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Rileggendo “Eternal Fascism” di Umberto Eco dopo che sono trascorsi trent’anni 

di Gianni Giovannelli

…in modo che le cose presenti

ci offendono, le future ci minacciano;

et così nella morte si stenta, nella vita si teme

Niccolò Machiavelli (Epistola della peste, Roma, 2019, pag. 52)

Il 25 aprile del 1995 Umberto Eco, visiting professor presso la Columbia University di New York, fu invitato a tenere una lezione-conferenza in sede e lesse un testo scritto appositamente per l’occasione, divenuto subito celebre: Eternal Fascism: Fourteen Ways of Looking at a Blackschirt. Dopo la prima edizione a stampa pubblicata dal mensile New York Review of Books seguirono numerose traduzioni, fra cui quella italiana del 1997, attualmente in commercio con La nave di Teseo, senza più l’originaria suddivisione in capitoli. Al momento di indicare le 14 Characteristics del fascismo, Eco premette che esiste un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istituti oscuri e di insondabili pulsioni e a queste, non al fascismo storico, egli intende fare riferimento, in spirit of this fuzziness (confusione sfocata, l’autore è un vero maestro nell’uso dei vocaboli, la traduzione è un problema!). Mancano nell’elenco elaborato (credo volutamente) riferimenti economici, sociali, giuridici, tecnici, istituzionali. Inoltre tiene ad avvertirci a scanso di equivoci: sono 14 caratteristiche presenti anche in other Kinds of Despotism or Fanaticism.

Nell’aprile del 1995, al tempo della prolusione di Eco, il Presidente degli Stati Uniti era (dal 1993) il democratico Bill Clinton, che aveva sconfitto il repubblicano Bush e sarebbe rimasto in carica per due mandati. In Italia Umberto Bossi aveva ritirato la fiducia al primo governo Berlusconi, e primo ministro fu nominato Lamberto Dini, con il sostegno del PDS e della Lega, definita da Massimo D’Alema una costola della sinistra. Il governo, per prima cosa, decise la riforma delle pensioni, con il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo e un con un conseguente taglio notevole del percepito. I neofascisti erano tornati all’opposizione, dopo una breve esperienza di potere durante il primo esecutivo Berlusconi. Nel gennaio del 1995 si tenne il XVII congresso di scioglimento del M.S.I., con la svolta di Fiuggi, la nascita di Alleanza Nazionale, il riconoscimento formale della Costituzione e perfino una sia pur prudente dichiarazione di “antifascismo”; la diciottenne Giorgia Meloni si trasferì dal nostalgico Fronte della Gioventù alla neonata Azione Giovani, assumendone ben presto la presidenza, primo gradino di una lunga carriera politica.  Questo era il quadro in cui si collocava Eternal Fascism, un quadro da tener presente per comprenderne la genesi e il contenuto. In Europa e negli Stati Uniti il fenomeno della destra c.d. populista era ancora minoritario, riguardava segmenti di malessere sociale legati alla crisi dell’industria manufatturiera tradizionale, alla caduta del Muro e alla dissoluzione dell’URSS, alle conseguenze del processo di precarizzazione, all’incremento della povertà, alla crescente presenza di manodopera immigrata.  Solo in Italia, unica eccezione, la destra neofascista, dopo essere stata sdoganata (ma non era mai stata isolata per davvero, era una presenza costante nelle istituzioni burocratiche e militari) aveva ottenuto posti di governo nazionale grazie al ciclone elettorale connesso all’ingresso in campo di Silvio Berlusconi. C’era un grande interesse dell’Occidente democratico (socialista e liberale), nel 1995, a comprendere come era stato possibile e il perché.

