GUERRA: LEVATRICE DELLA SOVRANITA’, CARDINE DEL NUOVO ORDINE GIURIDICO

Pubblichiamo il contributo di Gianni Giovannelli al Convegno di Effimera: “ANNI DI GUERRA: MENZOGNE, VERITA’, SCINTILLE”, svoltosi il 15 novembre 2025 al C. S. Cantiere Milano.
Nel 1641, durante la prigionia, Raimondo Montecuccoli scrisse uno straordinario Trattato della guerra, il primo testo sull’argomento in lingua italiana nell’era moderna. Già in apertura annotava: qualunque sia la cagione della guerra ella è colorita col candore della giustizia e del suo mantello ricoperta, dando pretesto all’armi di guerra giusta. Tuttavia le finalità reali del conflitto, una volta rimosso il colore che le nasconde, sono profondamente mutate nel corso dei secoli. E con le finalità – o forse anche quale conseguenza delle finalità – sono cambiati gli strumenti utilizzati sul campo per battere il nemico, le modalità di combattimento, le regole stesse dello scontro. Definire, qui e oggi, il concetto di guerra, impone allora di esaminare preliminarmente il complessivo percorso logico che conduce alla decisione di sceglierla quale soluzione risolutiva, in luogo di un’altra, compromissoria, meno pericolosa e meno sanguinosa.
Lo Statuto delle Nazioni Unite fu firmato a San Francisco il 26 giugno 1945; 41 giorni dopo fu sganciata la prima bomba atomica sulla città di Hiroshima. Seguì la seconda, il 9 agosto, su Nagasaki. Morirono circa duecentomila persone. Eppure il 24 ottobre successivo lo Statuto fu ugualmente ratificato e vincola ancora (meglio: dovrebbe vincolare) i 193 stati membri. Il preambolo del 26 giugno inizia declinando un suggestivo intento: Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra. L’art. 1 afferma, perentoriamente, che i fini sono mantenere la pace e la sicurezza internazionale; l’art. 4 impone ai governi di risolvere le controversie con mezzi pacifici (comma 3) e di astenersi nelle loro relazioni dalle minacce e dall’uso della forza. Questi principi non mutarono il destino dei cittadini di Hiroshima ma vennero recepiti, nella Costituzione della nuova Repubblica Italiana, anno 1946, art. 11: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie. Sia pure tra mille contraddizioni quel che si intendeva perseguire, dentro la guerra fredda, era una coesistenza pacifica non solo fra i due blocchi, ma pure fra tutti i c.d. paesi non allineati, al loro interno assai diversi per scelte nazionali di tipo economico, sociale o religioso. Certamente non mancarono comportamenti bellicosi in palese contrasto con le linee guida dei patti sottoscritti, ma altrettanto certamente ci si sforzava di discostarsi, almeno nella filosofia del diritto, dall’elogio della guerra di aggressione, di conquista, di supremazia violenta. Non è più così oggigiorno. Erosa dagli eventi e travolta da disinvolte interpretazioni delle norme, usando la teoria della costituzione materiale per giustificare ogni stravolgimento, la pace liberal-social-democratica prosegue il cammino verso l’archiviazione senza incontrare ostacoli. In questa fase di transizione viene infatti costruito su larga scala un nuovo assetto, diverso dal precedente, ritenuto, da chi detiene il potere economico, più utile e più redditizio.
L’attuale modo di produzione è fondato sulla abrogazione, anche formale, di ogni garanzia di stabilità. Viene rimosso il tradizionale legame fra la creazione di valore e un preciso ambito territoriale, con le sue specifiche comunità di lavoratori. La presenza fisica sul luogo in cui ha sede l’impresa e la misurazione temporale dell’attività espletata non sono più gli elementi chiave utilizzati per individuare la retribuzione corrisposta o, quantomeno, non lo sono più in prospettiva tendenziale. Sia la merce materiale sia il prodotto immateriale possono raggiungere i mercati, e consentire il profitto, solo se viene impiegata energia lavorativa precaria, in gran parte fungibile, sfruttando appieno la cooperazione sociale, appropriandosi del comune mediante meccanismi di parziale o totale esclusiva. L’odierno capitalismo finanziarizzato si serve dei sistemi di connessione per mettere a valore l’intera esistenza, neo-schiavitù posta quale condizione del permanere in vita. Chi non si connette, o rifiuta il proprio consenso alla connessione operosa, non mangia.
