NATO

Senza responsabilità. Il mondo unipolare e semplificato di Jens Stoltenberg

di Pasquale Pugliese

Nell’incontro al Parlamento europeo dello scorso 7 settembre, Jens Stoltenberg ha fatto le seguenti dichiarazioni: “nell’autunno del 2021 il presidente russo Vladimir Putin ci inviò una bozza di trattato: voleva che la Nato firmasse l’impegno a non allargarsi più. Naturalmente non lo abbiamo firmato. Era la precondizione per non invadere l’Ucraina” – continua il Segretario generale della Nato – “voleva che rimuovessimo le infrastrutture militari in tutti i Paesi entrati dal 1997, il che voleva dire che avremmo dovuto rimuovere la Nato dall’Europa Centrale ed Orientale, introducendo una membership di seconda classe. Lo abbiamo rifiutato e lui è andato alla guerra, per evitare di avere confini più vicini alla Nato. Ha ottenuto esattamente l’opposto: una maggiore presenza della Nato nella parte orientale dell’Alleanza”. Non entro sul piano delle implicazioni geopolitiche di queste decisioni se non per osservare che, a parti invertite, sappiamo come avrebbero reagito gli USA se un’alleanza militare ostile si fosse avvicinata alle sue porte con dispiegamento di armamenti: nel 1961 l’umanità è stata sull’orlo di una guerra nucleare esattamente perché l’URSS aveva provato a portare i missili nucleari a Cuba; ne’ entro sulla questione – da alcuni ritenuta controversa – se ci fossero accordi verbali o scritti, dopo l’abbattimento del muro di Berlino e la riunificazione della Germania, tra il presidente Gorbacëv e il governo statunitense sulla non espansione della Nato ad Est.

Sto sulle cose certe. Nonostante la conclusione della “guerra fredda” tra il 1989 e il 1991 abbia generato un nuovo assetto dell’Europa e del mondo, essa non è stata l’esito di una vittoria militare di una parte sull’altra, ma la conseguenza della convergenza delle azioni nonviolente dei popoli dal basso e dell’avvio del disarmo unilaterale voluto da Gorbacëv dall’alto. Essendo sfuggita al paradigma bellico come motore della storia che domina il pensiero politico impregnato di militarismo, nel quale la pace è solo considerata “negativa”, ossia fine della guerra, e non frutto di una specifica gestione nonviolenta dei conflitti come invece era accaduto in quel frangente, la fine della guerra fredda non è stata sancito da alcuna Conferenza internazionale di pace – come la fine delle precedenti guerre europee e mondiali – generando così interpretazioni differenti sul suo esito nei diversi protagonisti. E azioni conseguenti. Non a caso il 6 febbraio del 1992 Michail Gorbacëv, già premio Nobel per la pace ma ormai privo di ruoli di potere in Russia, su La Stampa di Torino scriveva: “Il presidente George Bush ha ripetuto che gli Stati Uniti hanno vinto la guerra fredda. Vorrei rispondere così: rimanendo per anni nel clima della guerra fredda, tutti hanno perduto. E oggi, quando il mondo ha saputo liberarsi di quel clima, tutti hanno vinto”. Oltre tre decenni di guerre, da allora ad oggi, dimostrano che non è andata così.

Alla luce di questo fatto è utile leggere le dichiarazioni di Stoltenberg dal punto di vista dell’etica politica che sottendono: nonostante si muovano in un mondo complesso e multipolare gli USA e la Nato agiscono come fossero in un mondo unipolare e semplificato, in base ai propri principi e interessi globali, disinteressandosi delle reazioni e delle conseguenze: è il dispiegamento dell’etica delle intenzioni. Ossia il contrario dell’etica della responsabilità che invece – soprattutto nell’epoca nucleare – impone di agire tenendo conto del contesto e degli effetti delle azioni, per prevedere, valutare e prevenire le prevedibili re-azioni ed “effetti collaterali”. Non ha caso, dopo Hiroshima e Nagasaki, sull’etica della responsabilità sono state fondate la Costituzione italiana e la Carta delle Nazioni Unite; scritti l’appello di Albert Einstein e Bertrand Russell per il disarmo nucleare e le lettere di don Lorenzo Milani ai cappellani militari ed ai giudici; elaborati importanti lavori filosofici da pensatori come Hans Jonas e Hannah Arendt, Aldo Capitini e Günther Anders, per citarne solo alcuni

