Sul razzismo è meglio capirsi

Prima pagina del Corriere della Sera dell’11 novembre 1938 sulla promulgazione delle leggi razziali fasciste.

di Annamaria Rivera

Come premessa, conviene rimarcare che il termine “razzismo”, al singolare, è preferibile a “razzismi”, se si vuole cogliere il carattere unitario del concetto, al di là delle variazioni storiche ed empiriche del fenomeno. Paradossalmente, per nominare un tale sistemasiamo costretti/e a usare un lemma la cui etimologia rimanda alla credenza nell’esistenza delle “razze”, criticata e poi abbandonata da una buona parte delle stesse scienze sociali e biologiche che avevano contribuito a elaborarla. “Razza” è, infatti, una pseudocategoria tanto infondata quanto paradossale, essendo basata sul postulato che istituisce un rapporto deterministico fra caratteri somatici, fisici, genetici e caratteri psicologici, intellettivi, culturali, sociali.
In sintesi, il razzismo è definibile come un sistema di credenze, rappresentazioni, norme, discorsi, comportamenti, pratiche, atti politici e sociali, volti a svalorizzare, stigmatizzare, discriminare, inferiorizzare, subordinare, segregare, perseguitare categorie di persone alterizzate, e ciò fino alla strage e allo sterminio.
Scrivo alterizzate poiché nella realtà fattuale, il “colore” o l’effettiva distanza culturale e/o sociale dal noi sono alquanto irrilevanti nella scelta delle vittime, come comprova la tragica storia dell’antisemitismo. Lo stigma applicato a certe categorie di persone può prescindere da qualsiasi differenza somatica, fenotipica, culturale o relativa alla provenienza, essendo l’esito di un processo di costruzione sociale, simbolica, politica.
Basta dire che nella geometria variabile del razzismo italiano dei decenni più recenti, il ruolo di capri espiatori e di bersagli di campagne allarmistiche è stato attribuito, di volta in volta e fra gli altri e le altre, a persone migranti albanesi, “slave”, romene, delle quali, fino a prova contraria, non si può dire che siano “negri/e”, oppure che siano estranei/e alla storia e alla cultura europee.
Il razzismo diviene sistemico quando è direttamente o indirettamente incoraggiato o legittimato da istituzioni, nazionali e sovranazionali, nonché da mezzi di comunicazione. Quando l’intolleranza “spontanea” verso determinati gruppi o minoranze, diffusa nella società, è avallata e legittimata da istituzioni, anche europee, e da apparati dello Stato, nonché dalla propaganda e da una parte del sistema dell’informazione, è allora che s’innesca il circolo vizioso del razzismo.
Il sistema-razzismo è il più delle volte sorretto da dispositivi simbolici, comunicativi, linguistici, che sono in grado di agire sul sociale, producendo e riproducendo discriminazioni e ineguaglianze. Soprattutto esso è riprodotto, avvalorato, legittimato da un complesso di leggi, norme, procedure e pratiche routinarie: ciò che viene detto razzismo istituzionale, il quale finisce per generare non solo discriminazione, ma anche stratificazione di disuguaglianze in termini di accesso a risorse sociali, materiali, simboliche (status, cittadinanza, lavoro, servizi sociali, istruzione, conoscenza, informazione…).
A tal proposito, esemplare è il caso della delegittimazione istituzionale, se non della criminalizzazione, non solo delle ONG che praticano ricerca e soccorso in mare, ma anche di chiunque, fosse pure individualmente, compia gesti di solidarietà verso persone profughe e migranti. Tutto ciò per non dire del contributo delle istituzioni italiane alla strage di persone profughe e migranti, del quale uno dei pilastri è costituito dal Memorandum d’intesa fra la Libia e l’Italia, la quale in tal modo legittima non solo le stragi nel Mediterraneo, ma anche gli orrori compiuti dalla cosiddetta Guardia costiera libica e quelli che si consumano nei “centri di accoglienza per migranti”, in realtà degli autentici lager.   
È indubbio che un tale esempio dall’alto non faccia che incoraggiare e legittimare intolleranza e razzismo “dal basso”. Per limitarci all’Italia, si potrebbero citare i numerosi episodi di barricate (reali o simboliche) contro l’arrivo di richiedenti-asilo; ma anche le sempre più numerose rivolte, dette spontanee, in quartieri popolari, contro l’assegnazione di alloggi a famiglie di origine immigrata. E’ ben noto: più che mai in tempi di crisi, ma anche allorché le rivendicazioni sociali e il conflitto di classe (come si diceva un tempo) non hanno più lingua e forme in cui esprimersi, accade che il disagio economico e sociale e il senso di abbandono da parte delle istituzioni alimentino risentimento e ricerca del capro espiatorio.
Tuttavia, in questi casi non potrebbe essere più impropria e ingannevole la formula “guerra tra poveri”, che, solo in apparenza non-razzista, finisce per rappresentare aggressori e aggrediti/e quali vittime simmetriche; e per fare delle persone indigenti “in guerra tra loro” gli attori unici o principali della scena razzista. In realtà, a socializzare, manipolare, deviare il rancore collettivo, istigando e talvolta perfino guidando tali rivolte, sono spesso militanti di gruppi di estrema destra. In tal caso, il circolo vizioso del razzismo non fa che produrre, se non il rafforzamento, comunque la legittimazione, per quanto possa essere implicita o involontaria, della destra neofascista.
Lo schema ideologico e narrativo che fa perno sulla locuzione “guerra tra poveri” è, in fondo, simmetrico o contiguo a quello che s’incentra sulle antitesi-chiave sicurezza/insicurezza, decoro/degradoE a proposito di circolo vizioso del razzismo, non è casuale che tali antitesi abbondino, in particolare, nel testo della legge Minniti del 18 aprile 2017, n. 48 («Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città»).
In fondo, tale legge non fa che tradurre e legittimare la percezione comune per la quale migranti, rifugiati/e, rom, senzatetto, marginali sarebbero importatori di degrado, insicurezza, disordine sociale. In definitiva, essa tematizza in termini di pericolosità sociale lo stile e le pratiche di vita, spesso imposte, di coloro che sono considerati/e “fuori norma”.
Per tentare di spezzare o almeno incrinare il circolo vizioso del razzismo occorrerebbe costruire un ampio movimento di massa antirazzista, degno di un’impresa così ardua. Attualmente siamo alquanto lontani/e da una simile prospettiva.

