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Dire grazie a Lea Melandri

di R. C.

Lea Melandri ha dedicato la sua vita al movimento femminista, alla giustizia sociale, alla liberazione di donne e di uomini. Lo ha fatto con il suo attivismo, con il suo pensiero, con la sua scrittura.

I suoi testi teorici, spesso tradotti all’estero, sono oggi considerati manifesti del femminismo italiano e riferimenti imprescindibili nello studio dell’oppressione di genere. Il suo Come nasce il sogno d’amore è stato incluso tra i quindici libri più significativi del Novecento.

Le riviste che ha fondato — L’erba voglioLapis — rappresentano passaggi fondamentali nella riflessione femminile e nella pratica antiautoritaria della scuola. Ed è incensibile la quantità di collaborazioni, seminari, conferenze alle quali ha preso parte nel corso di un’attività pluridecennale.

Intere generazioni hanno potuto incontrare la ricchezza delle analisi di Lea Melandri nelle assemblee dei movimenti, durante la sua attività di divulgazione o nei suoi corsi di “scrittura di esperienza”. Una presenza di infinita generosità, votata a un impegno che ha sempre seguito strade lontane dal denaro e dal potere.

È arrivato il momento di dirle grazie.

Oggi Lea è anziana e indigente. Rischia di non avere i mezzi per curarsi.

Sosteniamo la sua candidatura per l’assegnazione del contributo economico vitalizio previsto dalla Legge Bacchelli a favore di persone che si sono distinte per meriti eccezionali nei campi della cultura, delle arti, della ricerca scientifica e dell’innovazione ma si trovano in condizioni di particolare ristrettezza.

Sarebbe il dovuto riconoscimento materiale da parte della Repubblica nei confronti di una vita spesa per cause giuste e per un’opera che oggi è patrimonio della cultura italiana.

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Gli oltre duecento articoli di Lea Melandri presenti nell’archivio di Comune sono leggibili QUI

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Lea (Maddalena) Melandri, nata nel 1941 a Fusignano (Ravenna), cresce in una famiglia di mezzadri; fin da ragazza mostra una personalità forte e un’intelligenza che le aprono un percorso scolastico insolito per la sua origine sociale. Dopo il liceo classico a Lugo, entra in Scuola Normale a Pisa — istituto che ha formato gran parte della classe dirigente del dopoguerra — ma, superato il biennio, sceglie di lasciarla e torna in Romagna come supplente nello stesso liceo che aveva frequentato. Nel 1965 si laurea in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna. Nel 1967 ottiene la cattedra al liceo scientifico di Lugo; dopo pochi mesi si trasferisce a Milano, anche per uscire da un matrimonio forzato che verrà annullato molti anni dopo. Insegna alla scuola media di Melegnano e partecipa alle assemblee del movimento non autoritario degli insegnanti, nel clima del ’68. A Milano incontra Elvio Fachinelli: da quell’incontro nasce L’erba voglio (1971–1977) e si approfondisce il legame con il femminismo. Gli scritti di quel periodo confluiscono in gran parte in L’infamia originaria, tradotto all’estero e considerato un manifesto del pensiero femminista italiano. Dal 1976 al 1986 cura i corsi «150 ore» alla scuola media di via Gabbro 6, tra donne del quartiere: un’esperienza di «scuola delle donne» che anticipa cooperative, bienni sperimentali e, nel 1987, la fondazione dell’Associazione per una Libera Università delle Donne di Milano. Promuove gruppi di pratica dell’inconscio e, negli anni Ottanta, allarga il proprio sguardo con una rilettura decisiva di Sibilla Aleramo e con un lungo percorso di analisi. Sulle riviste Ragazza In e Noi donne cura rubriche di posta e di scritture del privato, materiale che confluisce in volumi come La mappa del cuore. Nel 1986 lascia definitivamente l’insegnamento per dedicarsi all’associazionismo e alla scrittura, accettando una precarietà economica duratura. Nel 1987 fonda e dirige Lapis. Percorsi della riflessione femminile (1987–1997). La lista delle sue pubblicazioni è molto lunga. Tra le ultime: (con Cattive Maestre), Dietro la cattedra, sotto il banco: il corpo a scuola (Prospero Editore, 2024), Dialogo tra una femminista e un misogino: la Ragione di Weininger (Bollati Boringhieri, 2025) e Preistorie. Riflessioni sulle radici culturali dei fatti di cronaca (Prospero Editore, 2026). Una vita tra scuola, movimento e letteratura, segnata da coerenza politica e da scelte spesso lontane dal riconoscimento economico. È disponibile la biografia completa in PDF: scarica la biografia (PDF).




