4 anni); avrebbero pensato che non aveva abbastanza soldi per far tacere la giustizia italiana e questo magari avrebbe avuto cattivi effetti sugli affari. Difficile comunque indovinare il movente; facile invece leggere il risultato. Con il parere favorevole del ministro e della procura, un po’ di nascosto (moonlighting direbbero gli americani), Mattarella ha concesso la grazia. Poi, sull’onda di una peraltro prevedibile indignazione popolare, è montato lo scandalo. Ma non è questo il punto. Il punto è che la coppia Cipriani-Minetti ci è riuscita, che così funziona da queste parti, che l’impunità non la decidono i giudici, che le sentenze, se così vuole il dominus et deus, sono inutili.

Il circo equestre messo in scena a Pavia sul delitto di Garlasco vede procura contro procura, magistrati inquirenti contro magistrati giudicanti. Viene travolta la credibilità del potere giudiziario, e di conseguenza subisce un duro colpo la sua autonomia. Poco importa se il signor Alberto Stasi sia innocente o colpevole; poco importa se il signor Andrea Sempio sia una vittima o un mostro. Quel che conta è affermare, con prepotenza, il prevalere dell’esecutivo, rendere chiaro a tutta la platea che non esistono certezze su cui contare quando per qualsiasi ragione il governo non vuole accettare un verdetto. Per far passare il messaggio si violano le stesse leggi approvate per far tacere il dissenso (le norme che vietano la pubblicazione di atti processuali: abbondano invece virgolettati impuniti), si ventilano processi nei confronti della procuratrice che aveva ottenuto la condanna (la dottoressa Barbaini, da tempo in pensione), si moltiplicano le inchieste, si maltratta il dolore delle famiglie. Una muta di avvoltoi svolazza in cerca di prede. Non interessa la verità; quel che vale è portare ansia, crisi, incertezza. Poi vada come vada, il tempo passa, la gente dimentica, la memoria è corta.

L’attacco allo stato sociale.

L’insicurezza e la rabbia vengono sapientemente coltivate in funzione di controllo repressivo del dissenso in un tempo di transizione che prevede la sistematica demolizione del welfare, la privatizzazione della cura e della salute, l’esproprio della cooperazione sociale, in ogni suo passaggio e in ogni suo strumento (anche lo spazio, l’acqua, l’aria, le risorse naturali). La legislazione d’emergenza (la forma decreto) ha consentito all’esecutivo di marginalizzare il ruolo tradizionale del legislativo sottraendo spazio, a mezzo di interventi improvvisi spesso contraddittori, al giudiziario, le cui decisioni vengono così contrastate o vanificate (a volte perfino ignorate). Non è un problema solo italiano. Negli USA il presidente Trump, sulla spinosa questione dei dazi, non ha esitato ad attaccare pesantemente la stessa Suprema Corte, in gran parte nominata proprio da lui e accusata di tradimento (crimine tipico del basso impero); in Israele Netanyahu ha scagliato il ministro di giustizia Levin contro il presidente della Corte Suprema Yitzhak Amit, boicottando la sua nomina perché ritenuto troppo tenero nei confronti dei diritti della minoranza araba e di Adalah che l’assiste nei giudizi.

Utilizzando la legislazione d’emergenza (divenuta ormai ordinaria) il governo Meloni ha, di recente, introdotto (in luogo del salario minimo) il salario giusto con il preciso intento di limitare la portata delle sentenze emesse dalla Sezione Lavoro della Corte di Cassazione che, in applicazione dell’art. 36 della Costituzione (precettivo:  dunque non ha bisogno di ulteriore supporto legislativo) ha dichiarato l’illegittimità di quei contratti collettivi che non garantiscono il c.d. minimo vitale (una somma tale da consentire di vivere una vita libera e dignitosa). L’esecutivo ha corretto il tiro: il salario giusto è quello spuntato da CGIL-CISL-UIL (magari anche da CISAL e UGL), che poi ci si campi bene è del tutto secondario. Per chi protesta ci sono i decreti sulla sicurezza, con severe sanzioni a carico degli occupanti di casa, degli esasperati nei punti di pronto soccorso, dei detenuti ammassati, dei migranti rinchiusi nei CPR, delle manifestazioni contro il genocidio o contro lo sgombero sistematico dei centri sociali. E assistiamo a risvolti quasi grotteschi: viene approvata una norma palesemente nulla (perché anticostituzionale) che assegna un obolo agli avvocati capaci di convincere il migrante a rimpatriare, ma non a quelli che invece assistono i refrattari. Mattarella la firma lo stesso, ma contemporaneamente firma un altro decreto, pure lui urgente, che lo lima e lo taglia, vanificandolo.

Sono pezzi del mosaico. Ma il mosaico presenta una sua drammatica unità, è un disegno funzionale a un preciso progetto di dominio, che va smascherato e combattuto nella sua interezza. Si spostano le risorse dalla sanità (si riducono le strutture, si alzano le liste d’attesa), dal piano casa (le case pubbliche svendute ai privati), dalla scuola (massiccio taglio di spesa per strutture e personale), dalla ricerca (abbiamo ormai una legione di ricercatori precari sottopagati senza fondi per la ricerca, molti vanno all’estero) verso la guerra, le grandi opere (TAV e Ponte sullo stretto), le banche, i petrolieri. La rabbia sociale monta, ovviamente, di fronte alla crisi del welfare tradizionale, alla contestuale riduzione dei salari e all’allargamento della forbice ricchi-poveri (sparisce il ceto medio, si allarga la fascia dell’indigenza). Interi territori periferici delle metropoli si vanno trasformando in ghetti sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno. Questa rabbia sociale viene tuttavia diretta verso il diverso perché in questa età dell’ansia ogni diversità mette paura e diventa il bersaglio-colpevole di ogni guaio quotidiano; è certamente una frode far credere ai disperati che l’aggressione al diverso possa essere la soluzione, ma chi è senza speranza si aggrappa, in mancanza di alternative, a qualunque cosa. Specie se non ve ne sono altre più credibili. Per questo il potere, non solo per generica propensione al delitto o per cinismo, ma anche per lucido calcolo, vuol recidere ogni alternativa, far sentire il proprio tallone d’acciaio sul collo dei sudditi, imporre la propria volontà a prescindere dalle ragioni e dal diritto. Vale per Trump e per Netanyahu, per Macron e per Meloni, per Musk e per Arnault: c’è del metodo in tanta follia dei tiranni.

E dunque?

Accanto al senso di impotenza, ai momenti di rassegnazione, alla constatazione che il potere esercita la sua forza deciso a travolgere ogni ostacolo la percezione generale di un clima caratteristico del basso impero apre la via alla possibilità di accelerare il processo di decomposizione delle attuali istituzioni in un senso diverso da quello programmato nell’attuale cabina di comando. La via tracciata all’interno del capitalismo delle piattaforme porta ad una sorta di neo-assolutismo, in una cornice di guerre permanenti e di razzia ininterrotta della cooperazione sociale. Ma cresce al tempo stesso un desiderio di pace incompatibile con l’attuale governance e sempre più consapevolmente ribelle; la neutralità non va lasciata gestire dalle formazioni reazionarie e nazionaliste (alla Vannacci), va rivendicata come patrimonio storico della democrazia popolare, dell’internazionalismo ribelle e ugualitario. E insieme al desiderio di pace cresce anche un sentimento di cooperazione che ci renda, anche disponendo di un reddito sufficiente, autonomi dalle tradizionali istituzioni dello stato, con una difesa puntuale della salute, dell’ambiente, della cultura intesa in senso ampio: questa è la sicurezza per cui vale la pena di battersi, nella metropoli e nella campagna. Le recenti manifestazioni contro la guerra sono un primo segnale che la partita potrebbe riaprirsi; per questo il potere ha reagito con violenza e utilizza la crudeltà feroce a scopo dissuasivo. Stiamo all’erta, forse un volgo disperso repente si desta: ovvero si ricomincia!

Foto di apertura: Giustiniano e Teodora, mosaico della Basilica di San Vitale a Ravenna


L’articolo è stato pubblicato su La figura di Donald Trump, sempre in bilico fra il tragico e il grottesco, deve essere collocata in questo particolare periodo storico di transizione, in cui l’incarnazione fisica del potere non può essere quella del princeps (il primo fra i pari) ma deve invece essere il dominus et deus (la fonte unica del diritto vigente). A modo suo il presidente degli Stati Uniti è in sintonia coerente con il suo tempo quando diffonde l’immagine di se stesso nelle vesti di un Papa o di un Dio capace di benedire o flagellare, a sua discrezione, mediante un semplice movimento della mano alzata per imporre il proprio volere all’intera umanità: chi non si piega deve essere distrutto.

