Nelle carceri italiane si è al limite della sopravvivenza

di Giovanni Caprio

Il sistema penitenziario italiano ha raggiunto livelli di saturazione insostenibili. E’ l’ennesima denuncia di Antigone che in questi giorni ha presentato il suo Rapporto di metà anno 2026 sulle carceri italiane, evidenziando le condizioni al limite della sopravvivenza tra caldo estremo e sovraffollamento record e gli inutili gli interventi del governo. I numeri sono impietosi ed indegni di un Paese civile: al 28 luglio 2026, si contano 64.741 persone detenute a fronte di soli 46.343 posti effettivamente disponibili, portando il tasso di affollamento reale al 139,7%. Stiamo parlando di numeri che non si registravano dal 2013, anno della storica condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per trattamenti inumani e degradanti.

La situazione delle carceri è fuori controllo in intere regioni: la Puglia guida il triste primato con un tasso del 180,4%, seguita da Molise (165,9%), Basilicata (162,5%) e Lombardia (157,9%). In ben sei istituti penitenziari i detenuti sono più del doppio dei posti disponibili, con picchi allarmanti a Lucca (256,8%), Milano San Vittore (223,6%) e Latina (220,8%).

Antigone negli ultimi 12 mesi ha effettuato ben 72 visite, registrando che nel 44% degli istituti vi sono celle in cui lo spazio calpestabile è inferiore al limite minimo di 3 metri quadrati a persona. A testimoniare questa condizione vi sono i numeri dei reclami accolti dalla magistratura di sorveglianza per i trattamenti inumani o degradanti subiti dalle persone recluse: ben 6.539 nel 2025, il 12% in più del 2024.

Carceri che durante un’estate infuocata come questa diventato un vero e proprio inferno, al limite della sopravvivenza: oltre il 60% della popolazione detenuta è sottoposto al regime di “custodia chiusa” (un dato cresciuto negli anni dopo i negativi passi indietro rispetto al regime delle “celle aperte” e della “sorveglianza dinamica”), trascorrendo la maggior parte della giornata in celle sovraffollate con temperature che superano i 40 gradi. In alcuni istituti poi le finestre delle celle risultano schermate e questo impedisce anche il passaggio di aria.

Per non parlare delle carenze igienico-sanitarie, assolutamente indegne: infestazioni di cimici da letto a Venezia, Monza e Pisa, e persino gravi carenze idriche, come registrato nel carcere di Milano Opera, dove il servizio idrico è stato interrotto per un guasto, costringendo all’uso di bottiglie d’acqua della Croce Rossa. In estate poi, con il blocco alle attività scolastiche e il rallentamento anche di molte attività di volontariato, le persone detenute sono sempre più sole in un’apatia generalizzata che è anche un vettore per i suicidi.

Le carceri italiane sono luoghi di disperazione, che spingono a conseguenze tragiche: nei primi sette mesi del 2026, almeno 38 persone si sono tolte la vita in carcere. La vittima più giovane è stata una ragazza di appena 21 anni a Trento, il più anziano un uomo di 73 anni a Padova. Il 50% dei suicidi riguarda persone di origine straniera, evidenziando una loro maggiore vulnerabilità.

Anche l’autolesionismo è in forte aumento, con una media di 26,5 atti autolesivi ogni 100 detenuti. Nel 2026, il 9,3% dei detenuti ha diagnosi psichiatriche gravi, con una cronica carenza di ore di assistenza da parte di psichiatri e psicologi. A fronte di questo numero il 20,5% fa regolarmente ricorso a stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi ed il 46% ricorre a sedativi o ipnotici.

Ci sono poi i 572 ragazzi rinchiusi nei 20 Istituti Penali per Minorenni, una cifra stabile rispetto ai 559 del giugno 2025, che ancora una volta mette in evidenza la voglia di “questa Nazione” di essere sempre più severa con i suoi giovani, anche se di fatto non c’è alcuna emergenza. E “scandalo nello scandalo” c’è anche il numero dei bambini in carcere con le loro madri, che è schizzato da 11 a 30 in appena 15 mesi, effetto diretto delle modifiche legislative volute dall’esecutivo.

“L’approccio dell’attuale esecutivo, basato su un <<populismo penale>> e logiche emergenziali, ha moltiplicato i reati e inasprito le pene, ignorando le cause strutturali della crisi, sottolinea Antigone. Al di là di alcuni annunci, di concreto non si è registrato nulla.

