Sergio Tardetti

La Divina Commedia

La lettura come traduzione

legge Andrea Zuccolo

DOVE STA ANDANDO IL WESTERN?

di Sergio Tardetti

Riflessioni a margine della visione di “I segreti di Brokeback mountain
Entrato nella sala cinematografica per assistere alla proiezione del film “I segreti di Brokeback mountain”, ne sono uscito con molte meno certezze. Il fatto è che i rassicuranti stilemi del cinema classico hollywoodiano degli anni ’40 e ’50 del secolo scorso si stanno vistosamente incrinando sotto i robusti colpi di registi che, pur attingendo ai cospicui budget e al supporto tecnico della grande fabbrica del cinema made in USA, riescono tuttavia a mantenerne adeguatamente le distanze. Figure di professionisti internazionali campeggiano sulla scena dei teatri di posa, directors di successo, che nulla hanno a che vedere con tante pallide ombre di registi del cinema classico, quando dominava incontrastata la temutissima personalità del produttore. Egli rappresentava allora una divinità incostante e perennemente adirata, la cui parola era legge, anche quando esigeva sacrifici narrativi o stilistici da parte del direttore del film, relegato al rango di maestranza tra le maestranze. Il produttore, a sua volta, si inchinava ad un solo padrone: il profitto. Il suo potere smisurato era tale da decretare successi e fallimenti di sceneggiatori, attori e registi che, provenienti da altri campi, quali la letteratura e il teatro, osavano avventurarsi per la prima volta, indifesi e senza una adeguato bagaglio di competenze, nel labirinto degli studios, scegliendo la macchina da presa come strumento di narrazione. Ne seppe qualcosa Scott Fitzgerald che, sebbene preceduto dalla sua fama di autore di successo, riuscì a collezionare solo una lunga serie di insuccessi come sceneggiatore, salvo cogliere poi una vendetta postuma con “Gli ultimi fuochi”, descrivendo a forti tinte, e quasi demonizzandolo, l’intero ambiente del cinema e la figura dell’onnipotente produttore Irving Thalberg.
La memoria corre ai tempi in cui il cinema – specie negli anni ’40 e in gran parte degli annui ’50 – proponeva al pubblico, che allora accorreva veramente in massa nelle sale, storie dai contorni nitidi, dove il bianco era bianco, il nero era nero. Personaggi a tutto tondo, senza sfumature, identificabili da parte dello spettatore perfino attraverso l’abbigliamento, campeggiavano sul set di film dai generi più disparati, dalla commedia al musical, dal western al noir, dal film di guerra a quello d’avventura, dal film in costume al melodramma. Fu proprio in quest’ultimo genere che cominciarono a comparire personaggi dalla personalità più sfumata, con contorni meno netti: il fatto è che il melodramma attingeva ad ampie mani dalla vita di tutti i giorni, ne era, in qualche modo, uno “specchio”, nel quale la vita si rifletteva con tutte le sue incoerenze e le sue possibilità. Nel frattempo – alla fine degli anni ’50 – la stessa evoluzione, da molti vista piuttosto come una involuzione, era entrata prepotentemente nel genere western, quel genere che sembrava allora più stilisticamente consolidato, con attori che avevano, nell’immaginario collettivo, assunto le sembianze del “buono” e del “cattivo” in maniera indelebile.
Ma questi generi e queste certezze non rientravano nel bagaglio culturale della X- generation, la generazione confusa e smarrita degli anni ’70, per la quale i richiami ai valori espressi dal cinema di papà non avevano più senso. Al loro posto subentravano altri generi, di identico significante ma di diverso significato, con nomi usati più per convenzione che per connotazione. Il western, a parole, restava ancora ad occupare lo schermo con le sue storie, in cui di classico c’era rimasta solo l’ambientazione nei grandi paesaggi della “frontiera”, ma, nei fatti, dei personaggi che lo animavano poco o nulla era rimasto. La commistione tra desiderio di classicità e volontà di innovare è forse rappresentata al meglio da “Butch Cassidy”, interpretato da Robert Redford e Paul Newman, che, con i suoi fuorilegge romantici colpisce l’animo dello spettatore più intransigente, fino al punto di parteggiare per questa coppia di rapinatori sempre in conflitto con le leggi di tutti i paesi. La realtà delle cose è che lo