L’articolo è stato pubblicato su COMUNE-INFO il 20 gennaio 2022

Per una produzione pubblica internazionale dei vaccini

di Lidia Demontis e Roberto Faure

 

Nel dibattito in corso sulla liberalizzazione dei brevetti risulta interessante la tesi di Massimo Florio (1): la invenzione e produzione di vaccini andrebbe affidata a infrastrutture pubbliche di ricerca internazionali sul modello dell’ESA (Agenzia spaziale europea) e del CERN (Conseil européen pour la recherche nucléaire).
Il modello in auge invece è il seguente: la ricerca scientifica viene fatta con denaro e mezzi pubblici, nelle università e nei centri di ricerca, che pubblicano le scoperte e metodologie scientifiche senza lucro alcuno, mentre le grandi imprese private, come le case farmaceutiche, intervengono nell’”ultimo miglio” del processo di ricerca e sviluppo, utilizzando il frutto del lavoro dei ricercatori pagati col denaro pubblico, per fare brevetti privati.
A dimostrazione di quanto sia possibile una produzione pubblica di vaccini, c’è anche l’esempio cubano (2): già tre vaccini sono in produzione ed uso, con risultati migliori di qualsiasi paese nel mondo, e costi molto minori di ogni altro vaccino brevettato; nonostante il pluridecennale embargo degli USA sul commercio con qualsiasi impresa cubana e la scarsa disponibilità finanziaria del governo cubano.
È di dicembre la notizia che è già in produzione in India, da parte dell’impresa indiana Biological E, il vaccino Corbevax (3), progettato da un ente pubblico, il Children’s Hospital del Texas, senza brevetto. Il costo è di 2,5 dollari a dose, un decimo dei vaccini brevettati da multinazionali private.
Il vaccino del Texas Children’s Hospital è stato sviluppato con 7 milioni di dollari provenienti principalmente da investitori privati (tra cui il produttore della Vodka Tito). Uno dei progettisti del vaccino insieme a Maria Elena Bottazzi, Peter Hotez, dipendente dell’ospedale pubblico, ha detto: “Se avessimo avuto solo una frazione del finanziamento che ha avuto Moderna, chissà, forse il mondo sarebbe già vaccinato in questo momento. Non avremmo alcuna discussione su Omicron“.
Per avere un’idea delle cifre, “su 210 principi attivi (new molecular entities) approvati da Food and Drug Administration, l’agenzia USA del farmaco, … NIH [l’agenzia governativa di tutela della salute] ha contribuito alla ricerca su ognuno di questi 210 principi attivi mediamente per 840 milioni di dollari (2010-2016)” (Florio M., La privatizzazione della conoscenza, cit. p. 105) (1).
L’agenzia COVAX dell’ONU incaricata della distribuzione dei vaccini nei paesi a basso reddito non si è dimostrata efficace (4); il fallimento di COVAX è dovuto alla sua scelta di operare senza contestare il principio privatistico del profitto posto a base del sistema dei brevetti.
Molti oggi sostengono la richiesta di India e Sudafrica di imporre la licenza obbligatoria sui brevetti dei vaccini Covid, cioè il diritto degli stati poveri di far produrre vaccini senza pagare il prezzo della licenza di brevetto alle multinazionali proprietarie.
L’istituto della sospensione dei diritti di brevetto – licenza obbligatoria – (6) è frutto di un precedente storico (5). In Sudafrica nel 1997 col nuovo presidente Mandela si pose il problema della pandemia di Aids tra la popolazione che causava milioni di morti. E benché già esistessero farmaci antiretrovirali efficaci, questi non erano disponibili per i paesi poveri dell’Africa per i prezzi elevatissimi causati dal costo del brevetto sui farmaci.
Con Mandela il Congresso sudafricano approvò una legge che autorizzava la produzione dei farmaci per l’Aids senza pagare la rendita chiesta dalle multinazionali titolari del brevetto.
Il Wto (Organizzazione mondale del commercio) su denuncia delle multinazionali farmaceutiche ordinò al Sudafrica di cessare la produzione di farmaci anti Aids brevettati.
Nel 2001 a Doha, nella riunione del WTO si discusse della vicenda dei farmaci sudafricani senza brevetto; la pressione e l’indignazione internazionale portarono all’approvazione di una modifica del trattato internazionale TRIPs, articolo 31, che sancisce il principio capitalistico del brevetto. Venne introdotta una clausola di eccezione che vige ancora oggi: in condizioni straordinarie di pandemia che mette a rischio la vita dei propri cittadini, uno Stato può far produrre un farmaco senza pagare quanto chiedono i titolari del brevetto.
In Italia il riconoscimento giuridico dei diritti di brevetto per i prodotti medicinali e farmaceutici è relativamente recente. La legge piemontese e preunitaria (legge 18 marzo 1855 n. 782) disponeva con chiarezza: non possono costituire argomento di privativa i medicamenti di qualunque specie. Per iniziativa di Carlo Farini la disposizione fu estesa al Regno d’Italia con R.D. 30 ottobre 1859 (articolo 6) a firma di Vittorio Emanuele II. Successivamente il divieto fu confermato con l’art. 14 del R.D. 29 giugno 1939 n. 1127, questa volta a firma di Vittorio Emanuele III. Per circa 120 anni, fino al 1978, il principio venne mantenuto, in quanto la privativa in materia sanitaria era considerata un ostacolo allo sviluppo scientifico e tecnologico libero da speculazioni, con effetti deleteri anche sulla ricerca. Ma le principali case farmaceutiche italiane e straniere aprirono il contenzioso, con il patrocinio dei migliori civilisti italiani, e la questione fu rimessa al vaglio della Corte Costituzionale. Con la sentenza n. 20 del 9 marzo 1978 Astra Pharmaceutica, Ciba e altre importanti big pharma la spuntarono; la Consulta, con decisione immediatamente esecutiva e vincolante per l’intero ordinamento nazionale, legittimò lo strumento del brevetto (privativa) in ambito sanitario e farmaceutico, senza limiti, cancellando il divieto senza necessità di intervento parlamentare (6). Ma se ne parlò molto poco: non c’erano pandemie e pochi giorni dopo le prime pagine dei quotidiani erano dedicate al sequestro dell’onorevole Aldo Moro.
Di fronte al fatto che solo l’1% della popolazione dei paesi poveri è vaccinata, nel 2020 India e Sudafrica hanno chiesto di attivare la clausola inserita nell’art. 31 Trips e di poter produrre vaccini a basso costo senza pagare per i brevetti, anche per prevenire la diffusione del virus che causa nuove varianti (8).
L’amministrazione USA con Trump, e l’Unione europea, con anche il vergognoso parere negativo del governo Italiano, hanno rifiutato la richiesta di India e Sudafrica. Oggi il nuovo presidente statunitense Biden dice di sostenere la richiesta di India e Sudafrica, ma il parere dell’U.E. continua a determinare la situazione attuale. La scelta di garantire i profitti da brevetto a scapito di milioni di morti non vaccinati è mostruosa, miope e stupida.
L’India è già in grado di produrre miliardi di vaccini per vaccinare a basso costo tutto il mondo.
Noi speriamo di poter partecipare ad un movimento internazionale che imponga la licenza obbligatoria sui vaccini per il Covid (7); il tempo e la strage crescente prodotta dall’indegno brevetto farmaceutico ci daranno inevitabilmente ragione.
Ma la nostra speranza va oltre. Secondo noi tutti i diritti di brevetto non hanno la giustificazione che viene divulgata storicamente ed ancora oggi, cioè la retribuzione dei contributi al progresso tecnologico; il regime di concorrenza che è presupposto della “nobile gara” tra produttori innovativi è una fola, i brevetti redditizi sono nelle mani di un oligopolio di multinazionali che non si fanno nessuna concorrenza ma programmano solo un trasferimento di ricchezza dalle tasche dei meno abbienti a quelle dei più ricchi. Ciò con la connivenza di governi venduti che finanziano col denaro pubblico la ricerca scientifica, ricerca da cui attingono a piene mani le multinazionali per poi brevettare e guadagnare col frutto del lavoro di altri, i ricercatori delle università e istituzioni pubbliche (1).
La recinzione e l’appropriazione del frutto dell’ingegno umano è garantita solo dalla legge; la legge va cambiata.
I frutti tecnologici dell’ingegno umano sono beni comuni globali come le scoperte scientifiche; pertanto andrebbero gestiti e remunerati da organi pubblici che per legge hanno il precipuo fine della pubblica utilità e non del profitto.
Il caso del brevetto privato sui vaccini Covid, come fu quello sui farmaci retrovirali per l’HIV, è particolarmente significativo ed odioso. Ma vorremmo andare oltre.
Bisogna cogliere questa occasione per porre le condizioni di un cambiamento prima culturale e poi giuridico rispetto al concetto stesso di diritto di brevetto, per arrivare alla sua eliminazione.
I danni prodotti dalla pandemia sono stati moltiplicati dalla gestione capitalistica; la privatizzazione della sanità ha causato migliaia di morti, come ha dimostrato sino dal 2020 il modello lombardo.
È importante, in questo momento, che vi sia una presenza tangibile di pressione politica per una gestione della sanità come bene pubblico globale.
L’apparato mediatico del potere ha scelto come unico movimento contrario al programma sanitario governativo quello minoritario, interclassista e confuso percepito e classificato come genericamente no-vax; e nel contenitore così costruito si diluiscono e si spengono anche tutte le critiche al c.d. green pass, pur se fra loro diverse per ideologia, obiettivi, motivazioni. L’immagine complessiva che ne esce, con piena soddisfazione del governo, è quella di una setta suicidaria, quella degli antivaccinisti. La recentissima conferenza stampa dell’ineffabile Mario Draghi costituisce la piena conferma del meccanismo perverso elaborato con il preciso scopo di continuare a far soldi senza incontrare opposizione reale; intanto la maggioranza sta alla finestra, muta e paralizzata dal timore di aiutare l’avversario, dividere il fronte progressista (di cui, peraltro, al momento è difficile trovare traccia) o magari di irritare la parte nobile nell’ambito di chi si oppone al green pass sventolando la bandiera della libertà.
Sperare di sconfiggere il regime capitalista dei brevetti forse oggi è utopistico, domani chissà. Ma probabilmente molto meno utopistico di chi accetta ingenuamente il ruolo di oppositore interclassista, identificando i timori della maggioranza con i programmi del governo, senza comprendere come nel programma di governo rientri proprio lo scontro maggioranza-minoranza senza toccare la struttura sanitaria e l’indirizzo della ricerca. In realtà, riprendersi la piazza su obiettivi semplici, e condivisi dalla maggioranza, è un obiettivo praticabile. Dunque?
Abbasso il trattato TRIPs sui brevetti. Morte al diritto di brevetto. Viva la produzione pubblica internazionale dei vaccini.