Il piano di edilizia penitenziaria, partito nel 2025, avrebbe dovuto dotare il paese di 10.000 nuovi posti entro la fine del 2027. Dopo oltre un anno e mezzo sappiamo di per certo, invece, che i posti disponibili sono addirittura diminuiti di 424 unità. Nei giorni scorsi, nell’approvazione di un provvedimento che riguarda i detenuti con dipendenza, il Ministro della Giustizia ha parlato di 10.000 persone che potranno uscire. Tuttavia, al di là dei paletti previsti della legge, al di là della mancanza di disponibilità di tanti posti nelle comunità accreditate, la legge prevede una copertura finanziaria annuale per un massimo di 600 persone. Nel frattempo l’emergenza resta e cresce ogni giorno che passa”.

E Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ha commentato così i dati: “Il sovraffollamento carcerario che stiamo documentando è l’effetto diretto e drammatico di un governo che crea in continuazione nuovi reati e inasprisce le pene. Rispondendo sistematicamente agli eventi di cronaca con una logica emergenziale e repressiva, l’esecutivo sta trasformando le nostre carceri in polveriere. Le promesse di svuotamento attraverso le misure alternative sono state completamente disattese: non solo non è uscito nessuno grazie a queste task force propagandistiche, ma nel primo semestre del 2026 le misure alternative sono addirittura calate del 7%.

Le uniche misure effettive riscontrate si traducono in soluzioni illegittime, come il surreale invito (poi ritirato) del Provveditorato della Toscana a superare le capienze regolamentari aggiungendo persino materassi a terra pur di assorbire i trasferimenti dal carcere di Sollicciano, recentemente sequestrato per condizioni inumane. Investire sul reinserimento è l’unica via d’uscita per un sistema che, con almeno il 60% di recidivi tra i detenuti, oggi riproduce solo ulteriore marginalità e crimine”.

Qui il Rapporto



L’articolo è stato pubblicato su Pressenza l’8 agosto 2026

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6 agosto 1945

La bambina di Hiroshima

Apritemi sono io…
busso alla porta di tutte le scale
ma nessuno mi vede
perché i bambini morti nessuno riesce a vederli.
Sono di Hiroshima1 e là sono morta
tanti anni fa. Tanti anni passeranno.
Ne avevo sette, allora: anche adesso ne ho sette
perché i bambini morti non diventano grandi.
Avevo dei lucidi capelli, il fuoco li ha strinati,
avevo dei begli occhi limpidi, il fuoco li ha fatti di vetro.
Un pugno di cenere, quella sono io
poi anche il vento ha disperso la cenere.
Apritemi, vi prego non per me
perché a me non occorre né il pane né il riso,
non chiedo neanche lo zucchero, io,
a un bambino bruciato come una foglia secca non serve.
Per piacere mettete una firma,
per favore, uomini di tutta la terra
firmate, vi prego, perché il fuoco non bruci i bambini
e possano sempre mangiare lo zucchero.

Nâzım Hikmet, Poesie, Editori Riuniti

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La vita deve essere un’opera d’arte: per Raoul Vaneigem

di Roberto Brioschi


“Lo stato non è più niente
sta a noi essere tutto”

Raoul Vaneigem


A Barcellona, il 28 luglio, è mancato Raoul Vaneigem (Lessines, 21 marzo 1934 – Barcellona, 28 luglio 2026). Come annota Giorgio Moroni era, e rimane, uno dei classici del pensiero critico, uno dei nostri classici. Lo ricordiamo con questo intervento di Roberto Brioschi e, a seguire, con alcuni passi di uno fra i suoi scritti più significativi, le Banalità di base, pubblicate per la prima volta sulla rivista dell’Internazionale Situazionista a cavallo fra il 1962 e il 1963. Sessant’anni dopo, il 19 settembre 2023, ancora sosteneva “lo stato non è più niente, sta a noi essere tutto” come proposizione capace di esprimere, nella gravitazione esistenziale e sociale, la poesia pratica. Ciao compagno Raoul e un grazie da parte di tutta la nostra piccola comunità ribelle (G.G.).