L’articolo e la proposta sono stati pubblicati su Comune-info il 3 giugno 2026

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L’orrore dell’ipocrisia

di Tonio Dell’Olio


Quattro uomini sono stati bruciati vivi ad Amendolara (Cosenza) perché chiedevano di essere pagati per il lavoro svolto. Già questa frase dovrebbe bastare a scuotere un Paese nella cui Costituzione celebriamo che è fondata sul lavoro. Eppure rischiamo di fermarci all’orrore dell’episodio, alla crudeltà dei carnefici, alla commozione di qualche giorno. Sarebbe l’ennesima ipocrisia.

Il caporalato non cresce nelle campagne come un’erbaccia spontanea. Vive dentro una filiera che pretende prezzi sempre più bassi, raccolti sempre più rapidi, costi sempre più ridotti. Vive nella nostra indifferenza quando riempiamo il carrello compiacendoci di fragole, pomodori e agrumi venduti a prezzi impossibili.

Quei quattro braccianti afghani non lavoravano per il Pakistan. Le terre che coltivavano non erano pakistane. I prodotti raccolti sotto il sole cocente della Calabria non erano destinati ai mercati di Kabul o Islamabad.

La domanda da porci non è chi abbia appiccato il fuoco, ma chi alimenti il sistema che rende possibile lo sfruttamento, il ricatto, la riduzione di esseri umani a forza lavoro usa e getta.

Ci scandalizziamo davanti alle fiamme. Molto meno davanti ai salari da fame, ai contratti negati, ai ghetti, ai trasporti clandestini, alle schiavitù moderne che permettono di abbassare il prezzo di ciò che arriva sulle nostre tavole.

Quattro uomini sono morti bruciati vivi. Se questa tragedia non diventerà una rivolta delle coscienze, allora il fuoco continuerà a bruciare anche oltre quella vettura: nelle campagne, nei supermercati e nelle nostre responsabilità.


L’articolo è stato pubblicato su comune-info il 4 giugno 2026

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Marjane Satrapi, l’Iran e il potere della parola

di Emilia De Rienzo


Ci sono libri che raccontano una storia. E ci sono libri che aprono una finestra sul mondo. Per molti Persepolis è stato questo: non solo il racconto dell’infanzia e della giovinezza di Marjane Satrapi nell’Iran della rivoluzione islamica, ma uno sguardo capace di restituire umanità a ciò che troppo spesso viene ridotto a cronaca, geopolitica, stereotipo.

Con il linguaggio del fumetto, apparentemente semplice e immediato, Satrapi ha raccontato la paura, l’esilio, la libertà, l’oppressione, la forza delle donne e il dolore di sentirsi divisi tra più mondi. Ha dato un volto alle persone che la storia tende a trasformare in numeri.

Oggi apprendiamo della sua morte, a soli cinquantasei anni. I suoi familiari hanno raccontato che se n’è andata «di tristezza», poco più di un anno dopo la scomparsa del marito Mattias Ripa, l’amore della sua vita.

C’è qualcosa di profondamente commovente in questa notizia. Perché Satrapi aveva attraversato rivoluzioni, repressioni, esilio e battaglie civili senza mai smettere di credere nel potere della parola e dell’arte. Fino agli ultimi anni aveva continuato a sostenere le donne iraniane e la loro richiesta di libertà.

