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Le voci della ragione: conversazione con Vittorio Agnoletto

di Laura Tussi

Tussi. Il tema della pace è ora più che mai urgente, sia per la guerra russo-ucraina, sia per le tensioni internazionali sempre più pericolose. Immagino che per un medico come lei, che si occupa di salute, cioè di vita, questa situazione deve costituire un grave allarme. Il pericolo riguarda anche il nostro ecosistema che le guerre e gli esperimenti nucleari aggravano. Un motivo in più perché gli ecopacifisti facciano sentire la loro voce di condanna.

Agnoletto. La guerra, oltre che morti, feriti e distruzione, porta anche inquinamento disastri ambientali e malattie. Si ragiona poco sul fatto che l’uso di armi esplosive, per esempio nelle aree urbane, crea grandi quantità di detriti e di macerie che possono causare un inquinamento dell’aria e del suolo. L’inquinamento provocato dalle guerre può provocare tanti e tanti problemi, per esempio, dal punto di vista ambientale, anche nelle falde acquifere: sono i cosiddetti danni collaterali della guerra, ma come impatto sono tutt’altro che collaterali. E poi non dimentichiamoci che le emissioni di CO2 di alcuni grandi eserciti possono addirittura essere maggiori di quelle emesse da intere nazioni. Esiste una ricerca della Lancaster University che dimostra quanto l’esercito degli Stati Uniti sia uno dei maggiori inquinatori. È l’istituzione che consuma più petrolio ed è uno dei principali emettitori di gas serra. L’esercito statunitense se fosse una nazione si collocherebbe tra il Perù e il Portogallo nella classifica globale degli acquisti di carburante. Si può fare anche un esempio purtroppo molto attuale: un F35 per percorrere 100 km consuma circa 400 litri di carburante che corrispondono all’emissione di 27.800 kg di Co2. L’aviazione tra le varie armi è quella che detiene la percentuale più alta di emissione all’interno del sistema di difesa USA. È necessario non dimenticare le malattie, le ricadute sull’ambiente e l’inquinamento ambientale che possono derivare da un conflitto. Rifacciamoci a un’esperienza storica che purtroppo conosciamo e della quale abbiamo parlato tante volte: le conseguenze della guerra in Iraq sono state, dal punto di vista sanitario, tremende. Pensiamo ai tumori, ai bambini nati deformi e a tante altre gravi condizioni di salute degli abitanti di quella regione, tutto questo non viene considerato. Va inoltre valutato anche un altro aspetto. I danni provocati dalla guerra sono anche collegati ad altri disastri sociali: pensiamo per esempio al fatto che intere popolazioni, migliaia, talvolta decine o centinaia di migliaia di persone sono obbligate ad abbandonare le loro case e finiscono nei campi per rifugiati, nei quali vivono una condizione molte volte ai limiti della dignità umana: mancano i servizi essenziali, sussiste una scarsità d’acqua e non ci sono, oppure sono assolutamente insufficienti, i servizi igienici. Senza contare la gestione dei rifiuti di simili aggregati umani e l’impatto ambientale che ne deriva. E quindi il risultato di una guerra – anche limitandosi ad osservare quello che accade nei territori coinvolti, senza analizzarne le conseguenze ad ampio raggio sull’economia globale – non si ferma “solo” ai morti e ai feriti ma è molto più ampio e devastante.

Tussi. Gli scienziati continuano a mettere in guardia i governi e gli Stati e parlano di baratro nucleare. Secondo molte autorevoli personalità ci stiamo incamminando su una via di non ritorno. Che cosa possiamo fare?

Agnoletto. Va precisato innanzitutto che non esiste un nucleare buono e un nucleare cattivo. È una tecnologia che prevede sempre un rischio. Un rischio che esiste, non eliminabile e che può avere delle conseguenze veramente pesantissime. Noto in questi giorni una contraddizione pazzesca da parte dell’establishment, sui giornali principali, sui grandi media, nelle parole dei portatori del pensiero unico in Italia come in tutta Europa. Viene lanciato un grande allarme per quello che può avvenire nella centrale nucleare di Zaporizhia – teniamo conto che 6 dei 15 reattori presenti in Ucraina sono collocati all’interno di questa centrale – ma contemporaneamente, per rispondere alla crisi energetica, quegli stessi paesi, quegli stessi protagonisti del pensiero unico spingono, attraverso i media mainstream, per un ritorno al nucleare. Questa è una contraddizione incredibile. Il ritornello di questi governi è: “Se il nucleare lo controlliamo noi, allora siamo sicuri. Incidenti non ci possono essere”. Proviamo, invece, a ipotizzare la possibilità che ci sia un incidente. Ci ritroveremmo in una situazione di stress collettivo ben superiore a quella che stiamo vivendo ora in relazione a quello che può accadere nelle centrali nucleari dell’Ucraina. Che cosa si può fare? Innanzitutto, dobbiamo valorizzare ulteriormente il grande impatto che ha avuto la campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari Ican che ha vinto anche il premio Nobel per la Pace nel 2017. Uno dei primi obiettivi è far sì che l’Italia firmi il Trattato voluto da Ican, il TPAN, Trattato Proibizione armi nucleari. Di questo il mondo politico non parla, ma è un obiettivo assolutamente fondamentale. Credo che i ragionamenti intorno alla guerra, in epoca nucleare, debbano modificarsi completamente. E non è un caso che la stessa chiesa cattolica abbia modificato totalmente la propria dottrina sulla guerra rispetto alla “guerra giusta”; ritengo che dovrebbe diventare senso comune la famosa affermazione di Einstein: “Non so con quali armi sarà combattuta la terza guerra mondiale. Ma la quarta sarà combattuta con pietre e bastoni”.

