Inaugurazione Mostra

di Giovanni Zaffagnini

Inaugurazione di RIGOMMA luci vaganti nella fabbrica dismessa

Venerdì 19 Dicembre, ore  18 al Museo S.Rocco – via V.Monti 5 Fusignano

Fotografie realizzate nel 1987 presso l’ex stabilimento Rigomma, dove ora sorge il Centro Commerciale “Il Faro”, nell’ambito del Piano di riqualificazione urbana dell’epoca, Sarà presente oltre all’autore e alle autorità locali, il Dott. Oriano Pirazzini allora Sindaco di Fusignano.

Dal tetto sfondato e da finestre spalancate dal vento, entra, inattesa, una luce che sfida la desolazione del vuoto nella fabbrica dismessa. Pareti e oggetti confusi dal buio, irradiati per pochi attimi, mostrano nuovi volti e scenografie inaspettate.
Immagini realizzate nell’ambito di un programma di riqualificazione urbana che trasferiva la produzione industriale dai centri abitati ad apposite aree in periferia.
Logistica ed economia segnano fatalmente il paesaggio; ora, dove un tempo operava la produzione brillano le luci sgargianti del consumo con l’apertura di un centro commerciale.

19 dicembre 2025 > 1 febbraio 2026

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ANTISEMITISMO E SIONISMO REALE

Riflessioni sui progetti di legge in corso di esame presso le due Camere

di Gianni Giovannelli

E si perdona per certo ogni offesa
ma sempre pur nella memoria resta,
e così l’uno all’altro contrappesa.

Luigi Pulci
(Morgante, Cantare decimo, Ottava 95)

                                 Il Consiglio Europeo ha approvato già in data 6 dicembre 2018 la risoluzione n. 15.213, esortando gli stati membri che non l’hanno ancora fatto ad approvare la definizione operativa non giuridicamente vincolante di antisemitismo utilizzata da International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). Il Consiglio non ha potere legislativo diretto, le sue risoluzioni sono dunque prive di effetti giuridici, indica tuttavia il percorso politico tracciato e programmato dalla maggioranza dell’Unione. Quasi otto anni dopo, nel 2025, i partiti di governo hanno ritenuto di procedere (non al riconoscimento della Palestina ma) ad inserire nell’ordinamento italiano una codificazione dell’antisemitismo connessa al testo approvato dall’IHRA il 26 giugno 2016 durante il Congresso di Bucarest.

I disegni di legge in esame

Il primo disegno (n. 2383, tre articoli) porta la data del 6 maggio 2025, per iniziativa del gruppo leghista, con prima firma Molinari, in esame della Prima Commissione Permanente della Camera dei Deputati; presso la Prima Commissione Permanente del Senato sono in corso di trattazione (congiunta per decisione unanime) ben tre disegni, il n. 1004 del leghista Romeo, il n. 1575 di Scalfarotto per Italia Viva, il n. 1627 di Gasparri per Forza Italia. Il testo Gasparri è quello più conosciuto, ha un effetto trainante, si compone di quattro articoli e contiene elementi inquietanti che lo diversificano dagli altri: l’art. 2 inserisce fra le iniziative di contrasto dell’antisemitismo, mediante formazione scolastica, anche l’antisionismo, l’art. 3 rinvia ad un Regolamento attualmente imprecisato, da varare per via governativa, sanzioni disciplinari a carico di docenti e ricercatori, l’art. 4 introduce  infine sanzioni penali (art. 604 bis) la contestazione della legittimità dell’esistenza di Israele come stato degli ebrei. Il testo di Scalfarotto omette di prendere posizione sulla questione dell’antisionismo, ma aggiunge invece la possibilità di vietare preventivamente le manifestazioni quando l’autorità di Pubblica Sicurezza (per intenderci: Questura e Prefettura, organi del Ministro di polizia) senta odore di antisemitismo, in applicazione del Regio Decreto fascista 773/1931, rimasto in vigore fino ad oggi. Nel loro insieme le norme in discussione al Senato appaiono alquanto pericolose per  la libertà di pensiero, di critica del potere, di opposizione alle strutture di comando, di lotta contro la tirannia.

Da ultimo, rubricato il 2 dicembre con il n. 1722, ma non ancora in esame, è pervenuto il testo del senatore Del Rio (e altri, tutti del PD), in sei articoli, il primo dei quali si limita a recepire la definizione IHRA. Il secondo, rinunziando a prendere posizione sul rapporto antisemitismo/antisionismo, concede delega in bianco al governo per intervenire a suon di decreti sulle piattaforme, censurando contenuti graditi; singolare il comportamento di una pattuglia di senatori dell’opposizione che si propone di consegnare al governo di estrema destra pieni poteri di decidere quel che sia lecito e quel che vada rimosso!

La definizione IHRA dell’antisemitismo

La nascita di IHRA è recente, risale al 1998, per iniziativa del primo ministro svedese, il socialdemocratico Goran Persson, con lo scopo di tener viva la memoria dell’Olocausto. Aderiscono oggi solo 35 paesi su 193 ammessi all’ONU, mancano Cina, Russia e India, fra gli stati membri uno solo è in Sudamerica (l’Argentina), nessuno in Africa e in Asia (salvo Israele, che pur essendo geograficamente in Asia guarda più verso occidente). Il Vaticano non ha ritenuto di entrare fra gli otto paesi osservatori, nonostante l’invito ricevuto. La definizione (definita operativa e non giuridicamente rilevante) di antisemitismo è stata approvata al congresso di Bucarest il 26 maggio 2016 in questi termini: l’antisemitismo è una percezione degli ebrei che può venire espressa come odio per gli ebrei. Manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche verso ebrei o non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto. La definizione non contiene alcun riferimento a istituzioni o partiti politici, al movimento sionista, allo stato di Israele; gli ebrei da tutelare contro le ideologie dell’antisemitismo possono essere o non essere cittadini israeliani, seguire o meno i precetti religiosi, iscriversi alle comunità o rimanerne estranei. Si vuole dunque proteggere ogni (presunto) semita ritenuto tale dai fautori dell’antisemitismo, reali destinatari della definizione non a caso chiamata operativa. A mero titolo esemplificativo (ma estraneo alla definizione che vive vita propria) ci sono 11 esempi redatti a parte, alcuni dei quali vengono abitualmente utilizzati in funzione pro-sionista e pro-governo israeliano, stravolgendo in realtà il significato e la portata del testo originario. Il pericolo di letture liberticide della definizione IHRA fu colto nella Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo, redatta da numerosi studiosi chiamati a raccolta  presso il Van Lee Jerusalem Institute. Come vedremo più sotto la lettura liberticida della dichiarazione IHRA è quel che caratterizza in particolare il disegno 1627 a firma del senatore Gasparri, ma che contagia anche gli altri in esame delle due Camere.

Per comprendere lo spirito originario della definizione è utile richiamarne un’altra, sempre approvata da IHRA, come operativa e giuridicamente non vincolante, in data 8 ottobre 2020, ovvero quella relativa ad altra vittima dell’Olocausto e del nazismo, l’antiziganismo. Eccola: l’antiziganismo/discriminazione anti Rom e Sinti è manifestazione di espressioni e atti individuali, nonché di politiche istituzionali di emarginazione, esclusione, violenza fisica, svalutazione della cultura e degli stili di vita di Rom e Sinti, discorsi di odio diretti ai Sinti e ai Rom ….e li associa a una serie di stereotipi peggiorativi e immagini distorte che vanno a rappresentare una forma specifica di razzismo.

                       Il senatore Gasparri, formatosi in gioventù nel Movimento Sociale, approdato a Forza Italia in età di mezzo, non ha ritenuto di associare nello stesso disegno di legge, con pari tutela, i due bersagli contestuali del nazismo storico, zingari ed ebrei. Ha invece lasciato gli zingari al loro destino e preso un’iniziativa legislativa in appoggio (non degli ebrei ma) del governo israeliano, proprio mentre era in corso il genocidio della popolazione di Gaza consumato dall’IDF.

Dopo le imponenti manifestazioni di piazza a sostegno del popolo palestinese e gli scioperi contro il genocidio, il disegno di legge Del Rio/PD (depositato il 20 novembre quasi clandestinamente e rubricato il 2 dicembre, 1722) mira a creare ostacoli alla comunicazione pro-Pal, lasciando libero il governo Meloni di censurare e reprimere come più gli aggrada, usando anche AGCOM (l’agenzia di nomina politica designata al controllo della rete) per le sanzioni. Evidentemente sopravvive il cromosoma dello stalinismo anche nell’ala moderata del PD.