* Gli autori ringraziano Gianni Giovannelli per le integrazioni e i suggerimenti.

NOTE
(1) Massimo Florio, La privatizzazione della conoscenza, ottobre 2021, ed. Tempi nuovi; https://ilmanifesto.it/massimo-florio-abbiamo-regalato-la-ricerca-pubblica-alle-imprese/ ; https://www.radiopopolare.it/podcast/memos-di-gio-13-05-21/ ; https://www.youtube.com/watch?v=LfrOmf5EmTo&ab_channel=FondazioneRobertoFranceschiOnlus
(2) Fabrizio Chiodo: https://www.youtube.com/watch?v=UszIcY97Gxo&ab_channel=FondazioneGramsciEmilia-Romagna; https://www.fanpage.it/esteri/il-miracolo-cuba-7-morti-in-una-settimana-e-il-90-di-vaccinati-compresi-i-bambini-di-2-anni/ ; https://jacobinitalia.it/la-speranza-del-vaccino-cubano/
(3) https://www.ilsole24ore.com/art/dal-texas-arriva-vaccino-proteico-libero-brevetti-AEYhSJ6
https://www.washingtonpost.com/world/2021/12/30/corbevax-texas-childrens-covid-vaccine/ 
(4) Il fallimento cocente del programma Covax, – Andrea Capocci, 05.01.2022, Il Manifesto.
(5) https://www.avvenire.it/mondo/pagine/coronavirus-vaccini-india-sudafrica-proposta
(6) https://www.altalex.com/documents/news/2021/11/08/brevetti-farmaceutici-vaccini-e-concorrenza
(7) https://www.emergency.it/blog/pace-e-diritti/l-impegno-dell-italia-per-un-accesso-equo-e-gratuito-ai-vaccini-contro-il-covid-19-lettera-appello-al-governo-italiano/
(8) https://www.radiondadurto.org/2021/11/30/omicron-corrispondenza-dal-sudafrica-con-laura-burocco/

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 12 gennaio 2022

San Giorgio e il Draghi (Adda venì San Giorgio)

San Giorgio in lotta col drago” di Vittore Carpaccio

Ecco la fiera con la coda aguzza
Che passa i  monti, e rompe i  muri e l’armi:
Ecco colei che tutto il mondo appuzza!
Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
E accennolle che venisse a proda,
Vicino al fin dei passeggiati marmi.
E quella sozza immagine di froda
Sen venne, e arrivò la testa e il busto;
Ma in su la riva non trasse la coda.
La faccia sua era d’uom giusto,
Tanto benigna avea di fuor la pelle;
E d’un serpente tutto l’altro fusto.