Precedenti storici di riferimento

Ammiano Marcellino, storico geniale e soldato combattente, ha tratteggiato per i posteri, con gli occhi e la sensibilità di un contemporaneo, l’imperatore Valentiniano I (321-375 d.C.) e l’uso politico della crudeltà nell’esercizio del governo. Teneva in gabbia, nel palazzo in cui abitava, due orse, Mica Aurea e Innocentia, e si soffermava con attenzione a guardarle mentre sbranavano i corpi di chi era incorso nell’ira spietata del sovrano assoluto. Poteva essere, a titolo di esempio (come ci racconta nelle sue res gestae) un giovane paggio che aveva lasciato troppo presto libero un cane da caccia o un governatore che aveva chiesto di cambiare sede o un fabbro che aveva consegnato una corazza di peso inferiore a quello pattuito. La rivendicazione orgogliosa degli omicidi efferati e la gioia arrogante nell’annunciare morti violente del nemico connettono Trump, Ben Gvir, Rubio, Netanyahu al proprietario delle orse romane; il supplizio inflitto -senza bisogno di inutili verdetti o di spiegazioni ragionevoli- a chi si oppone alle pretese del dio padrone deve essere inteso come inevitabile conseguenza di una mancata resa, come strumento di potere, come verifica dell’obbedienza e come minaccia aperta a chi non è pronto ad approvare senza condizioni.

Come Ammiano ci aveva descritto l’inizio dell’epoca conosciuta come basso impero un altro storico straordinario, Procopio di Cesarea, ha provveduto a fornirci la chiave di lettura del suo epilogo, con Giustiniano (482-565) e Teodora (500-548). Convenzionalmente la morte di Giustiniano, al termine del suo ventennio (527-548), viene utilizzata per segnare la fine del diritto romano. Procopio non era solo contemporaneo dell’imperatore; fu a lungo il suo comunicatore ufficiale, la voce del regime. Solo nel 1623 vennero alla luce le sue carte segrete, anekdota, celate nella biblioteca vaticana e pubblicate in modo avventuroso. E ci volle un filologo italiano, Domenico Comparetti, per provare al mondo, nel 1928, che quello era un testo originale. Procopio lasciò al mondo la confessione che aveva sempre mentito, per timore di rappresaglia fisica: non sarei sfuggito alla rete di spie e una volta scoperto mi sarebbe toccata una fine atroce, non mi era consentito fidarmi nemmeno dei parenti più intimi. Scrisse alla fine la verità, su Giustiniano e Teodora, fece una trascrizione completa di quanto si era verificato in ogni parte dell’impero.  Ne esce il quadro di un despota privo di controllo e di autocontrollo, di governo libero da qualsiasi limite, di potere per il potere: corruzione, violenza, perversione sessuale, nepotismo, repressione sociale sanguinaria, guerra, magia nera, complotti, processi sommari.  C’era una sorta di gerarchia della mazzetta, su ogni cosa erano previste percentuali delle celesti (per indicare che piovevano dal cielo), e per chi non si adeguava era pronto il capestro. Soprattutto ci spiega, Procopio, come anche la perversione fosse, insieme alla guerra e al saccheggio delle risorse, uno strumento del dominio.

Il clima da basso impero secondo l’intelligenza artificiale

Abbiamo chiesto alla rete -che usa nelle risposte standard l’intelligenza artificiale- che cosa si debba intendere per clima da basso impero. La risposta è interessante, la cito testualmente nel suo conciso insieme. Ci dice che le 3 caratteristiche di un tal clima sono la decadenza politica (intesa come atmosfera di stanchezza, paralisi amministrativa e politica, intrighi), la corruzione (ovvero scandali, festini, foto compromettenti, gestione scandalosa delle cariche), l’insicurezza e rabbia sociale (percezione della crisi imminente, periferie impoverite, paura del diverso), il tutto quale metafora storica da ricondurre al periodo compreso fra il III e il V secolo, per instabilità, guerre, invasioni, disagio sociale e declino economico delle componenti sociali. Secondo il suggerimento fornito dalla rete in una simile situazione le istituzioni sono sentite come moralmente corrotte, prossime alla fine, paragonate a quelle della Roma in declino per sottolineare la gravità del momento. Possiamo dunque ritenere, utilizzando queste rielaborazioni dei dati ad opera di chi siede nella cabina di comando, che governanti e governati abbiano piena consapevolezza che la transizione attuale sia gestita senza regole (un combattimento asimmetrico fra le classi o, se si preferisce, fra i segmenti sociali), utilizzando la ferocia e la guerra per incutere timore, depredando le risorse (ovvero allargando la forbice fra ricchi e poveri), affermando nei fatti una totale impunità per qualsiasi perversione dei soggetti dominanti e l’assenza di qualsiasi diritto in capo ai soggetti dominati, che devono acquisire la precarietà quale condizione naturale di un’esistenza divenuta merce funzionale al profitto. Anche la crudeltà e la ferocia diventano una potenza economica, rientrano nella politica o nella guerra, non sono semplice perversione. Questa è la scena predisposta per lo spettacolo in corso di rappresentazione. E ne abbiamo esempi continui davanti agli occhi, qui e ora, ogni giorno.

Israele e Flotilla

La marina militare israeliana ha abbordato una nave battente bandiera italiana in acque internazionali che rientrano nell’ambito territoriale dell’Unione Europea, al largo di Creta. Con le armi in pugno hanno privato della libertà 175 persone (poi sbarcate in Grecia, ove il governo ha ricevuto i pirati invece di arrestarli) e ne ha tenute due in ostaggio: un cittadino spagnolo (UE e NATO), Seif Abukeschak, e un cittadino brasiliano, Thiago Avila. Non solo hanno violato il diritto internazionale in modo clamoroso: è un vero atto di guerra contro Italia, Spagna, Grecia, Brasile, con la certezza dell’impunità totale e l’aperta rivendicazione del gesto da parte del governo israeliano. Non ci sono state reazioni, solo qualche protesta balbettata, per il resto un imbarazzato silenzio che suona come un incentivo a proseguire con gli stessi metodi anche nel prossimo futuro. La pressione popolare, non la complice diplomazia europea, ha imposto la liberazione dei prigionieri, preannunciata non dai ministri dei paesi aggrediti ma dal servizio (segreto, occulto) dell’aggressore (Shabak o Shin Bet che dir si voglia) per ulteriore dimostrazione di forza. Il grande affare della spesa militare e l’imposizione della guerra permanente come arma di governo prevalgono sul diritto: l’unica legge è la volontà del potere, debbono averlo chiaro tutti quanti. In galera ci rimane invece (per richiesta di Israele e sentenza della Corte d’Assise di Aquila, 5 anni e 6 mesi) il profugo palestinese Anan Yaneesh, ritenuto responsabile di associazione sovversiva per il suo sostegno alla resistenza nei territori illegalmente occupati. Non può ancora presentare appello perché la Corte non ha depositato le motivazioni nei termini di legge, non si sa quando lo farà e nessuno trova scandaloso il ritardo (anche la condanna è un fuor d’opera). I pirati della marina israeliana non sono perseguiti, i sostenitori della resistenza all’occupazione illegale stanno dentro.

La relatività del diritto: la grazia a Minetti e il caso Garlasco

Esiste un filo che lega la concessione della grazia a Nicole Minetti al clamore mediatico intorno alle indagini della procura di Pavia sull’uccisione di Chiara Poggi nel borgo lombardo di Garlasco. Questo filo è un messaggio, per nulla subliminale, che l’apparato di potere invia ai sudditi, in modo aperto, esplicito: non esistono certezze, non esiste un giudicato che non possa essere ribaltato, annullato, vanificato ove questa sia la volontà di chi comanda, perché chi comanda non è sottoposto ad alcuna regola.

Per farlo intendere, e per meglio logorare la fastidiosa autonomia del potere giudiziario e di quello legislativo, il potere esecutivo si serve della comunicazione (per la gran parte sotto stretto controllo congiunto del governo e delle piattaforme) e non esita a sfruttare le fisiologiche contraddizioni della magistratura (istituzione composta da esseri umani, ciascuno con una propria sensibilità).