La posizione politica dell’Unione Europea e l’uso strumentale di IHRA

Il Consiglio Europeo (composto dai governanti in carica nei singoli paesi) esercita funzioni di indirizzo politico; non ha mai proposto sanzioni contro Israele o contro chi fornisce a Israele gli strumenti per uccidere, appoggiando anzi diplomaticamente ed economicamente, oltre che militarmente, il governo Netanyahu. La Repubblica Federale Tedesca, in modo particolare, ha sostanzialmente sanzionato, ai limiti di una vera e propria criminalizzazione, ogni contrasto militante del programma nazionalista-espansionista dei fautori di Heretz Israel, la mitologica terra promessa che comprende Gaza, i territori, il Libano meridionale, la Siria sudoccidentale (cfr. la dichiarazione sionista del 3 febbraio 1919, elaborata da Chain Weizmann). Tuttavia il Consiglio Europeo, senza neppure richiamare la risoluzione ONU n. 242, ha approvato il 6 dicembre 2018 la risoluzione n. 15.213 con la quale esorta gli stati membri che non l’hanno ancora fatto ad approvare la definizione operativa giuridicamente non vincolante di antisemitismo. La risoluzione non richiama in alcun modo le 11 esemplificazioni, lo stato di Israele, il sionismo; tace piuttosto ambiguamente tralasciando la questione.

Indifferenti di fronte al massacro della popolazione a Gaza i rappresentanti dei 35 paesi aderenti a IHRA hanno avuto la geniale idea di eleggere alla loro presidenza, in data 3 marzo 2025, proprio lo Stato di Israele, per giunta nella persona di Dani Dayan, uno fra i più aggressivi esponenti dell’estrema destra sionista. Dayan (nato nel 1955 a Buenos Aires), israeliano di adozione dal 1971, ha prestato servizio nell’IDF per quasi otto anni, con il grado finale di maggiore. Ha fondato, e poi ceduto, l’impresa di software Elad Systems, dedicandosi alla politica, nelle file di Tehiya; ha poi guidato, dal 2013 al 2017, YESHA (acronimo per Giudea, Samaria e Gaza), il consiglio che rappresenta l’insieme dei coloni negli insediamenti illegali. Quando Netanyahu lo nominò ambasciatore in Brasile ci fu una rottura diplomatica, in quanto persona non gradita; fu allora collocato come console a New York. Contrario alla soluzione dei due stati è invece convinto sostenitore della necessità di espropriare la Cisgiordania palestinese e di acquisire l’intera area di Heretz Israel. Con un simile rappresentante alla sua presidenza non deve stupire che la credibilità internazionale di IHRA stia toccando ormai i minimi storici. Al tempo stesso il ruolo ricoperto ha consentito a Dayan di tessere la trama di consensi che, solo due mesi dopo, si sono concretati nei disegni di legge applicativi della definizione coniata da IHRA. La trama di consensi è rinvenibile anche nella recentissima iniziativa della minoranza PD concretatasi nel deposito in Senato del disegno di legge 1722 a firma Del Rio e altri.

Antisemitismo e sionismo.

Il termine antisemitismo è relativamente recente, risale al 1879, per iniziativa di tale Wilhelm Marr (1819-1904), fondatore della Antisemiten-Liga, propugnando l’espulsione degli ebrei dalle regioni di lingua tedesca (non esisteva la Germania come entità politica); un movimento similare nacque in Francia, guidato da Edouard Drumont (1844-1917), deputato di Algeri e il più strenuo accusatore di Albert Dreyfus. Curiosamente l’anti era, almeno filologicamente, scollegato dal destinatario dell’attacco, nel senso che non esisteva alcun movimento che propugnasse il semitismo come ideologia o come programma. A differenza di altri antagonismi, quali ad esempio comunismo&anticomunismo, clericalismo&anticlericalismo, fascismo&antifascismo, l’antisemitismo prescindeva dal nemico, che neppure si riconosceva nella pretesa identità che veniva loro attribuita, se non nel ruolo di mere vittime che li accomunava.

Il rilievo non è privo di importanza sostanziale, anzi! Il punto è che il semitismo, contro cui si scatena l’odio degli antisemiti, semplicemente non esiste, è una creazione, un’invenzione tardiva di un’entità ostile causa di ogni male: rimossa la fonte dei guai tutto si aggiusterà. Per dare sostanza a un simile imbroglio chi se ne serve ricorre alla genetica, alla razza, al complotto etnico-religioso. Marr e Drumont avevano preso di mira le comunità ebraiche dell’Europa Centrale, quelle che parlavano Yiddish, la lingua degli aschenaziti. Ma è improbabile che gli aschenaziti europei del XIX secolo fossero consanguinei dei mizrahim residenti nel Regno di Giudea nel II secolo a.C.  Arthur Koestler (1905-1983), lo scrittore famoso per Darkness at noon, fu sionista (democratico) della prima ora, visse in Kibbutz già nel 1926, poi tornò a casa, diventando inglese. Ci tenne a scrivere che gli aschenaziti non erano tecnicamente semiti (nel senso di popolazioni di lingua semitica), venivano dalla Khazaria, un paese che si trovava nell’entroterra del Mar Caspio, una tredicesima tribù, per ironia della sorte, secondo la Genesi, discendente da Jafet. Il loro Khan, un certo Bulan, per sfuggire alla forbice repressiva di cristiani e musulmani, si convertì all’ebraismo nel VII secolo,  e lo stesso fecero i sudditi poiché valeva il motto cuius regio eius religio. Il nome del territorio, nel turco antico, significa vagabondare; e vagabondando i Kazari lasciarono la steppa e si insediarono nella odierna Renania, portandosi dietro i precetti dei rabbini chiamati a corte dal Khan e la loro cultura. Gli aschenaziti erano nel VII secolo il 3% della popolazione ebraica; ma nel XIX secolo erano diventati il ceppo di maggioranza, dunque l’antisemitismo prendeva di mira non-semiti!

Il sionismo, a differenza del semitismo, esiste, nacque come movimento politico nel cuore della vecchia Europa, in reazione alle discriminazioni e alle persecuzioni subite dagli ebrei nel corso del XIX secolo; i primi dirigenti furono due ungheresi, Theodor Herzl (1806-1904) e Max  (Suedfeld) Nordau (1849-1923). Il testo fondativo è Der Judenstaat (1896), manifesto per la costruzione di un insediamento ebraico protetto, non necessariamente nell’odierna Palestina, ma in un qualche luogo che consentisse agli ebrei (tutti gli ebrei, non solo gli aschenaziti) di vivere in pace. Nel congresso di Basilea, 1897, l’Organizzazione Sionista Mondiale indicò la Palestina come il luogo dello Stato Ebraico, ma solo ove possibile. I primi flussi migratori, nel XX secolo, tutti o quasi in direzione della terra promessa, segnarono la svolta, di fatto irreversibile. L’ideologia sionista, inizialmente, associava programmi stellarmente diversi fra loro: l’utopia di comunità socialiste, il fondamentalismo di religiosi quanto mai ortodossi, le aspirazioni coloniali di nazionalisti decisi alla conquista della terra, il laicismo liberale di chi voleva convivere insieme ai residenti, il desiderio di avventura di chi voleva piegare per amore o per forza alle proprie inclinazioni una terra sconosciuta. Questo variopinto insieme di migranti radunava esperienze, culti e culture di notevole diversità: la maggioranza aschenazita abitava accanto ai sefarditi (romanioti) di lingua judezmo-ladina) e ai mizrahim provenienti dal Maghreb, dalla Persia, dall’Iraq. Lo scrittore polacco (poi americano) Shalom Ash racconta con una prosa suggestiva nei suoi romanzi gli incontri e gli scontri fra i residenti e i nuovi arrivati, negli anni che hanno preceduto la fondazione dello stato d’Israele. Fra i primi sionisti Dov Ber Borochov (1881-1917) decise di lasciare la sua comune socialista in Palestina per organizzare le Brigate Ebraiche a sostegno della Rivoluzione d’Ottobre, era sionista, filologo, marxista, bolscevico.