(Dante, Inferno, canto XVII)

di Gianni Giovannelli

Prologo

Nel 1969, un po’ a sorpresa, la chiesa cattolica decise di declassare San Giorgio; ora, nella liturgia, la memoria a lui dedicata è solo facoltativa, non più obbligatoria. La ragione del provvedimento trova la sua radice nell’assenza di fonti storiche certe che lo riguardino e possano essere di supporto al culto dei fedeli. Esiste infatti unicamente una Passio Sancti Georgii che riporta dati biografici e descrive episodi significativi della sua vita; ma già nel 496 il Decretum Gelasianum aveva bollato l’opera come apocrifa. Per quanto ne sappiamo nacque in Cappadocia e morì giovane, nel 303,  in Anatolia; oggi sarebbe un suddito del perfido Erdogan, tiranno poco incline a trattar bene tipi come lui. Ma anche sotto Diocleziano non gli andò meglio, e ci rimise la testa. Nonostante la degradazione pontificia, il culto di San Giorgio gode ancora di ottima salute presso tutte le chiese cristiane, d’oriente e d’occidente; l’indipendentismo popolare catalano, durante le proteste,  invoca a gran voce Jordi chiedendo la sua protezione contro la monarchia spagnola. In Inghilterra e in Portogallo, a Genova Ferrara e Reggio Calabria, in centinaia di località dei cinque continenti, il 23 aprile si festeggia questo battagliero tropeoforo (il vittorioso), patrono di chi si batte contro i soprusi. Secondo la leggenda (o secondo la storia per chi crede) in una cittadina libica, Silena, c’era un drago che viveva nel lago e che aveva l’abitudine di uccidere gli abitanti con il suo alito mefitico, pretendendo sacrifici umani per limitare i danni. San Giorgio, simbolo della fede che trionfa sul maligno, uccise, come noto, il mostro, salvando l’immancabile principessa che stava per essere immolata. Durante il Medio Evo il delta del Po, infestato dalla malaria e veicolo di contagio, era considerato una terra del drago; nella bassa padana numerosi devoti imploravano San Giorgio, eletto patrono in più parti, perché li liberasse dalle angherie della belva prodigiosa e al tempo stesso li guarisse dalle conseguenze del miasma. Per questo è ancora oggi il santo protettore contro  ogni epidemia (e a maggior ragione contro ogni pandemia, Covid compreso) e contro ogni genere di Draghi.

Il dispotismo si va consolidando

È mia convinta opinione che sia improprio ricondurre nella categoria dello stato di eccezione il costante stravolgimento delle regole e del diritto positivo, ad opera del governo in carica e delle istituzioni pubbliche o private. Per quanto possa assumere caratteristiche di continuità prolungata, in contrasto con la pretesa temporaneità, uno stato di eccezione prevede comunque, per sua stessa definizione, la contestuale esistenza, almeno astratta, di un contrapposto  stato di diritto, sospeso o perfino abrogato, ma pur sempre reale. In assenza di un puntuale riferimento al sistema complessivo infranto viene meno anche la sua eccezione, per mancanza di regola.

Il dispotismo non si cura invece di giustificare le proprie decisioni rispetto a norme che non intende minimamente riconoscere quale limite a quanto programmato come necessario all’esecuzione di un determinato programma politico, economico o sociale. Non riconosce neppure la supremazia di valori etici o religiosi, sindacali o libertari, si muove parallelamente indifferente, pronto a sbarazzarsi degli ostacoli che si parano dinnanzi al risultato da conseguire. Gli ostacoli sono solo ostacoli, non meritano rispetto perché in nessun caso possono elevarsi al rango di regole cui ci si deve piegare. Il primo pilastro del dispotismo è la certezza dell’impunità, mentre lo stato di eccezione presuppone invece la consapevolezza della violazione, dunque il riconoscimento della norma violata. Il secondo pilastro del dispotismo sta nell’assegnare a chi è preposto alla esecuzione delle leggi la possibilità di farle, interpretarle, cancellarle o anche soltanto eluderle, con totale discrezione e a piacimento, senza rendere conto a nessuno, se non sulla base di un mero rapporto di forza. La polizia ha il compito di assicurare il sicuro prevalere del governo in caso di conflitto, di vittoria delle forze dell’ordine costituito e imposto dalla cabina di comando. Chi dispone della forza effettiva sufficiente ad assicurare la coincidenza fra potere legislativo e potere esecutivo è un tiranno; ogni collettività che lo accetta vive nel dispotismo e conseguentemente soffre di una condizione servile. La differenza fra uno stato di diritto e uno stato dispotico non sta nell’esservi o meno leggi scritte e stabilite, ma piuttosto nella possibilità o impossibilità di eseguirle, a prescindere dalla volontà di chi compone la cabina di comando.

In questo tempo di transizione l’opzione dispotica del capitalismo contemporaneo si va consolidando, quasi ovunque e pur fra mille inevitabili contraddizioni, con una brusca accelerazione dopo la crisi finanziaria iniziata con il crollo dei mutui subprime. Da allora è entrato in vigore quello che Mario Draghi ha definito pilota automatico, ovvero l’imposizione del medesimo programma di governo qualunque sia l’esito delle elezioni, in ogni singolo paese. Fu proprio Draghi ad inviare la lettera segreta in base alla quale fu modificata la costituzione italiana, mediante introduzione dell’obbligo di pareggio del bilancio; in quel frangente fu avviato lo smantellamento sistematico del vecchio welfare e della struttura articolata di diritti della comunità. Trattandosi di un tragitto a guida di un pilota automatico non può stupire il varo del governo di unità nazionale, presieduto da un Draghi mai eletto dai cittadini-sudditi, con la partecipazione di partiti apparentemente incompatibili, riuniti in branco e in perenne dissidio fra loro per la spartizione: una fungaia di gaglioffaggine e di birboneria. La pandemia è stata l’occasione, colta con indubbia destrezza, per imporre una brusca accelerazione al processo in corso, per consolidare l’affermarsi del nuovo ordine, del moderno dispotismo. Con formidabile disinvoltura, il 9 dicembre 2021, l’ineffabile Draghi è intervenuto in videoconferenza al Summit for Democracy affermando che la pandemia era stata colta come una opportunità , l’occasione per trasformare l’assetto produttivo e rilanciare l’economia (intendeva naturalmente il profitto). Il vecchio stato di diritto e la democrazia storica del secolo scorso si apprestano all’archiviazione; la loro antitesi fascista si avvia verso il medesimo destino. Diverse articolazioni del comando si affacciano al prossimo orizzonte.

La molla di questa riorganizzazione del potere è la paura: paura della malattia, paura della povertà, paura delle conseguenze legate a una qualsiasi ribellione dissenziente. Draghi è l’ambizioso prepotente ministro che rappresenta compiutamente il progetto dispotico; si mostra con il volto rassicurante e benigno per meglio nascondere la terribile violenza dello scontro in atto, dentro la pandemia, dentro la transizione.

