pace

Conoscere in profondità Rodari

di Gianluca Carmosino

Con una produzione sterminata e con capolavori letterari come Favole al telefono e Le avventure di Cipollino, Gianni Rodari ha rivoluzionato l’editoria per l’infanzia ed è l’autore italiano per ragazzi più tradotto in assoluto con Carlo Collodi. L’impatto culturale di Rodari è dimostrato anche dalla mole imponente di saggi critici, tesi di laurea, biografie e analisi pedagogiche che continuano a studiarlo. Oggi per la prima volta un volume, Biblioteca d’autore Gianni Rodari (Pensa MultiMedia ed.), cataloga i libri personali di Gianni Rodari, il suo fondo librario. Gli eredi Rodari hanno reso disponibile questo importante spazio di ricerca, che Ilaria Capanna, già da anni responsabile della catalogazione dell’opera rodariana, ha svolto nel quadro di una più complessiva azione regolata dal Piano Nazionale della Ricerca (finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca italiano), coordinato dall’ente INDIRE (grazie alla ricercatrice Pamela Giorgi che ha curato il piano di lavoro e il suo sviluppo nonché la collaborazione con l’Università di Siviglia). A parlarci della Biblioteca di Rodari l’autrice del libro Ilaria Capanna.

Il volume è il frutto di un’accurata catalogazione tra migliaia di volumi con i quali Gianni Rodari ha studiato ogni giorno. Quali generi, quali temi e quali autori sono stati fondamentali per lo scrittore omegnese?

I generi fondamentali sono quelli che ho diviso per le sei tematiche: arte, musica, fotografia; politica e storia; favolistica, folklore e antropologia; filosofia, scienze e religione; letteratura, critica letteraria, poesia; scuola, didattica e pedagogia. Quindi tutti sono stati fondamentali. Inoltre, ognuna di queste sezioni, organizzate per agevolare l’orientamento all’interno del fondo e rendere più leggibili i principali ambiti tematici, è preceduta da un mio saggio introduttivo di carattere filologico e storico-critico. Gli autori fondamentali sono in parte quelli che lui stesso cita in Grammatica della fantasia poi ovviamente i maestri e le maestre del Movimento di Cooperazione Educativa e tutti coloro hanno fatto un’approfondita analisi sui temi della scuola e della pedagogia del Novecento. Molti letterati russi tra cui Fëdor Michajlovič Dostoevskij, scrittori suoi contemporanei quali Cesare Zavattini, molti sono i libri dedicati alla poesia, del resto Rodari è stato uno scrittore e un poeta, oltre che un bravo giornalista, quindi tanti sono i volumi sulla storia e la politica, tra cui molti su Antonio Gramsci. Molte edizioni della Bibbia, l’interesse per le religioni, al di là del suo percorso personale nella prima adolescenza, che ben accenno nel libro, sono, come lo sono diversi testi sacri, ricerche antropologiche oltre che spunti letterari. Poi ci sono le favole d’autore, le favole provenienti da paesi del mondo, Vladimir Jakovlevič Propp, Giuseppe Cocchiara, Carlo Collodi e molti altri autori di interesse su questa tematica. Anche la sezione dedicata all’arte è ricca di personalità come Bruno Munari, Paul Kleen, tanti poi i libretti dedicati alla musica, del resto Rodari sapeva suonare il violino.

Cosa emerge in particolare dello scrittore Rodari?

Emerge un uomo capace di studiare, di approfondire, un ricercatore instancabile che sapeva confrontarsi con la politica del suo tempo mantenendo salde le sue idee e i suoi principi, un intellettuale attivo nelle scuole italiane come quelle in URSS dove si è recato più volte e anche in Cina, dove la sua esperienza è stata pubblicata. Le numerose postille e appunti trovati nei suoi libri, che ho trascritto nelle note della catalogazione della sua biblioteca, lo dimostrano. Ogni volume che ho catalogato l’ho sfogliato pagina per pagina e ho potuto notare l’attenzione che gli ha dato. È stato un uomo appassionato e curioso del suo lavoro e del conoscere e proporci immaginari nuove. Le sue storie cambiano, con l’uscita del volume Favole al telefono la struttura della favola tradizionale. Romanzi o racconti brevi, storie di fantasia che ci fanno conoscere il presente sia negli oggetti di tutti i giorni sia nelle tematiche sociali, predisponendo, come è giusto che sia, con ironia e semplicità, la comprensione di realtà importanti anche ai bambini e alle bambine. È stato, ed è ancora un autore contagioso che trasmette gioia, coraggio nell’idea che tutto può essere trasformabile, migliorabile, che non dobbiamo mai smettere di sognare e che la pace è possibile se tutte e tutti cooperiamo affinché avvenga.

