Una Jane Austen 2.0

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L’ultimo libro di Bia Cusumano, docente di italiano e latino in un liceo di Castelvetrano, in provincia di Trapani, è una raccolta di racconti, Trame Tradite, edita da Navarra a Palermo nel 2023. Perché parlarne qui? Perché offre preziosi spunti per una eventuale riflessione di gruppo (un tempo si chiamavano gruppi di autocoscienza, ma stavolta dovrebbe essere misto) sull’empowerment femminile, sulla violenza di genere, sulla disabilità e la malattia come cifre esistenziali, ma anche sulle strutture di coppia, sull’ipocrisia delle istituzioni familiari e sugli affetti, e ancora sulle inquietudini dell’adolescenza, o infine sulla pandemia, le guerre e le migrazioni.

La protagonista delle storie è quasi sempre la stessa, sotto diverse sfaccettature. Esile, bella, con ricorrenti capelli rossi, ben vestita e professionalmente realizzata (anche in ambiti tradizionalmente maschili come la chirurgia, l’ingegneria, la magistratura), forte e sicura di sé di fronte agli altri, cela però un dolore segreto, un rovello che è anche la pietra angolare della sua costruzione di sé. Può essere l’abbandono della madre, la malattia “invisibile, ladra di vita”, un lontano amore imploso o esploso e non elaborato, la maternità negata o conflittuale. Ella incarna, insomma, per usare una parola oggi di moda, una resilienza decisa.

È in certo modo proiezione dell’autrice che, per sua stessa ammissione, fa della scrittura una misura catartica insostituibile: “scrivere all’inizio fu come pregare. Poi divenne come respirare. Poi fu vivere. Poi sentirmi amata.” E più in là: “Scrivere mi aveva sempre restituito a me stessa. Mi aveva sempre sanato dalle ferite del mondo e salvato dai suoi orrori”, perché “siamo fatti di parole”.

Gli eventi con i quali le donne di Cusumano devono fare i conti sono talvolta estremi: il tentato infanticidio in culla ad opera di una madre sofferente di depressione post-partum; un suicidio, perché una Itaca in cui trovare rifugio o fare ritorno a casa non esiste; uno stupro di gruppo. Più spesso sono esiti di una perdita con i quali convivere per sviluppare consapevolezza: compare insistente il tema del divorzio o del ritrovamento di un perduto amore, come pure il desiderio impossibile di mettere al mondo una figlia (non un figlio, si badi!).

Troviamo pure bambini e giovanissimi in queste pagine e non solo perché l’autrice ama “con passione” il suo mestiere e la scuola, ma per la sua attenzione alle fragilità cui è necessario dedicarsi: un piccolo Down, un adulto rimasto “piccolo” per un qualche male non detto, un orfano di guerra ucraino con il quale comunicare in silenzio mano nella mano, ed anche una vecchina con il morbo di Alzheimer.

Il racconto più bello è forse il primo, dedicato all’albero di limoni della villa paterna, generoso come quello descritto da Danilo Dolci nella sua poesia I limoni lunari: un albero che “ad ogni luna butta le sue zagare”, aveva scritto il Gandhi della Sicilia, figura dei contadini che sanno di fatica e solidarietà; un albero di cui prendersi cura, scrive Cusumano, perché “in una casa sempre servono i limoni freschi”, doni profumati come quelli dipinti da Renato Guttuso, infatti “il bene fa ciàvuru pure se non si vede”. E l’albero è l’incarnazione dell’amata nonna, scrittrice e veggente, di cui la narratrice porta il nome e il destino. Come non pensare al romanzo di Gioconda Belli La donna abitata, in cui una giovane, bevuta una spremuta di arance colte dall’albero del suo giardino, diviene una valorosa rivoluzionaria, poiché quel succo era sangue della sua antenata guerrigliera?

Ma le donne di Cusumano niente sanno di rivoluzione e poco si interessano al mondo fuori: tutte ripiegate nell’introspezione e dedite agli affetti privati, cercano ostinatamente l’amore perfetto, la pura “appartenenza” e, in qualche caso, lo trovano anche o credono di trovarlo. Ricordano le eroine di Jane Austen, combattute tra il desiderio di autonomia e di indipendenza economica, il vincolo sociale che le vuole esclusivamente spose e l’aspirazione ad un incontro unico e totalizzante. Donne in bilico, tra un femminismo mai esplicitato (anche la sorellanza si limita a relazioni tra amiche intime e non si apre alla circolarità sociale) e il persistente perseguimento di un modello di coppia chiusa.

