Sergio Tardetti

NEL FOLTO DELLE RIGHE

Considerazioni su un’opera di Aldo Merce “Non leggete tra le righe – meta esercizio di lettura”

di Sergio Tardetti

Ci fu un tempo in cui l’invito a leggere tra le righe veniva raccolto da pochi sceltissimi studiosi, che passavano ore e ore del proprio preziosissimo tempo per individuare in quel candido lucore significanti che fossero eventualmente sfuggiti a una prima lettura. Salvo poi scoprire che tra le righe c’era solo il bianco della pagina che fa da spazio tra una riga e un’altra.

Col tempo i pasdaran della lettura tra le righe hanno reiterato e potenziato i loro appelli, diventando via via sempre più insistenti e minacciosi, imponendo così il loro punto di vista, secondo il quale tra le righe c’era da scoprire molto di più che nelle singole righe. Così, tanto per compensare in qualche modo il tempo perso in questa sterile operazione, molti studiosi cominciarono a raccontare e a scrivere di apparizioni miracolose, scorte proprio lì dove l’ordine ricevuto e puntualmente eseguito non aveva poi dato i frutti sperati. Chi riuscì in questo modo a scoprire doppi e tripli significati ai significanti riportati nelle righe, qualcuno arrivò addirittura a individuare quadrupli significati.

Per puro spirito di emulazione, altri studiosi presero a cercare doppi e tripli sensi all’interno di quelli trovati dai loro colleghi, continuando questo genere di ricerche fino ai giorni nostri. Eppure, un modo di rompere questa catena, che rischiava di trascinarsi all’infinito, doveva pur esserci. E, in effetti, un modo c’è e ce lo dimostra Aldo Merce con la sua recentissima opera “Non leggete tra le righe – meta esercizio di lettura”. Il suo è un esplicito invito a desistere da quell’operazione – la lettura tra le righe, appunto – che, se condotta per troppo tempo e senza adeguati strumenti ottici – leggi occhiali – rischia di far perdere non solo il cervello ma anche la vista della gran parte degli studiosi. Se il problema è leggere tra le righe, ha pensato l’artista, allora una soluzione c’è: eliminare il “tra le righe”, lo spazio bianco che ormai da tempo viene lasciato, tradizionalmente per lunga abitudine, tra una riga e un’altra. Vedo già i tralerighisti agitarsi, li sento quasi gridare: impossibile! Impossibile, cosa? “Nihil difficile volenti” e nemmeno impossibile, basta volerlo. La soluzione? Scrivere le righe una attaccata all’altra, senza nessuno spazio in mezzo. Un’idea semplice, decisamente lapalissiana direi. E perché fino ad ora nessuno ci aveva pensato? Proprio perché i tralerighisti, il partito di chi proclama, impone, ordina la lettura tra le righe è potente, si è infiltrato in tutte le istituzioni e mai nessuno avrebbe osato opporsi ai loro diktat, votando una risoluzione che imponesse di annullare lo spazio tra le righe. Con evidente guadagno di spazio e risparmio di pagine, direi. E anche di tempo, perso da parte degli studiosi nei loro sterili tentativi di leggere tra le righe. Niente più “tra le righe”, nessuna tentazione di provare a leggervi lasciamo il “tra le righe” al suo destino. Lasciamo gli studiosi ad operazioni ben più fruttuose che non il leggere tra le righe, che ritornino finalmente al compito iniziale che si erano scelti, capire cosa c’è scritto nelle righe e ricercarne il significato, diffondere il verbo erga omnes. E’ bastato dunque il gesto anarchico di un artista, un moto di ribellione alle parole d’ordine, per far crollare un mondo che era rimasto in piedi inalterato per secoli. Le opere di Aldo Merce, artista capace di stimolare riflessioni su argomenti di solito considerati marginali da chi si occupa soltanto di “questioni importanti”, hanno sempre un alto contenuto di provocazione. Del resto, se così non fosse per un artista, la sua opera diverrebbe banale e scontata, cosa che non è certo proprio ciò che ci si attende dai veri artisti.
Quanto a me, lascio uno spazio bianco tra una riga e un’altra: legga tra le righe chi vuole e chi sa!

