Conoscere in profondità Rodari

di Gianluca Carmosino

Con una produzione sterminata e con capolavori letterari come Favole al telefono e Le avventure di Cipollino, Gianni Rodari ha rivoluzionato l’editoria per l’infanzia ed è l’autore italiano per ragazzi più tradotto in assoluto con Carlo Collodi. L’impatto culturale di Rodari è dimostrato anche dalla mole imponente di saggi critici, tesi di laurea, biografie e analisi pedagogiche che continuano a studiarlo. Oggi per la prima volta un volume, Biblioteca d’autore Gianni Rodari (Pensa MultiMedia ed.), cataloga i libri personali di Gianni Rodari, il suo fondo librario. Gli eredi Rodari hanno reso disponibile questo importante spazio di ricerca, che Ilaria Capanna, già da anni responsabile della catalogazione dell’opera rodariana, ha svolto nel quadro di una più complessiva azione regolata dal Piano Nazionale della Ricerca (finanziato dal ministero dell’Università e della Ricerca italiano), coordinato dall’ente INDIRE (grazie alla ricercatrice Pamela Giorgi che ha curato il piano di lavoro e il suo sviluppo nonché la collaborazione con l’Università di Siviglia). A parlarci della Biblioteca di Rodari l’autrice del libro Ilaria Capanna.

Il volume è il frutto di un’accurata catalogazione tra migliaia di volumi con i quali Gianni Rodari ha studiato ogni giorno. Quali generi, quali temi e quali autori sono stati fondamentali per lo scrittore omegnese?

I generi fondamentali sono quelli che ho diviso per le sei tematiche: arte, musica, fotografia; politica e storia; favolistica, folklore e antropologia; filosofia, scienze e religione; letteratura, critica letteraria, poesia; scuola, didattica e pedagogia. Quindi tutti sono stati fondamentali. Inoltre, ognuna di queste sezioni, organizzate per agevolare l’orientamento all’interno del fondo e rendere più leggibili i principali ambiti tematici, è preceduta da un mio saggio introduttivo di carattere filologico e storico-critico. Gli autori fondamentali sono in parte quelli che lui stesso cita in Grammatica della fantasia poi ovviamente i maestri e le maestre del Movimento di Cooperazione Educativa e tutti coloro hanno fatto un’approfondita analisi sui temi della scuola e della pedagogia del Novecento. Molti letterati russi tra cui Fëdor Michajlovič Dostoevskij, scrittori suoi contemporanei quali Cesare Zavattini, molti sono i libri dedicati alla poesia, del resto Rodari è stato uno scrittore e un poeta, oltre che un bravo giornalista, quindi tanti sono i volumi sulla storia e la politica, tra cui molti su Antonio Gramsci. Molte edizioni della Bibbia, l’interesse per le religioni, al di là del suo percorso personale nella prima adolescenza, che ben accenno nel libro, sono, come lo sono diversi testi sacri, ricerche antropologiche oltre che spunti letterari. Poi ci sono le favole d’autore, le favole provenienti da paesi del mondo, Vladimir Jakovlevič Propp, Giuseppe Cocchiara, Carlo Collodi e molti altri autori di interesse su questa tematica. Anche la sezione dedicata all’arte è ricca di personalità come Bruno Munari, Paul Kleen, tanti poi i libretti dedicati alla musica, del resto Rodari sapeva suonare il violino.

Cosa emerge in particolare dello scrittore Rodari?

Emerge un uomo capace di studiare, di approfondire, un ricercatore instancabile che sapeva confrontarsi con la politica del suo tempo mantenendo salde le sue idee e i suoi principi, un intellettuale attivo nelle scuole italiane come quelle in URSS dove si è recato più volte e anche in Cina, dove la sua esperienza è stata pubblicata. Le numerose postille e appunti trovati nei suoi libri, che ho trascritto nelle note della catalogazione della sua biblioteca, lo dimostrano. Ogni volume che ho catalogato l’ho sfogliato pagina per pagina e ho potuto notare l’attenzione che gli ha dato. È stato un uomo appassionato e curioso del suo lavoro e del conoscere e proporci immaginari nuove. Le sue storie cambiano, con l’uscita del volume Favole al telefono la struttura della favola tradizionale. Romanzi o racconti brevi, storie di fantasia che ci fanno conoscere il presente sia negli oggetti di tutti i giorni sia nelle tematiche sociali, predisponendo, come è giusto che sia, con ironia e semplicità, la comprensione di realtà importanti anche ai bambini e alle bambine. È stato, ed è ancora un autore contagioso che trasmette gioia, coraggio nell’idea che tutto può essere trasformabile, migliorabile, che non dobbiamo mai smettere di sognare e che la pace è possibile se tutte e tutti cooperiamo affinché avvenga.

Il testo è pensato per un utilizzo educativo e didattico. In che modo può orientare e favorire le attività a scuola?

Il testo è finalizzato a una conoscenza più approfondita e veritiera della figura di Gianni Rodari, quindi non una bandiera comunista da sventolare, non un santino commemorativo da celebrare nelle scuole con le sue filastrocche più semplici, dove, comunque, anche dietro queste c’è un lavoro di immagini, di conoscenza linguistica e indagine del presente, ma per conoscerlo e riconoscerlo certamente come uomo di sinistra, dai valori veramente sinceri e concreti, ma come un intellettuale profondo del nostro Novecento, giornalista attento e ricercatore attivo. Il mio non è un lavoro sulla didattica, ma una ricerca e catalogazione sistematica ben strutturata per, ripeto, garantire un’approfondita conoscenza sull’autore. Mi auguro che in tutti gli ordini scolastici, nonché universitari-accademici ci sia attenzione e una buona preparazione su Rodari e la sua opera, e non solo per citarlo. Il mio libro mette a conoscenza la genesi dei suoi studi e delle sue opere. Di certo la sezione Scuola, Pedagogia, Didattica, Psicologia, Psichiatria può, per le insegnanti che vorranno, dare spunti su cui poter lavorare. Intanto, consiglio di avere sempre a casa e a scuola una copia di Grammatica della fantasia. Ringrazio per avermi concesso la possibilità di lavorare alla catalogazione la famiglia Rodari, ha permesso così la conoscenza del fondo librario non solo ai lettori appassionati dell’ autore.

L’attualità di Rodari risiede nella sua pedagogia rivoluzionaria, che mette la creatività e la parola al centro dell’emancipazione umana. Tuttavia forse oggi abbiamo bisogno di riscoprire soprattutto il suo impegno civile e la sua straordinaria capacità di affrontare temi universali a cominciare dal rifiuto categorico della guerra…

Esatto, il suo impegno civile fin da giovanissimo, la sua biografia ci racconta la sua esperienza come partigiano e poi immediatamente dopo la guerra l’inizio del lavoro come giornalista, prima in testate locali poi nel giornale di partito l’Unità, fino all’ultimo giorno sul quotidiano Paese Sera, senza tralasciare l’importante impegno nel Pioniere, nel Giornale dei genitori, la collaborazione in NOI DONNE e con altri giornali. Della parte giornalistica ho scritto approfondendo nel saggio di Politica, Storia del libro. Tengo inoltre a precisare, per corrette ricerche, che, nonostante l’importante lavoro svolto da coloro che si occupano di arricchire le pagine Wikipedia, quella di Rodari ha diverse inesattezze che dovranno essere corrette, consiglio quindi di prendere in considerazione, per una biografia veritiera e accurata, testi critici validi, tra gli importanti saggi, oltre al mio, quelli di Pino Boero professore di letteratura per l’infanzia e maggior esperto da decenni dell’opera rodariana, di Daniela Marcheschi docente e critica letteraria che ha curato il Meridiano Mondadori del 2020, di Giorgio Diamanti che si è occupato della pubblicazione di tutti i testi giornalistici di Rodari, e della catalogazione e organizzazione del suo lavoro e degli arrivi italiani ed esteri prima che prendessi io, dal 2010/2011 quel ruolo con la collaborazione della famiglia stessa. Tornando all’impegno civile dello scrittore e giornalista, la parola è sì fondamentale nei suoi processi creativi e nell’uso responsabile della conoscenza linguistica; non a caso la collaborazione e stima con Tullio De Mauro. Rodari vuole una pedagogia civile, tutta la sezione di libri presa da me in analisi per costruire questo volume documenta una forte consapevolezza politica dell’educazione. I testi sulla scuola sovietica, sull’educazione negli USA, sul tempo pieno, nella scuola di massa, sulla disuguaglianza sociale, l’educazione dei ragazzo con disabilità, sulla deistituzionalizzazione, mostrano, come già abbiamo potuto approfondire, un Rodari intellettuale militante, attento alle trasformazioni concrete del sistema scolastico ma della vita tutta in generale, dell’educazione dell’infanzia, ma anche degli uomini e delle donne. Poi c’è da dire che la scuola non è mai neutra: è campo di conflitto, di possibilità, di costruzione. In questo senso, Rodari si avvicina anche a Baudelot-Establet, a Borghi, a Lombardo Radice, ma mantiene sempre una cifra propria: la fiducia ostinata nella parola del bambino. Dunque gran parte del mio lavoro di ricerca si basa su l’intento di far emergere la straordinaria ricchezza culturale di Gianni Rodari. La sua profonda analisi del presente e la sua conoscenza della storia ci permettono ancora oggi di comprendere il suo netto e categorico rifiuto della guerra. Sì, sono numerose le opere nelle quali affronta il tema della pace, proponendo riflessioni di grande attualità, farle conoscere a tutti e tutte è fondamentale.