Ecco perché all’inizio ho suggerito la lettura di questo libro come sprone ad una riflessione politica: le vicende narrate da Cusumano possono forse offrirsi ad esiti diversi, come storie con un finale aperto che, inserite in un contesto politico, entro uno sfondo storico che tenga conto delle contraddizioni attuali, costituiscano uno sprone per noi, per un’analisi collettiva che faccia del partire da sé un metodo per interpretare il mondo e trasformarlo.

L’articolo è stato pubblicato su pressenza il 10 aprile 2024

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L’UE può sopravvivere solo come progetto di pace e non come sussidiaria della NATO

Foto di worldbeyondwar.org

di Florina Tufescu – 
Traduzione dall’inglese di Daniela Bezzi. Revisione di Maria Sartori.

Dirigenti dell’Unione Europea, basta con il bellicismo!

L’ultimo sondaggio commissionato dal Consiglio Europeo per gli Affari Esteri (ECFR, un influente think tank in cui lavorano numerosi politici di spicco, funzionari dell’UE ed ex segretari generali della NATO) mostra che il 41% dei cittadini europei preferirebbe che l’Europa esercitasse pressioni sull’Ucraina affinché si impegni in negoziati con la Russia, rispetto al 31% che è favorevole a un continuo sostegno militare. Tuttavia, la conclusione dell’analisi del sondaggio, di cui è coautore il direttore dell’ECFR, è che i leader europei non debbano prestare attenzione alle opinioni dei cittadini, ma semplicemente riformulare e perfezionare il loro messaggio, sottolineando la preferenza per la “pace duratura” raggiungibile attraverso il proseguimento del conflitto, invece di una pace reale che potrebbe essere raggiunta già adesso mediante i negoziati.

Sappiamo dal capo della delegazione ucraina e leader del Partito al Servizio del Popolo, David Arahamiya, che i negoziatori russi “erano pronti a porre fine alla guerra se avessimo adottato – come fece una volta la Finlandia – la neutralità”. La proposta è stata respinta per la mancanza di garanzie di sicurezza e per il fatto che l’intenzione di aderire alla NATO era scritta nella Costituzione ucraina. Un successivo round di colloqui di pace nell’aprile 2022 è stato presumibilmente sabotato dal Regno Unito e dagli Stati Uniti, secondo quanto riferito da più fonti, che includono ancora una volta il portavoce ucraino.

Da allora non è stato tentato alcun negoziato di pace, probabilmente perché il rischio di successo era troppo alto. La guerra deve continuare per giustificare l’espansione delle industrie militari degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. La spesa militare totale della NATO, che dovrebbe essere un’alleanza “difensiva”, ha raggiunto il massimo storico di 1.100 miliardi di dollari nel 2023. Secondo i dati forniti dal SIPRI, la spesa militare dei Paesi dell’Europa centrale e occidentale, che si sono auto dichiarati campioni della democrazia e della pace, è arrivata anch’essa al massimo storico, ovvero a 345 miliardi di dollari già nel 2022, in confronto alla Russia, una dittatura direttamente coinvolta nella guerra, che ha speso solo 86,4 miliardi di dollari per la difesa militare nel 2022, sempre secondo il SIPRI.

La guerra in Ucraina ha già causato centinaia di migliaia di vittime dal febbraio 2022, oltre ai milioni di rifugiati e il 30% del territorio ucraino contaminato dalle mine. Non si può permettere che questa tragedia continui solo per giustificare la crescita dell’industria delle armi, di cui i leader dell’UE sembrano ora decisi a fare uno dei punti chiave, con il commissario per il Mercato interno Thierry Breton che chiede altri 100 miliardi di euro di finanziamenti militari, in aggiunta a tutti gli impegni esistenti a livello UE e a livello nazionale da parte dei Paesi europei in quanto membri della NATO. Come il tricheco addolorato del poema di Lewis Carroll, i leader dell’UE e della NATO hanno mostrato la loro faccia più triste nel sottolineare l’inevitabilità dei preparativi per la guerra, pur non facendo nulla per ridurre il conflitto e mostrando la massima disinvoltura di fronte al rischio di escalation nucleare.

Le possibilità di porre fine alla guerra sono già note e sono state discusse negli accordi di Minsk e nei negoziati di pace di Istanbul. Gli accordi dovrebbero includere la neutralità dell’Ucraina e la garanzia dei diritti della minoranza russa in Ucraina, che sarebbe un modo molto più efficace di minare l’influenza di Putin invece di inviare altre armi.

Inoltre, l’UE dovrebbe sostenere gli obiettori di coscienza di Russia, Ucraina e Bielorussia. Il diritto all’obiezione di coscienza, sancito dall’articolo 9 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e dall’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, non è attualmente riconosciuto dall’Ucraina e, sebbene sia legalmente riconosciuto in Russia per il personale non militare, secondo l’Ufficio europeo per l’obiezione di coscienza viene disatteso in circa il 50% dei casi.