© Sergio Tardetti 2023

L’ARTICOLO

di Sergio Tardetti

Entri, entri, si accomodi. Se l’ho mandata a chiamare? Certo che l’ho mandata a chiamare, caro Sismondi, altrimenti perché lei sarebbe qui? Non glielo hanno detto? In effetti, non lo ho detto neanche io a chi ho mandato a chiamarla, caro Sismondi. Comodo, comodo, stia pure lì in piedi, è una faccenda di pochi minuti, giusto il tempo di dirle… Chi è che mi chiama, adesso? Eccola qui, sempre lei… Caterina! Che piacere sentirti, stavo giusto parlando di te con Sismondi. Te lo ricordi Sismondi, vero? Come chi sarebbe? Il mio redattore capo, quel gran genio del Sismondi, quello che reinventa la grammatica e la sintassi. Te lo avevo presentato alla festa del giornale, sai quel giovanotto un po’ anziano, che ha l’età di mio figlio, ma sembra mio padre … Ah, hai capito di chi parlo, vero? Pensa che l’ho fatto assumere proprio io all’Eco di Montretto, sì, insomma, al giornale, e sempre io l’ho nominato redattore capo. Se è stata una buona idea, dici? Ancora non mi sono dato una risposta, anzi, la sto ancora cercando, ma prima o poi la troverò, stai sicura. Mi stavi dicendo? Scusa se divago, ma ho un piccolo problema da risolvere… Di che problema si tratta? Niente di serio, ma è un problema da non sottovalutare, per questo ho chiamato Sismondi, che mi darà senz’altro una mano… Oppure la darò io a lui, ma per salutarlo, arrivederci, anzi, forse addio. Abbia pazienza, Sismondi, finisco questa telefonata e sono da lei. Allora, ci vediamo stasera? No, non dico a lei Sismondi, parlavo con Caterina… Stasera, sì, otto in punto, ristorante? Tre Cervi? È nuovo?
Non lo conosco… Lei, Sismondi, lo conosce? Mi fa cenno di sì, si vede che lui esce molto più spesso di me, Caterina. E, scusi Sismondi, ci va spesso? Ah, anche di recente? E, mi dica, mi dica: come si mangia? Molto bene, mi sta dicendo, mi segui Caterina? E, mi dica, mi dica: come si beve? Ah, molto bene anche per quello? Non è che c’è stato ieri sera, per caso? Perché, scusi sa, se c’è stato ieri sera e si beve molto bene, magari stamattina non sarà stato poi così lucido da poter scrivere l’articolo di fondo. Ah, l’aveva già scritto ieri sera, prima di uscire a cena? E, se non sono indiscreto, mi scusi Sismondi, con chi era? Preferisce non dirmelo, capisco… Capisci, Caterina? Ah, anche tu capisci benissimo, non è che per caso vi siete messi d’accordo? Comunque, si è trovato bene, vero? E qui al giornale, mi scusi, come si trova? Bene, anche qui. E, se insistessi per sapere con chi era ieri sera? Non me lo vuole dire… Me lo dici tu, Caterina? Perché, tu che ne sai? Ah! Eri tu con lui… Scusa, Caterina, se sono stato indiscreto, perdonami, ma c’è che stamattina mi sento un po’ fuori fase, specialmente dopo avere letto l’articolo di Sismondi. Non che sia scritto male, con quel tanto di ironia che il nostro buon Sismondi sa mettere nelle sue parole, con quella dose di buona retorica che tutti gli riconosciamo, ma, abbia pazienza, Sismondi, anche con quella sciattezza per la quale l’ho dovuto riprendere più volte. Capisci, Caterina? No, Sismondi, per favore, non mi dica che le dispiace, che un errore può capitare a tutti e che la prossima volta ci starà più attento, perché me lo ha già detto tre giorni fa, una settimana fa, due settimane fa e anche un mese fa.
Come posso fidarmi di lei, se continua a commettere errori così banali? Siamo giornalisti, che diamine, mica graffitari? Come dici, Caterina? Ah, capisco… Questo però non me lo avevi mai detto prima, perché? Giusto, giustissimo, affari tuoi… Scusami se sono stato inopportuno, d’accordo, fai conto che non te lo abbia mai chiesto. Dunque, Sismondi, a quanto sembra c’è qualcuno che si sta prendendo molta cura di lei, qualcuno disposto a scendere in campo a sua difesa… Però, anche lei! Scusi, sa, ma mi commette certi errori che neanche uno scolaretto… E lei è laureato, vero? Ah, non è laureato? Avrà almeno frequentato l’università, spero! Scusi, sa, Sismondi… Come dici, Caterina? Siete stati compagni di corso? Ed è proprio lì che vi siete conosciuti… E con voi c’era anche… Ma no! Davvero? E voi tre eravate inseparabili, e siete tuttora, molto amici… Capisco, capisco benissimo, però Sismondi non si è laureato. Non è colpa sua, dici? Sì, certo, anche Sismondi mi fa cenno di no, magari tutto questo avrà una spiegazione, ma ciò non toglie che… Insomma, certi errori finiranno per compromettere la buona immagine del giornale, non è d’accordo anche lei, Sismondi? E, quindi, che dovrei fare, secondo te, Caterina? Certo, capisco, ma non ti sembra un po’ troppo chiudere un occhio di fronte a certi errori? Come sarebbe a dire: quali errori? Andiamo, Caterina, errori che neanche alle elementari si sarebbero commessi, figurarsi poi da un quasi laureato… Perché lei non è laureato, me lo conferma, Sismondi? Me lo conferma.
