L’asse di una strategia migranticida

Foto tratta da Open Arms

di Annamaria Rivera

E’ iniziata da ben prima dell’insediamento dell’attuale governo fascistoide la delegittimazione istituzionale, se non criminalizzazione, non solo delle Ong che praticano ricerca e soccorso in mare, ma perfino di chiunque, sia pure individualmente, compia atti di solidarietà verso persone profughe.
Ricordo che la campagna contro le Ong fu inaugurata da Frontexl’Agenzia europea per le frontiere esterne, che già a dicembre del 2016 accusava le organizzazioni umanitarie che operano nel Mediterraneo di colludere con i trafficanti di esseri umani e di costituire per i/le migranti un fattore di attrazione che li/le invoglierebbe a emigrare.
Essa è proseguita in Italia con campagne diffamatorie, denunce, processi: una strategia denigratoria legittimata, tra gli altri, da Luigi Di Maio, che, com’è noto, nel 2017, in un post su Facebook, definì “taxi del mare” le navi delle Ong. È indubbio che tali ignobili esempi dall’alto non facciano poi che incoraggiare e legittimare intolleranza e razzismo “dal basso” (per così dire).
Dunque c’era da aspettarsi che il governo più di destra della storia repubblicana desse un contributo rilevante alla guerra contro le Ong impegnate nel soccorso in mare. Infatti, è ciò che è accaduto con il decreto-legge del 2 gennaio 2023, “Disposizioni urgenti per la gestione dei flussi migratori”, detto Meloni-Piantedosi, in realtà firmato anche dai ministri Nordio, Salvini, Tajani e Crosetto, nonché dal Presidente della Repubblica Mattarella: un decreto finalizzato apertamente a ostacolare in ogni modo l’operatività delle navi delle Ong.
Com’è noto, il decreto impone alle navi delle Ong di far sbarcare immediatamente le persone soccorse e in tal modo impedisce loro di compiere ulteriori salvataggi o d’intervenire sollecitamente in caso di altre segnalazioni di pericolo.
Infatti, come i casi più recenti dimostrano, ormai, grazie al decreto, per lo sbarco non si sceglie «il posto sicuro più vicino» e raggiungibile nel minor tempo possibile, ma qualche approdo che richiede molti giorni di navigazione. Inoltre, il comandante della nave è obbligato ad appurare chi fra le persone naufraghe tratte in salvo abbia intenzione di chiedere la protezione internazionale: il che significa che la presentazione della domanda debba essere fatta direttamente sulla nave, così che l’obbligo di esaminarla spetti allo «Stato di bandiera» dell’unità di soccorso.
È una procedura più volte rigettata poiché, secondo l’Unione Europea e il regolamento Dublino III, «quando la nave si trova in acque internazionali non si possono presentare richieste di asilo perché esse vanno formalizzate dalle autorità nazionali preposte, alla frontiera e nel territorio dello Stato inteso in senso stretto comprese le acque territoriali».
Infine, secondo il decreto, se l’Ong impegnata nel soccorso in mare violasse tali regole infami, i responsabili della nave sarebbero sottoposti a una multa fino a 50mila euro.

Insomma, la gran parte del decreto Meloni-Piantedosi è in aperto contrasto con il diritto internazionale e con le Convenzioni a cui l’Italia ha aderito, a cominciare da quella di Ginevra del 1951 sui diritti dei rifugiati e da quella europea sui diritti umani.
Come ben sappiamo, il Mediterraneo è ormai divenuto un vasto cimitero acquatico e il Canale di Sicilia ha guadagnato il sinistro primato di confine più letale al mondo.
A un tale primato hanno contribuito non solo la guerra contro le Ong, ma anche la sostituzione della missione Mare Nostrum, destinata al salvataggio di vite umane, con quella denominata Triton, finalizzata al controllo e alla protezione delle frontiere.
Oggi siamo al tempo in cui neppure il cadavere di un bambino riverso su una spiaggia riesce a commuovere e a sollecitare la pietas collettiva, come invece accadde a settembre del 2015, allorché fu diffusa l’immagine del piccolo Ālān Kurdî, morto esattamente di tanatopolitica: era figlio di due esuli curdo-siriani, in fuga dall’Isis e dalla guerra civile, dunque più che meritevoli di asilo.
Per citare un caso esemplare, ricordo che l’11 ottobre del 2013 annegarono ben 268 profughi/e, dei quali almeno 60 bambini e un gran numero di donne in fuga da Aleppo e da altre città siriane. Dopo l’affondamento del loro barcone, mitragliato da una motovedetta libica, i 480 profughi siriani attesero vanamente per cinque ore, mentre Malta e l’Italia si rimpallavano la responsabilità dell’intervento per soccorrerli. Un tale reato, sebbene così grave, poi sarebbe stato prescritto.
Attualmente, con il governo guidato da Meloni, si è compiuto un salto di qualità foriero di svolte autoritarie, nonché assai pericoloso per la sorte e per la vita dei profughi e delle profughe, delle persone d’origine immigrata, ma anche dei rom…