Tussi. In questi giorni ho letto il pamphlet dello scrittore disarmista Angelo Gaccione Scritti contro la guerra. Un discorso molto radicale e che considera tutti gli Stati armati – per la loro ricerca bellica, per gli ordigni di sterminio sempre più terribili di cui si dotano, e per la gigantesca spesa militare – responsabili di un sistema criminale ai danni degli esseri umani e della natura. Sostiene che in era nucleare è divenuta obsoleta qualsiasi tipo di difesa armata e che bisogna rinunciarvi. Se per difesa intendiamo la salvaguardia della vita e dei beni di una Nazione. Lei che ne pensa? Gaccione sostiene che bisogna avviare il disarmo unilaterale senza contropartita, come ha fatto lo Stato del Costa Rica che nel libro è citato come esempio. Procedere allo scioglimento dell’esercito e riconvertire a scopi sociali la spesa militare. Per esempio, investendo nella sanità pubblica, nella strumentazione e nella ricerca. Suggerisce di spostare i militari delle tre armi nei settori della tutela del territorio, e molte altre idee preziose.

Agnoletto. La riflessione dello scrittore Angelo Gaccione mi sembra estremamente importante e profonda. Il punto è che in questo momento siamo molto lontani dalla situazione auspicata. Nel 2020 sono stati spesi oltre 2000 miliardi di dollari per investimenti militari e vi ricorderete che alla COP26 è stato molto complicato lavorare attorno a un accordo per assicurare solo 100 miliardi per una transizione ecologica dei paesi del Sud del mondo. Si è in tal modo, resa evidente un’assenza di consapevolezza totale attorno a questo tema. Consideriamo che nel pianeta, in questo momento, ci sono circa 13.000 armi nucleari e consideriamo che noi siamo tra quei paesi che ospitano alcune decine di testate nucleari degli Usa. Credo che la garanzia di non utilizzare le bombe nucleari sia una garanzia che non ci può lasciare tranquilli. Perché quando due paesi sono in guerra, iniziano il conflitto con le armi convenzionali, ma se uno dei contendenti rischia di soccombere e ha a disposizione l’arma nucleare, è possibile e probabile che decida di farvi ricorso. D’altra parte, abbiamo già visto come, nonostante tutte le convenzioni internazionali, le grandi potenze, a cominciare dagli Stati Uniti, non hanno mai avuto problemi a usare armi chimiche e gas tossici, che sono assolutamente vietati dalle convenzioni internazionali. Mi ha molto colpito in questi giorni come l’appello chiaro e durissimo di Papa Francesco sia stato totalmente ignorato dai grandi media. Le prime pagine sono andate tutte al discorso di Draghi al meeting di Comunione e Liberazione. Delle parole di Francesco non c’era praticamente traccia, al massimo qualche trafiletto nelle pagine interne. È una cosa inedita. Prima di Francesco, qualunque cosa diceva un papa diventava l’apertura dei telegiornali, addirittura esagerando, ignorando la laicità prevista dalla nostra Costituzione. Ora siamo invece di fronte a una cancellazione e a una vera e propria rimozione e censura. Sono rimasto anche colpito da come i giovani di CL, che in un’altra epoca e con altri Papi erano definiti i papaboys, hanno pressoché ignorato le parole di Francesco, anche se all’inizio della guerra, Comunione e Liberazione aveva fatto dichiarazioni orientate alla ricerca della pace. Ma questo è un papa scomodo perché non è disponibile a giustificare in nessun modo alcuna guerra e ha puntato il dito contro coloro che dalla guerra ricavano profitti. Francesco ha reso evidente come la guerra sia il risultato di grandi interessi economici interessati al controllo delle fonti energetiche e della logistica e non siano invece causate, come viene sostenuto, dalla difesa di grandi valori e ideali. Inoltre, ci dovrebbe preoccupare molto che lo schema della guerra, la logica amico/nemico, sia ormai applicata a qualunque settore della società. È quanto è avvenuto, ad esempio, in occasione della pandemia. In guerra si deve, tacere, obbedire e combattere. Non si può discutere, non si possono sollevare interrogativi. Questo rischia di essere il modello attorno al quale, oggi, viene costruita la nostra società. In questa condizione, credo che sia importante riprendere quelle tematiche che, per parlare della mia esperienza personale, stavano, ad esempio, alla base del movimento pacifista dei primi anni ’80. Penso alle grandi manifestazioni a Comiso alle quali ho partecipato nel 1983 contro l’installazione dei missili; un movimento pacifista in grado di praticare forme di disobbedienza civile. È necessario riprendere queste pratiche. In prospettiva, guardando ad un futuro purtroppo oggi lontano, dovremmo lavorare per una difesa civile nonviolenta – su questo mi sembra che ci sia un contributo interessante di Gaccione – che si fondi sull’attivismo e la difesa delle reti sociali presenti sul territorio. Alcune esperienze storiche possono esserci di riferimento, ma certamente è un percorso lungo, complesso che va attualizzato nella condizione odierna.