L’aricolo è stato pubblicato su Comune-info il 3 luglio 2026

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Quando la memoria non basta più

di Emilia De Rienzo

Foto di Hosny salah


“Io non ho voluto avere un figlio perché ho vissuto Auschwitz”
(Imre Kertész, Kaddish per il bambino non nato)

اللهم اجعله طيراً من طيور الجنة
“O Allah, rendilo un uccello tra gli uccelli del Paradiso”
(Duʿāʾ islamico per un bambino defunto)


Imre Kertész scrisse un Kaddish per il figlio che decise di non avere. Dopo Auschwitz, il mondo gli appariva troppo crudele per essere consegnato a una nuova vita. La Shoah non gli aveva tolto soltanto il passato: aveva incrinato la fiducia stessa nel futuro.

Circa un milione e mezzo di bambini ebrei furono uccisi durante lo sterminio nazista, insieme a migliaia di bambini rom e con disabilità. Quei bambini appartengono alla memoria dell’umanità e nessuno può permettersi di dimenticarli.

Ma ricordare non significa soltanto custodire il passato. Non significa sovrapporre tragedie diverse né cancellarne l’unicità storica. Significa chiedersi quale valore abbia la memoria se non diventa un principio universale, capace di proteggere ogni vita umana, soprattutto quella più indifesa.

La memoria non è un premio riservato alle vittime della storia. È una responsabilità verso le vittime di oggi. Oggi quella responsabilità ci conduce a Gaza.

Ci sono immagini che dovrebbero essere impossibili. Un bambino ucciso mentre cerca acqua. Una bambina colpita mentre torna da scuola. Un neonato ferito mentre viene allattato. Non sono soltanto episodi di guerra. Sono la negazione dell’infanzia.

I bambini non appartengono a uno Stato, a un esercito o a una bandiera. Appartengono all’umanità.

La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, nel rapporto L’essenza dell’infanzia è stata distrutta, afferma che nei primi due anni di guerra almeno 20.179 bambini sono stati uccisi e 44.143 sono rimasti feriti nella Striscia di Gaza. Parla di azioni che hanno «cancellato l’infanzia» e sostiene che l’uccisione e il ferimento dei minori abbiano contribuito a distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del popolo palestinese. Israele respinge queste conclusioni. Ma nessuna contestazione cancella il fatto essenziale: decine di migliaia di bambini sono stati uccisi, mutilati o segnati per sempre.

Se oltre il trenta per cento delle vittime sono bambini, non possiamo rifugiarci nel linguaggio degli “effetti collaterali”. Quando una guerra divora l’infanzia, non colpisce soltanto il presente: cancella il domani.

Dietro quei numeri ci sono volti, nomi, famiglie. Ci sono bambini colpiti nelle scuole, negli ospedali, nelle tende dei campi profughi, mentre cercavano un pezzo di pane o un sorso d’acqua. Ci sono migliaia di piccoli sopravvissuti che porteranno dentro di sé ferite che nessuna ricostruzione potrà cancellare. È qui che la memoria viene messa alla prova. Il popolo ebraico ha conosciuto uno dei punti più bassi della storia umana. Proprio per questo, vedere lo Stato di Israele accusato di una violenza che colpisce in modo così devastante l’infanzia palestinese apre una ferita morale che attraversa il mondo intero. Non perché le due tragedie siano uguali. Non lo sono. Ma perché nessuna memoria del dolore può perdere il suo carattere universale. Se il ricordo della persecuzione non ci rende più sensibili alla sofferenza di altri bambini, allora qualcosa si è spezzato.

Primo Levi scriveva che «è avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Non era una profezia rivolta a un solo popolo. Era un monito per tutta l’umanità. Ogni volta che l’altro viene disumanizzato, ogni volta che la vita di un bambino diventa un prezzo accettabile, quel monito torna a interrogarci.

Eppure il mondo sembra già voltare pagina. Le crisi si susseguono, l’attenzione si sposta altrove, Gaza scompare lentamente dai notiziari. L’orrore si consuma, poi si normalizza. Infine viene dimenticato. È sempre così che l’indifferenza vince.

Per questo oggi non basta ricordare Auschwitz. Non basta commemorare. Non basta pronunciare “mai più” una volta all’anno. Occorre avere il coraggio di riconoscere il dolore ovunque si manifesti, anche quando ci mette a disagio, anche quando riguarda chi consideriamo lontano, anche quando ci obbliga a criticare chi pensavamo immune da ogni giudizio morale.

Nel ghetto di Terezín il giovane Pavel Friedmann ha scritto: “Le farfalle non vivono nel ghetto”. Quelle parole sembrano attraversare il tempo fino a Gaza. Perché le farfalle non vivono dove viene cancellata l’infanzia. E nemmeno la pace può nascere dove ai bambini viene negato il futuro.

Sotto cieli diversi, due preghiere continuano a salire verso lo stesso Dio. Il Kaddish ebraico e il duʿāʾ islamico per un bambino morto. Parlano lingue diverse, ma custodiscono lo stesso dolore. Ci ricordano che il pianto di una madre non ha nazionalità e che nessun bambino smette di essere bambino perché nasce dalla parte sbagliata di un confine.

La domanda, allora, riguarda tutti noi. A cosa serve la memoria, se non ci impedisce di accettare l’inaccettabile? A cosa serve dire «mai più», se quel principio non vale per ogni bambino? La memoria è l’inizio. L’umanità è il suo compimento. Se la memoria non ci conduce fin lì, allora non basta più.



L’articolo è stato pubblicato su Comune-info il 26 giugno 2026

La foto è di Hosny salah, fotografo palestinese residente a Gaza

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La disuguaglianza del clima nella città che brucia 

di Francesco Demitry
France on June 21, 2026. Photo by Bruno De Hogues
France on June 21, 2026. Photo by Bruno De Hogues

La scuola non è un contenitore neutro: è una società di corpi, di aria, di suoni, di ritmi, di sedie, di finestre, di tempi, di desideri e di stanchezze. Quando l’aria diventa irrespirabile e il caldo blocca l’attenzione, non si assiste a un incidente esterno alla scuola; si scopre piuttosto che la scuola esiste soltanto dentro un’ecologia di relazioni che la rende possibile o impossibile, vivibile o invivibile. Ogni realtà vive di connessioni, di contagio, di imitazione, di coesistenza. Qui il contagio non è solo biologico: è urbano, politico, istituzionale. L’afa si propaga come si propaga una cattiva organizzazione sociale. La sofferenza non è mai soltanto individuale: è già una forma della città.

I luoghi di lavoro sono così una società fragile. Simondon ci direbbe di pensare il presente non come blocco ma come equilibrio precario tra ambiente e individuazione. Ad esempio, una classe scolastica, in questo senso, non è fatta solo di alunni e insegnanti; è fatta di umidità, di ventilazione, di differenze di altezza e di circolazione dell’aria, di tempi di esposizione, di muri e vetrate, di attenzione che si consuma, di corpi diversi che non reagiscono allo stesso modo. Il caldo non colpisce tutti in modo uguale. Colpisce di più chi vive in case già surriscaldate, chi ha meno accesso a spazi freschi, chi non può permettersi l’aria condizionata, chi arriva nel luogo di lavoro dopo un viaggio lungo e affaticante, chi ha problemi di salute, chi soffre maggiormente la disidratazione, chi non può permettersi una città-vetrina dove il benessere climatico sia privatizzato. I luoghi di lavoro diventano così il luogo in cui si fanno visibili le disuguaglianze termiche della città.