Ma Stoltenberg, ignorando tutto ciò, continua il suo intervento al Parlamento europeo dicendo che “tutti vorremmo investire in qualcos’altro, ma il problema è che, a volte, bisogna investire in armamenti per assicurare la pace”. Ossia ribadisce anche l’obsoleto paradigma fondato sul pensiero magico del se vis pacem, para bellum. Non abbiamo mai speso tanto per preparare le guerre (2240 miliardi di dollari nel solo 2022) ed esse, infatti, dilagano ovunque (170 conflitti armati sul pianeta), perfino in Europa e non siamo mai stati così vicini alla mezzanotte nucleare (a soli 90 secondi, dice il Bollettino degli scienziati atomici; nel 1961 eravamo a 7 minuti). E’ necessario ribaltare, dunque, l’irrazionale paradigma che ancora guida le relazioni internazionali, costruendo e dando gambe e mezzi al paradigma opposto fondato sulla ragione: se vuoi la pace, prepara la pace. Trasformando anche lo strumento di misurazione dell’efficacia e sostenibilità delle guerre per “risolvere” i conflittti: non i metri persi o conquistati – “cento metri al giorno”, dice ancora Stoltenberg a proposito della controffensiva ucraina – ma le vite perse o, al contrario, risparmiate. Sarebbe un salto di civiltà, cioè di razionalità e responsabilità.

L’articolo è stato pubblicato su Annotazioni il 12 settembre 2023

La foto è di 首相官邸ホームページ da wikimedia

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Movimento pacifista più che mai in crescita negli Stati Uniti

Foto di codepinkalert

di Daniela Bezzi

Nell’anniversario del 24 febbraio, con le tantissime manifestazioni che in Italia e in tutta Europa, da Londra a Palermo, hanno riempito le piazze nel week end appena trascorso, ecco la consolazione di veder rinascere il movimento pacifista, e persino negli Stati Uniti! Siamo lontani dalle manifestazioni oceaniche che il 15 febbraio del 2003 cercarono vanamente di impedire l’invasione dell’Iraq, nonostante la definizione di ‘seconda potenza mondiale’. Ma un dato che i nostri governi non potranno ignorare è il declinante consenso per l’ulteriore invio di armi in Ucraina, che oltre a sottrarre risorse a tutti i malandati welfare del ‘blocco’ occidentale, avrebbe il solo effetto di prolungare il conflitto all’infinito (che però è quello che l’Industria delle Armi convintamente vuole).

E insomma, contrariamente a quanto gli stanchi dibattiti nei talk show vorrebbero farci credere, il sentiment è proprio cambiato: ecco levarsi sempre più forte e chiara la domanda di pace, come non hanno potuto fare a meno di registrare le foto che sono circolate in questi giorni dalla quantità di partecipatissime iniziative anti-war che si sono verificate in tutta Europa, e per l’appunto, anche oltreoceano. Perché oltre a superare tutte le altre potenze occidentali in termini di aiuti militari e finanziari all’Ucraina (stanziamenti pari a 73 miliardi di euro, la cifra più alta mai spesa dalla Casa Bianca) il più riluttante a prendere in considerazione qualsiasi soluzione negoziata è proprio l’entourage di Mr Biden.

Già da domenica 19 febbraio, in anticipo su tutte le città del blocco occidentale, ecco quella partecipatissima manifestazione intitolata Rabbia contro la macchina da guerra che ha coinvolto decine di organizzazioni diverse e migliaia di manifestanti a Washington DC (ne abbiamo dato notizia qui) per reiterare tre fondamentali richieste:

  • stop agli aiuti militari all’Ucraina in favore di ben più urgenti priorità per il popolo americano
  • massimo impegno sul piano diplomatico per l’immediato cessate il fuoco preliminare a seri negoziati di pace
  • e (udite udite) quanto mai urgente e necessario smantellamento della NATO, considerata (con una chiarezza non sempre altrettanto esplicita presso alcuni pacifisti di casa nostra) tra i principali ostacoli per un mondo di pace.

Tra i vari interventi dal palco, è stato particolarmente applaudito quello di Chris Hedges, giornalista pluripremiato, autore di una quantità di libri contro la guerra, che tra le altre cose ha elencato uno per uno i vari istituti, think thank, produttori di armi e di morte, accomunati dagli eterni interessi guerrafondai che hanno creato i presupposti anche di questo conflitto.

