Guerra

L’amaro calice

di Franco Berardi Bifo
Foto di Lyman Hansel Gerona su Unsplash

L’Umanesimo trova il suo spazio di pensabilità nella sfera culturale cristiana. Il che non significa naturalmente che il Cristianesimo, nella contraddittoria complessità della sua storia, sia un movimento umanistico, ma significa che in quella storia si trova lo spazio per concepire l’autonomia etica e ontologica dell’agire umano.

Getsemani

Non sono credente, eppure c’è un momento in cui mi sento vicino a Gesù fino al punto di ritenere che non posso non dirmi cristiano. Quel momento è quando, nell’orto del Getsemani, a poche ore dal supplizio, Gesù si rivolge al Padre con le parole: “Se possibile allontana da me questo calice”. È chiaro che sarebbe possibile, dato che il Padre è Onnipotente. Ma Gesù, come intimorito dalla sua stessa richiesta, aggiunge subito dopo: “Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. Come un figlio mandato a morire per qualche patria, Cristo piega la testa davanti alla “necessità storica”, ma la sua natura umana (in diserzione dalla storia) chiede che quel calice venga allontanato dalle sue labbra. In quell’orto l’umanità di Cristo prevale, per un attimo, sulla sua divinità. L’umanità di Cristo è autonomia dalla necessità storica o, in quel caso, dalla volontà divina, che della necessità storica è l’archetipo. Poi la necessità storica prende il sopravvento, e il Padre assiste al martirio del figlio, perché su quel martirio nasca la Chiesa dedicata a illustrare la gloria del Padre.

La Chiesa Cristiana ha portato dentro di sé questa duplice origine: è dalla parte del Padre, ma è anche dalla parte del Figlio. La Chiesa di Pietro è dedicata alla gloria del Padre, non alla debolezza del figlio, tant’è vero che la Chiesa perseguitò chi rivendicava l’indipendenza della conoscenza umana dalla necessità del sapere divino e della sua realizzazione storica. Ciononostante è nello spazio del Cristianesimo che l’Umanesimo diviene possibile, perché il Cristianesimo è tutte e due queste cose inconciliabili: la necessità del Padre e l’aspirazione all’autonomia del figlio. La novità è che oggi la Chiesa Cristiana sta dalla parte di coloro che implorano: allontana da me questo calice.

In questa prospettiva ho letto l’Enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas. Nella disumanizzazione prodotta dall’assolutismo capitalista la Chiesa di Francesco e di Leone appare ora come l’ultimo baluardo dell’Umano. La necessità storica prende le forme dell’Intelligenza Artificiale, e poiché la necessità storica è indissociabile dalla guerra, la tecnologia di automazione è sottomessa alla guerra: le risorse necessarie alla ricerca e alle infrastrutture che rendono possibile lo sviluppo dell’AI provengono quasi esclusivamente dal sistema militare, e le applicazioni essenziali sono militari. Questa è la realtà economica e storica dell’Intelligenza artificiale, che sta sostituendo rapidamente quella naturale. Perciò leggo l’enciclica come la manifestazione più alta dell’Umanesimo contemporaneo, dopo che la storia ha sconfitto l’Umanesimo materialista fondato sull’uguaglianza.

Come le parole sussurrate da Gesù nell’orto del Getsemani, temo però che anche le parole di Leone siano destinate a non essere ascoltate dall’Automa Intelligente, che dipende dal sistema militare delle potenze che si preparano alla guerra terminale. Temo che Prevost sia troppo ottimista quando definisce magnifica l’umanità. L’umanità non esiste in astratto: l’homo sapiens evolve col mutare delle relazioni sociali e delle forme tecniche che il sapiens produce e dalle quali è prodotto. L’homo sapiens che esce da un quarantennio di competizione liberista, e di mutazione tecnologica digitale non ha niente di magnifico. Se l’humanitas contemporanea è il popolo israeliano e la maggioranza dei popoli d’occidente (per tacer del resto) direi che una buona definizione è Horibilis, non Magnifica.

Da qui possiamo partire per ragionare sul futuro dell’Intelligenza artificiale, che altro non è che lo specchio dell’attuale disumana umanità.

Cosa rimane dopo la bolla

Nel libro The reverse centaur’s guide to life after AI, Cory Doctorow sostiene che le grandi promesse di questa tecnologia sono ingannevoli perché lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale è destinato a non reggere sul piano economico e finanziario.

“Tutte le aziende di IA stanno perdendo denaro e, più grande è l’azienda, maggiori sono le perdite. Le più grandi aziende di IA perdono miliardi ogni trimestre. I finanziamenti per i nuovi modelli provengono dagli investitori, i quali scommettono che l’IA che stanno finanziando permetterà ai datori di lavoro di licenziare metà del personale e sostituirlo con l’IA stessa, spartendosi i profitti tra i clienti delle aziende di IA e le aziende stesse” (Doctorow, pag. 201). Questa, secondo Doctorow, è una falsa promessa, e di conseguenza, “… la bolla scoppierà, come accade sempre a tutte le bolle”.

Però, aggiunge Doctorow, c’è poco da rallegrarsene:

“A prescindere da quanto si possa detestare l’IA, non sarà una bella giornata. Sette colossi dell’IA rappresentano il 35% del mercato azionario statunitense… Stiamo parlando di un crollo che farà impallidire quello del 2008 e che eguaglierà o supererà il tracollo dei mercati avvenuto durante la pandemia” (202).

Ai danni economici che lo sgonfiamento della bolla potrebbe provocare occorre aggiungere i danni che le infrastrutture di questa tecnologia provocano all’ambiente fisico già prossimo al collasso. “La catena di approvvigionamento completa dell’IA comprende il capitale, la manodopera e le risorse del pianeta, e di ciascuno richiede una quantità enorme. Il Cloud è la spina dorsale dell’industria dell’IA, ed è fatta di rocce, salamoia di litio e petrolio grezzo” (Kate Crawford: Nè intelligente né artificiale, 2021; pag. 40. Titolo originale: Atlas of AI. Power, Politics and the planetary costs of Artificial Intelligence, 2021).

Dunque il disastro economico che si prepara promette di essere gigantesco, dato che gli investimenti in questa tecnologia sono di 600 miliardi di dollari solo nel 2026 (stima di Goldman Sachs).

Poiché non si vede un ritorno economico a fronte di enormi investimenti finanziati dal debito, la previsione di Doctorow è del tutto legittima. Eppure a mio parere gli effetti economici non sono la principale questione: per quanto drammatici possano essere gli effetti del possibile crollo finanziario, Doctorow sembra non considerare gli effetti concreti che la tecnologia di automazione della mente ha sul piano militare e sul piano cognitivo.

Doctorow scrive ancora:

«Chiunque cada vittima dell’entusiasmo per l’IA sogna di soddisfare un bisogno umano senza dover riconoscere alcuna considerazione morale. Ciò vale tanto per il tipo che cerca una fidanzata virtuale quanto per i datori di lavoro che sperano di usare l’IA per sostituire metà della forza lavoro e terrorizzare l’altra metà… anche la fidanzata virtuale non ti chiede nulla di te, se non ciò che tu stesso le dici» (74).

