Stati Uniti

L’economia della guerra permanente 

di Andrea Fumagalli

Nel messaggio che Mario Draghi ha rilasciato il giorno prima del summit europeo di Versailles, l’11 marzo scorso, si affermava: “L’Europa e l’Italia non sono in una fase di “economia di guerra”, ma il “futuro preoccupa” e “bisogna prepararsi”.
In realtà siamo già in un’economia di guerra. Tale termine implica l’adozione di “misure di politiche economiche al fine di adeguare il sistema economico nazionale alle esigenze che derivano dalla partecipazione dello Stato ad un evento bellico”.
La definizione citata fa ovviamente riferimento ad un reale stato di guerra militare, con morti, bombardamenti, profughi, ecc. – come sta avvenendo in questi giorni in molte città dell’Ucraina.
Ma negli ultimi decenni la metafora della guerra si è estesa e la logica economica sottostante è diventata parte della nostra vita, sino al punto di poter affermare che viviamo in un’economia di guerra: un’economia di guerra, che, senza andare troppo indietro nella storia, ha cominciato a diffondersi quando è entrato in crisi il paradigma fordista e il dualismo tra i blocchi Usa-Urss. La guerra economica, come la guerra sanitaria, è oramai una costante, mentre il ricorso alla guerra militare, pur cresciuto all’indomani del crollo dell’URSS e dello scioglimento del patto di Varsavia, è un’ultima ratio.
La logica tuttavia è più o meno la stessa. Guerra è sinonimo di distruzione e a ogni distruzione segue una ricostruzione, cioè si devono creare le condizioni per una nuova accumulazione capitalistica. Se la guerra può prescindere dal capitalismo, il capitalismo non può fare a meno dalla guerra. La guerra, la moneta e lo Stato sono forze ontologiche, cioè costitutive e costituenti, del capitalismo e le guerre (e non La guerra) sono da intendersi come il principio di organizzazione della società (Eric Alliez, M. Lazzarato,  Guerres et capital, Ed. Amsterdam, Paris, 2016).
Le sanzioni dei paesi Nato (Turchia esclusa), e non solo, sono la risposta di guerra economica all’invasione dell’esercito russo ai danni dell’Ucraina. Oltre a colpire il settore energetico, i trasporti, il commercio e la ricchezza privata di numerosi individui legati al governo di Mosca, la strategia sembra quella di estromettere la Russia dal sistema dei pagamenti internazionali.
Lo strumento principale è il sistema SWIFT (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), che regola i pagamenti transfrontalieri che passano per il sistema bancario. Gli ordini di pagamento sono trasmessi tramite un consorzio internazionale di banche con sede in Belgio che collega attraverso una rete informatica circa 11.000 istituzioni finanziarie in tutto il mondo. SWIFT fu costituito nel 1977 per evitare che l’infrastruttura dei pagamenti internazionali fosse monopolizzata dall’americana Citibank. Per una ironia della storia, ha finito per diventare la principale arma degli Stati Uniti nell’esercizio dell’egemonia monetaria globale.
La prima volta che il sistema dei pagamenti viene utilizzato per fini militari e strategici è stato nel 2012 quando, sotto la pressione americana, SWIFT ha disconnesso il sistema bancario dell’Iran nel quadro del pacchetto di sanzioni impiegato per fermarne il programma nucleare. Il sistema dei pagamenti si è rivelato immediatamente uno strumento bellico estremamente efficace per garantire l’attuazione delle sanzioni. Infatti, è sufficiente sospendere il codice SWIFT di un individuo, di un’impresa o anche di un intero Paese per impedire a chiunque (compresi gli intermediari) di effettuare pagamenti verso il beneficiario identificato da quel codice.
Come scrive giustamente Luca Fantacci: “Le sanzioni finanziarie, quando sono comminate dagli Stati Uniti, possono avere effetti ancor più devastanti di un attacco militare. Sono “un’arma nucleare”, come ha commentato recentemente un banchiere occidentale, forse sperando di scongiurarne l’uso”.
Il paragone non è azzardato: infatti, al pari di un attacco atomico, seppure in maniera diversa, più lenta e più subdola, le sanzioni rischiano di provocare ripercussioni devastanti anche per chi le mette in atto, minando alla radice l’egemonia monetaria del dollaro.

Possibile crisi dell’egemonia del dollaro?

