teatro

Bando di concorso per collaborazione con la rivista Stratagemmi. Prospettive teatrali

Teatro e periferia. Un lavoro di lunga semina, quali risultati?

La rivista trimestrale di studi sul teatro Stratagemmi, giunta al suo secondo anno di vita, offre a tutti i suoi aspiranti collaboratori la possibilità di contribuire al sesto numero (giugno-agosto 2008) con la pubblicazione di un articolo dal tema Teatro e periferia. Un lavoro di lunga semina, quali risultati?
Nella sezione Taccuino (quella specificatamente dedicata all’attualità e con un taglio di inchiesta giornalistica) del quinto numero di Stratagemmi, la redazione ha avviato un lavoro di indagine incentrato sulrapporto tra teatro e periferie a Milano. Abbiamo incontrato i direttori artistici di alcuni dei molti teatri che popolano, spesso clandestinamente, la rete periferica della città e li abbiamo intervistati, scoprendo di volta in volta che tutti ritenevano superata o addirittura sbagliata la distinzione tra centro e periferia, soprattutto quando si parla di diffusione della cultura. Dalle loro parole abbiamo compreso che il lavoro di insediamento e integrazione nel territorio è uno sforzo continuo che spesso i piccoli e grandi teatri lontani dal cuore della città devono affrontare da soli, senza alcun tipo di sostegno e incentivo dalle pubbliche amministrazioni e dalle istituzioni che si occupano di teatro. Abbiamo incontrato proposte, programmi e realtà molto diversi; ma in nessuno di questi casi il termine periferia può essere disgiunto da alcune dinamiche di tipo sociale: la sicurezza, la mancanza di collegamenti con il centro, il disagio, il senso di non appartenenza alla città.
Con questo concorso la redazione vorrebbe aggiungere altre voci, da altre città italiane (e straniere?) per continuare a tracciare un itinerario tra coloro che si considerano, a ragione, “centri altrove” della cultura e della sua diffusione, specificatamente in ambito teatrale. Cerchiamo così aspiranti redattori che scovino, in qualsiasi periferia di qualsiasi città, volti sconosciuti di chi, lontano dai riflettori, ha ottenuto o cerca di ottenere risultati fuori dai centri istituzionalmente riconosciuti; storie nuove, in grado di raccontare le ricadute
sulle periferie in cui si collocano e il rapporto col resto della città.
Il concorso è rivolto a tutti gli appassionati, cultori o studiosi di teatro, di giornalismo e di storie da raccontare, che vogliano cimentarsi in un articolo che, in caso di selezione, troverà posto nella seconda parte della rivista, il Taccuino.
Al bando possono partecipare tutti coloro che abbiano almeno un diploma di laurea triennale e non abbiano compiuto i 35 anni di età. Non è previsto alcun compenso in denaro. La redazione selezionerà tra tutti gli articoli pervenuti quelli meritevoli di pubblicazione.
I suddetti articoli dovranno essere di una lunghezza compresa tra le 8.000 e le 25.000 battute spazi inclusi.
La forma è libera, è ammessa (e incoraggiata) anche l’intervista, purché corredata da una introduzione comprensiva di una piccola biografia dell’intervistato/i. Con preferenza, gli intervistati devono essere i direttori artistici o comunque chi si occupa in prima persona dei cartelloni e del programma culturale dei teatri scelti. Ogni partecipante può presentare più di un articolo, e più candidati possono associarsi per presentare un dossier su più realtà di una stessa città.
Gli articoli devono essere inviati al seguente indirizzo mail: redazione@stratagemmi.it entro e non oltre il 15 maggio 2008 corredati da un breve c.v. dell’autore e la motivazione per cui si è scelto di parlare di quella realtà teatrale. E’ importante indicare il numero di telefono al quale i candidati potranno essere contattati in caso di selezione per la pubblicazione. Ogni candidato può richiedere a redazione@stratagemmi.it l’estratto in pdf dell’indagine pubblicata sul numero CINQUE, oltre a ulteriori informazioni.

www.stratagemmi.it e-mail: redazione@stratagemmi.itabbonamenti@stratagemmi.it
Pontremoli editore, via Vigevano 15 – 20144 Milano tel. 0258103806 – fax 0258102157

L’arma del dubbio

di Ghismunda

Il litigio, l’ennesimo, era stato violento. Il padre l’aveva ripetutamente colpito. Il ragazzo, fuori di sé, esce e va a comprare un coltello a serramanico. A mezzanotte e dieci, il vecchio dell’appartamento sottostante sente urlare: “T’ammazzo! T’ammazzo!”. Subito dopo un tonfo e qualcuno fuggire a precipizio per le scale. Il vecchio non ha dubbi: a gridare e a scappare è stato il ragazzo. Anche un’altra vicina non ha dubbi: lei ha visto tutto. Dalla sua finestra, che dà immediatamente nella casa della tragedia, lei ha visto il ragazzo infilare il coltello nel petto del padre e fuggire. Siamo a New York, nel 1950. Per i dodici giurati chiamati a decidere della condanna a morte, sembra un caso facile: movente e prove schiaccianti. Tutti sono convinti della colpevolezza del ragazzo. Tutti, tranne uno. E il verdetto dev’essere unanime.

