Sergio Tardetti

DI VENTO E DI GINESTRA (Recensione)

di Sergio Tardetti
Cosa va cercando il lettore in un libro di poesia? Un elemento di contatto con l’autore, un filo diretto con l’anima di chi scrive, mediato dalle suggestioni scaturite dal titolo in copertina, consapevole fin dall’inizio che riuscirà a trovare soltanto quello che va cercando. L’autore, d’altro canto, deve far fronte a centinaia di interrogativi, moltiplicati per quanti sono i lettori, consapevole delle difficoltà del suo compito, certo che non potrà mai fornire una risposta esaustiva a tutti gli interrogativi. Intanto, il lettore, procede a sfogliare le pagine, compulsandole con un’idea ben precisa in mente, che troverà o meno conferma nel corso della lettura. Quasi sempre si giunge a un apparente punto di incontro, finendo per trovare risposta a qualcuna delle tante domande, anche se il prezzo da pagare è rappresentato spesso dal fraintendimento delle intenzioni di chi scrive. Del resto, il fraintendimento è lo strumento moltiplicatore dei significati di un testo, il necessario rischio che un autore sa di correre nel momento in cui inizia a mettere i suoi pensieri nero su bianco. In questo caso, l’autrice Elisa Piana opera un tentativo di esplicitare il senso del titolo nella breve prefazione, lasciando tuttavia al lettore la libertà e il margine sufficienti per individuare tra le pagine un senso più proprio e personale, anche distante da quello che chi scrive si era proposto. In apertura, i versi di Giovanni Ciao, prezioso ed elegante omaggio alla raccolta poetica di Elisa, vanno a costituire la più delicata delle prefazioni e suggeriscono una ulteriore possibile chiave di lettura.
Eccoli, dunque, gli elementi costitutivi delle poesie che arricchiscono il testo: il vento e la ginestra. Il vento che trascorre tra le pagine della memoria, rapido e fuggitivo, muovendosi irrequieto in ogni direzione; la ginestra che rimane ben salda, aggrappata al terreno con le sue radici solide piantate ovunque possa germogliare e crescere. Ecco due nature così dissimili che, mescolandosi, hanno la capacità di produrre un’anima che, al tempo stesso, vorrebbe essere ovunque e cercare la sicurezza in un luogo nel quale potersi riconoscere e identificare. Entrando nelle pagine del volume e percorrendone i testi, si coglie fin dal principio la notevole capacità di Elisa di scegliere le parole più appropriate per comunicare con chi legge, rendendolo partecipe delle proprie emozioni e delle proprie esperienze di vita. Elisa Piana è poetessa convincente e “solida”, aggettivi forse inusuali per riferirsi a chi scrive poesie, ma che intendono denotare la capacità di scegliere modalità espressive in grado di trasmettere suggestioni e musicalità e realizzare componimenti dal contenuto complesso e concreto e al tempo stesso intellegibile e accessibile. L’autrice ha la particolare e non comune capacità di avvicinare alla poesia anche chi non la frequenta abitualmente, senza indulgere tuttavia in concessioni al lettore che rischierebbero di banalizzare i testi. Essere leggibili e accessibili da parte di certi autori è considerato un limite, perfino un difetto, tanto che si impegnano con tutte le loro forze a rendersi, per quanto più possibile, oscuri e incomprensibili. Tra i componimenti mi piace citare, perché particolarmente degna di nota, la poesia dedicata ad Alda Merini, nella quale Elisa delinea un ritratto intenso con pochi accenni non banali alla vita dell’autrice, senza mai scivolare nel luogo comune.
Riesce a emergere dalla lettura il ritratto di Elisa? Non il ritratto, ma un ritratto, uno dei tanti possibili, quello percepito attraverso la sensibilità del lettore, guidata e condizionata dalle personali esperienze di vita. Quanto a me, colgo nei versi il ritratto di un’autrice che sembra avere acquisito ulteriore sicurezza e maturità nello scrivere e che merita sicuramente un pubblico attento e partecipe. A tratti, nel corso della lettura, compare e si fa più pronunciata una nota di durezza; le parole non scorrono fluide, ma sembrano come impigliarsi in qualche asperità, quasi a voler indicare che la superficie della vita non è mai del tutto liscia. Il segno che le esperienze della vita lasciano un po’ a tutti sull’anima, si fa più marcato, ma viene subito stemperato da una parola o una frase delicata, come a voler dire che, in fondo, non importa se la vita è così, la si accetta come viene, non supinamente ma cercando di comprenderla e farne una propria costruzione. Tra i tanti pregi, si sottolinea la presenza di due elementi che, a mio parere, determinano la qualità poetica di un testo. Il primo è l’utilizzo del meccanismo dell’ellissi, quello che serve a costruire il massimo coinvolgimento del lettore, nella consapevolezza che il non detto aiuti chi legge a riflettere e ad immedesimarsi nei pensieri di chi scrive. Il secondo, aspetto non secondario, è rappresentato dalla qualità della scrittura usata nei versi, che risultano curati, veri, torniti, musicali e ritmici, capaci di avvolgere il lettore in un abbraccio che lo rende compiutamente partecipe dell’atmosfera creata di volta in volta dalla poesia. Leggere questo libro significa immergersi per tutto il tempo nella vera e lucida poesia. Consigliato a chi ha fatto della poesia una sua condizione di vita.
© Sergio Tardetti 2022
Elisa Piana – DI VENTO E DI GINESTRA.  Bertoni Editore, 2022