E allora, perché al momento dell’assunzione mi ha detto che era laureato? Ah, glielo ha consigliato lui, anzi glielo hanno consigliato loro… Ma loro, chi? Tu, Caterina? E, immagino che l’altro sia lui… E va bene, si vede proprio che oggi non è giornata. No, non ce l’ho con te, Caterina, ce l’ho con me stesso, che qualche volta dovrei stare un po’ più attento a scegliermi i collaboratori. O, per lo meno, dovrei evitare di farmeli imporre. Adesso devo lasciarti, Caterina, ho qui da fare con il nostro Sismondi, un ripassino di grammatica, che forse potrebbe tornargli utile. Ciao, Caterina, a presto! Anzi, a stasera, vero? Come sarebbe a dire: dipende? Ma dipende da cosa? Ah, da quello che ti farà poi sapere Sismondi. Dai, Caterina, non scherziamo, che c’entra Sismondi, adesso? C’entra, dici? Perché, dalla sua risposta a una certa tua domanda, dipenderà se stasera usciremo insieme o no… Capisco, anzi, non capisco: a quale domanda ti riferisci? Ah, ecco: chiederai a Sismondi come l’ho trattato, e, a seconda della risposta, deciderai. Ma perché dovrà decidere lui di quello che farò stasera? Perché lui è stato un tuo compagno di corso all’università, insieme a… Ci siamo capiti! Tranquilla, Caterina, te lo rimanderò tutto intero! Ma è uno scherzo, una battuta, Caterina! Via, adesso non possiamo più nemmeno scherzare? Non su certi argomenti, dici… E va bene, allora non scherziamoci, diciamo che facciamo sul serio. Adesso parlo un attimo con Sismondi e poi ti faccio richiamare, così ti dirà lui come è stato trattato, con i guanti bianchi, come sempre, del resto. Sì, ciao Caterina, a stasera, allora… forse.
Allora, Sismondi, veniamo a noi. Dunque, lei ha detto di avere scritto l’articolo che è uscito oggi fin da ieri sera. Sì, ho capito, prima di uscire con Caterina. Immagino, però, che avesse molta fretta, sa, io la conosco Caterina, e lei non sopporta che si arrivi in ritardo a un appuntamento con lei. Perciò, forse, data l’ora, sarà stato costretto ad affrettarsi, immagino. Giusto? E immagino anche che, una volta terminato di scrivere l’articolo, lo avrà riletto e poi spedito… Ah, lo ha soltanto spedito. Senza rileggerlo, quindi, perché se lo avesse riletto, allora se ne sarebbe accorto… Come, accorto di cosa? Allora, guardi, proviamo ad arrivarci un poco alla volta, dopotutto Caterina mi ha chiesto di essere paziente con lei, e poi c’è sempre quell’altro amico vostro, sì, lui, insomma… Dovremo tenerlo presente, anzi, io dovrò tenerlo presente, non vorrei creare qualche caso, che poi potrebbe… Sì, insomma, lo so ben io cosa potrebbe. Perché sorride, Sismondi? Dice che ha capito cosa intendo dire? E, sentiamo, che cosa avrebbe capito? Su, me lo spieghi! No, non mi altero, non mi sto alterando, anzi, glielo chiedo con tutta la calma possibile: potrebbe cortesemente spiegarmi quello che ha capito? Dice che altrimenti lui… Va bene, basta, vedo che anche per lei è tutto chiaro, torniamo a noi, per favore. Dunque, l’ho fatta chiamare… Oh, insomma, non è il caso di finire un discorso che subito ti interrompono! Ma chi è che…? Ah, buongiorno, è lei, mi fa piacere sentirla… Tutto bene? E a casa tutto bene? Con chi ha appena parlato? Dice che dovrei indovinarlo? Mah, difficile poterlo dire, lei ha a che fare con così tanta gente che… Ah, la conosco anch’io questa persona, dice…
Scusi, sa, ma non sarà stata per caso Caterina? Ah, ecco, volevo ben dire… Dire cosa, mi chiede? Niente, niente, un pensiero mio, capitato in testa quasi per caso. Dunque, lei ha parlato con Caterina. E, mi scusi se sono curioso, ma a proposito di cosa? Non di cosa, dice? Allora di chi? Ecco, lo immaginavo, ma ho preferito che me lo confermasse lei… Sismondi, sempre Sismondi, fortissimamente Sismondi! Scusi, sa, la citazione mi è venuta spontanea, naturale. No, non era affatto mia intenzione fare dello spirito, non mi permetterei mai, specialmente poi con lei… Come dice? Se Sismondi è ancora qui da me? Sì, in effetti è ancora qui, stavamo discutendo sa, ma bonariamente, s’intende, perché con lui non potrei farlo che in questo modo, bonariamente. Come dice? Vorrebbe, anzi vuole, che glielo passi? Sì, subito, eccolo… Caro Sismondi, è per lei, naturalmente immaginerà chi possa essere… Come dice? Bravo, sì, proprio lui! Eccolo, glielo passo! (Ma tu guarda un po’ che mi doveva capitare oggi… Del resto, me lo sentivo che non sarebbe stata una giornata tranquilla. E poi, accidenti a me e alla mia pignoleria! Ma, del resto, che posso farci? Sono fatto così, punto e basta). Tutto a posto, Sismondi? Vi siete consultati abbastanza? Via, non faccia quella faccia, per favore, si parla, si dice, si fa tanto per scherzare! Mi vuole parlare ancora, dice? E sentiamo… No, sì, no, sono ancora qui… Va bene, adesso parlo con Sismondi. Grazie, grazie… A presto!
Allora, caro Sismondi, tutto chiarito! E, mi scusi se l’ho fatta chiamare, ma purtroppo io sono fatto così… Fatto male, come dice a volte anche Caterina, malissimo, ma, d’altronde… Insomma, tornando a noi, ecco, venga qui, si avvicini… Vede qui? Non lì, qui! Cosa nota? Non nota anche lei qualcosa che stona con il resto dell’articolo? Qui, qui, dove sta guardando, scusi? Ah, lo vede anche lei! E, mi scusi, non nota niente di strano? Niente… Tutto normale, dice. Eppure, guardi bene, anzi, guardi meglio… Qui, qui! Non sto alzando la voce, mi scusi, sa, a volte mi infervoro, mi faccio prendere la mano dal mio carattere… Come sarebbe a dire: un brutto carattere? Lo dice lei! Ah, non lo dice lei, si limita al più a riferire, lo dice Caterina… E anche lui, quello, insomma? Ho capito, ho capito… Allora, guardi Sismondi, guardi qui, lo vede? Cosa c’è scritto? Un uomo… Bravo, è così che si leggerebbe, ma guardi meglio. Lo vede quel cosino pressoché invisibile tra “un” e “uomo”? Saprebbe dire anche come si chiama? Bravo, quel cosino si chiama apostrofo… Come sarebbe a dire: cosa c’entra? Come sarebbe a dire: è per questo che mi ha fatto chiamare? Per un apostrofo? Sì, per un apostrofo, proprio! Senta, Sismondi, io magari perderò il posto, ma lei mi faccia un favore: ripassi la grammatica!