Ed ecco che anche lo scorso fine settimana, a partire da venerdì 24 febbraio, tutte le principali città degli Stati Uniti sono state teatro di manifestazioni promosse dalla galassia del movimento pacifista americano: New York, Boston, San Francisco, Philadelphia, e tantissime altre, si sono divise le piazze tra quanti manifestavano in sostegno dell’Ucraina invasa dalla Russia, e quanti reclamavano l’immediato cessate il fuoco da parte di entrambi gli attori di una guerra per procura che gli Stati Uniti non vedevano l’ora di ingaggiare con la Russia. Ennesimo episodio di quella guerra infinita che da decenni vede impegnato l’Impero Americano per alimentare appunto la War Machine e che subito dopo la Russia avrebbe come target la Cina.

Non a caso l’impegno di questo risorto movimento pacifista americano non si è esaurito con lo scorso week end, ma anzi sta registrando un crescendo di iniziative, sia in presenza che on line, in vista della prossima e ancor più importante convocazione del 18 marzo, per commemorare appunto il ventennale dell’invasione in Iraq, con una manifestazione che si preannuncia più partecipata che mai a Washington DC.

E basta andare sul sito di United National Antiwar Coalition, o anche di Answer Coalition oppure di Veterans for PeaceWorld Beyond WarThe People’s Forum, per non dire di quel formidabile movimento di donne (però non esclusivamente femminista) che è CodePink (alias Medea Benjamin, Marcy Winograd, Jodie Evans e tantissime altre attiviste a tutto campo) per capire che sarà una manifestazione ancora più forte e significativa di quella del 19 febbraio, con un fittissimo calendario di eventi preparatori, una quantità di bus che si stanno organizzando da ogni Stato della federazione, un programma di webinar di altissimo livello e contributi che sarebbero di grande interesse anche per noi e che per quanto possibile cercheremo di seguire anche su Pressenza.

Per esempio questa settimana è prevista una serie di interventi on line da parte di giornalisti e autori di indubbio valore con l’obiettivo di contrastare o come minimo indagare e se possibile decostruire la propaganda dei media mainstream, circa le superiori “ragioni” della proxy war con la Russia. Ieri sera c’era il giornalista franco-russo-americano Vladimir Posner, con un’accurata ricostruzione degli eventi che hanno preceduto il conflitto in corso, al punto da ribaltare quello scenario di pace che si era creato con la caduta del muro trent’anni fa, con l’attuale guerra senza possibilità di vittoria (come viene ormai definita) per cui guerra infinita.

Questa sera sarà la volta di Daniel Ellsberg in tema di Minaccia Nucleare e così via fino a venerdì sera, con le conclusioni di Medea Benjamin e Marcy Winograd, che proveranno a delineare possibili Percorsi di pace. E anche per l’8 marzo, Giornata Internazionale della Donna, il tema delle manifestazioni convocate da CodePink non potrà limitarsi alla violenza di genere, ma denuncerà in tutti i possibili slogan la violenza senza precedenti che il conflitto in corso già rappresenta per le popolazioni colpite e per tutto il genere umano, se dovesse degenerare (ipotesi tutt’altro che peregrina) in olocausto nucleare.

L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 28 febbraio 2023

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Da Washington DC si leva più forte e partecipata che mai la richiesta di pace

di Daniela Bezzi

Enorme, partecipatissima, coloratissima, sventolante delle bandiere e striscioni e messaggi più diversi: il movimento pacifista americano non ha aspettato la data del 24 febbraio, anniversario dell’invasione russa in Ucraina, per mobilitarsi. E basta passare qualche ora nel surfing tra le varie piattaforme sul web, e poi sui vari canali social, per capire che già da giorni (sebbene le notizie che riceviamo dagli Stati Uniti siano tutt’altre) è tutto un fervore di riunioni preparatorie o vere e proprie convocazioni.
Ed ecco infatti che già domenica 19 febbraio si sono radunati in migliaia per le strade di Washington, per protestare contro la politica guerrafondaia del governo USA, per la continua fornitura di armi dell’amministrazione Biden all’Ucraina e (udite udite) per mettere fine alla NATO.
I vari cortei si sono poi uniti alla manifestazione più importante numericamente, che si è tenuta di fronte al Lincoln Memorial, con il combattivo slogan Rage against the War Machine, ovvero Rabbia contro la macchina della guerra. Armati in realtà di pacifici cartelli e striscioni i manifestanti hanno ribadito in tutti i modi possibili l’urgenza di colloqui di pace e la necessità di mettere fine all’invio di aiuti finanziari e militari in Ucraina, considerata anche l’emergenza sociale che da tempo affligge un crescente numero di americani.