Meno di 10.000 dei 250.000 russi che sono fuggiti dalla loro patria per evitare il servizio di leva, hanno ottenuto asilo nell’UE, nonostante l’appello lanciato da 60 organizzazioni già nel giugno 2022 (relazione annuale dell’EBCO, Agenzia Europea per l’Obiezione di Coscienza, pag. 3). Questa strada verso la pace non è stata dunque percorsa, presumibilmente perché i rifugiati pesano sull’economia senza alcun vantaggio per le cricche di potere, mentre l’industria militare è altamente redditizia per alcuni ed esercita un’influenza sempre più grandi sulle politiche dell’UE, come rivelano il rapporto Fanning the Flames pubblicato dal Transnational Institute e dall’European Network Against Arms Trade e il rapporto ENAAT (Rete Europea Contro il Commercio delle Armi“From war lobby to war economy” (Dalle lobby della guerra all’economia di guerra).

È giunto il momento per i leader dell’UE di recuperare un briciolo di credibilità dimostrando di essere disposti a fare almeno un modesto investimento nella pace e nei negoziati di pace, parallelamente all’investimento senza precedenti nei preparativi per la guerra. È ora che i leader dell’UE antepongano gli interessi dei cittadini europei e degli esseri umani in generale a quelli dell’industria bellica.

L’articolo è stato pubblicato su pressenza il 9 aprile 2024 ed  è disponibile anche in: IngleseFranceseTedescoPortoghese

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COME ERAVAMO

recensione del libro “CORREVA L’ANNO…” di Marco SaioniFabrizio Fabbri Editore

di Sergio Tardetti

A lettura ormai ultimata, mi è corso non soltanto l’obbligo, ma anche il piacere, di dedicare qualche mia riflessione al volume “Correva l’anno…”, di Marco Saioni, autore dalla penna acuta, arguta ed elegante, oltre che caro amico di lunghissima data. “Autore” è per lui un titolo decisamente meritato sul campo, da intendersi nel significato letterale del termine, come di colui capace, attraverso i suoi scritti e le sue opere in generale, di accrescere non solo la nostra conoscenza ma anche la nostra capacità di osservare e comprendere il mondo che ci circonda. E, aggiungo io, con una modalità di comunicazione decisamente gradevole e accattivante, tanto alla prima lettura quanto alle successive riletture dei testi. Attraverso le rivisitazioni di cronache del passato, Marco ha la capacità di riportarci indietro nel tempo, riconducendoci ai giorni in cui quei fatti, commentati oltre che narrati, avvennero. Fonti d’ispirazione di questi brevi racconti si ricavano dalla lettura – e originale rilettura – di avvenimenti che, quasi certamente, non troveranno collocazione nelle pagine della grande Storia, quella fatta di luoghi, nomi e date altisonanti, ma concorreranno a darle forma e corpo attraverso la narrazione di piccole storie, incentrate sui personaggi che hanno reso celebre e leggendaria la città di Perugia.

Attraverso le pagine di questo libro vengono rievocate figure celebri, eternate anche nei nomi delle vie e piazze cittadine, accanto a personaggi di umili origini, popolani le cui gesta e i cui nomi, spesso anche soprannomi, sono diventati proverbiali, dando origine a consolidati modi di dire, radicati nel gergo cittadino. Ma l’operazione che l’autore compie, a partire dai testi originari, è di natura ancora più complessa, avviene attraverso un lavoro che potremmo definire “di restauro”, o meglio ancora “di restyling”, attualizzando e riportando alla luce, mediante una scrittura stilisticamente elegante e decisamente personale, eventi opacizzati e consumati dal continuo lavorio del trascorrere del tempo. Racconti brevi ed essenziali, che ho centellinato come un ottimo brandy, immaginandomi accanto al caminetto acceso in una fredda sera invernale o sul terrazzo, in un tiepido tardo pomeriggio, al tramonto del sole. Storie di vita vissuta che vanno assaporate poco alla volta, a piccole dosi – appena due o tre “Correva l’anno…” di tanto in tanto -per non fare terminare troppo in fretta il piacere che si ricava da queste letture. Cronache quotidiane del tramonto di un’epoca in cui la città era più viva e vitale, raccontate con parole che non invitano alla nostalgia, quanto, piuttosto, alla consapevolezza del proprio passato e delle proprie radici.
Nei testi che compongono il volume, Marco ha frequentemente profuso a piene mani, come perle e gemme rare incastonate in un tessuto artisticamente ricamato, molti riferimenti culturali, originati dalle sue letture ed esperienze di vita – posso affermarlo senza tema di essere smentito, avendo anch’io in gran parte condiviso quelle stesse esperienze – ed è possibile ad un abile e attento lettore ricavare da ciascuna pagina citazioni, suggestioni e modi di dire propri della vita di un’intera epoca, quella a partire dagli anni ‘60 ad oggi. A questo proposito, sarebbe interessante stimolare l’attenzione dei lettori, proponendo un gioco, il cui premio sarebbe la soddisfazione di esserci riusciti, quello di individuare nelle righe e tra le righe dei testi i frequenti riferimenti alla “cultura” di quell’epoca alla quale si è accennato. Personalmente, ne ho trovati moltissimi, ma conoscendo l’autore fin troppo bene per lunga frequentazione, avendone condiviso interessi, esperienze e momenti di vita, mi autoescludo dalla partecipazione. Ai lettori, invece, rinvio la sfida in questo gioco alla ricerca della cultura, dell’identità e del tempo perduti. E che vinca… il più accorto!