E’ questo l’inizio di “La parola ai giurati“, dramma giudiziario di Reginald Rose, reso celebre nel 1957 dalla trasposizione cinematografica di Sidney Lumet e dall’interpretazione indimenticabile di Henry Fonda. Ora il dramma vive a teatro, grazie alla bella regia e all’intensa interpretazione di Alessandro Gassman. E’ lui il giurato n. 8, l’unico a non avere fretta (nonostante la partita che sta per iniziare e gli impegni familiari di ciascuno), se si tratta di decidere della vita di un altro uomo, nella fattispecie un portoricano di sedici anni accusato di parricidio, e l’unico che, pensando e ragionando, matura dei dubbi. Dubbi che finiranno con l’attecchire negli altri giurati, investendo più in generale le modalità e le circostanze che influiscono nella formazione di giudizi (e pre-giudizi) in persone con idee, vissuti e provenienze diverse; investendo più in generale il complesso rapporto tra realtà e apparenza, tra ciò che si vede o che si pensa di vedere, fino a capire che ogni certezza che si può avere non è altro che una convinzione solo più… convinta di altre. Una persuasione, un’opinione. Troppo poco, sinceramente, per decidere una volta per tutte chi ha ragione e chi ha torto; soprattutto, troppo poco per decidere chi deve vivere e chi deve morire. Eppure il mondo, e la società italiana, oggi sembrano andare in direzione opposta: “In un’ epoca in cui il mondo è afflitto da ideologie contrastanti che si nutrono di assolutismo e che spesso scadono a pregiudizi – dice Alessandro Gassman – il ragionevole dubbio è una preziosa arma di difesa … Ho scelto questo testo perché ho la sensazione che l’ anima del nostro paese stia cambiando. L’ Italia non è mai stata razzista, eppure sempre di più vedo in giro le reazioni barbare dell’ anticultura, della paura generalizzata di coloro che sono diversi da noi. Vorrei vivere in un paese con la memoria più lunga, visto che tra le minoranze etniche in America c’ erano gli italiani. E che imparasse ad accogliere civilmente gli stranieri”.

In clima di moratoria universale, il lavoro di Gassman, per altro concepito in tempi non sospetti, è diventato ancora più attuale di quanto già consentisse il testo di Rose. Gli abolizionisti della pena di morte adducono note motivazioni di carattere etico-filosofico che investono ideali e principi, ed altrettante note motivazioni di carattere pratico, legate all’inefficace ricaduta, in termini di deterrenza e criminalità, dell’applicazione della pena capitale. Ma poco, forse, insistono su un aspetto agghiacciante ed ineliminabile: la possibilità di mandare a morte persone innocenti. Amnesty International, patrocinatore dello spettacolo, mette a disposizione un’ampia documentazione, relativa a tutti i paesi mantenitori e in particolare agli Stati Uniti, su casi di condannati a morte prosciolti perché innocenti, ma dopo aver trascorso anni e anni nel braccio della morte ed essere giunti, più d’una volta, ad un passo dall’esecuzione. L’esempio più recente risale all’8 gennaio scorso, quando è stato liberato Kenneth Richey, condannato a morte nel 1986 (!) per aver appiccato un incendio in cui perse la vita una bambina di due anni. Più di vent’anni, più della metà della sua vita, ad aspettare l’esecuzione di fronte ad un’evidente mancanza di prove circa il carattere doloso dell’incendio; ma si può citare anche il caso di Aaron Patterson (anche lui in carcere dal 1986), liberato nel 2003, perché è stato scoperto (o semplicemente rivelato) che la sua confessione era stata estorta dalla polizia con la tortura. Ma non sempre si arriva in tempo. Si registrano casi di giustiziati per reati di cui solo ad esecuzione avvenuta salta fuori il vero colpevole; e di condannati, mandati a morte nonostante seri dubbi sulla loro colpevolezza. Le circostanze alla base di tali errori, certi o probabili che siano, comunque irreversibili ed irreparabili, sono sempre le stesse e tutte ben evidenziate nella trasposizione teatrale a cui ho assistito ieri: un’assistenza legale inadeguata, come quella che solo possono ottenere persone indigenti, affidate ad avvocati d’ufficio inesperti, demotivati e malpagati; la particolarità del crimine: quanto più è efferato e produce come vittime genitori, figli o comunque inermi incolpevoli, tanto più cresce la “fretta” di far giustizia, di trovare presto un “mostro” da guardare morbosamente (a costo di far la fila per il biglietto) e che, con una punizione esemplare, soffochi paure, insicurezze, identificazioni inconsce e magari, come succede spesso negli Stati Uniti, garantisca un successo elettorale; l’utilizzo spesso di testimoni inattendibili, solleticati da un’occasione di protagonismo o semplicemente suggestionati da visioni e sospetti; la presenza di pregiudizi razzisti o della fobia dello straniero, comunque del diverso, che attenta alla nostra incolumità. Tutto ciò può variamente influire su un verdetto di colpevolezza che, avendo come esito la pena capitale, assume le caratteristiche di una decisione “divina”, senza per questo essere però infallibile; una decisione che, soprattutto, non riporta in vita chi non c’è più.