spettatore stesso appare confuso, circondato da un mondo in rapida e continua evoluzione, in cui nulla è certo e stabilito per sempre, tutto si trasforma rapidamente sotto i suoi occhi e diventa inafferrabile e non interpretabile. E se si accetta l’idea che il cinema, come ogni forma di espressione artistica, si rispecchia nel suo tempo e ne è figlio, si riesce a percepire inizialmente ed a comprendere poi quello che sta accadendo sullo schermo, sotto i nostri occhi aperti ed attenti a cogliere ogni nuova sfumatura che una storia narrata per immagini è capace di proporre. Butch Cassidy e Sundance Kid non possono che essere amati, universalmente, perché raccontano, attraverso una storia che appartiene ad un genere ma che allo stesso tempo ne è fuori, lo smarrimento dello spettatore, quando, fuori della sala, si trova ad interpretare quotidianamente il suo “ruolo” nel mondo reale in cui agisce. E sono amati al punto che la lacrima che ognuno di noi sta per versare sul loro tragico destino rimane sospesa come il fermo fotogramma su cui scorrono i titoli di coda: Butch e Sundance escono dalla storia, quella ordinaria e quotidiana, per entrare nella leggenda senza tempo.
E così giungiamo ai giorni nostri, giorni nei quali tutto ciò che sembrava ancora resistere all’usura del tempo è messo severamente in discussione. Intanto il genere western, se così ha ancora senso chiamarlo, ha attraversato una stagione infelice ed oscura, relegato a produzioni di serie B, realizzate con poca spesa ed ancor meno arte (è un caso a parte la felice ed eccezionale parentesi del cinema di Sergio Leone, che innova vigorosamente gli ultimi stilemi residui) ed approda fortunosamente al giorno d’oggi. A renderne opaca l’immagine hanno contribuito senz’altro mega produzioni fallimentari come “I cancelli del cielo”, che hanno segnato, oltre che uno dei punti più bassi nella storia del genere, anche la pressoché totale uscita di scena di promettenti autori, come ad esempio Michael Cimino, del quale si sono perse praticamente le tracce a partire da quel clamoroso fiasco.
Mi sto ancora chiedendo perché occorresse un regista, anzi un “autore” a tutti gli effetti, così distante dalla cultura della “frontiera” e dei cow boys, per riportare sugli scudi un genere tanto amato prima e tanto disprezzato e bistrattato poi. Il fatto è che Ang Lee, oltre ad essere un grande narratore di storie per immagini, come del resto sta a sottolineare la sua produzione precedente, è anche depositario di una cultura quale quella orientale, nella quale le tinte sfumate e le filosofie sobrie predominano sui tratti marcati e le interpretazioni dionisiache della realtà e della vita. Questo, già di per sé, può valere come risposta: la lettura che danno del mondo gli occhi di Ang Lee è quanto di più moderno e razionale possa essere proposto oggi. Moderno in quanto la modernità, a mio parere, non è tanto un’etichetta buona per incasellare il tempo che sfugge ad ogni delimitazione in epoche e stagioni, quanto piuttosto un modo di rapportarsi con la realtà che ci circonda, assecondandone le dinamiche e contribuendo, pur nel ristretto ambito della propria personale esistenza, a rendere meno conflittuale il rapporto con l’ambiente nel quale viviamo. Razionale perché assumere la razionalità come propria guida nell’attraversare l’esistenza contribuisce ad aprire gli occhi e la mente anche a fenomeni e realtà che sono spesso difficili da comprendere ed accettare. Ecco spiegata, a mio parere, la delicatezza con la quale viene affrontato un tema scabroso e poco omogeneo alla nostra società, ancora eccessivamente impregnata di fondamentalismi di ogni genere. L’autore non ignora di contribuire con forti colpi di piccone alla demolizione delle ultime vestigia di un mondo che non appartiene più all’immaginario collettivo contemporaneo, ma è altrettanto consapevole di costruire sopra queste macerie, e per mezzo di esse, una nuova visione ed un nuovo significato per un genere diventato da tempo troppo marginale nel panorama della produzione cinematografica. Chi vorrà cimentarsi in storie ambientate sotto i grandi cieli del Montana o del Wyoming, non potrà ignorare facilmente la nuova visione del mondo del western che è proposta da questo film e da questo autore.