Le sanzioni economiche hanno l’obiettivo di depotenziare l’economia russa, sino a causare una recessione economica. Già a partire dal 2014, dopo l’annessione unilaterale della Crimea da parte di Mosca, le potenze occidentali, in primis gli Usa, avevano imposto sanzioni all’economia russa, così come, pur se in maniera diversa, era stato deciso da Trump nei confronti dell’Iran nel 2018 per la questione nucleare.  In questo caso, secondo i dati FMI, il Pil iraniano è calato del 5% nel 2020. Ma per la Russia la situazione appare diversa, grazie alla maggior indipendenza e autarchia della sua economia. Putin ha dichiarato a fine 2019 che le perdite causate dalle sanzioni all’economia russa erano inferiori a 50 miliardi di dollari. Uno studio ha stimato una mancata crescita del Pil tra lo 0,5% e l’1,5%, per una perdita complessiva fra 40 e 120 miliardi di dollari dal 2014 al 2018. Il lato debole dell’economia russa è la sua “dollarizzazione”, vista l’ingente quantità di valuta americana che entra nel paese a causa dell’elevato export di materie prime quotate in dollari (gas e petrolio, ma non solo).
Se questi dati vengono confermati, l’impatto è tutto sommato limitato. Ma queste sanzioni contengono delle novità importanti, soprattutto sul lato finanziario. Infatti, oltre al già ricordato blocco del sistema Swift per alcune banche (escluse quelle che intermediano i prodotti energetici), si prevede anche il congelamento delle riserve valutarie della Banca Centrale. Si tratta di un provvedimento che gli Usa avevano già intrapreso nei confronti di Iran, Venezuela e Corea del Nord ma che oggi per la prima volta viene usata nei confronti di un paese del G20, detentore di grandi riserve.
Secondo i dati della Banca Centrale Russa, al 31 gennaio 2022, le riserve valutarie russe ammontano a  oltre 630 miliardi di dollari (630,207, per l’esattezza), di cui circa 500 in valuta estera e 130 in oro, per un totale di 2300 tonnellate d’oro, circa un terzo  degli USA, due terzi  della Germania e poco meno di Francia e Italia. Si tratta di un ammontare che è cresciuto costantemente nel tempo, a partire da metà 2015 (poco più di 350 miliardi di dollari all’epoca), a seguito di una precisa strategia di Putin di creare una sorta di scudo per affrontare gli effetti recessivi delle sanzioni occidentali a seguito dell’annessione della Crimea. Contemporaneamente, la Banca di Russia ha venduto tutti i suoi titoli di stato americani fra aprile e maggio del 2018, nel tentativo di mettere le proprie riserve al riparo dagli Stati Uniti nel caso di un inasprimento delle relazioni (si veda Fantacci) .
Tuttavia, nonostante il tentativo di “de-dollarizzare” l’economia e le riserve valutarie, il 60% di tali riserve è detenuto ancora in dollari, escludendo una quota del 13% detenuto in valuta cinese (quota destinata ad aumentare). L’impatto immediato delle sanzioni, più ancora del parziale blocco dello SWIFT, è l’impossibilità per la Banca Centrale russa di poter vendere parte delle proprie riserve per sostenere il corso del rublo, che, non casualmente, ha perso circa il 30% nel giorno in cui le sanzioni sono diventate operative. È questo il rischio maggiore che può correre l’economia russa. Dopo questo iniziale tracollo (il cambio rublo/dollaro è passato da 82 rubli per un dollaro del 24 febbraio, giorno di inizio dell’invasione russa, a 152 rubli per dollaro il 7 marzo), attualmente il rublo viene quotato su valori intorno a 100 rubli per dollaro e il suo valore si sta stabilizzando. La svalutazione rispetto all’euro è inferiore, visto che l’euro in questo periodo si è svalutato rispetto al dollaro. I dati ci dicono che le sanzioni, dopo un iniziale pesante effetto, si stanno rivelando meno efficaci del previsto, probabilmente anche in seguito al ricorso di valute alternative non direttamente legate al dollaro (quindi non bloccabili) come la valuta cinese e le criptomonete. Le dichiarazioni di Putin del 23 marzo 2022 di continuare la fornitura di gas all’Europa, mantenendo fede ai contratti in essere, convertendo la valuta di pagamento da dollari in rubli, se da un lato intende proseguire sul processo di “de-dollarizzazione”, dall’altro intende confermare la tenuta della stessa valuta russa.
È troppo presto oggi per verificare gli effetti di questa guerra valutaria in corso. Di sicuro sappiamo che a differenza della guerra miliare sul campo (ristretto, al momento, al martoriato territorio ucraino), questa guerra si combatte su scala mondiale.
La questione è ben descritta da Luca Fantacci:

“Il blocco delle riserve (russe, ndr.) costituisce un precedente che si ripercuoterà inevitabilmente sullo status del dollaro come moneta internazionale: che strumento di riserva può mai essere quello che rischia di venire a mancare proprio nel momento del bisogno? Questo precedente potrebbe ridurre la disponibilità di altri Paesi, in particolare della Cina, a detenere le proprie riserve sotto forma di titoli del Tesoro americano e, in generale, titoli denominati in dollari, indebolendo la funzione del dollaro come strumento di riserva internazionale”.