Favole (Recensione)

di Sergio Tardetti
Sulla scia dei favolisti classici, come Fedro ed Esopo, e moderni, come La Fontaine, si inseriscono questi brevi racconti poetici in versi liberi di Luca Biancardi, autore poliedrico che fa della parola quasi una ragione di vita. Come i favolisti, mette in scena piccole quotidiane vicende, che ruotano tutte intorno al tema del rapporto amoroso, e che hanno per protagonisti non solo esseri animati ma anche in prevalenza oggetti. Si avverte in ciascuna di queste storie il piacere che ha messo l’autore nel comporle e provato nell’inventarle e raccontarle. A differenza dei favolisti classici, che raramente mettevano in scena soggetti inanimati – qualche rara eccezione in Fedro con la maschera e la volpe, o le rane e il re travicello – spesso la coppia di innamorati è formata da oggetti di uso quotidiano, dei quali non verrebbe mai in mente di immaginare un rapporto di coppia così intenso come lo descrive Luca. Colpisce, ad esempio, la storia della penna e del suo cappuccio, separati ad un tratto a causa di un evento accidentale e che si perdono di vista, disperando di poter ritornare a congiungersi in un qualche futuro. O l’amore tragico e fatale tra il leone e la cerbiatta, che termina drammaticamente, come è nella tradizione del mondo animale, ma anche, purtroppo, di quello umano. Sotto le spoglie dei leoni e delle gazzelle possono celarsi tanti drammi quotidiani di femminicidi, divenuti ormai così comuni che corriamo il rischio di assuefarci. Ci sono poi le coppie stabili, quelle destinate a durare nel tempo, come la musica e il silenzio, o l’ignoranza e il sapere, coppie che si compensano e si arricchiscono a vicenda, nelle quali l’uno non può fare a meno dell’altra. La morale di questi racconti in versi si esplicita nel momento in cui proviamo a trasportare le storie nella realtà di tutti i giorni, perché allora vengono alla luce tutti i sentimenti e i risentimenti che si accendono nel rapporto amoroso, passione, gelosia, dolore, rabbia, fiducia nell’altra/altro, desiderio di confondersi in un’unica anima, desiderio di amplessi a volte impossibili. Il tutto rappresentato e descritto con un linguaggio che affascina e coinvolge il lettore, senza intenti moraleggianti, ma con l’attenzione rivolta a ricordargli che, in ogni caso, “de te fabula narratur”. Storie narrate con il consueto brio e l’abituale vivacità che costituiscono la cifra stilistica di Luca Biancardi. Consigliato a chi ama non solo la poesia ma anche le storie avvincenti e ben raccontate.
Luca Biancardi – Favole. Bertoni Editore, 2022