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Uno spettro si aggira per l’Europa: non è il comunismo, ma la guerra

di Giuseppe Manenti

Questo testo nasce da una mia proposta a Gianni Giovannelli che ha dato anche un notevole contributo di suggerimenti e di stesura. Stimolato dal suo “Tempesta e bonaccia”  dove la nostra “bonaccia” mentre corrisponde a eccidi e genocidi,  non ci lascia indenni, ma ci rende sempre più impotenti, impoveriti e disarmati di fronte all’avidità del potere e del capitale. Tuttavia mi ritengo insoddisfatto perché avrei voluto essere in grado di motivare ad insorgere contro la guerra, a trovare gli argomenti convincenti e cogenti, a trovare i punti,  i modi, le leve per rivoltare questa “bonaccia”. Allora mi rivolgo ai compagni e spero che arrivino da loro idee, propositi, tutto quello che serve per fare la guerra alla guerra. (G.M.)

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Tutti i partiti di governo e di opposizione si dichiarano contro la guerra. Intanto continuano a vendere armi e le industrie che le producono si arricchiscono esponenzialmente, anche grazie a un trattamento fiscale favorevole.

La sola Leonardo italiana ha triplicato il valore delle proprie azioni in tre anni. Il ministro della difesa, Crosetto, nel 2021, ha ricevuto 619.000 euro da questa società,  quale compenso per la funzione di advisor, svolta quale presidente dell’Aiad. Per gli azionisti continua la buona stagione.

L’impegno finanziario dell’Italia nei confronti dell’Ucraina è presumibilmente tre volte superiore a quel che ci dicono i dati ufficiali: i 2,2 miliardi di euro dichiarati come aiuti militari, stante la mancanza di trasparenza, si calcola possano essere almeno 5 miliardi complessivi reali, sottratti alla spesa sociale. E andrebbero aggiunti i danni, notevoli, provocati dal conflitto e dalle sanzioni che vanno a gravare sull’economia delle singole famiglie nel nostro paese.

In concomitanza con l’invasione russa dell’Ucraina si apre la guerra del gas, con cui l’America ha risolto il problema del suo gas liquido che secondo Einhorn (fu lui, con un anno di anticipo, a prevedere che Lehman Brothers sarebbe saltata) era una bolla che gravava per 100 miliardi di dollari di perdite su Wall Street. Le sanzioni contro il gas russo e l’offerta che non si poteva rifiutare del gas americano a 80dollari al mq, provocarono un meccanismo perverso, il prezzo di questo gas “made in USA” indicizzato alla Borsa Olandese fu usato nei contratti commerciali per rivendere il gas russo, mentre il gas russo, al prezzo stimato dai 2 ai 10 dollari, continuava a fluire nei gasdotti per i contratti in essere. Le Compagnie che ricevevano il gas russo fecero guadagni stellari alle spalle della popolazione europea, salutando questa guerra come un bengodi ed ovviamente erano poco interessate a fermarla. Anche questa guerra commerciale ha provocato sofferenze e disagi.

Il governo Meloni partecipa attivamente al conflitto ucraino , continuando a stanziare miliardi di euro in finanziamenti e ad inviare armi e istruttori assieme alla NATO.

Anche perché dopo le armi e le distruzioni, il business della guerra continua e le industrie e le banche italiane sono pronte a partecipare al grande affare della “ricostruzione dell’Ucraina”. che implica liberismo sfrenato, sfruttamento di masse ridotte alla fame.

Chi paga tutto ciò? L’85% degli Italiani che non vogliono la continuazione della guerra, ma la pace, ora e subito!

Gli USA dichiarano di volere la pace in Palestina, intanto riforniscono di armi il governo israeliano e pongono nelle sedi ONU il veto a tutte le proposte finalizzate ad interrompere la carneficina in atto: la pulizia etnica continua, a Gaza e in Cisgiordania.