Lefebvre sosteneva che lo spazio non è un contenitore vuoto, ma un prodotto sociale. Parigi non subisce il caldo come una vittima innocente; lo restituisce amplificato da secoli di urbanizzazione orientata alla rendita, al valore di scambio, alla centralità delle circolazioni e alla subordinazione dell’abitare. La città appare come una trama di segni, di percorsi, di vetrine, di flussi, di immobili, di tempi compressi, ed è anche separazione: frammentazione della vita quotidiana in lavoro, trasporto, vita privata, tempo libero; dissociazione dei sensi; riduzione della partecipazione a spettacolo. In un contesto del genere, la canicola non è un accidente, ma la verità termica della città spettacolare. La città che organizza tutto in funzione del consumo, della rendita e della velocità è la stessa città che non organizza nulla per la sopravvivenza comune. Il diritto alla città, allora, non può più limitarsi all’accesso ai servizi o alla mobilità: deve diventare diritto alla temperatura vivibile, al respiro, all’ombra, all’acqua, al tempo non spezzato.

Questo punto è cruciale: l’organizzazione di cui manca Parigi non è una mancanza tecnica, ma una scelta politica. La città è organizzata benissimo per il capitale, per la valorizzazione immobiliare, per il turismo, per la circolazione di merci, per la separazione tra quartieri più protetti e quartieri più esposti. È disorganizzata solo rispetto alla vita. È precisamente questo scarto che bisogna mettere a nudo. La scuola, esempio concreto, viene lasciata sola perché non produce profitto diretto, o perché il suo profitto è differito, astratto, contabilizzato in termini di forza-lavoro futura. Il corpo dell’infanzia, invece, non è differibile: sente subito. E sentendo subito smaschera la menzogna del tempo amministrativo con cui lo Stato e il mercato governano le loro priorità. Si può rimandare una ristrutturazione, si può rinviare una spesa, si può adattare un calendario, ma non si può rinviare il surriscaldamento di un’aula in cui si lavora e si impara.

L’ecologia, per Gorz, non è un ramo della tecnica o dell’economia, ma una critica radicale dei rapporti sociali di produzione e del modo in cui la società sfrutta i limiti della natura. Non c’è soluzione ecologica senza trasformazione dei mezzi di produzione e senza critica delle strutture coercitive. In una situazione come quella attuale, ciò significa che non basta distribuire consigli individuali, né basta chiedere a insegnanti e famiglie di fare attenzione. Quello sarebbe l’equivalente contemporaneo di un’ideologia della responsabilità scaricata verso il basso: il potere che produce il problema si assolve invitando le vittime ad adattarsi. Gorz aiuta a dire l’opposto: se la tecnologia e le istituzioni sono parte del problema, allora la lotta deve toccare il modo in cui la città è costruita, finanziata e governata. Non si tratta di aggiungere qualche misura correttiva a una macchina sociale invariata; si tratta di cambiare macchina.

Guattari direbbe che il caldo è ambientale, perché aggredisce gli ecosistemi urbani e rende visibile il collasso della pianificazione; sociale, perché colpisce in modo diseguale e redistribuisce il rischio lungo le linee di classe; mentale, perché altera la concentrazione, aumenta l’aggressività, indebolisce la capacità di stare insieme senza rompersi. In una classe troppo calda, l’attenzione non è un problema psicologico individuale; è un effetto materiale dell’ambiente. Quando la soggettività si consuma per eccesso di calore, si produce una scuola meno capace di pensiero, meno capace di desiderio, meno capace di conflitto fecondo. Lì dove il corpo è costretto, anche il pensiero si restringe.

Eppure c’è anche un altro dato di cui bisogna tenere conto, ed ha a che fare con quello che suggeriva Virilio. La città contemporanea non è solo disegnata dall’economia; è governata dalla velocità, dalla dromologia, dalla pressione del tempo reale, dall’illusione che si possa risolvere tutto con un aggiornamento istantaneo. In questo orizzonte, il caldo produce una specie di rallentamento violento che rompe la narrazione progressista della modernità: il corpo non si lascia accelerare all’infinito, la materia non si lascia consumare senza resistenza, la scuola non può fingere di essere un flusso immateriale. L’accelerazione produce cecità, derealizzazione, panico, e questi momenti ce lo mostrano chiaramente. Il panico climatico delle istituzioni è esattamente questo: il tentativo di salvare il principio dell’ordine accelerato senza mettere in discussione l’ordine stesso. Si tamponano i sintomi, si ammorbidisce la percezione, si chiede di reggere ancora un po’, ma la città resta la stessa macchina che produce l’insopportabile.

Per questo il discorso sul caldo deve essere anche un discorso contro la disciplina come forma storica del potere. Illich è fondamentale qui: ci dice infatti che le istituzioni possono oltrepassare il loro limite funzionale e trasformarsi in dispositivi di cattura. La scuola, nata per formare, può diventare una struttura di reclusione se esige presenza, obbedienza e prestazione anche quando le condizioni materiali rendono quella richiesta insensata o violenta. Quando un’aula, un corridoio, un edificio scolastico non sono vivibili ma restano obbligatori, la scuola mostra il suo volto coercitivo. Il problema non è allora l’eccezione climatica, ma il fatto che l’istituzione continua a pretendere normalità laddove la normalità è già collassata.

Questa constatazione dovrebbe rovesciare anche il senso comune sul ruolo degli insegnanti. L’ideologia dominante tende sempre a trasformare il personale educativo in una forza tampone: devono contenere, rassicurare, inventare soluzioni, mantenere il decoro della macchina. Ma bisogna dire che gli insegnanti non sono i tecnici della sopravvivenza di un sistema che li sfrutta; sono, insieme agli studenti e alle famiglie, i soggetti che subiscono una doppia violenza: quella del caldo e quella dell’istituzione che si rifiuta di cambiare. Il loro lavoro non dovrebbe consistere nell’improvvisazione eroica sotto stress termico. Dovrebbe essere sostenuto da una riorganizzazione radicale degli spazi, dei calendari, delle risorse e delle priorità. Più ancora: dovrebbe essere parte di una trasformazione urbana più ampia, perché non esiste scuola vivibile in una città invivibile.

Da qui deriva il punto politico centrale: la vera domanda non è come fare a resistere al caldo a scuola, ma chi decide l’uso del territorio, del denaro pubblico, dell’energia, del suolo, degli alberi, dell’aria. Il mito della neutralità amministrativa è soltanto un artificio. La città non è un mero insieme di infrastrutture: è una gerarchia di accessi alla vita. I quartieri non hanno tutti la stessa ombra, le stesse piazze, gli stessi cortili, la stessa vegetazione, la stessa qualità edilizia, la stessa possibilità di trattenere frescura. La scuola, come istituzione pubblica, dovrebbe correggere queste disuguaglianze; invece troppo spesso le eredita e le normalizza. Lo spazio deve essere ripensato come bene comune, non come supporto della rendita.

Anche il linguaggio deve cambiare. Non si deve più parlare di gestire l’emergenza ma di costruire alleanze. Fare alleanza significa, qui, assumere che la questione climatica scolastica non si risolve per decreto dall’alto né con la retorica del sacrificio individuale. Serve una coalizione concreta tra studenti, famiglie, insegnanti, sindacati, urbanisti, movimenti, medici, climatologi, architetti, lavoratori dei servizi pubblici e abitanti dei quartieri. Serve soprattutto una rottura con l’isolamento. Un luogo di lavoro surriscaldato è il contrario dell’alleanza: è il luogo in cui ciascuno viene lasciato solo nella propria sofferenza. Un’ecologia politica dell’alleanza, invece, fa della sofferenza una prova materiale dell’incompatibilità tra vita e organizzazione vigente, e trasforma questa incompatibilità in forza di mobilitazione.

Una città organizzata per il profitto continuerà a produrre isole di sollievo per alcuni e deserti termici per altri. La questione è la demercificazione delle condizioni di vita. Questo significa investire pubblicamente, in modo massiccio e redistributivo, sulla ristrutturazione degli edifici predisposti al lavoro, sulla de-impermeabilizzazione dei suoli, sulla riduzione dell’asfalto, sull’ombra, sull’acqua accessibile, sulla ventilazione naturale, sui materiali adatti, sulle aperture sicure, sulle micro-infrastrutture di fresco distribuite secondo il bisogno e non secondo il prezzo del metro quadro. Significa anche ridurre la centralità del traffico motorizzato e ripensare il calendario urbano. In altre parole: smettere di trattare il luogo di lavoro come un luogo separato dalla città e cominciare a trattare la città come una scuola permanente di relazione materiale.

Il diritto alla città, torno nuovamente a Lefebvre, non è il diritto di consumare la città: è il diritto di produrla collettivamente. L’esperienza del caldo restituisce il valore elementare dell’abitare: avere un luogo dove il corpo possa restare senza essere punito. In questo senso, il diritto alla città è anche il diritto a non essere ridotti a passanti di un ambiente ostile. Ed è proprio qui che dobbiamo essere più severi: non con gli individui, ma con il sistema che li chiama a sopportare l’insopportabile. Una città panico produce stress, separazione, velocità senza orientamento, esposizione senza cura. Ma il panico non è inevitabile. Può diventare conoscenza. Può obbligare a vedere ciò che l’abitudine nascondeva: che il clima non è esterno alla politica, che la scuola non è esterna alla città, che la città non è esterna al capitalismo, e che il capitalismo non è più in grado di garantire nemmeno le condizioni minime della riproduzione sociale.

