Il Fediverso: per farla finita con i Social delle Big Tech 

di Sergio Tringali

1. Le nostre parti estese, colonizzate

Immaginiamo il nostro corpo come un campo aperto, attraversato da linee di forza che ci collegano agli altri, al mondo, agli strumenti che usiamo ogni giorno. Spinoza parlava di “parti estese”: non siamo solo carne e ossa, ma anche le relazioni che ci definiscono, gli oggetti che ci circondano, le piattaforme che abitiamo. Oggi, però, queste parti estese sono state colonizzate. Le Big Tech hanno trasformato le nostre connessioni in dati, i nostri desideri in algoritmi, le nostre piazze in feed infinito. Siamo tutti dentro la “casa del padrone” e il padrone non solo ci osserva, ma decide cosa possiamo vedere, dire, pensare.

“Le macchine non sono neutre” quante volte l’abbiamo detto? Cristallizzano rapporti di potere. Quando usiamo Facebook, Instagram o WhatsApp, non stiamo solo comunicando: stiamo alimentando un sistema che ci divide, ci polarizza, ci da l’illusione di farci leggere da milioni di persone, ci rende dipendenti ed attaccati alle “misurazioni” che ci vengono proposte creando competizione (leggi gamification). Il capitalismo delle piattaforme nominato anche iper-capitalismo ha creato un deserto noetico o deserto della conoscenza, dove la verità è ciò che l’algoritmo decide di mostrarci finendo per diventare post-verità, dove la politica è influenzata da lobby opache e ricatti economici. Non è un caso che, come documentato da un’inchiesta transnazionale e dalla puntata di Report dello scorso 12 aprile 2026, le Big Tech abbiano un’influenza invisibile ma pervasiva su media, istituzioni e opinione pubblica.

2  Il Fediverso: un’alternativa che “non fa hype”

Eppure, esiste una via d’uscita: il Fediverso. Una rete decentralizzata di piattaforme (come Mastodon, PeerTube, Pixelfed) che non appartiene a nessuno o meglio, non c’è un unico proprietario, ma tanti server gestiti da collettivi e gruppi di persone, è un Universo Federato dove gli utenti controllano i propri dati e le proprie connessioni.
Ma perché se ne parla così poco? Perché non c’è l’hype che circonda invece ogni nuovo prodotto di Meta o Google o di qualsiasi altro BigTech Bro?

La risposta è semplice: l’hype è figlio del capitalismo. È il risultato di campagne marketing milionarie, di influencer pagati, di algoritmi che spingono contenuti virali. Il Fediverso, invece, è anticapitalista per definizione: non ha azionisti da soddisfare, non ha pubblicità da vendere, non ha un “padrone” che decide cosa è trendy.
Cosa possiamo immaginarci di meglio? È uno strumento al contempo conviviale e contributivo: una tecnologia che non ci sfrutta, ma ci permette di curare le nostre relazioni, di costruire comunità reali (e il saper-fare), di riappropriarci delle nostre parti estese, individuandoci nuovamente.

Allora cosa può il nostro corpo digitale?

3. Uscire dalla casa del padrone, senza illusioni

Il problema è che siamo abituati a pensare che il cambiamento debba venire dall’alto, da un nuovo social network rivoluzionario che, attraverso un ennesimo hype, spazzi via i vecchi giganti. Ma non funziona così: non faremo altro che attendere l’ennesima shittification.

Il Fediverso non sarà mai “virale” perché non è progettato per esserlo. Non ci saranno titoli urlati sui giornali, non ci saranno campagne pubblicitarie. Dobbiamo crearci noi il nostro improbabile hype, dal basso: curando le nostre connessioni, spiegando a chi vogliamo bene perché è importante migrare, costruendo istanze locali (server) che si colleghino tra loro, come un’internazionale digitale.