Quanto al contributo delle istituzioni italiane alla strage di persone profughe e migranti, va rimarcato che uno dei pilastri è costituito dal Memorandum d’intesa fra la Libia e l’Italia, che in tal modo legittima non solo le stragi nel Mediterraneo, ma anche gli orrori compiuti dalla cosiddetta Guardia costiera libica e quelli che si consumano nei “centri di accoglienza per migranti”, in realtà degli autentici lager.
Potremmo definirla migranticida, l’attuale strategia adottata dal governo italiano e incoraggiata e/o approvata da talune istituzioni dell’UE. È una strategia che dà la priorità all’esternalizzazione delle frontiere, al blocco delle partenze dalla Libia, alla pretesa di sigillare anche il sud libico stringendo accordi con le peggiori milizie e bande di trafficanti.
Tale è l’ecatombe nel Mediterraneo e talmente palesi le responsabilità dell’Unione europea che forse potremmo azzardarci a definirla genocidio, intendendo quest’ultimo come una forma di eccidio di massa unilaterale, in ragione dell’appartenenza a una certa collettività o categoria umana; o perlomeno considerarla al pari di un crimine contro l’umanità.
Inoltre, sappiamo bene e da lungo tempo che il razzismo ha quasi sempre anche una dimensione istituzionale (Carmichael e Hamilton, 1967). La discriminazione routinaria e la conseguente ineguaglianza strutturale di taluni gruppi e minoranze non sono solo il frutto di pregiudizi e comportamenti intolleranti “spontanei” da parte del gruppo maggioritario, ma sono anche – forse soprattutto – l’esito di leggi, norme, procedure e pratiche messe in atto da istituzioni.
Va precisato che la tendenza esemplificata da provvedimenti quale il decreto Meloni-Piantedosi non è una peculiarità italiana. Quasi ovunque in Europa si legifera in tal senso. In più, l’Unione europea pratica una sorta di sovra-nazionalismo armato, a difesa delle proprie frontiere. E questo non solo è causa principale di una strage di profughi/e di proporzioni mostruose, ma contribuisce anche a legittimare il razzismo “spontaneo”, a incoraggiare i nazionalismi, quindi a favorire il successo delle destre, anche estreme, com’è palese nel caso italiano.
Basta dire che solo nei primi dieci mesi del 2022, tra morti e scomparse, si sono registrate ben 1.800 vittime: un esempio lampante di quella che ho definito strategia migranticida.
La cifra che ho citato dovrebbe essere integrata con quelle relative ai decessi per fame, sete, disidratazione, nonché conseguenti a rapine, aggressioni, sequestri, stupri e torture fino alla morte, inflitti a migranti e rifugiati/e in paesi quali la Libia. Questo accade abitualmente soprattutto nei centri di detenzione libici, veri e propri lager, molti dei quali gestiti dalle milizie, con cui stringe accordi: sono le stesse che gestiscono il traffico dei profughi. Per non dire delle brutalità, anche letali, compiute dalle bande che si aggirano nel deserto tra il Niger, il Mali, il Sudan e la stessa Libia: anche con questi Paesi l’Unione europea e l’Italia sottoscrivono accordi finalizzati all’esternalizzazione delle proprie frontiere, con la pretesa di sigillare anche i cinquemila chilometri di Sahara.
Per concludere: specialmente oggi, al tempo del governo Meloni, occorrerebbe considerare la centralità della lotta contro il razzismo e la strategia migranticida che ne consegue. E aver chiaro che per sconfiggere la destra questo è un tema decisivo.

L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 18 gennaio 2023

Zelensky al festival di Sanremo: spegniamo la TV, spegniamo la propaganda di guerra!

Jose Antonio – Opera propria

di Europe for Peace

L’invito a Sanremo di Volodymyr Zelensky indigna la maggioranza degli italiani. Portare la guerra in una manifestazione artistica cosi importante è solo propaganda. Il presidente ucraino sembra diventato il testimonial di una continua raccolta fondi per gli armamenti. Al contrario la musica, l’arte e la cultura dovrebbero essere veicolo di pace e non di guerra!

Al di la dell’opinione che ognuno ha sulla guerra in Ucraina, questo invito al festival di Sanremo assomiglia a un’operazione di marketing, a una pubblicità alle industrie delle armi.

I soldi che siamo obbligati a pagare per il canone RAI non devono essere usati a favore degli interessi di una minoranza o per imporre un’idea, ma per creare un’informazione che rispetti la diversità delle opinioni e dei punti di vista. Sappiamo dai numerosi sondaggi fatti negli ultimi mesi che la maggioranza degli italiani vuole una risoluzione diplomatica e immediata del conflitto e non buttare benzina sul fuoco inviando armi.

Liberiamo Sanremo dalla guerra! Invitiamo cantanti e partecipanti a dare un chiaro segno di dissenso e invitiamo tutto il pubblico da casa a spegnere la TV la sera in cui Zelensky parlerà dal palco dell’Ariston.

La nonviolenza si esprime con il vuoto, con la non partecipazione e la non collaborazione con la violenza e l’arroganza.

Spegniamo la TV, spegniamo la propaganda di guerra!