La canicola fa saltare la menzogna dell’ordine. E quando l’ordine si incrina, diventa possibile pensare non solo a riparare, ma a rifondare. Rifondare, in questo caso, significa prendere sul serio una parola che nella retorica istituzionale viene spesso svuotata: prevenzione. La prevenzione vera non è il consiglio individuale dato a posteriori; è la trasformazione delle condizioni materiali prima che il danno si produca. È un’azione sulla città, non un monito sulle persone. È un modo di dire che i bambini non devono essere i sensori viventi dell’incompetenza urbana. È un modo di dire che l’educazione non può continuare in un contesto che la contraddice fisicamente. È un modo di dire che la riproduzione sociale non può dipendere dalla bontà di qualche direttore, dalla creatività di qualche insegnante o dalla pazienza di qualche famiglia. Deve essere garantita come diritto collettivo.

Per questo, alla fine, la domanda che la canicola pone è una domanda di regime. Non riguarda soltanto i termometri; riguarda il modo in cui una società distribuisce il valore tra infrastrutture militari e infrastrutture della cura, tra rendita immobiliare e accesso all’ombra, tra grandi eventi e vita quotidiana, tra retorica verde e giustizia climatica reale. Urge costringere la città a cambiare. Il caldo fuori scala a Parigi non va dunque interpretato come parentesi ma come rivelazione della fragilità degli edifici, della precarietà dei corpi, della gerarchia degli spazi, della debolezza di un modello urbano che ha confuso la modernità con la capacità di accelerare tutto, eccetto la giustizia. Non siamo davanti a un deficit di buona volontà, bensì davanti a una forma storica di organizzazione che mette il profitto prima della vita.

C’è poi un’altra dimensione che non va elusa: il tempo dell’infanzia. La scuola non è soltanto uno spazio, è un tempo disciplinato. Il calendario, l’orario, la durata delle lezioni, la scansione delle pause, il suono della campanella: tutto questo presuppone una temperatura di fondo, una regolarità del mondo, una certa fiducia che il corpo possa stare fermo, apprendere, contenere l’attenzione, metabolizzare il comando. La canicola rompe questa fiducia. L’infanzia, che viene sempre raccontata come il luogo della plasticità e dell’adattamento, viene così esposta al suo contrario: non è l’adattabilità a mancare, è il mondo a essere costruito contro la sua sopportabilità. Chi parla di abituarsi al caldo, in realtà, sta chiedendo ai bambini di interiorizzare un fallimento collettivo. È una pedagogia della rassegnazione travestita da maturità. Dovremmo al contrario insegnare che non tutto è sopportabile, che il disagio non è un destino e che l’organizzazione sociale può essere giudicata a partire da quanto rende vivibili o invivibili i primi anni della vita.

Da questo punto di vista, il discorso sul caldo è inseparabile da una critica dell’ideologia della responsabilità individuale. Il capitalismo contemporaneo produce soggetti che si sentono sempre in difetto rispetto a problemi che non hanno creato: non si è abbastanza attrezzati, non si è abbastanza flessibili, non si è abbastanza resilienti, non si è abbastanza prudenti. A scuola questa logica diventa particolarmente odiosa, perché si insinua nel rapporto educativo stesso. L’adulto deve gestire il caldo, il bambino deve imparare a resistere, la famiglia deve organizzarsi, la scuola deve fare il possibile. In questo lessico, la potenza del potere sta proprio nello spostare la colpa verso i corpi governati. Eppure il caldo non è un fallimento morale dei singoli; è una conseguenza materiale di un ordine sociale che ha reso il clima un costo esterno. La questione, allora, è di classe nel senso più diretto: chi può scappare in una casa fresca, chi può comprare il sollievo, chi può telelavorare, chi può spostarsi, chi resta in un edificio pubblico surriscaldato? La canicola mostra la struttura di classe dell’aria.

In questo senso, parlare di scuola significa anche parlare di riproduzione sociale. La scuola custodisce, seleziona, consuma, distribuisce e forma forza-lavoro futura. Ma lo fa, oggi, in un contesto in cui la riproduzione stessa è minacciata. La famiglia deve adattare orari e cure; i genitori devono negoziare con il lavoro; gli insegnanti devono trasformarsi in mediatori climatici; i bambini devono stare, ascoltare, bere, sopportare. Tutto questo rivela che la città ha scaricato i costi della propria forma sulle spalle di chi non decide nulla. La riflessione non può che partire da qui: la questione climatica è una questione di socializzazione dei costi e di privatizzazione dei benefici. Le temperature estreme non colpiscono in astratto; colpiscono corpi già posizionati dentro rapporti di potere.

Per questo i luoghi di lavoro devono essere pensati come bene comune climatico. Non nel senso retorico del verde da cartolina, ma nel senso infrastrutturale e politico del termine. Non devono essere abbandonati all’autonomia individuale della direzione o alla buona volontà di chi lavora o studia; servono risorse, manutenzione, progettazione, coordinamento con il quartiere, integrazione con il sistema dei trasporti, con il verde urbano, con l’acqua pubblica, con i centri di salute. Ogni luogo di lavoro è un nodo nella rete di un quartiere e non un’isola separata. Se il quartiere è asfaltato, senza ombra, con poco accesso all’acqua e con edifici pensati per dissipare il caldo soltanto in teoria, la scuola erediterà questa ostilità. In questo senso, l’istituzione educativa può diventare il punto da cui ripensare la città intera, non soltanto perché vi si concentrano i corpi più vulnerabili, ma perché vi si rende evidente la possibilità di un uso diverso dello spazio.

La città è il risultato di decisioni storiche, economiche, politiche, spesso prese contro i bisogni della maggioranza. Parigi, come ogni grande capitale, porta con sé un accumulo di stratificazioni: strade per la circolazione, immobili per l’investimento, quartieri vetrina per il consumo di segni, aree marginalizzate per la distribuzione della fatica. Il caldo si distribuisce dentro questa geografia. È quindi sbagliato immaginare una soluzione uguale per tutti: alcune scuole sono più ventilate, alcuni quartieri più alberati, alcuni corpi più protetti. L’uguaglianza climatica non si ottiene con un discorso universale astratto, ma con una redistribuzione materiale della protezione.

C’è poi una verità più dura, che una riflessione rivoluzionaria non deve attenuare: il mondo adulto sta consegnando ai bambini una città che non sa più prendersi cura di loro. Questo è uno dei punti politici più scandalosi. Non si tratta soltanto di un disservizio; è una rottura del patto generazionale. Si continua a parlare di futuro in modo enfatico, ma si organizza il presente come se il futuro dovesse arrangiarsi da solo. La scuola diventa allora il luogo dove questa menzogna viene ripetuta quotidianamente: si educa al domani mentre si rinuncia a rendere vivibile l’oggi.

I cortili, se presenti nel luogo di lavoro, non sono un semplice spazio ricreativo: sono un habitat. L’ombra di un albero, il suono degli uccelli, la qualità del terreno, la presenza dell’acqua, la porosità dei materiali, tutto questo compone la possibilità di stare insieme. La crisi climatica urbana è anche una crisi delle alleanze del quotidiano. Se la città perde i suoi legami ecologici minimi, perde anche la sua capacità di far crescere soggetti non devastati.

Qui anche l’idea di resilienza va criticata. La resilienza, così come viene spesso usata dalle istituzioni, è un dispositivo morale: invita i più deboli a sopportare la crisi senza mutare la struttura che la produce. È il nome nobile della rassegnazione. Dobbiamo spingerci altrove: non a resistere meglio dentro il danno, ma a cambiare il dispositivo del danno. Non bisogna essere più resilienti di una città mal costruita; bisogna esigere una città che non chieda resilienza come prezzo dell’abitabilità. Non bisogna insegnare ai bambini a diventare piccoli sopportatori professionali del collasso; bisogna ridurre il collasso. Questo implica una politica delle priorità: meno denaro per ciò che aumenta la potenza del capitale, più per ciò che aumenta la potenza di vita. Meno monumentalizzazione del prestigio, più manutenzione della cura. Meno estetica dell’evento, più infrastruttura del quotidiano.