DI UNA CITTÀ

di Sergio Tardetti

Di una città mi hanno sempre affascinato i vuoti, più che i pieni, i silenzi più che i rumori, le solitudini, più che le folle. Una figura intravista in lontananza, che, così come appare, scompare, tanto da farti credere di averla immaginata, labile come il ricordo di una certa ora di un certo giorno. I vuoti si riempiono facilmente con i lampi della memoria, restano pieni quel tanto che basta a convincersi di essere esistiti in quell’istante. In un angolo in ombra osservi il rado strato di muschio che cresce, il filo d’erba che spunta tra le fessure di un rivestimento in travertino, il radicarsi testardo di un’edera che si aggrappa a quel poco di terra finita chissà come nel piccolo foro scavato in un mattone dall’acqua e dal ghiaccio. Molti di quelli che passano, la mente tormentata da mille incombenze quotidiane e mille preoccupazioni, trascorrono in ognuno di quei luoghi appena il tempo necessario ad attraversarlo e affrettano il passo, timorosi che quello spazio vuoto possa nascondere chissà quali insidie. Il silenzio, la solitudine rappresentano elementi concreti di quell’horror vacui che assilla la vita quotidiana, costringendo a riempire quel vuoto, seppure temporaneo, in ogni modo e con qualunque espediente, ad esempio parlando al telefono o ascoltando musica dalle cuffie. A nessuno ormai interessano i suoni della città, tutti preferiscono tenersene lontani, immaginando per sé luoghi esotici di svago dove ritemprare il corpo e la mente dopo una giornata, una settimana, un mese, un anno spesi ad inseguire un lavoro, un risultato soddisfacente, un successo personale o professionale, insomma qualunque cosa possa gratificare e giustificare quell’affannarsi ad inseguire qualcosa a cui non saprebbero dare nome né forma né volto.

I VIAGGI DI MAIRA (recensione)