© Sergio Tardetti 2023

SPORGENDOSI OLTRE L’ORLO DELL’ABISSO

Ho avuto il piacere di conoscere Vincenzo Calò Di Coste in occasione della pubblicazione della sua ultima raccolta poetica “La Sicurezza e Il pensiero cardiopatico”, edita da Bertoni Editore nella collana Aurora curata da Bruno Mohorovich. Per questo volume ho scritto la prefazione. Ieri Vincenzo avrebbe compiuto 40 anni, è venuto a mancare agli inizi del mese di ottobre di quest’anno (2022). Ci eravamo tenuti in contatto anche dopo la pubblicazione del suo volume, scambiandoci considerazioni sul nostro comune interesse per la poesia. Vorrei ricordarlo pubblicando il testo della prefazione alla sua raccolta di testi poetici fuori da ogni schema e da ogni convenzione. Ci mancherà come ci mancheranno le sue poesie innovative e dirompenti.

UNA PREFAZIONE

di Sergio Tardetti

Entri senza bussare né chiedere permesso nelle poesie di Vincenzo Calò e ti ritrovi, a un tratto, sull’orlo dell’abisso oscuro e insondabile dell’infinito spazio-temporale. La vertigine che ti assale a una prima lettura è talmente forte che vorresti allontanarti da lì, distogliere il pensiero che si è già impaniato in quei suoni, in quelle parole, in quelle frasi e in quei versi e riportarlo alla materialità quotidiana che circonda, abbraccia e rassicura.
Un’operazione apparentemente possibile e persino elementare, ma che incontra una qualche resistenza ad essere compiuta e completata, in virtù del fatto che ormai quelle poesie ti sono penetrate nel profondo della mente, ma soprattutto si sono insediate stabilmente nella psiche, e sollecitano a viva voce la tua presenza, per una seconda e più determinata lettura, almeno quanto la prima era stata decisamente cauta e frenata.
Torni così ad immergerti di nuovo tra quei versi, teso e concentrato nello sforzo di capire, anche se sai perfettamente da sempre che la poesia, quella che chiede e pretende di essere tale, non la si “capisce”, quanto piuttosto la si “comprende”. E non è certo una futile questione di semantica, un tentativo come un altro per prendere tempo, in attesa di venire folgorati sulla via di Damasco da una improvvisa illuminazione. Capire è un’azione della mente, un’operazione razionale; comprendere attiene più alla psiche, la parte istintiva e irrazionale di noi stessi. “Capire” è in un certo modo un accettare o un rifiutare tutto quello che è conforme o difforme rispetto alla nostra più intima natura razionale. “Comprendere” è, invece, un modo di includere nella propria anima quello che soltanto fino a un istante prima era rimasto fuori, in quanto sconosciuto, per la qual cosa è necessario attivare una modalità empatica di porsi in relazione con l’esistenza e l’esistente.
Se questo vale per la poesia in generale, a maggior ragione vale per quella di Vincenzo Calò, per la quale l’ispirazione sembra scaturire direttamente da situazioni oniriche indotte e/o autoindotte. Niente, dunque, di tutto quello che noi, lettori modicamente acculturati, abbiamo immaginato che fosse fino ad ora poesia, un antico retaggio derivante dalla frequentazione delle aule scolastiche, in giornate fatte di versi da parafrasare e mandare a memoria, perché questo chiedeva il docente di turno. Versi, peraltro, scolpiti in maniera talmente indelebile nei ricordi di ciascuno, che di tanto in tanto affiorano alla mente in funzione consolatoria o come aiuto per prendere sonno più facilmente in certe notti particolarmente difficili.
Dico questo, non certo per stigmatizzare comportamenti del tutto legittimi, derivanti dalla più o meno sollecita frequentazione delle aule scolastiche, che hanno generalmente contribuito a creare una identità sistematica della poesia, quella, appunto, appresa sui banchi di scuola, che ne consente una facile e immediata certificazione. Si tratta piuttosto di operare un confronto – o un riscontro, a seconda dei casi – fra l’appreso e quello che è rimasto escluso dall’apprendimento scolastico. Ogni scelta, ogni decisione, del resto, include elementi conformi a quella scelta, e ne esclude altri difformi. Come afferma l’autore nella poesia che dà il titolo alla prima raccolta “La sicurezza”, “Evidenziato un blocco cognitivo, si tenta di agire fuori dal normale”.