Il testo è pensato per un utilizzo educativo e didattico. In che modo può orientare e favorire le attività a scuola?

Il testo è finalizzato a una conoscenza più approfondita e veritiera della figura di Gianni Rodari, quindi non una bandiera comunista da sventolare, non un santino commemorativo da celebrare nelle scuole con le sue filastrocche più semplici, dove, comunque, anche dietro queste c’è un lavoro di immagini, di conoscenza linguistica e indagine del presente, ma per conoscerlo e riconoscerlo certamente come uomo di sinistra, dai valori veramente sinceri e concreti, ma come un intellettuale profondo del nostro Novecento, giornalista attento e ricercatore attivo. Il mio non è un lavoro sulla didattica, ma una ricerca e catalogazione sistematica ben strutturata per, ripeto, garantire un’approfondita conoscenza sull’autore. Mi auguro che in tutti gli ordini scolastici, nonché universitari-accademici ci sia attenzione e una buona preparazione su Rodari e la sua opera, e non solo per citarlo. Il mio libro mette a conoscenza la genesi dei suoi studi e delle sue opere. Di certo la sezione Scuola, Pedagogia, Didattica, Psicologia, Psichiatria può, per le insegnanti che vorranno, dare spunti su cui poter lavorare. Intanto, consiglio di avere sempre a casa e a scuola una copia di Grammatica della fantasia. Ringrazio per avermi concesso la possibilità di lavorare alla catalogazione la famiglia Rodari, ha permesso così la conoscenza del fondo librario non solo ai lettori appassionati dell’ autore.

L’attualità di Rodari risiede nella sua pedagogia rivoluzionaria, che mette la creatività e la parola al centro dell’emancipazione umana. Tuttavia forse oggi abbiamo bisogno di riscoprire soprattutto il suo impegno civile e la sua straordinaria capacità di affrontare temi universali a cominciare dal rifiuto categorico della guerra…

Esatto, il suo impegno civile fin da giovanissimo, la sua biografia ci racconta la sua esperienza come partigiano e poi immediatamente dopo la guerra l’inizio del lavoro come giornalista, prima in testate locali poi nel giornale di partito l’Unità, fino all’ultimo giorno sul quotidiano Paese Sera, senza tralasciare l’importante impegno nel Pioniere, nel Giornale dei genitori, la collaborazione in NOI DONNE e con altri giornali. Della parte giornalistica ho scritto approfondendo nel saggio di Politica, Storia del libro. Tengo inoltre a precisare, per corrette ricerche, che, nonostante l’importante lavoro svolto da coloro che si occupano di arricchire le pagine Wikipedia, quella di Rodari ha diverse inesattezze che dovranno essere corrette, consiglio quindi di prendere in considerazione, per una biografia veritiera e accurata, testi critici validi, tra gli importanti saggi, oltre al mio, quelli di Pino Boero professore di letteratura per l’infanzia e maggior esperto da decenni dell’opera rodariana, di Daniela Marcheschi docente e critica letteraria che ha curato il Meridiano Mondadori del 2020, di Giorgio Diamanti che si è occupato della pubblicazione di tutti i testi giornalistici di Rodari, e della catalogazione e organizzazione del suo lavoro e degli arrivi italiani ed esteri prima che prendessi io, dal 2010/2011 quel ruolo con la collaborazione della famiglia stessa. Tornando all’impegno civile dello scrittore e giornalista, la parola è sì fondamentale nei suoi processi creativi e nell’uso responsabile della conoscenza linguistica; non a caso la collaborazione e stima con Tullio De Mauro. Rodari vuole una pedagogia civile, tutta la sezione di libri presa da me in analisi per costruire questo volume documenta una forte consapevolezza politica dell’educazione. I testi sulla scuola sovietica, sull’educazione negli USA, sul tempo pieno, nella scuola di massa, sulla disuguaglianza sociale, l’educazione dei ragazzo con disabilità, sulla deistituzionalizzazione, mostrano, come già abbiamo potuto approfondire, un Rodari intellettuale militante, attento alle trasformazioni concrete del sistema scolastico ma della vita tutta in generale, dell’educazione dell’infanzia, ma anche degli uomini e delle donne. Poi c’è da dire che la scuola non è mai neutra: è campo di conflitto, di possibilità, di costruzione. In questo senso, Rodari si avvicina anche a Baudelot-Establet, a Borghi, a Lombardo Radice, ma mantiene sempre una cifra propria: la fiducia ostinata nella parola del bambino. Dunque gran parte del mio lavoro di ricerca si basa su l’intento di far emergere la straordinaria ricchezza culturale di Gianni Rodari. La sua profonda analisi del presente e la sua conoscenza della storia ci permettono ancora oggi di comprendere il suo netto e categorico rifiuto della guerra. Sì, sono numerose le opere nelle quali affronta il tema della pace, proponendo riflessioni di grande attualità, farle conoscere a tutti e tutte è fondamentale.