Trent’anni dopo

A trent’anni di distanza, in una situazione geopolitica profondamente mutata, a fronte di una transizione che ha lasciato traccia profonda e provocato notevoli trasformazioni, il terrore del fascismo, come progetto del capitale e come realtà distopica in arrivo, è entrato a far parte del nostro vivere quotidiano. E il pensiero corre a rievocare lo scritto di Eco, inteso quasi come una profezia, l’intuizione di ciò che si andava preparando sotto i nostri occhi. Di fronte al fascismo il contrasto, la resistenza, l’opposizione non può che chiamarsi antifascismo; e, come il fascismo anche l’antifascismo ha una sua storia, i suoi protagonisti, le sue strutture organizzate, le sue forme di lotta. Ma se quello che ci troviamo di fronte fosse altra cosa da quello che (politicamente, istituzionalmente, economicamente, militarmente, socialmente) per combatterlo chiamiamo fascismo non andremmo ad incappare in ciò che i giuristi chiamano aberratio ictus (colpire un destinatario diverso da quello cui miriamo)?

Other Kinds

Umberto Eco, semiologo, curava con attenzione la scelta di ogni vocabolo con cui componeva i concetti di ogni singola frase. Non scrive per caso che le 14 insondabili pulsioni caratteristiche di ogni fascismo emergente (e tuttavia tali da non poter essere irregimentate in un sistema), oltre a comparire spesso separatamente in ogni singola loro collocazione, possono essere presenti, ciascuna o tutte, anche in altre specie (Kinds) di dispotismo (dispotism) o di fanatismo (fanaticism). L’elenco delle 14 caratteristiche ci viene offerto in uso come fosse una cassetta degli attrezzi, un sensore, un fascism detector che ci avvisa di un possibile insorgere di questa nebulosa di istinti oscuri. Perché, si chiede Eco, nel biasimare con forza un comportamento o un atteggiamento prepotente e aggressivo, si grida fascist pig? E di rado invece compare un porco nazista o un porco falangista? Perché, risponde, il fascismo storico italiano costituì una confusione sgangherata in cui si consolidò una confusione strutturata sul piano istituzionale; ma proprio questa debolezza filosofica (intendo filosofia del diritto e dottrina dello stato) è quella che consente al fascismo di rimanere oggi più rappresentativo del nazismo, la cui ideologia si andò dissolvendo insieme al regime sconfitto nella seconda guerra mondiale. La voce “fascismo” della Treccani (scritta dal Gentile) mostra un sistema statuale diverso da quello che Carl Schmitt aveva delineato per Hitler. Oggi il nazismo è a sua volta oggetto di riabilitazione in Germania, come il falangismo in Spagna, e vedremo il come e il perché. Ma nel 1995 l’unico pig che toccava un cuore polemico era quello fascist, valeva per un prepotente, per un omofobo, per un razzista, per un fondamentalista religioso, per chiunque aggredisse la libertà degli altri. E in un diverso quadro politico-sociale il termine prevale, riassume, come scriveva Eco, il rifiuto di una cultura prevaricatrice, di un modo di sentire, di pensare, di agire. Ma si parla di rapporti nella società, non di istituzione giuridica statuale complessiva, legislativa, esecutiva, giudiziaria; quella è altra cosa.

Le 14 caratteristiche

Elenchiamo sinteticamente le 14 caratteristiche del fascismo individuate da Umberto Eco, così da intendere subito quanto esse compaiano anche in altri generi dispotici o fondamentalisti; sono una cartina di tornasole che rende visibile un modo fascista di pensare, sentire o agire, ma non sono una sua esclusiva e va rimosso il potenziale equivoco fuorviante. 1) Culto della tradizione (con un sincretismo che mescola Tolkien, Evola e Gramsci). 2) Rifiuto del modernismo (irrazionalismo e anti-illuminismo). 3) Culto dell’azione (disprezzo del culturame). 4) Ogni disaccordo è un tradimento. 5) Paura del differente, xenofobia, razzismo. 6) Sobillazione delle classi medie impoverite dalla crisi e frustrate. 7) Nazione come identità sociale e ossessione del complotto, nemici interni ed esterni in agguato. 8) I nemici sono al tempo stesso forti e deboli, ricchi predatori ma destinati a perdere. 9) Vivere per lottare, guerra permanente, pacifismo come collusione con il nemico. 10) Disprezzo per i deboli, elitismo di popolo. 11) Culto della morte, eroismo, vocazione al martirio. 12) Rifiuto della castità e dell’omosessualità, armi come gioco fallico. 13) Populismo qualitativo, l’individuo deve rispettare la voce maggioritaria del popolo. 14) Neolingua, con sintassi elementare e lessico impoverito. Alcune annotazioni di Eco appaiono datate: ad esempio quale tipico nemico interno indica gli ebrei, di solito l’obiettivo migliore perché sono al tempo stesso dentro e fuori, mentre oggi il nemico interno in voga nell’Europa intera è piuttosto l’antisemitismo appioppato a chiunque azzardi una critica a Israele (stato o governo: non cale). Ma non cambia la sostanza del ragionamento di Eco, basta un aggiornamento di costume e di bersaglio comunicativo.