I conflitti in corso non cessano, anzi aumentano, sono ormai innumerevoli: Ucraina – Russia, Palestina – Israele, Mar Rosso – Yemen,

Libano, Tigray, Sudan, Siria, Iraq, Rojava…

L’Italia, nell’area mediorientale e mediterranea, mantiene 35 Missioni Militari, con una spesa di oltre 1,4 miliardi nel 2023. Inoltre partecipa, con un contingente, in Bulgaria, Lettonia e Ungheria alle attività di addestramento del Multinational Battle Group Bulgaria,  operazioni che sono svolte congiuntamente ai gruppi tattici NATO già esistenti in Estonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Romania e Slovacchia e si estendono lungo il fianco orientale della NATO, dal Mar Baltico al Mar Nero.

L’Unione europea era nata in forma di Comunità solidale, per affermare un «mai più» la guerra sul proprio territorio. Ha continuato, silenziosamente, ad appoggiare  l’estensione a est della NATO, pur tenendo fermi gli affari in corso; ha chiuso gli occhi sul conflitto armato nel Donbass e sul mancato rispetto degli accordi di concessione dell’autonomia, fino all’annessione della Crimea. Quando la Federazione Russa ha invaso l’Ucraina avrebbe potuto, e anzi dovuto, far sentire tutto il peso  diplomatico per dirimere lo scontro, per fermare la guerra. Invece ha accettato di  svolgere una funzione ancillare, subendo le conseguenze di sanzioni dirette contro la Russia, senza danno per gli Stati Uniti e per il Regno Unito, con gravi perdite economiche per le popolazioni dell’Unione, soprattutto italiane e tedesche.

In questi mesi è emersa la miopia politica del Partito Democratico in Italia e dei Grunen in Germania, lesti entrambi a ricoprire il ruolo di falchi e di promotori di un costante invio di armi al fronte ucraino, sottraendo al tempo stesso risorse alla spesa sociale interna, in sostanza segando il ramo dell’albero su cui sedevano quali rappresentanti progressisti dei ceti più deboli. Così hanno consentito al partito neofascista di Giorgia Meloni e all’estrema destra tedesca di recuperare un ampio consenso popolare, di essere ammessi nel contenitore democratico complessivo, di prepararsi al sostegno di Ursula Von der Leyen dopo le ormai prossime elezioni europee, magari estromettendo dal governo dell’Unione questi sciocchi apprendisti stregoni di sinistra, o, comunque, partecipando alla divisione della torta.

Invece di cercare con pazienza e pervicacia una mediazione, magari con attente concessioni pur di chiudere le ostilità, l’esecutivo europeo, alla testa di una vasta maggioranza parlamentare, si è messo al servizio degli USA e della NATO, vaneggiando di “Resistenza” cui fornire di armi, proprio quando l’esodo di milioni di ucraini dimostrava una crescente tendenza popolare alla diserzione. Secondo le stime dell’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) sono più di 8 milioni i profughi ucraini che si trovano in Europa (e, aggiungiamo noi, che non sembrano avere alcuna intenzione di rientrare a casa). L’alto commissariato rileva inoltre quasi 22 milioni di attraversamenti in uscita dal paese dal 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione russa in Ucraina, al 16 maggio 2023, malgrado l’arruolamento forzoso e violento degli uomini dai 18 ai 60 anni decretato dal Presidente Zelensky. L’alto tasso di corruzione si è tradotto in un lucroso commercio di visti, lasciapassare, esenzioni, deroghe; improbabile che l’attuale governo di Kiev abbia davvero la possibilità di arginare questa fuga di massa. La “Resistenza” è, per definizione, l’opposizione armata nei territori occupati da un invasore, dopo la caduta del governo istituzionale prima in carica, sotto i colpi del nemico esterno; dunque, tecnicamente, potremmo parlare di “Resistenza” in Crimea o a Mariupol, ove però non se ne trova traccia. Infatti gli addetti militari la chiamavano non “Resistenza” ma “Controffensiva”; ma, con buona pace di chi straparla di invio di armi fino alla “vittoria certa”, non pare abbia avuto  successo. Non basta dirlo. Il Duce, che tanto piace a Giorgia Meloni, gridò VINCERE! dal balcone romano di Palazzo Venezia prima di invadere, a sua volta, l’Ucraina (all’epoca parte dell’URSS) ma il motto  non gli portò bene.

Occorre dire qualcosa su questo onnipresente attore, sempre in tenuta militare, quasi sempre in maglietta verde, per mostrare i muscoli: Zelensky diventò presidente nel 2019, dopo essere stato inventore e protagonista di una serie televisiva, in onda con enorme successo su un canale di proprietà dell’oligarca ucraino Igor Kolomoisky. Recitava la parte di un presidente integerrimo, un po’ ingenuo; ciò lo rese molto popolare, soprattutto molto ricco, tanto che in soli due anni di presidenza Zelensky si era già ”guadagnato” due ville milionarie: una a Forte dei Marmi e una a Miami, più vari conti esteri e offshore. Fu il trampolino che lo portò alla presidenza. Niente ci impedisce di pensare che la sceneggiatura di questa serie sia stata fin da subito concepita come una campagna elettorale anticipata e che ci sia stata la guida oculata della CIA, per giungere al controllo del territorio. O forse hanno solo colto l’occasione al volo. Poco cambia.