E prendendo spunto dal discusso ma indubbiamente esplosivo scoop pubblicato l’8 febbraio scorso dal pluripremiato giornalista Seymour Hersh circa il diretto coinvolgimento anzi direzione della NATO nel sabotaggio del gasdotto Nordstream 1 e 2 (che assicurava alla Germania e a tutti noi in Europa forniture di gas russo a condizioni straordinariamente convenienti, ma sgradite agli americani), molti slogan hanno scandito anche l’urgenza di mettere fine alla cosiddetta alleanza atlantica, ritenuta responsabile di troppe guerre e relativi crimini in tutto il mondo.

E insomma sarà pur vero che la stampa mainstream americana ha fatto di tutto per ignorare e se possibile denigrare persino una grande firma della statura di Seymour Hersh (come documenta una puntuale analisi su The Mint Press News). Ma così non è stato sul web, dove il suo dettagliato articolo ha avuto milioni di visualizzazioni in tutte le lingue del mondo, e dove le critiche e la prevedibile polarizzazione delle posizioni hanno sollecitato una quantità di interviste e complessivamente favorito la diffusione della notizia. E se in Europa, inspiegabilmente, non si sono registrate reazioni di nessun tipo, neppure tra la componente Verde del Parlamento tedesco rispetto a quello che (al di là di ogni considerazione) è stato anche un enorme disastro ambientale (300.000 tonnellate di metano disperse in un colpo solo nelle acque del Mar Baltico non sono uno scherzo), all’interno della multicolore galassia pacifista US ecco rafforzarsi ogni giorno di più l’indignazione per il danno, anzi crimine di guerra obiettivamente compiuto nei confronti di un governo sovrano come la Germania e contro quell’Europa di cui gli Stati Uniti sarebbero alleati!

All’inchiesta di Hersh ha fatto riferimento in particolare Dennis Kucinich, ex membro del Congresso nelle fila del Partito Democratico e sindaco di Cleveland, sottolineando che “il più grande talento della Casa Bianca è fabbricare disinformazione per meglio manipolare i media e creare divisione nell’opinione pubblica con le armi dell’odio e della paura, diffondendo ogni genere di notizie allarmistiche, che sono l’opposto di ogni democrazia.” E nel sollecitare al più presto una Commissione di Inchiesta che possa fare luce su quanto denunciato da Hersh, Kucinich ha promesso a nome dei manifestanti che ai responsabili non verrà data tregua. “Non ci fermeremo fino a che non saranno rivelati i nomi di chi ha commesso questo ennesimo crimine di guerra.”

Prima e dopo di lui hanno parlato Tulsi Gabbard, Ann Wright, Ron Paul e i vari portavoce delle tantissime organizzazioni che hanno aderito alla manifestazione, da Veterans for Peace e Bring our Troops Home, a TNT RadioWorld Beyond War, Actions4AssangeAntiWar.com e molte altre. Promossa dal Libertarian Party e dal People’s Party, l’iniziativa era stata concepita infatti all’insegna della massima convergenza di posizioni, e aperta al maggior numero di rappresentanze della società civile, unite dal comune obiettivo di mettere fine all’interventismo e allo stato di guerra permanente di cui gli Stati Uniti sono in effetti i principali responsabili o in qualche modo protagonisti dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi. E infatti dai filmati che si vedevano ieri sui canali social spiccava in particolare la varietà dei messaggi, sulla soleggiata spianata del Lincoln Memorial: gli striscioni di Abbasso NATO accanto a quelli di Free Julian Assange, un grande poster con il benevolo sorriso di Papa Francesco accanto alla bandiera rossa dei socialisti e così via.