Considerato il lungo tempo trascorso da quei fatti ricordiamo (almeno ai più giovani) che Nicole Minetti ha una doppia condanna sulle spalle: sfruttamento della prostituzione (sceglieva e arruolava le ragazze per le voglie di Berlusconi) e peculato (rubava i soldi pubblici quando era poi diventata deputata regionale, eletta nelle liste di Forza Italia, in cambio del suo silenzio). Fu Nicole Minetti, in qualità di deputata, a ritirare in affidamento, presso la Questura, la celebre Ruby Rubacuori (Karima El Marough, spacciata per nipote di Mubarak) e a ricondurla nell’harem. Poi si mise, anni dopo, insieme al giovane Cipriani (erede dell’Harris Bar), diventato un imprenditore molto ricco, con vaste proprietà nel mondo. Non ha mai scontato un minuto di carcere, e più avanti percepirà pure la pensione di deputata lombarda (non molto, ma neppure nulla, in tanti ci metterebbero la firma). Probabilmente a Punta dell’Este il Cipriani avrebbe fatto brutta figura con gli amici se la sua Nicole si fosse piegata a svolgere qualche ora di servizio sociale (non era comunque prevista la galera, essendo la pena sotto i 4 anni); avrebbero pensato che non aveva abbastanza soldi per far tacere la giustizia italiana e questo magari avrebbe avuto cattivi effetti sugli affari. Difficile comunque indovinare il movente; facile invece leggere il risultato. Con il parere favorevole del ministro e della procura, un po’ di nascosto (moonlighting direbbero gli americani), Mattarella ha concesso la grazia. Poi, sull’onda di una peraltro prevedibile indignazione popolare, è montato lo scandalo. Ma non è questo il punto. Il punto è che la coppia Cipriani-Minetti ci è riuscita, che così funziona da queste parti, che l’impunità non la decidono i giudici, che le sentenze, se così vuole il dominus et deus, sono inutili.

Il circo equestre messo in scena a Pavia sul delitto di Garlasco vede procura contro procura, magistrati inquirenti contro magistrati giudicanti. Viene travolta la credibilità del potere giudiziario, e di conseguenza subisce un duro colpo la sua autonomia. Poco importa se il signor Alberto Stasi sia innocente o colpevole; poco importa se il signor Andrea Sempio sia una vittima o un mostro. Quel che conta è affermare, con prepotenza, il prevalere dell’esecutivo, rendere chiaro a tutta la platea che non esistono certezze su cui contare quando per qualsiasi ragione il governo non vuole accettare un verdetto. Per far passare il messaggio si violano le stesse leggi approvate per far tacere il dissenso (le norme che vietano la pubblicazione di atti processuali: abbondano invece virgolettati impuniti), si ventilano processi nei confronti della procuratrice che aveva ottenuto la condanna (la dottoressa Barbaini, da tempo in pensione), si moltiplicano le inchieste, si maltratta il dolore delle famiglie. Una muta di avvoltoi svolazza in cerca di prede. Non interessa la verità; quel che vale è portare ansia, crisi, incertezza. Poi vada come vada, il tempo passa, la gente dimentica, la memoria è corta.

L’attacco allo stato sociale.

L’insicurezza e la rabbia vengono sapientemente coltivate in funzione di controllo repressivo del dissenso in un tempo di transizione che prevede la sistematica demolizione del welfare, la privatizzazione della cura e della salute, l’esproprio della cooperazione sociale, in ogni suo passaggio e in ogni suo strumento (anche lo spazio, l’acqua, l’aria, le risorse naturali). La legislazione d’emergenza (la forma decreto) ha consentito all’esecutivo di marginalizzare il ruolo tradizionale del legislativo sottraendo spazio, a mezzo di interventi improvvisi spesso contraddittori, al giudiziario, le cui decisioni vengono così contrastate o vanificate (a volte perfino ignorate). Non è un problema solo italiano. Negli USA il presidente Trump, sulla spinosa questione dei dazi, non ha esitato ad attaccare pesantemente la stessa Suprema Corte, in gran parte nominata proprio da lui e accusata di tradimento (crimine tipico del basso impero); in Israele Netanyahu ha scagliato il ministro di giustizia Levin contro il presidente della Corte Suprema Yitzhak Amit, boicottando la sua nomina perché ritenuto troppo tenero nei confronti dei diritti della minoranza araba e di Adalah che l’assiste nei giudizi.

Utilizzando la legislazione d’emergenza (divenuta ormai ordinaria) il governo Meloni ha, di recente, introdotto (in luogo del salario minimo) il salario giusto con il preciso intento di limitare la portata delle sentenze emesse dalla Sezione Lavoro della Corte di Cassazione che, in applicazione dell’art. 36 della Costituzione (precettivo:  dunque non ha bisogno di ulteriore supporto legislativo) ha dichiarato l’illegittimità di quei contratti collettivi che non garantiscono il c.d. minimo vitale (una somma tale da consentire di vivere una vita libera e dignitosa). L’esecutivo ha corretto il tiro: il salario giusto è quello spuntato da CGIL-CISL-UIL (magari anche da CISAL e UGL), che poi ci si campi bene è del tutto secondario. Per chi protesta ci sono i decreti sulla sicurezza, con severe sanzioni a carico degli occupanti di casa, degli esasperati nei punti di pronto soccorso, dei detenuti ammassati, dei migranti rinchiusi nei CPR, delle manifestazioni contro il genocidio o contro lo sgombero sistematico dei centri sociali. E assistiamo a risvolti quasi grotteschi: viene approvata una norma palesemente nulla (perché anticostituzionale) che assegna un obolo agli avvocati capaci di convincere il migrante a rimpatriare, ma non a quelli che invece assistono i refrattari. Mattarella la firma lo stesso, ma contemporaneamente firma un altro decreto, pure lui urgente, che lo lima e lo taglia, vanificandolo.

Sono pezzi del mosaico. Ma il mosaico presenta una sua drammatica unità, è un disegno funzionale a un preciso progetto di dominio, che va smascherato e combattuto nella sua interezza. Si spostano le risorse dalla sanità (si riducono le strutture, si alzano le liste d’attesa), dal piano casa (le case pubbliche svendute ai privati), dalla scuola (massiccio taglio di spesa per strutture e personale), dalla ricerca (abbiamo ormai una legione di ricercatori precari sottopagati senza fondi per la ricerca, molti vanno all’estero) verso la guerra, le grandi opere (TAV e Ponte sullo stretto), le banche, i petrolieri. La rabbia sociale monta, ovviamente, di fronte alla crisi del welfare tradizionale, alla contestuale riduzione dei salari e all’allargamento della forbice ricchi-poveri (sparisce il ceto medio, si allarga la fascia dell’indigenza). Interi territori periferici delle metropoli si vanno trasformando in ghetti sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno. Questa rabbia sociale viene tuttavia diretta verso il diverso perché in questa età dell’ansia ogni diversità mette paura e diventa il bersaglio-colpevole di ogni guaio quotidiano; è certamente una frode far credere ai disperati che l’aggressione al diverso possa essere la soluzione, ma chi è senza speranza si aggrappa, in mancanza di alternative, a qualunque cosa. Specie se non ve ne sono altre più credibili. Per questo il potere, non solo per generica propensione al delitto o per cinismo, ma anche per lucido calcolo, vuol recidere ogni alternativa, far sentire il proprio tallone d’acciaio sul collo dei sudditi, imporre la propria volontà a prescindere dalle ragioni e dal diritto. Vale per Trump e per Netanyahu, per Macron e per Meloni, per Musk e per Arnault: c’è del metodo in tanta follia dei tiranni.

E dunque?

Accanto al senso di impotenza, ai momenti di rassegnazione, alla constatazione che il potere esercita la sua forza deciso a travolgere ogni ostacolo la percezione generale di un clima caratteristico del basso impero apre la via alla possibilità di accelerare il processo di decomposizione delle attuali istituzioni in un senso diverso da quello programmato nell’attuale cabina di comando. La via tracciata all’interno del capitalismo delle piattaforme porta ad una sorta di neo-assolutismo, in una cornice di guerre permanenti e di razzia ininterrotta della cooperazione sociale. Ma cresce al tempo stesso un desiderio di pace incompatibile con l’attuale governance e sempre più consapevolmente ribelle; la neutralità non va lasciata gestire dalle formazioni reazionarie e nazionaliste (alla Vannacci), va rivendicata come patrimonio storico della democrazia popolare, dell’internazionalismo ribelle e ugualitario. E insieme al desiderio di pace cresce anche un sentimento di cooperazione che ci renda, anche disponendo di un reddito sufficiente, autonomi dalle tradizionali istituzioni dello stato, con una difesa puntuale della salute, dell’ambiente, della cultura intesa in senso ampio: questa è la sicurezza per cui vale la pena di battersi, nella metropoli e nella campagna. Le recenti manifestazioni contro la guerra sono un primo segnale che la partita potrebbe riaprirsi; per questo il potere ha reagito con violenza e utilizza la crudeltà feroce a scopo dissuasivo. Stiamo all’erta, forse un volgo disperso repente si desta: ovvero si ricomincia!