L’intelligenza artificiale sta accelerando il cammino, già avviato, della transizione, dal precedente sistema di produzione al nuovo. Viene generata, in un clima di guerra e coercizione, la nuova struttura sociale, compare sulla scena della storia una mutata composizione degli sfruttati, da inserire, con bastone o carota, in una organizzazione trasformata del processo di valorizzazione.
La scelta del dispotismo.
Emerge, giorno dopo giorno, l’incompatibilità di questo variato modo di ottenere profitto e accumulare ricchezza con la concezione liberale e con quella socialdemocratica dello Stato. Viene archiviato il tradizionale programma condiviso di garantire protezione sociale ai meno abbienti (welfare), dignitosa agiatezza e diritti civili al ceto medio, circolazione delle merci e delle valute senza ostacoli (libero mercato), accettazione del conflitto d’interesse economico fra i diversi segmenti della popolazione, con il proposito, tuttavia, di comporlo, mediante accordi o con un compromesso contenuto in leggi da rispettare. Nella transizione il ceto medio va scomparendo, la forbice fra ricchi e poveri si allarga: la connessione ininterrotta è un fattore estraneo ai meccanismi di mediazione, la divisione fra tempo di lavoro e tempo libero non può trovare ospitalità nel villaggio delle piattaforme e dell’intelligenza artificiale. L’intero edificio della democrazia rappresentativa c.d. occidentale non corrisponde più alle esigenze dell’assetto capitalistico, quello consolidatosi, in forme varie, nel XXI secolo. I miliardari del terzo millennio, avidi di dominio, in tutto il mondo mordono insofferenti il freno, puntano ad imporre l’opzione autoritaria in ogni singolo stato nazionale, cercano lo scontro, boicottano ogni forma di mediazione, negano legittimità al dissenso. Direbbe Lichtemberg (L, 282): visto che in tempo di pace si intona il Te Deum non ci sarebbe niente di più naturale se ora si intonasse il Te Diabolicum.
Nei paesi del c.d. socialismo reale, principalmente in Cina, la struttura giuridica ed economica si è evoluta iniettando nella proprietà dello stato quella privata e cooptando nella gestione del potere politico una leva di imprenditori che hanno via via accumulato ingenti capitali, senza mai mettere in discussione la guida centralizzata. Il 1 gennaio 2021 è entrato in vigore nella Repubblica Popolare il primo sistematico codice civile, che lega l’ossatura giuridica in vigore fino a quel momento agli istituti della tradizione romanistica giustinianea, acquisendo pure elementi tipicamente anglosassoni. In questa sorta di comunismo del capitale (come lo definirebbe Christian Marazzi) compare una divisione fra le società volte a profitto e quelle senza fine di lucro, affiancate da agenzie governative speciali e da quelle a carattere cooperativo. In Italia esiste, in tema, una pubblicazione di Sapienza Università Editrice che raccoglie gli atti di un importante convegno di studi proprio sul codice cinese. Nel mutamento, sul campo, del meccanismo di creazione del valore è rimasto fermo quello, tecnico-giuridico, del controllo centralizzato e gerarchico.
In generale, nei paesi caratterizzati da un solido autoritarismo, la transizione avviene senza toccare le istituzioni nella loro forma, tuttavia agevolando l’ingresso delle piattaforme e dell’intelligenza artificiale, la precarizzazione del lavoro, l’allargamento fra i due estremi della forbice di reddito distribuito, l’obbligo di connessione. Il telefono portatile è presente, sempre, anche nelle sacche di estrema povertà, perfino dentro le carestie. Questo vale nelle repubbliche teocratiche e nelle monarchie islamiche, ma anche in quelle rette dai militari, dal populismo nazionalista, dai clan familiari o dal caudillo di turno. Il capitalismo finanziarizzato delle piattaforme non conosce confini, non ha religione o ideale, è senza principi; non crede in nulla ma usa tutto con disinvoltura, piega la comunicazione alle proprie necessità, ritiene vero solo ciò che è utile.