Tra gli interventi più applauditi, quello di Chris Hedges, anche lui giornalista pluripremiato e autore di numerosi libri contro la guerra, oltre a servire come Ministro Presbiteriano. E non poteva mancare in chiusura di manifestazione un messaggio a distanza di Roger Waters, come sempre molto personale e coinvolgente nel ricordo della madre che quando era ragazzino gli raccomandava di “leggere, leggere, leggere, per imparare ad ascoltare le ragioni di chi magari non la pensa come vorremmo noi, ecc ecc…”. Decisamente da vedere questo messaggio di Roger Waters soprattutto dove si rivolge al Presidente Biden pregandolo di “fare la cosa giusta, do the right thing… interrompi le forniture di armi per una guerra che ha già causato fin troppi morti e che sta inesorabilmente precipitando nell’Armageddon nucleare…”

Niente da fare. Nelle stesse ore in cui di fronte alla Casa Bianca si levava così forte e chiara la richiesta di pace, Joe Biden si preparava a volare verso Kiev per la visita a sorpresa al protegè Zelensky: per assicurare a lui (e a tutti noi) che questa ennesima ‘guerra di libertà’ andrà avanti oltranza e whatever it takes.
Una cosa però è certa: la rinascita del movimento pacifista americano, come molti commentatori hanno detto a caldo e come non mancheremo di osservare nei prossimi giorni, con le tante manifestazioni previste in tutte le più importanti città degli Stati Uniti, New York, Boston, San Francisco, Filadelfia, Madison, Santa Fè andando verso il 24 febbraio sarà una marea. E speriamo che come già è successo per la guerra in Vietnam, la marea abbia ragione della War Machine.

L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 21 febbraio 2023

Foto di Daniel da Pixabay

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“Con le esercitazioni Nato in Sardegna è in atto un massacro”

di Silvia Tuzzi

Le forze Nato, con la complicità attiva del Ministero della Difesa, stanno compiendo un vero e proprio massacro in Sardegna (e non solo), dove militari e civili si ammalano e muoiono a causa dell’uranio impoverito. Lo sostiene l’Associazione nazionale vittime dell’uranio impoverito, secondo cui le bonifiche previste non hanno lo scopo di rendere più salubre l’ambiente ma solo quello di rendere possibili nuove esercitazioni.

Sardegna – L’Associazione nazionale vittime dell’uranio impoverito da diversi anni si impegna nella lotta per la verità e la giustizia per tutti i militari che sono stati contaminati dall’uranio impoverito e da metalli pesanti durante le cosiddette e surrettizie missioni umanitarie all’estero, ma anche a seguito dell’addestramento nei poligoni di guerra Nato, sul suolo italiano, come denuncia anche Emanuele Lepore portavoce dell’associazione.

Da chi è composta l’Associazione nazionale vittime dell’uranio impoverito?
Molti degli associati sono sardi, padri, madri, mogli, sorelle o anche fratelli di militari che si sono addestrati nei poligoni Nato in Sardegna e che sono deceduti o sono tuttora gravemente malati.

La lotta dell’Associazione è contro i poteri forti come la Nato.
La lotta dell’Associazione si lega alla lotta contro la Nato: tutti noi abbiamo interesse affinché i poligoni militari Nato in Sardegna vengano chiusi e bonificati, affinché nessuno più venga contaminato dall’inquinamento bellico dovuto ai giochi di guerra – o meglio alle nefandezze belliche – dove gli stessi militari spesso di truppa, e non i generali ai vertici, vengono utilizzati come carne da macello e bassa manovalanza e sacrificabile. Sottomessi e sacrificati al potere.

E l’interesse del Ministero della Difesa?
Ha stupito l’interesse del Ministero della Difesa nella bonifica della penisola Delta di Capo Teulada, penisola duramente bombardata con ogni sorta di armamenti e di cui stranamente sono state rese pubbliche liste molto vaghe e sintetiche.

La Penisola Delta Poligono di Capo Teulada, che sulla carta risulta inserita in una zona naturalistica protetta, è in realtà l’emblema della devastazione dovuta alle esercitazioni militari: in settant’anni di bombardamenti è stata colpita da milioni di proiettili, missili e razzi, tanto da essere dichiarata non bonificabile e interdetta agli stessi militari.
Stupisce, tra le altre problematiche, che l’interesse del Ministero della Difesa avvenga in un momento in cui alcuni ufficiali delle forze armate italiane sono sotto processo proprio per il disastro ambientale causato dall’esercitazione che qualcuno vorrebbe dare solo per presunta, nonostante la quarta commissione parlamentare di inchiesta sui danni da uranio impoverito, presieduta da Giampiero Scanu, abbia accertato a suo tempo le criticità ambientali dei poligoni di guerra Nato in Sardegna e nonostante lo stesso ministero negli anni abbia dichiarato imbonificabile proprio il poligono di capo Teulada.