Filosofi come Stiegler hanno immaginato una tecnosfera organizzata dalle località, dove la cura, la collaborazione la trasmissione dei saperi sostituiscono lo sfruttamento dei nostri corpi, del nostro sapere, del Nostro Pianeta. Il Fediverso è esattamente questo: una rete di nodi autonomi, dove ogni comunità può decidere le proprie regole, senza dipendere dagli umori di Zuckerberg o dai profitti di Google, dalle vacanze di Bezos e le pippe sull’Anticristo di Thiel.

4. Una chiamata all’azione, senza paura

So che molti attivisti, anche tra i lettori di Effimera, sono ancora su Facebook o Instagram e usano ancora Gmail. Non è una colpa: le Big Tech hanno progettato le loro piattaforme per renderle pervasive da una parte e indispensabili dall’altra.

E allora il mio amico all’Università, nonostante l’aiuto di una comunità di attivisti digitali riesce ad installare Mozilla nella sua Università ma qualche anno dopo l’Università stessa firma un contratto con Google e via giù duro di Google Chrome, Google Drive e ogni tipo di G grande. Stessa cosa per una mia amica professoressa a scuola, se non hai la gmail non puoi accedere al Google Calendar, imposto dalla sua stessa scuola. Ancora una ricercatrice che ha 20 anni di lavoro archiviato in gmail, me stesso al momento con alcuni clienti che hanno GDrive integrato nei loro strumenti.

Ecco perché ho parlato di colonizzazione in apertura. Per la pervasività delle Big Tech ad ogni livello della nostra esistenza digitale (digitale e non, perché il nostro corpo somatizza): dall’Università, alle Scuole, agli Ospedali e via dicendo, fino al nostro corpo digitale illuso di stare navigando nell’internet smisurato mentre in realtà sta scrollando solo IG o FB.

Qui non si sta dicendo di cancellare la nostra gmail di botto. Al massimo possiamo tenercela per necessità di lavoro (poi dipende anche quale tipo di lavoro) ma si possono avere diverse mail che separino la vita lavorativa da quella di tutti i giorni.

Quindi, se vogliamo davvero resistere al iper-capitalismo delle piattaforme, dobbiamo iniziare a costruire alternative. Non per puro idealismo, ma per necessità.

Vogliamo veramente continuare a transindividuarci nella casa di transumani bianchi vestiti come dei bonzi intenti a colonizzare Marte mentre il pianeta brucia? L’uso di determinate piattaforme social, o determinate tecnologie di costruzione della tecnosfera allora diventa una questione politica sentita anche all’interno degli organi di alto livello.
La Francia abbandona Microsoft a favore di Linux.

Il Fediverso non è la soluzione magica a tutti i problemi, ma è uno strumento che ci restituisce il controllo. È un modo per dire: le nostre parti estese non sono in vendita. Le nostre relazioni non sono dati da monetizzare. La nostra attenzione non è un prodotto.

Dobbiamo smettere di affiggere manifesti anticapitalisti nella casa del padrone, sperando che qualcuno li legga oltre la nostra bolla filtrata. Dobbiamo invece costruire le nostre case, i nostri spazi, le nostre reti. Il Fediverso è già qui: sta a noi renderlo visibile, desiderabile (libertà digitale), necessario.

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Libri di riferimento, dal teorico al pratico

Collettivo L’Internation, Bernard Stiegler (a cura di), L’assoluta necessità. In risposta ad António Guterres e Greta Thunberg, Meltemi, Milano 2020

Gilles Deleuze, Cosa può un corpo. Lezioni su Spinoza, Ombre Corte, Verona 2007

Ivan Illich, La convivialità. Una proposta libertaria per una politica dei limiti allo sviluppo, Red Edizioni, Milano 2013

Gilbert Simondon, L’individuazione psichica e collettiva, DeriveApprodi,  Roma 2021

Bernard Stiegler,  Pensare Curare, Meltemi, Milano 2024

Bernard Stiegler,  Amare, amarsi, amarci, Mimesis, Milano 2014

Collettivo Ippolita, Hacking del Sé. Disertare il capitalismo del controllo, Agenzia X, Milano 2024

Fabio “Kenobit” Bortolotti,  Assalto alle piattaforme, Agenzia X, Milano 2025




L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 13 aprile 2026

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A 40 anni da Chernobyl

di Laura Montanari

Un incontro aperto al pubblico per raccontare le emozioni e i legami profondi che ancora oggi restano tra i ragazzi e le famiglie Ravennati dopo quanto è accaduto la notte del 26 aprile 1986.