L’articolo è stato punblicato su  Effimera il 12 maggio 2026

Foto dei mosaici di Giustiniano e Teodora – Basilica di San Vitale a Ravenna

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Disertare il linguaggio della guerra

di Emilia De Rienzo


Viviamo immersi in un linguaggio della guerra che esalta la forza e la ferocia disumana. È una postura che pervade il nostro stare al mondo, riducendoci a individui in perenne competizione, impegnati a scalare gerarchie che chiamiamo “merito” per non chiamarle privilegi. In questa logica, il dialogo scompare: le ragioni dell’altro sono ostacoli da abbattere. E persino la parola “pace” viene spesso usata per coprire la stessa logica — diventa lo schermo dietro cui chi ha già vinto impone il proprio ordine, chiamandolo armonia. Non è pace: è la guerra che ha smesso di dichiarasi.

Ma la pace non può nascere dalla forza. Per costruirla, dobbiamo operare un ribaltamento dello sguardo: dobbiamo partire dalla fragilità, riconoscendola non come una colpa individuale, ma come il terreno comune della nostra esistenza.

Dobbiamo partire dai bambini. Sono loro a smentire la finzione liberale del “volere è potere”. Un bambino ci insegna che non si può mai fare da soli: la sua vita è, fin dal primo respiro, una costruzione collettiva. Insegnare la pace significa garantire loro il diritto di non dover essere “performanti” per meritare amore.

Dobbiamo ascoltare gli adolescenti. Spesso abitati da un senso di illegittimità, si muovono in un mondo che non offre codici per comprendere il loro disagio. La loro fragilità è la domanda di chi cerca un posto nel mondo senza voler per forza occupare quello di un altro. La pace è dare risposte che non siano sentenze, ma alleanze.

Dobbiamo guardare alla disabilità e alla malattia. Per troppo tempo le abbiamo delegate al privato, scaricandole sul sacrificio delle donne o delle classi subalterne. Ma la sollecitudine deve diventare “cura politica”: non basta la benevolenza individuale, serve una morale della giustizia in cui la vulnerabilità richiede un’attenzione particolare non per pietà, ma per diritto. La pace si misura qui.

E infine, dobbiamo abitare la vecchiaia. Non come un dato statistico o biologico, ma come l’osservatorio della durezza del nostro mondo. Invecchiare è spesso perdere la libertà di agire in una società che riconosce solo chi produce. La vecchiaia è il rivelatore finale: se non sappiamo proteggere l’autonomia di chi declina, significa che la nostra “pace” era solo un accordo tra forti.

Costruire la pace, allora, significa destituire lo spirito di competizione. Significa capire che la scala di servizio — quella che molti sono costretti a usare perché l’ingresso principale non è per loro — è una ferita alla convivenza di tutti. Chi sale da quella scala non è meno presente: è semplicemente tenuto fuori dalla vista.

La pace non è un traguardo che viene dopo il conflitto. È il lavoro lento di reintrodurre l’umano, il fragile e il vulnerabile in ogni rapporto sociale. Prende forma nel momento in cui smettiamo di usare la nostra forza per prevaricare e iniziamo a usarla per sostenere.

O la pace è una pratica quotidiana di riconoscimento reciproco, oppure è solo un altro nome con cui copriamo la stessa guerra, più presentabile, ma non meno escludente.

“Ho sempre l’impressione o la sensazione della fragilità degli esseri viventi – scrive lo scultore Alberto Giacometti – Ho la percezione che debbano contare su un’energia formidabile per stare in piedi, istante dopo istante, sempre con la minaccia di crollare. Questo lo sento ogni volta che lavoro dal vero”. Se fossimo, come Giacometti, consapevoli di questa nostra fragilità — se la riconoscessimo in noi e negli altri, se smettessimo di inseguire quel desiderio di essere sempre forti e all’altezza della situazione — forse vedremmo la vita, gli altri, il mondo con occhi diversi.

Impareremmo a commuoverci, a meravigliarci, a riconoscere la bellezza che è insita in ciò che è caduco e fragile. Scopriremmo l’essenza stessa dell’essere umani, non super-umani. Rallenteremmo i nostri passi. I nostri sguardi si poserebbero con più leggerezza su ogni cosa che ci circonda. E scopriremmo che, come noi abbiamo bisogno degli altri, gli altri hanno bisogno di noi.



L’articolo è stato pubblicato su  Comune-info il 13 aprile 2026

Foto da unsplash.com

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Morte e distruzione

di Tahar Lamri


“Morte e distruzione dal cielo, tutto il giorno”. Non è la sceneggiatura di un film distopico. È Pete Hegseth, Segretario alla Difesa (o meglio, alla guerra) degli Stati Uniti, qualche giorno fa in una conferenza stampa al Pentagono. E Trump, in diretta televisiva: “Li riporteremo all’età della pietra, dove meritano di stare”. Non sono scivoloni. Sono la dottrina.

Dal 28 febbraio, giorno in cui l’aggressione è cominciata con il bombardamento di una scuola elementare femminile a Minab – 170 bambine morte sotto le macerie, tra i 7 e i 12 anni – gli Stati Uniti e Israele hanno sistematicamente demolito l’ossatura civile, culturale e scientifica dell’Iran.

Oltre 600 scuole e centri educativi colpiti. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano davanti al Consiglio ONU per i Diritti Umani a Ginevra. Lo ha confermato la relatrice speciale dell’ONU per l’istruzione: più di 230 bambini e insegnanti uccisi. Più di 30 università con attacchi diretti. L’Università di Scienze e Tecnologie di Teheran un intero edificio raso al suolo. La Facoltà di Farmacia di Shiraz. L’Università di Tecnologia di Isfahan. Shahid Beheshti, uno dei più prestigiosi atenei iraniani: il suo Istituto di Ricerca Laser e Plasma distrutto. L’Università Imam Hossein (Teheran) colpita, colpiti parti del campus di Scienze e Tecnologie e del campus dell’Ospedale veterinario specializzato dell’Università di Urmia, anche le università di Mashhad, Sanandaj e Ahvaz hanno subito ingenti danni. L’ultima, il 6 aprile, l’Università Sharif di Tecnologia di Teheran, la principale scuola di ingegneria in Iran.

Poi i centri di ricerca e le strutture sanitarie. L’Istituto Pasteur d’Iran, fondato nel 1920: raso al suolo. L’OMS lo ha confermato: “reso incapace di continuare a erogare servizi sanitari”. La fabbrica farmaceutica Tofigh Daru, distrutta. Esfandyar Batmanghelidj, ricercatore sulle sanzioni e fondatore del think tank Bourse & Bazaar Foundation, ha detto: “L’Iran produce il 90 per cento delle dosi di farmaci di cui ha bisogno. Aziende come Tofigh Daru producono ingredienti e precursori utilizzati per una vasta gamma di farmaci nazionali. L’unico motivo per colpire questo obiettivo è limitare la produzione di medicinali in Iran”. Il giorno dopo, un secondo stabilimento farmaceutico, Daro Bakhsh Pharmaceutical Factory (Teheran). In totale, secondo il viceministro della Salute iraniano, oltre 190 strutture sanitarie colpite. Il Gandhi Hospital nel nord di Teheran è stato danneggiato, l’ospedale Khatam al-Anbiya, l’ospedale Motahari (grandi ustionati), l’ospedale Valiasr (Teheran) colpiti, l’ospedale Delaram Sina (psichiatrico, Teheran) ha subito danni significativi, l’ospedale Imam Ali (Andimeshk, Khuzestan) danneggiato, l’ospedale Persian Gulf Martyrs (Bushehr) è stato messo fuori servizio. 21 centri di emergenza medica sono stati danneggiati in tutto il paese e un magazzino della Mezzaluna Rossa è stato direttamente preso di mira, con la distruzione di contenitori di soccorso, due autobus e altri veicoli di emergenza.