Dunque l’IA non possiede alcun valore umano, ma questo non significa che non possieda un valore economico, un valore d’uso, per usare il concetto marxiano che definisce l’utilità concreta dei prodotti del lavoro astratto. Può un prodotto avere valore d’uso pur essendo privo di valore umano? Sì, certamente. Un prodotto può essere redditizio anche se distruttivo, come ben sanno i produttori di armi. Mi spingerei anzi a dire che il valore d’uso disumano è quello più redditizio, poiché ha a che fare con la vita e la morte.

Qual è il valore d’uso delle attuali applicazioni dell’IA? Qual è il ritorno economico degli enormi investimenti che essa richiede? La risposta è semplice: il valore d’uso dell’IA, allo stato attuale, è essenzialmente la guerra. Sono le applicazioni militari dell’IA a ripagare in parte il capitale investito nello sviluppo di questa tecnologia: droni intelligenti, sistemi di difesa intelligenti, guerra intelligente. Distruzione intelligente della civiltà.

Ma se questo è vero (e non si può negare che l’uso dell’Intelligenza artificiale è oggi soprattutto militare), allora ci troviamo di fronte ad un’alternativa inquietante: o la guerra dilaga dovunque così da rendere possibile un rientro economico di quegli investimenti giganteschi, oppure la bolla si sgonfierà con conseguenze inimmaginabili sull’equilibrio economico e sociale del mondo intero.

Disattivazione della mente umana

Quale che sia il destino degli investimenti economici della tecnologia di automazione dell’intelligenza, essa non è destinata a non lasciare traccia: la distruzione è il principale ambito di realizzazione dell’AI. Distruzione dell’ambiente per alimentare le infrastrutture tecniche, e distruzione militare di interi territori, di intere popolazioni: queste sono le tracce che l’Intelligenza Artificiale lascia nella storia umana attuale. Ma vi è un altro effetto che Doctorow trascura: quello cognitivo.

Il sistema militare non è il solo utente dell’AI. L’altro utente è la mente dell’homo sapiens, che viene parzialmente disattivata: da molto tempo la tecnologia digitale e le sue applicazioni reticolari hanno provveduto a devastare l’attenzione, e disattivare facoltà come la capacità di orientamento nello spazio o la capacità di socializzazione in presenza del corpo dell’altro.

Ma la nuova branca tecnologica sostituisce e disattiva la scrittura che – almeno per quanto ne sappiamo – è indissociabile dal pensiero. Il pensiero è la vittima più illustre dell’incipiente mutazione cognitiva che segue all’applicazione dei dispositivi di AI nei processi di apprendimento e di comunicazione. La capacità logico-critica viene delegata all’automa cognitivo, e l’homo sapiens viene progressivamente ridotto a una sua appendice: incapace di concentrare l’attenzione su un oggetto per più di pochi secondi, incapace di scrittura, incapace di orientamento spaziale, incapace di pensiero.

La storia della tecnologia ha sempre indotto mutazioni più o meno profonde nelle forme di vita e anche nelle forme cognitive dell’utente umano. Ma ora la mutazione cancella l’autonomia cognitiva dell’umano che nel Discorso sulla dignità dell’uomo, Pico della Mirandola considera il tratto distintivo della dignità umana.

Al momento della creazione di Adamo, Dio gli concede una libertà che comporta la rinuncia alla perfezione: Adamo rinuncia alla perfezione dell’identità tra il nome e la cosa, in cambio della libertà di dare nomi alle cose. Ora Dio si riprende quel che ci aveva concesso: la libertà del linguaggio umano. In cambio ci offre la (dubbia) perfezione dell’Intelligenza artificiale.

L’organizzazione simbolica è ora una possibilità che emerge dalla materia del litio e del silicio; per la prima volta nella storia stiamo costruendo un’infrastruttura nella quale emerge la capacità di enunciazione simbolica e di interpretazione di simboli. Emerge la capacità di costruire e proiettare mondi simbolici, e questa capacità non è più dipendente dalla materia biologica. La computazione e la materia fisica in cui la computazione è incorporata diviene agente di simbolizzazione e proiezione di mondo. L’organismo sensibile non è più il solo emanatore di mondi. L’androide (il Costrutto, l’artificiale) e l’umano (il Nato, l’organico) concorrono ormai nel processo di emanazione di mondi. Ma l’organismo ha un duplice svantaggio nei confronti dell’androide: è sensibile, dunque soffre. È cosciente, dunque dubita. L’androide non soffre, non dubita, non si stanca e non perde tempo a riflettere. È facile immaginare chi vince.

La profezia di Marx, al rovescio

È noto che Marx formulò, in uno dei suoi scritti più visionari, una profezia che in maniera perversa si sta realizzando attraverso l’automazione dell’attività cognitiva.

Nel Frammento sulle macchine Marx osserva che la conoscenza è un fattore di incremento della produttività, e al tempo stesso un fattore di automazione e sostituzione del lavoro umano.

“Il Capitale, diceva Marx, lavora alla sua propria dissoluzione come forma dominante della produzione…. Attraverso questo processo (di automazione del lavoro da parte della conoscenza scientifica), la quantità di lavoro necessario per la produzione sarà ridotto a un minimo… il capitale, in modo non intenzionale, riduce a un minimo il lavoro, il dispendio di energia. Questo avrà come conseguenza un beneficio per il lavoro emancipato, e al tempo stesso è la condizione della sua emancipazione”. (Liberamente tradotto dalla versione del Frammento sulle macchine  (pdf).

Grazie all’applicazione dell’intelligenza come fattore di automazione, gli umani non dovranno più sottomettere il loro tempo alla necessità di produrre il fabbisogno sociale, perché le macchine intelligenti lo faranno, mentre gli umani e le umane se ne andranno finalmente libere a coltivare i loro piaceri. Purtroppo le cose non sono andate così. La vicenda storica ha rovesciato la prospettiva immaginata da Marx: il lavoro cognitivo (il general intellect) non ha saputo costituirsi come potenza autonoma, così che la storia degli ultimi cinquanta anni (a partire dalla sconfitta dei movimenti egualitari) ha finito per essere storia della sottomissione del lavoro cognitivo alla logica automatica del Capitale.

Assoggettata a una logica distruttiva, la potenza dell’intelligenza ha prodotto un mondo spettrale: gli umani non si sono emancipati dal lavoro salariato per coltivare i loro piaceri, ma il lavoro salariato ha sussunto l’attività cognitiva, mentre di lavoro salariato ce n’è sempre meno bisogno, perché in alcuni casi lo sostituisce la macchina intelligente, e nella maggioranza dei casi lo sostituisce il lavoro schiavizzato.