*****

Raoul Vaneigem: saper vivere il Tempo della Rivoluzione
di Roberto Brioschi


Il 22 novembre 1966, a Strasburgo, durante l’inaugurazione del Palais Universitaire viene distribuito il pamphlet Della miseria nell’ambiente studentesco, che inizia con “allo studente gli cagano in bocca e gli pisciano in culo …”. Il testo è una critica radicale alla istituzione scolastica universitaria disvelata quale fabbrica del consenso sociale, ove lo studente è cooptato in una servitù volontaria, entro una vita che è tale solo in apparenza poiché governata dalle caste degli intellettuali, dei partiti politici, dei sindacati, dei professori universitari: la condizione studentesca viene sezionata sul tavolo dell’obitorio della società dei consumi. Il libretto esplode in tutta Europa: il ‘68 è dietro l’angolo e il testo ispirerà teorie e riots nella Francia del Maggio e non solo. L’autore è il collettivo della Internazionale Situazionista (IS).  L’Internazionale Situazionista (Imperia 1957- Parigi 1972) espresse una critica inappellabile e rivoluzionaria al capitalismo. Di ispirazione marxista-libertaria, dapprima influenzato dalle avanguardie artistiche del ‘900 quali il Costruttivismo sovietico, Dada, il Surrealismo, in breve recepì le teorie e le esperienze del movimenti del “comunismo dei consigli” e degli spartachisti, unitamente agli scritti di Rosa Luxemburg, Riforma sociale o Rivoluzione e L’accumulazione del capitale (storicamente il “comunismo di sinistra”, dai situazionisti corretto con venature anarco individualiste e il comunismo libertario della Comune di Parigi).

Una miscellanea mirante alla abolizione delle separazioni tra quotidiano e politica, tra vissuto e militanza, tra essere e avere, tra il chi sei e il che cosa fai.

I situazionisti proponevano la vita come un susseguirsi di eventi, situazioni creative, proprie della gioia di vivere, che destrutturavano e abolivano il presente: un presente inteso come sudditanza al feticismo delle merci – che occulta e rende “naturali” i rapporti di produzione-riproduzione della economia sociale capitalista – e alla burocratizzazione della esistenza. Il rifiuto di vissuti estranei quanto alienati era stato un sentire, un malessere diffuso nella società francese, esplicato da Albert Camus ne La peste e Lo straniero e da Herbert Marcuse con L’uomo a una dimensione ma anche dai blouson noir delle banlieue. Sarà Guy Debord con La società dello spettacolo (1967) a creare un testo formativo per generazioni di militanti, ricercatori e sociologi.

La IS demolisce anche il mito del socialismo reale sovietico e cinese, nonché di ogni consociativismo con le istituzioni rappresentative dell’economia, del lavoro e dello stato.

Con gli anni ‘70 il situazionismo diverrà una pratica politico-esistenziale diffusa nelle soggettività radicali delle periferie urbane di ogni dove, tra i disertori dell’ordine sociale vigente che ogni giorno “si giocano il tutto per tutto” in quell’ “andare ai resti” che anni dopo verrà descritto dal sociologo Emilio Quadrelli (E. Quadrelli, Andare ai resti, DeriveApprodi).

In Italia i gruppi e individualità che fecero riferimento alla IS daranno origine, a Torino e Milano, ai collettivi Ludd e Organizzazione Consiliare, poi al Comontismo, oggi rintracciabili nelle Edizioni Nautilus di Torino.

L’IS venne fondata da sociologi, critici d’arte, intellettuali dis-allineati: Walter Olmo, Giuseppe Pinot Gallizio, Elena Verrone, Piero Simondo, Michèle Bernstein, Guy Debord, Asger Jorn. Seguiranno Gianfranco Sanguinetti e Raoul Vaneigem.

Raoul Vaneigem aderisce alla IS nel 1961 e vi collabora sino al novembre del 1970 intervenendo sulla omonima rivista. Nel 1967 pubblica il Trattato di saper vivere ad uso delle giovani generazioni. L’opera esprime la consapevolezza che il capitalismo non si limita più a costruire e controllare modi e tempi del lavoro e del consumo ma permea l’intera giornata, la vita quotidiana, le relazioni interpersonali; riesce a governare e rendere produttivo il Tempo di ciascuno e di tutti, a ridefinire il sé di ognuno, entra nei corpi e nelle menti, si impossessa, rimodella pensieri e desideri. È la intuizione dell’attuale capitalismo bio-cognitivo: in Italia sarà l’economista Andrea Fumagalli ad analizzarlo dal 2005 (A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo, DeriveApprodi). Il libro è una lima per evadere.