Il trattato del Quirinale: la firma

Nella mattinata del 26 novembre 2021 Draghi e Macron si sono incontrati al Quirinale, ospiti di Mattarella; il trattato bilaterale è stato sottoscritto per parte italiana dal solo Mario Draghi, mentre per parte francese hanno apposto la firma in quattro (oltre a Macron due ministri e il presidente dell’esecutivo). Il testo delle intese era ancora ignoto, i due rami del nostro parlamento non avevano ricevuto alcuna informazione, nonostante ripetute richieste di poter conoscere e discutere almeno le linee generali dell’accordo. A leggere la stampa nazionale, e in generale ad esaminare i commenti giornalistici dell’evento, si è portati a dare per acquisito il contenuto di questo trattato bilaterale, a ritenerlo anzi ormai irreversibile, dunque in vigore. In realtà le cose stanno diversamente, almeno in apparenza. Secondo la Costituzione formale la firma di Mario Draghi non basta affatto; è necessaria una legge con la quale il parlamento autorizza il Presidente della Repubblica a ratificare il testo e fino ad allora le clausole sono prive di efficacia (articolo 80 e articolo 87 comma 8 della carta). Ma secondo la prassi introdotta dal dispotismo vigente questo procedimento di ratifica è un semplice scontato percorso amministrativo, che si conclude invariabilmente con l’approvazione (meglio: che si deve concludere). Infatti uno dei più qualificati esponenti del centro destra, l’europarlamentare Antonio Tajani (vicepresidente del partito popolare europeo), cedendo alla sincerità, ha rintuzzato le critiche di chi lamentava l’assenza di preventiva discussione prima di un atto così importante; secondo lui non c’era nulla di strano nel tenere senatori e deputati all’oscuro, posto che la loro funzione è solo quella di ratificare, non altra. E senza alcun dibattito, all’unanimità (Lega e Leu affratellati), l’esecutivo già il 3 dicembre 2021 ha predisposto il disegno di legge governativo con cui le Camere, a capo chino e in silenzio, approveranno l’operato del banchiere che le dirige e comanda.

Il trattato del Quirinale: il contenuto

L’accordo bilaterale si compone di 12 articoli, non ha scadenza prefissata, per essere rimosso occorre un preavviso semestrale. La portata è di notevole ampiezza; spesso si tratta di impegni programmatici con pochi vincoli, ma su alcuni punti il carattere operativo risulta disegnato con una certa chiarezza. La prima caratteristica che merita attenzione è quella di non contenere riferimenti testuali ai poteri dei due parlamenti; protagonista assoluto è sempre l’esecutivo. L’articolo 1 (titolo: affari esteri) prevede non solo una consultazione rafforzata fra governi, ma anche una non meglio specificata azione comune in Nordafrica, nel Sahel, nell’area del Corno. Considerando la situazione attuale di quei territori dobbiamo ritenere, difficilmente sbagliando, che si alluda ad una costante pianificazione di interventi bellici, non necessariamente coinvolgendo ONU e NATO. Saranno chiamate missioni di pace, o magari verranno qualificati come contratti commerciali, ma la sostanza non cambia: senza lo schioppo al seguito non si fanno affari esteri ! Ne abbiamo conferma passando all’articolo 2, titolato “sicurezza e difesa”. Qui si parla senza veli di missioni coordinate e, con espressa allusione anche alla NATO, di sinergia militare. Il quarto capoverso introduce al rafforzamento della cooperazione nell’industria militare, con scambio di personale e mutuo addestramento; il settimo capoverso impegna i due paesi a consentire transito e stazionamento di forze armate nel proprio territorio. Le intenzioni dei contraenti non paiono per nulla pacifiche, l’opzione bellica emerge come una scelta voluta e connessa a quella di politica estera, non di sola difesa ma di potenza.

I successivi articoli 3 e 4 (affari europei; giustizia, politiche migratorie, affari interni) sono in sintonia logica con i due introduttivi, con il rafforzamento della moneta unica e con il sistema elaborato a Schengen, rinviando ad altro capo la migrazione vera e propria (articolo 10).

Il nucleare convitato di pietra nel Trattato

L’articolo 5 (cooperazione economica, industriale e digitale) enuncia il carattere strategico della transizione verso il digitale, e al tempo stesso pone il passaggio in stretta connessione con l’opzione liberista; l’articolo 6 (sviluppo sociale, sostenibile, inclusivo) contiene una scelta, in verità assai chiara, di auspicabile decarbonizzazione. Ma al tempo stesso evita accuratamente ogni impegno certo sulla decisiva questione climatica (e ambientale), lasciando come traguardo il lontano 2050. L’abbandono del carbone  non è peraltro accompagnato da alcun chiarimento, necessario e doveroso, sul tema spinoso dell’energia nucleare, lasciando dunque ben aperta la porta ad un suo recupero anche in terra italiana.

Del resto la pressione francese per la costruzione di centrali atomiche non è mai venuta meno nel tempo. Nonostante il referendum 8-9 novembre 1987 (un chiaro 70% in favore del blocco e del divieto) il governo Berlusconi, con il decreto legge 25.6.2008 n. 112, aveva nuovamente rimosso l’ostacolo autorizzando, e anzi programmando, l’uso dell’atomo per produrre energia. Nel febbraio 2009 fu siglato un accordo italo francese (Berlusconi-Sarkosy) per realizzare quattro reattori da 1600 megawatt ciascuno, con tecnologia di terza generazione EPR. Ma ancora una volta un referendum sbarrò la strada al progetto nucleare; nonostante il boicottaggio mediatico non solo fu raggiunto il quorum contro le aspettative ma ben 27 milioni di cittadini (il 94%!) si schierarono con il voto per un definitivo divieto. Ricordate il referendum greco? La volontà popolare lascia indifferente il Draghi, che non nasconde affatto l’intenzione di usare energia atomica; il suo ministro, Roberto Cingolani, lo ha detto apertamente e, insieme a lui, una pattuglia di scienziati a libro paga va spiegando che sono venute meno le ragioni di preoccupazione, che il nucleare è ormai sicuro, pulito, ecologico. L’omissione non è dunque per niente casuale; e il parlamento si guarda bene dal disturbare il manovratore.