Quello che Marx immaginava (e ci permetteva di immaginare) è il comunismo: governo collettivo sulle potenze del sapere e della tecnica, autogoverno dei lavoratori della conoscenza, finalizzato al loro proprio bene e al bene di tutti. Utopia? No. Un progetto del tutto ragionevole, che però è fallito.

“Quando il lavoro nella sua forma diretta ha cessato di essere la fonte della ricchezza, il tempo di lavoro finisce… grazie ai poteri generali della mente umana…. Il processo della vita sociale viene a trovarsi sotto il controllo dell’intelletto generale e si trasforma in concordanza con quello”.

Questo è accaduto, ma a rovescio: l’intelletto generale è sottomesso alla valorizzazione del capitale e permeato dal principio di competizione e di guerra. Ciò non vuol dire comunque che siamo finalmente entrati nel regno dell’armonia computazionale gestita da un disegno malefico coerente, perché non c’è un disegno malefico coerente, ma ce ne sono molti, e sono in conflitto tra loro. L’automa computazionale molteplice è funzione di guerra.

Il progetto comunista – ridistribuzione della ricchezza, riduzione dell’orario di lavoro e primato dell’interesse sociale su quello dell’impresa – rappresentava l’unica possibilità di scongiurare lo scatenarsi delle tendenze distruttive del capitalismo. Il primato del profitto ha accelerato la devastazione dell’ambiente e della mente. Ormai nessuno può evitare l’eliminazione della razza umana. Ma dobbiamo davvero rammaricarcene?

L’amaro calice, allontanato

“Il pensiero classico teneva distinte l’anima dalla materia, e l’essenza del soggetto dagli ingranaggi della corporeità. Per parte loro i marxisti opponevano le sovrastrutture soggettive ai rapporti di produzione infrastrutturali. Come possiamo oggi parlare di soggettività se non riconoscendo che i contenuti della soggettività dipendono sempre più da una moltitudine di sistemi macchinari?” (Felix Guattari: Cartographies schizoanalytiques, Galilée, 1989, pag. 9)

Una soggettività ibrida va emergendo all’orizzonte del secolo ventuno: a metà del secolo ventuno gli umani saranno in via di sparizione, falcidiati dalle guerre, dai cataclismi climatici e soprattutto dalla denatalità. Il pianeta sarà abitato da una popolazione ibrida, composta di Androidi e di Modificati: gli androidi connessi all’automa, saranno capaci di riprodursi, di perfezionare il cervello sintetico, e di aumentare la loro efficienza finalizzata a compiti specifici.

I Modificati, già oggi maggioranza tra i nati nel nuovo secolo, sono organismi carnali di origine umana formattati sul piano cognitivo secondo le regole di funzionamento dell’automa: a metà secolo, dato il progressivo azzeramento della natalità, saranno prevalentemente vecchi sopravvissuti grazie a protesi destinate a sostituire quasi tutto quel che un tempo fu carne, e una minoranza sempre più esigua di giovani che dialogano silenziosi grazie a protesi cerebrali. Saranno progressivamente liberati dall’imperfezione della sensibilità, che afflisse gli umani per centomila anni. Avranno sbarrato la strada alla sofferenza fisica e soprattutto al dolore psichico generato dall’empatia.

Sostituendo il corpo sensibile con la funzione matematica, finalmente avremo allontanato l’amaro calice che dovevamo bere quando eravamo umani.





L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 6 settembre 2026

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Scene di basso impero

di Gianni Giovannelli

La stragrande maggioranza degli uomini
di potere si fa facilmente e regolarmente
trascinare dalla stupidità a ripetere i crimini
dei predecessori e torna a commettere
con tutta disinvoltura gli stessi errori del passato

Procopio di Cesarea (Anekdota, Carte segrete, trad. L.R. Cresci Sacchini)

La figura di Donald Trump, sempre in bilico fra il tragico e il grottesco, deve essere collocata in questo particolare periodo storico di transizione, in cui l’incarnazione fisica del potere non può essere quella del princeps (il primo fra i pari) ma deve invece essere il dominus et deus (la fonte unica del diritto vigente). A modo suo il presidente degli Stati Uniti è in sintonia coerente con il suo tempo quando diffonde l’immagine di se stesso nelle vesti di un Papa o di un Dio capace di benedire o flagellare, a sua discrezione, mediante un semplice movimento della mano alzata per imporre il proprio volere all’intera umanità: chi non si piega deve essere distrutto.

Precedenti storici di riferimento

Ammiano Marcellino, storico geniale e soldato combattente, ha tratteggiato per i posteri, con gli occhi e la sensibilità di un contemporaneo, l’imperatore Valentiniano I (321-375 d.C.) e l’uso politico della crudeltà nell’esercizio del governo. Teneva in gabbia, nel palazzo in cui abitava, due orse, Mica Aurea e Innocentia, e si soffermava con attenzione a guardarle mentre sbranavano i corpi di chi era incorso nell’ira spietata del sovrano assoluto. Poteva essere, a titolo di esempio (come ci racconta nelle sue res gestae) un giovane paggio che aveva lasciato troppo presto libero un cane da caccia o un governatore che aveva chiesto di cambiare sede o un fabbro che aveva consegnato una corazza di peso inferiore a quello pattuito. La rivendicazione orgogliosa degli omicidi efferati e la gioia arrogante nell’annunciare morti violente del nemico connettono Trump, Ben Gvir, Rubio, Netanyahu al proprietario delle orse romane; il supplizio inflitto -senza bisogno di inutili verdetti o di spiegazioni ragionevoli- a chi si oppone alle pretese del dio padrone deve essere inteso come inevitabile conseguenza di una mancata resa, come strumento di potere, come verifica dell’obbedienza e come minaccia aperta a chi non è pronto ad approvare senza condizioni.

Come Ammiano ci aveva descritto l’inizio dell’epoca conosciuta come basso impero un altro storico straordinario, Procopio di Cesarea, ha provveduto a fornirci la chiave di lettura del suo epilogo, con Giustiniano (482-565) e Teodora (500-548). Convenzionalmente la morte di Giustiniano, al termine del suo ventennio (527-548), viene utilizzata per segnare la fine del diritto romano. Procopio non era solo contemporaneo dell’imperatore; fu a lungo il suo comunicatore ufficiale, la voce del regime. Solo nel 1623 vennero alla luce le sue carte segrete, anekdota, celate nella biblioteca vaticana e pubblicate in modo avventuroso. E ci volle un filologo italiano, Domenico Comparetti, per provare al mondo, nel 1928, che quello era un testo originale. Procopio lasciò al mondo la confessione che aveva sempre mentito, per timore di rappresaglia fisica: non sarei sfuggito alla rete di spie e una volta scoperto mi sarebbe toccata una fine atroce, non mi era consentito fidarmi nemmeno dei parenti più intimi. Scrisse alla fine la verità, su Giustiniano e Teodora, fece una trascrizione completa di quanto si era verificato in ogni parte dell’impero.  Ne esce il quadro di un despota privo di controllo e di autocontrollo, di governo libero da qualsiasi limite, di potere per il potere: corruzione, violenza, perversione sessuale, nepotismo, repressione sociale sanguinaria, guerra, magia nera, complotti, processi sommari.  C’era una sorta di gerarchia della mazzetta, su ogni cosa erano previste percentuali delle celesti (per indicare che piovevano dal cielo), e per chi non si adeguava era pronto il capestro. Soprattutto ci spiega, Procopio, come anche la perversione fosse, insieme alla guerra e al saccheggio delle risorse, uno strumento del dominio.