E’ FINITO LO ZUCCHERO

di Sergio Tardetti

Fu quando si accorse di aver finito lo zucchero che si decise ad uscire di casa. Non lo aveva fatto quando era finita l’acqua minerale – berrò quella del rubinetto, aveva pensato. Né lo aveva fatto quando era finito il vino – magari, una volta tanto, riesco anche a smettere di bere. Lo zucchero no, quello non poteva mancare, l’acqua minerale sì, il vino sì, lo zucchero no. Uscire, però, gli costava fatica, uscire significava lavarsi, vestirsi, pettinarsi anche, pettinarsi quel cespuglio ispido che era diventata la sua testa. Uscire era una gran fatica, ma per lo zucchero, solo per lo zucchero, lo avrebbe fatto. Allora, un bagno, ma un bagno no, richiede troppo tempo. Una doccia, allora, sì, una doccia, poi cercare camicia, pantaloni, biancheria, calzini puliti, ce ne deve essere ancora un paio da qualche parte. Passò un bel po’ di tempo prima che si ritrovasse sulle scale di casa, meravigliato di vederle ancora lì, meravigliato persino che ci fosse ancora qualcosa, oltre le scale, fuori di casa.
Il giardinetto, con le siepi basse di nuovo da tagliare, anche quello era ancora lì, i fiori nel giardinetto, freschi, qualcuno doveva averli innaffiati tutti i giorni, lui non aveva avuto tempo per quello, non aveva avuto tempo per niente. Tranne che per Elisa, tutto il suo tempo – quanto ne era passato? – era stato per lei, tutto il suo tempo, fino a quando era mancato lo zucchero. Prima era mancato il vino, era mancata l’acqua minerale, e prima ancora era mancata Elisa. Ogni volta lui aveva sempre pensato: “Farò senza il vino, senza l’acqua minerale. E anche senza Elisa”. Fino a quando era mancato lo zucchero. Non era uscito di casa, neppure quando era mancato il vino o l’acqua minerale, neppure quando era mancata Elisa. Al vino e all’acqua minerale non ci aveva pensato nessuno, lui solo, ad Elisa ci avevano pensato in molti, alcuni li conosceva, altri non ricordava di averli mai visti. Visi lunghi e tirati, qualcuno pallido, occhi rossi. I suoi non li aveva guardati, non gli mancavano.
Vide il cespuglio delle rose, un paio di boccioli ancora chiusi sulla cima di rami senza foglie, accanto a quello che rimaneva di un fiore, tre petali bianchi, scossi dall’aria mossa dal passaggio delle auto. In quel momento se ne staccò uno, rimase per un breve istante sospeso nell’aria, poi cadde, planando quasi in verticale sopra la siepe incolta. Lo guardava cadere così, come aveva guardato Elisa, quando il coperchio di legno aveva nascosto il suo viso per sempre. Ad un tratto, pensò che non aveva ancora pianto, doveva essersi dimenticato, o forse gli erano mancate le lacrime, adesso poi gli era mancato persino lo zucchero. Il sole aveva appena superato il tetto del palazzo di fronte, la luce improvvisa lo costrinse a strizzare gli occhi. I limoni, anche quelli erano finiti, ce n’erano voluti quasi cinque ogni giorno per Elisa, quella sete che non smetteva mai di bruciarla. Li strizzava così, tra le dita, mentre lei lo guardava e sorrideva, con quel poco di sorriso che era rimasto sulle labbra secche.
Si passò una mano davanti al viso, come per togliersi la tela di un ragno, la ritirò bagnata. Si appoggiò al muro, proprio accanto alla buca delle lettere, passò di nuovo la mano davanti agli occhi, era sempre bagnata. Lo zucchero. Si ricordò che era finito, ma per quello adesso c’era tempo.