La poesia contemporanea, come quella di Vincenzo Calò, non è poesia per lettori pigri e assuefatti alla banale assimilazione di contenuti e alla ancora più banale memorizzazione di interi brani, con la complicità di ritmi orecchiabili e rime che addolciscono la potenziale cacofonia di certi componimenti. La poesia contemporanea, come quella di Vincenzo Calò, richiede, anzi pretende, il contributo attivo del lettore, chiamandolo a decrittare sensi possibili collegati e derivanti dalla sua sensibilità artistico/(ri)creativa. Accade così che, scaturita da un’attività di libera creazione, la poesia si ricrea nella mente e nelle multiformi interpretazioni del lettore, di ogni lettore di qualunque epoca, venendo ad assumere nuovi significati, capaci di trascendere il significante e amplificando quelli già presenti e suggeriti dalla suggestione degli insoliti e irrisolvibili accostamenti verbali.
L’operazione poetica realizzata da Calò rinvia ad illustri precedenti di autori del principio del secolo scorso, esponenti della corrente artistico/letteraria del Surrealismo. E fino a qui, niente di nuovo, si direbbe, se non fosse che l’autore spinge agli estremi l’operazione di accostamento di termini che si legano fra loro soltanto in situazioni oniriche e che, al contrario, nella realtà non trovano riferimenti fisici né concettuali. È proprio in questo andare oltre i limiti già sperimentati che consiste la novità delle composizioni di queste due sillogi, “Il pensiero cardiopatico” e “La sicurezza”, contraddistinte da una assoluta e perfetta omogeneità di stile, frutto di un’operazione che definire “tecnica” è decisamente riduttivo, e che potrebbe riassumersi in questa affermazione: “…il vocabolario della lingua italiana si apre da sé”. (Da L’indice alzato nella silloge “Il pensiero cardiopatico”)
Nel corso dell’accostamento alle composizioni, si avverte inizialmente un effetto di straniamento, nello sforzo di penetrare nel guscio dei versi, sforzo che nasce dalla sensazione quasi di attraversare una compatta distesa di roccia impermeabile e inaccessibile. Da una successiva rilettura ecco però trasparire il senso, quello che credevamo smarrito o perfino assente; appare, a questo punto, una poesia fatta di stratificazioni che vanno mentalmente rimosse, una ad una, per poter arrivare al nucleo ultimo, quel senso che ogni componimento racchiude e che è già accennato e suggerito a partire dal titolo. Si assiste a una completa decostruzione della realtà, che scompagina i rapporti tra gli oggetti e le parole, così come si mostrano nella nostra esperienza sensibile. Ne risulta per il lettore una sorta di rebus da risolvere, o di puzzle da ricomporre, il cui esito finale è la creazione di una nuova realtà, di una origine che non è azzardato definire psichedelica.
Una poesia, quella contenuta in questa silloge, che non si preoccupa di avere come riferimenti il bello e il buono, l’estetica e la morale correnti, ma che, invece, si pone il compito arduo e gravoso di anticipare gli elementi culturali di un futuro ancora tutto da disvelare e immaginare, del quale chi scrive si rende consapevole precursore. Il poeta non si fa condizionare e ipnotizzare dallo spirito dei suoi tempi, vacui e freddi, crea, piuttosto, uno spirito nuovo per tempi nuovi.
L’obiettivo finale, come afferma André Breton, nume e stella della poesia surrealista, resta sempre lo stesso: “La stretta poetica come la stretta carnale/ Finché dura/ Impedisce le prospettive di miseria del mondo”.