Fascismo e nuova articolazione del comando

A mio avviso lo scritto di Eco rimane valido ed utile ove lo si utilizzi per come è stato concepito: con riferimento a un modo di pensare, di sentire, di agire, di abitudine culturale. Il fascismo storico – inteso come assetto economico, lavorativo, sociale, istituzionale – non torna e non può tornare, né qui, né altrove nel mondo. Il Decreto del Duce n. 853 del 20.12.1943 affermava che lo stato fascista o è corporativo o non è. Nella nuova Repubblica Sociale trasferiva, più radicalmente, i principi già presenti nella Carta del Lavoro introdotta nel 1927, elaborazione di quella redatta a Fiume il 30 agosto 1920 dal sindacalista Alceste De Ambris (gli articoli 13 e 14 riguardano le corporazioni). Anche Leone XIII, il papa della Rerum Novarum, sosteneva il corporativismo, inteso come un vero e proprio organo dello stato. L’idea era quella di governare il modo di produrre c.d. fordista sottraendolo alla lotta di classe, in contrapposizione al socialismo ma in concorrenza con la democrazia liberista; Mussolini ottenne il consenso sia delle imprese sia della Chiesa cattolica e instaurò la dittatura per annientare le organizzazioni socialcomuniste del movimento operaio (i liberali e i repubblicani così come i cattolici poco docili finirono nel tritacarne insieme a loro). Ma pur liberticida il fascismo aveva bisogno di consenso popolare e per ottenerlo doveva sfidare sul piano sociale il socialismo reale nato con la rivoluzione d’ottobre. Durante il fascismo l’industria di stato (in particolare l’IRI) si sviluppò in modo significativo, guidata da Alberto Beneduce, con operazioni di salvataggio delle imprese durante la crisi del 1929 (mediante acquisizione pubblica dei pacchetti azionari) e con separazione netta fra sistema bancario e sistema industriale. La siderurgia fu anch’essa presa in mano dallo stato fascista e affidata al legionario fiumano ebreo Oscar Sinigaglia, che potenziò l’ILVA a Bagnoli, Piombino e Cornigliano (estromesso con il varo delle leggi razziali fu poi richiamato nel dopoguerra). Il fascismo nazionalizzò l’acciaio, la democrazia lo privatizzò nuovamente, la destra attuale di Giorgia Meloni, nella nuova crisi dell’oggi, si pone in continuità e sintonia con i lib-lab europei, promuove una politica siderurgica antifascista! Per ottenere consenso il fascismo, nell’attuare le bonifiche, consegnò piccoli appezzamenti di terra a singole famiglie; convivevano così i vecchi latifondi e le nuove piccole proprietà agricole, i braccianti poveri antifascisti e un nuovo ceto proletario che ancora oggi, in provincia di Latina, non nasconde simpatie nostalgiche per Mussolini. Senza dimenticare l’edilizia popolare degli anni Trenta, l’Opera Nazionale Maternità e Infanzia, il reticolato di organizzazioni sociali del regime (dalla GIL ai Littoriali della Cultura, alla GUF, ai Balilla). La dittatura garantiva con il bastone agrari e industriali che non si lasciava spazio al dissenso assicurando la continuità produttiva, ma al tempo stesso con la carota prometteva ai sudditi quieta stabilità e una sorta di prudente welfare nei servizi sociali, nel sistema pensionistico e sanitario. La piccola borghesia alle dipendenze dello Stato sonnecchiava consenziente nello stagno di una relativa agiatezza, forse non reale ma così percepita. Il corporativismo sindacale veniva presentato quale alternativa alla lotta di classe, tutti, servi e padroni, formavano la nazione, avevano la missione di proteggerla dal nemico (interno o esterno). Il nazionalismo e il colonialismo, nell’ultimo periodo affiancati dal razzismo e dall’impero (Libia, Etiopia, Somalia, Albania, Dodecaneso), costituivano il retroterra ideologico del consenso al regime. Pareva un impianto indistruttibile. La guerra mondiale dimostrò che non era tale.