© Sergio Tardetti 2015-2022

DISUMANITÀ

di Sergio Tardetti

Il potere decisionale incondizionato attribuito ai computer – di seguito, per brevità, chiamati “macchine” – è incredibilmente cresciuto negli ultimi tempi e rischia di aumentare ancora. Colpa non certo delle macchine, del resto prive di volontà e coscienza propria, quanto piuttosto degli umani che a loro si rivolgono come ad antiche divinità oracolari, in cerca di un responso dal quale fare dipendere il proprio incerto futuro e le proprie improbabili decisioni. Che i computer – pardon, macchine! – non siano intelligenti nel senso pieno del termine, nonostante la volontà di volerli supporre tali, è dato per scontato fra gli addetti ai lavori, che riescono, al massimo, a programmarne le funzioni. L’unica forma di “intelligenza” è un certo grado di flessibilità che dipende dall’organizzazione e dalla complessità del programma che la macchina riesce ad eseguire. Il resto sono chiacchiere da bar dello Sport o da sala da tè. Eppure, in questo terzo decennio del secolo ventunesimo, dopo oltre quaranta anni trascorsi in compagnia più o meno stretta di queste macchine, c’è chi è convinto che siano in grado di pensare, di decidere e persino di sbagliare. Le macchine sono diventate spesso un comodo capro espiatorio a cui poter attribuire tutte le colpe dei numerosi errori che gli umani commettono. Le macchine non possiedono in sé il concetto di giusto o sbagliato, eseguono semplicemente quello che è stato loro ordinato di fare. Gli uomini, al contrario, possiedono razionalità e libero arbitrio, anche se molto spesso danno prova del contrario, scendendo a livelli di intelligenza ben inferiori a quelli delle macchine. Esempi in grado di avvalorare queste tesi se ne potrebbero citare a bizzeffe, molti di noi sono stati involontari coprotagonisti di vicende farsesche o surreali, che hanno visto al centro le macchine e i loro fedeli custodi tutor. Quando l’umanità decide di affidarsi alla “intelligenza” delle macchine, diventa disumana, abdicando al suo compito principale, quello di scegliere – e decidere – per sé ma anche, spesso e sempre più spesso, per gli altri. Con il rischio evidente di poter sbagliare e il conseguente dovere di assumersi responsabilità e, se del caso, anche colpe. Ma è per questo che siamo umani.