L’aricolo è stato pubblicato su Comune-info il 3 luglio 2026

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Disertare il linguaggio della guerra

di Emilia De Rienzo


Viviamo immersi in un linguaggio della guerra che esalta la forza e la ferocia disumana. È una postura che pervade il nostro stare al mondo, riducendoci a individui in perenne competizione, impegnati a scalare gerarchie che chiamiamo “merito” per non chiamarle privilegi. In questa logica, il dialogo scompare: le ragioni dell’altro sono ostacoli da abbattere. E persino la parola “pace” viene spesso usata per coprire la stessa logica — diventa lo schermo dietro cui chi ha già vinto impone il proprio ordine, chiamandolo armonia. Non è pace: è la guerra che ha smesso di dichiarasi.

Ma la pace non può nascere dalla forza. Per costruirla, dobbiamo operare un ribaltamento dello sguardo: dobbiamo partire dalla fragilità, riconoscendola non come una colpa individuale, ma come il terreno comune della nostra esistenza.

Dobbiamo partire dai bambini. Sono loro a smentire la finzione liberale del “volere è potere”. Un bambino ci insegna che non si può mai fare da soli: la sua vita è, fin dal primo respiro, una costruzione collettiva. Insegnare la pace significa garantire loro il diritto di non dover essere “performanti” per meritare amore.

Dobbiamo ascoltare gli adolescenti. Spesso abitati da un senso di illegittimità, si muovono in un mondo che non offre codici per comprendere il loro disagio. La loro fragilità è la domanda di chi cerca un posto nel mondo senza voler per forza occupare quello di un altro. La pace è dare risposte che non siano sentenze, ma alleanze.

Dobbiamo guardare alla disabilità e alla malattia. Per troppo tempo le abbiamo delegate al privato, scaricandole sul sacrificio delle donne o delle classi subalterne. Ma la sollecitudine deve diventare “cura politica”: non basta la benevolenza individuale, serve una morale della giustizia in cui la vulnerabilità richiede un’attenzione particolare non per pietà, ma per diritto. La pace si misura qui.

E infine, dobbiamo abitare la vecchiaia. Non come un dato statistico o biologico, ma come l’osservatorio della durezza del nostro mondo. Invecchiare è spesso perdere la libertà di agire in una società che riconosce solo chi produce. La vecchiaia è il rivelatore finale: se non sappiamo proteggere l’autonomia di chi declina, significa che la nostra “pace” era solo un accordo tra forti.

Costruire la pace, allora, significa destituire lo spirito di competizione. Significa capire che la scala di servizio — quella che molti sono costretti a usare perché l’ingresso principale non è per loro — è una ferita alla convivenza di tutti. Chi sale da quella scala non è meno presente: è semplicemente tenuto fuori dalla vista.

La pace non è un traguardo che viene dopo il conflitto. È il lavoro lento di reintrodurre l’umano, il fragile e il vulnerabile in ogni rapporto sociale. Prende forma nel momento in cui smettiamo di usare la nostra forza per prevaricare e iniziamo a usarla per sostenere.