Nel successivo volume Contributo all’emergenza di territori liberati dall’impresa statale e mercantile (edito da DeriveApprodi), Vaneigem suggerisce la autogestione della vita per mezzo della liberazione della quotidianità dalle profittevoli attività estrattive materiali e immateriali generate dai processi sociali capitalistici.

Le due opere saranno propedeutiche allo sviluppo delle teorie rivoluzionarie  che troveranno riscontro nelle prassi delle insorgenze dei movimenti degli invisibili, che accompagneranno le pratiche antagoniste in Europa, dalle occupazioni degli squatter sino alle disobbedienze metropolitane, ai collettivi di lotta delle periferie, alla radicalizzazione dei “Gilet gialli”.

Oggi si riverberano nella frattura che marca la separazione tra una significativa parte della società civile, della Generazione Z e la società politica: una faglia espressa dai movimenti Pro Pal, No TAV, contro le guerre, dagli ambientalisti, per i diritti LGBT+, dal NO al referendum meloniano. Le analisi di Vaneigem non sono mai rimaste solo cartacee: appartengono alle esperienze dei Centri Sociali, delle occupazioni che mutano le proprietà in beni comuni, della riappropriazione individuale e collettiva dei Desideri che si trasformano in Bisogni diventando i Diritti alla vita altra.

Raoul Vaneigem è un contemporaneo poiché i suoi anni non appartengono al calendario ma bensì a tutto ciò che collega, unifica gli avvenimenti entro un quadro significativo, entro un unico tempo della Storia. Il Tempo della Rivoluzione.

NOTE

(1) Testo per lo più scritto da Mustapha Khayati, sociologo tunisino, membro del collettivo redazionale della IS. Il libretto venne stampato in 18.000 copie con la cassa della Association Fédérative Générale des Etudiants de Strasbourg, ovviamente ignara, che verrà subito sciolta dalle autorità accademiche. (Ibex Edizioni).

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Banalità di base – di Raoul Vaneigem

Estratti dal n. 8 del Bulletin Central Edité par le Sections de l’International Situationniste, gennaio 1963.

(traduzione italiana integrale della rivista Internationale Situationniste, edita da Nautilus, Torino, 1994).

Capitolo 16

… Ciò che noi rivendichiamo esigendo il potere della vita quotidiana contro il potere gerarchizzato è tutto. Noi ci situiamo nel conflitto generalizzato che va dalla lite domestica alla guerra rivoluzionaria, ed abbiamo scommesso sulla volontà di vivere. Significa che dobbiamo sopravvivere come antisopravviventi. Noi ci interessiamo fondamentalmente ai momenti in cui la vita zampilla attraverso la glaciazione della sopravvivenza. Ma occorre arrendersi all’evidenza, noi siamo anche impediti di seguire liberamente il corso di questi momenti (eccettuato il momento della rivoluzione stessa) tanto da parte della repressione generale del potere quanto da parte della nostra lotta, della nostra tattica….ciò che impedisce che quanto diciamo sulla costruzione della vita quotidiana sia recuperato dalla cultura e dalla sottocultura è precisamente il fatto che ognuna delle idee situazioniste è il prolungamento fedele dei gesti abbozzati, in ogni istante e da migliaia di persone, per evitare che una giornata sia costituita da 24 ore di vita sciupata.

Capitolo 17

… Tutto ciò che riguarda il pensiero riguarda lo spettacolo. Gli uomini vivono per la maggior parte nel terrore, sapientemente coltivato dal potere, di un risveglio a se stessi. Il condizionamento, che è la poesia speciale del potere, spinge così lontano la sua influenza (ha tutto l’equipaggiamento materiale in mano: stampa, TV, stereotipi, magia, tradizione, tecnica, il linguaggio sequestrato) che arriva quasi a dissolvere ciò che Marx chiamava settore non dominato per sostituirlo con un altro. Ma il vissuto non si lascia ridurre così facilmente ad una successione di figurazioni vuote. La resistenza all’organizzazione esteriore della vita, ovvero all’organizzazione della vita come sopravvivenza, contiene più poesia di tutto quanto sia stato pubblicato, in versi e prosa; il poeta nel senso letterario del termine è colui che lo ha compreso e provato e su tale poesia incombe una pesante minaccia…è per mezzo dell’isolamento che il potere accerchia e contiene l’irriducibile e tuttavia l’isolamento è invivibile. Le due pinze della tenaglia sono da una parte la minaccia di disintegrazione dall’altra le terapie telecomandate; la prima permette l’uso della morte, la seconda permette la sopravvivenza nuda e cruda. L’Internazionale Situazionista dovrà definirsi, presto o tardi, come terapia.