L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 22 gennaio 2023

Non un filo d’erba. La lotta di Alfredo Cospito per la dignità prosegue da oltre 90 giorni

di Viola Hajagos

L’avvocato Flavio Rossi Albertini ad Adnkronos racconta:  “C’è una finestra nella cella di due metri e mezzo per tre metri e mezzo, una finestra schermata dal plexiglass che non si apre quasi mai e che si affaccia, al di là delle sbarre, su un cubicolo interno circondato da muri di cemento alti metri e metri, schiacciati da una rete metallica a chiudere il quadrato di cielo. Cospito vive in quella cella da solo, come impone il regime carcerario al quale è sottoposto, ci passa 21 ore della sua vita. Le restanti tre le divide tra socialità, un colloquio di un’ora con gli altri 3 detenuti del suo gruppo di socialità, e due ore d’aria in quella sorta di cubicolo di cemento dal quale non può vedere un albero, una siepe, un fiore o un filo d’erba, un colore, solo sbarre e cemento”.  

Le condizioni di salute di Alfredo possono precipitare da un momento all’altro. La dottoressa Angelica Milia che lo ha visitato in carcere ha dichiaratoDopo 90 giorni di sciopero della fame Alfredo ha perso 40 kg, le condizioni sono stabili rispetto alla settimana scorsa, ma le riserve di grasso e zuccheri sono ormai esaurite e quindi è possibile che le condizioni di salute generale possano peggiorare da un momento all’altro”. 

Le iniziative di solidarietà alla lotta di Alfredo Cospito sono numerose in Italia e all’estero: in diverse città si sono tenuti presidi e cortei; domani, domenica 22 gennaio, ci sarà un nuovo presidio al carcere di Bancali a Sassari dove è detenuto.

Con Alessandra Algostino, docente di diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Torino abbiamo parlato della repressione del dissenso e del processo di una progressiva deriva della democrazia.

La democrazia, come sosteneva Bobbio, non può esistere senza dissenso. La democrazia è conflitto. Oggi assistiamo ad una progressiva criminalizzazione del dissenso, come della solidarietà, e, in senso ampio, della conflittualità sociale. La repressione avviene attraverso l’introduzione di norme restrittive e punitive (penso al decreto sicurezza Salvini, come al precedente di Minniti, o al recente “decreto Piantedosi” sulle ONG), così come attraverso l’uso sproporzionato (alias abuso) di strumenti civili e penali (dalle richieste di risarcimento in sede civile al perseguimento di reati anche bagatellari[1] se compiuti da attivisti di un movimento sociale all’utilizzo dello strumento penale come diritto penale del nemico). Esemplare è il “trattamento” del movimento No TAV, nei cui confronti è stato fatto uso di richieste di risarcimenti in sede civile, un largo ricorso a misure di prevenzione e cautelari, qualificazioni penali “eccessive” (il terrorismo), …

La Costituzione nata in seguito alla sconfitta della dittatura fascista oggi sembra essere antagonista alle politiche dei governi.

La Costituzione oggi più che attuata dalle istituzioni, è praticata dai movimenti sociali; diviene una “alternativa antagonista” rispetto alle politiche di governi che ne hanno abbandonato il progetto di emancipazione sociale. Pensiamo al definanziamento della sanità rispetto alla garanzia del diritto alla salute, alla deregolamentazione del diritto del lavoro che non lo garantisce come strumento di dignità, ad un sistema fiscale sempre più lontano da un modello progressivo che assicuri redistribuzione e diritti sociali.

Seguendo questa traccia che ripercorre la relazione tra i governi e il dissenso proseguiamo la riflessione rispetto alla criminalizzazione delle lotte e i principi tutelati dalla Costituzione.

Il modello della Costituzione è una democrazia pluralista, conflittuale e sociale. L’art 3, c.  2, della Costituzione prevede un progetto di emancipazione sociale e di trasformazione della società nel senso di un pieno sviluppo della persona e della sua partecipazione alla vita del Paese. È un progetto controcorrente rispetto alle politiche neoliberiste che, dagli anni Ottanta, hanno veicolato una regressione nella tutela dei diritti sociali e processi di liberalizzazione e privatizzazione. A questo si aggiungono riforme costituzionali, come il principio del pareggio di bilancio, che inserisce una nota stonata rispetto al modello di democrazia sociale, nonché progetti di riforma della forma di governo, per fortuna bocciati nei referendum (ma stiamo di nuovo per affrontare una riforma in senso presidenziale), tesi a introdurre modelli di verticalizzazione del potere.

La democrazia, come sociale e politica è svuotata, e inclina verso una deriva autoritaria. Si inserisce qui il discorso, dal quale siamo partite, della repressione del dissenso, che si estende e si fa sempre più penetrante. Pensiamo alla disobbedienza civile di movimenti come Ultima Generazione, Extinction Rebellion, rispetto alla quale la reazione delle istituzioni è eccessiva, “violenta” a fronte di azioni non violente, di cui gli attivisti si assumono la responsabilità.

La voracità del neoliberismo lo porta ad accantonare ogni progetto di redistribuzione, di giustizia sociale, così come di giustizia ambientale (per non parlare del suo sfociare nella guerra), e, di fronte alla loro rivendicazione, a chiudersi in una cittadella sempre più autoritaria.

La deriva di criminalizzazione progressiva e generale del dissenso ha riguardato anche i fatti legati al processo Scripta Manent con la qualificazione di strage politica da parte della Cassazione.

Senza entrare nel merito del diritto penale approfondiamo la questione del 41 bis comminato ad Alfredo Cospito, primo anarchico cui è stato applicato questo regime carcerario.