Tussi. Sarebbe favorevole allo scioglimento della Nato? Gaccione scrive che dopo la fine del Patto di Varsavia, della Cortina di Ferro e con la caduta del Muro di Berlino, la Nato non ha più senso ed è divenuta un grave pericolo per la pace. Va eliminata, secondo lui. L’Italia dovrebbe uscire unilateralmente dalla Nato e chiudere le basi dove sono ospitate testate nucleari.

Agnoletto. Posso solo dire che sono totalmente d’accordo sullo scioglimento della Nato. L’azione che la Nato sta portando avanti in questi anni è addirittura in contrasto con il motivo stesso che ne giustificò la nascita. La Nato, infatti, era stata presentata come uno strumento di difesa dei territori europei all’epoca della guerra fredda. La situazione è totalmente cambiata: credo che si sia persa una grande opportunità, cioè la Nato andava sciolta contestualmente alla fine del Patto di Varsavia. Il non aver fatto questo, ne ha permesso la trasformazione in uno strumento militare in mano agli USA per intervenire in qualunque parte del mondo, tanto è vero che, proprio in questi ultimi mesi, sta potenziando la sua presenza nel Pacifico, seppure sotto una diversa sigla. Inoltre, il mancato scioglimento della Nato rende impossibile la formazione di un protagonismo autonomo sulla scena mondiale da parte dell’Unione Europea. Ha bloccato un’emancipazione dell’Unione Europea da una condizione di dipendenza dagli Stati Uniti, ad un soggetto capace di svolgere una propria azione autonoma e indipendente, che sappia pesare nel mondo a cominciare per esempio del Medioriente, dove l’Unione Europea, nonostante la vicinanza geografica, è totalmente priva di una propria strategia. Sono d’accordo che dobbiamo uscire dalla Nato – meglio sarebbe scioglierla – e che vanno chiuse tutte le sue basi militari presenti sul nostro territorio a cominciare da quelle che ospitano le testate nucleari…
Segue su ODISSEA

L’articolo è stato pubblicato su Unimondo il 23 settembre 2022

ALLE CINQUE DELLA SERA

(Lamento per Giuliano De Seta)

Fonte della foto: www.infoaut.org

di Gianni Giovannelli

Son cussì disgrazià che pianzo tanto,
Né so se gò dirito ai sfoghi e al pianto.

Giacomo Ca’ Zorzi Noventa
(Versi e poesie, pag. 173)
Milano, Edizioni di Comunità, 1956

Alle cinque della sera, in un reparto della piccola fabbrica metalmeccanica BC Service, nel cuore del laborioso nord-est, a Noventa di Piave, è morto Giuliano De Seta, diciotto anni appena compiuti, ultimo anno all’Istituto Tecnico Leonardo Da Vinci (Portogruaro). Per poter conseguire il diploma il giovane studente doveva, necessariamente, documentare qualche centinaio di ore di prestazione gratuita nell’ambito del programma di alternanza scuola-lavoro; e così, alle cinque della sera, mentre stava eseguendo le tassative disposizioni ministeriali, Giuliano De Seta ha perso la vita, schiacciato da una lastra d’acciaio, solo, senza scampo. Lo demas era muerte y solo muerte a las cinco de la tarde.