Come anticipato da Giovanni Arrighi in “Adam Smith a Pechino”, il nuovo secolo si prefigura come il “secolo cinese” in grado di sostituire il XX secolo come “secolo americano”. L’illusione statunitense di rimanere l’unica potenza egemone una volta crollata l’URSS si perde di fronte al crescente potere economico e tecnologico cinese. Gli Usa cercano di mantenere il potere militare, finanziario e mediatico (il quarto potere di Orson Welles) al fine di compensare il declino dell’egemonia economica. Il potere militare è il primo a cominciare a declinare proprio perché non adeguatamente surrogato da quello economico. Il tentativo di ripristinare l’autorevolezza USA del proprio raggio d’azione ha al momento successo per quanto riguarda l’Europa, sulla quale è strategico mantenere un’influenza ideologica e commerciale.
Ma se per rinfocolare il patto d’intenti con l’Europa (grazie alle sanzioni contro il comune nemico rappresentato da Mosca), si rischia di mettere a repentaglio quel poco di potere finanziario che ancora oggi il dollaro detiene, la situazione rischia di sfuggire di mano.
All’erosione dell’egemonia del dollaro potrebbe contribuire anche il crescente ricorso alle criptovalute. In effetti, le criptovalute potrebbero costituire un mezzo di pagamento internazionale e di detenzione della ricchezza alternativo per i cittadini, le banche e le istituzioni finanziarie russe colpite dal blocco di SWIFT, e in generale dalle sanzioni occidentali. Infatti, le criptovalute costituiscono una forma di asset virtuale che viene scambiato sulla blockchain senza alcun bisogno di intermediari, sfuggendo al controllo delle autorità.
Non è un caso che le quotazioni del Bitcoin da fine febbraio alla prima settimana di marzo sino aumentate del 20% sino a sfiorare i 40.000 dollari, per poi avere un andamento altalenante, ma mantenendosi su quei livelli.
Occorre allora domandarsi, quale tipo di governance finanziaria mondiale possa essere possibile e soprattutto conveniente. Quella governata dalla speculazione delle grandi oligarchie finanziarie, grazie alla totale deregulation dei mercati finanziari, come è stato sino ad oggi ma con crescenti rischi di instabilità, oppure una governance politico-finanziaria volta a ricreare le premesse di una nuova Bretton-Woods, questa volta più a trazione asiatica che occidentale e non basata su una sola valuta?
Ecco la nuova economia di guerra: la possiamo definire una “terza guerra mondiale”?

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 29 marzo 2022

Note sul sistema giudiziario americano

11 aprile 2009

The common-law system is inherently messy

Lawrence M. Friedman

Il sistema giudiziario americano è diviso in tre parti
La prima divisione riguarda quella fra sistema giudiziario federale e statale.
Il primo si occupa, con molte duplicazioni e sovrapposizioni, di reati federali (droga, immigrazione illegale, frode postale, uccisione del presidente, ecc.), o commessi in territorio federale (riserve indiane, aeroporti internazionali, ecc.), delle bankruptcy court, delle cause che riguardano le agenzie federali e degli habeas corpus capitali.
Alla base ci sono le 94 US District Courts (almeno una per stato) e ogni stato è all’interno di uno degli 11 Circuiti federali, più due a Washington DC. I casi giudiziari trattati sono 250.000 all’anno.
Sopra le district courts ci sono le 13 US Circuit Courts of Appeals (che sono courts of law) (70.000 casi). Molto raramente accade che un caso, già deciso dal panel di tre giudici tipico delle corti d’appello, sia riascoltato En Banc: cioè da tutti i giudici.
Sopra tutti (anche alle corti supreme statali) si erge la Corte Suprema degli Stati Uniti, composta dal Chief Justice e da otto Associated Justice.
Riceve 7-8.000 richieste di certiorari l’anno, ma se la cava con 60-70 sentenze (il cosiddetto otto per mille della corte suprema). Occorre il voto di quattro giudici per consentire a un caso di essere ascoltato e quello di cinque per fermare un’esecuzione. (rule of four, rule of five).

In Re Swearingen

Forlì, 9 febbraio 2009
Viva la Repubblica Romana!

Larry Swearingen potrebbe essere innocente, ma per salvarsi deve dimostrare che Melissa Trotter, la donna per il cui omicidio è finito nel braccio, non è stata uccisa l’otto dicembre 1998, giorno della sua scomparsa, ma dopo il 10, poiché lui (come Alan Gell anni fa) avrebbe un alibi di ferro: era in prigione.