Il dispotismo in occidente
La transizione, nei paesi in cui si sono alternati governi socialdemocratici e governi liberaldemocratici, percorre un diverso sentiero, adeguandosi alle realtà territoriali. Il fascismo, invenzione politica italiana esportata con successo all’estero fra le due guerre, fu il tentativo di rendere eterno il ciclo fordista, di sottrarre alla forma demoplutocratica la gestione di un ciclo produttivo fondato sulla fabbrica territorializzata, sulla manodopera stabile fidelizzata, sul colonialismo di rapina, sullo stato nazionale, sull’ordine. Era una dittatura, ma aveva bisogno di consenso; a questo servivano le terre bonificate, la retorica delle adunate, la costruzione delle case popolari, la riconduzione al pubblico dell’assistenza sociale (ONMI, ECA, Opera Nazionale Balilla, infortuni, pensioni). Il nazifascismo perse la guerra, venne meno il consenso, rimase escluso dal c.d. arco costituzionale. La socialdemocrazia e il liberalismo coltivarono welfare e stato sociale, la loro alternanza (un patto di reciproco rispetto e riconoscimento di ruolo) non trovò più ostacoli nel rappresentare l’insieme dei paesi liberi per l’intera durata di quel modo di produzione.
La crisi di governance è emersa, con sempre maggior forza, man mano che procedeva la transizione e si affermava il nuovo assetto dell’economia, cogliendo di sorpresa il personale delle istituzioni, impreparato a reggere l’onda travolgente in arrivo. La muta di intellettuali a libro paga ha cercato di minimizzare la portata degli eventi, prima liquidando ogni imprevisto elettorale come passeggero populismo, poi evocando il pericolo fascista per mantenere la situazione in stallo, infine chiamando a raccolta i cittadini contro terrorismo e autocrazia. Non era sufficiente. Come osserva Lichtemberg (L67): che nelle chiese si predichi non rende inutili i parafulmini su di esse. Quando si sono accorti che tutto ciò non bastava sono saliti sul carro dell’estrema destra, convinti di poterne prendere la guida, rinunziando al confronto.
Da Elon Musk a Vincent Bollorè è in costante aumento il numero dei miliardari di ultima generazione che in modo aperto sostengono finanziariamente i movimenti politici nazionalisti ultraradicali nei paesi più sviluppati e più ricchi del pianeta. In Italia il partito di Giorgia Meloni guida da tre anni la coalizione di governo; ha sepolto il vecchio populismo di maniera, ha archiviato i progetti sociali tagliando i fondi all’assistenza, può ormai contare sull’appoggio convinto delle imprese, non solo nel settore delle telecomunicazioni e della finanza, ma anche della logistica, dell’informatica, della farmaceutica, delle armi. Il vento di destra soffia forte in tutta Europa, e non solo negli Usa di Trump o nell’Argentina di Milei; in Francia Macron frana e il Rassemblement National preme all’uscio deciso a prendere il comando. Sarebbe riduttivo rinchiudere i variopinti segmenti di questo aggregato, di recente entrato in scena con prepotenza, nel fascismo novecentesco o nel generale contenitore dell’autocrazia. Siamo di fronte, piuttosto, ad un cambio di passo. Si afferma una concezione sovranista dello stato, in alternativa contrapposta alla tradizionale democrazia rappresentativa dominante nel secolo scorso. Ritorna, in veste aggiornata, l’assolutismo sconfitto dalla rivoluzione del 1789; ma, a differenza di quello precedente, l’assolutismo necessario ai Signori di questo XXI secolo non prevede – non intende riconoscere – neppure il limite di Dio o della Natura. Le ideologie, le religioni e Gaia debbono piegarsi al profitto. Il traguardo della transizione, nel progetto capitalistico attuale, è quello di imporre alla moltitudine sottomessa dei paesi sviluppati un sistema dispotico in salsa occidentale.