Il clima da basso impero secondo l’intelligenza artificiale

Abbiamo chiesto alla rete -che usa nelle risposte standard l’intelligenza artificiale- che cosa si debba intendere per clima da basso impero. La risposta è interessante, la cito testualmente nel suo conciso insieme. Ci dice che le 3 caratteristiche di un tal clima sono la decadenza politica (intesa come atmosfera di stanchezza, paralisi amministrativa e politica, intrighi), la corruzione (ovvero scandali, festini, foto compromettenti, gestione scandalosa delle cariche), l’insicurezza e rabbia sociale (percezione della crisi imminente, periferie impoverite, paura del diverso), il tutto quale metafora storica da ricondurre al periodo compreso fra il III e il V secolo, per instabilità, guerre, invasioni, disagio sociale e declino economico delle componenti sociali. Secondo il suggerimento fornito dalla rete in una simile situazione le istituzioni sono sentite come moralmente corrotte, prossime alla fine, paragonate a quelle della Roma in declino per sottolineare la gravità del momento. Possiamo dunque ritenere, utilizzando queste rielaborazioni dei dati ad opera di chi siede nella cabina di comando, che governanti e governati abbiano piena consapevolezza che la transizione attuale sia gestita senza regole (un combattimento asimmetrico fra le classi o, se si preferisce, fra i segmenti sociali), utilizzando la ferocia e la guerra per incutere timore, depredando le risorse (ovvero allargando la forbice fra ricchi e poveri), affermando nei fatti una totale impunità per qualsiasi perversione dei soggetti dominanti e l’assenza di qualsiasi diritto in capo ai soggetti dominati, che devono acquisire la precarietà quale condizione naturale di un’esistenza divenuta merce funzionale al profitto. Anche la crudeltà e la ferocia diventano una potenza economica, rientrano nella politica o nella guerra, non sono semplice perversione. Questa è la scena predisposta per lo spettacolo in corso di rappresentazione. E ne abbiamo esempi continui davanti agli occhi, qui e ora, ogni giorno.

Israele e Flotilla

La marina militare israeliana ha abbordato una nave battente bandiera italiana in acque internazionali che rientrano nell’ambito territoriale dell’Unione Europea, al largo di Creta. Con le armi in pugno hanno privato della libertà 175 persone (poi sbarcate in Grecia, ove il governo ha ricevuto i pirati invece di arrestarli) e ne ha tenute due in ostaggio: un cittadino spagnolo (UE e NATO), Seif Abukeschak, e un cittadino brasiliano, Thiago Avila. Non solo hanno violato il diritto internazionale in modo clamoroso: è un vero atto di guerra contro Italia, Spagna, Grecia, Brasile, con la certezza dell’impunità totale e l’aperta rivendicazione del gesto da parte del governo israeliano. Non ci sono state reazioni, solo qualche protesta balbettata, per il resto un imbarazzato silenzio che suona come un incentivo a proseguire con gli stessi metodi anche nel prossimo futuro. La pressione popolare, non la complice diplomazia europea, ha imposto la liberazione dei prigionieri, preannunciata non dai ministri dei paesi aggrediti ma dal servizio (segreto, occulto) dell’aggressore (Shabak o Shin Bet che dir si voglia) per ulteriore dimostrazione di forza. Il grande affare della spesa militare e l’imposizione della guerra permanente come arma di governo prevalgono sul diritto: l’unica legge è la volontà del potere, debbono averlo chiaro tutti quanti. In galera ci rimane invece (per richiesta di Israele e sentenza della Corte d’Assise di Aquila, 5 anni e 6 mesi) il profugo palestinese Anan Yaneesh, ritenuto responsabile di associazione sovversiva per il suo sostegno alla resistenza nei territori illegalmente occupati. Non può ancora presentare appello perché la Corte non ha depositato le motivazioni nei termini di legge, non si sa quando lo farà e nessuno trova scandaloso il ritardo (anche la condanna è un fuor d’opera). I pirati della marina israeliana non sono perseguiti, i sostenitori della resistenza all’occupazione illegale stanno dentro.

La relatività del diritto: la grazia a Minetti e il caso Garlasco

Esiste un filo che lega la concessione della grazia a Nicole Minetti al clamore mediatico intorno alle indagini della procura di Pavia sull’uccisione di Chiara Poggi nel borgo lombardo di Garlasco. Questo filo è un messaggio, per nulla subliminale, che l’apparato di potere invia ai sudditi, in modo aperto, esplicito: non esistono certezze, non esiste un giudicato che non possa essere ribaltato, annullato, vanificato ove questa sia la volontà di chi comanda, perché chi comanda non è sottoposto ad alcuna regola.

Per farlo intendere, e per meglio logorare la fastidiosa autonomia del potere giudiziario e di quello legislativo, il potere esecutivo si serve della comunicazione (per la gran parte sotto stretto controllo congiunto del governo e delle piattaforme) e non esita a sfruttare le fisiologiche contraddizioni della magistratura (istituzione composta da esseri umani, ciascuno con una propria sensibilità).

Considerato il lungo tempo trascorso da quei fatti ricordiamo (almeno ai più giovani) che Nicole Minetti ha una doppia condanna sulle spalle: sfruttamento della prostituzione (sceglieva e arruolava le ragazze per le voglie di Berlusconi) e peculato (rubava i soldi pubblici quando era poi diventata deputata regionale, eletta nelle liste di Forza Italia, in cambio del suo silenzio). Fu Nicole Minetti, in qualità di deputata, a ritirare in affidamento, presso la Questura, la celebre Ruby Rubacuori (Karima El Marough, spacciata per nipote di Mubarak) e a ricondurla nell’harem. Poi si mise, anni dopo, insieme al giovane Cipriani (erede dell’Harris Bar), diventato un imprenditore molto ricco, con vaste proprietà nel mondo. Non ha mai scontato un minuto di carcere, e più avanti percepirà pure la pensione di deputata lombarda (non molto, ma neppure nulla, in tanti ci metterebbero la firma). Probabilmente a Punta dell’Este il Cipriani avrebbe fatto brutta figura con gli amici se la sua Nicole si fosse piegata a svolgere qualche ora di servizio sociale (non era comunque prevista la galera, essendo la pena sotto i 4 anni); avrebbero pensato che non aveva abbastanza soldi per far tacere la giustizia italiana e questo magari avrebbe avuto cattivi effetti sugli affari. Difficile comunque indovinare il movente; facile invece leggere il risultato. Con il parere favorevole del ministro e della procura, un po’ di nascosto (moonlighting direbbero gli americani), Mattarella ha concesso la grazia. Poi, sull’onda di una peraltro prevedibile indignazione popolare, è montato lo scandalo. Ma non è questo il punto. Il punto è che la coppia Cipriani-Minetti ci è riuscita, che così funziona da queste parti, che l’impunità non la decidono i giudici, che le sentenze, se così vuole il dominus et deus, sono inutili.