La cosiddetta alternanza fu introdotta con una legge chiamata “buona scuola”, la 107/2015, commi da 33 a 45, quando ministro in carica era Stefania Giannini, in quota “tecnica” legata al gruppo parlamentare del senatore Monti, durante il governo Renzi. Il comma 36 escludeva qualsiasi onere per la finanza pubblica e assegnava al dirigente scolastico la responsabilità di individuare le imprese presso le quali il lavoro gratuito obbligatorio si sarebbe in concreto materializzato, anche con riferimento ai problemi della sicurezza.  Le linee guida attualmente in vigore sono quelle contenute nel decreto ministeriale n. 774 del 4.9.2019, a firma di Marco Bussetti, indipendente di area leghista, quando era in carica il governo gialloverde guidato da Conte e Salvini; si applica altresì la Carta dei diritti e dei doveri degli studenti varata con il decreto interministeriale 3.11.2017 n. 195. Non è stato reso noto, nell’immediatezza, con chiarezza e trasparenza, il testo della convenzione fra scuola e impresa che si riferisce all’assegnazione di Giuliano De Seta presso B.C. Service s.r.l.; sappiamo solo – lo ha riferito la dirigente scolastica Anna Maria Zago – che questa società collaborava da tempo con l’ITIS Leonardo Da Vinci. Ancora ignote sono invece le generalità del tutor interno e del tutor esterno, soggetti che secondo l’articolo 4 delle linee guida avrebbero dovuto interagire costantemente fra loro e tenere sotto controllo l’attività svolta. Ma alle cinque della sera, in quel drammatico venerdì 16 settembre, non c’erano, mentre la muerte puso huevos en la herida. Ci pare davvero difficile rinchiudere questo terribile accaduto nel recinto della fatalità, della semplice disgrazia imprevista e imprevedibile. Il quadro che caratterizza la vicenda è quello di responsabilità plurime, di comportamenti tollerati dalle istituzioni dello stato, concretando quella che con suggestiva immagine venne qualificata complicità ambientale. Da molti anni, troppi ormai, l’impunità sostanziale accompagna ogni morte sul lavoro, sia per esposizione all’amianto, sia per consapevole rimozione dei dispositivi di sicurezza, sia, come in questo caso, per una mal concepita, e mal eseguita, alternanza di studi e lavoro. Chi ha imposto l’alternanza come obbligatoria al fine di conseguire il diploma ha costruito una fitta ragnatela di regole ben difficilmente applicabili (anche, ma non solo, per mancanza di fondi), volutamente dimenticando un idoneo conseguente apparato di sanzioni. Non è questione di invocare un giustizialismo inutile e insensato, come presumibilmente suggerirà la critica interessata dei giuristi ingaggiati dalle associazioni datoriali o da pseudo-sindacalisti foraggiati; è piuttosto la constatazione di come si sia consolidata nel tempo una cultura giuridica e legislativa di appoggio a chi reprime le lotte dei precari nella logistica o le proteste contro il TAV in Val di Susa, ma al tempo stesso reticente nel contrasto di inquinamenti, omicidi sul lavoro, riciclaggi, bancarotte. Per i primi compare sempre più frequentemente l’addebito di associazione per delinquere, per gli altri la conclusione, per una ragione o per l’altra, è l’impunità.

Noventa di Piave è il borgo in cui nacque uno dei più importanti poeti dialettali del secolo scorso, Giacomo Ca’ Zorzi. Amava la sua terra e per questo volle firmarsi “Noventa”. Era un convinto cattolico liberale, antifascista nel ventennio, legato a Croce e a Gobetti; non certo un comunista, ma ugualmente sensibile e attento a quel che avveniva nei ceti popolari. Giuliano, nato in una famiglia di lavoratori emigrati dalla Calabria, viveva a Ceggia, un paese in cui negli anni Sessanta aveva messo radici Potere Operaio. Questa morte, alle cinque della sera, in un piccolo triangolo di territorio veneto capace di lotte sociali e sottomissioni, pronto sempre a lavorare senza risparmio nella speranza di migliorare il destino della collettività, ci deve far riflettere. Magari potrebbe diventare un grimaldello per superare questa bonaccia di apatica rassegnazione in cui siamo caduti, per riaprire una porta sul futuro.

Giovanni Cagnassi, cronista per La Nuova di Venezia e Mestre, il 17 settembre, commentando l’incidente ha così descritto B.C. Service s.r.l.: “una di quelle aziende specializzate e poco sindacalizzate che sono la spina dorsale dell’economia del territorio e di una zona industriale molto attiva”. L’articolo rende bene il contesto, ci fa comprendere le ragioni profonde della complicità ambientale in cui si radica il consenso e non trova ostacoli una organizzazione neoliberista che in poco conto tiene la vita umana. I genitori della vittima vanno rispettati, nella loro identità e nel loro dolore; e anche nel loro procedere prudentemente, senza proclami. Al tempo stesso vanno sostenuti, evitando ogni strumentalizzazione, quando dicono: “Non ce la sentiamo di esprimerci finché la magistratura non avrà accertato l’esatta dinamica dei fatti. Però, è ovvio, vogliamo sapere la verità su come sia stato possibile che la vita di nostro figlio finisse in questo modo”.