O la pace è una pratica quotidiana di riconoscimento reciproco, oppure è solo un altro nome con cui copriamo la stessa guerra, più presentabile, ma non meno escludente.

“Ho sempre l’impressione o la sensazione della fragilità degli esseri viventi – scrive lo scultore Alberto Giacometti – Ho la percezione che debbano contare su un’energia formidabile per stare in piedi, istante dopo istante, sempre con la minaccia di crollare. Questo lo sento ogni volta che lavoro dal vero”. Se fossimo, come Giacometti, consapevoli di questa nostra fragilità — se la riconoscessimo in noi e negli altri, se smettessimo di inseguire quel desiderio di essere sempre forti e all’altezza della situazione — forse vedremmo la vita, gli altri, il mondo con occhi diversi.

Impareremmo a commuoverci, a meravigliarci, a riconoscere la bellezza che è insita in ciò che è caduco e fragile. Scopriremmo l’essenza stessa dell’essere umani, non super-umani. Rallenteremmo i nostri passi. I nostri sguardi si poserebbero con più leggerezza su ogni cosa che ci circonda. E scopriremmo che, come noi abbiamo bisogno degli altri, gli altri hanno bisogno di noi.



L’articolo è stato pubblicato su  Comune-info il 13 aprile 2026

Foto da unsplash.com

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SERENA PASQUA

di Sergio Tardetti

È ritornata Pasqua, ringraziarla
È quanto meno doveroso, chiede
A ognuno un poco di rispetto, forse
Quello che manca più di questi tempi
È ritornata, e noi per consolarci
Di un mondo che ogni giorno è un po’ più duro
Proviamo almeno, intanto, ad augurarci
Giorni sereni, fosse anche uno solo
E che torni a riprendere il suo volo
La paziente colomba della Pace



© Sergio Tardetti 2026

Immagine da Pixabay

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Perugia, l’Università come ponte di pace

di Tiziana Volta

Tra Assisi e Perugia si è aperto un nuovo anno accademico nel segno di una parola esigente: pace.

L’Università degli Studi di Perugia ha scelto di inaugurare il 2025-2026 intrecciando due momenti simbolicamente e politicamente forti: la sottoscrizione della Carta di Assisi – Università Ponti di Pace e la cerimonia ufficiale del 718° anno dalla fondazione dello Studium generale. Un’apertura che non è stata solo calendario e rito, ma dichiarazione di responsabilità storica.

Due momenti distinti, un unico messaggio: pace, persone, territorio.

Nella sede di Palazzo Bernabei ad Assisi, ventidue atenei provenienti da quattro continenti hanno sottoscritto un documento programmatico condiviso: la Carta di Assisi. non nasce come dichiarazione simbolica, ma come documento programmatico con obiettivi concreti. Non uno slogan, ma un impegno strutturale. Nel testo si afferma che l’università: è spazio universale di relazione, prima ancora che struttura amministrativa; ha una responsabilità etica intrinseca alla produzione del sapere; deve tradurre la pace in processo formativo permanente, non in formula retorica. Il documento rifiuta esplicitamente la riduzione della pace a parola di circostanza. La qualifica invece come percorso lungo, generazionale, educativo, che attraversa didattica, ricerca e cooperazione internazionale. Le università firmatarie si sono impegnate a: attivare percorsi formativi dedicati alla pace; costituire centri di studio interdisciplinari; sviluppare reti accademiche internazionali orientate alla cooperazione; introdurre strumenti di valutazione etica nelle collaborazioni scientifiche.

Tra gli atenei presenti figuravano istituzioni di rilievo internazionale come Université Catholique de Lyon, Universidad de Guadalajara, Agricultural University of Tirana,Université Clermont Auvergne insieme a importanti università italiane, tra cui Sapienza Università di Roma, Università degli Studi di Firenze, Università degli Studi di Siena, Università degli Studi di Macerata, Università degli Studi di Camerino, Università degli Studi di Urbino Carlo Bo e Università degli Studi dell’Aquila.

Nel contesto dell’ottocentenario di Francesco d’Assisi, la scelta di Assisi non è stata ornamentale, ma una dichiarazione culturale: la pace come relazione, fraternità e custodia del creato.