Nel 1896 esistevano sionisti comunisti, socialdemocratici, laici, liberali, pacifisti, a fianco di quelli nazionalisti, colonialisti, predatori. Esistevano, dal 1881, anche i pogrom e proseguivano, in danno degli ebrei europei, discriminazioni, saccheggi, violenze, persecuzioni. Oggi, almeno nella vecchia Europa, pur resistendo sotto traccia la mala erba del pregiudizio contro l’ebreo, sono per fortuna venuti meno il pogrom  e la legislazione razziale; e sul piano politico esiste solo il sionismo reale, par essere l’unica corrente sopravvissuta fra quelle originarie, evoluta nelle forme sotto gli occhi di tutti, elemento portante della coalizione che governa Israele. Gli altri segmenti del sionismo originario sono scomparsi.

Il sionismo reale

                              Lo stalinismo che ha caratterizzato il c.d. socialismo reale non corrisponde necessariamente alla ben più ampia area del pensiero marxista e dei movimenti comunisti, ma era complicato spiegarlo agli operai polacchi in sciopero. La Santa Inquisizione non esauriva affatto il complesso ricco e articolato della Chiesa Cattolica Apostolica Romana, ma questa considerazione storico-filosofica non muta il destino delle presunte streghe bruciate sul rogo, dopo i processi sommari di condanna. Il sionismo reale incarnato, qui e ora, dalle figure di Netanyahu, Smotrich o Ben Gvir è certamente diverso (a mio avviso perfino incompatibile) con il progetto elaborato da Theodor Herzl e Max Nordau, ma ciò risulta del tutto irrilevante per i contadini palestinesi aggrediti, espropriati, assassinati senza pietà dai coloni, protetti da IDF, certi del silenzio complice assicurato dai governi democratici dell’occidente. Gli esponenti della nostrana Sinistra per Israele se la sentirebbero di proporre ad una platea di coloni assetati di sangue il programma dello scomparso sionismo socialista, o pacifista, o laico, o liberale? Il problema (un serio problema) è proprio che, qui e ora, l’unico sionismo esistente, reale, è quello armato, colonialista, razzista, predatore, che rifiuta sia lo stato laico unico per tutti sia l’ipotesi dei due stati, che esige l’acquisizione completa di Heretz Israel per il solo popolo eletto. Il sionismo reale al governo dello stato intende raggiungere lo scopo con la guerra, con la strage e/o con la deportazione, nella migliore delle ipotesi con l’asservimento e/o la discriminazione nel trattamento.

Si tratta ora di comprendere in quale rapporto si pongano l’antisemitismo e il sionismo reale, a partire dalla precedente osservazione dell’anomalia di un anti privo di un bersaglio concreto, ovvero il semitismo. Con una concordanza d’intenti fra gli opposti estremismi l’antisemitismo reale e il sionismo reale risolvono la questione equiparando sionismo e semitismo, dunque (e anche) antisionismo e antisemitismo. Mentre il semita è pura astrazione il sionista è un soggetto concreto, esiste in carne e ossa. Il sionismo reale e l’antisemitismo reale hanno bisogno, per esistere, l’uno dell’altro; il sionismo per poter affermare di essere il legittimo rappresentante di ogni semita, l’antisemitismo per avere di fronte un nemico visibile da combattere. Lo aveva intuito il più celebre teorico dell’ideologia razzista in Italia, Julius Evola; nella prefazione (datata settembre 1937) ai Protocollo dei Savi Anziani di Sion sostiene che non ha importanza accertare se l’opera sia un falso, perché, anche se falsa, è tuttavia verosimile, e tanto basta per ritenere dimostrato il complotto volto a sovvertire tutto ciò che nei popoli non ebraici è tradizione, casta, aristocrazia, gerarchia, valore etico (Cfr. pag. XII, ed. 1938). Era un sinistro preludio al Manifesto degli scienziati razzisti e ai regi decreti del novembre 1938, noti come leggi razziali.

Per reggere il conflitto fra gli opposti estremismi deve necessariamente poggiare sull’esistenza della razza, o almeno del sangue, a supporto dell’etnia, della religione, del clan, dell’appartenenza. Per questo Arthur Koestler aveva lanciato, provocatoriamente, l’ipotesi di una discendenza degli ebrei aschenaziti dai Catari provenienti dalla steppa prossima al Caspio; voleva recidere il preteso legame biologico con gli antichi abitanti del Regno di Giuda, separare la maggioranza aschenazita degli ebrei nel mondo dalla leggenda di una razza semita. Con lo stesso scopo un geniale professore di Tel Aviv, Shlomo Sand, ha ripreso il tema pubblicando il saggio The invention of Jewish People (in italiano L’invenzione del popolo ebraico, Rizzoli, 2010). L’apparato del sionismo reale cerca invece, in ogni modo, di affermare l’esistenza del semita biologico oltre che del semita storico. Contesta l’ipotesi di Koestler, rastrellando reperti archeologici che consentano di riannodare un filo di congiungimento fra sefarditi spagnoli, aschenaziti centroeuropei, mizrahim iraniani e antichi ebrei. Il genetista americano Harry Ostrer, professore alla Yeshiva University di New York, ha pubblicato nel 2010 una ricerca in cui si affermava l’esistenza di un DNA comune per tutti gli ebrei, proponendo anche, su tali basi, di risolvere mediante ascendenza genetica le controversie territoriali in Palestina. Shlomo Sand commentò a caldo  che Adolph Hitler sarebbe stato felice di leggere un simile lavoro scientifico e i due litigarono pesantemente.

La ricerca di Ostrer, ritenuta priva di fondamento dal biologo americano-israeliano Eran Elhaik, divide il mondo scientifico e quello antropologico (sempre pro o contro l’ipotesi dei Catari), ma è al tempo stesso il segno sicuro di come il sionismo reale abbia preso la decisione di sostenere l’esistenza genetica del semita, inserendola nel proprio programma politico. Si è prodotto, nei fatti, un reciproco riconoscimento fra i due estremismi, con equiparazione sul campo, con intenti e scopi contrapposti, di semitismo e sionismo. Il falso viene trasformato in vero.

La vera natura dei disegni di legge sull’antisemitismo

Il disegno di legge n. 1627 (Gasparri, Senato) si propone di dare attuazione alla risoluzione del Consiglio d’Europa inserendo la definizione IHRA nell’ordinamento italiano. Ma già nella relazione che   il testo si comprende che lo scopo è invece quello di rafforzare l’attuale compagine di governo in Israele e di colpire l’ampia rete di solidarietà che si è formata intorno alla tragedia palestinese. Non solo viene tralasciato l’antiziganismo, ma si afferma in modo apodittico che i focolai dell’antisemitismo si sono estesi e propagati sotto la veste dell’antisionismo, dell’odio contro lo stato d’Israele, del suo diritto a esistere e a difendersi. La medesima premessa compare, con parole molto simili, nel disegno n. 2383 (Molinari, Camera). Viene così contrabbandata l’equiparazione dell’antisemitismo con l’antisionismo, stravolgendo la portata stessa della definizione IHRA da attuare. Non si discostano da questa linea neppure gli altri due disegni all’esame del Senato (1004 e 1575), mentre non emergono, ad oggi almeno, nei lavori di commissione voci apertamente contrarie a tale insidiosissima equiparazione. Il sionismo reale di Smotrich e Ben Gvir, invece di essere ripudiato, riceve nei disegni di legge una sorta di promozione sul campo a rappresentante unico degli ebrei nel mondo, a loro volta piegati ad essere biologicamente semiti.

Di fronte ad un progetto sionista che in modo aperto prevede l’esproprio dei territori ritenuti parte di Heretz Israel (l’intera Cisgiordania, Gaza, ma anche porzioni significative di Siria e Libano) non ci si può certo stupire che le vittime designate dell’esproprio tentino di resistere e si oppongano al loro massacro, più esattamente al genocidio che viene perpetrato ai loro danni. La resistenza, la lotta per l’indipendenza, la difesa delle case e dei campi sono oggettivamente, necessariamente, antisioniste, per contrastare le azioni militari del sionismo reale (non quello di Theodor Herzl, sepolto in Austria nel 1904, senza aver mai sparato un colpo, poco dopo aver proposto al sesto congresso sionista del 23 agosto 1903 una mozione, all’inizio approvata, poi bocciata nel 1905, per l’insediamento in Uganda). Contrariamente a quel che scrive il senatore Gasparri “antisionismo” è, nel caso dei palestinesi, solo il diritto a sopravvivere.