L’uso dello spazio

Sempre connesso a ricerca, digitale e guerra è il successivo articolo 7 (titolo: spazio). Macron e Draghi concordano sulla necessità di un uso comune dello spazio, e in particolare della base europea di Kourou, in Guyana francese. Kourou è utilizzata dall’intera Unione e dall’agenzia spaziale comunitaria; ma è in territorio francese, costruita dai francesi. Interessante, nel testo, è il riferimento espresso ai vettori Vega (italiano) e Ariane (francese); attualmente l’accesso europeo allo spazio ha necessità di usare Soyuz, fornito invece dalla Russia, e questo pone un problema non piccolo di natura politico-militare. L’intesa sembrerebbe aprire la via ad un patto, nel breve periodo, fra Italia, Francia e Germania, patto auspicato dalla direttrice strategica  di Ariane Group, Morena Bernardini (italiana, ma di nomina francese, ora al vertice, e a soli 36 anni); solo così diventerebbe, infatti, possibile contrastare Space X di Musk e Blue Origin di Bezos nel controllo tecnologico dello spazio. Qui si affida in sostanza a strutture private d’impresa (Avio, Thales, Ariane ecc.) la gestione dello spazio, con tutti i risvolti sulla comunicazione, sulla guerra, sul clima. Basti pensare che Arian Group fornisce, in via esclusiva, a Macron i missili necessari per poter puntare e utilizzare le testate nucleari della Francia; guerra, comunicazione e questione climatica vengono consegnate per intero al controllo privato. Per un tipo come Mario Draghi è come invitare un’oca a bere!

Cultura e ricerca

Gli articoli 8 e 9 regolano cultura e ricerca; hanno per titolo “istruzione e formazione, ricerca e innovazione” il primo e “cultura giovani e società civile” il secondo. Sono un inno alla mobilità delle nuove generazioni, al volontariato, alla cooperazione, alla ricerca. Ma le strutture che dovrebbero favorire questo rinascimento e questa primavera delle idee vengono concepite senza lasciare alcuna autonomia, nella distribuzione delle risorse, negli indirizzi di lavoro teorico, e conseguentemente nell’elaborazione del pensiero. L’organizzazione in concreto (collegata al successivo articolo 11: “organizzazione”) conduce anzi ad una palese direzione del doppio esecutivo nei due paesi, con un coordinamento nel controllo dei due governi in carica. Più che il Rinascimento l’operazione ricorda il vecchio Minculpop, il Ministero della Cultura Popolare durante il ventennio, ora riproposto in salsa mista italo-francese.

Anche la “cooperazione transfrontaliera” di cui al successivo articolo 10 pone il controllo ministeriale e il tema della sicurezza al centro della norma programmatica. Il terzo comma è il cuore della norma: la cooperazione deve essere approfondita in materia di sicurezza, in particolare attraverso scambi di personale e favorendo la realizzazione di operazioni comuni e coordinate. Ovvero, senza finzioni, vengono previsti veri e propri rastrellamenti congiunti delle due polizie per bloccare la migrazione fra i due paesi, che i gendarmi francesi da anni ormai contrastano sia sconfinando sia usando la mano pesante. La prima vittima ideologica del Trattato, ancora non in vigore, è stata Emilio Scalzo, l’attivista NO TAV di Bussoleno, estradato in Francia per subire un processo legato alle manifestazioni di solidarietà con i migranti in cammino verso la frontiera. Il messaggio è stato poi ribadito l’otto dicembre a San Didero, ove è previsto il nuovo aeroporto collegato alla Torino-Lione: i gendarmi hanno colpito i 5000 manifestanti con manganelli, idranti e lacrimogeni. L’attacco al movimento popolare della Val di Susa è ben visibile anche nel successivo quarto comma, che impegna a realizzare la mobilità ferroviaria (con le buone maniere oppure, occorrendo, con quelle cattive come appunto avvenuto a San Didero). Sarà il ministero a presiedere i comitati di cooperazione e gli organismi di osservazione territoriale, cui le istituzioni locali sono invece chiamate solo a partecipare (presumibilmente nel senso di collaborare ed eseguire). L’organizzazione (articolo 11) è affidata a un vertice del solo esecutivo, senza controllo parlamentare, con cadenza annuale, e una concertazione elaborata dai ministri dei due paesi ai margini del vertice , in una zona d’ombra più adatta alla congiura che alla valutazione trasparente. Misteriosi segretari generali dei ministeri avranno infine il compito di attuare le decisioni mediante un comitato strategico paritetico degno di un romanzo scritto da George Orwell.

Ovviamente il disegno di legge eviterà di indicare i costi dell’eventuale richiesta ratifica; del resto l’attuale ministro economico, Daniele Franco, era stato ragioniere generale, addetto alla verifica di spesa, fra maggio 2013 e il maggio 2019, per ben sei anni e questo per Draghi è sufficiente. Il prosieguo (non certo ma almeno possibile) lascia intravedere uno scenario davvero degno di questo consolidato dispotismo: Mario Draghi, eletto Presidente della Repubblica, andrà a ratificare il Trattato così che per la prima volta la firma di un’intesa fra stati porterà una sola firma, la sua; e il suo centurione, Daniele Franco, nominato (sempre da Draghi) primo ministro sarà per la prima volta l’ex ragioniere generale di lungo corso (il controllore) a capo dell’esecutivo (il controllato). Viva l’Italia!

Per (momentaneamente) concludere

Mario Monti, intervistato, si è lasciato scappare quel che pensano i tipi come lui, e quel che Draghi ha tutte le intenzioni di mettere in atto: meno democrazia! Per gestire la transizione bisogna sottrarre alle moltitudini gli spazi di libertà per evitare che dentro quegli spazi possano allignare dissenso e protesta. La differenza fra Draghi e Monti, entrambi primi ministri scelti per tenere sempre acceso e protetto il pilota automatico, è semplice: il secondo incautamente lo ha detto , il primo, più astuto, invece lo ha fatto . E non ha alcuna intenzione di smettere nel prossimo futuro. Osserva, sornione, i singoli plotoni di lamentosi dissenzienti, si assicura che siano sostanzialmente disarmati o comunque non in grado di nuocere davvero, sorride, li ignora e tira dritto per la sua strada. Il fedele cane bracco ungherese è assai più pacifico del suo compaesano, Viktor Orban, poco affidabile e per questo escluso dal Summit for Democracy; a modo suo contribuisce a rafforzare l’immagine del padrone. Anche il bracco sogna i giardini del Quirinale. Papa Pio II, Enea Silvio Piccolomini, aveva coniato secoli addietro un grazioso aforisma per questi soggetti avvezzi a mostrare un volto rassicurante e comprensivo, per meglio colpire a guardia altrui abbassata: chi ha del pane mai non gli manca il cane.

Draghi, al momento, è l’unico a non commentare la decisione di Maurizio Landini  e Pierpaolo Bombardieri (segretario Uil, nomen omen), ovvero l’annuncio dello sciopero generale. Non ha fatto una piega, lasciando ai ministri camerieri il compito di redarguire i ribelli.  Il presidente dell’autorità garante per l’esercizio del diritto di sciopero, il professor Santoro Passarelli, è prontamente intervenuto per bacchettare i ribelli, intimando loro di adeguarsi alle regole (cfr. Corriere della Sera, 10 dicembre). Dimostrandosi un maestro di umorismo sarcastico l’illustre giurista di regime ha sottolineato che il 16 dicembre, giorno di sciopero, coincide con la scadenza finale dell’ultima rata IMU, un servizio essenziale di riscossione che deve essere assicurato come indispensabile. Il pagamento telematico o lo slittamento di un giorno non gli sono neppure passati per la mente come soluzione alternativa: anche questa è una conferma del dispotismo in atto.