Chissà, forse anche un’opera teatrale può contribuire a porre fine definitivamente alla barbarie.

La voce di Ghismunda, 18 febbraio 2008

Stratagemmi e il Gerolamo

Quando la città dimentica il teatro
Palazzo Marino, Sala delle Tempere
martedì 22 gennaio 2008
ore 18.30
Stratagemmi, in occasione dell’uscita del quarto numero della rivista, contenente un’ampia sezione monografica sul Teatro Gerolamo di Milano, presenta martedì 22 gennaio alle ore 18.30, presso la Sala delle Tempere di Palazzo Marino, un incontro-dibattito dal titolo “Stratagemmi e il Gerolamo. Quando la città dimentica il teatro”.
Il Teatro Gerolamo è un’istituzione della cultura milanese, il fiore all’occhiello degli stabili marionettistici in Italia e in Europa, una “bomboniera” da 200 posti che fu culla del cabaret, del teatro canzone e del teatro dialettale milanese. Fra gli altri, ha visto passare sul suo palcoscenico Dario Fo, Franca Valeri, Ornella Vanoni, Enzo Jannacci e Paolo Poli.
Dal 1983 il Teatro è chiuso. Servivano alcuni banali lavori di ristrutturazione, ma da allora il portone è sigillato e la struttura in decadenza. Parlare del Teatro Gerolamo dunque vuol dire riaprire un dibattito cominciato 25 anni fa e in grado di coinvolgere, ieri come oggi, l’amministrazione pubblica, i privati, gli spettatori e gli stessi artisti. Vuol dire discutere di cultura, di amministrazione della cultura e di spazi ad essa riservati. Vuol dire riaprire porte, fuor di metafora, che troppo spesso rimangono chiuse e destinate a cadere nella dimenticanza comune.
Se, come sosteneva Jürgen Habermas, lo spazio pubblico è quello, per sua genesi e conformazione, destinato al sorgere, maturare e scontrarsi delle opinioni che cementano e rendono migliori la società, con questo appuntamento a Palazzo Marino la redazione di Stratagemmi vuole proporre una riflessione che, partendo dal Gerolamo e dalla sua storia, offra uno spunto, quanto mai pertinente, per analizzare il rapporto tra la città e il teatro oggi. Un’interazione non sempre evidente e immediata, che merita di essere indagata ancora una volta.
Stratagemmi è una rivista trimestrale di studi sul teatro, nata nel marzo 2007, edita da Pontremoli. La redazione è composta da quattro giovani studiose che si occupano del teatro in tutte le sue forme, a cominciare dalla ricerca e dall’approfondimento in campo accademico fino all’attualità, protagonista della sezione Taccuino: spunti e provocazioni per comprendere e analizzare il teatro e la società.
Il teatro nelle pagine di Stratagemmi non è solo ricerca filologica della rappresentazione classica e moderna, ma anche archeologia e architettura dei luoghi adibiti alla scena, attenzione agli spazi dedicati al teatro e al loro rapporto con la città. Per ulteriori informazioni, visitate il sito www.stratagemmi.it

www.stratagemmi.it e-mail: redazione@stratagemmi.itabbonamenti@stratagemmi.it
Pontremoli editore, via Vigevano 15 – 20144 Milano tel. 0258103806 – fax 0258102157

Trucco, maschera del viso

di Maddalena Giovannelli

Tratto dal catalogo della mostra fotografica: Tra un manifesto e lo specchio. Aristi in camerino di Giuseppe Nicoloro.

L’attore tragico, nella Grecia antica, si presentava in scena completamente trasformato: indossava un lunghissimo e sfarzoso abito, ai piedi alte scarpe che gli conferivano una statura innaturale, sul viso, naturalmente, la maschera. Questa era, probabilmente, innanzi tutto una macchina fonica, che permetteva di recitare in spazi ampi davanti a 10.000 spettatori. Ma era anche il mezzo tramite il quale un semplice cittadino ateniese smetteva di essere tale per divenire un eroe del mito, Eracle, Medea o Agamennone; o la chiave per uscire dalla vita quotidiana ed entrare in una dimensione altra, quella del teatro. L’attore sul palco non aveva aspetto umano: diveniva funzione del racconto o, come ha scritto il regista Massimo Castri, un enorme e affascinante burattino; a nessuno interessava intravedere (seppure in controluce) l’essere umano che si nascondeva dietro la maschera.