Non credo sia possibile condividere tanta fiducia negli accertamenti della magistratura, a fronte di una inaccettabile incapacità, nella gran parte dei casi, di pervenire rapidamente all’individuazione dei responsabili. E penso sia bene invece esprimersi subito, qui e ora, incalzando senza sosta, perché la “verità”, in casi come questo, è per sua natura ribelle, se non anche rivoluzionaria. E allora potremmo procedere alla redazione di un testo in cui si chiede, ora, che sia reso di pubblica conoscenza il testo della convenzione (deve farlo Anna Maria Zago che dirige l’ITIS Da Vinci di Portogruaro) e che diano subito la loro versione, previa identificazione, i due tutor. I genitori hanno riferito al giornalista del Corriere Andrea Priante (18 settembre, pagina 23) che Giuliano aveva lavorato come operaio presso la B.C. Service s.r.l. nei mesi di luglio e agosto con un regolare contratto di apprendistato. Lascia perplessi un contratto di apprendistato di due soli mesi, fra l’altro risolto proprio quando ebbe poi inizio lo stage di alternanza. Che senso abbia poi un breve stage di alternanza dopo due mesi di lavoro è un bel mistero; certamente va acquisita anche tutta la documentazione relativa a questo contratto (dall’aria assai poco regolare se la descrizione risultasse esatta) e la direttrice Anna Maria Zago (con i due tutor) dovrebbe sentirsi tenuta a spiegare come le due prestazioni siano state ritenute compatibili. L’assegnazione ad un’impresa metalmeccanica rientra fra quelle a rischio elevato secondo le norme che regolano l’alternanza; dunque era necessario un congruo periodo di formazione in presenza, con una idonea informazione sui rischi. Lo svolgimento dell’attività lavorativa gratuita prima dell’inizio dell’anno scolastico induce qualche dubbioso sospetto.

Vogliamo provare ad intervenire con appelli e proteste? Questo Lamento per Giuliano De Seta, archiviata la malinconica campagna elettorale, potrebbe essere un modo per ritrovarci.

DI UNA CITTÀ

Foto di PublicDomainPictures da Pixabay
 
Di una città mi hanno sempre affascinato i vuoti, più che i pieni, i silenzi più che i rumori, le solitudini, più che le folle. Una figura intravista in lontananza, che, così come appare, scompare, tanto da farti credere di averla immaginata, labile come il ricordo di una certa ora di un certo giorno. I vuoti si riempiono facilmente con i lampi della memoria, restano pieni quel tanto che basta a convincersi di essere esistiti in quell’istante, nel lampo di una confessione a sé stessi. In un angolo in ombra osservi il rado strato di muschio che cresce, il filo d’erba che spunta tra le fessure di un rivestimento in travertino, il radicarsi ostinato di un’edera, che si aggrappa a quel poco di terra finita, chissà come, nel piccolo foro scavato pazientemente in un mattone dall’acqua e dal ghiaccio. Molti di quelli che passano, la mente tormentata da mille incombenze quotidiane e mille preoccupazioni, trascorrono in ognuno di quei luoghi appena il tempo necessario ad attraversarlo e affrettano il passo, turbati da quella inattesa quanto straniante solitudine, e timorosi che quello spazio vuoto possa nascondere chissà quali insidie. Il silenzio, la solitudine rappresentano elementi concreti di quell’horror vacui che assale la vita quotidiana, costringendo a riempire quel vuoto, seppure temporaneo, in ogni modo e con qualunque espediente, ad esempio parlando al telefono o ascoltando musica dalle cuffie. A nessuno ormai interessano i suoni della città, tutti preferiscono tenersene lontani, immaginando per sé luoghi esotici di svago dove ritemprare il corpo e la mente dopo una giornata, una settimana, un mese, a volte un anno, spesi ad inseguire un lavoro, un risultato soddisfacente, un successo personale o professionale, insomma qualunque cosa possa gratificare e giustificare quell’affannarsi a rincorrere qualcosa a cui non saprebbero dare nome né forma né volto. Di una città amo le ombre che si stendono lentamente su case, alberi, strade, piazze, auto, verso l’ora del tramonto, rendendo tutto un unico piatto scenario nel quale continuiamo a muoverci e ad agitarci, recitando la parte che il destino ci ha assegnato e che crediamo, illudendoci, di avere scelto.