Vincenzo CalòLA SICUREZZA E IL PENSIERO CARDIOPATICO. Bertoni Editore, 2020

LA RETORICA DELLE PICCOLE COSE

di Sergio Tardetti

Bisogna dare valore alle piccole cose, una frase che mi capita di sentire di tanto in tanto, soprattutto da parte di persone che, come dicono loro, “hanno capito”. Cosa abbiano capito, poi, certo non vengono a dirlo a me, e in generale a noi che non abbiamo capito, è un segreto che conservano chiuso a doppia mandata nella cassaforte della loro anima. Ci piacerebbe tanto conoscere cosa hanno capito, e soprattutto, quali sono le piccole cose alle quali dovremmo dare valore, operazione decisamente ostacolata dallo strettissimo riserbo nel quale si chiudono queste persone, una volta interrogate in proposito. Alla fine di lunghi ed estenuanti tentativi per carpire il segreto, ci troviamo costretti ad arrenderci e a porre l’unica domanda possibile: “Ma se nessuno ci dice quali sono queste piccole cose, come facciamo a capire?”. Al che i propugnatori delle piccole cose alzano le spalle, come a voler significare: fatti vostri. Così, incuriositi e soprattutto pronti a raccogliere quella che consideriamo una sfida, cominciamo a guardarci intorno, a chiedere con finta noncuranza a chi potrebbe conoscere la risposta, per arrivare quanto prima a farci un’idea, una qualunque, perfino piuttosto limitata, ma accettabile, di quali siano le piccole cose di cui vanno favoleggiando coloro che “hanno capito”.
Perché, è inutile nasconderlo, anche noi vorremmo fare parte, prima o poi – ma sempre meglio prima – del novero di quelli che “hanno capito”. Sentirsi esclusi da qualcosa, qualunque cosa, è uno dei principali crucci – meglio, tormenti – dell’animo umano, perché costringe sempre ciascuno a rivolgersi la domanda inquietante: a me, cosa manca? Perché no? Da qui in avanti partono le domande, aumentano i tormenti – ormai non più crucci – e la vita finisce per diventare un vero e proprio inferno. Notti intere trascorse ad occhi spalancati, distesi al buio sul letto, a fissare il soffitto, sperando forse di leggere la risposta, almeno una, alle nostre tante domande in qualche segno visibile anche al buio, forse una leggera macchia di umidità sull’intonaco. E così, la notte trascorre inutilmente e la risposta tarda ad arrivare, per notti e notti di seguito. Di giorno, per fortuna, si è talmente travolti dagli eventi quotidiani da non avere tempo di porsi la fatidica e dolorosa domanda. Di notte, poi, tornando a fissare il soffitto, notiamo che la leggera macchia di umidità si è allargata e si è fatta più evidente, anche se non contiene ancora la risposta; forse, continuando a pazientare e ad attendere, prima o poi, la risposta apparirà in tutta la sua sfolgorante evidenza.
E poi, un giorno, stanco di inseguire le “piccole cose”, il cui significato continua decisamente a sfuggirti, decidi che non ne vale più la pena, meglio dedicare il tuo tempo ad attività più interessanti e più gratificanti. Ed è così, abbandonando il tuo inseguimento, che arrivi a qualche utile considerazione, capace di farti riprendere il filo del discorso con te stesso interrotto ormai da troppo tempo. Probabilmente, ragioni, l’equivoco nasce dal fatto che non ci sono piccole cose e grandi cose, ma ci sono semplicemente cose. Il valore che diamo alle cose e la dimensione che finiamo per attribuire loro sono del tutto relativi, ciò che è piccolo per te potrebbe essere grande per me, e viceversa. Così, confortati da questa decisiva e rassicurante scoperta, riprendiamo il consueto cammino, smettendo di interrogarci, salvo poi trovare un altro argomento capace di suscitare in noi nuove e più stringenti domande. Perché è così che procede, o almeno dovrebbe procedere, la vita.

© Sergio Tardetti 2022

Foto di Alexa da Pixabay

LA RELIGIONE DELLA PAROLA

dalla prefazione di Sergio Tardetti

(RELIGIONE: Il rapporto, variamente identificabile in regole di vita, sentimenti e manifestazioni di omaggio, venerazione e adorazione, che lega l’uomo a quanto egli ritiene sacro o divino.)