L’art. 2 del disegno Gasparri inserisce nella formazione obbligatoria degli studenti-sudditi di regime corsi di contrasto all’antisionismo, il che equivale all’apologia dei principi sostenuti da Ben Gvir e Smotrich per giustificare il genocidio in atto. Rivive il punto 7 del Manifesto degli scienziati razzisti ovvero viene riproposto in altro scenario il monito: è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti. Il sionismo reale rivendica infatti l’esistenza biologica dei semiti, dunque una razza. L’art. 3 introduce sanzioni amministrative e disciplinari a carico di  docenti e ricercatori, per violazione dei doveri di prevenzione e segnalazione; qui manca un richiamo espresso a Israele come stato e al sionismo come movimento politico, ma la norma rinvia a un imprecisato regolamento da adottare ai sensi dell’art. 17 L. 400/88, ovvero per iniziativa del Ministro dell’Istruzione (con Giuseppe Valditara siamo tranquilli!) e senza passare dal Parlamento. Mediante regolamento diventa agevole organizzare la repressione del dissenso, la punizione arriva subito e colpisce, l’esito del ricorso giudiziario arriva sempre in ritardo, fuori tempo. L’ultimo articolo, il quarto, introduce sanzioni penali, ritoccando l’art. 604 bis, che già trattava la materia della discriminazione razziale, etnica e religiosa. La reclusione da 2 a 6 anni, prevista per l’apologia del genocidio, viene estesa alla negazione della Shoah (e fin qui nulla obiettare) e a chi neghi il diritto all’esistenza dello stato di Israele (ed entriamo nel pericoloso circolo dell’opinione), negazione ricavabile anche indirettamente da avversione ostilità lotta (e l’intenzione di reprimere ogni forma di solidarietà con i palestinesi appare evidente).

Chiudono il circolo, vista la trattazione disposta in comune, il disegno di Scalfarotto al Senato e di Molinari alla Camera introducendo il divieto preventivo di manifestare, in base alle valutazioni di polizia (Prefetto, Questore, Ministro), riesumando l’art. 18 del Regio Decreto fascista in tema di Pubblica Sicurezza. Quando ai gendarmi sembri di sentir odore di antisemitismo – magari, come suggerisce il senatore Gasparri, sotto la veste dell’antisionismo – allora si proibisce di scendere in piazza e chi non si piega andrà a processo. Ancora peggio di Scalfarotto (anche se è difficile essere peggio di Scalfarotto Del Rio ci è riuscito) ha fatto la minoranza PD presentando il disegno 1722. Rinunzia a precisare chiaramente che antisionismo e antisemitismo sono ben diversi fra loro, rinunzia a riconoscere il diritto di boicottare Israele in quanto stato (non semplice gruppo armato) autore di genocidio, delega invece al governo italiano di estrema destra, senza porre limiti, il potere di emanare in piena autonomia e senza ulteriore controllo, una sequenza di decreti legislativi sottratti alle Camere, con i quali definire che cosa in concreto possa essere ricondotto al delitto di antisemitismo, dunque anche, come suggerisce Gasparri, l’antisionismo, la critica o il boicottaggio di Israele. Propugnare il programma Heretz Israel con le bombe e le stragi è lecito, contrastare il programma è antisemitismo: questo potrà deciderlo il governo in base al testo Del Rio. Complimenti, senatore!

Dietro il nobile proposito di tutelare 30.000 ebrei italiani (di cui buona parte, a giudicare dalle elezioni nelle comunità territoriali, non si riconosce affatto nel sionismo reale di Smotrich & Dayan) si cela un intento repressivo, per imporre, con la minaccia di severe sanzioni, il sostegno alla politica del governo israeliano, l’ostracismo alla solidarietà con il popolo palestinese, l’accettazione di una divisione dell’umanità in razze disuguali, anche biologicamente. Non lo possiamo accettare.

Il futuro sarà, piaccia o no, inevitabilmente meticcio.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 6 dicembre 2025

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GUERRA: LEVATRICE DELLA SOVRANITA’, CARDINE DEL NUOVO ORDINE GIURIDICO

 

Pubblichiamo il contributo di Gianni Giovannelli al Convegno di Effimera: “ANNI DI GUERRA: MENZOGNE, VERITA’, SCINTILLE”, svoltosi il 15 novembre 2025 al C. S. Cantiere Milano.

Nel 1641, durante la prigionia, Raimondo Montecuccoli scrisse uno straordinario Trattato della guerra,  il primo testo sull’argomento in lingua italiana nell’era moderna. Già in apertura annotava: qualunque sia la cagione della guerra ella è colorita col candore della giustizia e del suo mantello ricoperta, dando pretesto all’armi di guerra giusta. Tuttavia le finalità reali del conflitto, una volta rimosso il colore che le nasconde, sono profondamente mutate nel corso dei secoli. E con le finalità – o forse anche quale conseguenza delle finalità – sono cambiati gli strumenti utilizzati sul campo per battere il nemico, le modalità di combattimento, le regole stesse dello scontro. Definire, qui e oggi, il concetto di guerra, impone allora di esaminare preliminarmente il complessivo percorso logico che conduce alla decisione di sceglierla quale soluzione risolutiva, in luogo di un’altra, compromissoria, meno pericolosa e meno sanguinosa.                         

                     Lo Statuto delle Nazioni Unite fu firmato a San Francisco il 26 giugno 1945; 41 giorni dopo fu sganciata la prima bomba atomica sulla città di Hiroshima. Seguì la seconda, il 9 agosto, su Nagasaki. Morirono circa duecentomila persone. Eppure il 24 ottobre successivo lo Statuto fu ugualmente ratificato e vincola ancora (meglio: dovrebbe vincolare) i 193 stati membri. Il preambolo del 26 giugno inizia declinando un suggestivo intento: Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra. L’art. 1 afferma, perentoriamente, che i fini sono mantenere la pace e la sicurezza internazionale; l’art. 4 impone ai governi di risolvere le controversie con mezzi pacifici (comma 3) e di astenersi nelle loro relazioni dalle minacce e dall’uso della forza.  Questi principi non mutarono il destino dei cittadini di Hiroshima ma vennero recepiti, nella Costituzione della nuova Repubblica Italiana, anno 1946, art. 11: L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie. Sia pure tra mille contraddizioni quel che si intendeva perseguire, dentro la guerra fredda, era una coesistenza pacifica non solo fra i due blocchi, ma pure fra tutti i c.d. paesi non allineati, al loro interno assai diversi per scelte nazionali di tipo economico, sociale o religioso. Certamente non mancarono comportamenti bellicosi in palese contrasto con le linee guida dei patti sottoscritti, ma altrettanto certamente ci si sforzava di discostarsi, almeno nella filosofia del diritto, dall’elogio della guerra di aggressione, di conquista, di supremazia violenta. Non è più così oggigiorno. Erosa dagli eventi e travolta da disinvolte interpretazioni delle norme, usando la teoria della costituzione materiale per giustificare ogni stravolgimento, la pace liberal-social-democratica prosegue il cammino verso l’archiviazione senza incontrare ostacoli. In questa fase di transizione viene infatti costruito su larga scala un nuovo assetto, diverso dal precedente, ritenuto, da chi detiene il potere economico, più utile e più redditizio.

                                           L’attuale modo di produzione è fondato sulla abrogazione, anche formale, di ogni garanzia di stabilità. Viene rimosso il tradizionale legame fra la creazione di valore e un preciso ambito territoriale, con le sue specifiche comunità di lavoratori. La presenza fisica sul luogo in cui ha sede l’impresa e la misurazione temporale dell’attività espletata non sono più gli elementi chiave utilizzati per individuare la retribuzione corrisposta o, quantomeno, non lo sono più in prospettiva tendenziale. Sia la merce materiale sia il prodotto immateriale possono raggiungere i mercati, e consentire il profitto, solo se viene impiegata energia lavorativa precaria, in gran parte fungibile, sfruttando appieno la cooperazione sociale, appropriandosi del comune mediante meccanismi di parziale o totale esclusiva. L’odierno capitalismo finanziarizzato si serve dei sistemi di connessione per mettere a valore l’intera esistenza, neo-schiavitù posta quale condizione del permanere in vita. Chi non si connette, o rifiuta il proprio consenso alla connessione operosa, non mangia.