Ma forse la sua eredità più preziosa è questa: non ha mai lasciato che la storia diventasse una favola.

C’è una scena in Persepolis nella quale la piccola Marjane scopre che anche la rivoluzione islamica — quella che aveva rovesciato il regime dello Shah — tortura e uccide. Sua madre glielo spiega con una semplicità devastante. Non ci sono buoni e cattivi definitivi, solo potere che cambia mano e corpi che pagano. Quella bambina disegnata in bianco e nero stava imparando qualcosa che molti adulti in Occidente rifiutano ancora di comprendere: che l’Iran non è un’icona, né del male né della resistenza romantica. È un paese con una storia lunga e contraddittoria, popolato da persone che amano, temono, scelgono, sbagliano.

Quando nel 2022 Mahsa Amini è morta in custodia della polizia morale per non aver indossato correttamente il velo, e le donne iraniane sono scese in piazza gridando “Zan, Zendegi, Azadi” — Donna, Vita, Libertà — Satrapi era lì, ancora. Non come simbolo da esibire, ma come testimone che conosceva quella storia dall’interno. Ha coordinato Femme, vie, libertà, un libro collettivo con artisti e studiosi iraniani e internazionali, perché sapeva che anche quel movimento rischiava di essere consumato dall’Occidente come immagine — le donne coraggiose, il regime crudele — senza capire la profondità di ciò che stava accadendo.

Dietro ogni popolo e ogni evento storico esistono vite concrete. Lo aveva scritto a fumetti trent’anni prima. Lo ripeteva ancora.

In un tempo in cui si torna a ridurre l’altro a etichette, appartenenze e schieramenti, Persepolis continua a ricordarci che comprendere è più difficile che giudicare, ma infinitamente più umano.

Resta la sua opera. Resta quella ragazza disegnata in bianco e nero che, raccontando se stessa, ha insegnato a milioni di lettori a guardare il mondo con meno pregiudizi e più curiosità.

E resta la lezione più importante: raccontare le persone nella loro complessità è già una forma di libertà. E forse anche una forma di resistenza.


L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 4 giugno 2026

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Del Poeta

di Sergio Tardetti
Dibujo de Federico García Lorca para Poeta en
Nueva York

Del poeta non è corretto dire che FU ma che È, egli è sempre lo spirito del tempo, di ogni tempo, perché non muore nel tempo, ma lo accompagna, gli è accanto, se non addirittura lo incarna. Entrambi viaggiano insieme, percorrendo giorni, mesi e anni in cui ciascuno resta vicino all’altro, molto spesso in silenzio, perché è il tempo stesso che lo richiede, o perché nell’occasione il poeta non ha niente da dire, forse in quanto non si riconosce in quell’ora o in quel giorno, e perfino in quell’anno – a volte in molti anni, a dire il vero. Accade poi, ad un tratto, un evento, un fatterello che potrebbe anche apparire insignificante, in occasione del quale il poeta viene a sorpresa rievocato da qualcuno. Da quel momento in poi, specialmente se quel qualcuno è davvero Qualcuno, il poeta, la sua vita, le sue parole, tornano sulla bocca di tutti e ciascuno si sforza di ricordare se e quando lo ha conosciuto o semplicemente lo ha sentito nominare, perché il Poeta è tornato di moda e parlarne diventa quasi un dovere sociale. Con buona pace del Poeta, naturalmente, perché a quel punto le sue parole saranno soltanto quelle già scritte, il non detto finisce sempre per rimanere un non detto. Al Poeta, molto spesso, viene in soccorso il Caso, di solito più della Necessità. Difatti, basta poco, una leggera deviazione dai percorsi standard di ciascuno di noi, per incontrare l’evento predisposto dal Caso che ci darà occasione, se mai ancora non lo conoscessimo, di incontrare il Poeta, oppure, qualora ne fossimo già a conoscenza, di riascoltare le sue parole e trasformarle in una rinnovata visione della nostra esistenza. Questo sono capaci di fare i poeti, perché loro SONO, non certo FURONO, le loro esistenze si svolgono in un tempo decisamente assente. Del poeta si parla quasi sempre per allusioni, senza farne il nome ma incarnandolo attraverso aggettivi e sostantivi che spingono alla meraviglia – qualche volta anche alla rabbia, quando i pensieri del poeta non sono allineati ai nostri! – e fanno in modo che l’immagine reale del poeta sia offuscata da ciò che vorremmo che fosse – o fosse stato – e che, invece, non è, né potrà mai essere, una volta terminato il suo tempo terreno.