La visione temporale dei forcaioli termina con il 2000

28 novembre 2008
28 novembre 1888 la Camera approva il Codice Zanardelli

In memoria di Michael Mello (1945 – 2008)

La teoria della deterrenza della pena di morte è semplice: la gente ha paura di morire e non commette certi crimini, o ne commette molti meno, se questi sono passibili di pena capitale. La scomparsa di questa minaccia causa un aumento dei delitti, in particolare dell’omicidio, e un gran numero di vite innocenti sono sacrificate dalla criminale stupidità degli abolizionisti.

La pena di morte americana e’ un sacrificio umano

Un’analisi quantitativa in occasione della Giornata Mondiale contro la pena di morte

Premessa
Negli Stati Uniti non c’e’ pena capitale, ma una serie limitata di sacrifici umani, di omicidi rituali, atti a rassicurare una popolazione spaventata dalla sua stessa violenza. Solo una parte molto piccola degli omicidi di primo grado arriva nelle aule giudiziarie e, a parità di delitto, alcuni finiscono sulla forca mentre altri si prendono uno schiaffetto sulla mano. Se gli americani avessero applicato coerentemente le loro leggi le esecuzioni sarebbero state almeno centomila.

1     La pena di morte nel mondo
2     L’Italia e la sua tradizione abolizionista.
3     Perché la pena di morte americana
4     Le mie fonti.
5     Un compito sterminato.
6      Come funziona il sistema giudiziario americano
7     American Gulag
8     Omicidi e condanne da Furman a Tucker

UNO
Secondo Amnesty International nel mondo ci sono 137 paesi abolizionisti. 92 sono abolizionisti totali: paesi in cui non c’è reato o situazione in cui si possa essere condannati a morte (nel 1998 erano 63). 10 sono abolizionisti parziali (come lo era l’Italia fino al 1994) cioè paesi in cui la pena di morte esiste per reati come la pirateria d’alto mare o lo stupro della regina. Infine ci sono 35 paesi abolizionisti de facto: quelli in cui (come il Belgio fino al 1996) c’è ancora la pena di morte, ma nessuno viene ucciso da almeno dieci anni. 60 paesi uccidono ancora i loro cittadini.
Dal 1976 due paesi all’anno sono passato all’abolizionismo totale o parziale.
In Europa la pena di morte è vietata e le Nazioni Unite la consentono solo per i “most serius crimes” in vista di una sua totale abolizione.

DUE
Noi italiani abbiamo un splendida tradizione abolizionista.
Il Granducato di Toscana abolisce la pena di morte il 30 novembre 1786, poi lo fa la Repubblica Romana il 3 luglio 1849 e quindi il governo provvisorio toscano il 30 aprile del 1859. La Camera dei Deputati dell’Italia unita vota l’abolizione il 13 marzo 1865, ma solo con l’amnistia del 1877 e il Codice Zanardelli (28 novembre 1888) l’Italia diventa un paese abolizionista. La pena di morte per i reati ordinari torna con le “leggi fascistissime” del 9 novembre 1926 e gli ultimi ad essere “giustiziati”, il 4 marzo 1947, saranno “Quelli di Villarbasse”. La Costituzione repubblicana del 1948 ci fa tornare fra gli abolizionisti e il 13 ottobre del 1994 l’Italia è diventata un paese abolizionista totale. Oggi la parola “pena di morte” è scomparsa anche dalla Costituzione

TRE
Non fraintendetemi, ma è una fortuna per noi studiosi che negli Usa ci sia ancora la pena capitale. I paesi civilizzati l’hanno abolita da tempo e il resto dei forcaioli pubblica poco o nulla. Barriere linguistiche a parte ben poco ci è noto della pena di morte in Cina, Giappone, Singapore, ecc. Soprattutto poco sappiamo del rapporto fra pena di morte, crimine e società. Il poco di cui siamo a conoscenza è orribile. In Cina i condannati fungono da banca degli organi; in Giappone restano decenni ad aspettare il boia, che può arrivare in qualsiasi momento senza preavviso. A Singapore (paese totalitario di successo dove non esiste libertà di espressione e religione; dove gli oppositori sono perseguitati, incarcerati e torturati) fanno più esecuzioni degli Usa, pur avendo una popolazione che è un centesimo di quella americana e hanno un tasso di omicidio doppio di quello dell’abolizionista Hong Kong. Per nostra fortuna gli Stati Uniti ci danno modo di mostrare come la pena di morte sia razzista, classista, arbitraria e costosa.

QUATTRO
Le mie fonti sono:
Le sentenze della Corte Suprema.
Le statistiche del governo americano.
La sconfinata produzione accademica.
I rapporti delle organizzazioni abolizioniste e cripto-abolizioniste.
I giornali americani.