Il circo equestre messo in scena a Pavia sul delitto di Garlasco vede procura contro procura, magistrati inquirenti contro magistrati giudicanti. Viene travolta la credibilità del potere giudiziario, e di conseguenza subisce un duro colpo la sua autonomia. Poco importa se il signor Alberto Stasi sia innocente o colpevole; poco importa se il signor Andrea Sempio sia una vittima o un mostro. Quel che conta è affermare, con prepotenza, il prevalere dell’esecutivo, rendere chiaro a tutta la platea che non esistono certezze su cui contare quando per qualsiasi ragione il governo non vuole accettare un verdetto. Per far passare il messaggio si violano le stesse leggi approvate per far tacere il dissenso (le norme che vietano la pubblicazione di atti processuali: abbondano invece virgolettati impuniti), si ventilano processi nei confronti della procuratrice che aveva ottenuto la condanna (la dottoressa Barbaini, da tempo in pensione), si moltiplicano le inchieste, si maltratta il dolore delle famiglie. Una muta di avvoltoi svolazza in cerca di prede. Non interessa la verità; quel che vale è portare ansia, crisi, incertezza. Poi vada come vada, il tempo passa, la gente dimentica, la memoria è corta.

L’attacco allo stato sociale.

L’insicurezza e la rabbia vengono sapientemente coltivate in funzione di controllo repressivo del dissenso in un tempo di transizione che prevede la sistematica demolizione del welfare, la privatizzazione della cura e della salute, l’esproprio della cooperazione sociale, in ogni suo passaggio e in ogni suo strumento (anche lo spazio, l’acqua, l’aria, le risorse naturali). La legislazione d’emergenza (la forma decreto) ha consentito all’esecutivo di marginalizzare il ruolo tradizionale del legislativo sottraendo spazio, a mezzo di interventi improvvisi spesso contraddittori, al giudiziario, le cui decisioni vengono così contrastate o vanificate (a volte perfino ignorate). Non è un problema solo italiano. Negli USA il presidente Trump, sulla spinosa questione dei dazi, non ha esitato ad attaccare pesantemente la stessa Suprema Corte, in gran parte nominata proprio da lui e accusata di tradimento (crimine tipico del basso impero); in Israele Netanyahu ha scagliato il ministro di giustizia Levin contro il presidente della Corte Suprema Yitzhak Amit, boicottando la sua nomina perché ritenuto troppo tenero nei confronti dei diritti della minoranza araba e di Adalah che l’assiste nei giudizi.

Utilizzando la legislazione d’emergenza (divenuta ormai ordinaria) il governo Meloni ha, di recente, introdotto (in luogo del salario minimo) il salario giusto con il preciso intento di limitare la portata delle sentenze emesse dalla Sezione Lavoro della Corte di Cassazione che, in applicazione dell’art. 36 della Costituzione (precettivo:  dunque non ha bisogno di ulteriore supporto legislativo) ha dichiarato l’illegittimità di quei contratti collettivi che non garantiscono il c.d. minimo vitale (una somma tale da consentire di vivere una vita libera e dignitosa). L’esecutivo ha corretto il tiro: il salario giusto è quello spuntato da CGIL-CISL-UIL (magari anche da CISAL e UGL), che poi ci si campi bene è del tutto secondario. Per chi protesta ci sono i decreti sulla sicurezza, con severe sanzioni a carico degli occupanti di casa, degli esasperati nei punti di pronto soccorso, dei detenuti ammassati, dei migranti rinchiusi nei CPR, delle manifestazioni contro il genocidio o contro lo sgombero sistematico dei centri sociali. E assistiamo a risvolti quasi grotteschi: viene approvata una norma palesemente nulla (perché anticostituzionale) che assegna un obolo agli avvocati capaci di convincere il migrante a rimpatriare, ma non a quelli che invece assistono i refrattari. Mattarella la firma lo stesso, ma contemporaneamente firma un altro decreto, pure lui urgente, che lo lima e lo taglia, vanificandolo.

Sono pezzi del mosaico. Ma il mosaico presenta una sua drammatica unità, è un disegno funzionale a un preciso progetto di dominio, che va smascherato e combattuto nella sua interezza. Si spostano le risorse dalla sanità (si riducono le strutture, si alzano le liste d’attesa), dal piano casa (le case pubbliche svendute ai privati), dalla scuola (massiccio taglio di spesa per strutture e personale), dalla ricerca (abbiamo ormai una legione di ricercatori precari sottopagati senza fondi per la ricerca, molti vanno all’estero) verso la guerra, le grandi opere (TAV e Ponte sullo stretto), le banche, i petrolieri. La rabbia sociale monta, ovviamente, di fronte alla crisi del welfare tradizionale, alla contestuale riduzione dei salari e all’allargamento della forbice ricchi-poveri (sparisce il ceto medio, si allarga la fascia dell’indigenza). Interi territori periferici delle metropoli si vanno trasformando in ghetti sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno. Questa rabbia sociale viene tuttavia diretta verso il diverso perché in questa età dell’ansia ogni diversità mette paura e diventa il bersaglio-colpevole di ogni guaio quotidiano; è certamente una frode far credere ai disperati che l’aggressione al diverso possa essere la soluzione, ma chi è senza speranza si aggrappa, in mancanza di alternative, a qualunque cosa. Specie se non ve ne sono altre più credibili. Per questo il potere, non solo per generica propensione al delitto o per cinismo, ma anche per lucido calcolo, vuol recidere ogni alternativa, far sentire il proprio tallone d’acciaio sul collo dei sudditi, imporre la propria volontà a prescindere dalle ragioni e dal diritto. Vale per Trump e per Netanyahu, per Macron e per Meloni, per Musk e per Arnault: c’è del metodo in tanta follia dei tiranni.

E dunque?