Il 26 febbraio, nell’Aula Magna di Palazzo Murena a Perugia, il Rettore Massimiliano Marianelli ha inaugurato per la prima volta ufficialmente l’anno accademico 2025-2026.

Nel suo discorso ha scandito quattro parole chiave: persone – metodo – territorio – pace, benessere, comunitàMa più che parole, sono state traiettorie.

Il Rettore ha insistito più volte sul significato originario di Universitas: spazio universale di relazioni. L’università, prima di essere un’istituzione, è una comunità di persone in relazione. Non un luogo chiuso e autoreferenziale, ma una comunità umana e intellettuale in cui il sapere nasce dall’incontro e l’incontro genera responsabilità.

Studentesse e studenti non sono destinatari passivi, ma origine stessa dell’istituzione. Da qui:

– il primo documento del mandato dedicato alla pace e ai diritti umani;

– l’istituzione dell’Osservatorio sulla Pace;

– l’attenzione al diritto allo studio;

– l’estensione dei servizi di supporto psicologico;

– le politiche per l’inclusione e la disabilità;

– l’attenzione alla salute mentale come parte integrante della “quarta missione”.

“L’università”, ha affermato Marianelli, “non inaugura solo calendari e programmi: inaugura fiducia”. Ha consegnato all’anno accademico una parola sola: cura (Cura delle persone, Cura dei luoghi, Cura dei saperi, Cura delle relazioni). Solo ciò che viene curato cresce. E solo ciò che cresce insieme genera futuro.

Uno dei passaggi più significativi del discorso è stato il continuo richiamo alle sedi territoriali, definite non come estensioni marginali, ma come “geografie di responsabilità”. UniPg è stata definita con forza Università dell’Umbria. Le sedi di Terni, Assisi, Castiglione del Lago, Foligno, Gubbio e Narni non sono un inventario geografico, ma centri vitali con una propria vocazione.

Per Terni il Rettore ha delineato una prospettiva chiara: costruire un polo riconoscibile, con coerenza interna ed esterna, orientato verso l’intelligenza artificiale, l’innovazione digitale e la dimensione biomedicaÈ stata istituita una delega trasversale all’IA  ma con una precisazione decisiva: “L’intelligenza artificiale non è un fine. È uno strumento per continuare l’umano, non per sostituirlo. La tecnologia non è mai autonoma: è subordinata alla persona. Non si tratta di inseguire il futuro, ma di governarlo”. Se Terni è laboratorio dell’innovazione tecnologica, Assisi è laboratorio dell’umanesimo. Qui l’Ateneo sta lavorando a un percorso formativo dedicato alla pace, un centro studi internazionale, reti di cooperazione, progetti legati a sostenibilità e custodia del creato. Assisi parla al mondo con un linguaggio che intreccia pace e ambiente. Non come dimensioni separate, ma come responsabilità unitaria.

Ospite d’onore della cerimonia è stato il giudice Rosario Salvatore Aitala, Primo Vicepresidente della Corte Penale Internazionale. Nel suo intervento, intitolato “La forza e la ragione. Per una politica della pace”, ha affermato: “Il contrario della forza non è la debolezza. Il contrario della forza è la ragione.” Ha denunciato il ritorno della cultura della violenza nelle relazioni internazionali, ricordando che la guerra non è una parentesi neutra, ma una frattura che lascia ferite permanenti nei popoli. Ha difeso il ruolo della Corte Penale Internazionale come presidio fragile ma essenziale di giustizia globale. E ha rivolto un messaggio alle nuove generazioni: “La grandezza non dobbiamo crearla in voi. Dobbiamo solo suscitarla, perché è già tutta lì.”

Il filo che ha unito Assisi e Perugia è uno solo: l’università come spazio di relazione e di ragione, alternativa alla logica della forza. Biblioteche, aule, laboratori, reti internazionali non sono infrastrutture neutre. Sono luoghi in cui si custodisce e si rinnova l’umano.

L’inaugurazione del 718° anno dello Studium perugino non ha celebrato soltanto una tradizione secolare. Ha riaffermato una responsabilità: formare persone capaci di pensiero critico, di dialogo, di costruzione paziente della pace. Non accelerare senza direzione. Ma crescere insieme. E affermare, con lucidità e coraggio, che la pace non è retorica. È metodo.