La dittatura della finanza e il mercato del gas 

Porto di Sabetta, sulla penisola di Yamal, nella Russia artica – Aleksandr Rumin/TASS

di Andrea Fumagalli

Prefazione

Il 12 e 13 settembre 2008, nel pieno del crollo finanziario dei subprime negli Usa, due giorni prima del fallimento della Lehmann Brother (15 settembre 2008), a Bologna si svolgeva un convegno organizzato da UniNomade sui mercati finanziari e la crisi dei mercati globali. Gli atti di quel convegno (e molto di più) verranno pubblicati l’anno successivo da Ombre Corte a cura di Andrea Fumagalli e Sandro Mezzadra con il titolo Crisi dell’economia globale. Mercati finanziari, lotte sociali e nuovi scenari politici [1]. All’interno di quella raccolta di saggi, compariva un testo di Stefano Lucarelli: “Il biopotere della finanza”. All’epoca, tale titolo ci pareva più che mai azzeccato per descrivere il dominio delle oligarchie finanziare nel definire le traiettorie di accumulazione del nuovo capitalismo delle piattaforme, che da lì a poco sarebbe emerso dalle ceneri di quella crisi.
Oggi a quasi 15 anni da quegli eventi, possiamo dire di aver sottovalutato il problema. Certo, la nostra analisi si era rivelata più che corretta nel sottolineare il ruolo centrale e dominante della finanza speculativa nel nuovo (dis)ordine monetario internazionale e il tendenziale declino del dollaro come moneta di riserva internazionale. Ma nel frattempo, il biopotere (che poteva dare origine anche a qualche forma di contropotere, come illusoriamente ha fatto credere la parabola del bitcoin) si è trasformato in una vera e propria dittatura.