Viene cancellata la tripartizione dei poteri
La democrazia rappresentativa vive di consenso ottenuto con la mediazione, con la tutela legislativa dei diritti e con il welfare. Il fascismo novecentesco si reggeva sull’idea di ordine e sicurezza, mediante la dittatura, con la compressione dei diritti, senza tuttavia tralasciare l’assistenza sociale ad evitare sedizioni. Il dispotismo occidentale (come le altre forme del dispotismo contemporaneo) nega fondamento alla concezione dello Stato connessa all’esistenza di un contratto sociale. I sudditi tali sono; poiché si vuole mettere a valore l’intera esistenza, essi stessi diventano merce, e la merce non ha diritti, ha solo proprietari, venditori, acquirenti. Le radici di questa dottrina del potere possiamo ritrovarle nel celebre trattato di Jean Bodin (Les Six Livres de la Republique, 1, 1, 1576): per sovranità si intende quel potere assoluto e perpetuo che è proprio dello Stato. Bodin separa il droit, ovvero il concetto astratto di giusto, dalla lex, il comando imposto come atto di volontà del sovrano, prevalente anche sugli usi e sulle consuetudini. La lex può inibire ogni pre-esistente possibilità di accesso alle risorse, non è vero il contrario. Anche la concessione di un privilegio a singoli o collettività compete soltanto a chi detiene il potere; il sovrano è arbitro anche del diritto, è giudice di ultima istanza in ogni controversia, magistrato supremo, libero da ogni limitazione codificata. Scrive Bodin: il Principe giura a se stesso di custodire le leggi, ma non è legato a queste, è un giuramento a se stesso. La magistratura, lungi dal godere di autonomia, è quella disegnata nel sistema imperiale romano, la gerarchia opera all’interno della corporazione, ma anche l’apice dei giudicanti deve obbedire al sovrano assoluto. Siamo di fronte a un pragmatismo politico spinto fino alla spregiudicatezza (cfr. Anna Di Bello in Storia e Politica, XVI, n. 2, pag. 346). Il dispotismo occidentale, come quello neosocialista cinese o teocratico iraniano, si nutre, rielaborandolo, dei principi elaborati dalla tradizione giuridica imperiale romana: quod principi placuit legis habet vigorem (Digesta, I, 4, 1), la fonte del potere è la persona che lo incarna, cui il popolo ha ceduto lo scettro, senza condizioni limitative.
Il programma politico dei nuovi capitalisti, da attuare per mezzo dell’ultradestra e/o degli apparati burocratici-amministrativi-militari, prevede prima l’erosione e poi, in rapido progredire, l’eliminazione della tripartizione dei poteri. La funzione legislativa parlamentare e quella giudiziaria dei magistrati debbono essere gerarchicamente ricondotte al solo potere esecutivo, al governo, al signore, al sovrano assoluto, quale che sia la denominazione formale attribuitagli. Ne abbiamo continuamente la prova. Nel pieno del processo intentato a Netanyahu in Israele l’americano Donald Trump interviene alla Knesset e invita il presidente Herzog a chiudere la vicenda giudiziaria, con un provvedimento di grazia, calpestando l’autonomia dei magistrati. Tutti hanno trovato la cosa normale, alcuni perfino umoristica. In Italia in barba alla Corte Penale Internazionale il governo, invece di arrestare Almasri eseguendo il mandato vincolante, gli ha pagato il volo di rimpatrio; a seguire le Camere hanno negato l’apertura del processo intentato nei confronti di chi aveva preso questa decisione, con insulti e accuse ai togati del Tribunale che avevano osato avanzare la richiesta. Lo ha detto con chiarezza Giorgia Meloni, celebrando il funerale della tripartizione dei poteri, a fronte delle ripetute sentenze (anche europee) in tema di illegittimità della deportazione dei migranti in Albania: noi andiamo avanti lo stesso, se i giudici insistono nel voler giudicare gli atti di governo si presentino alle elezioni!