CINQUE
Seguire la pena di morte americana è un compito sterminato
Delle 53 giurisdizioni Usa 38 hanno il boia e 15 no. Il Michigan è abolizionista dal 1837 e questo dimostra che persino in America è possibile vivere senza ammazzare la gente. Ogni stato ha il suo proprio Codice Penale, il suo Codice di Procedura Penale, le sue leggi e le sentenze dalle sue Corti. Ogni stato ha una Corte Suprema, con Texas e Oklahoma che ne hanno due. Ogni stato ha almeno un Distretto Federale ed è all’interno di uno degli 11 Circuiti Federali. Sopra tutti c’è la Scotus.  Insomma un casino infernale di norme, leggi, sentenze e consuetudini in cui sbagliare è estremamente facile: io ci riesco benissimo.

SEI
Il sistema giudiziario americano funziona perché non fa i processi, non fa gli appelli e non motiva le sentenze.
Metà dei crimini gravi non viene denunciata alle autorità, ma ogni anno le 18.000 agenzie di polizia americane arrestano 15 milioni di persone. Circa 2.300.000 sono minorenni: almeno 500.000 sotto i 15 anni, 120.000 fra i 10 e i 12 e 20.000 sotto i 10. Si arrestano bambini di meno di 6 anni. Una quantità impressionante di bambini piccoli sono processati come adulti.

Ogni anno condannano 1.200.000 felons, ma, grazie al patteggiamento, i processi sono solo 150.000. Sono pochi gli innocenti, i pazzi, o i ricchi, che accettano il rischio di essere massacrati in aula e si patteggia il 96 per cento delle condanne.
Il Birmingham News lo spiega così:
”Sei in prigione da due anni in attesa del processo quando si presenta un tizio che dice: ‘Se ti dichiari colpevole questa è la condanna e fra due anni sei fuori, ma, se ti ostini a dirti innocente, fra un anno c’è il processo e se vinciamo noi ti ammazziamo’ Voi cosa fareste?”
(Birmingham News “A Death Penalty Conversion” 06/11/2005)

I misdemeanors invece sono trattati con grande sommarietà e senza troppi fronzoli, come la presenza di un avvocato, in corti di basso livello che non tengono il verbale.

Le giurie non devono spiegare per quale ragione ti mandano sulla forca e l’appello, che non è un diritto costituzionalmente riconosciuto, è raramente concesso a chi non è condannato a morte. Esso non consiste nel rifacimento del processo, ma in una revisione della sua correttezza formale. Le cose si possono ingarbugliare e il procedimento giudiziario diventare una messa cantata pluridecennale, ma normalmente le cose sono spicciative. Secondo un recente rapporto del BJS nel 2004 le corti americane hanno sbrogliato 45,2 milioni di casi giudiziari civili e penali, ma di questi solo 273.000 erano nelle Corti d’appello.
Lo stesso accade nel diritto privato dove, grazie all’American rule, il patteggiamento conclude più del 90 per cento dei procedimenti. Ma non sono rare le cause che si protraggono per decenni.
Faccio infine notare che la prescrizione si interrompe con l’inizio dell’azione giudiziaria e non riparte più (Wilbert Rideau è stato processato per la quarta volta a quasi mezzo secolo dal delitto) e che giudici e procuratori (anche se a noi raccontano balle) sono immuni da ogni azione civile.

SETTE
American Gulag: il più grande esperimento di imprigionamento di massa dai tempi di Stalin.
Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito ad un crescere vertiginoso degli arresti, del numero di condanne e della loro lunghezza, oltre alla diminuzione della possibilità di essere posti in libertà vigilata. Ogni giorno 2.000 felons escono di galera e un po’ più di 2.000 ci entrano. Nel 2005 i prigionieri sono cresciuti di 1.000 unità a settimana e, a fine anno, erano aumentati di una cifra superiore all’intera popolazione carceraria italiana.
Un milione e seicentomila carcerati riempiono le prigioni statali e federali (trent’anni fa erano duecentomila), ottocentomila quelle locali (cinquecentomila sono in attesa di giudizio), con in più centoventimila minorenni in riformatorio più alcune migliaia nelle prigioni per adulti.
Gli Stati Uniti d’America detengono il record mondiale di un galeotto ogni 120 abitanti, con un tasso di detenzione di 833 per 100.000, ma, se ai 2,5 milioni in prigione aggiungiamo i 5 milioni e passa che sono in libertà vigilata (probation e parole), arriviamo a un condannato ogni 40 abitanti e a un tasso di 2.500 per centomila.
Un adulto americano ogni cento è dietro le sbarre e per i neri si arriva a uno ogni nove. Metà dei carcerati sono neri, ma i neri sono il 13% della popolazione. Un terzo dei ventenni di colore è in prigione o in libertà vigilata: il loro tasso d’incarcerazione è di 13.000 per centomila, mentre per i loro coetanei bianchi è di 1.700.  Ci sono più ragazzi neri in prigione che all’università. Le donne detenute sono 200.000 e spesso si ha notizia di una di loro costretta a partorire ammanettata mani e piedi. 100.000 detenuti sono in isolamento nei supermax. 3.300 sono nel braccio della morte. Gli ergastolani sono 130.000. Un quarto non ha la possibilità di rilascio sulla parola (LWOP) e di questi 2.200 sono minorenni (fra cui ragazzini di 13 e 14 anni).
Il prezzo del mantenimento del gulag americano è di 60 miliardi di dollari annui e l’intero sistema giudiziario-penale ne costa 200. Un galeotto californiano costa 40.000 dollari l’anno: come mandarlo ad Harvard.
Il 6% degli americani è afflitto da gravi problemi mentali, ma per i detenuti si passa al 20% e le carceri, con i loro 500.000 malati mentali gravi, sostituiscono gli ospedali psichiatrici.