L’articolo 41 bis nasce con un carattere temporaneo e ristretto a fattispecie specifiche, quindi, nel tempo, viene “normalizzata” la sua presenza ed estesa la sua applicabilità; in questo senso è un esempio di quella che viene definita la normalizzazione dell’emergenza.

È un trattamento, quello del 41-bis, che impatta pesantemente sulla dignità della persona, tutelata in ogni circostanza, sempre e ovunque. Mi limito a ricordare l’art. 13, “È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” e l’art.27, “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” della Costituzione. Ma, oltre la Costituzione, possiamo citare la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e le pronunce della Corte europea proprio riguardo al 41-bis e alla sua (in)compatibilità con l’art. 3 della Convenzione che stabilisce il divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti.

La dignità della persona deve sempre essere tutelata e garantita. Lo Stato non può essere “vendicativo” nei confronti di una persona detenuta, ma garantire in ogni caso la dignità e tendere, dice la Costituzione, alla rieducazione, ovvero a garantire la partecipazione alla società.

Come sottolineato da più parti e recentemente da Mario Palma, garante dei diritti dei detenuti, si tratta di un uso forzato del 41 bis che “si traduce nell’accentuazione dell’afflizione non motivata e non motivabile come volontà di interrompere i collegamenti (ndr con altri associati all’organizzazione criminale), ma semplicemente come regola di carcere duro, non ha più alcuna legittimità costituzionale.”

All’interno della campagna di mobilitazione per far uscire dal silenzio la lotta di Alfredo contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo, il 7 gennaio è stato lanciato un appello firmato da diverse persone del mondo accademico, culturale, sociale e giuridico dal titolo “Alfredo Cospito non deve morire”.

Alessandra Algostino è tra le firmatarie e firmatari dell’appello che ha raccolto oltre 5.000 firme. Che cosa chiedete?

Vorremmo che le istituzioni, in primo luogo, intervenissero a proposito della situazione personale di Alfredo Cospito, a partire dalla revoca del regime del 41 bis, e, insieme, sollevare la questione del rispetto della dignità di tutte le persone detenute.

Lo sciopero di Alfredo Cospito riguarda anche l’ostatività: la cancellazione della possibilità di qualsiasi beneficio per i detenuti che hanno questa ulteriore restrizione.

La Corte Costituzionale si è pronunciata più volte a tal riguardo (ord. 97/2021 e 122/2022), rinviando per consentire un intervento del legislatore, sino all’ultima ordinanza, 227/2022, con la quale ha rinviato gli atti di Cassazione essendo nel frattempo intervenuto il decreto legge 162 del 2022.

Una riforma dell’ostatività (l’intervento legislativo intercorso non è sufficiente) è necessaria per evitare che la scelta di non collaborare con la giustizia si riveli punitiva, in termini di benefici (nel caso, la liberazione condizionale), per il detenuto; in gioco sono la dignità della persona, il senso della pena (e la sua proporzionalità).

 Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento dell’utilizzo delle applicazioni di regimi carcerari speciali (As2 e 41 bis) e il ricorso a misure restrittive della libertà di movimento, obblighi di dimora, fogli di via, sorveglianze speciali.

 La legislazione d’emergenza è diventata normale. A partire dall’attentato alle Torri gemelle a New York si è assistito all’introduzione di nuovi reati (come, nel Regno Unito, l’incitamento indiretto al terrorismo, che, per intenderci, avrebbe portato ad incriminare Nelson Mandela per i suoi discorsi) e nuove misure limitative della libertà di manifestazione del pensiero (ad esempio maggiori possibilità di prevedere intercettazioni).

Assistiamo, con un ossimoro, alla normalizzazione dell’emergenza e questo porta ad una restrizione degli spazi politici, dei diritti.

Questo processo non riguarda esclusivamente la repressione delle lotte.

La tendenza a costruire un nemico per criminalizzare il dissenso propone uno schema binario: la dicotomia tra amico e nemico. Ad esempio, chi è contrario all’invio delle armi in Ucraina viene etichettato come putiniano e quindi nemico; lo stesso è avvenuto nei confronti di chiunque abbia espresso posizioni critiche durante la gestione della pandemia. Si compatta la società, l’opinione pubblica, contro un nemico e così si occulta il conflitto sociale, nella prospettiva del thatcheriano TINA[2] e del pensiero unico.

[1] il termine bagatella indica una cosa di nessun conto. I reati bagatellari sono quelli che, per la loro minima lesività, hanno minore rilevanza sociale e possono quindi essere repressi con sanzioni più lievi.

[2] There is no alternative, (T.I.N.A) era una delle formule più spesso usate da Margaret Thatcher per esprimere una linea di pensiero che considera il neoliberismo come la sola ideologia restante valida. Nell’economia, nella politica e nell’economia politica questa frase ha preso il significato della mancanza di alternative al sistema neoliberista: il libero mercato, il capitalismo e la globalizzazione sono l’unica strada percorribile per lo sviluppo di una società moderna.