                           L’intelligenza artificiale sta accelerando il cammino, già avviato, della transizione, dal precedente sistema di produzione al nuovo. Viene generata, in un clima di guerra e coercizione, la nuova struttura sociale, compare sulla scena della storia una mutata composizione degli sfruttati,  da inserire, con bastone o carota, in una organizzazione trasformata del processo di valorizzazione.

La scelta del dispotismo.

                                            Emerge, giorno dopo giorno, l’incompatibilità di questo variato modo di ottenere profitto e accumulare ricchezza con la concezione liberale e con quella socialdemocratica dello Stato. Viene archiviato il tradizionale programma condiviso di garantire protezione sociale ai meno abbienti (welfare), dignitosa agiatezza e diritti civili al ceto medio, circolazione delle merci e delle valute senza ostacoli (libero mercato), accettazione del conflitto d’interesse economico fra i diversi segmenti della popolazione, con il proposito, tuttavia, di comporlo, mediante accordi o con un compromesso  contenuto in leggi da rispettare. Nella transizione il ceto medio va scomparendo, la forbice fra ricchi e poveri si allarga: la connessione ininterrotta è un fattore estraneo ai meccanismi di mediazione, la divisione fra tempo di lavoro e tempo libero non può trovare ospitalità nel villaggio delle piattaforme e dell’intelligenza artificiale. L’intero edificio della democrazia rappresentativa c.d. occidentale non corrisponde più alle esigenze dell’assetto capitalistico, quello consolidatosi, in forme varie, nel XXI secolo. I miliardari del terzo millennio, avidi di dominio, in tutto il mondo mordono insofferenti il freno, puntano ad imporre l’opzione autoritaria in ogni singolo stato nazionale, cercano lo scontro, boicottano ogni forma di mediazione, negano legittimità al dissenso. Direbbe Lichtemberg (L, 282): visto che in tempo di pace si intona il Te Deum non ci sarebbe niente di più naturale se ora si intonasse il Te Diabolicum.

                                    Nei paesi del c.d. socialismo reale, principalmente in Cina, la struttura giuridica ed economica si è evoluta iniettando nella proprietà dello stato quella privata e cooptando nella gestione del potere politico una leva di imprenditori che hanno via via accumulato ingenti capitali, senza mai mettere in discussione la guida centralizzata. Il 1 gennaio 2021 è entrato in vigore nella Repubblica Popolare il primo sistematico codice civile, che lega l’ossatura giuridica in vigore fino a quel momento agli istituti della tradizione romanistica giustinianea, acquisendo pure elementi tipicamente anglosassoni. In questa sorta di comunismo del capitale (come lo definirebbe Christian Marazzi) compare una divisione fra le società volte a profitto e   quelle senza fine di lucro, affiancate da agenzie governative speciali e da quelle a carattere cooperativo. In Italia esiste, in tema, una pubblicazione di Sapienza Università Editrice che raccoglie gli atti di un importante convegno di studi proprio sul codice cinese. Nel mutamento, sul campo, del meccanismo di creazione del valore è rimasto fermo  quello, tecnico-giuridico, del controllo centralizzato e gerarchico.

                                    In generale, nei paesi caratterizzati da un solido autoritarismo, la transizione avviene senza toccare le istituzioni nella loro forma, tuttavia agevolando l’ingresso delle piattaforme e dell’intelligenza artificiale, la precarizzazione del lavoro, l’allargamento fra i due estremi della forbice di reddito distribuito, l’obbligo di connessione. Il telefono portatile è presente, sempre, anche nelle sacche di estrema povertà, perfino dentro le carestie. Questo vale nelle repubbliche teocratiche e nelle monarchie islamiche, ma anche in quelle rette dai militari, dal populismo nazionalista, dai clan familiari o dal caudillo di turno. Il capitalismo finanziarizzato delle piattaforme non conosce confini, non ha religione o ideale, è senza principi; non crede in nulla ma usa tutto con disinvoltura, piega la comunicazione alle proprie necessità, ritiene vero solo ciò che è utile.

Il dispotismo in occidente

                                  La transizione, nei paesi in cui si sono alternati governi socialdemocratici e governi liberaldemocratici, percorre un diverso sentiero, adeguandosi alle realtà territoriali. Il fascismo, invenzione politica italiana esportata con successo all’estero fra le due guerre, fu il tentativo di rendere eterno il ciclo fordista, di sottrarre alla forma demoplutocratica la gestione di un ciclo produttivo fondato sulla fabbrica territorializzata, sulla manodopera stabile fidelizzata, sul colonialismo di rapina, sullo stato nazionale, sull’ordine. Era una dittatura, ma aveva bisogno di consenso; a questo servivano le terre bonificate, la retorica delle adunate,  la costruzione delle case popolari, la riconduzione al pubblico dell’assistenza sociale (ONMI, ECA, Opera Nazionale Balilla, infortuni, pensioni). Il nazifascismo perse la guerra, venne meno il consenso, rimase escluso dal c.d. arco costituzionale. La socialdemocrazia e il liberalismo coltivarono welfare e stato sociale, la loro alternanza (un patto di reciproco rispetto e riconoscimento di ruolo) non trovò più ostacoli nel rappresentare l’insieme dei paesi liberi per l’intera durata di quel modo di produzione.

                                           La crisi di governance è emersa, con sempre maggior forza, man mano che procedeva la transizione e si affermava il nuovo assetto dell’economia, cogliendo di sorpresa il personale delle istituzioni, impreparato a reggere l’onda travolgente in arrivo. La muta di intellettuali a libro paga ha cercato di minimizzare la portata degli eventi, prima liquidando ogni imprevisto elettorale come passeggero populismo, poi evocando il pericolo fascista per mantenere la situazione in stallo, infine chiamando a raccolta i cittadini contro terrorismo e autocrazia. Non era sufficiente. Come osserva Lichtemberg (L67): che nelle chiese si predichi non rende inutili i parafulmini su di esse. Quando si sono accorti che tutto ciò non bastava sono saliti sul carro dell’estrema destra, convinti di poterne prendere la guida, rinunziando al confronto.

                                   Da Elon Musk a Vincent Bollorè è in costante aumento il numero dei miliardari di ultima generazione che in modo aperto sostengono finanziariamente i movimenti politici nazionalisti ultraradicali nei paesi più sviluppati e più ricchi del pianeta. In Italia il partito di Giorgia Meloni guida da tre anni la coalizione di governo; ha sepolto il vecchio populismo di maniera, ha archiviato i progetti sociali tagliando i fondi all’assistenza, può ormai contare sull’appoggio convinto delle imprese, non solo nel settore delle telecomunicazioni e della finanza, ma anche della logistica, dell’informatica, della farmaceutica, delle armi. Il vento di destra soffia forte in tutta Europa, e non solo negli Usa di Trump o nell’Argentina di Milei; in Francia Macron frana e il Rassemblement National preme all’uscio deciso a prendere il comando. Sarebbe riduttivo rinchiudere i variopinti segmenti di questo aggregato, di recente entrato in scena con prepotenza, nel fascismo novecentesco o nel generale contenitore dell’autocrazia. Siamo di fronte, piuttosto, ad un cambio di passo. Si afferma una concezione sovranista dello stato, in alternativa contrapposta alla tradizionale democrazia rappresentativa dominante nel secolo scorso. Ritorna, in veste aggiornata, l’assolutismo sconfitto dalla rivoluzione del 1789; ma, a differenza di quello precedente, l’assolutismo necessario ai Signori di questo XXI secolo non prevede – non intende riconoscere – neppure il limite di Dio o della Natura. Le ideologie, le religioni e Gaia debbono piegarsi al profitto. Il traguardo della transizione, nel progetto capitalistico attuale, è quello di imporre alla moltitudine sottomessa dei paesi sviluppati un sistema dispotico in salsa occidentale.