di Sergio Tardetti

Maira Francavilla rappresenta il prototipo del viaggiatore, da non confondere con il turista, che è, piuttosto, un individuo in cerca di emozioni plastificate e senza rischi, di visioni preconfezionate e predigerite, e che viaggia soprattutto per poter raccontare a quelli rimasti a casa quanto fossero belle le stanze degli alberghi o le cabine delle navi da crociera, di quanto il cibo non fosse poi niente di speciale, di quanto si è divertito nei dopocena organizzati fino al minimo dettaglio e altre simili amenità. Non racconterà, invece, mai le emozioni che ha provato, non ne sarebbe capace, come non era stato capace di ascoltarle quando si presentavano alla sua mente; viaggia infatti con il corpo, non con l’anima, con la macchina fotografica o il telefonino sempre in mano, pronto a catturare immagini da mostrare al ritorno a parenti, amici e conoscenti, soprattutto per suscitarne invidia e rimpianto per non essersi aggregati alla bella comitiva. Le emozioni sono, al contrario, impalpabili, impossibili da fotografare e difficili da catturare, se non con tutti i sensi e con la memoria. Il viaggiatore, diversamente dal turista, si immedesima sempre nei luoghi in cui si muove, al punto da avere la sensazione di esserci già stato, anzi, di averci addirittura vissuto e forse di esserci anche nato, quasi certamente in un’altra epoca. Il viaggiatore è empatico, capace di avvertire la presenza, anzi, le presenze che lo circondano, capace di sfiorare con la mano una pietra, una porta o una colonna di qualche antica chiesa o edificio e avvertire la mano di qualcuno che si è già posata lì in qualche altra epoca. Maira non scatta istantanee a raffica, tentando di congelare l’attimo che sfugge, preferisce tenere gli occhi bene aperti, anziché incollarne uno dietro l’obiettivo, attraverso il quale si può focalizzare una limitata porzione dello spazio che ci circonda, dimenticando e infine perdendo di vista tutto il resto. Maira cattura, piuttosto, impressioni che continueranno a persistere molto a lungo, anche dopo il ritorno, sa che la vera ricchezza del viaggio è proprio quella di moltiplicare le emozioni, aggiungendole alle tante già presenti nella propria anima. Sarà poi, una volta a casa, che quelle emozioni si condenseranno in parole che potranno dare vita a brevi narrazioni oppure, come in questo caso, a poesie di una nitidezza e di una raffinatezza che non deludono le attese. Nella loro essenzialità contengono tutto quello che ha attirato l’attenzione di Maira nel corso del suo viaggio, trasmettendo a chi legge le stesse emozioni che ha provato in quegli istanti e condividendole con la stessa spontaneità con la quale si presenterebbe un comune fatto quotidiano. Sono, a mio parere, opere di alta oreficeria poetica, lavori di finissimo cesello, capaci di mettere in risalto elementi di particolare pregio per la memoria di chi ha visto e vissuto quei luoghi e quelle atmosfere. I componimenti della raccolta possono essere considerati “Poesie DI viaggio”, ma anche “Poesie DA viaggio”; scritte, cioè, con l’occasione del viaggio ma anche da portare con sé in un viaggio, se si dovessero visitare quei luoghi dei quali le poesie raccontano e ripercorrere quell’itinerario. Un resoconto necessariamente infedele – conosciamo tutti bene i tradimenti della memoria – ma veritiero al tempo stesso, quasi un raccontarsi a se stessi, mentre dentro l’anima si sentono scaturire le emozioni. Il percorso, descritto attraverso immagini di intensa bellezza, si snoda attraverso luoghi facilmente identificabili sopra una carta geografica, ma nei quali, quando avessimo l’opportunità di raggiungerli, non troveremmo mai quello che è balzato con tutta evidenza agli occhi di Maira. Ognuno viaggia con il proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze ed è proprio attraverso quelle che riesce a filtrare le immagini, i suoni, i profumi e i colori dei luoghi che si offrono ai suoi occhi. Tutto può diventare pretesto per una poesia, perfino la partenza, non così avventurosa come la si immaginerebbe ma perfino comune e ordinaria. Eppure, quanta poesia si respira fin dalle prime battute! Le parole sembrato accuratamente decantate dal depositarsi e dal sedimentarsi delle emozioni, il lembo di carta del quale si parla nel titolo appare a un tratto, quasi a volerne ricordare la presenza reale e a giustificare il senso del titolo. Il resto, tutto quello che a questo punto ometto intenzionalmente, potrete scoprirlo leggendo “Fino a Capo Nord con un lembo di carta”.

Maira Francavilla – Fino a Capo Nord con un lembo di carta. Bertoni Editore, 2021

Gravità (recensione)