Cinque giorni prima dell’invasione sovietica il cancelliere tedesco Scholz propose a Zelensky aderire a un accordo di pace tra Russia e Ucraina, preparato nella primavera del 2022, a seguito degli incontri di Istanbul che prevedeva che l’Ucraina avrebbe avuto uno status di neutralità non allineata e non nucleare e Zelensky avrebbe rinunciato alla richiesta di aderire alla NATO.

Il documento fu rifiutato da Joe Biden e dall’allora primo ministro britannico Boris Johnson  i quali misero alle strette Zelensky che, dopo qualche titubanza, rifiutò il compromesso proposto da Erdogan, avendo avuto ampie promesse di sostegno militare e mediatico, oltre che un ampio riconoscimento economico.

Varò allora una legge che vietava ogni trattativa, in qualità di interprete del popolo ucraino, a suo dire irremovibile nel pretendere l’ingresso del Paese nella NATO. La guerra divenne la ribalta a cui Zelensky non può più rinunciare.

L’attentato in cui fu distrutto il gasdotto che portava il gas russo in Germania, convinse Scholz a ad adeguarsi alle decisioni americane e inglesi.

La guerra “per procura” sul suolo europeo, presente nella strategia americana di destabilizzazione della Russia, poteva iniziare.

Inizialmente gli Americani cercarono di sbarazzarsene, tanto da proporgli la fuga come alternativa. Per poi sostituirlo con altro soggetto più affidabile. Lui preferì rimanere, cercando, da avventuriero, un posto nella storia, vestendo da attore consumato i panni dell’irriducibile combattente, pronto a scambiare il permanere a oltranza della guerra e la carneficina degli Ucraini con il potere e il bottino.

Attualmente si contende la scena di guerra con Netanyahu; pure lui è impegnato a dare continui ordini di uccidere, a provocare una carneficina. E ha il controllo del fronte, colpisce una folla inerme, tanto che si discute se ormai si tratti di strage o di genocidio.

Sia quel che sia, questo è il suo salvacondotto per rimanere Presidente di Israele.

I nazisti perseguitavano gli ebrei in tutto il mondo (non in un solo paese). Ne uccisero circa sei milioni; un po’ meno di quanti sono oggi gli ebrei di Israele (6.600.000), un po’ di più di quanti sono oggi gli ebrei nordamericani (5.700.000). Come gli ebrei anche i palestinesi sono oggi in tutto circa 15 milioni; metà degli ebrei e metà dei palestinesi non vivono nell’area di guerra, ma all’estero, altrove.  Gli ebrei di Israele sono una minoranza (45% del totale nel mondo); i palestinesi di Israele sono il 20% della popolazione, nell’area del conflitto sono pure loro il 45% del totale nel mondo. Gli arabi sono invece ben 450 milioni, abitano un territorio vastissimo, tutto intorno alla Palestina, un puntino nel mezzo! Basterebbe analizzare l’oggettività i numeri per comprendere che ci troviamo di fronte ad una follia cui bisogna porre termine al più presto.

Non è affatto impossibile, ma bisogna volerlo, e imporlo. Il 22 luglio 1946 un gruppo armato sionista fece esplodere l’hotel King David a Gerusalemme, attaccando la sede diplomatica inglese e provocando 91 morti. Eppure i fili furono riannodati, si giunse infine ad un accordo. Il primo governo di Israele  era presieduto da Ben Gurion, un polacco. Il suo partito di origine, Akhadut, era sionista, ma anche marxista; divenne il Mapai, una specie di Labour Party. Il sionismo delle origini aveva due (o più) anime. La migliore somigliava più alle comunità utopiche del socialismo ottocentesco che ai nazionalisti autoritari; la peggiore ci ricorda invece da vicino la linea boera dell’apartheid sudafricana. “Razzista” è solo chi appiattisce sionisti ed ebrei dentro una scelta di strage che il governo israeliano sta attuando; non sono entità in alcun modo sovrapponibili, umanamente e storicamente.

Il pericolo europeo sta in personaggi come Emanuel Macron o Ursula von der Leyen; entrambi, invece di organizzare negoziati di pace, pensano di trovare un ruolo nell’Europa belligerante. Vanno fermati. La “pace”, qui e oggi, non è solo legittima  autodifesa, o ragionevole desiderio. E piuttosto un programma politico, il primo punto all’ordine del giorno. L’alternativa è il baratro. Socialisme ou Barbarie si traduce qui, ora, in Pace o Morte.