Immagine di Activedia |Pixabay

Sovversivi, non ribelli – parte seconda

di Sergio Tardetti

Il catalogo della mostra fotografica “ Sovversivi” di Giovanni Zaffagnini, oltre i quattro scrittori di cui si è già detto (Joyce, Dante, Calvino e Pasolini), ne propone altri quattro a lui particolarmente cari. Gianni Celati, Arthur Rimbaud, Dino Campana, Luis Sepulveda sono autori che si sono insinuati nell’anima dell’artista e con i quali Zaffagnini viene intessendo una muta conversazione attraverso i suoi scatti fotografici da un lato e le parole degli scrittori dall’altro. Domande senza risposta apparente, immagini da decrittare da parte di uno “spettatore” – nella sua più totale accezione, come “colui che guarda” – niente affatto passivo, anzi decisamente partecipe. Sovversivi sono, dunque, costoro, temutissimi, più dei ribelli, perché sanno quale direzione prendere e quale futuro voler raggiungere, e per questo osteggiati con maggiore veemenza. Caparbiamente perseguono un obiettivo, a qualunque costo, in qualunque condizione. Zaffagnini il fotografo poeta, “scrive”, attraverso le immagini, versi silenziosi, che sanno arrivare all’anima e all’immaginario di chi osserva le sue foto, esplorandole come si esplora un mondo nel quale ci si sente proiettati per la prima volta. Il muto colloquio di Zaffagnini con i suoi sovversivi continua.
Ripartiamo, allora, da Gianni Celati, del quale Zaffagnini cita ed estrapola un pensiero, una riflessione che serve a definire il rapporto fra l’uomo e l’ambiente che lo circonda. Un rapporto di “servaggio” – inteso come sottomissione e sfruttamento – nel quale l’uomo tiene l’ambiente, soggiogandolo alla propria volontà e rendendolo schiavo delle proprie abitudini e dei propri desideri. L’ambiente è una creatura viva, che si ribella e si oppone in ogni modo ai tentativi di volerlo trasformare anche con la violenza, esercitata in tutte le sue forme più deteriori. E tutto questo allo scopo di distrarci dal pensiero dominante di ogni esistenza umana, quello della precarietà della nostra presenza su questa terra, che, malgrado ogni tentativo e ogni sforzo da parte nostra, continuiamo ad avvertire. Noi, immaginari presuntuosi padroni della natura? Non sia mai! Siamo inquilini e anche scomodi, che continuano ad accumulare debiti nei confronti dell’ambiente in cui vivono. Zaffagnini documenta lo stato delle cose con l’obiettività e la freddezza di un anatomopatologo, anche se non riesce a trattenere dentro di sé, e trasferisce nelle immagini, il grido di dolore e di ribellione che si leva alto dalla sua cosciente presa d’atto di tanto scempio. Lo fa scegliendo emblematicamente di mostrare gli effetti di una delle tante frane che ogni anno si abbattono sul territorio del nostro paese. Per accentuare drammaticamente l’effetto delle immagini, non fotografa la scena alla luce del sole, ma al fioco riverbero di luci che illuminano soltanto tratti circoscritti di terreno, andando immediatamente al cuore dello scempio ambientale. Il messaggio che promana dalle immagini vuole renderci consapevoli che è la Natura la padrona di casa, è la Natura che ci avverte e ci ammonisce, quando abbiamo passato il segno. Ma le immagini rappresentano, al tempo stesso, la precarietà del nostro esistere: siamo pietre che rotolano sempre più in basso, fino alla fine della corsa. Anche noi partecipiamo a questa guerra non dichiarata alla Terra, anche noi, nella metafora delle immagini, finiamo per diventare tronchi mozzati e “stroncati” – mi si consenta l’involontario gioco di parole – come se fossero stati colpiti e spezzati da una granata. Le immagini per raccontare tutto questo si presentano con un colore grigio terreo, un colore piatto con scarse sfumature, immagini prese, sembrerebbe, alla luce dei fari di un’auto in piena notte, quasi il sopralluogo sulla scena di un crimine, con i cadaveri ancora non rimossi, e che quasi stanno esalando l’ultimo soffio vitale. Anche se non lo mostra in campo, ogni immagine parla dell’uomo e del suo vano tentativo di nascondere la finitezza della sua esistenza, tormentando l’ambiente del quale dimentica sempre di essere parte.
Il catalogo prosegue proponendo immagini ispirate a parole di Arthur Rimbaud, che raccontano il rapporto del poeta con la Bellezza e con il suo “amaro” sapore. Un sapore che, una volta gustato, pone l’uomo sulla difensiva, perché la Bellezza potrebbe avvolgerlo nelle sue spire e renderlo suo schiavo. Ma l’uomo sa anche che non potrà mai più assaggiare un sapore simile e allora lo finge amaro, per convincersi che quel sapore non esista e che la Bellezza altro non sia che il frutto della sua immaginazione e del suo inquieto fantasticare. E allora, come accade spesso in queste situazioni, si sente respinto dalla Bellezza e comincia ad ingiuriarla e a ferirla in tutti i modi possibili. Di questo parlano le foto di Zaffagnini, tutto ciò che è bello va deturpato per cancellarne e negarne la bellezza. Bello è tutto ciò che ci circonda, fin dal primo istante in cui veniamo al mondo; così, la Bellezza astratta si incarna nella bellezza dell’ambiente in cui viviamo. L’uomo, consapevole della precarietà