OTTO
Gli omicidi e le esecuzioni da Furman a Tucker, 1972 – 1998

Secondo il Prof Adam Hugo Bedau, nel decennio 1984 – 1993, l’America ha avuto una media di 22.000 omicidi criminali l’anno (24.700 nel 1991). Circa 17.000 sono stati commessi con armi da fuoco (13.000 con pistole). Armi che, fra omicidi, suicidi e incidenti, hanno causato 39.595 vittime nel 1993 (5.000 erano minorenni) con circa 130.000 feriti.
Su 650 milioni di armi da fuoco leggere possedute nel mondo dai civili 250 sono in America.

Gli Afro Americani, pur rappresentando solo il 13% della popolazione, forniscono il 50% delle vittime di omicidio e la prima causa di morte per i ragazzi neri è essere sparati. I maschi neri hanno un tasso di morte violenta che è doppia di quella dei soldati americani nella Seconda Guerra Mondiale e non fu per scherzo che qualcuno li ha dichiarati una specie in via di estinzione.

Sempre secondo il Prof. Bedau per 10.000 omicidi è stato trovato un colpevole e per 2-4.000 di questi era possibile chiedere la pena di morte.

Se utilizziamo i dati del Prof Bedau per il quarto di secolo che va dal 1972 (sentenza Furman) al 1998 (cinquantesimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo), vediamo che in America ci sono stati 500.000 omicidi criminali; le condanne sono state almeno 250.000 e di queste fra le 50 e le 100 mila potevano essere capitali: ma le condanne a morte sono state 6.406 e le esecuzioni 500 (una ogni 1.000 omicidi).

(In realtà gli omicidi sono stati 539.396. In confronto gli americani hanno perso 450.000 soldati nella Seconda Guerra Mondiale, 53.000 in Corea e 58.000 in Viet Nam.)

I dati ufficiali non divergono dalla mia ipotesi.
Secondo il rapporto sulla pena di morte in Maryland del Prof. Paternoster in quello stato (nel periodo 01/07/1978 – 3/12/1999) ci sono stati 6.000 omicidi per i quali qualcuno è stato punito. Di questi 1.311 sarebbero stati passibili di pena di morte, che però è stata chiesta in soli 353 casi. La richiesta è proseguita in 180 processi e ha portato a 76 condanne capitali inflitte a 58 persone. Di queste 5 sono state uccise e 5 sono ancora nel braccio. Le 5 uccise (3 neri e 2 bianchi) avevano tutte ucciso bianchi anche se le vittime di omicidio in Maryland sono per l’80% nere.

Negli ultimi 20 anni gli omicidi federali passibili di pena di morte sono stati 2.545, ma il Dipartimento di Giustizia l’ha chiesta in 431 casi, ottenendola in 59, con 3 esecuzioni.

Nello stato di New York, in dieci anni di pena di morte, ci sono stati 10.000 omicidi, 877 dei quali erano passibili di pena di morte: le condanne sono state 58 e nessuna esecuzione.

Oggi la situazione è migliorata e gli americani sono stati felici di avere avuto, nel 2002, solo 16.638 omicidi criminali, mentre noi italiani ci siamo preoccupati moltissimo dei nostri 638 omicidi, anche se questi erano meno di un terzo quelli del 1991.
Dall’ 11 settembre del 2001 i morti assassinati sono stati 100.000, meno di 1.000 le condanne a morte e 350 le esecuzioni (relative a condanne di 10 – 20 e anche trent’anni fa)
Ogni anno le armi da fuoco uccidono, fra omicidi, suicidi e incidenti, 30.000 persone (3.000 minori)

Conclusione
Risulta quindi del tutto evidente che le 1.123 esecuzioni post-Furman sono una frazione di quelle possibili, probabilmente meno di un centesimo. Solo una parte molto piccola degli assassini è condannata a morte e, di questi, solo alcuni disgraziati sono effettivamente uccisi e nulla mostra che siano gli autori dei crimini peggiori. Possiamo quindi definirle dei sacrifici umani.