La finanziarizzazione delle materie prime

Ciò che sta succedendo nella determinazione del prezzo del gas nel mercato di Amsterdam lo conferma ampiamente. Già nel passato c’erano state avvisaglie della capacità della speculazione finanziaria, oggi sempre più essenza e anima dei mercati finanziari, di stravolgere in modo quasi irreversibile le stesse regole di funzionamento di un mercato neo-liberista. Nel 2008, ad esempio, il prezzo del petrolio aveva registrato un’impennata dai 70$/barile del dicembre 2007 ai 142$/barile dell’estate 2008, per poi calare entro la fine dell’anno a quota 33$: una bolla speculativa che si era sgonfiata, però, molto rapidamente.
Ma ciò che sta succedendo al mercato del gas presenta novità che devono essere sottolineate. Fino a pochi anni fa, le dinamiche di mercato e il prezzo che si determinava nello scambio reale tra domanda e offerta delle commodities erano la base sulle quali si formavano le aspettative sui prodotti derivati (di solito i futures) che alimentano l’attività speculativa. Il prezzo sui mercati reali era la base delle dinamiche speculative e delle convenzioni finanziarie che di volta in volta alimentavano le decisioni speculative.
Oggi avviene l’opposto. Sono le aspettative sulla dinamica futura dei prezzi rappresentate dal valore dei futures sul gas o su altre merci a determinare il prezzo dello scambio di mercato. Così avviene nel principale mercato per gli scambi all’ingrosso di gas, denominato Title Transfer Facility (TTF). Si tratta di una piattaforma virtuale (e un indice) della borsa di Amsterdam, nei Paesi Bassi, in cui si vendono e si acquistano gas (poco) e futures sul gas (molto), cioè contratti per scambiare una certa quantità di gas in una data futura e a un prezzo prestabilito. La logica è dunque puramente speculativa. Il prezzo che si determina non è influenzato dall’effettiva domanda e offerta di gas ma dalle aspettative future.
È l’esito della liberalizzazione del mercato dell’energia, voluta dal Trattato di Cardiff del 1996, che, in nome della libera concorrenza, ha eliminato qualsiasi forma di regolamentazione del prezzo del settore. Il paradosso è, contrariamente a quanto auspicato dai fautori del libero mercato, che il prezzo dell’energia non deriva più dall’incontro tra domanda e offerta ma dall’attività speculativa che origina dallo stato delle attese sul futuro del mercato. Il che dipende in modo massiccio soprattutto da fattori geopolitici e geoeconomici che poco hanno a che fare con l’effettivo andamento del mercato.
Si sostiene che l’aumento del prezzo del gas sconta previsioni negative su ciò che accadrà all’offerta di questa materia prima, scommettendo su una sua presunta scarsità futura. A differenza di ciò che accadde con il petrolio nel 2008 – la cui presunta scarsità venne innescata dalla notizia che i giacimenti di Baku erano sul punto di terminare – oggi la supposta insufficienza del gas si fonda sulla forte instabilità geo-politica internazionale e sulle tensioni internazionali tra Usa, Cina e Russia.
La realtà attuale del mercato è, in effetti, un’altra. Il gas non è affatto, al momento, una risorsa naturale scarsa. Secondo il rapporto Eni “Natural Gas – Supply and Demand” all’interno della World Energy Review, pubblicata il 26 luglio 2022, le attuali riserve sono sufficiente a colmare il fabbisogno crescente per oltre 59 anni.  Inoltre, occorre ricordare che è in forte aumento la produzione di biometano derivante dall’utilizzo del letame degli animali.  Al 31 dicembre 2021 (ultimo dato disponibile) le riserve mondiali ammontavano a 202.179 miliardi di metri cubi: erano 172.742 miliardi nel 2005. Il 40% di tali riserve si trova nel medio oriente, il 33% in Russia e nell’Asia Centrale, l’8% in Africa e nel Nord America, solo il 2% in Europa. Nel corso del 2021, la produzione globale è stata di 4.050,35 miliardi di metri cubi. Il consumo è risultato inferiore, pari a 4.027,04 miliardi. Siamo così in presenza di un eccesso di offerta che dovrebbe portare ad un ribassamento del prezzo o per lo meno non ad un suo aumento.
Ma non è così che è andata, anzi. Nel corso del 2021 (prima quindi dell’invasione russa in Ucraina), il prezzo TTF del gas quotato alla borsa di Amsterdam è aumentato del 402%. Gli esperti giustificano tale andamento con il fatto che si è verificato un aumento del consumo di gas pari al 4,6%  dovuta all’inverno lungo e freddo nei primi mesi del 2021, che ha determinato un maggiore ricorso al riscaldamento, seguito da un’estate prolungata e calda che ha causato un maggiore utilizzo di dispositivi di raffreddamento, accompagnato dall’aumento della domanda di gas naturale liquefatto con la conseguente impennata dei prezzi di quest’ultimo e infine dall’aumento del consumo di gas in Asia dovuto alla ripresa economica. Si tratta di fattori che certamente concorrono a smentire la presunta scarsità della materia prima ma non sono sufficienti a far supporre un prossimo deficit d’offerta.
Nel 2022, l’invasione della Russia in Ucraina è stata la classica goccia può fare traboccare un vaso comunque già pieno, aggiungendo ulteriore incertezza e instabilità. E sappiamo come la speculazione vada a nozze in queste situazioni. Occorre tuttavia notare che possibili restrizioni nell’offerta di gas all’Europa da parte della Russia sono anche il corollario delle sanzioni europee. Il divieto di esportare in Russia componenti tecnologiche, necessarie alla manutenzione dei gasdotti e degli impianti di estrazione del gas, mina infatti la capacità produttiva russa, riducendo, di conseguenza, i ricavi derivanti dalla vendita del gas. I costi che ne conseguono per la Russia sono, tutto sommato, inferiori a quelli che i paesi europei rischiano di pagare, prima di riuscire ad affrancarsi dalla dipendenza dal gas russo.
Negli Stati Uniti, di converso, il prezzo del gas naturale per famiglia, misurato in kWh, fissato sul mercato Henry Hub, punto di distribuzione per gli Usa, situato in Louisiana, è passata da 0,0094$ del gennaio 2021 a 0,0134 di dicembre (+ 42% circa). Un aumento di gran lunga inferiore a quello registratosi ad Amsterdam (+ 402%, come abbiamo visto), perché nel mercato Usa del gas i futures sulle materie prime hanno un ruolo decisamente più limitato. Ciò dipende dal fatto che i prodotti derivati si scambiano su un mercato diverso poiché vengono quotati principalmente a Chicago e non in Louisiana. E infatti a fine agosto 2022 il prezzo sul mercato americano Henry Hub è pari a 0,043$ per kWh contro un prezzo medio mondiale pari a 0,75kWh e a un prezzo europeo di circa 0,136$, oltre il triplo. È la conferma che in Europa il prezzo a cui si scambia il gas è l’esito della finanziarizzazione del mercato e della dittatura dell’attività speculativa.

Cui prodest?