Parliamo di Capo Teulada e l’innalzamento della soglia degli inquinanti.
Capo Teulada è un sito talmente inquinato che non è bastato l’innalzamento delle soglie di metalli pesanti – centuplicate nel 2014 con il via libera del disegno di legge “competitività” proposto dal governo Renzi – per far risultare accettabile il livello di inquinamento anche da un punto di vista burocratico.
Nel dispositivo visionabile sul sito della regione autonoma Sardegna si legge che la finalità dell’attività di rimozione dei residuati da esercitazione è quella di ripristinare le condizioni del poligono Delta per consentire il normale transito in sicurezza e consentire l’utilizzo futuro dello stesso quale zona bersaglio per “arrivo colpi”, che sarà delimitata con materiale ecosostenibile e collocata all’interno di un sito privo di essenze arboree pregiate. In tale quadro si intende avviare con l’impiego di assetti specialistici le attività necessarie alla rimozione di tutti i residuati da esercitazione, fino alla profondità di un metro presenti nell’area in questione e classificabili e smaltibili a norma di legge come rifiuti.

A nome dell’Associazione delle vittime occorre approntare bonifiche valide e serie.
Questo significa che l’area deve essere resa agibile a nuove esercitazioni? Poniamo questi quesiti da parte di tutte le vittime e i malati oncologici, che oltre trecento sentenze hanno accertato correlati alla contaminazione da metalli pesanti utilizzati in vari tipi di munizionamento: l’uranio impoverito, il Torio 232 e gli altri agenti si rilevano solo da un metro di profondità? L’acqua e l’aria non sono oggetto di esame? Le tonnellate di nanopolveri, residui delle esplosioni che viaggiano per chilometri trasportati dal vento ,sono considerate residuato da esercitazione?
E ancora: l’uranio impoverito e altri metalli pesanti sono considerati smistabili come rifiuti? Se hanno intenzione di bonificare come è stato fatto fare ai militari italiani in Bosnia, Serbia, Afghanistan, Iraq allora conosciamo bene la metodologia, ma circa ottomila malati di tumore e quattrocento morti stanno a testimoniare che tali bonifiche non sono servite a molto, anzi.

La popolazione serba può essere considerata vittima della Nato?
La popolazione serba – che sconta un aumento dell’incidenza tumorale da quando la Nato nel 1999 ha scaricato sul suo paese quindici tonnellate di uranio impoverito – non è molto convinta delle bonifiche che sono state effettuate con la stessa metodologia ripresa dai manuali di bonifica delle forze armate.

Capo Teulada vittima dei poteri forti?
L’operazione di bonifica del poligono di capo Teulada serve a un doppio scopo: il primo è riprendere le esercitazioni rese impossibili dagli inerti inesplosi. Non è un problema di salute pubblica, di recupero di un territorio, ma solo di garantire la continuità delle esercitazioni Nato e possibilità di scaricare la peggiore immondizia, che spesso viene chiamata anche “armi convenzionali”.
In secondo luogo, è un’operazione utile a confondere le acque e dare elementi così contrastanti di valutazione utili a far assolvere in qualche modo gli ufficiali coinvolti nel processo in corso proprio sul disastro ambientale di Teulada, in maniera simile a come hanno fatto con i rilevamenti e le indagini discutibili per dare elementi probatori contrastanti nel processo sui veleni di Quirra.

Sono quindi necessarie bonifiche vere e non fasulle con l’innalzamento dei livelli degli inquinanti.
Le bonifiche sono necessarie, ma devono essere quelle vere: tracciare i metalli pesanti dispersi nell’ambiente, attuare le misure necessarie per bonificarli, impedire che le nuove esercitazioni depositino ancora altri metalli pesanti prodotti da sempre più aggiornati e sofisticati armamenti, altamente distruttivi e inquinanti.
È necessario quindi vigilare sulle manovre che i poteri forti stanno portando avanti e cercare di imporre delle bonifiche reali, trasparenti, che siano controllate da organi esterni, dalle associazioni che si occupano del problema e che hanno chiara l’idea di cosa vuol dire risolvere una questione così complessa.

L’Associazione nazionale vittime dell’uranio impoverito è per la pace e contro ogni guerra?
L’Associazione nazionale vittime dell’uranio impoverito è al fianco della lotta contro la Nato, perché abbiamo un interesse comune: portare a termine il massacro che il Ministero della Difesa promuove a danni dei suoi stessi militari e della popolazione civile che vive e lavora nei pressi dei poligoni di guerra in Sardegna. La società civile e l’associazionismo sono disponibili quindi a compiere la strada necessaria e percorrere il cammino di pace e nonviolenza che possono portarci all’interdizione dei poligoni, alla loro reale bonifica e alla tutela della salute collettiva.