Capitolo 18

… Noi siamo pronti a cancellare ogni traccia di questi ricordi raccogliendo in una prossima lotta radicale tutta l’energia contenuta negli antichi antagonismi. Da tutte le sorgenti che il potere ha murato può sgorgare un fiume che modificherà il rilievo del mondo. Caricatura degli antagonismi, il potere preme su ciascuno affinché sia pro o contro Brigitte Bardot, il nuovo romanzo, la 4 cavalli Citroen, gli spaghetti, il mescal, le minigonne, l’ONU, la nazionalizzazione, la guerra termonucleare o l’autostop. A tutti si chiede il loro parere su tutti i dettagli per meglio impedir loro di averne uno sulla totalità.

Capitolo 20

… Al livello di spettacolo il potere è incontestabile. Il candidato di Lascia o raddoppia e l’impiegato delle Poste che spiegano minuziosamente le raffinatezze meccaniche della propria vettura 2CV si identificano, l’uno e l’altro, nello specialista; ed è cosa nota quanto i capi della produzione traggano poi profitto da simili identificazioni per addomesticare gli operai. La vera missione dei tecnocrati consisterebbe soprattutto nell’unificare il Logos se, per una delle contraddizioni del potere parcellare, essi non restassero confinati in un isolamento derisorio. Alienati come sono dalle reciproche interferenze essi conoscono tutto di una particella ma sfugge loro ogni realizzazione. Quale controllo reale possono esercitare su di un’arma nucleare il tecnico atomico o lo specialista politico? Quale controllo assoluto può sperare di imporre chi detiene il potere ad ogni gesto che viene magari solo abbozzato contro di lui? Sono così tanti gli attori che compaiono in scena che il caos la fa da padrone. L’ordine regna ma non governa.

L’articolo è stato pubblicato da Effimera il 4 Agosto 2026

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Strage di Bologna: le sentenze sulla matrice neofascista e le ombre della strategia della tensione

La foto è di pubblico dominio da wikimedia

di Giovanni Barbera

A quarantasei anni dal 2 agosto 1980, il fischio del treno che alle 10:25 rompe il silenzio del piazzale della Stazione di Bologna non richiama soltanto il ricordo delle 85 vittime e dei circa 200 feriti. Ricorda anche una delle pagine più drammatiche della storia della Repubblica, sulla quale la giustizia ha accertato molte responsabilità, mentre il dibattito storico continua a interrogarsi sul contesto che rese possibile quella strage.

Ancora oggi una parte del confronto pubblico si concentra sulle difficoltà di alcuni esponenti politici nel pronunciare la parola “neofascismo”. Eppure le sentenze definitive raccontano una storia molto più ampia. La bomba del 2 agosto fu il frutto dell’azione dell’eversione neofascista, accompagnata da una rete di finanziamenti, coperture e depistaggi che coinvolse esponenti della loggia massonica P2 e appartenenti a settori deviati degli apparati dello Stato.

Su questo punto non esistono più margini di ambiguità.

La Corte d’Assise d’Appello di Bologna, nel 1994, e la Corte di Cassazione, con la sentenza del 23 novembre 1995, hanno definitivamente attribuito l’esecuzione materiale della strage ai militanti dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR).

Per l’attentato sono stati condannati in via definitiva Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. Negli anni successivi sono arrivate anche le condanne definitive dell’ex NAR Gilberto Cavallini e dell’ex esponente di Avanguardia Nazionale Paolo Bellini, al termine del processo sui mandanti.

Per questo motivo parlare di matrice neofascista non significa esprimere un’opinione politica, ma richiamare una verità ormai accertata dalla magistratura.

Le indagini sviluppate negli ultimi decenni hanno consentito di ricostruire anche il sistema di finanziamenti e protezioni che accompagnò la preparazione della strage.