Se prendiamo sul serio questa impostazione, allora bisogna rilanciare una critica dell’intera metropoli neoliberale. Perché la scuola, ad esempio, concentra molte contraddizioni: è pubblica ma spesso sottodotata; è centrale nella riproduzione sociale ma trattata come costo; deve essere inclusiva ma viene mantenuta in edifici esclusivi per il freddo e ostili al caldo; deve formare alla cittadinanza ma è inserita in un territorio che spesso impedisce persino l’accesso a forme elementari di comfort collettivo. La città che esalta la competizione e la rendita non può produrre spontaneamente scuole vivibili. Lo farà solo sotto pressione politica, solo se i soggetti colpiti organizzeranno una forza capace di imporre un’altra scala di priorità.

Ecco perché il problema della canicola può diventare un problema di lotta. Non una lotta simbolica, ma una lotta per il bilancio, per gli appalti, per la pianificazione urbana, per il suolo, per il verde, per i trasporti, per i tempi di vita. In una città davvero diversa, le scuole sarebbero tra i primi luoghi da ripensare. Non sarebbero piccole fortezze termicamente inadeguate, ma presidi di frescura pubblica, di socialità non commerciale, di distribuzione del sollievo. I loro cortili sarebbero ombreggiati e permeabili; i loro muri pensati per respirare; le loro finestre progettate per i climi che verranno; i loro accessi integrati con percorsi pedonali e ciclabili protetti; le loro giornate aperte a pratiche collettive con il quartiere. Questo non è un sogno neutro o tecnocratico. È una scelta di civiltà, cioè una scelta su chi deve pagare il prezzo della trasformazione climatica. O lo pagano i bambini, gli insegnanti e le famiglie, oppure lo pagano la rendita, l’inerzia istituzionale e le gerarchie urbane che hanno prodotto il problema. Non esiste una terza via.

Se devo dirlo con il linguaggio più netto possibile, il problema è questo: la città capitalista considera la protezione come merce, mentre la vita la considera come necessità. Le due logiche non coincidono mai fino in fondo. In estate, quando il caldo fa saltare il trucco della normalità, la distanza fra le due diventa intollerabile. La scuola, che dovrebbe essere un luogo di emancipazione, si scopre allora dipendente da logiche di mercato che non la proteggono. Tutto questo non è un tema ambientale isolato, ma il punto in cui ecologia, politica e cura si fondono. L’infanzia, la scuola, la città, il clima e il lavoro non sono sfere separate; sono una sola composizione sociale. Quando una di esse collassa, le altre ne portano il peso. Per questo il caldo a Parigi è una questione di sistema scolastico ma anche di sistema urbano, di capitalismo urbano, di governo della vita.

Se il mondo non è più fatto per abitare, allora bisogna rifarlo. E rifarlo significa scegliere da che parte stare: con la città che consuma i suoi bambini o con la città che riconquista il diritto di ospitare i suoi viventi. In definitiva, la canicola non è solo un episodio di disagio: è un indice politico. Dice che il presente non regge la prova della vita. Dice che il capitalismo urbano ha superato il suo limite di compatibilità con i corpi. Dice che la scuola, se vuole continuare a chiamarsi pubblica, deve diventare un fronte di trasformazione materiale. Dice infine che la sinistra, se vuole essere degna di questo nome, non può limitarsi a difendere l’esistente: deve pretendere un altro modo di produrre lo spazio, un altro modo di distribuire il calore, un altro modo di stare insieme.

Non si tratta di sopravvivere al mondo così com’è, ma di costruire una città in cui nessun bambino debba essere lasciato a cuocere per far funzionare la normalità di qualcun altro.


L’articolo è stato pubblicato su Effimera il 28 giugno 2026

La disuguaglianza del clima nella città che brucia  Leggi tutto »

Magnifica Humanitas: alcune riflessioni dopo la lettura della recente enciclica

di Gianni Giovannelli


(veritas parit odium; la verità genera odio)

Amant eam lucentem, oderunt eam reguardentem.

Quia enim falli nolunt et fallere volunt, amant eam,

cum se ipsa indicat, et oderunt eam, cun eos ipsos indicat

La amano quando risplende, la odiano quando li accusa.

Vogliono ingannare ma non essere ingannati,

per questo l’approvano quando indica se stessa e la detestano

quando punta il dito contro di loro.

Agostino (Confessioni, libro X, 23.34)

* * * * *


Per comprendere e valutare il testo della recente enciclica di Leone XIV bisogna innanzitutto tener conto della data volutamente scelta per rafforzare l’intento di una significativa connessione: la pubblicazione è avvenuta a distanza di 135 anni dalla Rerum Novarum di Leone XIII, nello stesso giorno, trattando il tema di una rivoluzione tecnologica ritenuta, per importanza storica e per conseguenze, capace di incidere sull’esistenza delle persone come era avvenuto in occasione della rivoluzione industriale a cavallo fra il XIX e il XX secolo. E tuttavia, a differenza del suo predecessore, che aveva posto al centro del titolo la fabbrica (de conditione opificium), l’attuale pontefice ha preferito un diretto riferimento alla persona umana (the human person, manca ad oggi il testo latino), come soggetto da tutelare nel tempo in cui si va dispiegando l’intelligenza artificiale (on safeguarding the human person in the time of artificial intelligence). Non è una differenza di poco conto, certamente non casuale: le parole hanno un significato, pesano e chi le usa dal soglio nell’intestazione di una lettera enciclica ne ha piena consapevolezza.

Dalla Rerum Novarum alla Magnifica Humanitas

Robert Francis Prevost non è il primo papa a misurarsi con la Rerum Novarum; era già accaduto in altre tre precedenti occasioni, con motivazioni e ragioni molto diverse da quelle che caratterizzano, oggi, la Magnifica Humanitas.

Il primo ad intervenire fu Achille Ratti, Pio XI, teologo di straordinaria erudizione, filologo e bibliofilo di fama, già prefetto della Biblioteca Ambrosiana prima e della Biblioteca Vaticana poi. Leone XIII, clericale molto conservatore e cresciuto nella nobiltà romana, aveva fondato la dottrina sociale della chiesa in contrapposizione esplicita allo stato laico italiano (e all’influenza della massoneria sia sulla componente liberale sia su quella socialista); l’associazionismo legato alle parrocchie e il partito dei cattolici erano i due pilastri che sostenevano la teoria della composizione dei conflitti di classe mediante una maggior tutela delle condizioni tragiche in cui versavano i salariati, nelle fabbriche e nelle campagne. Le organizzazioni cattoliche rimanevano estranee alle istituzioni statali ma al tempo stesso dovevano esercitare una forte pressione per far rispettare i costumi religiosi tradizionali e al tempo stesso per introdurre limiti anche legislativi alle imprese private (controllo del lavoro minorile, retribuzioni più elevate, difesa della salute, maggiori diritti).

Pio XI, eletto nel 1922 per compromesso fra progressisti e reazionari, dopo un lungo e contrastato conclave, si trovò ad operare in uno scenario politico assai diverso: il primo dopoguerra, la rivoluzione russa, la marcia su Roma e l’inizio del fascismo, i conflitti armati dentro le tensioni sociali. Scelse di innestare la dottrina sociale della chiesa dentro la politica sociale del fascismo, siglando la fine delle ostilità con i Patti Lateranensi del 1929 e diventando il primo monarca del nuovo Stato, Città del Vaticano. Se per un verso Pio XI accettò di mettere in soffitta il partito popolare di Don Sturzo, per altro verso ottenne la legittimazione della potentissima struttura dell’Azione Cattolica, che disponeva di oltre 5000 sedi. L’enciclica del 1931 (Quadragesimo Anno) critica gli eccessi del liberalismo, condanna il comunismo bolscevico, si lega (anticipando per certi versi una posizione peronista) al fascismo della Carta del Lavoro, al corporativismo, alle politiche sociali del regime, rimodellando la dirigenza dell’Azione Cattolica in senso meno ostile alla dittatura, e tuttavia mantenendo una certa libertà d’azione. La Quadragesimo Anno cerca dunque di orientare verso una svolta più moderata il populismo nazionalista; con una forte critica al nazismo (ripresa nell’enciclica del 1937, Mit brennender Sorge) e una certa accondiscendenza verso il franchismo spagnolo ((ribadita nell’enciclica antibolscevica Divini Redemptoris, sempre del 1937). L’operazione salvò dall’emarginazione i quadri della futura democrazia cristiana, ma fu complessivamente un disastro, per via delle leggi razziali e della guerra scatenata dai tedeschi; Pio XI morì senza aver pubblicato la Humani Generis predisposta contro Hitler, Pio XII la secretò appena eletto papa (il testo fu svelato molti anni dopo da Giovanni XXIII).