E poi il patrimonio dell’umanità. Oltre 131 siti storici e culturali colpiti. A Teheran: il Palazzo Golestan – la “Versailles persiana”, come l’ha definita l’UNESCO – con la sala degli specchi in frantumi. Il grande Bazaar è stato danneggiato negli attacchi. Si tratta di molto più di un centro commerciale: è una rete urbana vivente che intreccia commercio, vita religiosa e interazione sociale, con un ruolo storico cruciale. Palazzo del Marmo (Kakh-e Marmar), Casa Teymourtash, Complesso di Saadabad danneggiati. Isfahan: Piazza Naqsh-e Jahan (Patrimonio UNESCO, era Safavide), danneggiata dai bombardamenti, il Palazzo Chehel Sotoun (delle Quaranta Colonne), con un affresco di quattrocento anni spaccato a metà. Palazzo Ali Qapu (Patrimonio UNESCO, era Safavide), danneggiato, Masjed-e Jame (Moschea del Venerdì, Patrimonio UNESCO, la più antica moschea del venerdì d’Iran), un’onda d’urto ha fatto precipitare a terra le iconiche piastrelle turchesi, e i pannelli calligrafici sono stati spostati e distrutti, insieme a danni nell’area del minareto storico. Il Grande Bazaar (Patrimonio UNESCO, era Safavide), colpito nei raid. Masjid-e-Atiq (grande moschea congregazionale, VIII sec., era abbaside) una delle più grandi moschee congregazionali dell’Iran, la cui prima costruzione risale all’VIII secolo sotto il califfo abbaside Al-Mansur. Buyidi, Selgiuchidi, Safavidi e Qajar l’hanno ampliata e rifinita nei secoli, un palinsesto storico unico è stato danneggiato. Le grotte preistoriche della Valle di Khorramabad – testimonianze della presenza umana 63.000 anni fa – fratturate. L’UNESCO aveva comunicato le coordinate di tutti i siti prima degli attacchi. Non è servito a nulla. Poi: Castello di Falak-ol-Aflak a Khorramabad – Lorestan. Palazzo Asef Vaziri, Palazzo Salar Saeed, Palazzo Khosroabad a Sanandaj. Le aree storiche urbane di Qom, Tabriz, Shiraz hanno anch’esse subito danni. A queste si aggiunge che 48 musei in tutto il paese hanno subito danni, con collezioni e spazi espositivi colpiti.

Più di cento esperti di diritto internazionale statunitensi – professori di Yale, NYU, Harvard, ex consiglieri legali del governo e delle forze armate – hanno firmato una lettera: “L’attacco è una chiara violazione della Carta delle Nazioni Unite. La condotta della guerra solleva seri interrogativi su potenziali crimini di guerra”. La Missione indipendente dell’ONU parla già di atti che “possono configurare crimini contro l’umanità“.

Non è una guerra. È un programma di cancellazione. Colpire le scuole significa colpire la memoria futura. Colpire i laboratori significa colpire la capacità di guarire. Colpire i siti archeologici significa colpire le radici di un popolo. Colpire le università significa colpire la possibilità stessa di un paese di rialzarsi.

Trump lo ha detto esplicitamente. E lo sta facendo.

Il silenzio dell’Europa è complicità.



Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore)

L’articolo è stato pubblicato su  Comune-info il 7 aprile 2026

La Foto è di Mollyroselee da Pixabay

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Le ragioni economico-politiche dell’attacco Usa-Israele contro l’Iran: una possibile interpretazione

di Andrea Fumagalli


L’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell’Iran e dell’attuale regime. L’ipocrisia del pensiero mainstream plaude all’iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di “libertà delle donne”. Perché parlo di ipocrisia? Per vari motivi, come cercherò di spiegare in queste note.

1. L’attacco Usa-Israele non ha come obiettivo la liberazione dell’Iran dalla teocrazia. Le origini di questo attacco hanno ben altri obiettivi, di natura interna e internazionale. Le aspettative, sacrosante, per una situazione politica più libera e una migliore condizione delle donne, purtroppo, sono destinate a svanire e a non migliorare. È solo uno specchietto per le allodole, dietro il quale si nascondono altri obiettivi, soprattutto se a gestire questo attacco militare sono due paesi che non sono sicuramente esempi di tolleranza e libertà.

2. L’attacco Usa-Israele (ma soprattutto Usa) ha come obiettivo il condizionamento delle traiettorie di export dalle materie prime, in primis il petrolio, nei confronti della Cina. Non è un caso che gli interventi militari targati Trump, in spregio a qualsiasi rispetto del diritto internazionale, hanno colpito Venezuela e Iran, tra i principali esportatori di petrolio verso la Cina.

3. L’Iran non è il Venezuela ma come il Venezuela ha una Costituzione che garantisce il passaggio dei poteri. La morte di Khamenei (così come il sequestro di Maduro) non ha avuto come conseguenza un “regime change” (cambio di regime). Nel caso del Venezuela, ampiamente ricattabile se non ha più il controllo sulle riserve petrolifere, la nuova amministrazione Rodríguez ha dovuto sottomettersi al ricatto del grande capitale Usa (ne ha parlato Angelo Zaccaria su Effimera). Difficilmente ciò potrà avvenire con l’Iran, la cui teocrazia detiene saldamente il controllo statale delle riserve petrolifere. Anzi, il posizionamento geo-strategico dell’Iran potrebbe portare conseguenze negative per le stesse economie occidentali.

4. Ogni giorno attraverso lo stretto di Hormuz transitano circa 20 milioni di barili tra greggio e prodotti petroliferi. Oltre il 20% del consumo mondiale. Circa il 70% delle riserve produttive Opec+ si trova nei Paesi del Golf che sono a loro volta bloccati. Arabia Saudita, Iraq, Kuwait ed Emirati non riescono a esportare normalmente. Le uniche rotte alternative al momento esistenti – l’oleodotto Petroline saudita verso Yambu sul Mar Rosso e il gasdotto Hashban-Fuyjairah dagli Emirati – coprono insieme il 15%dei volumi normali: insufficienti tamponare lo shock. Il GNL – Gas Naturale Liquefatto – è il comparto in assoluto più a rischio. Il Qatar, terzo esportatore mondiale, non dispone di alcuna rotta alternativa. Occorre però dire che l’83% dei volumi è destinato ai mercasti asiatici. Cina, India, Giappone e Corea del Sud ricevono insieme il 69% di tutto il greggio in transito per Hormuz. Si spiega così che al momento le uniche navi che sono in circolazione sullo stretto sono solo quelle iraniane e cinesi. Per l’Europa il contraccolpo è elevato, dal momento che la dipendenza europea dal gas qatariota è aumentata significativamente nel contesto della strategia di diversificazione delle forniture energetiche, volta a ridurre la dipendenza dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022. Nel 2024-2025, l’esportazione dal Qatar ha raggiunto una quota sul fabbisogno totale compresa tra il 12-14%.

5. Vi sono poi interessi nazionali in Usa e Israele, sebbene fra loro contrapposti. Netanyahu spera in una guerra di lunga durata. In tal modo ha più probabilità di vincere le elezioni il prossimo ottobre. In caso negativo, rischia la prigione. Non a caso ha attaccato subito il sud del Libano, con la scusa del lancio di alcuni missili da parte di Hezbollah. Trump invece, vorrebbe chiudere il conflitto in breve tempo, per presentarsi alle elezioni di Mid Term (il prossimo novembre) da vincitore e con poche vittime americane. Si tratta di elezioni che al momento non vedono Trump in una buona posizione, dopo i fallimenti economici e il dispiegamento dell’ICE nella deportazione degli immigrati.

6. Nel frattempo, i prezzi di petrolio (che ha raggiunto gli 80$ al barile) e del gas (50 Euro al Kw) aumentano con i rischi inflazionistici che già abbiamo sperimentato, a danno del potere d’acquisto del lavoro. Le borse internazionali perdono terreno, la speculazione al ribasso si infiamma, in un contesto che già si presenta assai fragile e sempre più instabile, soprattutto per quanto riguarda la tenuta del dollaro. Ricordiamo che una parte rilevante del mercato finanziario, quella che fa riferimento ai fondi di private equity e private capital Usa  [1], si trova in una situazione di sofferenza per l’eccessiva esposizione sul settore del software, che si trova in crisi di profittabilità a causa della concorrenza dell’IA. I primi effetti si sono già fatti sentire: dall’inizio del 2026, solo 26 dollari ogni 100 investiti nei fondi azionari globali sono finiti negli Stati Uniti. Erano 73 dollari ogni 100 nel 2024 (qui la fonte). Tale riduzione dei movimenti di capitale verso le borse Usa può avere ripercussioni sulla solvibilità del debito estero e anche, indirettamente, se il dollaro accentua la svalutazione già in atto, sulla tenuta del debito interno. Si tratta di fatti poco noti e raramente riportati dai media (l’informazione si trova oggi in un buco nero di cui non si vede il fondo) ma tale situazione può essere uno dei fattori (tra altri), che hanno spinto all’azione militare l’Amministrazione Trump nel tentativo di recuperare quell’immagine di gendarme militare del mondo che negli ultimi anni, dopo l’Afghanistan e la Somalia, aveva cominciato a vacillare. Non stupisce quindi che il dollaro negli ultimi due giorni si sia rivalutato rispetto all’euro di quasi il 3% (dopo una svalutazione nell’ultimo anno di circa il 15%).