Viene cancellata la tripartizione dei poteri

                                                La democrazia rappresentativa vive di consenso ottenuto con la mediazione, con la tutela legislativa dei diritti e con il welfare. Il fascismo novecentesco si reggeva sull’idea di ordine e sicurezza, mediante la dittatura, con la compressione dei diritti, senza tuttavia tralasciare l’assistenza sociale ad evitare sedizioni. Il dispotismo occidentale (come le altre forme del dispotismo contemporaneo) nega fondamento alla concezione dello Stato connessa all’esistenza di un contratto sociale. I sudditi tali sono; poiché si vuole mettere a valore l’intera esistenza, essi stessi diventano merce, e la merce non ha diritti, ha solo proprietari, venditori, acquirenti. Le radici di questa dottrina del potere possiamo ritrovarle nel celebre trattato di Jean Bodin (Les Six Livres de la Republique, 1, 1, 1576): per sovranità si intende quel potere assoluto e perpetuo che è proprio dello Stato. Bodin separa il droit, ovvero il concetto astratto di giusto, dalla lex, il comando imposto come atto di volontà del sovrano, prevalente anche sugli usi e sulle consuetudini. La lex può inibire ogni pre-esistente possibilità di accesso alle risorse, non è vero il contrario. Anche la concessione di un privilegio a singoli o collettività compete soltanto a chi detiene il potere; il sovrano è arbitro anche del diritto, è giudice di ultima istanza in ogni controversia, magistrato supremo, libero da ogni limitazione codificata. Scrive Bodin: il Principe giura a se stesso di custodire le leggi, ma non è legato a queste, è un giuramento a se stesso. La magistratura, lungi dal godere di autonomia, è quella disegnata nel sistema imperiale romano, la gerarchia opera all’interno della corporazione, ma anche l’apice dei giudicanti deve obbedire al sovrano assoluto. Siamo di fronte a un pragmatismo politico spinto fino alla spregiudicatezza (cfr. Anna Di Bello in Storia e Politica, XVI, n. 2, pag. 346). Il dispotismo occidentale, come quello neosocialista cinese o teocratico iraniano, si nutre, rielaborandolo, dei principi elaborati dalla tradizione giuridica imperiale romana: quod principi placuit legis habet vigorem (Digesta, I, 4, 1), la fonte del potere è la persona che lo incarna, cui il popolo ha ceduto lo scettro, senza condizioni limitative.

                                                       Il programma politico dei nuovi capitalisti, da attuare per mezzo dell’ultradestra e/o degli apparati burocratici-amministrativi-militari, prevede prima l’erosione e poi, in rapido progredire, l’eliminazione della tripartizione dei poteri. La funzione legislativa parlamentare e quella giudiziaria dei magistrati debbono essere gerarchicamente ricondotte al solo potere esecutivo, al governo, al signore, al sovrano assoluto, quale che sia la denominazione formale attribuitagli. Ne abbiamo continuamente la prova. Nel pieno del processo intentato a Netanyahu in Israele l’americano Donald Trump interviene alla Knesset e invita il presidente Herzog a chiudere la vicenda giudiziaria, con un provvedimento di grazia, calpestando l’autonomia  dei magistrati. Tutti hanno trovato la cosa normale, alcuni perfino umoristica. In Italia in barba alla Corte Penale Internazionale il governo, invece di arrestare Almasri eseguendo il mandato vincolante, gli ha pagato il volo di rimpatrio; a seguire le Camere hanno negato l’apertura del processo intentato nei confronti di chi aveva preso questa decisione, con insulti e accuse ai togati del Tribunale che avevano osato avanzare la richiesta. Lo ha detto con chiarezza Giorgia Meloni, celebrando il funerale della tripartizione dei poteri, a fronte delle ripetute sentenze (anche europee) in tema di illegittimità della deportazione dei migranti in Albania: noi andiamo avanti lo stesso, se i giudici insistono nel voler giudicare gli atti di governo si presentino alle elezioni!

Il dispotismo occidentale non si regge sul consenso ma sulla paura e sul terrore, dunque ha bisogno della guerra   

                                    Il passaggio da un sistema fondato sulla separazione dei tre poteri a quello sovranista in cui domina la funzione esecutiva è un punto irrinunciabile per il contemporaneo assetto capitalistico, perché necessario ad assicurare, forzando i meccanismi di connessione alla rete, l’inserimento dell’intera esistenza nel ciclo di valorizzazione. Durante la pandemia, a prescindere da ogni effettivo bisogno di misure sanitarie, molti governi hanno colto l’occasione per consegnare la funzione legislativa nelle mani dell’esecutivo, introducendo la forma del decreto come modalità ordinaria; venuta meno l’emergenza questo procedimento è rimasto in uso come metodo ordinario. Sempre invocando pretese urgenze -del tutto generiche e immotivate, ma  presentate come improrogabili- il potere esecutivo si è servito della forma-decreto per disinnescare, mutando continuamente il quadro legislativo, le decisioni sgradite della magistratura. Lo abbiamo potuto constatare nelle vicende sindacali di Alitalia, in quelle social-ambientali di Ilva, nella gestione repressiva del fenomeno migratorio, dell’ordine pubblico, dell’imposizione fiscale, della politica estera, degli armamenti. Il peso delle rappresentanze parlamentari e delle istituzioni giudiziarie viene eroso da un attacco incessante dell’esecutivo, istigato dalla muta emergente formatasi dentro l’economia finanziarizzata.

                                                 Il dispotismo sovranista mira alla sottomissione, non al consenso. Esige obbedienza incondizionata, dunque non concede spazio alla trattativa, non tollera il dissenso perché rallenta il ciclo del profitto, rende meno operosa la connessione, riduce il processo di appropriazione della cooperazione sociale. Per garantire il controllo viene diffusa l’incertezza, viene coltivata l’ansia nel gran mare della precarietà diffusa; viene comunicata, professionalmente, la convinzione che l’unica interpretazione possibile delle norme sia quella indicata dal potere sovrano, che non esistano diritti irrevocabili, né soggettivi né collettivi. Ma l’incertezza non basta. Per far accettare la condizione servile occorre incutere paura, mostrare l’apparato statuale come il male minore, come rifugio che protegge dal peggio. A questo serve il terrore: a iniettare la sensazione di panico che rende incapaci di reagire ai soprusi del tiranno. Il dispotismo occidentale non esita a usare la pandemia, il terrorismo, la guerra per raggiungere lo scopo. Soprattutto la guerra, che non è più, come al tempo di Carl von Clausewitz, la prosecuzione della politica con altri mezzi, ma è divenuta una struttura indispensabile della politica, dell’economia e dello stato.  

La guerra come regola permanente

                                                 Nel 1999 Qiao Liang e Wang Xiangsui hanno elaborato il concetto di quella che in italiano porta il nome di guerra asimmetrica e in inglese di unrescricted warfare. Fino ad allora gli studi militari non avevano mai messo in discussione il principio secondo il quale ogni guerra doveva essere (almeno a detta di chi l’iniziava) giusta; l’eventuale   violazione del diritto umanitario veniva o negata o definita eccezione non voluta. Le quattro convenzioni di Ginevra (12 agosto 1949) sono state ratificate da ben 196 paesi, perfino Israele aveva aderito già il 6 luglio 1951. Le norme approvate prevedono la protezione dei soldati feriti, dei prigionieri di guerra, delle formazioni di resistenza nei territori occupati, riconducono a crimine contro l’umanità ogni atto di violenza contro la popolazione civile e contro i soccorritori della Croce Rossa o della Mezzaluna. Provocare epidemie o sabotare impianti idrici o affamare le città era dunque bollato (e sulla carta rimane tale anche oggi) un delitto.

                                                      Il quadro giuridico cominciò a scricchiolare già nell’ultimo quarto del secolo scorso; i tre protocolli aggiuntivi alle convenzioni (1977 e 2007) registrarono un certo numero di diserzioni all’atto della ratifica, così come la normativa contro la tortura (New York, 10 dicembre 1984), firmata dall’ Autorità Palestinese,  non da Israele. Ma il punto di svolta fu la c.d. Guerra del Golfo, culminata nell’Operation Desert Storm iniziata il 17 gennaio 1991, con uso di quel Tomahawk che oggi gli ucraini sollecitano a gran voce, per scagliarlo contro i russi. Fu il primo grande conflitto bellico nell’era del villaggio globale, in cui si verificò il tradimento generale delle regole, da parte di tutti. Saddam invase il Kuwait, le sue truppe presero ostaggi, uccisero prigionieri, rapinarono le abitazioni. La coalizione dei 35 paesi democratici bombardò le città, massacrò gli iracheni in fuga lungo l’Autostrada della morte. Fu annientato un convoglio meticcio lungo dieci chilometri, composto da mezzi militari, autombulanze, automobili private, soldati allo sbando, lavoratori immigrati. Nella strage di Mutla Ridge morirono migliaia di persone. Come ebbero a scrivere Qiao e Wang la rivoluzione tecnologica delle armi fu la chiave di volta di un intervento militare che abrogò sul campo il diritto umanitario.