La nuova articolazione del comando non è per nulla corporativa, non solo si guarda bene dal negare la divisione in classi, ma la accentua, la esalta, la impone. Promuove la condizione precaria generalizzata, e questa è incompatibile con la stabilità legata alla concezione corporativista. La nuova articolazione del comando combatte ogni ingerenza del capitale pubblico e dello stato, privatizza tutto, non si limita alla siderurgia, si estende all’energia, alle comunicazioni, all’armamento, perfino allo spazio in cui volano solo satelliti delle imprese private in lotta fra loro per il dominio del settore. Il precariato è una merce umana che si compra sul mercato, senza necessità di consenso dei singoli soggetti; la piccola borghesia va sparendo e rimane una forbice allargata che separa i ricchi dai poveri senza vie di mezzo. I primi sono sempre meno e sempre più ricchi; i secondi sono sempre di più, impoveriti, divisi in segmenti in lotta fra loro per sopravvivere. Non a caso è quasi sparita dalla scena politica l’antica destra sociale che costituiva la spina dorsale del MSI e della CISNAL (oggi trasformata in UGL, struttura più fiancheggiatrice della parte datoriale che corpo estraneo alle istituzioni). Il rancore più del corporativismo par essere il vero cemento che tiene insieme le variegate e variopinte strutture dell’ultradestra europee, tutte alquanto disinvolte quando si tratta di superare contraddizioni solo apparentemente irrisolvibili quanto a etnie, religioni, famiglie, orientamenti sessuali, trattati internazionali, guerre. L’importante è coltivare l’odio, il conflitto, la vendetta, la prevaricazione, l’umiliazione di un sottomesso.

Il comando nel tempo della condizione precaria

A mio avviso il fascismo storico (quello reale di Mussolini, per intenderci) fu un esperimento (il primo e fondante) realizzato per far funzionare il comando quando la catena di montaggio e la fabbrica insediata nel territorio costituivano l’elemento dominante, quello che dettava la tabella di marcia. La dittatura doveva rompere l’organizzazione della classe operaia, senza tuttavia incrinare il consenso delle altre componenti sociali, specialmente della piccola borghesia, ma anche del mondo agricolo e dell’artigianato. Welfare e manganello, parrocchia ed esercito venivano unificati nell’ideologia della nazione, con legame necessario. L’intervento dello stato nell’economia e il corporativismo nel rapporto di lavoro costituivano condizioni irrinunciabili dell’istituzione fascista. Per questa ragione il fascismo storico non può sopravvivere a quel sistema di produzione .

Umberto Eco mette in luce tuttavia una serie di elementi (caratteristiche) presenti nel fascismo e in grado di sopravvivergli proprio perché cooptabili da other kinds, utilizzabili dal sistema di comando dentro la transizione. Ciò che avviene sotto i nostri occhi è proprio questo: il capitalismo finanziarizzato non esita nel servirsi di questa nebulosa di istinti oscuri per esercitare il dominio. Ma non bisogna commettere l’errore di non saper leggere le differenze, perché sono differenze istituzionali, politiche, economiche, sociali. Un esempio di quel che ci troviamo a dover contrastare lo troviamo negli USA, elaborato da Russel Vought, il teorico del c.d. originalismo costituzionale, in chiave tuttavia modificata (un preteso spirito originale, non solo il testo): a lui è affidata l’esecuzione del progetto trumpiano, con già 182.528 licenziamenti del personale federale (il 10%).