7. In questa fase di transizione dal vecchio ordine unipolare ad un nuovo ordine potenzialmente multipolare, un ruolo importante viene sempre più svolto dai paesi Brics+. Tuttavia tali paesi non sono ancora in grado di rappresentare un contro-potere agli Usa perché ancora troppo poco coesi e disomogenei, con interessi diversi e spesso fra loro competitivi. L’Europa conta sempre meno, presenta divisione tra chi è supino alla Nato (Francia e Germania in testa) e chi è supina agli Usa (Italia) e chi coltiva interessi corporativi nazionalistici (Ungheria). Tali discrepanze in Europa e nel Sud Globale sono ben evidenziate dai recenti incontri tra il cancelliere tedesco Merz e il leader cinese XI e tra il premier indiamo Modi e Netanyahu.

8. Il conflitto in corso con l’Iran è un conflitto tra due “crazie”. Da un lato, la “teocrazia” iraniana (che tuttavia non è molto dissimile dalla “teocrazia” israeliana, dove il fondamentalismo degli ebrei ortodossi detta legge, soprattutto in Cisgiordania), dall’altro la “tecnocrazia” americana. In entrambi i casi, si tratta della violazione delle più elementari regole democratiche e dei principi del diritto internazionale.

È tempo per un nuovo internazionalismo progressista, per la solidarietà e la pace dei popoli, contro ogni sovranismo sia esso laico o religioso! Per la riduzione delle diseguaglianze e il rispetto dei vincoli ecologici, contro le politiche di depredazione ambientale e sociale!

NOTE

[1] I fondi di private equity (ovvero, fondi azionari privati) sono uno strumento rilevante per sostenere le imprese, perché investono in aziende che di solito non sono quotate in Borsa acquisendo molto spesso la maggioranza (o anche una minoranza) del capitale. Dopo un po’ di anni, tendenzialmente cinque, rivendono la società a un altro fondo o la quotano in Borsa. Ormai si tratta di un mercato gigantesco, che negli Stati Uniti ha raggiunto un valore di4mila miliardi di dollari. I fondi di private credit (fondi di credito privato), invece, finanziano le imprese sostituendosi alle banche. Il problema è che questo mercato, negli Stati Uniti, negli ultimi anni è cresciuto molto sia perché spinto da un’elevata concorrenza, sia per costante aumento degli indici di borsa che hanno favorito laute plusvalenze per la speculazione. Circa un terzo degli investimenti di private equity e private capital è verso società di software il cui valore è crollato, per la concorrenza delle nuove tecnologie legate all’IA



L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 4 marzo 2026

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Rileggendo “Eternal Fascism” di Umberto Eco dopo che sono trascorsi trent’anni 

di Gianni Giovannelli

…in modo che le cose presenti

ci offendono, le future ci minacciano;

et così nella morte si stenta, nella vita si teme

Niccolò Machiavelli (Epistola della peste, Roma, 2019, pag. 52)

Il 25 aprile del 1995 Umberto Eco, visiting professor presso la Columbia University di New York, fu invitato a tenere una lezione-conferenza in sede e lesse un testo scritto appositamente per l’occasione, divenuto subito celebre: Eternal Fascism: Fourteen Ways of Looking at a Blackschirt. Dopo la prima edizione a stampa pubblicata dal mensile New York Review of Books seguirono numerose traduzioni, fra cui quella italiana del 1997, attualmente in commercio con La nave di Teseo, senza più l’originaria suddivisione in capitoli. Al momento di indicare le 14 Characteristics del fascismo, Eco premette che esiste un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istituti oscuri e di insondabili pulsioni e a queste, non al fascismo storico, egli intende fare riferimento, in spirit of this fuzziness (confusione sfocata, l’autore è un vero maestro nell’uso dei vocaboli, la traduzione è un problema!). Mancano nell’elenco elaborato (credo volutamente) riferimenti economici, sociali, giuridici, tecnici, istituzionali. Inoltre tiene ad avvertirci a scanso di equivoci: sono 14 caratteristiche presenti anche in other Kinds of Despotism or Fanaticism.

Nell’aprile del 1995, al tempo della prolusione di Eco, il Presidente degli Stati Uniti era (dal 1993) il democratico Bill Clinton, che aveva sconfitto il repubblicano Bush e sarebbe rimasto in carica per due mandati. In Italia Umberto Bossi aveva ritirato la fiducia al primo governo Berlusconi, e primo ministro fu nominato Lamberto Dini, con il sostegno del PDS e della Lega, definita da Massimo D’Alema una costola della sinistra. Il governo, per prima cosa, decise la riforma delle pensioni, con il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo e un con un conseguente taglio notevole del percepito. I neofascisti erano tornati all’opposizione, dopo una breve esperienza di potere durante il primo esecutivo Berlusconi. Nel gennaio del 1995 si tenne il XVII congresso di scioglimento del M.S.I., con la svolta di Fiuggi, la nascita di Alleanza Nazionale, il riconoscimento formale della Costituzione e perfino una sia pur prudente dichiarazione di “antifascismo”; la diciottenne Giorgia Meloni si trasferì dal nostalgico Fronte della Gioventù alla neonata Azione Giovani, assumendone ben presto la presidenza, primo gradino di una lunga carriera politica.  Questo era il quadro in cui si collocava Eternal Fascism, un quadro da tener presente per comprenderne la genesi e il contenuto. In Europa e negli Stati Uniti il fenomeno della destra c.d. populista era ancora minoritario, riguardava segmenti di malessere sociale legati alla crisi dell’industria manufatturiera tradizionale, alla caduta del Muro e alla dissoluzione dell’URSS, alle conseguenze del processo di precarizzazione, all’incremento della povertà, alla crescente presenza di manodopera immigrata.  Solo in Italia, unica eccezione, la destra neofascista, dopo essere stata sdoganata (ma non era mai stata isolata per davvero, era una presenza costante nelle istituzioni burocratiche e militari) aveva ottenuto posti di governo nazionale grazie al ciclone elettorale connesso all’ingresso in campo di Silvio Berlusconi. C’era un grande interesse dell’Occidente democratico (socialista e liberale), nel 1995, a comprendere come era stato possibile e il perché.

Trent’anni dopo

A trent’anni di distanza, in una situazione geopolitica profondamente mutata, a fronte di una transizione che ha lasciato traccia profonda e provocato notevoli trasformazioni, il terrore del fascismo, come progetto del capitale e come realtà distopica in arrivo, è entrato a far parte del nostro vivere quotidiano. E il pensiero corre a rievocare lo scritto di Eco, inteso quasi come una profezia, l’intuizione di ciò che si andava preparando sotto i nostri occhi. Di fronte al fascismo il contrasto, la resistenza, l’opposizione non può che chiamarsi antifascismo; e, come il fascismo anche l’antifascismo ha una sua storia, i suoi protagonisti, le sue strutture organizzate, le sue forme di lotta. Ma se quello che ci troviamo di fronte fosse altra cosa da quello che (politicamente, istituzionalmente, economicamente, militarmente, socialmente) per combatterlo chiamiamo fascismo non andremmo ad incappare in ciò che i giuristi chiamano aberratio ictus (colpire un destinatario diverso da quello cui miriamo)?

Other Kinds

Umberto Eco, semiologo, curava con attenzione la scelta di ogni vocabolo con cui componeva i concetti di ogni singola frase. Non scrive per caso che le 14 insondabili pulsioni caratteristiche di ogni fascismo emergente (e tuttavia tali da non poter essere irregimentate in un sistema), oltre a comparire spesso separatamente in ogni singola loro collocazione, possono essere presenti, ciascuna o tutte, anche in altre specie (Kinds) di dispotismo (dispotism) o di fanatismo (fanaticism). L’elenco delle 14 caratteristiche ci viene offerto in uso come fosse una cassetta degli attrezzi, un sensore, un fascism detector che ci avvisa di un possibile insorgere di questa nebulosa di istinti oscuri. Perché, si chiede Eco, nel biasimare con forza un comportamento o un atteggiamento prepotente e aggressivo, si grida fascist pig? E di rado invece compare un porco nazista o un porco falangista? Perché, risponde, il fascismo storico italiano costituì una confusione sgangherata in cui si consolidò una confusione strutturata sul piano istituzionale; ma proprio questa debolezza filosofica (intendo filosofia del diritto e dottrina dello stato) è quella che consente al fascismo di rimanere oggi più rappresentativo del nazismo, la cui ideologia si andò dissolvendo insieme al regime sconfitto nella seconda guerra mondiale. La voce “fascismo” della Treccani (scritta dal Gentile) mostra un sistema statuale diverso da quello che Carl Schmitt aveva delineato per Hitler. Oggi il nazismo è a sua volta oggetto di riabilitazione in Germania, come il falangismo in Spagna, e vedremo il come e il perché. Ma nel 1995 l’unico pig che toccava un cuore polemico era quello fascist, valeva per un prepotente, per un omofobo, per un razzista, per un fondamentalista religioso, per chiunque aggredisse la libertà degli altri. E in un diverso quadro politico-sociale il termine prevale, riassume, come scriveva Eco, il rifiuto di una cultura prevaricatrice, di un modo di sentire, di pensare, di agire. Ma si parla di rapporti nella società, non di istituzione giuridica statuale complessiva, legislativa, esecutiva, giudiziaria; quella è altra cosa.