I deliri dei dementi

I tiranni lottano per impedire la pace. Hanno bisogno della guerra. Si trastullano con dichiarazioni improvvide, prospettano la possibilità di mandare in Ucraina soldati degli eserciti nazionali europei, visto che la carne da cannone locale non è per loro sufficiente.

Abbiamo visto Macron, Scholz e Tusk, uniti da un intreccio di mani e sorridenti come tre compagnoni usciti un po’ brilli dall’osteria, dichiarare la loro indissolubile volontà di “difendere” l’Ucraina. Governa l’Europa chi la vuole distruggere.

Abbiamo sentito Ursula von der Leyen invocare il motto latino “Si vis pacem, para bellum” con il quale pretende di aver trovato la chiave di volta del suo pensiero, l’ignoranza si appaga sempre dell’idea più scontata, eppure c’è un altro motto latino su cui dovrebbe riflettere e su cui noi riflettiamo “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”

Che si allarghi l’area del conflitto non pare preoccupare il presidente francese e gli altri leader, infatti il potere ha preparato da tempo cittadelle di rifugio e di comando, accentrando in modo spasmodico risorse economiche e finanziarie, promuovendo guerre distruttive alle periferie.

Gli USA hanno finora ottenuto di tenere la guerra, ancora una volta, sul palcoscenico della vecchia Europa: solo il popolo, quindi, è carne da macello.

«Non c’è più spazio per le illusioni, Putin ha usato il dividendo della pace per prepararsi alla guerra. L’Europa deve svegliarsi», ha scandito la scorsa settimana al Parlamento europeo Ursula von der Leyen.

La maggioranza si è abbandonata ad una scandalosa ovazione. Ursula propone la giunta dei tiranni: la via maestra per farlo si chiama Strategia europea per l’industria della difesa (Edis), il Programma che ne dovrebbe derivare prevede lo stanziamento di 1,5 miliardi di euro di qui alla fine del 2025 per costruire, appunto, la «prontezza della difesa europea» (cioè la guerra).

Si profila la possibilità di acquisti congiunti europei – operati dunque direttamente dalla Commissione per conto degli Stati membri – di materiale bellico. «Proprio come abbiamo fatto con grande successo coi vaccini o col gas naturale» nell’ultimo triennio, aveva anticipato Ursula von der Leyen al Parlamento. Dopo il colpo grosso dei vaccini con i contratti segretati, la von der Leyen si prepara a farne un altro con le armi.

Queste spese saranno finanziate tagliando ulteriormente welfare, energie alternative, ecologia.

La componente verde, in versione tedesca e francese soprattutto, non comprende che ecologia e guerra non possono convivere.

I Verdi hanno tradito il loro stesso programma, hanno perduto le loro origini. Non lo capiscono, ma stanno diventando le mosche cocchiere del  nuovo dispotismo, dell’inquinamento, delle armi; preparano l’arrivo di un ceto politico che non avrà certo pietà per i comunisti, ma neppure risparmierà loro.

Non ci sono alternative alla pace!

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 25 marzo 2024

L’immagine di apertura è ”Carica dei lancieri” di Umberto Boccioni. Fonte/Fotografo: Opera propria, RiottosoWikimedia

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L’Europa va alla guerra mondiale.

Svolta bellicista e pensiero magico ai vertici delle Istituzioni europee

di Paquale Pugliese

“Si mettano le maiuscole a parole vuote di significato, e, per poco che le circostanze spingano in questa direzione, gli uomini verseranno fiumi di sangue, accumuleranno rovine su rovine, ripetendo queste parole, senza poter mai ottenere effettivamente qualche cosa che a queste parole corrisponda. (…) Il successo si definisce allora esclusivamente attraverso l’annientamento dei gruppi umani che sostengono le parole nemiche. (…) Chiarire le nozioni, screditare le parole intrinsecamente vuote, definire l’uso delle altre attraverso analisi precise, ecco un lavoro che, per quanto strano possa sembrare, potrebbe preservare delle vite umane”. Mi sono tornate in mente le parole che Simone Weil scriveva in un testo nel 1937 dal titolo Non ricominciamo la guerra di Troia, leggendo il documento che alla vigilia del Consiglio d’Europa del 21 e 22 marzo – ribattezzato “consiglio di guerra” – Charles Michel ha recapitato a molti quotidiani europei (in italiano su La Stampa). Una lettera piena di “maiuscole”, non di un qualsiasi articolista con l’elmetto ma del Presidente dell’organismo di indirizzo delle politiche europee, che conferma e rilancia la svolta bellicista già espressa dalla Commissione e dal Parlamento.