Le sentenze del processo Bellini, confermate definitivamente dalla Corte di Cassazione, hanno ricostruito il ruolo di Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi come mandanti, finanziatori e organizzatori della strage, pur trattandosi di persone decedute prima della celebrazione del processo e quindi non giudicabili.

Uno degli elementi più importanti dell’inchiesta è il cosiddetto “Documento Bologna”, conosciuto anche come Orologio”, sequestrato a Gelli nel 1982.

Le consulenze disposte dall’autorità giudiziaria hanno ricostruito movimenti finanziari per circa cinque milioni di dollari transitati, tra il febbraio e l’agosto del 1980, da conti svizzeri riconducibili a Gelli e Ortolani.

Secondo le motivazioni della sentenza, quei fondi furono utilizzati per sostenere l’eversione nera e finanziare le attività di copertura e depistaggio collegate alla strage.

Le sentenze hanno accertato anche una sistematica attività di depistaggio, sviluppatasi in fasi diverse nel corso degli anni.

Per i depistaggi compiuti all’indomani della strage sono stati condannati in via definitiva Licio Gelli, Francesco Pazienza, il generale Pietro Musumeci e il colonnello Giuseppe Belmonte.

Il più recente processo Bellini ha inoltre portato alle condanne definitive dell’ufficiale dei Carabinieri Piergiorgio Segatel, a sei anni di reclusione per depistaggio, e dell’ex amministratore Domenico Catracchia, a quattro anni per false informazioni rese al pubblico ministero.

Tra gli episodi più noti vi è il falso ritrovamento, nel gennaio 1981, di una valigia sul treno Taranto-Milano contenente esplosivo, armi e documenti predisposti per orientare le indagini verso una inesistente pista internazionale.

È un elemento che mostra come, dopo la strage, qualcuno lavorò attivamente per allontanare gli investigatori dalla ricerca della verità.

Le sentenze hanno stabilito chi ha organizzato, finanziato ed eseguito la strage. Comprendere il contesto nel quale tutto questo maturò è invece il compito della ricerca storica e delle Commissioni parlamentari d’inchiesta.

Numerosi studi, insieme alle relazioni della Commissione parlamentare sulle Stragi e della Commissione parlamentare sulla P2, collocano infatti l’attentato di Bologna all’interno della strategia della tensione che attraversò l’Italia negli anni della Guerra Fredda.

Secondo queste ricostruzioni, il terrorismo neofascista rappresentò uno degli strumenti utilizzati per condizionare la vita politica italiana in una fase in cui il Partito Comunista Italiano era la più forte forza comunista dell’Europa occidentale.

Nello stesso quadro, diverse analisi storiche e parlamentari hanno evidenziato possibili convergenze tra settori dell’intelligence occidentale, strutture clandestine come la rete Stay Behind (Gladio) e apparati italiani impegnati nella cosiddetta “guerra non ortodossa”. Si tratta di ricostruzioni che hanno alimentato un ampio dibattito storiografico e politico e che trovano riscontro nelle relazioni parlamentari, ma che non costituiscono un accertamento giudiziario definitivo di una responsabilità diretta della NATO o delle intelligence alleate nella strage di Bologna.

In questa prospettiva, una parte significativa della storiografia interpreta la strategia della tensione come uno strumento volto a preservare gli equilibri politici dell’Italia nel blocco occidentale e a contenere l’avanzata delle sinistre.

Anche la relazione conclusiva della Commissione Stragi presieduta dal senatore Giovanni Pellegrino descrive il terrorismo nero come parte di una più ampia guerra politica clandestina finalizzata a influenzare gli equilibri democratici del Paese.

A quarantasei anni dalla strage, una cosa non dovrebbe più essere oggetto di discussione: la matrice neofascista è una verità accertata dalle sentenze della magistratura.

Allo stesso tempo, fermarsi ai nomi degli esecutori materiali significa cogliere soltanto una parte del quadro. Le decisioni dei giudici hanno ricostruito anche il ruolo della P2, dei finanziamenti e dei depistaggi. La ricerca storica e le Commissioni parlamentari hanno poi cercato di spiegare il contesto politico e internazionale nel quale quei fatti si inserirono.