della sua esistenza e della impossibilità di poter godere all’infinito della Bellezza, vuole lasciare comunque il segno del suo passaggio. Appena entra in contatto con lei, comprende come sia impossibile stabilire un confronto temporale fra lui e la Bellezza, che continuerà ad esistere anche quando lui non ci sarà più. Da qui la sua reazione di rabbia e dolore, che trovano sfogo nella deturpazione della bellezza. Così, negli scatti dell’artista passano davanti agli occhi immagini di plexiglas sporcati con pennarelli, per segnalare il passaggio dell’uomo sulla terra. Un uomo, tuttavia, incapace di migliorare il mondo nel quale si trova a vivere, ed è così che lo “ingiuria”, con segni, macchie, scritte, alcuni opera sua, altri lasciati dal tempo e dalle intemperie. Quello che del mondo appare ai suoi occhi è una visione offuscata, filtrata da lastre di materiale semitrasparente, che gli impediscono di vedere come è in realtà. Tutte le alterazioni che la presenza dell’uomo produce nella natura verranno cancellate e rimosse al momento della sua scomparsa. Dov’è il mondo? Oltre un velo che ci separa dalla realtà, quella che chiamiamo bellezza è solo un nostro modo di vedere il mondo. Dal momento in cui comprendiamo che la Bellezza continuerà ad esistere dopo di noi e ben oltre noi, e che non potremo portarla con noi quando lasceremo la terra, non potremo portarne con noi nemmeno il ricordo, e così lasciamo tracce del nostro passaggio, ingiurie delle quali la natura ride. In poco tempo, se si considera il tempo della Natura come misura del suo trascorrere, quelle tracce scompariranno. Ci mostriamo così più mortali di quanto si immagina, una fugace apparizione agli occhi della natura che osserva impassibile il nostro passare. Così, diventano assurde e ridicole le scritte lasciate a futura memoria, i graffiti di rabbie mal trattenute o di amori volatili, il tutto immerso in un paesaggio urbano surreale, dove l’uomo è un’assenza che fa sobbalzare il cuore e tremare l’anima. I pensieri si arrestano sulla soglia di un mondo che non conosciamo e non riusciamo ad accettare e ad immaginare, frapponiamo lastre di plexiglas per non essere feriti e quasi derisi dalla bellezza del mondo, noi che con la bellezza ci sentiamo a disagio ed esprimiamo tutto il nostro malessere, trasformandolo in segni che gridano la nostra sofferenza. L’uomo nella sua infelicità non potrà mai convivere in pace con la bellezza, né con il mondo che lo circonda, deve sempre violentarlo, per trasformarlo a immagine e somiglianza del proprio scontento.
Viene quindi introdotto Dino Campana, personaggio tormentato, la cui vita, come rappresentato anche dalle immagini fotografiche, è spezzata nettamente in due dal suo ricovero in manicomio. Alle “ultime notizie dalle montagne della Romagna toscana”, rappresentate da ampi e sereni paesaggi bucolici, si contrappongono gli spazi ristretti di scuri e tristi edifici e di cortili soffocati dall’insistere di quelle mura dall’aspetto carcerario. Come a voler mostrare la dolorosa spaccatura fra illusione di un’esistenza serena nei sogni di un adolescente e delusione di un adulto, ormai uomo fatto, per non essere stato capace di raggiungere la sua meta, il contrasto insanabile tra poesia e follia, quasi fossero due facce della stessa medaglia. Le immagini di Zaffagnini sanno rendere in maniera esplicita questa pesante dicotomia, che così tanto ha gravato sulla vita del poeta. Il percorso dell’esistenza di Campana prende avvio dalle selve montane e i paesaggi agresti, in cui lo spirito si smarrisce e si mescola con la natura, quasi a voler simboleggiare la giovinezza con tutti i suoi sogni ma anche con tutti i suoi rovelli, i suoi dubbi e le sue incertezze. Una “selva oscura” che è già di per sé lirica e metafora della adolescenza, ma anche immagine di un doloroso smarrimento nel quale il poeta finirà per confondersi e non più ritrovarsi. I paesaggi aspri della Romagna toscana introducono alla natura difficile e scontrosa dell’autore, paesaggi dai quali si ha la sensazione di essere accolti, inglobati e quasi soffocati, orizzonti di breve respiro, selve intricate dalle quali è difficile venire fuori una volta entrati. Così, il paesaggio deve avere lavorato sull’anima del poeta, accerchiandolo e avvinghiandolo in una morsa dalla quale la sua anima e, soprattutto, la sua mente doveva uscire sconfitta. Gli ameni, e al tempo stesso inquietanti, paesaggi dei dintorni di Marradi, nei quali la presenza dell’uomo è pressoché inesistente. Non un sentiero tracciato dal frequente e intenso andare e venire di uomini lungo quel cammino, abitazioni isolate e ormai in rovina che raccontano di una esistenza difficile, perdute in mezzo a campi incolti, lontane dalle vie di comunicazione, sono pagine di quel libro della Natura dalle quali il poeta deve avere attinto l’ispirazione per le sue liriche e le sue prose poetiche. Ma, al di là di quelle selve e di quelle montagne, un altro mondo lo chiamava, un mondo con il quale Campana si è scontrato, uscendone sconfitto. Lo prova la cruda e fredda ammissione: sono stato in manicomio. È la parabola discendente di una vita