I
 
L’idea che l’esistenza sia un continuo tentativo di ricomporre ciò che essa stessa viene frammentando e scomponendo durante il suo corso è da sempre fonte di ispirazione per ogni genere di artisti, inclusi in particolare gli autori di testi poetici. Perché la poesia è per sua natura un “fare” e il fare si realizza a partire da frammenti da ricollocare, sempre al prezzo di grandi fatiche, come tessere di quel mosaico che vorrebbe sforzarsi di riprodurre e dare forma e sostanza alla nostra essenza. L’illustre precedente del Canzoniere petrarchesco – altrimenti noto come Rerum Vulgarium Fragmenta – diventa per molti autori un riferimento nella realizzazione di una raccolta poetica legata spesso dal labile filo della memoria. Memoria di eventi, di luoghi, di persone che diventano punti di riferimento inscindibili rispetto alla nostra esistenza. Così, quel “tessere”, proposto come oggetto di ri-costruzione della nostra storia personale, può essere anche visto come azione, un tentativo di comporre una trama e un ordito per quell’arazzo immaginario che vorrebbe narrare la nostra vita. Naturali elementi base di questa operazione sono il tempo e lo spazio, rappresentati il primo dall’agire e il secondo dai luoghi nei quali si esplicita quell’agire. Di questo parla la poesia di Rita Vecchi, anzi, direi piuttosto che “canta”, termine più consono e più allineato alla musicalità delle parole e dei versi che compongono ogni singolo componimento. Canta, come cantavano gli antichi aedi, non le gesta di un eroe o le battaglie cruente di una guerra infinita, ma i semplici e ordinari accadimenti di una vita che della quotidianità ha fatto la sua ragione d’essere. La ricomposizione, la “tessitura”, dà luogo di volta in volta ad un processo, nel quale gli stessi frammenti possono originare numerose differenti rappresentazioni della nostra esistenza, come accade analogamente per le tessere di un mosaico, che possono essere accostate fra loro in molti modi differenti per dare luogo a immagini e figure ogni volta diverse. Ed è un po’ quello che accade se proviamo a immaginare come la nostra esistenza, rappresentata attraverso i suoi gesti e i suoi luoghi, potrebbe essere ricomposta dai nostri familiari, amici, conoscenti e, in questo caso particolare, dal lettore, invitato come sempre ad entrare in contatto con l’autore attraverso le parole e i sentimenti a cui danno forma.
 
II
Rita, nel corso dello sviluppo dell’intera silloge, prova a sostanziare la più nobile delle intenzioni “programmatiche” a cui uno scrittore dovrebbe cercare di tenere fede: quella della “sacralità” della parola, del rispetto che si deve osservare nei confronti di ogni singolo termine. Dimostra, cioè, attraverso un uso attento e sorvegliato della scrittura, di essere convinta della sua preziosità, in quanto modalità espressiva di ciò che l’anima difficilmente riuscirebbe a rivelare di sé altrimenti. Come altri autori, crede nella “religione della parola”, considerata sacra, da non sprecare, da non utilizzare inutilmente o a vuoto, impoverendola o deprivandola di senso. La parola non è un vano ornamento attraverso il quale rappresentare la maschera che il poeta offre alla visione degli altri, quanto piuttosto un solido strumento mediante il quale comunicare ciò che l’anima percepisce del mondo. Si avverte, infatti, in ogni lirica il desiderio di diventare un tutt’uno con la natura intorno a noi, fino quasi a volersi annullare dentro di lei, riconoscendoci noi stessi elementi di questa natura, al pari di alberi, rocce, animali, acque. Le parole assumono significati diversi a seconda dei luoghi, che costituiscono in qualche modo l’ordito di questa originale tessitura che va ben oltre l’esercizio di stile. La realtà, rappresentata attraverso i vari componimenti, appare trasfigurata, quasi la rappresentazione di un paese di fiaba; le immagini tradotte in versi descrivono luoghi che possono apparire soltanto nei sogni, al punto da poter definire la poesia di Rita Vecchi “poesia del sogno”. La sua è poesia energica, realizzata per mezzo di versi vividi e brillanti, una poesia elegante e stilisticamente matura, frutto di uno stile personale e riconoscibile, merce rara, anzi rarissima, di questi tempi. Sorprende nell’autrice la capacità di parlare degli altri come se parlasse di sé – degli altri intesi come umanità che la circonda, che ci circonda ed è questo che porta la sua poesia ad assumere un valore universale. Nel corso della lettura è frequente incontrare versi ritmici, musicali, endecasillabi avvolgenti e confortevoli come un abbraccio, come una coperta calda gettata sulle spalle, mentre all’aperto si sta ammirando la luce della luna in cielo. Se pronunciati ad alta voce, i versi sembrano quasi avere il potere di amplificare il loro suono, per poter essere meglio uditi e apprezzati. Brani di prosa poetica si mescolano ad altri più marcatamente strutturati in versi, nei quali, tuttavia, l’a capo non è accadimento opinabile, ma scelta sicura e decisa di chi scrive. L’accurata selezione delle parole da usare, secondo le indicazioni delle lezioni americane di Calvino, insegue il desiderio di un’esattezza che appare privilegiata sopra tutto, quasi a voler significare la volontà di esercitare un accurato controllo sulle espressioni che scaturiscono dall’anima. Versi, infine, dei quali non cambieresti una singola virgola, talmente esatte sono le combinazioni e gli incastri dei termini che li compongono, che producono, infine, una poesia rara e preziosa, non riscontrabile in molti autori.
 