L’articolo è stato pubblicato su Unimondo il 10 febbraio 2023

La Foto è di Catalania da pixabay

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La Nato ripudia la pace

di Pietro Caresana

Circa 200 persone hanno partecipato, dibattuto e ascoltato le relazioni proposte nella due giorni Il futuro è Nato?, organizzata tra 4 e 5 febbraio da una rete di realtà pacifiste e contro il nucleare nella suggestiva sede del Castello dei Missionari Comboniani a Venegono Superiore, in provincia di Varese.

In veste di ospiti sono intervenuti, chi in presenza chi online, Manlio Dinucci, Jean Toschi Marazzani Visconti, Alberto Negri, Antonio Mazzeo, Rossana De Simone, Claudio Giangiacomo, Patrick Boylan, monsignor Luigi Bettazzi, Mario Agostinelli e padre Alex Zanotelli.

Se l’idea di futuro auspicabile che si ha vede un pianeta in pace, senza conflitti e devastazioni nucleari, senza crisi ambientale e all’insegna del rispetto dei diritti umani, allora si può affermare senza remore che il futuro non è affatto Nato. Anzi, la situazione geopolitica che l’umanità sta vivendo dovrebbe far parlare piuttosto di un futuro morente. Nel corso della due giorni, estremamente densa per la quantità di contributi apportati, dati sciorinati ed esempi riferiti, è infatti emerso con chiarezza come l’assetto di potere contemporaneo minacci in modo molto serio il destino dell’umanità.

Chiunque si occupi di pace non può non intersecare il discorso sul nucleare, quello ambientale e, appunto, quello che porta a discutere e criticare il ruolo di controllo autoconferitosi dal Patto Atlantico. Sono tre temi connessi e di uguale gravità ma, come è emerso in diverse relazioni, il denominatore comune sembra essere l’egemonia della Nato sulla situazione globale. Agostinelli nel suo intervento ha fatto infatti notare che il leitmotiv del XX e del XXI secolo sembra essere l’idea che non ci sia spazio per tutti sotto il sole del potere e del benessere e ciò conduce fisiologicamente a una lotta per l’egemonia per cui il blocco vincitore della Guerra Fredda (quello imperialista statunitense) deve trovare ed eliminare qualunque potenziale concorrente.

Dunque, si spiegano le infiltrazioni americane nella costellazione di conflitti (Jugoslavia, Iraq e Libia per fare alcuni eclatanti esempi) scoppiati a seguito del crollo dell’Urss. Toschi e Dinucci hanno mostrato, l’una ripercorrendo la storia dell’influenza bellica dei quadri di potere occidentali dal ’45 a oggi, l’altro ricordando che l’attuale conflitto russo-ucraino è ben più che un’alzata di capo estemporanea di Putin, come il disegno di presa di potere globale della Nato abbia fortemente connotato e determinato la storia di guerra contemporanea.

Un trascorso bellico che, ha sottolineato Negri, si fonda sul mito della vittoria totale; una sorta di ideologia del conflitto che da una parte alimenta le mire espansionistiche occidentali e dall’altra, nel caso specifico, porta a pensare che la questione russo-ucraina possa risolversi con la vittoria definitiva di una delle due parti. Questo tipo di ragionamento, è evidente, incentiva il protrarsi delle ostilità allontanando ogni possibilità di reale negoziato (e va sottolineato che non negoziano mai direttamente i cittadini indifesi o le persone che vorrebbero la pace, ma solo leader che hanno più interessi a far combattere che a riappacificare).

L’Unione Europea potrebbe, almeno teoricamente, far valere la propria voce per una cessazione dei combattimenti, ma la sua storia recente testimonia un pressoché totale allineamento rispetto alle decisioni statunitensi. L’Italia stessa è coinvolta in prima linea come complice dei signori della guerra, lo testimoniano le basi Nato diffuse per il paese così come l’accoglienza incostituzionale di testate nucleari sul proprio territorio. Mazzeo e Giangiacomo, rispettivamente, hanno messo in luce lo slittamento del Patto Atlantico da una funzione prettamente difensiva a una preventiva. Ciò comporta una generalizzazione del concetto di “pericolo” e “nemico” (che in epoca finanziaria capitalista diventa, più propriamente, “concorrente”) che consente uno spazio di manovra ampio anche nel concepire di essere la potenza che fa la prima mossa: che impiega cioè le armi, anche atomiche, per fini offensivi.