Accanto al senso di impotenza, ai momenti di rassegnazione, alla constatazione che il potere esercita la sua forza deciso a travolgere ogni ostacolo la percezione generale di un clima caratteristico del basso impero apre la via alla possibilità di accelerare il processo di decomposizione delle attuali istituzioni in un senso diverso da quello programmato nell’attuale cabina di comando. La via tracciata all’interno del capitalismo delle piattaforme porta ad una sorta di neo-assolutismo, in una cornice di guerre permanenti e di razzia ininterrotta della cooperazione sociale. Ma cresce al tempo stesso un desiderio di pace incompatibile con l’attuale governance e sempre più consapevolmente ribelle; la neutralità non va lasciata gestire dalle formazioni reazionarie e nazionaliste (alla Vannacci), va rivendicata come patrimonio storico della democrazia popolare, dell’internazionalismo ribelle e ugualitario. E insieme al desiderio di pace cresce anche un sentimento di cooperazione che ci renda, anche disponendo di un reddito sufficiente, autonomi dalle tradizionali istituzioni dello stato, con una difesa puntuale della salute, dell’ambiente, della cultura intesa in senso ampio: questa è la sicurezza per cui vale la pena di battersi, nella metropoli e nella campagna. Le recenti manifestazioni contro la guerra sono un primo segnale che la partita potrebbe riaprirsi; per questo il potere ha reagito con violenza e utilizza la crudeltà feroce a scopo dissuasivo. Stiamo all’erta, forse un volgo disperso repente si desta: ovvero si ricomincia!

L’articolo è stato pubblicato su  Effimera il 12 maggio 2026

Foto dei mosaici di Giustiniano e Teodora – Basilica di San Vitale a Ravenna

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Disertare il linguaggio della guerra

di Emilia De Rienzo


Viviamo immersi in un linguaggio della guerra che esalta la forza e la ferocia disumana. È una postura che pervade il nostro stare al mondo, riducendoci a individui in perenne competizione, impegnati a scalare gerarchie che chiamiamo “merito” per non chiamarle privilegi. In questa logica, il dialogo scompare: le ragioni dell’altro sono ostacoli da abbattere. E persino la parola “pace” viene spesso usata per coprire la stessa logica — diventa lo schermo dietro cui chi ha già vinto impone il proprio ordine, chiamandolo armonia. Non è pace: è la guerra che ha smesso di dichiarasi.

Ma la pace non può nascere dalla forza. Per costruirla, dobbiamo operare un ribaltamento dello sguardo: dobbiamo partire dalla fragilità, riconoscendola non come una colpa individuale, ma come il terreno comune della nostra esistenza.

Dobbiamo partire dai bambini. Sono loro a smentire la finzione liberale del “volere è potere”. Un bambino ci insegna che non si può mai fare da soli: la sua vita è, fin dal primo respiro, una costruzione collettiva. Insegnare la pace significa garantire loro il diritto di non dover essere “performanti” per meritare amore.

Dobbiamo ascoltare gli adolescenti. Spesso abitati da un senso di illegittimità, si muovono in un mondo che non offre codici per comprendere il loro disagio. La loro fragilità è la domanda di chi cerca un posto nel mondo senza voler per forza occupare quello di un altro. La pace è dare risposte che non siano sentenze, ma alleanze.

Dobbiamo guardare alla disabilità e alla malattia. Per troppo tempo le abbiamo delegate al privato, scaricandole sul sacrificio delle donne o delle classi subalterne. Ma la sollecitudine deve diventare “cura politica”: non basta la benevolenza individuale, serve una morale della giustizia in cui la vulnerabilità richiede un’attenzione particolare non per pietà, ma per diritto. La pace si misura qui.

E infine, dobbiamo abitare la vecchiaia. Non come un dato statistico o biologico, ma come l’osservatorio della durezza del nostro mondo. Invecchiare è spesso perdere la libertà di agire in una società che riconosce solo chi produce. La vecchiaia è il rivelatore finale: se non sappiamo proteggere l’autonomia di chi declina, significa che la nostra “pace” era solo un accordo tra forti.

Costruire la pace, allora, significa destituire lo spirito di competizione. Significa capire che la scala di servizio — quella che molti sono costretti a usare perché l’ingresso principale non è per loro — è una ferita alla convivenza di tutti. Chi sale da quella scala non è meno presente: è semplicemente tenuto fuori dalla vista.

La pace non è un traguardo che viene dopo il conflitto. È il lavoro lento di reintrodurre l’umano, il fragile e il vulnerabile in ogni rapporto sociale. Prende forma nel momento in cui smettiamo di usare la nostra forza per prevaricare e iniziamo a usarla per sostenere.

O la pace è una pratica quotidiana di riconoscimento reciproco, oppure è solo un altro nome con cui copriamo la stessa guerra, più presentabile, ma non meno escludente.

“Ho sempre l’impressione o la sensazione della fragilità degli esseri viventi – scrive lo scultore Alberto Giacometti – Ho la percezione che debbano contare su un’energia formidabile per stare in piedi, istante dopo istante, sempre con la minaccia di crollare. Questo lo sento ogni volta che lavoro dal vero”. Se fossimo, come Giacometti, consapevoli di questa nostra fragilità — se la riconoscessimo in noi e negli altri, se smettessimo di inseguire quel desiderio di essere sempre forti e all’altezza della situazione — forse vedremmo la vita, gli altri, il mondo con occhi diversi.

Impareremmo a commuoverci, a meravigliarci, a riconoscere la bellezza che è insita in ciò che è caduco e fragile. Scopriremmo l’essenza stessa dell’essere umani, non super-umani. Rallenteremmo i nostri passi. I nostri sguardi si poserebbero con più leggerezza su ogni cosa che ci circonda. E scopriremmo che, come noi abbiamo bisogno degli altri, gli altri hanno bisogno di noi.



L’articolo è stato pubblicato su  Comune-info il 13 aprile 2026

Foto da unsplash.com

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Morte e distruzione

di Tahar Lamri


“Morte e distruzione dal cielo, tutto il giorno”. Non è la sceneggiatura di un film distopico. È Pete Hegseth, Segretario alla Difesa (o meglio, alla guerra) degli Stati Uniti, qualche giorno fa in una conferenza stampa al Pentagono. E Trump, in diretta televisiva: “Li riporteremo all’età della pietra, dove meritano di stare”. Non sono scivoloni. Sono la dottrina.

Dal 28 febbraio, giorno in cui l’aggressione è cominciata con il bombardamento di una scuola elementare femminile a Minab – 170 bambine morte sotto le macerie, tra i 7 e i 12 anni – gli Stati Uniti e Israele hanno sistematicamente demolito l’ossatura civile, culturale e scientifica dell’Iran.

Oltre 600 scuole e centri educativi colpiti. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano davanti al Consiglio ONU per i Diritti Umani a Ginevra. Lo ha confermato la relatrice speciale dell’ONU per l’istruzione: più di 230 bambini e insegnanti uccisi. Più di 30 università con attacchi diretti. L’Università di Scienze e Tecnologie di Teheran un intero edificio raso al suolo. La Facoltà di Farmacia di Shiraz. L’Università di Tecnologia di Isfahan. Shahid Beheshti, uno dei più prestigiosi atenei iraniani: il suo Istituto di Ricerca Laser e Plasma distrutto. L’Università Imam Hossein (Teheran) colpita, colpiti parti del campus di Scienze e Tecnologie e del campus dell’Ospedale veterinario specializzato dell’Università di Urmia, anche le università di Mashhad, Sanandaj e Ahvaz hanno subito ingenti danni. L’ultima, il 6 aprile, l’Università Sharif di Tecnologia di Teheran, la principale scuola di ingegneria in Iran.