Le 14 caratteristiche

Elenchiamo sinteticamente le 14 caratteristiche del fascismo individuate da Umberto Eco, così da intendere subito quanto esse compaiano anche in altri generi dispotici o fondamentalisti; sono una cartina di tornasole che rende visibile un modo fascista di pensare, sentire o agire, ma non sono una sua esclusiva e va rimosso il potenziale equivoco fuorviante. 1) Culto della tradizione (con un sincretismo che mescola Tolkien, Evola e Gramsci). 2) Rifiuto del modernismo (irrazionalismo e anti-illuminismo). 3) Culto dell’azione (disprezzo del culturame). 4) Ogni disaccordo è un tradimento. 5) Paura del differente, xenofobia, razzismo. 6) Sobillazione delle classi medie impoverite dalla crisi e frustrate. 7) Nazione come identità sociale e ossessione del complotto, nemici interni ed esterni in agguato. 8) I nemici sono al tempo stesso forti e deboli, ricchi predatori ma destinati a perdere. 9) Vivere per lottare, guerra permanente, pacifismo come collusione con il nemico. 10) Disprezzo per i deboli, elitismo di popolo. 11) Culto della morte, eroismo, vocazione al martirio. 12) Rifiuto della castità e dell’omosessualità, armi come gioco fallico. 13) Populismo qualitativo, l’individuo deve rispettare la voce maggioritaria del popolo. 14) Neolingua, con sintassi elementare e lessico impoverito. Alcune annotazioni di Eco appaiono datate: ad esempio quale tipico nemico interno indica gli ebrei, di solito l’obiettivo migliore perché sono al tempo stesso dentro e fuori, mentre oggi il nemico interno in voga nell’Europa intera è piuttosto l’antisemitismo appioppato a chiunque azzardi una critica a Israele (stato o governo: non cale). Ma non cambia la sostanza del ragionamento di Eco, basta un aggiornamento di costume e di bersaglio comunicativo.

Fascismo e nuova articolazione del comando

A mio avviso lo scritto di Eco rimane valido ed utile ove lo si utilizzi per come è stato concepito: con riferimento a un modo di pensare, di sentire, di agire, di abitudine culturale. Il fascismo storico – inteso come assetto economico, lavorativo, sociale, istituzionale – non torna e non può tornare, né qui, né altrove nel mondo. Il Decreto del Duce n. 853 del 20.12.1943 affermava che lo stato fascista o è corporativo o non è. Nella nuova Repubblica Sociale trasferiva, più radicalmente, i principi già presenti nella Carta del Lavoro introdotta nel 1927, elaborazione di quella redatta a Fiume il 30 agosto 1920 dal sindacalista Alceste De Ambris (gli articoli 13 e 14 riguardano le corporazioni). Anche Leone XIII, il papa della Rerum Novarum, sosteneva il corporativismo, inteso come un vero e proprio organo dello stato. L’idea era quella di governare il modo di produrre c.d. fordista sottraendolo alla lotta di classe, in contrapposizione al socialismo ma in concorrenza con la democrazia liberista; Mussolini ottenne il consenso sia delle imprese sia della Chiesa cattolica e instaurò la dittatura per annientare le organizzazioni socialcomuniste del movimento operaio (i liberali e i repubblicani così come i cattolici poco docili finirono nel tritacarne insieme a loro). Ma pur liberticida il fascismo aveva bisogno di consenso popolare e per ottenerlo doveva sfidare sul piano sociale il socialismo reale nato con la rivoluzione d’ottobre. Durante il fascismo l’industria di stato (in particolare l’IRI) si sviluppò in modo significativo, guidata da Alberto Beneduce, con operazioni di salvataggio delle imprese durante la crisi del 1929 (mediante acquisizione pubblica dei pacchetti azionari) e con separazione netta fra sistema bancario e sistema industriale. La siderurgia fu anch’essa presa in mano dallo stato fascista e affidata al legionario fiumano ebreo Oscar Sinigaglia, che potenziò l’ILVA a Bagnoli, Piombino e Cornigliano (estromesso con il varo delle leggi razziali fu poi richiamato nel dopoguerra). Il fascismo nazionalizzò l’acciaio, la democrazia lo privatizzò nuovamente, la destra attuale di Giorgia Meloni, nella nuova crisi dell’oggi, si pone in continuità e sintonia con i lib-lab europei, promuove una politica siderurgica antifascista! Per ottenere consenso il fascismo, nell’attuare le bonifiche, consegnò piccoli appezzamenti di terra a singole famiglie; convivevano così i vecchi latifondi e le nuove piccole proprietà agricole, i braccianti poveri antifascisti e un nuovo ceto proletario che ancora oggi, in provincia di Latina, non nasconde simpatie nostalgiche per Mussolini. Senza dimenticare l’edilizia popolare degli anni Trenta, l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, il reticolato di organizzazioni sociali del regime (dalla GIL ai Littoriali della Cultura, alla GUF, ai Balilla). La dittatura garantiva con il bastone agrari e industriali che non si lasciava spazio al dissenso assicurando la continuità produttiva, ma al tempo stesso con la carota prometteva ai sudditi quieta stabilità e una sorta di prudente welfare nei servizi sociali, nel sistema pensionistico e sanitario. La piccola borghesia alle dipendenze dello Stato sonnecchiava consenziente nello stagno di una relativa agiatezza, forse non reale ma così percepita. Il corporativismo sindacale veniva presentato quale alternativa alla lotta di classe, tutti, servi e padroni, formavano la nazione, avevano la missione di proteggerla dal nemico (interno o esterno). Il nazionalismo e il colonialismo, nell’ultimo periodo affiancati dal razzismo e dall’impero (Libia, Etiopia, Somalia, Albania, Dodecaneso), costituivano il retroterra ideologico del consenso al regime. Pareva un impianto indistruttibile. La guerra mondiale dimostrò che non era tale.

La nuova articolazione del comando non è per nulla corporativa, non solo si guarda bene dal negare la divisione in classi, ma la accentua, la esalta, la impone. Promuove la condizione precaria generalizzata, e questa è incompatibile con la stabilità legata alla concezione corporativista. La nuova articolazione del comando combatte ogni ingerenza del capitale pubblico e dello stato, privatizza tutto, non si limita alla siderurgia, si estende all’energia, alle comunicazioni, all’armamento, perfino allo spazio in cui volano solo satelliti delle imprese private in lotta fra loro per il dominio del settore. Il precariato è una merce umana che si compra sul mercato, senza necessità di consenso dei singoli soggetti; la piccola borghesia va sparendo e rimane una forbice allargata che separa i ricchi dai poveri senza vie di mezzo. I primi sono sempre meno e sempre più ricchi; i secondi sono sempre di più, impoveriti, divisi in segmenti in lotta fra loro per sopravvivere. Non a caso è quasi sparita dalla scena politica l’antica destra sociale che costituiva la spina dorsale del MSI e della CISNAL (oggi trasformata in UGL, struttura più fiancheggiatrice della parte datoriale che corpo estraneo alle istituzioni). Il rancore più del corporativismo par essere il vero cemento che tiene insieme le variegate e variopinte strutture dell’ultradestra europee, tutte alquanto disinvolte quando si tratta di superare contraddizioni solo apparentemente irrisolvibili quanto a etnie, religioni, famiglie, orientamenti sessuali, trattati internazionali, guerre. L’importante è coltivare l’odio, il conflitto, la vendetta, la prevaricazione, l’umiliazione di un sottomesso.