Con l’originalismo costituzionale propugnato dal suo Center of Revening America si intende trasformare l’edificio giuridico in vigore negli USA in qualche cosa di diverso. La teorica possibilità di una simile trasformazione l’aveva individuata Kurt Godel, il geniale autore del celebre saggio sulle proposizioni formalmente indecidibili. Racconta infatti Oskar Morgenstern (il fondatore della teoria dei giochi) di quando, nell’aprile del 1948, lui e Einstein accompagnarono quali testimoni Godel nella cittadina di Trenton a sostenere l’esame  per ottenere la cittadinanza americana e questi, nonostante gli avvertimenti dei due amici, non riuscì a trattenersi davanti al funzionario che curava la pratica. Replicando all’affermazione (lei ha vissuto sotto una malvagia dittatura … per fortuna questo non è possibile in America) Godel disse di avere scoperto un metodo logico-legale con il quale gli USA potrebbero trasformarsi in una dittatura. Grazie all’azione di contenimento di Einstein l’esame si concluse positivamente, ma la scoperta di Godel (mai stesa in forma scritta) aveva evidentemente delle basi, visto quanto sta accadendo in quel paese, ad opera proprio del suo presidente in carica!

Il consolidamento dell’opzione autoritaria sta segnando i passaggi dentro la transizione, seguendo percorsi diversi tutti verso la medesima direzione (una moderna rielaborazione del detto tradizionale tutte le strade conducono a Roma). In particolare nei territori della c.d. democrazia occidentale assistiamo alla trasformazione con interventi logico-legali che paiono uscire dalla fertile mente di Godel. Lo scopo è quello di privatizzare ogni segmento del comune, di appropriarsi della cooperazione sociale sottraendola alla moltitudine, di cancellare ogni residuo beneficio di welfare, di mettere le esistenze a valore mercificandole e mantenendole connesse senza diritti. Ci troviamo di fronte a qualche cosa di diverso e ancor peggiore del fascismo, un fascismo senza corporativismo nei rapporti di lavoro e senza protezione sociale. Ora la cessione della libertà avviene senza alcuna contropartita, viene imposta, non è accompagnata da una richiesta di consenso, vive solo di paura o, nella migliore delle ipotesi, di rassegnazione. Anche la destra di orientamento vetero-fascista deve intraprendere il medesimo percorso delle democrazie occidentali ove intenda sopravvivere. Juan Domingo Peron aveva fondato il partito dei descamisados pescando a piene mani nell’esperienza del fascismo sociale italiano; Javier Milei ha sconfitto l’ultimo peronista, Sergio Massa, rubandogli il populismo e trasferendolo nel progetto di tagli alla spesa pubblica, di licenziamenti, di ghettizzazione violenta. Il nuovo ordine mira a distruggere ogni codificazione perché le codificazioni contengono in qualche modo i diritti; l’unica legge che vale, nel nuovo ordine, è quella dell’imperatore, esercitata con la forza, a prescindere da qualsiasi motivazione, non dovuta e per sua natura mutevole.

Il nuovo ordine sottrae al fascismo storico l’imposizione dittatoriale e violenta come sistema di comando, dal liberismo prende la cancellazione di regole certe e di limiti nell’interesse sociale, dalle teocrazie l’intrusione nella vita privata e sociale, dal socialismo reale la criminalizzazione del dissenso. Il nuovo ordine si oppone alla pace, dovunque, e instaura un clima di guerra permanente, modificando di volta in volta, sempre senza dare spiegazioni, il quadro degli amici e dei nemici. La destra ex-fascista italiana, la prima a raggiungere il governo, rimane razzista, ma destinatari della repressione non sono più gli “ebrei” (promossi ora a popolo alleato) ma gli “immigrati clandestini”, i “nomadi” (nessuna promozione per il popolo sinti rom, per loro niente adozione della definizione Ihra nella legge italiana). Quando è il comandante a incarnare la norma o la sua interpretazione siamo bel oltre la costituzione di Pinochet o il codice Rocco,  diventa potere assoluto, assolutismo. Non è solo un problema terminologico; io preferisco chiamarlo dispotismo ma un termine vale l’altro purché si abbia chiaro quel che ci si para davanti. Comprendere è un necessario presupposto del contrastare con efficacia. Rinchiudere il nuovo assetto dispotico del capitalismo finanziario nella gabbia del “fascismo” contiene l’illusione che possa essere riesumato, per sconfiggerlo, il fronte composto da classe operaia, borghesia, liberalismo, socialdemocrazia, un fronte ormai in archivio della storia trascorsa e non più ripetibile. La classe operaia è ormai assorbita nel precariato, la borghesia è stata quasi completamente cancellata nella società reale, i liberali e i socialdemocratici (intesi quali partiti storici) o non esistono più o quel che ne resta è nella gran parte inglobato nelle file del dispotismo. Per giunta l’uso della guerra (asimmetrica, senza limiti), divenuta ormai un elemento permanente dell’assetto dispotico, l’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale e la sorveglianza diffusa (quella ben descritta da Shoshana Zuboff) hanno contribuito ad accelerare il processo di dissoluzione del ceto medio e la scelta governativa del rifiuto di ogni mediazione nel conflitto sociale (ormai equiparato a terrorismo anche nella legislazione e nella comunicazione di regime). In questo quadro repressivo si cala, dentro la transizione, la sproporzione di mezzi d’offesa fra il potere e la resistenza (anche in forma di resilienza) al comando. Per farlo capire bene ai sudditi è sempre più frequente la reazione repressiva volutamente e consapevolmente sproporzionata, confinando nell’irrilevanza il sentiment dell’indignazione collettiva; costituisce un metodo che oltrepassa la semplice rappresaglia di cui si servivano i nazifascisti per diventare strumento di governo del territorio e di gestione dell’economia nella società civile.