di Sergio Tardetti

Quanto conta il titolo di un libro nella decisione di acquistarlo? E in quella di leggerlo? Perché, è inutile, si acquistano molti più libri di quanti se ne possano leggere, magari incuriositi proprio dal titolo, con l’intenzione di prenderli in mano, un giorno o l’altro, e quanto meno di assaggiarli, se non proprio di divorarli fino in fondo. Leggi “Gravità” in copertina ed è subito un richiamo immediato a quella forza che ci consente di stare con i piedi per terra, ma che, per poeti e narratori che amano circondarsi di poesia, è l’ostacolo che impedisce di volare, di librarsi in aria con disinvolta leggerezza. E già fin da questo punto si accendono in testa mille domande: si può essere “gravi” e al tempo stesso leggeri? Si può stare con i piedi per terra e insieme sollevarsi in volo? Si può essere duri e delicati al tempo stesso? Domande necessarie, preparatorie in qualche modo alla lettura di quello che troveremo all’interno, al netto delle conferme e delle smentite.
Ma è “Gravità” anche prendere le cose sul serio, dire pane al pane e vino al vino, senza finzioni né edulcorazioni, perché così è la vita, e il non detto, o anche il semplicemente sottaciuto, spesso può causare più danni di ciò che viene detto a cuore aperto. Ed ecco, fin dalla prima pagina, fin dalle prime parole, la vita presentarsi come uno strenuo e incessante combattimento tra chi va perennemente alla ricerca della verità e chi invece, per convenienza, connivenza o quieto vivere, preferisce evitarla. Guendalina Pace vuole, fin dall’inizio, porre con insistenza la realtà sotto gli occhi del lettore, senza ipocrite finzioni né mistificazioni, perché così è la vita, ed è con la gravità, in ogni senso, che dobbiamo fare continuamente i conti. Il procedere in direzione temporale inversa, rispetto allo scorrere di una esistenza è già di per sé una scelta programmatica, quasi un voler ricordare che il senso della vita lo si comprende solo alla fine e che, se fosse possibile, sarebbe meglio conoscerlo da subito. Riprendendo la metafora della vita come viaggio, anche qui si insiste sul fatto che ciò che conta del viaggio è il viaggiare e della vita è il vivere.
Man mano che si avanza nella lettura, si avverte in ogni capitolo, pur nella crudezza della verità, una sensazione di piena e completa adesione al testo che si va leggendo, un invito a una riflessione ed a un ripensamento della propria esistenza. Colpisce particolarmente una considerazione che emerge a un tratto dalle pagine, un punto di vista che non si può non condividere, quello di non prendersi mai troppo sul serio, perché è proprio credersi superiori agli altri l’origine di tutti i malanimi e i dissapori, qualcosa capace di causare nel corso della vita danni irreparabili, fino al punto di odiare tutto e tutti e farsi odiare da tutti.
Della scrittura di Guendalina Pace mi piace sottolineare soprattutto l’esattezza nell’uso delle parole e la leggerezza dello stile; la “lezione americana” di Italo Calvino è qui compresa e applicata magnificamente. L’esattezza è una virtù misconosciuta che si apprezza particolarmente in un’epoca di sciatteria grammaticale e sintattica; quanto alla leggerezza, non è certo da correlare all’idea di superficialità ma alla capacità di rendere piacevole e scorrevole anche la lettura di pagine di elevata intensità e densità di significati. Una scrittura, insomma, elegante e raffinata che si fa apprezzare soprattutto in certi passaggi che richiedono l’attenzione del lettore, quasi un implicito invito a inoltrarsi nella lettura della pagina, gustando il piacere di ogni singola parola. Per come è concepito e organizzato, il libro di Guendalina può anche considerarsi una specie di eserciziario di stile, mediante il quale l’autrice affronta e propone diverse modalità di scrittura, dalla narrativa alla prosa poetica alla poesia tout court, un romanzo senza protagonisti né antagonisti, tranne lo scrittore e il lettore al quale l’autrice si rivolge. Ne risultano una prosa rivestita dei toni morbidi della poesia e una poesia che ha la durezza e la ruvidezza della prosa. Particolarmente avvincente il capitolo scritto senza punteggiatura, un vero flusso di coscienza emozionante e coinvolgente, nel quale, nonostante l’assenza di segni di interpunzione, si riesce facilmente a individuare e seguire il filo della narrazione.
A un certo punto, da lettore curioso quale ammetto di essere, non ho resistito alla tentazione di accantonare la lettura sequenziale e correre direttamente alle pagine finali. Ed è stato proprio qui che ho trovato la vera sorpresa! È stato come se il realismo pessimistico delle pagine precedenti si fosse stemperato – non dico dissolto, perché continuava ancora ad aleggiare fra le righe. L’incoraggiamento che i due immaginari personaggi di un piacevole duetto – un medico e un’ostetrica – rivolgono al neonato che hanno appena aiutato a venire al mondo è decisamente commovente, soprattutto perché viene rivolto da adulti che hanno conosciuto e sperimentato tutte le durezze della vita, continuando tuttavia a trovarla ancora bella. È soprattutto l’invito ad essere un uomo in armonia con se stesso e con il mondo quello che si apprezza e si percepisce in quelle pagine e tra quelle righe, l’invito che quotidianamente, come un mantra o come una preghiera, mi sento anch’io di rivolgere a me stesso, in primo luogo, e poi anche agli altri. Un libro “differente”, che emerge in un panorama piuttosto povero di tentativi di innovazione, un libro che invito a leggere per apprezzare a pieno un’autrice che mi ha sinceramente stupito e coinvolto.
 
Guendalina Pace – GRAVITA’. Bertoni Editore, 2021