Foto di gerardo da Pixabay

L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 21 gennaio 2023 

Appunti per una critica del diritto prossimo venturo

Sciopero alla Fiat, Torino 1943

di Gianni Giovannelli

Fu un linguaggio del dispotismo e della tirannia il dire che la sola regola della legislazione è la volontà
del legislatore.
Gaetano Filangieri
(La scienza della legislazione, I, III Napoli, Raimondi, 1780)

Costituisce un dato di fatto, oggettivo e incontestabile, che siano in corso mutamenti profondi nella legislazione italiana e che questi mutamenti trovino un puntuale riscontro anche negli altri territori del pianeta, perfino a prescindere dalle diverse strutture politico-istituzionali. Non si tratta di una generica stretta repressiva limitata al diritto penale, come un esame soltanto superficiale potrebbe indurre a credere; la trasformazione – di questo si tratta come ogni giorno appare sempre più evidente – si estende all’insieme complessivo delle norme ordinamentali, civili, amministrative, lavoristiche, marittime, militari, interstatuali.

Il mutamento

Scricchiola e vacilla il tradizionale riferimento ai codici e perfino alle costituzioni, ovvero a uno stabile quadro di regole dei rapporti contrattuali e sociali, dentro un orizzonte temporale tale da consentire una qualche programmazione esistenziale. Certo: le guerre, le catastrofi naturali o le epidemie potevano imporre il varo di provvedimenti eccezionali, ma con l’intesa che poi sarebbe tornata la normalità. Perfino la Seconda guerra mondiale non riuscì a cancellare questa concezione dei patti di convivenza, nata durante il terremoto napoleonico e articolatasi nel concreto in mille diverse versioni. L’attuale capitalismo, rinnovato e finanziarizzato, procede invece, con determinazione, nel perseguire questa radicale mutazione, ritenuta ormai necessaria al processo di valorizzazione; non intende rallentare e tantomeno fermarsi.

La pandemia, la guerra – ormai endemica e diffusa, non limitata alla punta ucraina – e la crisi, anch’essa a carattere permanente, sono un fattore di accelerazione, utilizzato con crescente professionalità nelle singole situazioni dagli addetti alla cabina di controllo e di comando. La pandemia ha generato ansia, timore, soprattutto un senso di rassegnazione servile, di accettazione della subordinazione quale unica possibile via di sopravvivenza. La guerra ha aggiunto una preoccupata insicurezza (per le fonti energetiche e per i rischi atomici) su cui viene coltivato sapientemente l’odio in luogo della solidarietà. Infine la crisi ha allargato la forbice fra ricchi e poveri, ha logorato il vecchio welfare e consentito tramite inflazione il prelievo del risparmio, così andando a indebolire la resistenza delle famiglie popolari, costrette ad accettare condizioni lavorative e retributive in costante peggioramento; le organizzazioni sindacali assistono, o impotenti o qualche volta complici, al disastro, comunque senza reagire.

La scelta del capitale

La scelta del capitale – e dei diversi esecutivi incaricati di mantenere l’ordine, pur variando il metodo per giungere allo scopo – par essere quella di un moderno dispotismo, adattato al territorio in cui si cala. Si tratta di una forma istituzionale adottata, per fatti concludenti, dalla teocrazia iraniana, dai laburisti australiani, dai nazionalisti indiani, dai comunisti cinesi e, ora, in continuità con Draghi, dai neofascisti italiani. Siamo in presenza di un concetto aggiornato di quella che viene definita come costituzione materiale. Come aveva intuito quasi duecentocinquant’anni or sono il nostro Filangieri, giurista geniale, il mezzo per imporre una sostanziale tirannia del più forte (economicamente e militarmente) consiste in una legislazione caratterizzata, in via principale, dalla sola volontà del legislatore insediato nelle sale del potere. Al tempo stesso un meccanismo di estrazione del valore (con esproprio dei frutti della cooperazione sociale) fondato sulla conquista dell’esistenza e dei corpi non può sopravvivere senza la sopraffazione che assicura il controllo; al cittadino della borghesia fordista subentra il suddito, diviso per separati segmenti (religione, ideologia, etnia, genere, nazione, censo).

Ricomposizione e repressione

Il nemico del capitale è la ricomposizione che si annida dentro la resistenza, dentro la protesta; la miscela di rivendicazioni, diritti certi, solidarietà, unità ed emancipazione rischia sempre di trasformarsi in rivolta e va disinnescata prima di esplodere, non dopo. La repressione del dissenso risponde dunque, nella fase attuale di transizione, al duplice scopo di assicurare il controllo e di incrementare la produzione sociale complessiva. Al tempo stesso l’attacco al welfare, il saccheggio del risparmio, l’esproprio di ricchezza collettiva consentono di recuperare risorse con cui far fronte ai costi delle singole crisi. Alla pianificazione del socialismo reale e del liberalismo fordista – fondata in entrambi i casi sul consenso, sul contratto e sulla certezza del diritto – si sostituisce, in ogni regime attuale, nessuno escluso, un orizzonte normativo di breve respiro, mobile, modificabile, piegato alle esigenze della crisi e a quelle del profitto. Un comportamento lecito può, per volontà del legislatore al comando, diventare illecito; le sanzioni possono essere cancellate, alleviate o aggravate per decreto di governo, secondo le oscillazioni della moneta o della carenza di materia prima; il patto o il contratto, anche fra privati, può essere rimosso, annullato, modificato dall’autorità.