Il capitale finanziarizzato per un verso varca con sempre maggiore frequenza il confine fra oppressione e annientamento, fra repressione e genocidio; per altro verso e contraddittoriamente, dopo aver trasformato ogni esistenza in merce, quando uccide danneggia il proprio potenziale patrimonio, elimina fornitori di dati e di energia. Come fa con l’ambiente, fa con gli umani, conta sul numero, evita di pensare all’esaurimento, si disinteressa della reazione e/o delle possibili conseguenze. Il fascismo si credeva eterno (eternal fascism  propone Eco); il capitale finanziarizzato pensa solo al presente, con progetti di brevissima vita. E questo, a ben vedere, è il suo punto debole, il suo tallone d’Achille.

La scienza ribelle ha il compito di risolvere l’enigma per liberare finalmente l’energia rivoluzionaria. Aveva ragione Marx (aggiorno la prefazione alla seconda edizione del 18 Brumaio, 23 giugno 1869):

“la differenza fra le condizioni materiali della lotta delle classi nell’epoca fordista e nell’epoca contemporanea è così profonda che le manifestazioni politiche rispettive si rassomigliano precisamente quanto l’Arcivescovo di Canterbury rassomiglia al gran sacerdote Samuele!”

E dunque si arriverà, prima o poi, al punto in cui la situazione stessa grida Hic Rhodus, hic salta.



L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 16 febbraio 2026

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Quando sono le donne a fare il lavoro sporco del patriarcato

Napoli. Carnevale del Gridas di Scampia: su questo tema c’è poco da scherzare. Foto di Ferdinando Kaiser

Trent’anni sono passati da quel 1996 in cui pensavamo di aver finalmente spostato lo stupro dal fango della “morale pubblica” alla dignità della persona, ma oggi il vento è cambiato. Il 15 febbraio, in 44 città italiane, migliaia di corpi e di voci si sono alzati non per celebrare un anniversario, ma per alzare un argine contro una retromarcia che ha il sapore amaro del tradimento.

È una rabbia lucida quella che attraversa le piazze, alimentata dalla consapevolezza che il patriarcato non ha più bisogno di indossare i pantaloni per colpire: oggi usa il volto e la voce di donne come Giorgia Meloni e Giulia Bongiorno per fare il suo lavoro più sporco.

Non è un caso isolato, quello italiano. Nel momento in cui scriviamo, la destra più reazionaria lavora ovunque — dall’America di Trump all’Europa dei sovranismi — per rimettere al proprio posto l’autodeterminazione femminile. È un progetto culturale prima ancora che politico: riportare il corpo delle donne sotto il controllo maschile, un passo alla volta, con la gradualità di chi sa che i cambiamenti bruschi fanno rumore.