Il dispotismo occidentale non si regge sul consenso ma sulla paura e sul terrore, dunque ha bisogno della guerra
Il passaggio da un sistema fondato sulla separazione dei tre poteri a quello sovranista in cui domina la funzione esecutiva è un punto irrinunciabile per il contemporaneo assetto capitalistico, perché necessario ad assicurare, forzando i meccanismi di connessione alla rete, l’inserimento dell’intera esistenza nel ciclo di valorizzazione. Durante la pandemia, a prescindere da ogni effettivo bisogno di misure sanitarie, molti governi hanno colto l’occasione per consegnare la funzione legislativa nelle mani dell’esecutivo, introducendo la forma del decreto come modalità ordinaria; venuta meno l’emergenza questo procedimento è rimasto in uso come metodo ordinario. Sempre invocando pretese urgenze -del tutto generiche e immotivate, ma presentate come improrogabili- il potere esecutivo si è servito della forma-decreto per disinnescare, mutando continuamente il quadro legislativo, le decisioni sgradite della magistratura. Lo abbiamo potuto constatare nelle vicende sindacali di Alitalia, in quelle social-ambientali di Ilva, nella gestione repressiva del fenomeno migratorio, dell’ordine pubblico, dell’imposizione fiscale, della politica estera, degli armamenti. Il peso delle rappresentanze parlamentari e delle istituzioni giudiziarie viene eroso da un attacco incessante dell’esecutivo, istigato dalla muta emergente formatasi dentro l’economia finanziarizzata.
Il dispotismo sovranista mira alla sottomissione, non al consenso. Esige obbedienza incondizionata, dunque non concede spazio alla trattativa, non tollera il dissenso perché rallenta il ciclo del profitto, rende meno operosa la connessione, riduce il processo di appropriazione della cooperazione sociale. Per garantire il controllo viene diffusa l’incertezza, viene coltivata l’ansia nel gran mare della precarietà diffusa; viene comunicata, professionalmente, la convinzione che l’unica interpretazione possibile delle norme sia quella indicata dal potere sovrano, che non esistano diritti irrevocabili, né soggettivi né collettivi. Ma l’incertezza non basta. Per far accettare la condizione servile occorre incutere paura, mostrare l’apparato statuale come il male minore, come rifugio che protegge dal peggio. A questo serve il terrore: a iniettare la sensazione di panico che rende incapaci di reagire ai soprusi del tiranno. Il dispotismo occidentale non esita a usare la pandemia, il terrorismo, la guerra per raggiungere lo scopo. Soprattutto la guerra, che non è più, come al tempo di Carl von Clausewitz, la prosecuzione della politica con altri mezzi, ma è divenuta una struttura indispensabile della politica, dell’economia e dello stato.
La guerra come regola permanente
Nel 1999 Qiao Liang e Wang Xiangsui hanno elaborato il concetto di quella che in italiano porta il nome di guerra asimmetrica e in inglese di unrescricted warfare. Fino ad allora gli studi militari non avevano mai messo in discussione il principio secondo il quale ogni guerra doveva essere (almeno a detta di chi l’iniziava) giusta; l’eventuale violazione del diritto umanitario veniva o negata o definita eccezione non voluta. Le quattro convenzioni di Ginevra (12 agosto 1949) sono state ratificate da ben 196 paesi, perfino Israele aveva aderito già il 6 luglio 1951. Le norme approvate prevedono la protezione dei soldati feriti, dei prigionieri di guerra, delle formazioni di resistenza nei territori occupati, riconducono a crimine contro l’umanità ogni atto di violenza contro la popolazione civile e contro i soccorritori della Croce Rossa o della Mezzaluna. Provocare epidemie o sabotare impianti idrici o affamare le città era dunque bollato (e sulla carta rimane tale anche oggi) un delitto.