Variazioni del diritto

Il sistema delle norme, dei diritti e delle obbligazioni diventa, nell’attuale assetto capitalistico, soggetto a sbalzi quotidiani come fosse una quotazione in borsa: il mercato si è impadronito della legislazione, rendendola fluttuante, abbattendo ogni certezza.

Dopo la manovra finanziaria, con il decreto governativo di fine anno (30 dicembre), perfino inquinare diventa opinabile: nella produzione di acciaio quel che si vieta come veleno a Catania o a Firenze lo si consente (e impone agli abitanti) a Taranto e Priolo. Il legislatore, nel tempo del dispotismo, giunge così ad arrogarsi il potere di colpire la salute pubblica, di favorire i tumori, statuendo pure uno scudo penale (così i media di regime chiamano l’impunità) ai funzionari incaricati del crimine legalizzato in nome della produzione d’interesse nazionale. Assolti gli inquinatori e presumibilmente condannati coloro che cercheranno di opporsi al loro avvelenamento; in questa vicenda potrebbe tornar buono il severissimo apparato sanzionatorio auspicato in forma di decreto punitivo dalla seconda carica dello Stato, avvocato Ignazio La Russa, contro i giovani verniciatori di Ultima Generazione.

Nel paese degli Acchiappacitrulli, del resto, funziona proprio così; infatti Maya Bossier, giovane ribelle No Tav piemontese, dopo aver denunciato alla magistratura il poliziotto che le aveva tirato un cazzotto in faccia nel corso del fermo, ne ebbe puntuale conferma. Infatti il Tribunale di Torino (Giudice la dottoressa Costanza Goria) ha assolto il bastonatore e inflitto quattro mesi alla bastonata. Ancora: nessun risarcimento Inail riconosce a Giuliano De Seta, morto schiacciato in fabbrica durante lo stage, perché lavorava senza essere ancora stato promosso lavoratore da certificazione idonea. Al tempo stesso, tuttavia, una buona dose di carcere preventivo per i quattro ribelli che manifestavano contro la pericolosa insicurezza della legge di alternanza scuola-lavoro, senza rispetto per la gerarchia.

La legge del capitale

Questi episodi sono significativi, ma rientrano, in fondo, nel tradizionale indirizzo della cattiva giustizia italiana, sempre lesta nel punire i deboli e salvare i potenti, a volte dietro compenso, più spesso per convinzione. Ma quel che accade in questa fase della crisi è diverso da quanto avveniva in passato: alla violazione delle regole si sostituisce la cancellazione di norme giuridiche certe, rimettendo alla volontà dell’esecutivo la decisione in ordine al confine fra lecito e illecito, alla scelta di assolvere o punire, secondo le convenienze contingenti di governance e produzione. Questo processo è articolato, non è univoco, viene attuato per segmenti: sia con decisioni della magistratura sia con disposizioni normative sia ancora con interventi di carattere amministrativo. C’è del metodo in tale confusa strategia legata a obiettivi contingenti di brevissimo periodo, ma al tempo stesso mirata ad annientare il dissenso prima che diventi un fatto, criminalizzando come antisociale ogni tentativo di opposizione al regime.

Criminalizzazione continua

Questa è la scelta del capitale dentro la crisi e dentro la transizione in corso: trasformare qualsiasi esperimento sul campo di ricomposizione, di solidarietà e di unità in una associazione per delinquere. Lo strumento tecnico giuridico per tale piano del capitale è, in Italia, l’art. 416 del vecchio codice penale fascista (Regio Decreto 19.10.1930 n. 1398), interpretato con la necessaria disinvoltura nella sua concreta applicazione, fino a innovarlo e stravolgerlo. Lo schema del 416 è semplice: prevede, a carico di promotori e organizzatori e per ciò solo, la sanzione da 3 a 7 anni (e dunque consente le intercettazioni, telefoniche o ambientali) quando 3 o più persone si associano allo scopo di commettere più delitti. Per i semplici partecipanti all’associazione (per il solo fatto di partecipare) la pena oscilla fra 1 e 5 anni di carcere. Questo è il grimaldello con cui, qui e oggi, il dispotismo forza il contenitore dei diritti residui, per rimuoverli e affermare il proprio pieno dominio.

Precedente di rilievo per questo filone giuridico è la sentenza n. 607/21 del Tribunale di Locri (Presidente il dott. Fulvio Accursio), a carico di Mimmo Lucano e di molti altri imputati; il reato associativo fu riconosciuto sussistente in una ipotesi di gestione dei fondi per lo sciame migrante in Calabria da parte di organismi no profit con le conseguenti durissime condanne oggi al vaglio d’appello (13 anni e 6 mesi al sindaco di Riace). Soprattutto, anche a prescindere dal caso specifico, fu l’occasione politica per criminalizzare l’intera rete del volontariato, dal salvataggio in mare al supporto tecnico di sportello fornito ai richiedenti asilo, fino all’assistenza sindacale durante lo svolgimento di lavori necessariamente precari. Questa operazione, nata e cresciuta quando il governo contava su larghe intese, prosegue ancora più violenta e astiosa con l’esecutivo Meloni (si consideri da ultimo il recentissimo decreto Piantedosi per contrastare le navi Ong).