Poi i centri di ricerca e le strutture sanitarie. L’Istituto Pasteur d’Iran, fondato nel 1920: raso al suolo. L’OMS lo ha confermato: “reso incapace di continuare a erogare servizi sanitari”. La fabbrica farmaceutica Tofigh Daru, distrutta. Esfandyar Batmanghelidj, ricercatore sulle sanzioni e fondatore del think tank Bourse & Bazaar Foundation, ha detto: “L’Iran produce il 90 per cento delle dosi di farmaci di cui ha bisogno. Aziende come Tofigh Daru producono ingredienti e precursori utilizzati per una vasta gamma di farmaci nazionali. L’unico motivo per colpire questo obiettivo è limitare la produzione di medicinali in Iran”. Il giorno dopo, un secondo stabilimento farmaceutico, Daro Bakhsh Pharmaceutical Factory (Teheran). In totale, secondo il viceministro della Salute iraniano, oltre 190 strutture sanitarie colpite. Il Gandhi Hospital nel nord di Teheran è stato danneggiato, l’ospedale Khatam al-Anbiya, l’ospedale Motahari (grandi ustionati), l’ospedale Valiasr (Teheran) colpiti, l’ospedale Delaram Sina (psichiatrico, Teheran) ha subito danni significativi, l’ospedale Imam Ali (Andimeshk, Khuzestan) danneggiato, l’ospedale Persian Gulf Martyrs (Bushehr) è stato messo fuori servizio. 21 centri di emergenza medica sono stati danneggiati in tutto il paese e un magazzino della Mezzaluna Rossa è stato direttamente preso di mira, con la distruzione di contenitori di soccorso, due autobus e altri veicoli di emergenza.

E poi il patrimonio dell’umanità. Oltre 131 siti storici e culturali colpiti. A Teheran: il Palazzo Golestan – la “Versailles persiana”, come l’ha definita l’UNESCO – con la sala degli specchi in frantumi. Il grande Bazaar è stato danneggiato negli attacchi. Si tratta di molto più di un centro commerciale: è una rete urbana vivente che intreccia commercio, vita religiosa e interazione sociale, con un ruolo storico cruciale. Palazzo del Marmo (Kakh-e Marmar), Casa Teymourtash, Complesso di Saadabad danneggiati. Isfahan: Piazza Naqsh-e Jahan (Patrimonio UNESCO, era Safavide), danneggiata dai bombardamenti, il Palazzo Chehel Sotoun (delle Quaranta Colonne), con un affresco di quattrocento anni spaccato a metà. Palazzo Ali Qapu (Patrimonio UNESCO, era Safavide), danneggiato, Masjed-e Jame (Moschea del Venerdì, Patrimonio UNESCO, la più antica moschea del venerdì d’Iran), un’onda d’urto ha fatto precipitare a terra le iconiche piastrelle turchesi, e i pannelli calligrafici sono stati spostati e distrutti, insieme a danni nell’area del minareto storico. Il Grande Bazaar (Patrimonio UNESCO, era Safavide), colpito nei raid. Masjid-e-Atiq (grande moschea congregazionale, VIII sec., era abbaside) una delle più grandi moschee congregazionali dell’Iran, la cui prima costruzione risale all’VIII secolo sotto il califfo abbaside Al-Mansur. Buyidi, Selgiuchidi, Safavidi e Qajar l’hanno ampliata e rifinita nei secoli, un palinsesto storico unico è stato danneggiato. Le grotte preistoriche della Valle di Khorramabad – testimonianze della presenza umana 63.000 anni fa – fratturate. L’UNESCO aveva comunicato le coordinate di tutti i siti prima degli attacchi. Non è servito a nulla. Poi: Castello di Falak-ol-Aflak a Khorramabad – Lorestan. Palazzo Asef Vaziri, Palazzo Salar Saeed, Palazzo Khosroabad a Sanandaj. Le aree storiche urbane di Qom, Tabriz, Shiraz hanno anch’esse subito danni. A queste si aggiunge che 48 musei in tutto il paese hanno subito danni, con collezioni e spazi espositivi colpiti.

Più di cento esperti di diritto internazionale statunitensi – professori di Yale, NYU, Harvard, ex consiglieri legali del governo e delle forze armate – hanno firmato una lettera: “L’attacco è una chiara violazione della Carta delle Nazioni Unite. La condotta della guerra solleva seri interrogativi su potenziali crimini di guerra”. La Missione indipendente dell’ONU parla già di atti che “possono configurare crimini contro l’umanità“.

Non è una guerra. È un programma di cancellazione. Colpire le scuole significa colpire la memoria futura. Colpire i laboratori significa colpire la capacità di guarire. Colpire i siti archeologici significa colpire le radici di un popolo. Colpire le università significa colpire la possibilità stessa di un paese di rialzarsi.

Trump lo ha detto esplicitamente. E lo sta facendo.

Il silenzio dell’Europa è complicità.



Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore)

L’articolo è stato pubblicato su  Comune-info il 7 aprile 2026

La Foto è di Mollyroselee da Pixabay

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Le ragioni economico-politiche dell’attacco Usa-Israele contro l’Iran: una possibile interpretazione

di Andrea Fumagalli


L’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell’Iran e dell’attuale regime. L’ipocrisia del pensiero mainstream plaude all’iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di “libertà delle donne”. Perché parlo di ipocrisia? Per vari motivi, come cercherò di spiegare in queste note.

1. L’attacco Usa-Israele non ha come obiettivo la liberazione dell’Iran dalla teocrazia. Le origini di questo attacco hanno ben altri obiettivi, di natura interna e internazionale. Le aspettative, sacrosante, per una situazione politica più libera e una migliore condizione delle donne, purtroppo, sono destinate a svanire e a non migliorare. È solo uno specchietto per le allodole, dietro il quale si nascondono altri obiettivi, soprattutto se a gestire questo attacco militare sono due paesi che non sono sicuramente esempi di tolleranza e libertà.

2. L’attacco Usa-Israele (ma soprattutto Usa) ha come obiettivo il condizionamento delle traiettorie di export dalle materie prime, in primis il petrolio, nei confronti della Cina. Non è un caso che gli interventi militari targati Trump, in spregio a qualsiasi rispetto del diritto internazionale, hanno colpito Venezuela e Iran, tra i principali esportatori di petrolio verso la Cina.

3. L’Iran non è il Venezuela ma come il Venezuela ha una Costituzione che garantisce il passaggio dei poteri. La morte di Khamenei (così come il sequestro di Maduro) non ha avuto come conseguenza un “regime change” (cambio di regime). Nel caso del Venezuela, ampiamente ricattabile se non ha più il controllo sulle riserve petrolifere, la nuova amministrazione Rodríguez ha dovuto sottomettersi al ricatto del grande capitale Usa (ne ha parlato Angelo Zaccaria su Effimera). Difficilmente ciò potrà avvenire con l’Iran, la cui teocrazia detiene saldamente il controllo statale delle riserve petrolifere. Anzi, il posizionamento geo-strategico dell’Iran potrebbe portare conseguenze negative per le stesse economie occidentali.