Il secondo intervento uscì il 15 maggio 1961, in occasione del settantesimo anniversario della Rerum Novarum, con iniziativa sorprendente di Angelo Roncalli, mediante l’enciclica Mater et Magistra dedicata ai recenti sviluppi della questione sociale. Il tema del lavoro viene affrontato da un angolo prospettico completamente diverso rispetto al passato, inserito nel processo di trasformazione legato all’uso (civile e militare) dell’energia atomica, al progredire dell’automazione, all’accelerata rapidità dei trasporti (di merci e di persone), alla diffusione dei sistemi di comunicazione (radio, telefono, TV, etere). Il testo è funzionale al programma di radicale rinnovamento da attuare con il Concilio Vaticano, mette in discussione l’appoggio aperto allo schieramento conservatore in ambito internazionale, soprattutto apre alle rivendicazioni di emancipazione provenienti dai paesi sottosviluppati e dal gruppo di paesi c.d. non allineati (quelli che si ponevano fuori dai due blocchi protagonisti della guerra fredda). La teologia della liberazione irrompe sulla scena politica e il tema della giustizia sociale acquista una nuova centralità anche nella lettura dei rapporti connessi alla prestazione lavorativa, al reddito in generale, alle condizioni di vita; più che i tradizionali diritti civili a Papa Giovanni preme assicurare quelli che liberano dalla miseria, dallo sfruttamento e dalla fame. Un cambio di passo dentro un progetto di coesistenza pacifica che lascerà il segno, nonostante la maggiore prudenza del successore Paolo VI, incline a rallentare la tabella di marcia.

Il terzo intervento, si articola in due puntate, con la firma di Karol Wojtyla. Rispetto a Giovanni XXIII vuol cambiare strada, punta sulla gerarchia più che sul rinnovamento, sulla tradizione più che sul progresso: la condizione operaia, per migliorare davvero, deve archiviare il dialogo con il socialismo e puntare piuttosto sul liberismo, sulla competizione. L’enciclica Laborem Exercens doveva essere pubblicata, come di consueto il 15 maggio, in occasione del novantesimo anniversario della Rerum Novarum. Ma il 13 maggio Ali Agca sparò due colpi di rivoltella contro Giovanni Paolo II che solo per un soffio scampò alla morte (lui sosteneva grazie alla Madonna di Fatima, non siamo in grado di smentire o confermare); nella chiusa, in data 14 settembre, senza accennare al fatto, spiega il ritardo con la necessità di rivedere a fondo il testo. Il lavoro umano viene ricondotto, contro ogni forma di materialismo e di economicismo, alla spiritualità, alla religione, alla famiglia e all’unità nazionale; l’attacco allo statalismo invasivo e l’elogio della libera soggettività di ogni lavoratore è un consapevole attacco portato al cuore del governo polacco, e la difesa del sindacato come strumento di tutela di operai e contadini tende a rafforzare la presenza della chiesa cattolica in ogni sua forma associata, con l’obiettivo ambizioso di una rivincita del clero tradizionale sul c.d. comunismo reale, ateo e tecnocratico. Dieci anni dopo, pubblicando (provocatoriamente e in anticipo) il 1 maggio 1991 la seconda puntata,  Centesimus Annus, Wojtyla celebra la caduta del muro, la vittoria di Lech Walesa alle elezioni presidenziali del 9 dicembre 1990, il governo di una rinnovata democrazia cristiana nella cristianissima Polonia. Lo scrive senza reticenze: legge in modo critico il conflitto di classe sul lavoro e lo colloca definitivamente nel passato della storia, con occhio rivolto al futuro, inteso come sistema di valori fondato sulla gerarchia ecclesiastica come garante di un ordine tradizionalista nella vita delle persone e capace di garantire una tranquilla agiatezza grazie all’operosità. La battaglia (religiosa e politica) annunciata con Laborem Exercens fu certamente coronata da successo; ma la scommessa orgogliosa della Centesimus Annus, a distanza di 35 anni, risulta invece travolta dagli eventi, sicuramente nella sua Polonia, ma anche nel pianeta. Del conservatorismo sociale e solidaristico  di Papa Wojtyla, nel tempo di Trump, Meloni, Macron, Tusk e Netanyahu, non è rimasta traccia.

Profilo di Francis Robert Prevost

Leone XIV è nato a Chicago, terza metropoli degli States per numero di abitanti, multietnica e fra le più refrattarie al trumpismo. Il 28 maggio 2026 il Papa ha ricevuto in Vaticano Brandon Johnson, sindaco della sua città natale, eletto nel 2023 con un programma radicale di tutela dei senzatetto, di tassazione dei grandi patrimoni, di opposizione alle spese militari, di sostegno al popolo palestinese. L’arcivescovo di Chicago, il cardinale Blase Cupich, nominato da Francesco nel 2014, si è scontrato con il governo americano durante le operazioni di rastrellamento degli immigrati. Il governatore dello stato, Jay Pritzker, un miliardario di origine ebraica, è pure schierato con il fronte progressista e ha assegnato il prestigioso premio di architettura istituito dalla sua famiglia al cinese Liu Jiakun, ovvero al rappresentante più noto della c.d. architettura sostenibile, fondata sul rispetto della natura e sul recupero dei materiali, in una dimensione quasi minimalista, critica dell’uso indiscriminato del suolo e della grandeur. Uno schiaffo alle grandi società immobiliari ad opera di un magnate dell’industria alberghiera. Chicago, oltre che sede di grandi organizzazioni criminali durante il proibizionismo, è la città dei quattro anarchici impiccati per le proteste sanguinose di Haymarket, il 1 maggio 1886 (da questo episodio la scelta della data); e nel 1960 fu la scena dei giorni della rabbia, la rivolta guidata da Weatherman nel 1968 (con abbattimento del monumento ai poliziotti uccisi in Haymarket), repressa con inaudita violenza. Chicago, infine, per via della crisi connessa alla transizione in corso, si caratterizza per un deficit gigantesco delle casse pubbliche (oltre un miliardo di dollari) e per una spesa pensionistica pari a circa il 40% del bilancio comunale. Una città, quella di Francis Prevost, di grandi contraddizioni e di grandi speranze, al tempo stesso ribelle e inquieta. Bisogna tener conto dell’origine per comprendere il personaggio nella sua complessità. Prevost si è laureato, molto giovane, in matematica (1977); ha dunque studiato, negli anni della formazione, le regole del ragionamento e della dimostrazione, il sistema simbolico rigoroso per determinare la validità, o meno, delle risoluzioni. E, insieme, come ha ben chiarito un grande matematico come Kurt Godel, comprende l’incompletezza di ogni e qualsiasi sistema, la necessità di un esame dall’esterno, al di fuori del meccanismo interno che lo caratterizza. Durante i corsi universitari ebbe modo di approfondire gli scritti di Agostino (il suo riferimento talare al momento di prendere i voti) e di un grande teologo tedesco, Karl Rohner (1904-1984), figura centrale nei lavori del Concilio, alla radice di più segmenti del pensiero cristiano nel secolo scorso. A lui hanno guardato sia il giovane Ratzinger (conservando ammirazione anche dopo la svolta conservatrice negli anni della maturità) sia i fondatori della c.d. teologia della liberazione, in particolare (il suo testo del 1971 è di fondamentale importanza) Gustavo Gutierrez-Merino Diaz (1928-2024), il frate predicatore peruviano che Leone XIV ebbe modo di conoscere a fondo durante il lungo periodo trascorso nel paese sudamericano. Per 12 anni Prevost guidò l’ordine mendicante degli agostiniani (noti anche come eremitani, la medesima congregazione di Martin Lutero), oltre 400 conventi e 3000 frati, assai radicato in America Latina, maturando una solida esperienza organizzativa in territori turbolenti e guadagnando nel 2023 la porpora cardinalizia necessaria per diventare, nel 2025, papa.

L’enciclica del 15 maggio 2026

Magnifica Humanitas è un testo corposo, si articola in 245 paragrafi suddivisi in premessa, 4 capitoli e conclusione, utilizzando uno stile essenziale per una sequenza di affermazioni legate da una logica stringente in cui il dubbio su ciò che ci riserverà il futuro non incrina solide convinzioni sul dover agire. Nella premessa Leone XIV insiste sulla necessità di esaminare le radici spirituali e culturali che caratterizzano la trasformazione in atto (stiamo vivendo una fase di rapida transizione), indicando due segmenti di pensiero contrapposti e incompatibili: uno (la torre di Babele) mira ad impadronirsi della tecnologia al solo scopo di dominio e conquista della ricchezza, l’altro (le mura di Gerusalemme) vuole ricondurre l’IA (e lo sviluppo della tecnica) all’interno del comune, dei principi di giustizia solidale. La maggioranza degli esseri viventi nel pianeta rimane in trepidante attesa, assiste agli eventi, fra angoscia e speranza. Ma sono domande decisive e non possono essere eluse: esiste il dovere di rimanere umani. La radicalità della premessa viene temperata, prudentemente, nel primo capitolo, dedicato alle vicende delle encicliche sociali precedenti: come di consueto quando un pontefice parla dal soglio (ex cathedra) ogni passaggio dei predecessori viene ricondotto ad unità complessiva della Chiesa, sorvolando abilmente sulle divergenze per costruire una dottrina sociale cattolica coerente, uniforme, armonica. Ma, a leggere con attenzione, l’elogio del passato non è mai una rinunzia alle proprie convinzioni presenti, procede con ecclesiastica cautela, ma non fa mai un passo indietro, consapevole delle proprie debolezze ma forte delle proprie ragioni.