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Disertare il linguaggio della guerra

di Emilia De Rienzo


Viviamo immersi in un linguaggio della guerra che esalta la forza e la ferocia disumana. È una postura che pervade il nostro stare al mondo, riducendoci a individui in perenne competizione, impegnati a scalare gerarchie che chiamiamo “merito” per non chiamarle privilegi. In questa logica, il dialogo scompare: le ragioni dell’altro sono ostacoli da abbattere. E persino la parola “pace” viene spesso usata per coprire la stessa logica — diventa lo schermo dietro cui chi ha già vinto impone il proprio ordine, chiamandolo armonia. Non è pace: è la guerra che ha smesso di dichiarasi.

Ma la pace non può nascere dalla forza. Per costruirla, dobbiamo operare un ribaltamento dello sguardo: dobbiamo partire dalla fragilità, riconoscendola non come una colpa individuale, ma come il terreno comune della nostra esistenza.

Dobbiamo partire dai bambini. Sono loro a smentire la finzione liberale del “volere è potere”. Un bambino ci insegna che non si può mai fare da soli: la sua vita è, fin dal primo respiro, una costruzione collettiva. Insegnare la pace significa garantire loro il diritto di non dover essere “performanti” per meritare amore.

Dobbiamo ascoltare gli adolescenti. Spesso abitati da un senso di illegittimità, si muovono in un mondo che non offre codici per comprendere il loro disagio. La loro fragilità è la domanda di chi cerca un posto nel mondo senza voler per forza occupare quello di un altro. La pace è dare risposte che non siano sentenze, ma alleanze.

Dobbiamo guardare alla disabilità e alla malattia. Per troppo tempo le abbiamo delegate al privato, scaricandole sul sacrificio delle donne o delle classi subalterne. Ma la sollecitudine deve diventare “cura politica”: non basta la benevolenza individuale, serve una morale della giustizia in cui la vulnerabilità richiede un’attenzione particolare non per pietà, ma per diritto. La pace si misura qui.

E infine, dobbiamo abitare la vecchiaia. Non come un dato statistico o biologico, ma come l’osservatorio della durezza del nostro mondo. Invecchiare è spesso perdere la libertà di agire in una società che riconosce solo chi produce. La vecchiaia è il rivelatore finale: se non sappiamo proteggere l’autonomia di chi declina, significa che la nostra “pace” era solo un accordo tra forti.

Costruire la pace, allora, significa destituire lo spirito di competizione. Significa capire che la scala di servizio — quella che molti sono costretti a usare perché l’ingresso principale non è per loro — è una ferita alla convivenza di tutti. Chi sale da quella scala non è meno presente: è semplicemente tenuto fuori dalla vista.

La pace non è un traguardo che viene dopo il conflitto. È il lavoro lento di reintrodurre l’umano, il fragile e il vulnerabile in ogni rapporto sociale. Prende forma nel momento in cui smettiamo di usare la nostra forza per prevaricare e iniziamo a usarla per sostenere.

O la pace è una pratica quotidiana di riconoscimento reciproco, oppure è solo un altro nome con cui copriamo la stessa guerra, più presentabile, ma non meno escludente.

“Ho sempre l’impressione o la sensazione della fragilità degli esseri viventi – scrive lo scultore Alberto Giacometti – Ho la percezione che debbano contare su un’energia formidabile per stare in piedi, istante dopo istante, sempre con la minaccia di crollare. Questo lo sento ogni volta che lavoro dal vero”. Se fossimo, come Giacometti, consapevoli di questa nostra fragilità — se la riconoscessimo in noi e negli altri, se smettessimo di inseguire quel desiderio di essere sempre forti e all’altezza della situazione — forse vedremmo la vita, gli altri, il mondo con occhi diversi.