Il quadro giuridico cominciò a scricchiolare già nell’ultimo quarto del secolo scorso; i tre protocolli aggiuntivi alle convenzioni (1977 e 2007) registrarono un certo numero di diserzioni all’atto della ratifica, così come la normativa contro la tortura (New York, 10 dicembre 1984), firmata dall’ Autorità Palestinese, non da Israele. Ma il punto di svolta fu la c.d. Guerra del Golfo, culminata nell’Operation Desert Storm iniziata il 17 gennaio 1991, con uso di quel Tomahawk che oggi gli ucraini sollecitano a gran voce, per scagliarlo contro i russi. Fu il primo grande conflitto bellico nell’era del villaggio globale, in cui si verificò il tradimento generale delle regole, da parte di tutti. Saddam invase il Kuwait, le sue truppe presero ostaggi, uccisero prigionieri, rapinarono le abitazioni. La coalizione dei 35 paesi democratici bombardò le città, massacrò gli iracheni in fuga lungo l’Autostrada della morte. Fu annientato un convoglio meticcio lungo dieci chilometri, composto da mezzi militari, autombulanze, automobili private, soldati allo sbando, lavoratori immigrati. Nella strage di Mutla Ridge morirono migliaia di persone. Come ebbero a scrivere Qiao e Wang la rivoluzione tecnologica delle armi fu la chiave di volta di un intervento militare che abrogò sul campo il diritto umanitario.
Dal 1991 la guerra, ogni guerra nel nostro pianeta, è sempre asimmetrica, pone l’utilizzo in concreto di ogni eccezione vietata come unica regola da impiegare nello scontro. Sono divenute archeologia giuridica le quattro convenzioni di Ginevra, insieme ai suoi tre protocolli, alle Corti Penali, al divieto di tortura, ai limiti di impiego delle armi atomiche, chimiche o non convenzionali. La deportazione dei popoli, i rastrellamenti, le stragi e il genocidio trovano i loro difensori istituzionali, a volte ipocritamente negazionisti, sempre più spesso disinvolti, fino alla esplicita rivendicazione. Il metodo ha preso piede. Nel 2015 l’Arabia Saudita, contro gli Houthy nello Yemen, ha effettuato sistematiche distruzioni di infrastrutture, causando un’epidemia di colera e migliaia di decessi. Nel 1995 le milizie di Mladic uccisero 8.000 bosgnacchi (musulmani di Bosnia) e la Cour International de Justice con sentenza n. 921 del 26 febbraio 2007 lo qualificò genocidio; nel 2025 rimane invece impunito Israele e sbeffeggiato l’ordine di arresto emesso contro Netanyahu, e chi, come la relatrice ONU Francesca Albanese, usa questo termine tecnico, a fronte di oltre 60.000 gazawi sterminati, viene colpito dalle sanzioni di Trump, senza possibilità di ricorso, additato anzi come esempio negativo.
Fra le regole generali con cui Machiavelli chiude la sua Arte della guerra questa è di sicura attualità: Sapere nella guerra conoscere l’occasione e pigliarla giova più di ogni altra cosa. Gli stati nazionali, nel quadro multipolare che oggi caratterizza l’esercizio del dominio, hanno bisogno di rendere permanente il conflitto in ogni angolo della terra, per introdurre o per rafforzare il sovranismo dispotico. Dunque la massima del Machiavelli si traduce sul campo nella capacità di cogliere, di volta in volta, il pretesto adatto per aprire le ostilità, per trarne vantaggio, sia mettendo a valore i combattenti sia incrementando il profitto sia infine criminalizzando il dissenso. Chi si nutre di polemos per sopravvivere giudica ogni richiesta di pace o di accordo incompatibile con il giusto; sono riconosciute legittime solo le norme utili allo scontro e all’armamento. Lo stato di eccezione, nel tempo del sovranismo dispotico è una struttura ordinaria di governo, l’unica possibile e l’unica compatibile con il modo di produzione fondato sulla vita connessa. La giustizia si salda con la discordia, entrambe hanno due volti. Vive nuova vita il celebre frammento 22 di Eraclito: Polemos di tutte le cose è padre, di tutte le cose è re, gli uni rivela dei, gli altri umani, gli uni schiavi, gli altri liberi (trad. Angelo Tonelli, Milano, 1993). L’unica regola rimasta in vigore, nel tempo della guerra asimmetrica e del diritto umanitario con applicazione condizionata, è quella di non farla cessare mai.