Il segretario della Cisl (Luigi Sbarra, detto Gigi) non ha perso l’occasione di genuflettersi, ma si sbaglia di grosso se spera di ricavarne un vantaggio. Il bracco ungherese ha segnalato al suo padrone (nella lingua dei bracchi con cui i due comunicano segretamente) il proverbio toscano catalogato da Angelo Monosini (255) e assai calzante per tutti e tre i sindacalisti: il cane rode l’osso  perché non lo può inghiottire . Vedremo che accadrà il 16 dicembre visto che Cgil e Uil hanno confermato lo sciopero; ma il primo ministro non pare particolarmente inquieto, quale che sia la partecipazione all’astensione dal lavoro. Per Draghi l’opinione dei lavoratori non conta nulla, le loro   sofferenze sono solo un danno collaterale irrilevante.

Nel primo dopoguerra i proletari napoletani, di fronte alla prepotenza e ai soprusi, usavano l’espressione adda venì Baffone (se si preferisce addavenì Baffone); invocavano cioè l’intervento di un prodigio, di un vendicatore senza macchia e senza paura. Avevano in mente la figura di Giuseppe Stalin, il capo dei comunisti, il nemico giurato dei capitalisti. Certamente la scelta di un simile protettore, vista oggi, lascia perplessi. Ma in quel tempo di guerra fredda pareva naturale. In ogni caso servì a tenere uniti i lavoratori, era il simbolo di resistenza, di una possibile riscossa, di una provvidenza rossa, ma pur sempre di una provvidenza.

Archiviato Baffone dalla storia rimane, inossidabile, San Giorgio. Speriamo. Chi meglio di lui potrà abbattere il Draghi?

Adda venì San Giorgio!