Impareremmo a commuoverci, a meravigliarci, a riconoscere la bellezza che è insita in ciò che è caduco e fragile. Scopriremmo l’essenza stessa dell’essere umani, non super-umani. Rallenteremmo i nostri passi. I nostri sguardi si poserebbero con più leggerezza su ogni cosa che ci circonda. E scopriremmo che, come noi abbiamo bisogno degli altri, gli altri hanno bisogno di noi.



L’articolo è stato pubblicato su  Comune-info il 13 aprile 2026

Foto da unsplash.com

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Morte e distruzione

di Tahar Lamri


“Morte e distruzione dal cielo, tutto il giorno”. Non è la sceneggiatura di un film distopico. È Pete Hegseth, Segretario alla Difesa (o meglio, alla guerra) degli Stati Uniti, qualche giorno fa in una conferenza stampa al Pentagono. E Trump, in diretta televisiva: “Li riporteremo all’età della pietra, dove meritano di stare”. Non sono scivoloni. Sono la dottrina.

Dal 28 febbraio, giorno in cui l’aggressione è cominciata con il bombardamento di una scuola elementare femminile a Minab – 170 bambine morte sotto le macerie, tra i 7 e i 12 anni – gli Stati Uniti e Israele hanno sistematicamente demolito l’ossatura civile, culturale e scientifica dell’Iran.

Oltre 600 scuole e centri educativi colpiti. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano davanti al Consiglio ONU per i Diritti Umani a Ginevra. Lo ha confermato la relatrice speciale dell’ONU per l’istruzione: più di 230 bambini e insegnanti uccisi. Più di 30 università con attacchi diretti. L’Università di Scienze e Tecnologie di Teheran un intero edificio raso al suolo. La Facoltà di Farmacia di Shiraz. L’Università di Tecnologia di Isfahan. Shahid Beheshti, uno dei più prestigiosi atenei iraniani: il suo Istituto di Ricerca Laser e Plasma distrutto. L’Università Imam Hossein (Teheran) colpita, colpiti parti del campus di Scienze e Tecnologie e del campus dell’Ospedale veterinario specializzato dell’Università di Urmia, anche le università di Mashhad, Sanandaj e Ahvaz hanno subito ingenti danni. L’ultima, il 6 aprile, l’Università Sharif di Tecnologia di Teheran, la principale scuola di ingegneria in Iran.

Poi i centri di ricerca e le strutture sanitarie. L’Istituto Pasteur d’Iran, fondato nel 1920: raso al suolo. L’OMS lo ha confermato: “reso incapace di continuare a erogare servizi sanitari”. La fabbrica farmaceutica Tofigh Daru, distrutta. Esfandyar Batmanghelidj, ricercatore sulle sanzioni e fondatore del think tank Bourse & Bazaar Foundation, ha detto: “L’Iran produce il 90 per cento delle dosi di farmaci di cui ha bisogno. Aziende come Tofigh Daru producono ingredienti e precursori utilizzati per una vasta gamma di farmaci nazionali. L’unico motivo per colpire questo obiettivo è limitare la produzione di medicinali in Iran”. Il giorno dopo, un secondo stabilimento farmaceutico, Daro Bakhsh Pharmaceutical Factory (Teheran). In totale, secondo il viceministro della Salute iraniano, oltre 190 strutture sanitarie colpite. Il Gandhi Hospital nel nord di Teheran è stato danneggiato, l’ospedale Khatam al-Anbiya, l’ospedale Motahari (grandi ustionati), l’ospedale Valiasr (Teheran) colpiti, l’ospedale Delaram Sina (psichiatrico, Teheran) ha subito danni significativi, l’ospedale Imam Ali (Andimeshk, Khuzestan) danneggiato, l’ospedale Persian Gulf Martyrs (Bushehr) è stato messo fuori servizio. 21 centri di emergenza medica sono stati danneggiati in tutto il paese e un magazzino della Mezzaluna Rossa è stato direttamente preso di mira, con la distruzione di contenitori di soccorso, due autobus e altri veicoli di emergenza.