L’assoluta arbitrarietà con cui sono selezionati i disgraziati destinati al sacrificio sarà oggetto di un prossimo saggio.

Claudio Giusti
8 ottobre 2008
dedicato a Paola

ESECUZIONI, OMICIDI E CONDANNE      1  ottobre  2008

Ex        condanne         tasso om.        omicidi

1973                  42             9.4            19.640
1974                149             9.8            20.710
1975                298             9.6            20.510
1976                233             8.8            18.780
1977         1     137             8.8            19.120
1978                185             9.0            19.560
1979         2     151             9.7            21.460
1980                173            10.2           23.040
1981         1     223              9.8           22.520
1982         2     267              9.1           21.010
1983         5     252              8.3           19.308
1984        21    284              7.9           18.692
1985        18    262              7.9           18.976
1986        18    300              8.6           20.613
1987        25    287              8.3           20.096
1988        11    291              8.4           20.675
1989        16    258              8.7           21.500        omicidi
1990        23        251          9.4           23.438        Italia
1991        14        268          9.8           24.703        1901
1992        31        287          9.3           23.760        1441
1993        38        287          9.5           24.526        1065
1994        31        315          9.0           23.326          938
1995        56        315          8.2           21.606        1004
1996        45        317          7.4           16.645          945
1997        74        275          6.8           18.208          864
1998        68        298          6.3           16.974          879
(500)     (6406)                       (539.396)
1999        98        277            5.7            15.522          810
2000        85        232            5.5            15.586          749
2001        66        162            5.6            16.038          707
2002        71        167            5.6            16.229          642
2003        65        153            5.7            16.582          719
2004        59        138            5.5            16.137          711
2005        60        128            5.6            16.692          601
(1004)    (7633)                          (652.182)
2006        53        115            5.7                621
2007         42        110                                593
2008        24

I dati della pena di morte americana 1 ottobre 2008.

Delle 53 giurisdizioni americane 15 non hanno la pena di morte.
Il Distretto di Columbia non ha esecuzioni dal 1957, mentre Alaska, Hawaii, Iowa, Massachusetts, Vermont e West Virginia sono abolizionisti da mezzo secolo. Nord Dakota e Rhode Island non hanno esecuzioni dal 1930, il Minnesota dal 1885, il Maine dal 1887, il Wisconsin dal 1851 e il Michigan dal 1837. Sempre il Michigan divenne, nel 1847, la prima giurisdizione al mondo ad abolire stabilmente la pena capitale. Lo stato di New York è tornato abolizionista e il Parlamento del New Jersey ha abolito la pena capitale nel dicembre 2007.

Delle 36 restanti sono state 33 ad avere almeno una esecuzione, ma il grosso è avvenuto nel Sud. Il Texas è in testa con più di un terzo del totale. Molti stati hanno ucciso solo dei volontari.

Secondo il DPIC  fra i dieci stati con il tasso di omicidio più basso otto non hanno la pena di morte, mentre dei due restanti il New Hampshire non ha condannati a morte e il Sud Dakota ha fatto nel 2007 la sua prima esecuzione in 60 anni.  In proposito il forcaiolo John Lott (quello di More Guns Less Crimes) pensa che siamo tutti stupidi: “The 12 states without the death penalty have long enjoyed relatively low murder rates due to factors unrelated to capital punishment.”

1123 esecuzioni, di cui 414 in Texas. La Harris County (quella con Houston, nel cui laboratorio di polizia ci pioveva dentro) ne ha fatte 104, Dallas County 38 (anche nel suo laboratorio di polizia ci pioveva dentro), la Tarrant County di Fort Worth 28. La Virginia (la più efficiente nel vuotare il braccio della morte) ha fatto 102 esecuzioni, 88 l’Oklahoma, 66 il Missouri, 66 la Florida. La California pur avendo nel braccio della morte quasi 700 persone ha fatto “solo” 13 esecuzioni al costo di 250 milioni di dollari l’una.

La sedia elettrica ha ucciso 155 persone, 2 i fucilati, 11 i gasati, 3 gli impiccati e il resto con l’iniezione. I neri uccisi sono 384 e i bianchi 636. Anche se il 50% delle vittime degli omicidi è nero e la quasi totalità degli omicidi avviene all’interno dei due gruppi razziali, l’80% delle vittime dei “giustiziati” era bianco. L’80% delle esecuzioni è avvenuto nel Sud. Le clemenze sono state 244 (167 in Illinois) e 130 gli innocenti rilasciati.
Il 10 – 12%  dei condannati uccisi era pazzo o minorato mentale e il 10¬ – 12% si è consegnato volontariamente al boia. I minorenni erano 22 (13 TX) e 11 le donne. I neri che hanno ucciso un bianco sono 228, 15 i bianchi che hanno ucciso un nero (mai nessuno in Texas). Hanno passato in media 11 anni nel braccio. A parte il texano Jesse DeWayne Jacobs non sappiamo quanti fossero innocenti.