4. Ogni giorno attraverso lo stretto di Hormuz transitano circa 20 milioni di barili tra greggio e prodotti petroliferi. Oltre il 20% del consumo mondiale. Circa il 70% delle riserve produttive Opec+ si trova nei Paesi del Golf che sono a loro volta bloccati. Arabia Saudita, Iraq, Kuwait ed Emirati non riescono a esportare normalmente. Le uniche rotte alternative al momento esistenti – l’oleodotto Petroline saudita verso Yambu sul Mar Rosso e il gasdotto Hashban-Fuyjairah dagli Emirati – coprono insieme il 15%dei volumi normali: insufficienti tamponare lo shock. Il GNL – Gas Naturale Liquefatto – è il comparto in assoluto più a rischio. Il Qatar, terzo esportatore mondiale, non dispone di alcuna rotta alternativa. Occorre però dire che l’83% dei volumi è destinato ai mercasti asiatici. Cina, India, Giappone e Corea del Sud ricevono insieme il 69% di tutto il greggio in transito per Hormuz. Si spiega così che al momento le uniche navi che sono in circolazione sullo stretto sono solo quelle iraniane e cinesi. Per l’Europa il contraccolpo è elevato, dal momento che la dipendenza europea dal gas qatariota è aumentata significativamente nel contesto della strategia di diversificazione delle forniture energetiche, volta a ridurre la dipendenza dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022. Nel 2024-2025, l’esportazione dal Qatar ha raggiunto una quota sul fabbisogno totale compresa tra il 12-14%.

5. Vi sono poi interessi nazionali in Usa e Israele, sebbene fra loro contrapposti. Netanyahu spera in una guerra di lunga durata. In tal modo ha più probabilità di vincere le elezioni il prossimo ottobre. In caso negativo, rischia la prigione. Non a caso ha attaccato subito il sud del Libano, con la scusa del lancio di alcuni missili da parte di Hezbollah. Trump invece, vorrebbe chiudere il conflitto in breve tempo, per presentarsi alle elezioni di Mid Term (il prossimo novembre) da vincitore e con poche vittime americane. Si tratta di elezioni che al momento non vedono Trump in una buona posizione, dopo i fallimenti economici e il dispiegamento dell’ICE nella deportazione degli immigrati.

6. Nel frattempo, i prezzi di petrolio (che ha raggiunto gli 80$ al barile) e del gas (50 Euro al Kw) aumentano con i rischi inflazionistici che già abbiamo sperimentato, a danno del potere d’acquisto del lavoro. Le borse internazionali perdono terreno, la speculazione al ribasso si infiamma, in un contesto che già si presenta assai fragile e sempre più instabile, soprattutto per quanto riguarda la tenuta del dollaro. Ricordiamo che una parte rilevante del mercato finanziario, quella che fa riferimento ai fondi di private equity e private capital Usa  [1], si trova in una situazione di sofferenza per l’eccessiva esposizione sul settore del software, che si trova in crisi di profittabilità a causa della concorrenza dell’IA. I primi effetti si sono già fatti sentire: dall’inizio del 2026, solo 26 dollari ogni 100 investiti nei fondi azionari globali sono finiti negli Stati Uniti. Erano 73 dollari ogni 100 nel 2024 (qui la fonte). Tale riduzione dei movimenti di capitale verso le borse Usa può avere ripercussioni sulla solvibilità del debito estero e anche, indirettamente, se il dollaro accentua la svalutazione già in atto, sulla tenuta del debito interno. Si tratta di fatti poco noti e raramente riportati dai media (l’informazione si trova oggi in un buco nero di cui non si vede il fondo) ma tale situazione può essere uno dei fattori (tra altri), che hanno spinto all’azione militare l’Amministrazione Trump nel tentativo di recuperare quell’immagine di gendarme militare del mondo che negli ultimi anni, dopo l’Afghanistan e la Somalia, aveva cominciato a vacillare. Non stupisce quindi che il dollaro negli ultimi due giorni si sia rivalutato rispetto all’euro di quasi il 3% (dopo una svalutazione nell’ultimo anno di circa il 15%).

7. In questa fase di transizione dal vecchio ordine unipolare ad un nuovo ordine potenzialmente multipolare, un ruolo importante viene sempre più svolto dai paesi Brics+. Tuttavia tali paesi non sono ancora in grado di rappresentare un contro-potere agli Usa perché ancora troppo poco coesi e disomogenei, con interessi diversi e spesso fra loro competitivi. L’Europa conta sempre meno, presenta divisione tra chi è supino alla Nato (Francia e Germania in testa) e chi è supina agli Usa (Italia) e chi coltiva interessi corporativi nazionalistici (Ungheria). Tali discrepanze in Europa e nel Sud Globale sono ben evidenziate dai recenti incontri tra il cancelliere tedesco Merz e il leader cinese XI e tra il premier indiamo Modi e Netanyahu.

8. Il conflitto in corso con l’Iran è un conflitto tra due “crazie”. Da un lato, la “teocrazia” iraniana (che tuttavia non è molto dissimile dalla “teocrazia” israeliana, dove il fondamentalismo degli ebrei ortodossi detta legge, soprattutto in Cisgiordania), dall’altro la “tecnocrazia” americana. In entrambi i casi, si tratta della violazione delle più elementari regole democratiche e dei principi del diritto internazionale.

È tempo per un nuovo internazionalismo progressista, per la solidarietà e la pace dei popoli, contro ogni sovranismo sia esso laico o religioso! Per la riduzione delle diseguaglianze e il rispetto dei vincoli ecologici, contro le politiche di depredazione ambientale e sociale!

NOTE

[1] I fondi di private equity (ovvero, fondi azionari privati) sono uno strumento rilevante per sostenere le imprese, perché investono in aziende che di solito non sono quotate in Borsa acquisendo molto spesso la maggioranza (o anche una minoranza) del capitale. Dopo un po’ di anni, tendenzialmente cinque, rivendono la società a un altro fondo o la quotano in Borsa. Ormai si tratta di un mercato gigantesco, che negli Stati Uniti ha raggiunto un valore di4mila miliardi di dollari. I fondi di private credit (fondi di credito privato), invece, finanziano le imprese sostituendosi alle banche. Il problema è che questo mercato, negli Stati Uniti, negli ultimi anni è cresciuto molto sia perché spinto da un’elevata concorrenza, sia per costante aumento degli indici di borsa che hanno favorito laute plusvalenze per la speculazione. Circa un terzo degli investimenti di private equity e private capital è verso società di software il cui valore è crollato, per la concorrenza delle nuove tecnologie legate all’IA



L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 4 marzo 2026

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