                                              Dal 1991 la guerra, ogni guerra nel nostro pianeta, è sempre asimmetrica, pone l’utilizzo in concreto di ogni eccezione vietata come unica regola da impiegare nello scontro. Sono divenute archeologia giuridica le quattro convenzioni di Ginevra, insieme ai suoi tre protocolli, alle Corti Penali, al divieto di tortura, ai limiti di impiego delle armi atomiche, chimiche o non convenzionali. La deportazione dei popoli, i rastrellamenti, le stragi e il genocidio trovano i loro difensori istituzionali, a volte ipocritamente negazionisti, sempre più spesso disinvolti, fino alla esplicita rivendicazione. Il metodo ha preso piede. Nel 2015 l’Arabia Saudita, contro gli Houthy nello Yemen, ha effettuato sistematiche distruzioni di infrastrutture, causando un’epidemia di colera e migliaia di decessi. Nel 1995 le milizie di Mladic uccisero 8.000 bosgnacchi (musulmani di Bosnia) e la Cour International de Justice con sentenza n. 921 del 26 febbraio 2007 lo qualificò genocidio; nel 2025 rimane invece impunito Israele e sbeffeggiato l’ordine di arresto emesso contro Netanyahu, e chi, come la relatrice ONU Francesca Albanese, usa questo termine tecnico, a fronte di oltre 60.000 gazawi sterminati, viene colpito dalle sanzioni di Trump, senza possibilità di ricorso, additato anzi come esempio negativo.

                                          Fra le regole generali con cui Machiavelli chiude la sua Arte della guerra questa è di sicura attualità: Sapere nella guerra conoscere l’occasione e pigliarla giova più di ogni altra cosa. Gli stati nazionali, nel quadro multipolare che oggi caratterizza l’esercizio del dominio, hanno bisogno di rendere permanente il conflitto in ogni angolo della terra, per introdurre o per rafforzare il sovranismo dispotico. Dunque la massima del Machiavelli si traduce sul campo nella capacità di cogliere, di volta in volta, il pretesto adatto per aprire le ostilità, per trarne vantaggio, sia mettendo a valore i combattenti sia incrementando il profitto sia infine criminalizzando il dissenso. Chi si nutre di polemos per sopravvivere giudica ogni richiesta di pace o di accordo incompatibile con il giusto; sono riconosciute legittime solo le norme utili allo scontro e all’armamento. Lo stato di eccezione, nel tempo del sovranismo dispotico è una struttura ordinaria di governo, l’unica possibile e l’unica compatibile con il modo di produzione fondato sulla vita connessa. La giustizia si salda con la discordia, entrambe hanno due volti. Vive nuova vita il celebre frammento 22 di Eraclito: Polemos di tutte le cose è padre, di tutte le cose è re, gli uni rivela dei, gli altri umani, gli uni schiavi, gli altri liberi (trad. Angelo Tonelli, Milano, 1993). L’unica regola rimasta in vigore, nel tempo della guerra asimmetrica e del diritto umanitario con applicazione condizionata, è quella di non farla cessare mai.

Si vis pacem para bellum

                                     Con motivazioni più apparenti che vere, ma comunicate con efficacia, i sudditi vengono persuasi o minacciati, accettando lo stato di guerra permanente e tutti i pretesti utilizzati per giustificarlo. Il messaggio viene trasmesso poggiando sulla suggestione di una massima estratta, per la verità stravolgendola dal contesto, da un’opera di Vegezio, autore bizantino del IV secolo, quella secondo cui si vis pacem para bellum, ovvero che è necessario disporre di un buon arsenale e di un esercito potente come garanzia preventiva della propria sicurezza. Si tratta, a ben vedere, di un aggiornamento della teoria della deterrenza elaborata negli anni della guerra fredda, ora calata nell’assetto multipolare che caratterizza il villaggio globale dell’economia finanziarizzata. La deterrenza non mira più all’equilibrio delle forze e alla coesistenza pacifica, come avveniva secondo la teoria dei giochi; questa nuova deterrenza prevede la permanenza endemica di vari segmenti di battaglia, alimentati e diffusi a macchia di leopardo, alternando distruzioni e ricostruzioni, senza soluzione di continuità. La spesa militare viene incrementata erodendo quella per welfare, prevale sulla ricerca civile, divora le risorse della cooperazione sociale. Lo aveva intuito Guy Debord, aggiornando von Clausewitz: i giochi di guerra sono la continuazione della politica con altri mezzi.

L’armamento è una produzione per sua natura segreta, sia nella tecnica sia nell’impiego; dunque si sottrae al controllo parlamentare e giudiziario, rimane competenza esclusiva dell’esecutivo che non deve renderne conto a nessuno. Al tempo stesso le imprese del settore militare (anche quelle riconducibili a un singolo stato nazionale) operano in ragione di un interesse privato, del profitto a breve termine, sempre più sganciandosi dalle esigenze delle comunità territoriali. La gestione sovranista del pubblico e del privato, in ogni singola entità nazionale, tende a rimuovere gli ostacoli posti o dalla legislazione vigente o dai comportamenti dissenzienti. Di conseguenza mira per un verso alla delegificazione dell’ordinamento e per altro verso alla criminalizzazione delle opposizioni. Dopo aver cancellato, per fatti concludenti e sul campo, l’intero corpo normativo del diritto umanitario, l’attuazione del programma colpisce ora i singoli paesi, all’ombra delle esigenze difensive contro il nemico di turno. I satelliti che si vanno ammassando nello spazio, pubblici e privati, sono strumento bellico di fondamentale importanza; al tempo stesso controllano la comunicazione, quella del consenso e quella del dissenso. Sono investimento militare e infrastruttura necessaria all’economia, elementi inseparabili, ad uso esclusivo di chi li detiene, l’insieme dei sovrani. Il popolo dei connessi riceve bombe e notizie false che consolidano servitù vere.

La guerra senza regole  

                                       Anche i trattati stipulati per proibire l’uso di armi chimiche (CWC) e nucleari (TNP) sono apertamente disattesi, nessuno è in grado di rendere effettivo il divieto. Le sanzioni sono applicate dal più forte contro il più debole secondo convenienze, alleanze, interesse tattico o strategico. Gli Stati Uniti proteggono l’atomica israeliana e distruggono i laboratori iraniani per rallentare il programma nucleare di quel paese; al tempo stesso la Cina chiude un occhio sugli ordigni allestiti in Corea del Nord. Tutti negano di utilizzare armi chimiche e uranio (arricchito o impoverito), senza rinunziare a produrle e ad usarle. Il terrorismo, le torture, i colpi di stato, gli omicidi mirati, le sanzioni, gli interventi di milizie mercenarie rientrano, per fatto notorio, nell’azione quotidiana dei servizi segreti. Le epidemie, le carestie, il genocidio perpetrato in più regioni del pianeta non sono più un incidente non pianificato, un evento dovuto alla situazione sfuggita di mano; rientrano a pieno titolo nella programmazione dei conflitti, sono scelte di stato. Ovunque, non solo a Gaza.

                                                         In Sudan i combattimenti proseguono feroci, dal 15 aprile 2023,  fra Forze Armate del Consiglio Sovrano e RFS; i morti, difficili da conteggiare, sono oltre 100.000, i profughi, sistematicamente depredati, superano i 10 milioni su una popolazione di 45 milioni, i soldati delle due parti sono almeno trecentomila. La carestia viene deliberatamente provocata per ottenere il controllo di zone contese, il saccheggio delle risorse (oro e petrolio) consente di acquistare la strumentazione necessaria a condurre il conflitto, che costituisce comunque un buon affare per i sostenitori delle due fazioni in lotta. Intanto, con in mano il premio Nobel per la pace appena ricevuto e il sostegno israeliano, Maria Corina Machado invoca il progetto patriottico della Carta di Madrid e si prepara alla conquista armata del Venezuela, al seguito dell’esercito nordamericano. Non ha bisogno di elezioni, è sufficiente un colpo di stato.