Dal 2002 il tasso di omicidio americano è stabilmente fisso attorno al 5,6 – 5,7 per centomila (16 – 17 mila omicidi all’anno). In Italia abbiamo 600 omicidi e un tasso di uno per centomila.

Le condanne a morte sono passate dalle 300 all’anno a poco più di cento e le esecuzioni sono 60 all’anno, ma si riferiscono a omicidi di 10, 20 e anche 30 anni fa.

Dati sulla pena di morte americana 1 ottobre 2008

Il decennio clintoniano
495 esecuzioni 1993 – 2000
11 nuovi stati fanno esecuzioni su 33
1995 New York e Kansans introducono la pena di morte

Il decennio bushita
440 esecuzioni 2001 – 2008
2 nuovi stati e la giurisdizione federale fanno esecuzioni
New York e New Jersey diventano abolizionisti

OGGI
1123    esecuzioni totali
414     in Texas  (152 con Giorgino)
104     Harris County (Houston)
102    Virginia
88      Oklahoma
66      Missouri
66      Florida
43      Georgia
38      Dallas

neri         384
bianchi     636
altri         103

80% delle vittime era bianco (ma il 50% delle vittime d’omicidio è nero)
80% “giustiziato” nel Sud
10 – 12%  era pazzo o minorato mentale
10¬ – 12%  si è presentato volontariamente al boia interrompendo gli appelli o non facendoli
22 i minorenni (13 TX)
11 le donne
244 clemenze (167 Illinois)
130 innocenti rilasciati

neri che hanno ucciso un bianco     228
bianchi che hanno ucciso un nero     15     mai nessuno in Texas

11 anni in media nel braccio

155 sedia
2 fucilati
11 gasati
3 impiccati
948 con l’iniezione

Dati storici sulla pena di morte americana
Secondo Watt Espy le esecuzioni in territorio americano sono state, dal 1608 al 31 dicembre 1998, 19.248. Di queste 500 sono post-Furman. Questi dati non sono ufficiali e non sono completi, visto che solo dal 1930 esiste un registro delle esecuzioni. [Stuart Banner: “The Death Penalty. An American History”. Cambridge, Harvard UP 2002, p 313]
Bohm cita sempre Espy fornendo il dato di 20.000 – 22.500 esecuzioni legali e di 10.000 linciaggi. [Robert M. Bohm “Deathquest II” Cincinnati, Anderson Pub. 2003, p. 2]

ATTENZIONE: i dati degli Espy files sono inferiori, deathpenaltyinfo.org
come lo sono quelli di Amnesty International che fornisce la cifra di 18.000 esecuzioni.

AMR 51/052/1999 Killing with Prejudice, Race and the Death Penalty
web.amnesty.org

Dal 1930 al 1967 ci sono state 3.859 esecuzioni.
Il decennio peggiore è stato il primo, con 1.676 esecuzioni di cui 199 nel solo 1935.
I neri erano il 54% del totale e il 90% dei 455 uccisi per stupro (97% al Sud).
Le donne 32.
I  3/5 delle esecuzioni sono avvenute nel Sud.
www.deathpenaltyinfo.org

Si devono poi aggiungere 160 esecuzioni di militari. La Marina non ha fatto esecuzioni dal 1849.
justice.uaa.alaska.edu

Le esecuzioni post-Furman, dal 17 gennaio 1977, sono 1.123.
L’anno peggiore il 1999 con 98 esecuzioni.
L’ottanta per cento nel Sud, di cui più di un terzo in Texas.
I neri erano il 34%, ma le esecuzioni riguardavano all’80% assassini di bianchi.
11 le donne giustiziate.
people.smu.edu

Fra il 1890 e il 1966 ci sono state 4.308 esecuzioni con la sedia elettrica.
Fra il 1930 e il 1980 le esecuzioni con la camera a gas sono state 952.
La stragrande maggioranza dei condannati è stata impiccata.
Nel post-Furman la sedia elettrica ha fatto 155 vittime, 2 la fucilazione, 3 l’impiccagione e 11 la camera a gas. Gli altri sono stati uccisi con l’iniezione letale.

I linciaggi di cui si è avuta notizia sono stati, dal 1882 al 1968, 4.743. I neri linciati, uomini e donne, sono stati 3.446 (ma fra i linciati ci sono anche ebrei e italiani). In testa il Mississippi con 539 (più 42 bianchi), poi la Georgia con 492 e 39, il Texas (352 – 141), la Louisiana (335 – 56) e l’Alabama (299 – 48). Ovviamente queste sono cifre gravemente approssimate per difetto.
www.english.uiuc.edu

1 ottobre 2008