Sono due piani diversi, ma non incompatibili. Il primo individua le responsabilità penali; il secondo aiuta a comprendere il clima politico e strategico dell’epoca. È dall’incrocio tra sentenze, documenti e ricerca storica che emerge il quadro di uno dei capitoli più oscuri della storia della Repubblica italiana.



L’articolo è stato pubblicato su Pressenza il 2 agosto 2026

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Corrado Lorefice: “A Ceuta un’Europa sempre più disumana conclama il declino della sua civiltà”

Pressenza – Redazione di Palermo

Quel che è accaduto nell’enclave spagnola in Marocco, a Ceuta, è certamente una trappola dei mercanti di morte e un evento scientemente organizzato e manovrato. Tuttavia, il suo valore simbolico è difficilmente sottovalutabile. È la dimostrazione lampante di un desiderio di libertà e di vita che giunge fino a noi dal Sud del mondo e che non può essere trattato solo come un problema di pubblica sicurezza.

Lasciare la propria terra, il proprio paese, non è cosa che nessuna donna e nessun uomo fa a cuor leggero. Partire significa andare verso l’ignoto, lasciare le sicurezze, abbandonare usi, costumi e tradizioni che hanno segnato la propria vita, rischiare l’incolumità di sé stessi e dei propri cari.

Quante persone sono morte nel tentativo di attraversare il mare? Le stiamo contando con freddezza, senza renderci conto che sono vite umane, volti, sogni e desideri annegati per la speranza di una nuova patria.

Al di là delle necessarie valutazioni politiche e dei provvedimenti legislativi, eventi come quelli di Ceuta rimangono la cartina di tornasole dello squilibrio enorme del mondo, della distribuzione iniqua delle ricchezze, del restringimento delle democrazie in tutto il pianeta (e dei relativi diritti sociali, civili, economici), della crisi climatica. Tutto condensato in quella disperata speranza di Europa dei migranti.

Si ripetono così senza fine fatti tragici, nei quali le speranze, i sorrisi, i corpi di tanti, in un attimo, vengono distrutti per decisioni di altri uomini, che si arrogano il diritto di togliere la vita altrui, cancellando come inutili i tanti amori che li hanno messi al mondo. Il rischio è proprio l’anestesia della coscienza, che rende banale il male.

Creare torpore, creare coscienze assopite è il progetto occulto dell’Occidente. Prova ne è il modo in cui Ceuta viene raccontata dai governi e dai media del Vecchio Continente (con la solita indefinibile propaggine americana). Una modalità, ai miei e ai nostri occhi, assolutamente terribile. Nessun rispetto, nessuna partecipazione, nessun dolore, nessun senso di umanità, nessuna spiegazione delle ragioni profonde.

Solo l’allarme, del tutto infondato dal punto di vista giuridico, di una invasione di fatto impossibile (c’è il mare, c’è Gibilterra tra Ceuta e l’Europa); solo la squalifica, assurda e in verità controintuitiva, di ogni politica di accoglienza e di inclusione. Sta qui il peccato originale dell’Europa odierna di fronte ai migranti: non voler ammettere che si tratta di un fenomeno mondiale, irreversibile, da affrontare e gestire con la politica e non con gli eserciti; che siamo di fronte a un esodo a cui non si può rispondere con accordi ignobili con i paesi terzi, come la Libia di Almasri.

Prima di cadere nel sonno che – come la Storia ci ha insegnato – non fa percepire la violenza, il suo scandalo, fino a farla accettare come normale o addirittura necessaria. A Ceuta l’Europa dimostra in maniera lampante la crisi profonda della sua civiltà e dei suoi valori. Rinnega sé stessa in quanto patria del diritto e del riconoscimento di ogni donna e di ogni uomo in quanto appartenenti a una comune umanità, a una fraternità universale che ci supera.

Non si rende conto che le soluzioni tipo ‘pannolini caldi’ tolgono il fastidio di un giorno ma preparano la tragedia di domani. E soprattutto, rifiutandosi di pensare e di agire secondo i propri principi e le proprie capacità, l’Europa rischia di condannarsi a morte. La storia ci insegna che i cosiddetti barbari, entrati nel territorio romano, hanno fondato, insieme ai cittadini dell’Impero, una nuova civiltà. Non precipitiamo nella notte della ragione, del cuore e della coscienza.

L’aricolo è stato pubblicato su Pressenza Redazione Palermo l’1-8-2026


L’articolo originale può essere letto qui

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