Il comando nel tempo della condizione precaria

A mio avviso il fascismo storico (quello reale di Mussolini, per intenderci) fu un esperimento (il primo e fondante) realizzato per far funzionare il comando quando la catena di montaggio e la fabbrica insediata nel territorio costituivano l’elemento dominante, quello che dettava la tabella di marcia. La dittatura doveva rompere l’organizzazione della classe operaia, senza tuttavia incrinare il consenso delle altre componenti sociali, specialmente della piccola borghesia, ma anche del mondo agricolo e dell’artigianato. Welfare e manganello, parrocchia ed esercito venivano unificati nell’ideologia della nazione, con legame necessario. L’intervento dello stato nell’economia e il corporativismo nel rapporto di lavoro costituivano condizioni irrinunciabili dell’istituzione fascista. Per questa ragione il fascismo storico non può sopravvivere a quel sistema di produzione .

Umberto Eco mette in luce tuttavia una serie di elementi (caratteristiche) presenti nel fascismo e in grado di sopravvivergli proprio perché cooptabili da other kinds, utilizzabili dal sistema di comando dentro la transizione. Ciò che avviene sotto i nostri occhi è proprio questo: il capitalismo finanziarizzato non esita nel servirsi di questa nebulosa di istinti oscuri per esercitare il dominio. Ma non bisogna commettere l’errore di non saper leggere le differenze, perché sono differenze istituzionali, politiche, economiche, sociali. Un esempio di quel che ci troviamo a dover contrastare lo troviamo negli USA, elaborato da Russel Vought, il teorico del c.d. originalismo costituzionale, in chiave tuttavia modificata (un preteso spirito originale, non solo il testo): a lui è affidata l’esecuzione del progetto trumpiano, con già 182.528 licenziamenti del personale federale (il 10%).

Con l’originalismo costituzionale propugnato dal suo Center of Revening America si intende trasformare l’edificio giuridico in vigore negli USA in qualche cosa di diverso. La teorica possibilità di una simile trasformazione l’aveva individuata Kurt Godel, il geniale autore del celebre saggio sulle proposizioni formalmente indecidibili. Racconta infatti Oskar Morgenstern (il fondatore della teoria dei giochi) di quando, nell’aprile del 1948, lui e Einstein accompagnarono quali testimoni Godel nella cittadina di Trenton a sostenere l’esame  per ottenere la cittadinanza americana e questi, nonostante gli avvertimenti dei due amici, non riuscì a trattenersi davanti al funzionario che curava la pratica. Replicando all’affermazione (lei ha vissuto sotto una malvagia dittatura … per fortuna questo non è possibile in America) Godel disse di avere scoperto un metodo logico-legale con il quale gli USA potrebbero trasformarsi in una dittatura. Grazie all’azione di contenimento di Einstein l’esame si concluse positivamente, ma la scoperta di Godel (mai stesa in forma scritta) aveva evidentemente delle basi, visto quanto sta accadendo in quel paese, ad opera proprio del suo presidente in carica!

Il consolidamento dell’opzione autoritaria sta segnando i passaggi dentro la transizione, seguendo percorsi diversi tutti verso la medesima direzione (una moderna rielaborazione del detto tradizionale tutte le strade conducono a Roma). In particolare nei territori della c.d. democrazia occidentale assistiamo alla trasformazione con interventi logico-legali che paiono uscire dalla fertile mente di Godel. Lo scopo è quello di privatizzare ogni segmento del comune, di appropriarsi della cooperazione sociale sottraendola alla moltitudine, di cancellare ogni residuo beneficio di welfare, di mettere le esistenze a valore mercificandole e mantenendole connesse senza diritti. Ci troviamo di fronte a qualche cosa di diverso e ancor peggiore del fascismo, un fascismo senza corporativismo nei rapporti di lavoro e senza protezione sociale. Ora la cessione della libertà avviene senza alcuna contropartita, viene imposta, non è accompagnata da una richiesta di consenso, vive solo di paura o, nella migliore delle ipotesi, di rassegnazione. Anche la destra di orientamento vetero-fascista deve intraprendere il medesimo percorso delle democrazie occidentali ove intenda sopravvivere. Juan Domingo Peron aveva fondato il partito dei descamisados pescando a piene mani nell’esperienza del fascismo sociale italiano; Javier Milei ha sconfitto l’ultimo peronista, Sergio Massa, rubandogli il populismo e trasferendolo nel progetto di tagli alla spesa pubblica, di licenziamenti, di ghettizzazione violenta. Il nuovo ordine mira a distruggere ogni codificazione perché le codificazioni contengono in qualche modo i diritti; l’unica legge che vale, nel nuovo ordine, è quella dell’imperatore, esercitata con la forza, a prescindere da qualsiasi motivazione, non dovuta e per sua natura mutevole.

Il nuovo ordine sottrae al fascismo storico l’imposizione dittatoriale e violenta come sistema di comando, dal liberismo prende la cancellazione di regole certe e di limiti nell’interesse sociale, dalle teocrazie l’intrusione nella vita privata e sociale, dal socialismo reale la criminalizzazione del dissenso. Il nuovo ordine si oppone alla pace, dovunque, e instaura un clima di guerra permanente, modificando di volta in volta, sempre senza dare spiegazioni, il quadro degli amici e dei nemici. La destra ex-fascista italiana, la prima a raggiungere il governo, rimane razzista, ma destinatari della repressione non sono più gli “ebrei” (promossi ora a popolo alleato) ma gli “immigrati clandestini”, i “nomadi” (nessuna promozione per il popolo sinti rom, per loro niente adozione della definizione Ihra nella legge italiana). Quando è il comandante a incarnare la norma o la sua interpretazione siamo bel oltre la costituzione di Pinochet o il codice Rocco,  diventa potere assoluto, assolutismo. Non è solo un problema terminologico; io preferisco chiamarlo dispotismo ma un termine vale l’altro purché si abbia chiaro quel che ci si para davanti. Comprendere è un necessario presupposto del contrastare con efficacia. Rinchiudere il nuovo assetto dispotico del capitalismo finanziario nella gabbia del “fascismo” contiene l’illusione che possa essere riesumato, per sconfiggerlo, il fronte composto da classe operaia, borghesia, liberalismo, socialdemocrazia, un fronte ormai in archivio della storia trascorsa e non più ripetibile. La classe operaia è ormai assorbita nel precariato, la borghesia è stata quasi completamente cancellata nella società reale, i liberali e i socialdemocratici (intesi quali partiti storici) o non esistono più o quel che ne resta è nella gran parte inglobato nelle file del dispotismo. Per giunta l’uso della guerra (asimmetrica, senza limiti), divenuta ormai un elemento permanente dell’assetto dispotico, l’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale e la sorveglianza diffusa (quella ben descritta da Shoshana Zuboff) hanno contribuito ad accelerare il processo di dissoluzione del ceto medio e la scelta governativa del rifiuto di ogni mediazione nel conflitto sociale (ormai equiparato a terrorismo anche nella legislazione e nella comunicazione di regime). In questo quadro repressivo si cala, dentro la transizione, la sproporzione di mezzi d’offesa fra il potere e la resistenza (anche in forma di resilienza) al comando. Per farlo capire bene ai sudditi è sempre più frequente la reazione repressiva volutamente e consapevolmente sproporzionata, confinando nell’irrilevanza il sentiment dell’indignazione collettiva; costituisce un metodo che oltrepassa la semplice rappresaglia di cui si servivano i nazifascisti per diventare strumento di governo del territorio e di gestione dell’economia nella società civile.

Il capitale finanziarizzato per un verso varca con sempre maggiore frequenza il confine fra oppressione e annientamento, fra repressione e genocidio; per altro verso e contraddittoriamente, dopo aver trasformato ogni esistenza in merce, quando uccide danneggia il proprio potenziale patrimonio, elimina fornitori di dati e di energia. Come fa con l’ambiente, fa con gli umani, conta sul numero, evita di pensare all’esaurimento, si disinteressa della reazione e/o delle possibili conseguenze. Il fascismo si credeva eterno (eternal fascism  propone Eco); il capitale finanziarizzato pensa solo al presente, con progetti di brevissima vita. E questo, a ben vedere, è il suo punto debole, il suo tallone d’Achille.

La scienza ribelle ha il compito di risolvere l’enigma per liberare finalmente l’energia rivoluzionaria. Aveva ragione Marx (aggiorno la prefazione alla seconda edizione del 18 Brumaio, 23 giugno 1869):

“la differenza fra le condizioni materiali della lotta delle classi nell’epoca fordista e nell’epoca contemporanea è così profonda che le manifestazioni politiche rispettive si rassomigliano precisamente quanto l’Arcivescovo di Canterbury rassomiglia al gran sacerdote Samuele!”

E dunque si arriverà, prima o poi, al punto in cui la situazione stessa grida Hic Rhodus, hic salta.



L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 16 febbraio 2026

Rileggendo “Eternal Fascism” di Umberto Eco dopo che sono trascorsi trent’anni  Leggi tutto »

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