Il caso Epstein non è un’eccezione mostruosa: è la punta di un iceberg fatto di culture che vedono il silenzio come assenso e il potere come licenza. Quella stessa cultura bussa oggi alle porte del Parlamento italiano.

Hanno preso il concetto di “consenso” — quel sì libero e attuale che è l’unica linea di confine tra un atto d’amore e una violenza — e lo hanno cancellato con un tratto di penna, sostituendolo con la parola “dissenso”. Una sola parola che capovolge il mondo: non sei più libera per principio, ma sei preda per default finché non riesci a dimostrare di aver lottato, gridato, resistito. È la stessa cultura che ha permesso a uomini potenti di abusare per anni nel silenzio, sapendo che senza una “prova di resistenza” il loro crimine sarebbe scivolato in una zona grigia di impunità.

Ed è la stessa logica che rende invisibili le vittime come Gisèle Pelicot — drogata dal marito per anni e messa a disposizione di decine di uomini mentre era incosciente — perché chi non può esprimere dissenso, nella cultura patriarcale, non esiste come vittima.

Meloni e Bongiorno prestano il loro nome a questa operazione, agendo come scudi umani per un sistema che vuole normalizzare il silenzio come assenso.

Ma la piazza ha risposto con un calore che è incendio: meglio nessuna legge, meglio restare con le vecchie norme integrate dalla Convenzione di Istanbul, piuttosto che accettare un arretramento che ci vuole di nuovo silenziose e sottomesse. Dare un segnale forte oggi non è più un’opzione, è un dovere di sopravvivenza. Non permetteremo che il cammino di trent’anni venga cancellato da chi ha scelto di farsi ancella di un potere che ci vuole senza voce, dicono quelle piazze. Perché senza un sì esplicito, oggi e sempre, resta solo lo stupro.




L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 16 febbraio 2026

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Consenso o dissenso?

di Amnesty International

Italia, ma indossare una minigonna è un sì? E aver bevuto più del solito? Ancora una volta in Italia si sta attaccando la possibilità delle donne di essere credute e protette.

Italia, si vuole riscrivere la legge sulla violenza sessuale cancellando il cuore di tutto: il consenso. La proposta di modifica dell’art. 609‑bis a firma della senatrice Giulia Bongiorno sposta di nuovo il peso sulle sopravvissute, costringendole a dimostrare di aver detto “no”, invece di chiedere a chi agisce di accertare un “sì”. Un passo indietro rispetto all’approvazione all’unanimità della Camera dello scorso novembre che ignora quanto sia complesso reagire quando si ha paura, si è paralizzate o si subisce una violenza.


FIRMA ORA

Da cinque anni ci battiamo affinché, anche a livello legislativo, passi il concetto chiaro e semplice per cui il sesso senza consenso è stupro. E proprio ora che sembrava arrivata la fine di questa lunga battaglia, si è deciso di tornare indietro. Non possiamo accettare che si torni a una logica che scarica sulla sopravvissuta l’onere della prova: abbiamo bisogno di un cambiamento culturale e legislativo chiaro.

La mobilitazione nazionale


Un folto gruppo di centri antiviolenza, associazioni femministe e transfemministe, con il sostegno di varie realtà della società civile, ha promosso una mobilitazione diffusa contro la modifica del disegno di legge che coinvolgerà oltre 100 piazze in tutta Italia domenica 15 febbraio e che culminerà in un corteo nazionale a Roma il 28 febbraio. Cerca l’iniziativa più vicina.




L’articolo è stato pubblicato da Pressenza il 13 febbraio 2026

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Tutti possiamo smettere di fare la guerra ogni giorno

di Emilia De Rienzo

Ancona, 6 febbraio. Foto Glomeda

Edward Said scriveva che il compito degli intellettuali – e di ogni cittadino responsabile – è dire la verità, anche quando è scomoda, anche quando costa. Non è un gesto eroico: è un dovere. Oggi, quel dovere lo sentono i portuali. Lo sciopero internazionale dei portuali di venerdì 6 febbraio parte esattamente da qui. Per ventiquattro ore, i principali porti del Mediterraneo e del Nord Europa si sono fermati. Navi cariche di armi, destinate ai teatri di guerra, sono rimaste al largo di Livorno, Genova e Venezia.