Fa gioco in questo senso che il nemico, come si diceva, dopo il ’91 molto meno semplice da definire, siano stati i terroristi per il primo quindicennio del 2000 e ora, ancora più genericamente, siano le cosiddette minacce ibride. Aumenta la viscosità di una controparte invisibile forse perché inesistente e di conseguenza aumenta il controllo delle libertà che chi come promette di fare la Nato ha intenzione di difendere l’Occidente può esercitare sui cittadini dei propri Paesi.

D’altra parte, gli Stati hanno completamente perso il proprio potere giurisdizionale se è vero che, come testimonia anche il parere giuridico commissionato a Ialana e sintetizzato in un testo di cui si sta parlando molto negli ultimi tempi, il nucleare sul suolo italiano è anticostituzionale. Inoltre, De Simone ha testimoniato del peso della diffida, da parte della Nato ai suoi membri, dal firmare il trattato di proibizione del nucleare del 2021. Data la posta di potere in gioco a quel tavolo, è molto difficile convincere uno Stato ad andare contro i dettami di questa entità internazionale.

Di fronte a questo sconfortante scenario di esautorazione statale e dominio globale, sembra ci siano pochi strumenti per costruire un futuro di pace. Eppure, come hanno sottolineato tanto monsignor Bettazzi che padre Zanotelli, la guerra è una follia che non può che decretare la fine dell’umanità. Attraverso la lente cristiana di cui sono portatori, i due relatori nei loro discorsi hanno parlato dell’assurdità di fare guerra per fermare la guerra e hanno ricordato che, anche a livello pontificio, l’idea di guerra giusta è ormai ampiamente superata. Non resta che l’irrazionalità del conflitto, un delirio che solo una reale democratizzazione dell’Onu, tramite il superamento del sistema per veti, e la costruzione di una mentalità nonviolenta possono fermare.

L’urgenza di una cessazione dei conflitti, come se non bastasse, è anche ambientale: il nucleare ma anche le armi non atomiche sono una condanna per gli ecosistemi. Se si uniscono gli effetti deleteri di bombe e inquinamento “normale”, l’urgenza di una transizione ecologica che sia anche pacifica è impellente sia sul piano climatico che su quello della giustizia sociale.

Egemonia Nato e crisi socio-economica e ambientale sono insomma i principali tre problemi emersi dai momenti di conferenza tenutisi a Venegono. C’è però qualcosa che, anche come singoli, si può fare per impegnarsi nella costruzione di un futuro vivibile e pacifico. Zanotelli ha indicato una serie di azioni di resistenza al mercato della guerra: obiezione di coscienza alla leva, opzione (devolvere soldi a cause di pace e nonviolenza) se non obiezione fiscale e boicottaggio delle banche armate (Unicredit, Deutsche Bank e Intesa Sanpaolo le tre principali) sono tre strumenti che ciascuno può adottare, nonostante il loro costo e la loro difficoltà per il singolo. Inoltre, Toschi ha rilanciato la campagna Fuori l’Italia dalla guerra, piattaforma pacifista di massa critica trasversale ad ogni credo, provenienza ed ideologia e appartenenza politica. Un altro strumento individuale, proposto da Boylan, è inoltre «informarsi meglio per protestare meglio»: le politiche belliche della Nato si fondano su un’informazione di parte, spesso falsa e altrettanto frequentemente parziale. Un pubblico non critico non può essere efficace nel costruire una massa di resistenza pacifista; serve documentarsi attraverso fonti alternative, non allineate e, soprattutto, non sempre occidentali per sfuggire alle vere e proprie bolle informative-narrative che vengono a costruirsi attraverso i canali di grande distribuzione informazionale.

Nella propria eterogeneità di vedute, retroterra politici e sfaccettature, il congresso Il futuro è Nato? ha dato varie chiavi di lettura per un presente armato che è urgente sovvertire. Per discutere di altre esperienze di pace e opposizione al sistema egemone Nato, la sessione pomeridiana di domenica 5 febbraio è stata dedicata al confronto tra le realtà ed i singoli aderenti, per progettare un futuro solidale, ecologico e pacifico anche a partire dall’azione locale.

L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 6 febbraio 2023
La foto è di Alexander Antropov da
Pixabay

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