© Sergio Tardetti 2026



L’immagine è di Pubblico dominio

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Il terrorista nero e l’eutanasia

di Santina Sconza


Paolo Bellini, ex esponente di Avanguardia Nazionale condannato all’ergastolo come quarto esecutore della Strage di Bologna, ha chiesto l’eutanasia farmacologica.

No non è un malato terminale, ha semplicemente problemi di cuore come accade ad una persona anziana.

Dal carcere di Padova dove è detenuto ha inviato una lettera, firmata “il Sacco e Vanzetti italiano”, alla redazione della Gazzetta di Reggio. In questa lunghissima lettera vuole che sia la direzione sanitaria a provvedere alla sua richiesta di eutanasia: “Chiedo che la direzione sanitaria di Padova provveda in tal senso rispettando le leggi vigenti in materia di ‘silenzio-assenso’ dalle quali non vi potete sottrarre”, scrive il terrorista nero, indirizzando la lettera al direttore del quotidiano reggiano.

Nella missiva, tutta scritta in maiuscolo, l’ex terrorista sostiene di essere vittima di un “complotto politico, mediatico e giudiziario” e afferma di aver già inoltrato una prima richiesta in passato, quando si trovava nel carcere di Uta in Sardegna.

La strage di Bologna è avvenuta il 2 agosto 1980. Alle ore 10:25, una bomba esplose nella sala d’attesa della stazione centrale, causando 85 morti e oltre 200 feriti. È considerato l’attentato terroristico più grave nella storia della Repubblica italiana.

Nelle ultime quattro pagine della lettera, Paolo Bellini riproduce ampi stralci delle ultime carte processuali sulla strage del 2 agosto 1980, con vari suoi commenti a margine: scrive del video girato dal turista tedesco Harold Polzer che lo colloca sul luogo dell’esplosione, delle intercettazioni dei suoi familiari, fino a quello che è un punto debole dell’ultima verità giudiziaria sull’eccidio «il dogma dei mandanti tutti morti».

Sorge il dubbio che forse in questa missiva ci siano dei messaggi che qualcuno all’esterno del carcere dovrebbe recepire.

L’associazione dei familiari delle vittime della strage del 2 agosto 1980 ha reagito alle dichiarazioni chiedendo a Bellini di fare finalmente chiarezza e dire la verità sulle sue responsabilità.

In realtà, invece di parlare di ‘complotto giudiziario’, dovrebbe sviscerare quant’altro ad es. cosa ci faceva in Sicilia il giorno prima della strage di Capaci, cosa sa delle stragi di Capaci e via D’Amelio.

I destinatari della lettera sono oltre il dirigente sanitario della Casa di reclusione di Padova, le Procure di Bologna, Cagliari, Padova e la Commissione Parlamentare Mafia e Stragi.

La primula nera, durante la sua latitanza ha stretto rapporti con esponenti della ‘Ndrangheta e di Cosa Nostra, inserendosi anche in contesti paralleli e complessi come la presunta trattativa Stato-mafia, muovendosi tra i misteri degli anni di piombo e le stragi dei primi anni ’90.

Forse l’ex uccello di bosco, stanco di essere rinchiuso in una gabbia, ha necessità di suggerire a chi è all’interno della Commissione antimafia nazionale o a chi ancora trama dietro le quinte qualcosa che noi comuni mortali non sappiamo.


L’articolo è stato pubblicato su Osservatorio sulla legalita’ e sui diritti il 16 maggio 2026

La foto è di Pubblico dominio

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