Tecnica e dominio

Il secondo e il terzo capitolo sono il cuore del saggio, in cui si affronta il rapporto fra la difesa dei principi e l’uso della tecnica come strumento di dominio; comunque si voglia giudicare questa presa di posizione che ha l’ambizione di costituire un manifesto del pensiero cattolico, non è possibile ignorare la sostanza di una condanna aperta del liberismo tecnocratico e dell’ideologia della forza. Non era per nulla scontata una scelta simile, soprattutto considerando la potenza di comunicazione mediatica, volta a segnalare la fine dell’anomalia rappresentata da papa Francesco e una sorta di restaurazione conservatrice incarnata da papa Leone; ora i comunicatori di regime stravolgono il testo, per disinnescarlo, per ridurlo a generica lamentela senza conseguenze concrete. Un esempio, fra i tanti, di questa operazione chirurgica è l’articolo pubblicato il 14 giugno 2026 su Il Sole 24 Ore dal presidente dell’Associazione Bancaria Italiana, Antonio Patuelli: il nuovo umanesimo (?) è una zuppa buona per tutti i gusti e non si comprende con chi se la prenda il pontefice quando segnala il pericolo (rischio) del controllo delle esistenze per mezzo di una acquisizione massiva e privata dei dati. Torna in mente quel che Francesco disse ai funerali di Gutierrez, avvezzo alle critiche e fermo nella difesa dei poveri: ha saputo fare silenzio quando doveva fare silenzio, ha saputo soffrire quando gli è toccato soffrire.

Eppure le affermazioni sono forti, non consentono interpretazioni equivoche. La dignità non si acquista e non si merita (paragrafo 53); il valore non è ciò che si produce (paragrafo 51); qualsiasi progetto o tentativo di progetto di eliminare o sottomettere una nazione è immorale e pertanto inaccettabile (paragrafo 64). La tecnocrazia viene descritta non come un generico e potenziale orizzonte politico-economico, ma come un concreto progetto di dominio, fondato su una criminale cultura dello scarto (definizione davvero efficace) applicata in danno di chi si trova nella condizione di rifugiato, di migrante, di povero; il potere va cadendo ogni giorno di più, nella rapidità della transizione, in mano mani (paragrafo 90 e seguenti) di pochi privati transnazionali, indifferenti alla solidarietà, alla sussidiarietà, alla fraternità (e dunque anche alla libertà e all’eguaglianza). Il paragrafo 99 introduce il problema e lascia intravedere la soluzione, evitando di cadere nell’equivoco di una banale equiparazione dell’IA a quella umana, ma senza nasconderne i benefici indubbi, che vanno invece riconosciuti. Il punto è che i dati, anche elaborati, non capiscono ciò che producono perché non abitano l’orizzonte affettivo. Non è una mera ovvietà; è una proposta reale di cambiare la prospettiva di osservazione, di nuovo con il metodo di Copernico. Si tratta di rimettere al centro l’orizzonte affettivo inteso nel senso più ampio: non solo amore o amicizia (questo è naturale) ma anche diritti, giustizia, remunerazione del lavoro, lotta alla moderna schiavitù, perché l’algoritmo (paragrafo 102) non è un fatto puramente tecnico, invade la sfera dei diritti e non considera la speranza (che è, me lo si lasci dire, parente prossima della rivoluzione, e io tengo in gran conto la rivoluzione)I dati, nella loro forma elaborata mediante IA, presentandosi come neutrali e oggettivi, rispecchiano e rafforzano stereotipi e posizioni ideologiche di chi li ha progettati e addestrati; non sono moralmente neutri (paragrafo 104). Bisogna definire un nuovo codice (etico e giuridico) per individuare il processo di responsabilità (accountability) nel possesso, nella gestione, nell’uso e nel frutto del sapere collettivo immagazzinato, delle risorse e dei c.d. beni comuni. E si arriva al dunque, all’indicazione censurata dalla comunicazione mediatica in quanto percepita come potenzialmente pericolosa nelle stanze del potere oggi consolidato (economico, finanziario, politico): disarmare l’intelligenza artificiale! Testualmente (paragrafo 110): la competizione armata non è più solo militare ma economica e cognitiva. Disarmare non significa rinunziare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale. Le ideologie connesse al trans-umanesimo e/o al post-umanesimo conducono alla catastrofe e vanno contrastate con decisione; la tecnica deve liberarsi di una concezione errata del limite, malattia vecchiaia vulnerabilità non sono difetti da rimuovere, ma elementi costitutivi dell’umanità, rientrano in ciò che è cura. Rendere disarmata e ospitale l’IA significa piegarla a questi principi che riemergono dalla teologia della liberazione nata non a caso nei tumultuosi anni sessanta del secolo scorso. Comprensibile che una simile prospettiva non piaccia affatto a chi punta invece sulla guerra, sulla paura, sul conflitto permanente, per mettere la vita a valore, non per liberarla.

Guerra, verità, lavoro

Nel quarto capitolo Prevost affronta la necessità di trovare strumenti capaci di custodire le persone nel tempo della trasformazione, a fronte di un saccheggio costante della verità, tema centrale per Agostino e dunque per il papa suo discepolo. Le piattaforme digitali, invece di favorire un consolidamento della democrazia sostanziale (e sarebbe possibile), tendono a confondere vero e falso, a mescolarlo al fine di orientare l’immaginario collettivo. Compare, e non poteva mancare, l’ombra di Guy Debord (non citato, ma presente): tutto diventa spettacolo, messa in scena, trasformazione della realtà volta a far ritenere esistente una finzione (mise en scéne in italiano si traduce anche come truffa). Oltre ad indicare la centralità della scuola e dell’istruzione pubblica l’enciclica invita ad elaborare una sorta di ecologia della comunicazione o, anche, con immagine suggestiva, una igiene dell’attenzione (paragrafo 146). In questa cornice di discontinuità nella transizione si calano il lavoro, il rapporto fra uomo e macchina (critica dell’ibridazione fra i due), il recupero della dignità, l’economia in senso ampio. Il PIL non è uno strumento di misura che consenta di comprendere lo stato effettivo delle cose (paragrafo 157), la finanza per la finanza è diversa dalla finanza per lo sviluppo e per la redistribuzione della ricchezza prodotta (paragrafo 163); in ogni caso acquistano rilievo le condizioni sociali della speranza. Dopo Debord compare (anche lei non citata) Soshana Zuboff: quando ogni gesto lascia traccia si crea un potere nuovo (paragrafo 171) e nasce una sorta di architettura della visibilità utilizzata a fini di controllo sociale e di sfruttamento intensivo, il che rende necessario spezzare le catene della nuova schiavitù (il titolo che comprende i paragrafi 173-179). Nulla, scrive Prevost, nel mondo dell’IA è davvero immateriale o magico: una lunga catena di mediazioni, una rete estesa di risorse naturali, di infrastrutture energetiche e, soprattutto, di persone. Rubano la vita a donne e bambini, schiavizzati nel lavoro, formano una catena di sfruttamento che resta deliberatamente invisibile. E ancora annota: il colonialismo ai giorni nostri mostra un volto inedito. Non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando la vita delle persone in informazioni sfruttabili. Per concludere infine: la lotta contro le nuove schiavitù è il banco di prova decisivo. Antonio Patuelli, presidente dei banchieri, ha preferito evitare ogni citazione di questi passi, soprattutto, visto che le banche guadagnano piuttosto bene sui dati e sulle schiavitù, cerca di sfuggire al banco di prova decisivo congelando la proposta (vaticana!) di lotta!     

La chiusa

L’ultima parte dell’enciclica (quinto capitolo e conclusione) è dedicata al falso realismo e alla cultura del conflitto, fondata sul concetto di forza non soggetta ad alcun limite (giuridico o etico). L’apologia della violenza devastatrice e la percezione di ogni diversità come minaccia si concretano in una sorta di nichilismo storico e di un insieme di progetti contrapposti che mirano a costruire un monopolio della minaccia armata. Citando un cattolico italiano, per un certo periodo sindaco di Firenze e pacifista per antonomasia, La Pira, Leone XIV rilancia la cultura del negoziato contro quella della potenza; a sostegno del suo invito teso a risparmiarci la totale distruzione del pianeta richiama, fra l’ironico e il beffardo visto che è tradizionale icona dell’estrema destra italiana, Tolkien, prima di affidarsi, da buon cattolico, alla Madonna e al suo magnificat.