L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 27 febbraio 2026

Foto di lil artsy da Pexels

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Il silenzio dei vivi

Da circa due mesi, nel cuore di Gaza, una piccola fiamma continua a resistere. Ogni mattina Soad e altre quattro donne accendono un forno comunitario che prepara pane e biscotti per cinquanta famiglie. Grazie anche al supporto delle compagne di Women with Gaza, è diventato un simbolo di dignità e collaborazione. Foto di Gaza FREEstyle

di Emilia De Rienzo

Tra le macerie di Gaza qualcuno continua a vivere. Non è una notizia. Non lo è mai stata. Eppure, ogni giorno, famiglie tornano tra le rovine per raccogliere ciò che resta: un piatto, una fotografia, un giocattolo. Donne che spazzano via la polvere dalla tenda in cui dormono, bambini che attraversano le strade dissestate per raggiungere i centri d’apprendimento provvisori, giovani che vanno a prendere l’acqua lontano, a rischio di non tornare.

Piccoli gesti che non interessano a nessuno, perché non rientrano nella cronaca della guerra, non hanno il ritmo delle esplosioni né la lingua dei comunicati ufficiali.

Nel linguaggio freddo e crudele di chi domina la scena, tutto si riduce a “piccole schermaglie”. Così le ha chiamate il vicepresidente statunitense James David Vance, commentando i nuovi bombardamenti israeliani. Cento morti, venti bambini tra loro. Ma non i suoi bambini. E neppure i nostri, perché ormai li abbiamo esclusi dal cerchio del dolore che riconosciamo come umano.

È questa la vera vittoria della guerra: trasformare la sofferenza in statistica, l’ingiustizia in normalità, la distruzione in necessità.

In Cisgiordania, intanto, uomini e donne tentano di raccogliere le olive, come ogni anno, come sempre. È un rito antico, che lega alla terra e alla memoria. Ma oggi chi si avvicina agli alberi rischia di essere aggredito dai coloni. Gli ulivi vengono tagliati, incendiati, calpestati. Ogni frutto che cade è un atto di resistenza, ogni gesto di cura un pericolo.

E intorno, ancora silenzio. Le autorità politiche tacciono, o parlano un linguaggio neutro, burocratico, in cui la parola “pace” suona vuota, senza sangue né respiro (leggi anche questo articolo di Giorgio Agamben: La guerra è la pace).

La vita dei palestinesi continua dentro questo silenzio, con una tenacia che spaventa. Gaza è piena di mani che aggiustano, che ricostruiscono un angolo di casa, che accendono un fuoco per scaldare un pasto. La guerra li ha privati di tutto, ma non della volontà di restare. “Questo è il nostro paese”, dicono. “Lo amiamo, anche distrutto.”

È forse la più radicale delle ribellioni: voler vivere, quando tutto intorno grida morte.

Risuonano le parole di Dalia Taha (scrittrice, autrice di libri di poesie, romanzi, testi teatrali, vive e lavora a Ramallah), Entra, amore palestinese:

Noi palestinesi
amiamo ciò che amiamo
un po’ più di quanto dovremmo.
Guarda come amiamo le nostre università,
le nostre susine, l’aria nitida del nostro paese,
il nostro za’atar, i nostri poeti,
i nostri villaggi fatti a pezzi.
Siamo sempre pronti ad amare
un po’ più di quanto dovremmo;
sempre pronti a morire
un po’ più di quanto dovremmo.

Le parole di Dalia Taha non parlano di eroismo, ma di una fedeltà quotidiana: l’amore per la terra, per la lingua, per le piccole cose che resistono alla distruzione. È la stessa forza che si vede nei volti di chi ripulisce una tenda o riaccende una stufa tra le rovine. Un amore che non chiede applausi né compassione, ma solo di essere visto.

La scena mediatica è occupata dal linguaggio dei potenti, dalle giustificazioni e dalle statistiche. Ma sotto quel linguaggio continuano a muoversi i vivi, i dimenticati, coloro che amano “un po’ più di quanto dovrebbero”. Forse è da loro che dovremmo imparare cosa significa resistere.



L’articolo è stato pubblicato su Comune.info il 29 ottobre 2025


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