Si vis pacem para bellum
Con motivazioni più apparenti che vere, ma comunicate con efficacia, i sudditi vengono persuasi o minacciati, accettando lo stato di guerra permanente e tutti i pretesti utilizzati per giustificarlo. Il messaggio viene trasmesso poggiando sulla suggestione di una massima estratta, per la verità stravolgendola dal contesto, da un’opera di Vegezio, autore bizantino del IV secolo, quella secondo cui si vis pacem para bellum, ovvero che è necessario disporre di un buon arsenale e di un esercito potente come garanzia preventiva della propria sicurezza. Si tratta, a ben vedere, di un aggiornamento della teoria della deterrenza elaborata negli anni della guerra fredda, ora calata nell’assetto multipolare che caratterizza il villaggio globale dell’economia finanziarizzata. La deterrenza non mira più all’equilibrio delle forze e alla coesistenza pacifica, come avveniva secondo la teoria dei giochi; questa nuova deterrenza prevede la permanenza endemica di vari segmenti di battaglia, alimentati e diffusi a macchia di leopardo, alternando distruzioni e ricostruzioni, senza soluzione di continuità. La spesa militare viene incrementata erodendo quella per welfare, prevale sulla ricerca civile, divora le risorse della cooperazione sociale. Lo aveva intuito Guy Debord, aggiornando von Clausewitz: i giochi di guerra sono la continuazione della politica con altri mezzi.
L’armamento è una produzione per sua natura segreta, sia nella tecnica sia nell’impiego; dunque si sottrae al controllo parlamentare e giudiziario, rimane competenza esclusiva dell’esecutivo che non deve renderne conto a nessuno. Al tempo stesso le imprese del settore militare (anche quelle riconducibili a un singolo stato nazionale) operano in ragione di un interesse privato, del profitto a breve termine, sempre più sganciandosi dalle esigenze delle comunità territoriali. La gestione sovranista del pubblico e del privato, in ogni singola entità nazionale, tende a rimuovere gli ostacoli posti o dalla legislazione vigente o dai comportamenti dissenzienti. Di conseguenza mira per un verso alla delegificazione dell’ordinamento e per altro verso alla criminalizzazione delle opposizioni. Dopo aver cancellato, per fatti concludenti e sul campo, l’intero corpo normativo del diritto umanitario, l’attuazione del programma colpisce ora i singoli paesi, all’ombra delle esigenze difensive contro il nemico di turno. I satelliti che si vanno ammassando nello spazio, pubblici e privati, sono strumento bellico di fondamentale importanza; al tempo stesso controllano la comunicazione, quella del consenso e quella del dissenso. Sono investimento militare e infrastruttura necessaria all’economia, elementi inseparabili, ad uso esclusivo di chi li detiene, l’insieme dei sovrani. Il popolo dei connessi riceve bombe e notizie false che consolidano servitù vere.
La guerra senza regole
Anche i trattati stipulati per proibire l’uso di armi chimiche (CWC) e nucleari (TNP) sono apertamente disattesi, nessuno è in grado di rendere effettivo il divieto. Le sanzioni sono applicate dal più forte contro il più debole secondo convenienze, alleanze, interesse tattico o strategico. Gli Stati Uniti proteggono l’atomica israeliana e distruggono i laboratori iraniani per rallentare il programma nucleare di quel paese; al tempo stesso la Cina chiude un occhio sugli ordigni allestiti in Corea del Nord. Tutti negano di utilizzare armi chimiche e uranio (arricchito o impoverito), senza rinunziare a produrle e ad usarle. Il terrorismo, le torture, i colpi di stato, gli omicidi mirati, le sanzioni, gli interventi di milizie mercenarie rientrano, per fatto notorio, nell’azione quotidiana dei servizi segreti. Le epidemie, le carestie, il genocidio perpetrato in più regioni del pianeta non sono più un incidente non pianificato, un evento dovuto alla situazione sfuggita di mano; rientrano a pieno titolo nella programmazione dei conflitti, sono scelte di stato. Ovunque, non solo a Gaza.