I lavoratori hanno detto di non voler essere l’ultimo ingranaggio di una catena di montaggio che produce morte. Mentre l’Unione Europea discute di riarmo e i governi parlano di “sicurezza”, i portuali ricordano al mondo che la neutralità è una finzione. Dire “non lavoriamo per la guerra” non è uno slogan: è il riconoscimento che dietro ogni documento di transito c’è la responsabilità verso un altro essere umano.

La realtà delle macerie

Mentre le navi restano al largo per lo sciopero, a Gaza la distruzione sistematica della vita civile continua. A febbraio 2026, il bilancio ha superato i 72.000 morti. Tra questi, si contano già almeno undici bambini morti per ipotermia nelle tendopoli di fortuna. Non ci sono più rifugi: il 95 per cento dell’acqua è imbevibile e il freddo uccide quanto le schegge. Le demolizioni quotidiane a Gaza City e Khan Yunis non sono “operazioni militari”, sono la cancellazione sistematica dello spazio vitale di un popolo.

Famiglie intere perdono in pochi secondi l’unico riparo rimasto. Accade durante quella che viene chiamata “tregua”: una tregua che, nei fatti, consiste in raid aerei e vite palestinesi che si consumano nel silenzio.

Il buio dell’informazione

In Cisgiordania, l’arresto di giornalisti come Bushra Al Tawil e la sospensione delle attività di 37 Organizzazioni non governative sono i mattoni di un muro di silenzio. Quando si impedisce di guardare, il dolore diventa invisibile. E l’invisibile smette di esistere per chi sta a guardare da lontano.

Di queste notizie i giornali parlano appena: preferiscono la cronaca asettica di una pace che non c’è.

Il paradosso della responsabilità

È qui che lo sciopero dei portuali smette di essere una vertenza e diventa un fatto democratico. Se un portuale si ferma, viene subito accusato di fare politica, di interferire con l’economia, di tradire il proprio ruolo. Se carica armi, allora viene considerato un semplice gesto “tecnico”, un ordine eseguito, una neutralità di facciata che non disturba nessuno. Se un cittadino protesta, viene accusato di essere un ideologo che ostacola i piani del governo. Se un intero quartiere viene raso al suolo, la si chiama “sicurezza”, una necessità militare, una procedura burocratica che scivola via nel silenzio.

I portuali, con i loro corpi, rompono questa narrazione. Ci dicono che la responsabilità non è un concetto astratto. Sostengono che non esiste un “gesto tecnico” innocente se quel gesto arma una mano che uccide.

Non fermeranno la guerra da soli. Ma impediscono alla distruzione di diventare normale. E oggi, in un tempo che vorrebbe abituarci all’orrore, scegliere di non abituarsi è l’unica forma di resistenza rimasta.


L’articolo è stato pubblicato su Comune-info l’ 8 febbraio 2026
 

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Continuare a ‘rompere il silenzio’: a Varese, sabato 14 febbraio


di Pressenza – Redazione Italia

VARESE – Lo striscione “Restiamo Umani” esposto in via Sacco

Il Comitato Varesino per la Palestina invita tutti i battitori di pentole vuote a tornare a in piazza esortandoli:

Per ricordarci che non è finita.

Per sostenerci l’un l’altro e tenere in mente chi siamo.

La violenza non conosce tregua, nemmeno la tregua olimpica.

Di Gaza non si parla più, ma il piano di cancellazione continua.

Non arrendiamoci all’ orrore.

Non accettiamo l’ingiustizia.

Non giustifichiamo il male.

Non celebriamo i criminali.

Possiamo essere impotenti, ma non siamo costretti a essere complici.

Non restiamo in silenzio

Restiamo umani 

Per l’ostinato bisogno di protestare.

Per dire il nostro NO! al genocidio, alla pulizia etnica, all’oppressione.

Per denunciare e pretendere giustizia per i palestinesi.

Perché è il solo modo per costruire la pace ed essere liberi. Tutti.

Il prossimo appuntamento a Varese è per sabato 14 febbraio in piazza del GaribaldinoL’articolo



L’articolo è stato pubblicato su Pressenza – Readzione Italia il 10 febbraio 2026

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