Qui non si pone il problema di arruolare il papa nelle file del movimento comunista, sarebbe piuttosto fuori luogo. E per giunta ogni papa ha la sua identità. Bergoglio, per carattere e per formazione, aveva molta fiducia nelle parole, e, anche, una forza comunicativa teatrale, perfino gestuale, che non è invece nelle corde di Prevost, più incline a preparare il terreno, ad accompagnare ogni progetto, specie se ardito, agli strumenti necessari per attuarlo. Bergoglio poggiava su quello che oggi viene definito un partito liquido, sul consenso immediato ed emotivo. Prevost misura la forza degli antagonisti, ragiona sul come logorarli, concepisce la sua chiesa come una sintesi di fede e organizzazione; questo può accentuare la tendenza alla diplomazia e al compromesso, certamente ha l’effetto di moderare il suo vocabolario nell’esprimere i concetti, ma contribuisce anche a rafforzare progetti di alleanze inedite e soprattutto di costruzione concreta di strutture in conflitto con il liberismo tecnocratico, che si presenta oggi come il più duro ostacolo all’emancipazione degli sfruttati nel mondo. Ma non bisogna avere timore della diversità, rimanere se stessi cercando di capire come ciascun interlocutore si colloca, qui e ora. Senza preconcetti, sine ira et studio. In fondo si può marciare divisi per colpire insieme; lo dicevano anche Mao Tse Tung e Helmuth von Moltke. L’importante è non arrendersi mai.



L’articolo è stato pubblicato su Effimera Il 16 giugno 2026

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L’appello di due giovani sulla remigrazione

di Pressenza Redazione Roma
Foto di Rete Studenti Medi Lazio


Ci chiamiamo Kilian e Lukman, abbiamo deciso di scrivere una lettera per spiegare, attraverso il nostro vissuto e la nostra storia, perché il concetto di remigrazione non solo sia impraticabile, ma sia profondamente ingiusto e violento. Una lettera che vuole far aprire gli occhi alla società civile, su una delle proposte più disumane nel dibattito politico… Qualcuno dice che persone come noi dovrebbero essere “remigrate” e nel secolo scorso avrebbero detto “deportate”, la domanda che ci viene spontanea è: dove? Forse la domanda è un’altra: Che Italia vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi? La verità è che abbiamo paura del 13 giugno. Non ci sentiremo sicuri a camminare per strada e questo ci fa schifo. 

La Rete degli Studenti Medi del Lazio diffonde l’appello scritto dai due giovani:

Ci chiamiamo Kilian e Lukman e siamo due ragazzi italiani.
Non avremmo mai pensato di dover scrivere una lettera come questa. In realtà non avremmo mai pensato di dover spiegare perché apparteniamo al Paese in cui siamo cresciuti. Eppure, dopo aver sentito parlare di remigrazione e aver visto che delle persone scenderanno in piazza per sostenerla, ci siamo resi conto che il silenzio sarebbe stato più doloroso delle parole.
Siamo due ragazzi italiani. Non siamo un’idea politica. Non siamo uno slogan. Non siamo una teoria da discutere in televisione come per molti. Per noi è una questione personale.
Riguarda la nostra vita, le nostre famiglie, il nostro futuro.
Quando sentiamo parlare di remigrazione pensiamo a nostra madre che torna a casa stanca dal lavoro e ci chiede com’è andata la giornata. Pensiamo a nostro padre che si sveglia quando fuori è ancora buio per andare ad aprire un negozio e iniziare un turno che finirà ore dopo. Pensiamo alle bollette pagate a fine mese, alle tasse versate, ai sacrifici fatti per permettere a noi di studiare e avere opportunità migliori.
Pensiamo a cose semplici, normali. Le stesse cose che fanno milioni di famiglie italiane ogni
giorno.
Io tra poco affronterò l’esame di maturità. In questi giorni passo il tempo sui libri, ripeto gli argomenti, cerco di gestire l’ansia e la paura di non essere abbastanza preparato. Le stesse paure che hanno i miei compagni di classe. Gli stessi sogni di chiunque abbia diciotto anni e si affacci alla vita adulta.
Io invece studio psicologia all’università La Sapienza. Non ho mai immaginato nulla di diverso da restare in Italia, lavorare nel mio paese, aiutare qui le persone. Passo i pomeriggi tra lezioni ed esami, esulto e mi arrabbio guardando la Roma, prendo in giro gli amici e vengo preso in giro come accade in qualsiasi gruppo di ragazzi. Parlo con l’accento romano da quando ha imparato a parlare.
Eppure qualcuno guarda ragazzi come noi e vede degli stranieri. Questa è la parte che facciamo più fatica a comprendere.
Perché noi non abbiamo mai vissuto l’Italia come un luogo esterno da osservare. L’abbiamo vissuta da dentro. Nelle scuole che abbiamo frequentato, nei quartieri in cui siamo cresciuti, nei campetti dove abbiamo giocato da bambini, nei professori che ci hanno insegnato a credere in noi stessi, a studiare per diventare insegnanti, medici, psicologi, operai, ingegneri.
Quando qualcuno dice che persone come noi dovrebbero essere “remigrate”, e nel secolo scorso avrebbe detto “deportate”, la domanda che ci viene spontanea è molto semplice: dove? Dove dovrebbe andare una persona che è già a casa?
Qual è il luogo alternativo per chi ha costruito qui i propri ricordi più importanti? Per chi qui ha imparato a leggere e scrivere, ha dato il primo bacio, ha festeggiato i compleanni, ha pianto ai funerali delle persone care, ha immaginato il proprio futuro?
La verità è che ciò che fa più paura non è soltanto l’esistenza di certe idee.
Fa paura vedere quanto facilmente ci si abitua, si iniziano a considerare normali parole che qualche anno fa avrebbero suscitato indignazione e oggi vengono accolte con una scrollata di spalle. Fa paura accorgersi che sempre più spesso si discute della vita delle persone come se si stesse parlando di numeri, statistiche o problemi da gestire, dimenticando che dietro ci sono ragazzi con un volto, una storia, dei legami: io sono stato il vostro compagno di banco, mio zio quello da cui avete comprato la frutta, i miei genitori i tuoi vicini di casa.
Perché la storia ci insegna che il momento più pericoloso non è quando nasce un’idea disumana. È quando le persone smettono di reagire. Quando smettono di sentire.
Tra qualche giorno io sosterrò l’esame di maturità. In questi anni, seduto tra i banchi di scuola, ho studiato la storia europea e quanto sia pericoloso abituarsi a certe parole e ho studiato anche la Costituzione italiana. Ho letto l’articolo 3, quello che dice che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge. Ricordo ancora i professori che spiegavano quanto fosse importante quella frase e da quale storia fosse nata.
Per questo oggi fa un certo effetto sentirlo messo in discussione, perché non è soltanto un nostro problema. È una questione che riguarda tutti. Riguarda la qualità della nostra democrazia, il valore che attribuiamo alla dignità umana e il futuro che vogliamo costruire insieme.
Noi continuiamo a credere che l’Italia sia migliore di questo.
Lo crediamo perché la conosciamo. Lo crediamo perché ogni giorno incontriamo persone che ci giudicano per quello che facciamo e per come ci comportiamo, non per le nostre origini. Lo crediamo perché sappiamo che questo Paese è molto più grande delle paure che qualcuno prova ad alimentare per propaganda politica.
Noi sappiamo quale Italia abbiamo conosciuto e quale Italia amiamo.
La verità è che abbiamo paura del 13 giugno. Non ci sentiremo sicuri a camminare per strada, ad andare a sostenere l’esame, ad uscire con i nostri amici: per le nostre origini e il colore della nostra pelle, e questo ci fa schifo.
Per questo non vogliamo restare in silenzio.
E forse la domanda più importante non è se persone come noi appartengano all’Italia.
Forse la domanda è un’altra: Che Italia vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi?
Un’Italia che insegna ai ragazzi a sognare, studiare, impegnarsi e contribuire alla società in cui vivono, oppure un’Italia che continua a ricordare ad alcuni di loro che, qualunque cosa facciano, per qualcuno non saranno mai abbastanza?
Perché il giorno in cui una persona deve difendere il proprio diritto a chiamare casa il luogo in cui è cresciuta, non è soltanto quella persona a essere messa in discussione, ma la libertà, la dignità e la coscienza di un intero Paese.



L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 9 giugno 2026

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