che non è riuscita a costruire il suo equilibrio e si è lasciata cadere nel baratro della disperazione. Le immagini dei luoghi di internamento, ormai quasi ruderi di un passato non così lontano, ci trasmettono l’atmosfera tetra e dolorosa di spazi in cui l’umanità sembra cedere il posto ad una razionalità che non ammette nulla oltre quella che viene considerata la norma della condizione umana. Non sembra esistere niente altro al di fuori di quell’allinearsi a comportamenti che la morale corrente non trovi riprovevoli e quel manifestare una funzione utile alla società in senso strettamente economico-produttivo. O si è individui socialmente ed economicamente utili o si è pazzi. Sempre più spesso si finisce per dimenticare che l’arte, e segnatamente la poesia, non ha alcun proposito economico, è spesso fine a se stessa e pertanto deve essere tenuta ai margini di una società le cui uniche ragioni di esistere sono la produzione e il profitto.
E, infine, il catalogo si conclude con le immagini ispirate dalle parole di Luis Sepulveda sull’inutilità di chiudere le porte che ci mettono in comunicazione con il resto del mondo e, soprattutto, sulla necessità di tenerle aperte. Così, le immagini mostrano spazi vuoti in cui il tentativo di tenere distinte due parti dello stesso terreno diventa velleitario, quando il tempo agisce su ogni cosa e la natura torna a prendere possesso in maniera indistinta di ogni luogo. Ritorna anche qui, in maniera sempre più accentuata, quello che sembra il motivo conduttore della raccolta di immagini, l’assenza dell’uomo, del quale istintivamente percepiamo la presenza che si materializza dietro l’obiettivo che inquadra e scatta la foto. Ma, al di là di quell’obiettivo, il mondo appare deserto, come se fosse avvenuta una improvvisa catastrofe, un accadimento universale che ha sconvolto la terra, lasciando però intatta la natura nelle sue forme vegetali. Come se tutti, uomini e animali, si fossero imbarcati su una ideale arca, abbandonando la terra e dirigendosi verso altre destinazioni. E, senza la presenza dell’uomo, questi sbarramenti difensivi, questi tentativi di contenere l’onda di migranti o di nemici che è pronta ad invadere spazi un tempo non loro, diventano privi di senso. Il tempo, poi, da grande corruttore, inizia ad agire con la sua infinita pazienza sopra i resti di questi oggetti inanimati, corrodendo i ferri del cemento posto a delimitare una terra da un’altra, un mio da un tuo, un nostro che si contrappone a un loro, che in un mondo deserto non hanno più alcuna ragione d’essere. È il tempo che dà e toglie il senso alle cose, alterando la realtà fino a renderla inconoscibile, indecifrabile e perfino assurda. La porta chiusa di cui parla Sepulveda, la separazione tra un dentro e un fuori, tra un qui e un lì, tra un adesso e un prima/dopo, diventa così una lontana perduta memoria, non ci sono più porte, perché non ci sono più sbarramenti capaci di contenere il vento e il tempo. Niente può impedire al vento di soffiare e al tempo di trascorrere. Così, le prime fessure cominciano ad aprirsi nella muraglia di cemento che si sgretola, dando l’avvio a un processo irreversibile che non potrà essere arrestato, fino a quando le memorie di quegli uomini. che eressero sbarramenti per proteggere e separare quello che ritenevano loro dal resto del mondo, scompariranno. Quando in un immaginario lontano futuro la terra verrà visitata da esistenze aliene, qualcuno, forse un archeologo del terzo millennio, si domanderà quale fosse la natura e il senso di quegli sbarramenti, forse anche senza trovare una risposta. Per una civiltà libera da volontà di sopraffare l’altro, queste recinzioni diventeranno inspiegabili e inimmaginabili. Come accade anche per Sepulveda, costretto a lasciare gli spazi sconfinati dell’America Latina per rifugiarsi e adattarsi agli spazi ristretti e limitati delle nostre terre.
Sfogliando l’intero catalogo, viene fatto di domandarsi dove sia l’uomo in tutte queste immagini e perché la sua presenza non si manifesti davanti all’obbiettivo del fotografo. Il suo è sempre e comunque un esserci stato, che appare per lo più come un “incidente di percorso”; della sua assenza la natura non sembra affatto soffrire, anzi sembra poterne fare decisamente a meno. Dell’uomo restano appena labili segni o immagini-ricordi, che incidentalmente affiorano lungo il percorso. La sequenza delle foto ci conduce attraverso un percorso che, partendo dalla delicatezza poetica delle immagini iniziali, arriva alla crudezza del bianco e nero finale, dove l’assenza dell’uomo è ormai un fatto consolidato. I manufatti umani vengono presentati sempre nella loro drammaticità, la natura nel suo quieto lirismo, che sa rimanere tale fino a quando l’uomo non interviene ad alterarla, costringendola a ribellarsi. L’operazione di “trasdurre” le parole in immagini, della quale Zaffagnini ci offre la sua “prova d’autore”, si rivela, infine, capace di suscitare emozioni e riflessioni ancora più elevate e suggestive di quanto riescano a farlo singolarmente la scrittura o la fotografia. Un risultato convincente, un’operazione decisamente da replicare.