A Piacenza nella logistica

Assai significativa è, successivamente, l’ordinanza del Giudice per le Indagini Preliminari di Piacenza, dottoressa Sonia Caravelli, nel procedimento penale radicato dal Pubblico Ministero già nel 2016 (R.G. 1827/2016), contro i dirigenti dei sindacati di base nel settore della logistica (Usb e Si Cobas) e su impulso delle grandi imprese di settore (da Amazon a Gls). Per quasi sette anni i quadri sindacali furono costantemente pedinati, intercettati, tenuti sotto sorveglianza occulta, proprio in ragione dell’ipotesi criminosa a carattere associativo; il numero di ruolo assegnato dal Gip (2023/2021 e 2019/2022) certifica l’indagine come secretata per almeno 5 anni, dal 2016 al 2021, in attesa dell’occasione storica per utilizzare un tale archivio ancora oggi sottratto nella sua interezza alla difesa degli indagati. Non ha remore la dottoressa Caravelli nell’esprimere il suo punto di vista sui militanti sindacali: alimentavano attorno alle loro persone reti clientelari di lavoratori interessati alla stabilizzazione e volevano poi sostenerli con la forza ricattatoria del sindacato di appartenenza (il corsivo è citazione testuale del provvedimento). L’organizzazione delle lotte salariali diviene dunque associazione per delinquere, volta a commettere i reati tipici del conflitto fra capitale e lavoro: il picchetto (610 c.p., violenza privata), l’occupazione dei piazzali e l’invasione dei reparti (508 c.p.), il mancato scioglimento dell’assembramento (650 c.p.), l’interruzione del servizio di recapito (340 c.p.), la resistenza alla forza pubblica (337 c.p.), il disservizio nelle linee (513 c.p.), l’oltraggio al pubblico ufficiale (341 c.p.), il blocco stradale (la legge Togliatti del 1948 modificata dal D.L. 113/2018 di Gentiloni), il danno al pubblico servizio in genere (331 c.p.). Neppure il ministro di polizia più anticomunista della prima repubblica, l’avvocato Mario Scelba, nel suo lungo mandato (1947-53) era giunto a concepire un simile quadro accusatorio in danno degli scioperanti; al più usava la mitica Celere o, per i più riottosi, il battaglione Padova che interveniva secondo necessità un po’ dappertutto. Ora, in questa nuova e aggiornata versione, l’associazione per delinquere è quella che raccoglie i lavoratori interessati alla stabilizzazione (intesi come reti clientelari!) e i delitti che costituiscono lo scopo della struttura criminale sono quelli dello sciopero e del picchetto, mentre le lotte salariali diventano la costruzione di una forza ricattatoria.

Il capitalismo contemporaneo (delle piattaforme e della finanza) si discosta ormai dalla separazione sociale fra tempo di lavoro e tempo libero; l’intera esistenza dei corpi precari può, dunque deve, essere produttiva, va ricondotta dentro il complessivo processo di valorizzazione. Per questo, specie nell’ambito della crisi (o delle crisi) tutte le forme di dissenso diventano immediatamente nemiche del capitale e, pertanto, criminali.

L’occupazione di case a Milano

La quarta sezione del Tribunale di Milano (Presidente il dott. Giuseppe Fazio) ha accolto la tesi accusatoria del Pubblico Ministero dott. Leonardo Lesti e qualificato associazione per delinquere l’attività di Solidarietà Popolare nel quartiere del Giambellino. In pratica questa struttura territoriale fungeva da supporto agli occupanti di case popolari pubbliche, sfitte e abbandonate dall’Istituto, nel contempo dando vita ad attività culturali gratuite in zona. Secondo il periodico Internazionale su 2667 alloggi circa 900 risultavano vuoti; ma sostenere l’occupazione di quelli inutilizzati concreta associazione per delinquere e comporta nove condanne da 1 anno e 7 mesi fino a 5 anni e 4 mesi.

E il Tav

Non potevano, naturalmente, mancare nel mazzo i militanti contrari al Tav in Val di Susa: fallito ormai il tentativo della procura piemontese di colpire con la più nobile associazione sovversiva, la P.M. dottoressa Manuela Pedrotta si è servita del 416 c.p. ottenendo, dopo quasi tre anni di intercettazioni e pedinamenti, alcuni arresti nel corso dell’inchiesta chiamata «Sovrano»Si collocano fiduciosi in lista d’attesa i verniciatori di Ultima Generazione consapevoli che non tarderà l’intervento di qualche parlamentare in cerca di notorietà o di qualche magistrato solerte nei compiti assegnati dai tempi.