                                             L’attacco informatico alle strutture e il sabotaggio delle fonti energetiche, o rivendicati o anonimi o attribuiti a terzi, sono ormai una costante della guerra asimmetrica. Stuxnet è un virus, prodotto di una collaborazione scientifica fra Israele e Stati Uniti, che colpisce i PLC (le componenti hardware programmabili via software) indispensabili per l’automazione degli impianti. I due paesi, impiegando due unità speciali sotto copertura, hanno infettato il sistema del sito nucleare iraniano di Natanz, nel 2009; l’operazione prese il nome in codice Olympic Games e causò il blocco di circa 1000 centrifughe su 5000 complessive, con danni di enorme rilievo per l’intero programma di produzione dell’uranio arricchito. In quello stesso periodo (in particolare nel biennio 2010-2012) almeno cinque scienziati iraniani furono assassinati. Pur se pianificate da entità statali queste azioni dovevano rimanere segrete, ma una fuga di notizie consentì di accertare la verità. Peraltro, come succede ad ogni apprendista stregone, il virus Stuxnet è sfuggito di mano ai suoi stessi inventori. Un tecnico bielorusso, tale Sergey Ulasen, allertato da un cliente iraniano, riuscì ad individuare Stuxnet aprendo la via alla ricerca; successive elaborazioni lo hanno reso più efficace, volendo è reperibile nel mercato nero ed è un’arma disponibile per l’intera marea di belligeranti. Del resto anche la dinamite fu inventata nel 1867 da Alfred Nobel, il filantropo che istituì il premio per la pace con i ricavi dell’esplosivo.

                                     Il conflitto armato ha distrutto le regole, continua a diffondersi in tutto il pianeta, senza esclusione di colpi, consolidandosi come cardine dell’ordinamento politico ed economico. Anche il genocidio, come lascia intendere il Montecuccoli nella citazione d’esordio, non si sottrae e viene nascosto sotto il mantello della giustizia. La guerra asimmetrica produce il sovranismo dispotico, nelle diverse sedimentazioni acquisite dai singoli stati nazionali. Il nazionalismo ribelle del Quarantotto voleva coniugare industria e libertà, insorgendo contro i sovrani assoluti; il Manzoni (Marzo 1821) legava l’essere fratelli su libero suol alla patria una d’arme di lingua d’altare di memorie di sangue e di cor. Il nazionalismo sovranista contemporaneo rinnega quell’esperienza perché  la stravolge. Contrasta proprio il doppio principio indissolubile che la contrassegnava: ogni gente sia libera e pèra della spada l’iniqua ragion. L’unica ragione invocata dal nazionalismo sovranista è invece la forza. Dietro i retorici proclami di autonomia si annidano colonialismo, xenofobia, prepotenza, ostilità, guerra. Dietro la restaurazione piena della corsa al profitto, inteso come ordine costituito, si cela l’alternativa alla lotta di emancipazione collettiva; alla moltitudine viene assegnata la sua parte, servire e tacer.  Il sovranismo, dispotico e bellicoso, comunque lo si chiami, è l’unica forma di governo compatibile, qui e ora, con il sistema capitalistico finanziarizzato delle piattaforme. Questa forma istituzionale, a sua volta, non può che risolversi in assolutismo. Questo è l’apparato giuridico che si sta imponendo nel pianeta. Il problema è come impedirlo. Non è tempo di divisione. Il potere criminalizza il dissenso, gli va opposta l’unità di tutti noi criminali.

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Cittadini del mondo

di Carlo Rovelli



Ad António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite

Mi prendo la libertà di scriverle, per sottoporle un’idea. Le Nazioni Unite potrebbero rilasciare una carta d’identità a qualsiasi cittadino del mondo che ne faccia richiesta. La carta non deve necessariamente comportare privilegi o diritti. Potrebbe avere qualche utilità pratica, ma avrebbe, credo, un immenso valore simbolico: tutti gli esseri umani appartengono a un’unica famiglia di cittadini.

Esperti mi dicono che il progetto è facilmente realizzabile tecnicamente, data la tecnologia odierna; la maggior parte delle carte potrebbe essere consegnata concretamente per conto dell’ONU da singoli paesi che lo vogliano fare. Forse l’ONU stessa aumenterebbe la sua legittimità simbolica, con miliardi di persone che hanno la sua carta in tasca. Penso che sarebbe meraviglioso offrire a qualsiasi essere umano il senso di appartenenza a un unico popolo.

Con rispetto e ammirazione per la sua difficile leadership e la sua voce di saggezza, rara nel mondo contemporaneo.

[Carlo Rovelli]



La lettera è stata pubblicata su Comune.info il 1° novembre 2025

La foto è di Stefania Pizzolla


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Il silenzio dei vivi

Da circa due mesi, nel cuore di Gaza, una piccola fiamma continua a resistere. Ogni mattina Soad e altre quattro donne accendono un forno comunitario che prepara pane e biscotti per cinquanta famiglie. Grazie anche al supporto delle compagne di Women with Gaza, è diventato un simbolo di dignità e collaborazione. Foto di Gaza FREEstyle

di Emilia De Rienzo

Tra le macerie di Gaza qualcuno continua a vivere. Non è una notizia. Non lo è mai stata. Eppure, ogni giorno, famiglie tornano tra le rovine per raccogliere ciò che resta: un piatto, una fotografia, un giocattolo. Donne che spazzano via la polvere dalla tenda in cui dormono, bambini che attraversano le strade dissestate per raggiungere i centri d’apprendimento provvisori, giovani che vanno a prendere l’acqua lontano, a rischio di non tornare.

Piccoli gesti che non interessano a nessuno, perché non rientrano nella cronaca della guerra, non hanno il ritmo delle esplosioni né la lingua dei comunicati ufficiali.

Nel linguaggio freddo e crudele di chi domina la scena, tutto si riduce a “piccole schermaglie”. Così le ha chiamate il vicepresidente statunitense James David Vance, commentando i nuovi bombardamenti israeliani. Cento morti, venti bambini tra loro. Ma non i suoi bambini. E neppure i nostri, perché ormai li abbiamo esclusi dal cerchio del dolore che riconosciamo come umano.

È questa la vera vittoria della guerra: trasformare la sofferenza in statistica, l’ingiustizia in normalità, la distruzione in necessità.

In Cisgiordania, intanto, uomini e donne tentano di raccogliere le olive, come ogni anno, come sempre. È un rito antico, che lega alla terra e alla memoria. Ma oggi chi si avvicina agli alberi rischia di essere aggredito dai coloni. Gli ulivi vengono tagliati, incendiati, calpestati. Ogni frutto che cade è un atto di resistenza, ogni gesto di cura un pericolo.

E intorno, ancora silenzio. Le autorità politiche tacciono, o parlano un linguaggio neutro, burocratico, in cui la parola “pace” suona vuota, senza sangue né respiro (leggi anche questo articolo di Giorgio Agamben: La guerra è la pace).

La vita dei palestinesi continua dentro questo silenzio, con una tenacia che spaventa. Gaza è piena di mani che aggiustano, che ricostruiscono un angolo di casa, che accendono un fuoco per scaldare un pasto. La guerra li ha privati di tutto, ma non della volontà di restare. “Questo è il nostro paese”, dicono. “Lo amiamo, anche distrutto.”

È forse la più radicale delle ribellioni: voler vivere, quando tutto intorno grida morte.

Risuonano le parole di Dalia Taha (scrittrice, autrice di libri di poesie, romanzi, testi teatrali, vive e lavora a Ramallah), Entra, amore palestinese:

Noi palestinesi
amiamo ciò che amiamo
un po’ più di quanto dovremmo.
Guarda come amiamo le nostre università,
le nostre susine, l’aria nitida del nostro paese,
il nostro za’atar, i nostri poeti,
i nostri villaggi fatti a pezzi.
Siamo sempre pronti ad amare
un po’ più di quanto dovremmo;
sempre pronti a morire
un po’ più di quanto dovremmo.

Le parole di Dalia Taha non parlano di eroismo, ma di una fedeltà quotidiana: l’amore per la terra, per la lingua, per le piccole cose che resistono alla distruzione. È la stessa forza che si vede nei volti di chi ripulisce una tenda o riaccende una stufa tra le rovine. Un amore che non chiede applausi né compassione, ma solo di essere visto.

La scena mediatica è occupata dal linguaggio dei potenti, dalle giustificazioni e dalle statistiche. Ma sotto quel linguaggio continuano a muoversi i vivi, i dimenticati, coloro che amano “un po’ più di quanto dovrebbero”. Forse è da loro che dovremmo imparare cosa significa resistere.



L’articolo è stato pubblicato su Comune.info il 29 ottobre 2025


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