III
 
Per mia natura, rifuggo dalle definizioni che vengono generalmente utilizzate per collocare un autore all’interno di questa o quella corrente artistico-letteraria. Si tratta, a mio parere, di un tentativo, seppure lodevole, di voler mettere ordine nell’universo, con il rischio, tuttavia, di attribuire all’autore intenzioni che non solo non ha espresso, ma nemmeno immaginato. L’obiettivo non dichiarato resta quello di incasellarlo, per trovargli una collocazione che ne permetta una analisi, per così dire, “da fermo”, senza cogliere le specificità di ciascuno che si evidenziano soprattutto quando l’autore è “in movimento”, vale a dire mentre crea e si esprime. Personalmente, rifiuto e rinuncio a qualunque tentativo di congelare attraverso parole tese a definirlo una volta per tutte. Quanto alla poesia di Rita, ammetto di essere stato tentato di trovarle una definizione e di avere, infine, anche ceduto alla tentazione, essendo tuttavia consapevole che la definizione di un autore non è per sempre. Volendo scegliere una esplicitazione dichiarata per la poesia di Rita, le parole che vengono subito in mente per rappresentare quali siano i capisaldi della sua poetica si sintetizzano in ciò che si può indicare come lirismo mistico – o, in alternativa, misticismo lirico – dei suoi versi, attraverso i quali riesce a dare forma e sostanza ai suoi pensieri, alle sue osservazioni e alle sue riflessioni. L’invito al poeta che è in lei, e che diventa il suo doppio, il suo alter ego, attraverso il quale si esprime è quello di donare “profondità alla piccolezza”. Ed è anche quello di riuscire a a soddisfare il desiderio di lasciare “un segno – piccolissimo” del suo passaggio sulla terra, minuscolo e insignificante se paragonato all’immensità del tempo che ci ha preceduto e che proseguirà oltre noi, e dello spazio dell’immenso universo che ci circonda. Spazio e tempo così incommensurabili da riuscire a schiacciarci sotto un peso intollerabile, ma che l’autrice riesce a sostenere, accettando la sua piccolezza e la sua finitezza. Basterebbero soltanto due versi che amo particolarmente: “si possono piangere lacrime / coniugate al passato remoto”, per capire chi sia Rita Vecchi e cosa rappresenti per lei la poesia, la sua personale interpretazione e rappresentazione della vita. Nei suoi versi è presentato l’intero suo mondo, a partire da quella sensazione di sentirsi una meteora, una luce di passaggio in un cielo per lo più scuro. Ma molti altri sono i temi presenti: i pensieri che agitano una mente inquieta, la nostalgia prima della partenza, i passi verso una “casa quieta di riposo”, le emozioni “scintille della vita”, il desiderio di mostrare di esistere e di essere esistiti. L’esistenza appare come proiettata su un grande schermo, sul quale si alternano immagini e colori di stagioni e paesaggi; anche i dolori e i ricordi fanno parte di queste immagini, coltivate con cura e con amore, rivestite delle parole più belle, accorte e ricercate. La sua è anche poesia del quotidiano, dei gesti semplici e ripetitivi che ci appartengono e ci accompagnano nell’arco dell’intera giornata, capaci di scandire il nostro tempo e di rivelare di noi molto di più di quanto non facciano le parole. Amo particolarmente i versi di “In cucina, la domenica sera”, per quel loro ammetterci nell’intimità delle stanze della casa, luoghi dove, di solito, non si ricevono “ospiti sconosciuti”, i lettori dei versi; ospiti che, tuttavia, ben presto vengono conquistati dalla semplicità e al tempo stesso dal lirismo, con cui si presentano ordinari gesti di vita quotidiana. L’esistenza – e le fasi che essa attraversa – è significata a volte attraverso la metafora dell’inverno, stagione amata e odiata al tempo stesso, ma accettata e accolta come un naturale elemento di una realtà con la quale tutti dobbiamo confrontarci. Spesso la poesia diventa un mezzo per esprimere forme d’amore incondizionato, come verso la propria esistenza, ma anche verso quella degli altri; particolarmente prezioso risalta quello dedicato al figlio. Molto altro ci sarebbe da aggiungere, a dire il vero, ma lascio al lettore attento il piacere di scoprire i tesori nascosti nelle poesie di questa silloge. L’invito che personalmente gli rivolgo è quello di assaporare fino in fondo i versi di Rita, per ritrovare quel dolce succo di memoria che vi è stato sparso a piene mani, quel dolce succo che a ciascuno di noi piace sempre gustare.

© Sergio Tardetti 2022

Rita Vecchi – TESSERE, LUOGHI E FRAMMENTI Bertoni Editore, 2022