Rileggiamo, dunque – con il compito di chiarificazione indicatoci da Simone Weil – alcuni passaggi di questo testo che vuole segnare un cambio di paradigma, preparando scenari di guerra per il continente che si era dato istituzioni politiche per costruire, invece, un progetto di pace. “La Russia rappresenta una seria minaccia militare per il nostro continente europeo e per la sicurezza globale. Se la risposta della Ue non sarà adeguata e se non forniamo all’Ucraina sostegno necessario per fermare la Russia, saremo i prossimi.” Scrive Michel, attribuendo al regime di Putin – come da manuale di propaganda bellica – l’intenzionalità autodistruttiva di attaccare paesi Nato, dai quali ormai è circondato. Ma spiegando subito dopo il vero significato di quelle parole: “Dobbiamo quindi essere pronti a difenderci e passare ad una <<economia di guerra>>”, come se le spese militari dei Paesi UE aderenti alla NATO non arrivassero già complessivamente a 346 miliardi di euro (dato ENAAT aggiornato al 2022), aumentata del 30% in otto anni e già quattro volte maggiore della spesa militare della Russia.

Ciò perché “dobbiamo essere in grado di parlare non solo la lingua della diplomazia, ma anche quella del potere”, aggiunge Michel, senza spiegare quando l’Unione europea abbia messo in campo una proposta diplomatica: quando ha convocato, in quanto organizzazione terza, un tavolo di negoziati? Quando ha avviato una Conferenza internazionale di pace, come chiede inascoltata da due anni la rete Europe for Peace? L’unica lingua praticata fin dall’inizio è stata quella dell’invio al governo ucraino di armi sempre più distruttive, partecipando attivamente alla dinamica dell’escalation, fino alla “vittoria” – come ribadito dal Consiglio europeo – anziché a quella della de-esclalation. Mentre la lingua del “potere” militare, ovvero dell’industria bellica europea e mondiale, ha già visto schizzare in alto i suoi profitti, come certificato dal SIPRI: quella italiana, per esempio, ha raggiunto +86% dall’inizio della guerra.

Per rendere definitivo questo passaggio da un’Europa di pace ad una di guerra è necessario, esplicita Michel, mettere in campo una torsione culturale e valoriale: “Sarà necessario che il nostro pensiero compia una transizione radicale e irreversibile verso una forma mentis incentrata sulla sicurezza strategica”. In che cosa si concretizzi questa dichiarazione di ideologia bellicista è ribadito poche righe più avanti: “Il nostro obiettivo dovrebbe essere di raddoppiare entro il 2030 i nostri acquisti dall’industria [bellica] europea”. Che, tradotto, significa tagliare drasticamente gli investimenti per la “sicurezza” sociale dei cittadini europei, trasferirli all’industria di guerra e – contemporaneamente – convincere tutti che la “sicurezza” non la forniscano più sanità, welfare, scuola e università, ma cannoni, carrarmati, navi da guerra e testate nucleari.

Nelle conclusioni di questo manifesto infarcito di “maiuscole”, Charles Michel fornisce la chiave interpretativa dell’intero messaggio: “Questa battaglia richiede una leadership forte per mobilitare i nostri cittadini, le nostre imprese e i nostri governi a favore di un nuovo spirito di sicurezza e di difesa in tutto il continente europeo”. E’ una chiamata alla mobilitazione generale, che si fonda sul principio con il quale chiude: “Se vogliamo la pace, dobbiamo prepararci alla guerra”. Ancora l’obsoleta formula che dimostra come ai vertici delle Istituzioni europee sia insediata una sacca di “pensiero” irrazionale e magico, che abusa della credulità popolare a beneficio dell’esplosione dei profitti del complesso militare-industriale: i governi nel loro insieme non hanno mai speso così tanto per “preparare la guerra” e infatti, inevitabilmente, la guerra dilaga ovunque. Perfino, di nuovo, in Europa.

Il proclama di guerra, sul quale hanno lavorato i capi di governo e di stato nella riunione del Consiglio europeo, prepara davvero una “transizione radicale e irreversibile”: il passaggio alla guerra nucleare. Mentre è necessario andare esattamente nella direzione opposta, passare dal pensiero magico a quello razionale e responsabile, indicato da tempo dai movimenti nonviolenti: se vuoi la pace, prepara la pace. Intanto, alla sera del secondo giorno di Consiglio europeo “di guerra”, un attentato terroristico in un teatro di Mosca, rivendicato dall’ISIS, ha provocato 137 morti innocenti: i pezzi della terza guerra mondiale in corso si saldano sempre più pericolosamente.

L’articolo è stato pubblicato su Annotazioni il 26 marzo 2024 e sul Blog del Fatto quotidiano

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