L’attività speculativa conviene a molti. In primo luogo ai grandi fondi speculativi che creando la bolla rialzista possono ottenere elevate plusvalenze, per poi ritrarsi al momento opportuno, così come è successo per altre convenzioni speculative (ad esempio, quelle sui titoli di stato greci e italiani nel 2011). Ma conviene soprattutto alle grandi imprese energetiche. Chi può usufruire di contratti standard di lungo periodo con i produttori di gas grezzo (come la Gazprom) gode di condizioni estremamene vantaggiose con un prezzo bloccato a livello molto inferiore all’attuale prezzo di vendita. Chi non ha questo privilegio, può sempre acquistare il gas sul mercato americano ad un prezzo decisamente più conveniente.
Non stupisce che solo nel primo trimestre del 2022, secondo i dati di Arera (Autorità di Regolazione per Energia, Rete, Ambiente), le bollette della luce siano cresciute del +131% rispetto allo stesso periodo del 2021, +94% il gas. Gli extra-profitti incamerati dalle società dell’energia grazie alla differenza tra i costi di produzione e il Pun (acronimo di Prezzo Unico Nazionale, ovvero il prezzo di riferimento all’ingrosso dell’energia elettrica che viene acquistata sul mercato della Borsa Elettrica Italiana – IPEX – Italian Power Exchange) valgono, secondo le stime Assoutenti, la bellezza di 27,9 miliardi di euro solo nel primo trimestre del 2022. Il ministero dell’Economia aumenta la cifra a 40 miliardi. Il guadagno è evidente.
Pensare di limitare l’attività speculativa con un decreto non è possibile. Ma alcuni interventi potrebbero essere utilmente introdotti. Ad esempio, lo scorporo del mercato del gas da quello dell’energia elettrica e delle fonti rinnovabili. Ad Amsterdam, il prezzo del gas al TTF viene fissato con il sistema delle aste al prezzo marginale (Sistem Marginal Price), che di fatto porta a corrispondere il prezzo più alto tra quelli offerti. La particolarità dell’asta marginale sta nel fatto che, nella fissazione del prezzo dell’energia, non conta da quale fonte la stessa sia stata prodotta (rinnovabile, gas, carbone, nucleare); infatti, alla fine dell’asta tutti gli intermediari pagheranno quanto acquistato al prezzo marginale, ovvero l’ultimo prezzo che viene accolto – ovviamente, il più alto fra quelli offerti.
Paradossale è infine il fatto che il volume delle transazioni di gas scambiate ad Amsterdam rappresentino una quota risibile del totale europeo (3-4%: dati Arera) ma indicativo che Amsterdam sia il mercato europeo dominante per la compravendita di titoli futures. Poiché il mercato TTF viene gestito da Gasunie, società olandese che controlla buona parte della rete del metano dei Paesi Bassi, oltre ad alcuni gasdotti europei (pur essendo di proprietà di Intercontinental Exchange (ICE), gigante delle piattaforme finanziarie, proprietaria anche di Wall Street), l’Olanda può godere di vantaggi economici e finanziari che portano il paese a incrementare la propria bilancia commerciale e dei pagamenti a svantaggio di altri paesi europei come Germania, Spagna e Italia. Motivo più che sufficiente per spiegare la contrarietà dell’Olanda a introdurre un limite di prezzo (price gap) a livello europeo.
Al di là di queste considerazioni, la finanziarizzazione del gas ci illustra come oggi la determinazione dei prezzi sia sempre meno dipendente dagli scambi reali, materiali, del bene in oggetto ma sempre più da variabili extra-mercato di tipo finanziario. Si tratta della morte del tradizionale libero scambio di mercato, con buona pace degli economisti liberisti. La teoria della domanda e dell’offerta, base principale della microeconomia neoclassica, perde di senso. La dittatura della finanza mostra qui tutta la sua potenza.

NOTE

[1] Tra i numerosi testi italiani che, in quegli anni, hanno trattato il tema della crisi finanziaria, la maggior parte con un taglio mainstream, questo è quello che avuto il numero maggiore di traduzioni all’estero: inglese, tedesco, spagnolo, portoghese, turco, coreano, giapponese.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 3 settembre 2022

Sul caso di Julian Assange

Lunedì 5 settembre, alle ore 16,50, si terrà al Lido di Venezia presso la Casa degli Artisti (via Pietro Buratti,1) un’iniziativa promossa dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico insieme all’Associazione Articolo21 sul caso di Julian Assange.
Com’è noto, il giornalista fondatore di WikiLeaks  rischia di essere estradato negli Stati Uniti colpevole di avere svelato efferati crimini di guerra e per questo accusato di spionaggio.
Dopo il saluto del Delegato generale delle Giornate degli autori Giorgio Gosetti e le brevi introduzioni dei presidenti della Federazione della stampa e dell’AAMOD Giuseppe Giulietti Vincenzo Vita, seguiranno i contributi di Monica Andolfatto segretaria dei giornalisti veneti, della vicepresidente dell’Associazione nazionale degli autori Manuela Piovano e dell’attrice Ottavia Piccolo.
Il presidente e la segretaria dell’Ordine nazionale dei giornalisti Carlo Bartoli e Paola Spadari consegneranno la tessera ad honorem dell’Ordine a Stefania Maurizi autrice del volume “Il Potere segreto” (2021), che la recapiterà direttamente alla famiglia di Assange.