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 14 dicembre 2021

SOVVERSIVI, NON RIBELLI

di Sergio Tardetti

“SOVVERSIVI” – Un libro fotografico di Giovanni Zaffagnini Premessa. Ho iniziato a prendere appunti per fissare impressioni ed emozioni, man mano che andavo sfogliando questo libro fotografico, convinto di potermela cavare con poche righe, e invece adesso mi ritrovo ad avere quasi due pagine di parole che si sforzano di dare forma alle emozioni che le foto sono capaci di suscitare, quando sono attentamente osservare con gli occhi dell’anima più che con quelli del corpo. E sono appena a metà dell’opera. “Sovversivi” è il titolo del libro fotografico di Giovanni Zaffagnini, una raccolta di immagini scaturite e legate da temi letterari, enunciati attraverso brani di diversi autori, per l’esattezza otto. Sovversivi, non ribelli, si badi bene, intenzionati a cambiare lo stato delle cose con le parole e, a volte, anche con i fatti, ma avendo bene in mente un progetto alternativo, il che è ben diverso da un semplice andare contro, distruggere senza sapere come e cosa ricostruire. Per chi ha affrontato e affronta da lettore quei brani, non è immediato pensare a immagini in grado di rappresentare le parole che li compongono; solo l’occhio esercitato di un fotografo e la mente capace di immaginare analogie e corrispondenze saranno in grado di percepire l’aderenza della foto alle parole dei testi posti a premessa. Letteratura e fotografia, un rapporto all’apparenza complicato e difficile, se non impossibile, che Zaffagnini sa rendere e realizza con un’operazione che potremmo chiamare “trasduzione” dal testo all’immagine, da un mezzo espressivo a un altro mezzo espressivo, senza soluzione di continuità, come se scrittura e immagine fossero due mezzi appartenenti alla stessa espressione artistica. Ci occuperemo dei testi dei primi quattro scrittori, Joyce, Dante, Calvino e Pasolini e della interpretazioni che di quei testi Zaffagnini ci offre. Il volume si apre con una citazione di Joyce sulla musica e la musicalità del fluire di un fiume che l’autore trasforma in immagini capaci di trasmettere l’idea e l’insieme delle sensazioni che si possono provare. Nelle immagini, il fiume che scorre si percepisce mediante il confronto tra la superficie dell’acqua che fluisce e le sponde immobili. La musica della corrente è accompagnata e a volte anche sovrastata da quella delle sponde, arbusti, canne, alberi, con il fruscio del vento in mezzo a loro. Pur nella fissità dello scatto, la percezione del fluire è immediata, lo raccontano le luci che si riflettono sulla superficie dell’acqua e che sembrano mutare istante per istante. Guardando l’immagine, riviviamo un’esperienza del passato, quella del giorno in cui per la prima volta abbiamo visto un fiume, ne abbiamo ammirato la maestosità e la potenza, quasi trattenuta a stento dalle sponde, a rassicurare lo spettatore dell’intenzione di rimanere contenuto lì dentro. Le immagini riflesse che si scompongono e si ricompongono sulla superficie calma, frammentate dal minimo soffio di vento, sono una musica “visiva” che la mente percepisce e interpreta alla luce dei ricordi. Due inquadrature consecutive, due scatti a poca distanza di tempo, trasmettono a chi le guarda la sensazione del mutamento provocato dalla corrente che fluisce, trasportando con sé schiuma, foglie e arbusti; le piccole onde che scuotono come dita leggerissime gli arbusti affioranti, producono una musica “silenziosa” che solo l’anima riesce a percepire. Sorprende la poeticità delle inquadrature, realizzate attraverso la ricerca della luce più adatta, per mostrare quella serenità che l’artista percepisce in quell’istante e trasmette anche a chi non è e non sarà mai lì in quel momento. È l’attesa paziente dell’occhio del “cacciatore” che viene premiata.Il passaggio da Joyce a Dante, l’autore successivo, appare logicamente consequenziale e, direi, quasi scontato. Dante e la sua palude Stigia, introdotta con la citazione dei versi che la rappresentano nell’Inferno. La palude Stigia, descritta dalle parole del poeta e immaginata dal lettore immersa in un’atmosfera cupa e desolata, lancia una sfida alla resa fotografica di antichi ricordi risalenti ai tempi della scuola. La palude non presentata come un luogo immobile, e invariabile nel tempo, piuttosto un luogo che genera angoscia in chi lo guarda. Non suoni, non guizzi di onde, nessuna vita che venga ad animarla. Il fotografo, con la pazienza del cacciatore di immagini, resta in attesa dell’istante in cui l’inquadratura che coglie riesce a sovrapporsi quasi perfettamente a quella che la sua mente si è creata attraverso la lettura del testo. Il suo scopo rimane sempre quello di comunicare le sensazioni che la lettura del testo ha generato, aderendo il più possibile a quello che la mente del lettore immagina e ricostruisce, ma anche innovando rispetto a consuetudini ormai fissate nel tempo. La palude Stigia che viene mostrata negli scatti di Zaffagnini è presentata come un luogo malsano, insalubre, non tanto perché inquinato da inevitabili scarichi industriali, quanto piuttosto perché assediato e soffocato dalla selva che gli cresce intorno e che impedisce alla luce di penetrare e accarezzare la superficie immota delle acque. E qui, chi ha un minimo di dimestichezza con la fotografia non può non pensare a quanto l’occhio del fotografo abbia cercato quella luce e abbia atteso il momento ideale a scattare la foto. L’attesa si è rivelata necessaria perché il sole cambiasse posizione in cielo fino ad arrivare al punto in cui la resa della fotografia corrisponde – pur senza sovrapporsi e tanto meno coincidere – all’idea che la mente del lettore si è fatta del luogo infernale. La banalizzazione dell’immagine virtuale creata nella nostra fantasia avrebbe preteso un luogo simile a una enorme macchia di pece scura, soffocante, priva dei minimi guizzi di luce. Ma l’artista sa andare oltre il banale, oltre il luogo comune e riesce a darci un’immagine della palude Stigia moderna e innovativa, una pozza appena illuminata dai barbagli dei raggi che filtrano attraverso un groviglio di rami e tronchi, in parte caduti e semisommersi, che, a volte, sembrano quasi spuntare ed elevarsi dalla superficie immobile dell’acqua.È quindi la volta di Italo Calvino, del quale, più che un testo, si propone un episodio particolare, una circostanza legata ad un errore di impaginazione di una sua opera. Immaginiamo, e forse abbiamo provato in molti, il senso di spaesamento avvertito durante la lettura di un testo, quando, senza una ragione apparente, se non quella che si potrebbe attribuire a un errore di impaginazione e di rilegatura, il racconto che stavamo seguendo ha un improvviso quanto assurdo cambiamento di tono e di stile e di argomento, diventando a tutti gli effetti un altro testo. Così il fotografo è chiamato a rendere in maniera concreta, e soprattutto visibile, questo senso di spaesamento e di frastornamento, affidandosi ad un non senso apparente delle immagini, ad una loro incongruenza e non consequenzialità. Il percorso inizia, dunque, partendo da un “testo” coerente, rappresentazione, attraverso immagini in bianco e nero, di un luogo desolante e desolato, un luogo che all’apparenza non ha niente di particolarmente affascinante e ricercato, al punto da sollecitare la selezione e la conservazione di quegli scatti. L’artista, però, riesce a vedere nelle immagini che gli si offrono davanti qualcosa che ritiene degno di essere fissato nel tempo e nel ricordo. La ex fabbrica con i capannoni in rovina, le macerie abbandonate, in indefinibile attesa di una ristrutturazione o di una più probabile demolizione, sospese e fissate per sempre nel tempo. Si continuano a sfogliare le foto in bianco e nero, sperando che prima o poi qualcosa accada, ma tutto rimane immobile e uguale. Giunge, infine, improvviso lo scarto, il salto di pagina e di logica, l’elemento frastornante e distogliente, l’interruzione della consequenzialità: foto a colori, che riproducono un ambiente d’altri tempi, ma sempre vivo e vitale, come la scheggia di ricordo che si insinua di soppiatto nella tristezza e nella noia di un presente tutto uguale. A voler marcare la differenza, oltre le indicazioni della data e della denominazione del luogo, interviene anche il colore, quasi uno stacco deciso rispetto al bianco e nero del prima e del dopo, un pensiero senza senso che si insinua di soppiatto in una sequenza logica e coerente di riflessioni oscure e meditabonde. Questione appena di quattro immagini e poi la sequenza ritorna sui corretti binari, continuando a proporre le foto in bianco e nero di un luogo anonimo e vuoto di ogni presenza. Con Pasolini si entra nella poesia più intima, i versi citati in anteprima alle foto sono dominati da due elementi, il sole e l’urlo del morente. Giovanni Zaffagnini, per dare forma e corpo alle intuizioni scaturite dai versi pasoliniani, propone immagini che rappresentano il crudele spettacolo del sole che splende violento e accecante, con inquadrature che fanno entrare la luce direttamente nell’obiettivo. Appaiono sulle foto macchie colorate, che potrebbero sembrare banali errori di principiante, ma che al contrario sono voluti e forzati. Come rappresentare l’urlo di un morente? Con quella luce implacabile che si infila nell’obiettivo, come fa l’ultimo raggio di sole negli occhi di un uomo, quasi un estremo abbraccio con il mondo che il sole e l’uomo stanno abbandonando. Il morente giorno e il morente uomo, analogie rappresentate con la forza di un dolore indicibile a costruire una metafora di rara bellezza. La durezza dell’esistenza è l’unica verità rivelata al momento del nascere, le altre ce le dovremo cercare da soli, se mai poi le troveremo. Il trasformarsi – o il tradursi, non saprei dire cosa sia meglio a significare l’operazione, forse il “trasdursi” – delle parole in immagini costringe a un balzo interpretativo da un linguaggio a un altro, da un mezzo espressivo a un altro mezzo espressivo. Il sole pasoliniano viene “addolcito” dall’aria di mare, evocata da una lunga teoria di palazzoni condominiali deserti, che abbondano lungo la costa adriatica e si riempiono soltanto durante le vacanze estive. Costruzioni anonime, realizzate in serie, come avviene nelle periferie delle grandi città Costruzioni senza vita, morenti anche loro per gran parte dell’anno, edifici chiassosi e affollati in brevi periodi, ma sempre e comunque privi di esistenza, quella quotidianità alla quale soltanto possiamo dare il nome di vita. Intanto, scorrendo le immagini, la luce insiste a penetrare nell’obiettivo, per ravvivare quel gran deserto sofferente dove è completamente annullata la presenza umana, che si manifesta al più indirettamente con rari segni, rappresentati da auto polverose e cassonetti vuoti. Immagini di finestre sbarrate di appartamenti deserti, dietro le quali si consuma il cupo dramma del silenzio e della polvere, la dolorosa violenza dell’infinita solitudine degli spazi. La trasformazione – o traduzione – del testo scritto viene operata stavolta con l’estenuante ripetersi di immagini che non svelano la vita, come se l’uomo fosse definitivamente scomparso dalla terra e i suoi manufatti fossero gli unici superstiti, abbandonati a memoria di una umanità estinta.
(fine parte prima)