Decreto Rave

In linea con il disegno complessivo si pone, a fine anno, la conversione in legge con modifiche del decreto legge 31.10 2022 (c.d. decreto Rave), all’ultimo giorno, con la fiducia e l’aggiunta della cosiddetta ghigliottina (il nome rende bene l’idea di questo meccanismo parlamentare volto a tagliar corto e ad approvare in fretta qualunque cosa, senza necessariamente sapere di che si tratta). Rimane la pena da 1 a 6 anni, il che consente le intercettazioni, telefoniche e ambientali; rimane pure una certa vaghezza nel delineare l’area disciplinata dal decreto, il «raduno musicale» si presta a letture molteplici. In aggiunta all’occupazione arbitraria di terreni o edifici potrebbe infatti bastare la (inevitabile per gruppi spontanei non imprenditoriali) violazione della normativa (anche di un solo comma poco significativo!) sulla sicurezza e l’igiene (sterminata!) per far scattare la trappola accusatoria; anche i locali d’impresa (per prime le discoteche) incorrono spesso nell’infrazione di norme sull’igiene e sulla sicurezza (una jungla di disposizioni, spesso contraddittorie, di non facile lettura), ma con conseguenze ben diverse (sono contravvenzioni e si prescrivono presto) e incassi ben più sostenuti! In ogni caso rileva la premessa associativa nell’articolo 5 del decreto (promuove organizza), via maestra che consente senza troppa fatica di giungere al 416 c.p. solo aggiungendo un qualche altro delitto al già criminalizzato raduno musicale (questi Torquemada in sedicesimo avrebbero incarcerato volentieri quelli di Woodstock o dell’isola di Wight). Dalla frode fiscale per la vendita dei prodotti con marchio Genuino Clandestino alla ricettazione di chitarre hanno solo l’imbarazzo della scelta. L’importante è dominare.

L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 16 gennaio 2023, su Machina e tradotto e pubblicato su El Salto

NEL FOLTO DELLE RIGHE

Considerazioni su un’opera di Aldo Merce “Non leggete tra le righe – meta esercizio di lettura”

di Sergio Tardetti

Ci fu un tempo in cui l’invito a leggere tra le righe veniva raccolto da pochi sceltissimi studiosi, che passavano ore e ore del proprio preziosissimo tempo per individuare in quel candido lucore significanti che fossero eventualmente sfuggiti a una prima lettura. Salvo poi scoprire che tra le righe c’era solo il bianco della pagina che fa da spazio tra una riga e un’altra.

Col tempo i pasdaran della lettura tra le righe hanno reiterato e potenziato i loro appelli, diventando via via sempre più insistenti e minacciosi, imponendo così il loro punto di vista, secondo il quale tra le righe c’era da scoprire molto di più che nelle singole righe. Così, tanto per compensare in qualche modo il tempo perso in questa sterile operazione, molti studiosi cominciarono a raccontare e a scrivere di apparizioni miracolose, scorte proprio lì dove l’ordine ricevuto e puntualmente eseguito non aveva poi dato i frutti sperati. Chi riuscì in questo modo a scoprire doppi e tripli significati ai significanti riportati nelle righe, qualcuno arrivò addirittura a individuare quadrupli significati.

Per puro spirito di emulazione, altri studiosi presero a cercare doppi e tripli sensi all’interno di quelli trovati dai loro colleghi, continuando questo genere di ricerche fino ai giorni nostri. Eppure, un modo di rompere questa catena, che rischiava di trascinarsi all’infinito, doveva pur esserci. E, in effetti, un modo c’è e ce lo dimostra Aldo Merce con la sua recentissima opera “Non leggete tra le righe – meta esercizio di lettura”. Il suo è un esplicito invito a desistere da quell’operazione – la lettura tra le righe, appunto – che, se condotta per troppo tempo e senza adeguati strumenti ottici – leggi occhiali – rischia di far perdere non solo il cervello ma anche la vista della gran parte degli studiosi. Se il problema è leggere tra le righe, ha pensato l’artista, allora una soluzione c’è: eliminare il “tra le righe”, lo spazio bianco che ormai da tempo viene lasciato, tradizionalmente per lunga abitudine, tra una riga e un’altra. Vedo già i tralerighisti agitarsi, li sento quasi gridare: impossibile! Impossibile, cosa? “Nihil difficile volenti” e nemmeno impossibile, basta volerlo. La soluzione? Scrivere le righe una attaccata all’altra, senza nessuno spazio in mezzo. Un’idea semplice, decisamente lapalissiana direi. E perché fino ad ora nessuno ci aveva pensato? Proprio perché i tralerighisti, il partito di chi proclama, impone, ordina la lettura tra le righe è potente, si è infiltrato in tutte le istituzioni e mai nessuno avrebbe osato opporsi ai loro diktat, votando una risoluzione che imponesse di annullare lo spazio tra le righe. Con evidente guadagno di spazio e risparmio di pagine, direi. E anche di tempo, perso da parte degli studiosi nei loro sterili tentativi di leggere tra le righe. Niente più “tra le righe”, nessuna tentazione di provare a leggervi lasciamo il “tra le righe” al suo destino. Lasciamo gli studiosi ad operazioni ben più fruttuose che non il leggere tra le righe, che ritornino finalmente al compito iniziale che si erano scelti, capire cosa c’è scritto nelle righe e ricercarne il significato, diffondere il verbo erga omnes. E’ bastato dunque il gesto anarchico di un artista, un moto di ribellione alle parole d’ordine, per far crollare un mondo che era rimasto in piedi inalterato per secoli. Le opere di Aldo Merce, artista capace di stimolare riflessioni su argomenti di solito considerati marginali da chi si occupa soltanto di “questioni importanti”, hanno sempre un alto contenuto di provocazione. Del resto, se così non fosse per un artista, la sua opera diverrebbe banale e scontata, cosa che non è certo proprio ciò che ci si attende dai veri artisti.
Quanto a me, lascio uno spazio bianco tra una riga e un’altra: legga tra le righe chi vuole e chi sa!

© Sergio Tardetti 2023