In Sudan i combattimenti proseguono feroci, dal 15 aprile 2023, fra Forze Armate del Consiglio Sovrano e RFS; i morti, difficili da conteggiare, sono oltre 100.000, i profughi, sistematicamente depredati, superano i 10 milioni su una popolazione di 45 milioni, i soldati delle due parti sono almeno trecentomila. La carestia viene deliberatamente provocata per ottenere il controllo di zone contese, il saccheggio delle risorse (oro e petrolio) consente di acquistare la strumentazione necessaria a condurre il conflitto, che costituisce comunque un buon affare per i sostenitori delle due fazioni in lotta. Intanto, con in mano il premio Nobel per la pace appena ricevuto e il sostegno israeliano, Maria Corina Machado invoca il progetto patriottico della Carta di Madrid e si prepara alla conquista armata del Venezuela, al seguito dell’esercito nordamericano. Non ha bisogno di elezioni, è sufficiente un colpo di stato.
L’attacco informatico alle strutture e il sabotaggio delle fonti energetiche, o rivendicati o anonimi o attribuiti a terzi, sono ormai una costante della guerra asimmetrica. Stuxnet è un virus, prodotto di una collaborazione scientifica fra Israele e Stati Uniti, che colpisce i PLC (le componenti hardware programmabili via software) indispensabili per l’automazione degli impianti. I due paesi, impiegando due unità speciali sotto copertura, hanno infettato il sistema del sito nucleare iraniano di Natanz, nel 2009; l’operazione prese il nome in codice Olympic Games e causò il blocco di circa 1000 centrifughe su 5000 complessive, con danni di enorme rilievo per l’intero programma di produzione dell’uranio arricchito. In quello stesso periodo (in particolare nel biennio 2010-2012) almeno cinque scienziati iraniani furono assassinati. Pur se pianificate da entità statali queste azioni dovevano rimanere segrete, ma una fuga di notizie consentì di accertare la verità. Peraltro, come succede ad ogni apprendista stregone, il virus Stuxnet è sfuggito di mano ai suoi stessi inventori. Un tecnico bielorusso, tale Sergey Ulasen, allertato da un cliente iraniano, riuscì ad individuare Stuxnet aprendo la via alla ricerca; successive elaborazioni lo hanno reso più efficace, volendo è reperibile nel mercato nero ed è un’arma disponibile per l’intera marea di belligeranti. Del resto anche la dinamite fu inventata nel 1867 da Alfred Nobel, il filantropo che istituì il premio per la pace con i ricavi dell’esplosivo.
Il conflitto armato ha distrutto le regole, continua a diffondersi in tutto il pianeta, senza esclusione di colpi, consolidandosi come cardine dell’ordinamento politico ed economico. Anche il genocidio, come lascia intendere il Montecuccoli nella citazione d’esordio, non si sottrae e viene nascosto sotto il mantello della giustizia. La guerra asimmetrica produce il sovranismo dispotico, nelle diverse sedimentazioni acquisite dai singoli stati nazionali. Il nazionalismo ribelle del Quarantotto voleva coniugare industria e libertà, insorgendo contro i sovrani assoluti; il Manzoni (Marzo 1821) legava l’essere fratelli su libero suol alla patria una d’arme di lingua d’altare di memorie di sangue e di cor. Il nazionalismo sovranista contemporaneo rinnega quell’esperienza perché la stravolge. Contrasta proprio il doppio principio indissolubile che la contrassegnava: ogni gente sia libera e pèra della spada l’iniqua ragion. L’unica ragione invocata dal nazionalismo sovranista è invece la forza. Dietro i retorici proclami di autonomia si annidano colonialismo, xenofobia, prepotenza, ostilità, guerra. Dietro la restaurazione piena della corsa al profitto, inteso come ordine costituito, si cela l’alternativa alla lotta di emancipazione collettiva; alla moltitudine viene assegnata la sua parte, servire e tacer. Il sovranismo, dispotico e bellicoso, comunque lo si chiami, è l’unica forma di governo compatibile, qui e ora, con il sistema capitalistico finanziarizzato delle piattaforme. Questa forma istituzionale, a sua volta, non può che risolversi in assolutismo. Questo è l’apparato giuridico che si sta imponendo nel pianeta. Il problema è come impedirlo. Non è tempo di divisione. Il potere criminalizza il dissenso, gli va opposta l’unità di tutti noi criminali.
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