E poi il patrimonio dell’umanità. Oltre 131 siti storici e culturali colpiti. A Teheran: il Palazzo Golestan – la “Versailles persiana”, come l’ha definita l’UNESCO – con la sala degli specchi in frantumi. Il grande Bazaar è stato danneggiato negli attacchi. Si tratta di molto più di un centro commerciale: è una rete urbana vivente che intreccia commercio, vita religiosa e interazione sociale, con un ruolo storico cruciale. Palazzo del Marmo (Kakh-e Marmar), Casa Teymourtash, Complesso di Saadabad danneggiati. Isfahan: Piazza Naqsh-e Jahan (Patrimonio UNESCO, era Safavide), danneggiata dai bombardamenti, il Palazzo Chehel Sotoun (delle Quaranta Colonne), con un affresco di quattrocento anni spaccato a metà. Palazzo Ali Qapu (Patrimonio UNESCO, era Safavide), danneggiato, Masjed-e Jame (Moschea del Venerdì, Patrimonio UNESCO, la più antica moschea del venerdì d’Iran), un’onda d’urto ha fatto precipitare a terra le iconiche piastrelle turchesi, e i pannelli calligrafici sono stati spostati e distrutti, insieme a danni nell’area del minareto storico. Il Grande Bazaar (Patrimonio UNESCO, era Safavide), colpito nei raid. Masjid-e-Atiq (grande moschea congregazionale, VIII sec., era abbaside) una delle più grandi moschee congregazionali dell’Iran, la cui prima costruzione risale all’VIII secolo sotto il califfo abbaside Al-Mansur. Buyidi, Selgiuchidi, Safavidi e Qajar l’hanno ampliata e rifinita nei secoli, un palinsesto storico unico è stato danneggiato. Le grotte preistoriche della Valle di Khorramabad – testimonianze della presenza umana 63.000 anni fa – fratturate. L’UNESCO aveva comunicato le coordinate di tutti i siti prima degli attacchi. Non è servito a nulla. Poi: Castello di Falak-ol-Aflak a Khorramabad – Lorestan. Palazzo Asef Vaziri, Palazzo Salar Saeed, Palazzo Khosroabad a Sanandaj. Le aree storiche urbane di Qom, Tabriz, Shiraz hanno anch’esse subito danni. A queste si aggiunge che 48 musei in tutto il paese hanno subito danni, con collezioni e spazi espositivi colpiti.

Più di cento esperti di diritto internazionale statunitensi – professori di Yale, NYU, Harvard, ex consiglieri legali del governo e delle forze armate – hanno firmato una lettera: “L’attacco è una chiara violazione della Carta delle Nazioni Unite. La condotta della guerra solleva seri interrogativi su potenziali crimini di guerra”. La Missione indipendente dell’ONU parla già di atti che “possono configurare crimini contro l’umanità“.

Non è una guerra. È un programma di cancellazione. Colpire le scuole significa colpire la memoria futura. Colpire i laboratori significa colpire la capacità di guarire. Colpire i siti archeologici significa colpire le radici di un popolo. Colpire le università significa colpire la possibilità stessa di un paese di rialzarsi.

Trump lo ha detto esplicitamente. E lo sta facendo.

Il silenzio dell’Europa è complicità.



Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore)

L’articolo è stato pubblicato su  Comune-info il 7 aprile 2026

La Foto è di Mollyroselee da Pixabay

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SERENA PASQUA

di Sergio Tardetti

È ritornata Pasqua, ringraziarla
È quanto meno doveroso, chiede
A ognuno un poco di rispetto, forse
Quello che manca più di questi tempi
È ritornata, e noi per consolarci
Di un mondo che ogni giorno è un po’ più duro
Proviamo almeno, intanto, ad augurarci
Giorni sereni, fosse anche uno solo
E che torni a riprendere il suo volo
La paziente colomba della Pace



© Sergio Tardetti 2026

Immagine da Pixabay

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